lunedì 12 settembre 2011

Vinsero il concorso per restauratore nel 2000, aspettano ancora l'assunzione

Corriere della sera

Le persone che uscirono vincitrici dal bando della Regione hanno anche creato un gruppo su Facebook


La pagina del gruppo creato su Facebook
La pagina del gruppo creato su Facebook


MESSINA - Vincere un concorso e attendere oltre undici anni, senza sapere né come, né quando poter entrare in servizio. È la storia di Gloria Bonanno, classe 1965, prima in graduatoria provvisoria nel concorso per 97 posti di assistente tecnico restauratore bandito, nel lontano 2000, dall'Assessorato ai beni culturali e ambientali della Regione Sicilia. Ma è anche la storia di decine di persone che hanno fatto lo stesso concorso e sono rimaste in contatto tramite un gruppo facebook: ora sono stanche di aspettare, e nei prossimi giorni vogliono far sentire la propria voce, anche attraverso azioni di protesta.

«La graduatoria definitiva non è stata ancora pubblicata - ammette Gloria - nonostante innumerevoli ricorsi al Tar, tutti vinti. Da undici anni telefono agli uffici competenti non ricevo altro che risposte vaghe e totale indifferenza. Non hanno mai avuto il coraggio di dire la verità». Gloria Bonanno si è laureata a Messina in Lettere moderne e si è specializzata all'Icpl di Roma ottenendo la qualifica di «Restauratore di beni librari ed opere d’arte su carta». Nel frattempo ha lavorato, in Italia e in Svizzera, sia come restauratrice che come insegnante. Attualmente, gestisce il suo studio privato ed è docente a contratto per l'Accademia di Belle Arti di Catania. Sullo sfondo della sua vita, l'odissea del concorso, cominciata nell'aprile del 2000. «All'epoca lavoravo privatamente come restauratrice di volumi antichi - ricorda - Avevo pensato che sarebbe stato interessante mettermi in gioco e operare a più alti livelli.

Il posto alla Regione era prestigioso e così ho deciso di inviare la domanda». Dopo quel primo momento pieno di speranza, il silenzio. Fino al 16 novembre 2005, data in cui è stata pubblicata la graduatoria provvisoria, successivamente integrata nel 2006. Gloria era al primo posto, con il punteggio di 64,03. «È stato un gran giorno - ricorda - Appena appresa la notizia, a casa mia abbiamo festeggiato in grande stile, con spumante e pasticcini, ignari di quello che mi aspettava dopo». Dopo, ci sarebbe stato il silenzio dell'amministrazione regionale che, disattendendo gli obblighi di legge, non ha provveduto né alla definizione della procedura selettiva, né all'assegnazione dei posti di assistente tecnico, mentre altri filoni dello stesso concorso hanno seguito un iter diverso e sono andati più speditamente verso l'assunzione.

Gloria Bonanno
Gloria Bonanno
Questo silenzio, che forse sarebbe durato all'infinito, è però stato interrotto nel luglio 2008, quando Gloria ha deciso di affidare la propria causa a un legale e ha inviato un atto di diffida e messa in mora contro l'Assessorato e il Dipartimento regionale, che avrebbero dovuto provvedere entro trenta giorni alla conclusione della procedura di selezione. Nei documenti del ricorso, Gloria chiedeva al Tar di procedere all'adozione degli atti necessari e di nominare un commissario «ad acta» per provvedere in caso di ulteriori inadempimenti. Era la prima mossa di una battaglia che si protrae ancora oggi e non accenna a finire, al di là delle promesse fatte di volta in volta, telefonicamente o tramite posta. Con la sentenza n. 1927/2009, notificata il 5 gennaio 2010, la seconda sezione del Tar di Catania ha accolto il ricorso dichiarando l'obbligo, per le amministrazioni competenti, di concludere il procedimento entro 90 giorni. Superato il termine previsto, a settembre il commissario è stato individuato nella persona dell'ingegnere Castrenze Marfia.

Ma la Regione Siciliana, il 21 settembre, risponde tramite raccomandata che il concorso risulta sospeso «in base al comma 10 dell'art.1 l.r. 29 dicembre 2008, come modificato dal comma 2 dell 'art 42 l.l. n. 11/2010». «In poche parole - dice Gloria - non si poteva far nulla perché è in vigore il blocco dei concorsi, che però non può essere applicato al caso in questione: del resto la graduatoria provvisoria risale al 2005 e dovrebbe essere ovvio». «Tutto sembra cambiare ancora una volta - sostiene Gloria - con una telefonata nel febbraio del 2011. Mi chiedono i documenti per la pubblicazione della graduatoria definitiva, che è imminente. È di nuovo festa a casa mia, come nel 2005, sono sicura che entrerò in servizio. Stappiamo spumante, ma anche stavolta è tutto un bluff». Da allora, solo silenzio, fino a qualche giorno fa, quando è stato comunicato che la graduatoria dovrebbe essere pubblicata la prossima settimana.

«Chissà se stavolta dicono la verità - dice Gloria, ormai disillusa - oppure se tutto si concluderà ancora con un nulla di fatto». Negli ultimi undici anni, tante cose sono accadute ai 97 vincitori del concorso. C'è chi si è fatto una famiglia, chi ha trovato un lavoro migliore di quello per cui ha partecipato alla selezione. C'è chi si è trasferito e ha cambiato vita. Ma molti di loro sono ancora in contatto grazie a facebook e al gruppo di «quelli che aspettano la graduatoria definitiva del concorso a 97 posti di assistente tecnico restauratore». In questi giorni, sulla rete, le notizie si susseguono, c'è ansia per l'attesa, ma c'è anche voglia di far sentire la propria voce. E, se stavolta non si pubblicheranno le graduatorie, il gruppo (e soprattutto Gloria) non esclude azioni di protesta, anche eclatanti.


Sergio Busà
12 settembre 2011




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Viene voglia di sparare lacrimogeni in Senato" Comunicato choc del sindacato di polizia Coisp

Il Giorno

Rabbia contro i prezzi del ristorante di Palazzo Madama. Dagospia.com, che ha riportato la notizia, parla di una "frase che sa di golpe". E si chiede se il ministro Maroni e i vertici della Polizia di Stato abbiano niente da dire





Roma, 11 settembre 2011

Rabbia del sindacato di polizia Coisp per il menù del ristorante del Senato a prezzi stracciati. Rabbia che sfocia in parole di fuoco. Il Coisp, in un comunicato del 14 agosto riportato da Dagospia.com, mentre ricorda gli stipendi medi degli agenti e i buoni pasto da 7 euro, conclude con una frase choc: "Viene voglia di venire sotto Palazzo Madama e Montecitorio, magari il giorno di ferragosto, e spararvici all'interno i nuovi lacrimogeni in dotazione così si coglierebbero due piccioni con una fava, ovvero si otterrebbe lo sgombero immediato di certi ristoranti da politici mediocri e si testerebbero su quest'ultimi gli effetti dei nuovi artifici lacrimogeni in dotazione alle forze di Polizia".

Dagospia parla di "una frase che sa di golpe" e si chiede: "Finché si scherza si scherza, ma qui si scherza col fuoco. Il ministro Maroni e i vertici della Polizia di Stato non hanno niente da dire?"

IL COMUNICATO INTERGRALE DEL SINDACATO

Roma, 14 agosto 2011

Al Presidente del Consiglio dei Ministri
On. Silvio Berlusconi
On. Roberto Maroni
Ministro dell'Interno
e, p.c.,
Al Ministero dell'Interno
Ufficio Amministrazione Generale
Dipartimento della P.S.
Ufficio per le Relazioni Sindacali

OGGETTO: I poliziotti esigono di poter usufruire dei buoni pasto da 7 euro al ristorante presso il Senato della Repubblica o presso Palazzo Montecitorio. Dai principali organi di stampa nazionali apprendiamo che presso il ristorante del Senato è possibile consumare le "lamelle di spigola con radicchio e mandorle" a soli 3 euro e 34 centesimi, che le "penne all'arrabbiata" costano euro 1,60, che un filetto alla griglia costa 5,23 euro e che una "fetta di crostata" vale 1,74 euro.

Una domanda allora sorge spontanea, egregio signor Presidente del Consiglio e signor Ministro: se ad un Senatore bastano poco più di tre euro per consumare un primo ed un secondo, perché mai deve guadagnare circa 14mila euro al mese? Senza pensare ai viaggi gratis in aereo ed in treno, al fatto che non paga l'autostrada, che può vestirsi nelle migliori boutiques della capitale usufruendo dello "sconto Parlamento", che gode di copertura sanitaria totale estesa anche ai familiari e conviventi, che non paga i biglietti del cinema o dello stadio e chi più ne ha più ne metta.


I poliziotti invece guadagnano mediamente 1500 euro al mese, che raggiungono faticosamente includendovi l'indennità di servizio esterno, i turni festivi e notturni e qualche ora di lavoro straordinario, quando viene pagata; quasi nessuno gode del privilegio della seconda casa, o meglio ancora di qualcuno che gli paghi, per anni, il mutuo della prima senza accorgersene; paga il biglietto del treno e dell'aereo, il pedaggio autostradale, l'entrata al cinema e allo stadio, il ticket sanitario per se stesso e per i suoi familiari e si veste come può e dove può, facendo i conti al centesimo "per far passare la nottata".
Ha però diritto ad un buono pasto di euro 7 che bastano a malapena a coprire la consumazione di un panino imbottito, accompagnato da una bibita e da un caffè, in quanto per le lamelle di spigola con radicchio e mandorle deve spendere almeno 22 euro, con la conseguenza che i 19 euro di differenza tra quanto pagato da un Senatore ed il corrente prezzo di mercato della spigola viene pagato dai contribuenti, poliziotti inclusi.
Come giustamente osservato da qualche bravo opinionista, un pranzo completo di un parlamentare costa 10 euro, mentre ad un comune mortale 50. La differenza di 40 euro è tutta a carico dei cittadini lavoratori e contribuenti e poiché la casta è rappresentata da poco meno di mille persone che consumano due pasti al giorno, ovvero 60 al mese, l'aggravio prandiale sulle casse dello Stato e quindi dei cittadini tutti, ammonta a ben 29 milioni e duecentomila euro.
Roba da repubblica delle banane, con la r minuscola e con le banane andate a male. E pensare che l'ultimo aumento concesso alle Forze dell'Ordine è stato di appena 20 euro lordi mensili. E poiché a Roma la consumazione dei pasti per i poliziotti è diventata logisticamente ed economicamente difficile, si esige di poter usufruire dei ristoranti di Palazzo Montecitorio e di Palazzo Madama durante la pausa pranzo ed anche fuori servizio, e si pretende di pagare con il buono pasto da 7 euro.

La misura è colma poiché guadagnare 14mila euro al mese e pagare un luculliano pranzo completo al prezzo di otto euro, prepara le rivolte del pane, accende gli animi, e legittima lo strepitus fori, nonché il disprezzo per la classe politica e per questo Governo che ci ha preso per i fondelli per ben tre anni. Cosa devono fare i poliziotti che guadagnano 1500 euro (quelli che ci arrivano) e che hanno in tasca qualche buono da 7 euro?
Viene voglia di venire sotto Palazzo Madama e Montecitorio, magari il giorno di ferragosto, e spararvici all'interno i nuovi lacrimogeni in dotazione così si coglierebbero due piccioni con una fava, ovvero si otterrebbe lo sgombero immediato di certi ristoranti da politici mediocri e si testerebbero su quest'ultimi gli effetti dei nuovi artifici lacrimogeni in dotazione alle forze di Polizia, la cui lesività nonostante le numerose interpellanze parlamentari, è sempre stata tenuta nascosta da Lor Signori.
Che si fa, signor Presidente e signor Ministro? Veniamo a spendere il nostro buono pasto di 7 euro presso i ristoranti di Camera e Senato??

In attesa di cortese urgente riscontro, l'occasione è gradita per inviare i più Cordiali Saluti.
 
La Segreteria Nazionale del COISP





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La canapa come risorsa per l'edilizia» L'evento sponsorizzato dalla Regione

Corriere del Mezzogiorno

Il 17 settembre, a Conversano, giornata pro cannabis. Tavola rotonda analizza la legge Fini-Giovanardi


Un campo di canapa a Conversano
Un campo di canapa a Conversano


BARI - Un grande evento per presentare i progetti previsti per l’anno nuovo. È quello che hanno in programma i ragazzi di CanaPuglia, l’associazione che ha fatto parlare di sé in tutta Italia per aver coltivato, per la prima volta in Puglia, un intero campo di cannabis sativa, ovvero non contenente la sostanza drogante, il Thc.

L’EVENTO - L’appuntamento è fissato per sabato 17 settembre, nel Barese a Conversano, a partire dalle 17.30 in via Adua, nei pressi dei licei. Il programma è intenso, e prevede animazione musicale ma anche seminari interni, per far conoscere al massimo le potenzialità della canapa.

IL SEMINARIO E I CONCERTI – Ci sarà il supporto dell’Anab (Associazione nazionale architettura bioecologica), per il seminario dal titolo «La Canapa: una grande risorsa anche per l’Edilizia - Il Programma UE INATER». Per i partecipanti, ci sarà poi la possibilità di far parte del cantiere scuola che partirà nella primavera del 2012. Non solo studio e approfondimento, però. A mitigare le atmosfere di approfondimento, ci saranno anche Nico Different Mudù e i Rhomanife, insieme al gruppo musicale del laboratorio Ri-Percussioni sociali di Genova, città con la quale, tra l’altro, Conversano è «canapamente» gemellata.




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Irresponsabili!»

Corriere della sera
E noi, responsabilmente, sospiriamo
Beppe Severgnini  - Corriere Tv

Ustica,ministeri condannati a risarcire i parenti delle vittime

Corriere della sera

Sentenza del tribunale di Palermo a 31 anni dalla strage



 I resti del Dc9 precipitato al Largo di Ustica il 27 giugno 1980

MILANO - I parenti delle vittime della strage di Ustica saranno risarciti dai ministeri della Difesa e dei Trasporti. Lo ha deciso il giudice Paola Protopisani del Tribunale Civile di Palermo. A 81 parenti andranno oltre cento milioni di euro. Il Tribunale, ricostruendo i fatti accaduti la sera del 27 giugno 1980, ha ritenuto responsabili i ministeri per non avere garantito la sicurezza del volo civile della compagnia aerea Itavia, ma anche per l'occultamento della verità con depistaggi e distruzione di atti.


LA SENTENZA - L'istruttoria del processo civile, che ha seguito l'esito inconcludente delle inchieste penali, è durata tre anni: «La sentenza - spiegano gli avvocati delle famiglie delle vittime che hanno promosso l'azione civile - è stata depositata all'esito di una lunga ed articolata istruttoria, nella quale il Tribunale ha avuto modo di apprezzare e valutare tutte le emergenze probatorie già emerse nel procedimento penale». Secondo i legali, «il risultato della vicenda processuale rende giustizia per la ultratrentennale tortura che i parenti delle vittime hanno dovuto subire ogni giorno della loro vita anche a causa dei numerosi e comprovati depistaggi di alcuni soggetti deviati dello Stato».

LA TESI DEGLI AVVOCATI - La sentenza potrebbe inoltre aprire apre un nuovo percorso per la ricerca della verità. Infatti, sempre secondo i legali, fu un missile - probabilmente di nazionalità francese o statunitense - ad abbattere il volo del DC9 Itavia, come alcuni testimoni, tra cui l'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, hanno affermato durante il processo. «Ci si auspica vivamente - proseguono gli avvocati - che chi di dovere, nell'ambito delle proprie attribuzioni parlamentari, avvii ogni opportuna, ed a questo punto indefettibile, azione nei confronti della Francia e degli Stati Uniti affinchè sia finalmente ammessa, dopo più di un trentennio, la responsabilità per il gravissimo attentato».

LA LIBIA PUO' FARE CHIAREZZA - Con la caduta del regime di Gheddafi, dagli archivi libici potrebbero emergere informazioni utili a chiarire il mistero. Ne sono convinti gli avvocati Alfredo Galasso, Daniele Osnato, Massimiliano Pace, Giuseppe Incandela, Fabrizio e Vanessa Fallica, Gianfranco Paris, che hanno promosso l'azione legale: «In concomitanza della caduta del regime di Gheddafi, la nazione sia direttamente informata del contenuto degli archivi dei servizi segreti libici nei quali si ha ragione di ritenere che siano contenuti ulteriori documentazioni rilevanti sul fatto. E ciò consentendosi un accesso diretto da parte dell'Italia senza alcuna manomissione».


Redazione online
12 settembre 2011 18:58



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Preso il latitante «Scintilluni»: dopo l'arresto si complimenta con la polizia

Corriere del Mezzogiorno

Il mafioso era a capo delle estorsioni a Palermo centro. Elegantissimo, era considerato il «Brummel» dei mafiosi



Il latitante mafioso Antonino Lauricella subito dopo l'arresto


PALERMO - Il latitante mafioso Antonino Lauricella, detto «Scintilluni», boss delle estorsioni a Palermo centro, è stato arrestato dalla squadra mobile di Palermo nella zona del popolare mercato di Ballarò nel centro storico, mentre andava a fare la spesa. Era ricercato dal 3 ottobre 2005. Lauricella, 57 anni, alcuni mesi fa sfuggì ad un altro blitz della polizia, le cui fasi erano seguite in diretta dai carabinieri che intercettavano un altro boss, Luigi Abbate, detto Gino u mitra. Era proprio quest'ultimo a dare indicazioni per la cattura del latitante parlando al cellulare con un commissario di polizia. A tradirlo questa volta è stata una fonte confidenziale. Un personaggio «a piede libero e affidabile» lo definiscono gli investigatori.

Conosce bene il latitante e ha messo gli agenti della sezione criminalità diffusa sulle sue tracce. Lauricella, al momento del fermo, ai aggirava tra le bancarelle del mercato. Ai poliziotti ha detto di chiamarsi Salvatore Messina. Non aveva documenti addosso. Condotto alla squadra mobile ha continuato a negare la sua vera identità. Si è confuso, però, su alcune parentele. Poi, messo alle stette, ha confessato: «Sono io Lauricella» e si è complimentato con il dirigente della sezione Carmine Mosca.

LO «SCINTILLONE» - Il mafioso al momento della cattura aveva un borsone con dentro un asciugamano, un passamontagna, un coltellino e guanti in lattice. Camicie Burberrys, pantaloni con la piega perfetta, scarpe lucide, sempre elegante, un vero lord Brummel della mafia, anche quando prendeva i soldi che gli consegnavano costruttori, salumieri, pasticceri negozianti, queste le ragioni per cui Lauricella era detto «scintillone» perchè appunto riluceva di eleganza anche se lui ha sempre negato il soprannome attribuendosi quello di «Nino il bello».

Si tratta di uno degli ultimi due latitanti di Palermo ricercati, l'altro è Giovanni Motisi, scomparso dal '98 che deve scontare l'ergastolo. Cresciuto alla corte del boss Masino Spadaro e del capomafia Gerlando Alberti, Lauricella, è stato accusato di traffico di droga, omicidi, mafia, estorsioni. Ma per questi reati spesso è stato assolto. Il mafioso che aveva la sua base operativa nel quartiere arabo della Kalsa è stato condannato definitivamente l'ultima volta a sette anni e mezzo di carcere per estorsioni.




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Roma, «Blood & Honour» apre una sede

Corriere della sera

Il movimento neonazista arriva nella Capitale  in una casa occupata da Casa Pound



Un'immagine dal sito internet

MILANO - In Germania sono stati vietati. In Gran Bretagna alcuni membri avevano dato vita all’organizzazione C-18, sospettati di numerose violenze. Mentre in Sud America sarebbero diventati un corpo paramilitare. Il gruppo Blood & Honour non ha alcun problema a definirsi «neonazista». E ora il movimento dell’estrema destra, apre la prima sede in Italia, a Roma. A «ospitarli» sarà casa Colleverde, in via Monte Bianco, occupata dai militanti di Casa Pound nel 2008 e data in gestione a S.P.Q.R Skin.

IN ITALIA- Sono stati proprio gli skin romani a contattare il comitato centrale in Inghilterra del gruppo fondato da Ian Stuart nel 1987, e chiedere di affiliarsi per entrare nel network internazionale. Prima di oggi i referenti in Italia sono sempre stati il Veneto Fronte Skin, nato nel 1986. «Noi veneti non ci siamo mai affiliati perché non volevamo perdere la nostra identità. Abbiamo una storia più lunga dei Blood & Honor e non avevamo alcuna intenzione di essere veicolati nelle scelte e nelle nostre politiche», spiega Giordano Caroncini, portavoce del gruppo. Così la richiesta da parte dei romani è arrivata nei mesi scorsi. Ed è stata vagliata. Controllata. L’unica perplessità del gruppo inglese è stata data dalla collaborazione che S.P.Q.R. Skin ha avuto con Casa Pound, altro movimento della destra radicale ma legato anche ai partiti istituzionali come il Pdl. Gianluca Iannone, leader dei «fascisti del terzo millennio», nega qualsiasi cooperazione con gli skin se non in occasione di «raccolte fondi per orfanotrofi sotto Natale». Insomma le mani avanti sembrano d’obbligo. «E’ vero Colleverde all’inizio era nostra, ma poi non riuscivamo più a seguirla per questo l’abbiamo ceduta». Solo che sul loro sito, fino a lunedì mattina, l’edificio era tra le «occupazioni a scopo abitativo», link poi scomparso.

L'IDENTITA'- Come mai tanto nervosismo? Perché il gruppo Blood & Honour è sempre stato nel mirino dell’opinione pubblica proprio per la sua radicalità. Segue il motto Sangue e Onore coniato per la gioventù hitleriana e crede nella supremazia della razza bianca, attaccando gruppi di etnia diversa. Razzismo e antisemitismo. Idee trasmesse soprattutto dalla musica. Ma non ci si ferma alle parole. Tra i tanti simboli e tatuaggi ci sono svastiche, saette e croci celtiche. Il gruppo negli anni ha avuto diversi seguaci. E ha aperto sedi in molte parte del mondo. Nel 2001, la Germania, ha deciso di metterli al bando: «Sono i nemici della nostra democrazia», scriveva un rapporto dei servizi segreti. Anche in Inghilterra hanno avuto problemi. In particolare gli attivisti del C-18 che sono stati sospettati della morte di alcuni immigrati e di essersi addestrati all'uso di armi ed esplosivi. In Italia non erano mai arrivati. Almeno non con una sede ufficiale. Il 28 ottobre, anniversario della Marcia su Roma, però cambia tutto. Si inaugura la skinhouse e nuova sede di Blood & Honor, dove si terrà il primo raduno del movimento nel nostro Paese.



Benedetta Argentieri
bargentieri@corriere.it



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La Destro e il tesserino prestato a Galan: così entra in barberia

Corriere della sera


La deputata pdl: siamo molto amici, ma credo che glielo prestino anche altri colleghi


ROMA - Montecitorio, casta e privilegi, ultime notizie (uno pensa sempre ci sia un limite, e invece no: trovano comunque il modo di sorprenderci).
Ma cominciamo dall'antefatto. Il ministro per i Beni e le attività culturali Giancarlo Galan - 55 anni, una moglie, una figlia, ex direttore centrale di Publitalia, tra i fondatori di Forza Italia, ex governatore del Veneto: da Padova, amante del giardinaggio, bravo con i carciofi ma un talento per le rose, uomo politico rapido, testardo, leale - rilascia un'intervista al quotidiano Il Fatto.

Intervista non banale. In cui prima critica la manovra economica: «Avremmo dovuto guardare al dopodomani». E poi polemizza con la Chiesa. «Paghi come pagano le Cooperative. Partecipi, in qualche modo, alla crisi». Ad un certo punto, l'intervistatore incalza il ministro: «Però non avete ridotto i tagli alla Casta». E lui: «Non sono parlamentare. Il mio stipendio è di seimila euro e, ad esempio, pago tutti i viaggi di andata e ritorno per casa. Ora le confesso una cosa: non ho la tessera parlamentare e quando mi devo tagliare i capelli alla Camera chiedo alla Giustina Destro, deputata del Pdl, di prestarmela...».

La risposta fornita dal ministro Galan è esattamente questa (riletta due volte: se non ci sono refusi, è questa). Insomma un ministro della Repubblica - nel caso di chioma nera, folta, pettinata all'indietro con sospetto ausilio di acqua - pur non avendo il diritto (privilegio, se volete) di frequentare la celebre barberia della Camera, si farebbe prestare il tesserino di parlamentare da una donna, la sua amica e deputata Giustina Destro.

Lo fa per risparmiare? Lo fa perché non ha tempo da perdere?
Dev'essere una burla.Forse è una burla. Speriamo sia una burla.Tre squilli e subito al cellulare risponde l'onorevole Giustina Mistrello Destro, 65 anni, già sindaco di Padova nel 1999 e prima donna a diventare vicepresidente di Confindustria al fianco di Giorgio Fossa (risponde con rara cortesia, e non scontata ironia). «Beh, sì... credo che, almeno una volta, sia successo».

Davvero lei ha...
«Beh, sa, con Galan siamo molto amici, siamo entrambi di Padova e... comunque sì, certo: gli ho prestato il mio tesserino per entrare dal barbiere».

Scusi, onorevole, abbia pazienza: ma lei è una donna e sul tesserino ci sarà la sua foto, la foto di una signora e...
«Ma vuole che a un ministro controllino il tesserino? In ogni caso... guardi che il tesserino non gliel'ho mica prestato solo io, eh?...».

No?
«No no... credo che ogni tanto glielo prestino anche altri suoi amici deputati. Ma davvero le sembra una cosa tanto grave?».

Grave, magari, no. Ad un altro ministro, per dire, hanno comprato l'appartamento senza che se ne accorgesse. Però ammetterà che quest'idea di imbucarsi dal barbiere della Camera con il tesserino falso di una deputata è almeno imbarazzante, o no?
«Mi dia retta: concentriamoci sui problemi gravi che il Paese vive in questo momento».

Lei che lo conosce bene: Galan alliscia i capelli con l'acqua o con il gel?
«Con l'acqua, non c'è dubbio».


Fabrizio Roncone
12 settembre 2011 11:24



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Pulizie di casa: contro l'invasione chimica passare ai prodotti «fai da te»

Corriere della sera

Iniziare già ora a pensare a cosa utilizzare quando il petrolio sarà finito. E risparmiare




MILANO - Il sapone di Marsiglia al posto del detersivo per i piatti e il pulitutto realizzato in casa. Si consolida la realtà del fai da te nell’ambito pulizie domestiche. Già, perché se l’Italia è uno dei maggiori produttori e consumatori di saponi da bucato dell’Unione europea, con un fatturato che si aggira intorno al miliardo di euro, oggi c’è chi guarda all’indipendenza energetica da petrolio anche quando si mette a pulire le sue quattro mura.

I TRUCCHI DELLA NONNA - Appena uscita per Altreconomia è Pulizie creative di Elisa Nicoli. «Orientarsi nel mondo delle etichette non è facile, soprattutto per i cosiddetti prodotti green, realtà in grande crescita, ma spesso poco controllata.

Quindi ben vengano i detergenti seri, ma se si ha tempo e voglia, farsi da soli i detersivi è buona idea», spiega. Solo a guardare le statistiche viene da rabbrividire. Dal 1930 abbiamo prodotto sul pianeta 400 milioni di tonnellate chimiche, 300 mila sono le sostanze presenti su mercato, 33 è la percentuale dell’Ue nella produzione e 15-20 sono i tipi di prodotti chimici utilizzati ogni anno in media da una famiglia europea. «È difficile non pensare che anche in casa dovremmo trovare un’alternativa quando il petrolio sarà finito», continua Nicoli.

Ecco perché «è meglio portarsi avanti e rispolverare i trucchi usati dalle nostre nonne». Via allora con bicarbonato, aceto, soda da bucato. E detergente per i piatti, ottenuto con sapone di Marsiglia in scaglie diluito con acqua e con l’aggiunta di oli essenziali. La preparazione del liquido per pulire i vetri è più laboriosa, ma permette di risparmiare cifre notevoli. «Con 1,50 euro si possono ottenere 500 ml, basta andare a guardare sullo scaffale di un supermercato per rendersi conto che ne beneficia anche il portafoglio».

AUTOSUFFICIENZA DOMESTICA - «Si può autoprodurre di tutto: dall’anticalcare al dentifricio, dal detersivo della lavatrice allo scrub per il corpo e poi detersivi per piatti e superfici, sapone e deodorante», spiega ancora Nicoli, che per il suo manuale ha redatto sedici ricette. «Ho iniziato nel 2006. Mi sono fermata a pensare quanti smacchiatori e detergenti compriamo e utilizziamo per una sola macchia. Insomma la molla è stata di tipo economico, poi ho capito che diminuivo anche il mio impatto ambientale», racconta.

C’è chi infatti ha indagato la sfera inquinamento da prodotti domestici. In Casa tossica, guida scritta dalla giornalista Rita Dalla Rosa (edizione Terre di mezzo), gli esempi di agenti tossici non sono pochi. «Uno è il radon, gas radioattivo naturale che circola nell’aria prodotto da alcuni materiali da costruzione. Inoltre in pochi sanno che vernici e mobili rilasciano sostanze inquinanti che respiriamo tutti i giorni», spiega Dalla Rosa. Altro oggetto a finire sul banco degli imputati sono le candele mangiafumo realizzate con il limonene, che profuma sì di limone ma è fabbricato con composti a base di petrolio.

INQUINAMENTO INDOOR - Il consiglio anche qui è di tipo pratico. «Quando si fanno le pulizie bisogna sempre tenere aperte le finestre. Secondo, usare il meno possibile sostanze profumate che contengono i Voc (composti organici volatili). Meglio evitare i deodoranti per ambiente e controllare che i mobili abbiano etichette a bassa emissione Voc». Secondo il Cnr, sarebbe meglio privilegiare, mobili in legno massiccio o truciolato “anziano” e di far arieggiare bene le camere. Anche la cucina riserva brutte sorprese. Responsabile della tossicità è principalmente la cattiva manutenzione di griglie spargifiamma, fornelli, caldaie, cappe di aspirazione. Gli accorgimenti? La sostituzione periodica del filtro della cappa e del tubo di raccordo del gas e la pulizia accurata delle griglie spargifiamma con uno spazzolino a setole dure che elimini i residui di cibo combusto.

Marta Serafini
12 settembre 2011 11:45



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La comunicazione? Avviene a «ondate»

Corriere della sera

Come si propagano opinioni, idee politiche e commerciali. O capire come si è sviluppata la «primavera araba»




MILANO - Quiete e tempesta: quando comunichiamo, i due stati si alternano. E con le «tempeste» le informazioni viaggiano più veloci. È quanto emerge da uno studio compiuto dall’Università Carlos III di Madrid in collaborazione con Telefónica, un’indagine i cui risultati potrebbero rivelarsi utili per comprendere il modo nel quale si propagano opinioni, idee politiche, pettegolezzi e informazioni commerciali. Per un periodo di undici mesi, i ricercatori hanno analizzato 9 milioni di chiamate, un volume di traffico telefonico svolto da 20 milioni di persone (circa il 30% della popolazione spagnola). La scoperta? Che la gente comunica a cascate o raffiche (bursts in inglese).


ONDATE - «Chiamiamo tanto e in poco tempo», spiega la ricercatrice Giovanna Miritello, coautrice dello studio, «poi passiamo periodi di inattività, poi torniamo a chiamare. E così via». La comunicazione, insomma, avviene nel tempo in maniera discontinua. L’alternarsi di ondate e silenzi vale per qualsiasi tipo di relazione. «Non sappiamo niente della vita personale degli autori delle chiamate», continua Miritello, «perché ovviamente erano anonime. Sappiamo però che questo carattere di discontinuità si ripresenta con tutti i contatti, siano essi familiari, amici, colleghi o conoscenti. Certo, chiamerò più spesso il mio fidanzato e meno l’amica con cui faccio allenamento; ma in entrambi i casi il ritmo della comunicazione sarà incostante».

RITMI - I ritmi circadiani (ossia il ritmo veglia–sonno) quelli lavorativi, com’è intuibile, sono imprescindibili. «Lunedì e martedì mattina si chiama di più, soprattutto fino all’ora di pranzo, perché il telefono viene usato anche a fini professionali», continua la ricercatrice. «All’ora di pranzo si registra una diminuzione; si ricomincia il pomeriggio e poi la notte, quando si dorme, ovviamente non si telefona. In certe fasce orarie quindi la comunicazione non c’è. Ma se elimino le considerazioni legate ai ritmi circadiani, scopro una cosa importante: che tra le telefonate esistono correlazioni. Se ricevo una chiamata, probabilmente ne faccio una subito dopo; se per esempio mi sto organizzando per uscire con un gruppo di amici, è probabile che chiami e venga chiamata tanto in un breve periodo di intensa comunicazione».

INFORMAZIONE - Lo studio potrebbe servire anche per tracciare il percorso di un’informazione. «Se vengo a conoscenza di una notizia in un periodo di forte attività, è più probabile che la propaghi perché sto chiamando tanto», aggiunge Miritello. «Lei, ora, mi sta intervistando; se oggi parlo con tanta gente è probabile che menzioni questo fatto, ma se non parlo con nessuno l’informazione non passa». Possibile che la discontinuità dipenda dal livello di attenzione e tolleranza? «Questo i dati non ce lo dicono. Ma da un’altro studio che stiamo conducendo, incentrato sulla cosiddetta economia dell’attenzione, sappiamo che esistono per chi chiama limiti sia fisici che di costo, temporale e monetario».

«ESPLOSIONE» - Per Andrea Salvini, docente di sociologia presso l’Università di Pisa ed esperto nell’analisi di reti sociali, «la scoperta che nella comunicazione si alternano effervescenza e silenzio prolungato è molto interessante. Dallo studio si ricava inoltre l’idea che questa “esplosione” sia condivisa, e che la sollecitazione lanciata da uno venga raccolta da tutti gli altri interlocutori. Una volta esaurito l'interesse, si passa al silenzio. Ci sono momenti in cui ce ne stiamo ritirati nelle nostre reti più intime, e momenti più ampi con una valenza collettiva. Questo è molto importante anche per capire le forme della partecipazione civile e sociale. Movimenti come quello che ha attraversato l'Africa del nord funzionano forse seguendo questi meccanismi».


Elisabetta Curzel
12 settembre 2011 11:03



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Addio alle vecchie lampadine da 60 watt La decisione Ue nel segno del risparmio

di


Le vecchie lampadine a bulbo vanno in pensione. La decisone dell'Unione europea farà risparmiare 40 miliardi di kilowattora, ed eviterà 32 milioni di tonnellate di anidride carbonica al pianeta



Roma - Dite addio alle vecchie lampadine da 60 watt che per tanti anni hanno accompagnato le cene e la vita nelle cucine e nei soggiorni di tanti italiani. L'Unione europea ha detto basta a questo cimelio elettrico per far spazio ad una "luce" che sia più rispettosa dell'ambiente. La misura che mette al bando i vecchi bulbi ad incandescenza da 60 Watt, comporterà un notevole risparmio energetico calcolabile in 40 miliardi di kilowattora annui, pari al consumo dell’intero Belgio.già da tempo è in corso un restyling di interruttori e lampadine in tutta europa. Nel 2009 è arrivato lo stop alla produzione per quelle da 100 watt e nel 2010 si sono spente spente qulle da 75 watt.
Le uniche rimaste anora in produzione che fanno parte della scorsa "era industriale" sono quelle da 45 e 25 watt. La norma anti-lampadina è in vigore solo nel territorio Ue e prevede che la aziende cessino la produzione lasciando ai consumatori la possibilità di acquistare i bulbi nei negozi fino ad esaurimento delle scorte. Quando tutti i vecchi bulbi sarnno spenti verranno risparmiati fino a 40 miliardi di kilowattora l'anno. Oltre ad un sostanziale vantaggio economico c'è da sottolineare anche un progresso importante sul piano della ecosostenibilità. Infatti i numeri parlano chiaro. Con le nuove norme verranno risparmiate al pianeta 32 milioni di tonnellate di anidride carbonica all'anno. Per una volta anche la citazione biblica "e luce fu...", dovrà lasciare spazio ad un più cinico "e risparmio fu...".




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Le Regioni del Sud ci costano doppio rispetto al Nord

Libero





Un miliardo di euro all’anno per mantenere i consiglieri regionali e i loro cari. E più della metà va a Sud, nelle regioni dove c’è il 34,5% della popolazione italiana ma si è conquistato il 52,5% della spesa nazionale per i consiglieri regionali e addirittura il 52,7% della spesa nazionale per consigli, giunte regionali e personale assunto negli assessorati. Quelle stesse Regioni che sembrano destinate a crescere a dismisura ereditando prossimamente gran parte delle competenze delle province, hanno organici gonfiati a dismisura e spese pazze per la casta che ormai fanno impallidire quelle di deputati e senatori. Un miliardo di euro nel 2011 per mantenere i consiglieri regionali.

Poco meno di 7 miliardi di euro per mantenere anche giunte e apparati pubblici. Circa 239 miliardi di euro di spesa che si aggiungono alla già folle spesa pubblica italiana. Con cifre così fa quasi sorridere la gran cagnara che i governatori di mezza Italia hanno sollevato quando il governo centrale in finanziaria ha tagliato i trasferimenti agli enti locali. Sei miliardi in tutto, ma compresi i comuni e pure con proventi extra della Robin tax. Somme ridicole rispetto a quel fiume di denaro che attraversa i bilanci delle Regioni: percentualmente lo sforzo richiesto è assai minore del contributo di solidarietà sui redditi alti. I numeri pubblicati nella tabella qui in pagina sono tratti dai bilanci di Regioni e consigli regionali per il 2011, prima quindi dell’ultima sforbiciata. E fanno ben capire come sarebbe un gioco da ragazzi tagliare lì i costi della politica.

BUDGET FARAONICI
Il Sud soffre di sindrome faraonica: 174 milioni di euro per fare funzionare palazzo dei Normanni in Sicilia: è un consiglio regionale, ma si è dato lo status di un parlamentino con tutti i vizi del caso. Spende il doppio della Lombardia, che avrebbe il doppio degli abitanti. Ma se alla assemblea regionale si unisce anche la giunta di Raffaele Lombardo e il personale lì assunto a carovane, la spesa della Sicilia solo per i servizi della casta è il quadruplo di quella della Lombardia. Anche la Campania non  scherza. spende il doppio del Veneto solo per il consiglio, che diventa però più del triplo se si mettono insieme giunta regionale e personale assunto anche lì con una generosità che non ha eguali.

La radiografia della spesa regionale è impietosa con il Mezzogiorno di Italia. I governatori del Sud passano le giornate a fare convegni sul mancato sviluppo delle loro terre. Accade ormai da decenni. Quando però c’è da dividersi la torta, allo sviluppo preferiscono la vita della casta come al tempo dei Borboni. Preferiscono pagarsi e rimborsarsi da vicerè, farcire le strutture pubbliche di personale che non serve e che prima o poi andrà licenziato che aiutare davvero le loro popolazioni a crescere. Sembrano terre governate da una classe politica indietro di decenni sulla storia. Perché Sud e Isole fanno man bassa di tutti i capitoli di spesa per la casta e le clientele, ma quando poi c’è da fare investimenti, interessa meno. Spendono infatti 91,5 miliardi sui 239 complessivi: il 38,32%, che non è poco visto che in quelle regioni risiede il 34,5% della popolazione italiana. Ma la differenza è notevole.

CASTA NON CASTA
Per la casta ad esempio le regioni del Nord Est, dove risiede il 19,20% della popolazione, spendono il 12,46% della torta. Quelle del Nord Ovest dove abita il 26,80% degli italiani, spendono solo il 18,15% del totale. Quelle del centro hanno una sola eccezione: il Lazio. Ma la Toscana è morigerata e compensa: lì risiede il 19,71% della popolazione e per la casta si spende meno del dovuto: il 16,89% del totale.


di Franco Bechis
12/09/2011




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Quanto scrivono i politici E nessun editore dice no

di


Veltroni e Vendola pubblicano in continuazione e con chiunque Sono solo la punta dell’iceberg. Il fenomeno colpisce tutti quanti



Se La mafia uccide d’estate, allora Che ci faccio qui? Anticipati da una (stucchevole, come sempre) polemica da ombrellone, esprimono, e giustamente, una certa preoccupazione i titoli dei prossimi libri di Angelino Alfano e Maurizio Lupi, in arrivo rispettivamente a novembre e ottobre. Sarà a suo modo un autunno caldo, quello dei politici scrittori. Anche perché, ai volumi del fresco ex Guardasigilli, oltre che delfino berlusconiano, e del vicepresidente della Camera, si aggiungerà quello di Maurizio Sacconi, ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali. Il loro peccato originale consiste nell’essere targati Mondadori. Insomma, quelli dell’opposizione avvertono nell’aria un pungente odore di sinergia fra Segrate e governo.
Comunque, vista da sinistra o da destra, questa storia della casta di carta ha una morale decisamente bipartisan, nel senso che mettendo a confronto i due grandi schieramenti RCS e Mondadori, emergono sia la «trasversalità» degli autori, sia la sostanziale parità delle forze in campo. Sotto il tetto RCS troviamo, per esempio, Veltroni, Franceschini, Fini, Sacconi, Carofiglio, Vendola, Brunetta, mentre hanno avuto l’imprimatur da Segrate Tremonti, D’Alema, Bertinotti, Bindi, Enrico Letta e ancora Veltroni.
Andando a curiosare sul sito wuz.it, dotato di un catalogone dei libri usciti grosso modo negli ultimi due decenni presso tutte le case editrici non microscopiche, si scopre che la grafomania è un morbo largamente diffuso in ogni schieramento. Non solo. Si scopre anche che la «fedeltà» alla casa che mette a disposizione carta, inchiostro, distribuzione e promozione, come la «fedeltà» agli elettori, è piuttosto labile.
Limitandoci ai «big» (non chiamiamoli bestselleristi, per carità) e agli ultimi anni, fra i senatori spicca Umberto Veronesi, il quale annovera la bellezza di nove editori: Mondadori, Passigli, Giunti, Sperling&Kupfer, Einaudi, Brioschi, Rizzoli, Bompiani, Cortina. Gianrico Carofiglio è molto distante, e si ferma a quota sei: Emons, Rizzoli, Sellerio, Nottetempo, Laterza, Giuffrè. Inseguono a due incollature Tiziano Treu (Passigli, Laterza, Il Mulino, Giuffrè) e Sergio Zavoli (Città Nuova, Paoline, Mondadori, Garzanti). Mentre Marcello Pera si ferma a tre (Mondadori, Cantagalli, Rubbettino). Pressoché «trombati», quindi, Francesco Rutelli con Marsilio e Dalai e Giulio Andreotti con Rizzoli e Sellerio. Invece Lamberto Dini (Rubbettino), Anna Finocchiaro (Passigli), Maurizio Gasparri (Rubbettino), Carlo Giovanardi (Mondadori), Gaetano Quagliariello (Il Mulino) e Oscar Luigi Scalfaro (Paoline) sono i fanalini di coda del carrozzone di Palazzo Madama.
Passando all’altro ramo del Parlamento, straccia tutti Enrico Letta, con sette «presenze»: Add, Ediesse, Mondadori, Rizzoli, il Mulino, Laterza, Donzelli. Quest’ultima vale doppio o mezzo, dipende dai punti di vista, essendo firmata a quattro mani con Pier Luigi Bersani. Destra (?) e sinistra (?) affiancate a livello sei, con Gianfranco Fini (Rubbettino, BUR, Rizzoli, Fazi, Ponte alle Grazie, Armando - anche qui un doppio o un mezzo, complice il coautore Rocco Buttiglione) e Walter Veltroni (Rizzoli, BUR, Einaudi, Luca Sossella, Dalai, Casini - ovviamente solo un omonimo di Pier Ferdinando). Un gradino più in basso, sia detto senza ironia, a cinque, si ferma Renato Brunetta (Marsilio, Sperling&Kupfer, Mondadori, Donzelli, Ideazione). Sono messi bene anche, occupando quattro caselle, Rosy Bindi (Pazzini, Laterza, La Scuola, Jaca Book), Massimo D’Alema (Solaris, Donzelli, Manni, Mondadori) e Fiamma Nirenstein (Rizzoli, Rubbettino, BUR, Il Mulino). Paola Binetti (Ma. Gi., Mondadori, La Scuola), Antonio Di Pietro (Ponte alle Grazie, Tea, Laterza) e Paolo Guzzanti (Aliberti, Bietti, Dalai) con tre sono appena sopra il «quorum» che separa le grandi firme dai peones.
E i ministri? Diplomatico Franco Frattini (Cacucci, Piemme) e moderata (?) Daniela Santanchè (Marsilio). Infine, fra gli «altri», senza riferimento agli spiccioli da manciate di voti dei soliti partitini vari ed eventuali, Fausto Bertinotti è quello che se la passa meglio, avendo inanellato sette editori (Mondadori, Casini, Ponte alle Grazie, Palomar, Datanews, Aliberti, Fazi). Ma anche Nichi Vendola non scherza a quota quattro (Fandango, Manni, Ponte alle Grazie, Manifestolibri).
Ma niente paura, lasciamo dove meritano di stare, cioè nel buio sgabuzzino della dietrologia e del qualunquismo, i lamenti sulle corsie preferenziali battute dai politici lungo le autostrade editoriali. E se provassimo a leggerne qualcuno, dei loro libri? Magari senza titar fuori un euro. Anche le biblioteche pubbliche ne sono piene...




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Se adesso Rosy Bindi si veste da avvoltoio solo per colpire Bersani

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In un’intervista sul Riformista la presidente Pd rivela Penati non le piaceva. Malumori nel partito: "Vuole fare il premier". La pasionaria punta a portare al Quirinale il suo mentore Prodi



Roma

Dagli amici mi guardi iddio che dai nemici mi guardo io, come recita l’antico adagio. La cui fondatezza molti leader del Pd e del centrosinistra hanno sperimentato sulla propria pelle.
Il calcetto dell’asino assestato da Rosi Bindi ha decisamente rovinato il day after di Pier Luigi Bersani, che sabato aveva concluso con bagno di folla e buon riscontro mediatico la festa del partito a Pesaro. Il segretario del Pd era riuscito a coniare la frase ad effetto («Berlusconi ci sta portando a fondo») giusta per finire nei titoli di giornali e tg; aveva con agilità evitato di inciampare nel suo comizio sulle questioni più aggrovigliate per il Pd, dalla riforma elettorale alla questione morale alle alleanze; aveva pure lanciato il grande appuntamento di piazza contro il governo per il 5 novembre, magari con la speranza che per quel giorno non ce ne sia già più bisogno.
Insomma, era andata bene. Salvo che ieri, a mandargli per traverso il caffè durante la lettura dei giornali, ci ha pensato la presidente del suo partito. La quale, intervistata dal Riformista, rivela che a lei quel Penati là non è mai piaciuto.
Per motivi «politici», per carità, non certo etici che altrimenti - si immagina - sarebbe filata dritta in Questura a denunciare. Per cui se lo tenne per sé, quando Penati era l’uomo chiave della mozione Bersani, quello che decideva ruoli e spazi degli alleati del futuro segretario (tra cui anche la Bindi). Oggi però può sputare il rospo.
Ecco qui: «Quando Pier Luigi gli affidò la responsabilità della sua mozione alle primarie non mi opposi a quella scelta. Ma non la condividevo». Per ragioni squisitamente politiche, come si diceva: «Penati rappresenta quella sinistra di governo convinta che le idee della destra, se portate avanti dalla sinistra, sono migliori. Come le ronde, tanto per fare un esempio. Questo modo di fare politica a me non è mai piaciuto».
Ma all’epoca la Bindi se lo tenne per sé, e divenne presidente del Pd, regnante Penati. E non è finita qui: la Bindi difende l’operato del partito («Sul caso Penati Bersani è arrivato a una posizione netta», concede) ma lancia anche un avvertimento a tutti gli ex Ds: «Quando noi e loro abbiamo deciso la “comunione dei beni” dentro il Pd, io ho pensato che ci fossimo detti tutto. Per adesso non ho motivi di pensare il contrario. Ma se c’è ancora qualcosa da chiarire, spero che venga fatto in fretta».
Gli ex Ds tacciono, e masticano amaro. Un dirigente ex Pci di peso sbotta: «La Bindi sta facendo l’avvoltoio: ha in testa una sola cosa, candidarsi alle prossime primarie e vincerle, per andare a Palazzo Chigi. In asse con Romano Prodi per il Quirinale: non avete visto che appena lui ha firmato il referendum sul Mattarellum è corsa a firmare pure lei?».
Prima di un’eventuale candidatura alle primarie, però, ci sarebbe l’ostacolo Bersani da superare. E proprio lei lo ha ricordato, pochi giorni fa, ammonendo Matteo Renzi (che come potenziale e pericoloso antagonista le sta molto sulle scatole) che «il candidato naturale è il segretario», e che se uno volesse candidarsi contro di lui dovrebbe «uscire dal Pd». A meno che, naturalmente, non sia Bersani a farsi da parte. E l’inchiesta su Penati (che intanto continua a difendersi con le unghie e coi denti, e ieri ha duramente smentito le «ricostruzioni parziali e false dei miei accusatori») sembra fatta apposta per riportare gli ex Ds al punto di partenza.
A quando cioè erano quei «figli di un dio minore» non legittimati a governare, che dovevano lasciare il passo all’ex Dc di sinistra e/o tecnocrate di turno. Bersani e D’Alema non hanno nascosto in questi giorni di pensare proprio questo. Rosi Bindi, che (grazie alle battutacce berlusconiane) è diventata una vera icona anti-Cavaliere e che si è coltivata tutte le aree di consenso utili a sfondare a sinistra (dalle piazze Cgil a quelle viola, da quelle referendarie a quelle papaline, da Repubblica al Fatto) è perfetta per il ruolo. E lo sa.




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A Mirabello il solito Fini Continua a lagnarsi, ma non lascia la poltrona

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Dalla Festa Tricolore attacca Berlusconi e ripete il solito ritornello: "Avevamo visto giusto un anno fa".



Mirabello - Circa un anno fa, Gianfranco Fini aveva sentenziato: "Il Pdl non esiste più". E aveva così segnato la rottura definitiva con il partito di Silvio Berlusconi. Oggi sullo stesso palco, quello della Festa Tricolore, prova a rilanciare Futuro e libertà, quella che lui chiama "Fase due", che rilancia i valori della vera destra, "della pulizia, della giustizia". Ma anziché proporre idee nuove, il presidente della Camera attacca il governo, riprendendo (e citando in continuazione) proprio il discorso dell'anno scorso, sostenendo che l'uscita dal Pdl "non è stato un sabotaggio nei suoi confronti ma un atto d’amore nei confronti dell’Italia".
"Avevamo visto giusto un anno fa", ripete spesso Fini, scagliandosi innanzitutto contro il governo, reo di aver indebolito la coesione nazionale: "Ci sono tanti italiani che credono nella loro patria, ma se il vincolo nazionale negli ultimi tempi si è indebolito qualche responsabilità è anche su chi si è comportato in modo da renderlo più fragile. Nessuno può dire che il governo Berlusconi è causa di quello sfilacciamento, ma l’azione del governo e un certo modo di concepire le istituzioni hanno indebolito la coesione nazionale. Non ha fatto nulla per rafforzare la coesione sociale, anzi favorendo gli egoismi geografici e gli interessi particolari rischia di trasformare l’Italia in un paese dove tutti sono contro tutto".
Per questo Fini preferisce invece ringraziare Giorgio Napolitano "perchè non perde occasione per dire che c’è un altro modo di concepire le istituzioni rispetto a chi le usa per raggiungere determinati obiettivi, e non sempre nobili".
Quello del leader di Fli era un discorso atteso per quel che riguarda il suo ruolo di a Presidenza della Camera. Nove sostenitori su dieci, tra quelli che hanno firmato per la cancellazione del porcellum, chiedono a Fini di "dare le dimissioni per occuparsi più del partito" e credono che a Fli manchi appunto il proprio leader. Una richiesta che arriva persino dal vicepresidente, Italo Bocchino, che lo ha introdotto sul palco chiedendogli di mettersi "ai comandi e andiamo dritti al traguardo". Eppure Fini fa orecchie da mercante e promette che "fermo restando il mio dovere di imparzialità come presidente della Camera non c’è dubbio alcuno che ci incontreremo sempre più nelle piazze, ovunque si possa ridare forza al popolo di centro-destra".
E, anche se il presidente della Camera, dice di voler limitare le polemiche, le parole che usa sono caustiche. Secondo lui il governo considera "la legalità un impaccio", tanto che "ha dimostrato di avere una strana concezione di quello che deve essere il rapporto tra le istituzioni". E non solo: il problema è anche il predominio della Lega nell'esecutivo che "non ha saputo valorizzare i momenti unificanti. Il Nord - secondo il leader di Fli - non ha bisogno dell’ampolla, delle camicie verdi, della Padania, ma di un governo in grado di governare".
Ma il leader di Fli è ottimista: "Il berlusconismo per certi aspetti è giunto al termine. Non sappiamo quando calerà la tela, ma siamo già alla fine di un regno". Anche per questo il Terzo polo, quello che tiene alti "i valori del vero centrodestra", non deve restare all'opposizione, ma candidarsi a guidare il Paese "o altrimenti non farà breccia nel cuore del Paese". Fli, che "non è un’espressione virtuale e sta mettendo radici", deve diventare "movimento più che partito, perchè il suo successo dipenderà non tanto dall’organizzazione ma dalla sua capacità di smuovere idee nuove e spiazzare gli avversari". Un Terzo polo che quindi deve essere "moderato, sì, ma non timido, non rinunciatario" e deve saper "rappresentare la parte maggioritaria del paese fatta di persone laboriose, pulite e oneste".
La questione morale "che sta tornando pesantemente ad infettare la politica" è un altro dei temi toccati dal leader di Fli che ha chiesto una svolta politica. Serve "dimostrare che non tutti hanno del potere politico la concezione che significa arroganza nei confronti dei più deboli". Bisogna secondo Fini restituire una credibilità al Paese, soprattutto " serve un nuovo presidente del Consiglio, che non pensi solo a resistere, resistere, resistere ma a governare, governare, governare". Ma nessun ribaltone: "Il Pdl ha vinto le elezioni e ha il sacrosanto diritto di continuare a governare", ma spera che all'interno dello stesso Partito delle libertà qualcuno chieda a Berlusconi di fare un passo indietro. In tal caso Fli si prenderà le proprie libertà "ma non tornando nel governo". 
La prima proposta di Fli? Una nuova legge elettorale: "Non ci piace il ritorno al mattarellum", ha detto Fini, "ma se per togliere di mezzo il porcellum l’unica via è firmare il referendum, beh allora non si abbia alcun timore, alcuna prudenza".

E non poteva certo mancare una critica alla manovra economica, varata da un governo che "si è comportato con irresponsabilità pari a quando aveva negato la crisi dando vita a interventi e manovre degne più di Fregoli che di un governo: non si può cambiare quattro volte la manovra in una sorta di Monopoli".

Certo la colpa della crisi mondiale non è di Berlusconi, ammette Fini, "ma di certo il governo non ha fatto qualcosa per arginarla e combatterla. un anno fa chiesi la convocazione degli stati generali dell'economia per discutere della situazione e per evitare che l'Italia cadesse nel baratro. Ma la risposta fu: Nessun pericolo, ghe pensi mi, state tranquilli. Fu una sottovalutazione colpevole che ha dato seguito ad approssimazione e disperazione".




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Si lagna ma non molla: Fini fischiato dal Fli

di


Il presidente della Camera non scalda la Festa tricolore e colleziona dei "buuh" all’annuncio che non lascerà la poltrona



nostro inviato a Mi
rabello (Ferrara)

Gianfranco Fini fischiato dai suoi. Fischi e «buuh» all’annuncio che non si dimetterà da presidente della Camera. L’imprevisto accade a Mirabello, alla trentesima Festa tricolore, un tempo feudo del Movimento sociale e ora ridotta del leader di Fli. Fini sta finendo il lungo discorso, il cielo si tinge di un colore non più detestato, gli animi si riempiono di una nostalgia da lui stesso evocata. Perché ieri è capitato anche di sentire l’ultimo segretario del Msi rimpiangere Almirante, Berlinguer e Moro.
Dopo le malinconie, Fini chiama alla mobilitazione contro il governo e a favore del referendum elettorale. «Io stesso non vi deluderò», proclama prendendo fiato. Il popolo dei nostalgici freme. Attende il proclama: mi dedicherò al partito, lascerò l’incarico ottenuto quand’ero il numero 2 del Pdl. Invece Fini li delude subito: «La mobilitazione è necessaria, fermo restando il mio dovere di imparzialità come presidente...». Dalla platea non lo lasciano finire. Hanno capito, il loro leader non mollerà la poltrona di Montecitorio. Partono i fischi e i «noooo», da varie parti si leva lo slogan proibito: «Dimissioni - dimissioni».
Finisce così la festa di Mirabello, con il comizio sbiadito di un politico condannato a essere un numero 2. Di Almirante, nel passato remoto cancellato. Di Berlusconi, nel passato prossimo rinnegato. Di Casini, nel presente tribolato. Perché la proposta politica di Fini è quella fatta sabato da Casini a nome del Terzo polo: una svolta politica, un nuovo governo, un nuovo premier e una nuova maggioranza. «In cui saremmo pronti a prenderci una quota di responsabilità», precisa Fini. Il che non significa posti di governo: «Li avevamo già, bastava restare dove eravamo». No. Fini prefigura l’appoggio esterno a «un governo non tecnico, ma responsabile» senza ribaltoni. E senza Berlusconi.
Che cosa significa in concreto? Fini non lo chiarisce. Il comizio è tutto un dire e non dire: poi ci si meraviglia se il peso elettorale del Fli è residuale. Un esempio? La legge elettorale. «Non dobbiamo avere timore nell’appoggiare un referendum abrogativo», tuona Fini. Ma che tipo di legge vuole? «Ne discuteremo dopo». C’è maggiore franchezza sulla «manovra economica degna di Fregoli»: Fini avrebbe preferito colpire i Paperoni con la patrimoniale e il prelievo straordinario piuttosto che tagliare gli sprechi degli enti locali. «Gli elettori di centrodestra non sono iscritti a un club di milionari - spiega - ma operai, impiegati, pensionati».
Il Fli c’è: Fini lo ripete come un mantra. Non è un’entità virtuale. «Ripeterei tutto ciò che ho fatto nell’ultimo anno, alzerei ancora quel dito accusatore. Non ho dubbi sulla bontà di quanto dissi un anno fa. Non siamo pentiti. Non abbiamo esagerato a rompere con il Pdl, i fatti ci hanno dato ragione. Dobbiamo andare avanti con maggiore determinazione». Tuttavia lo statuto del partito (Italo Bocchino annuncia di aver «messo bandierine in tutta Italia») continua ad avere un articolo unico: combattere Berlusconi. «Il Pdl è privo di qualsiasi cultura delle regole. Il governo ha alimentato la disgregazione nazionale. Ha costruito un Paese del tutti contro tutti. Le sue politiche economiche hanno accresciuto l’ingiustizia sociale. Mai e poi mai avrei pensato di essere governato da un personaggio che osa disprezzare il Paese di cui è alla testa e usa le istituzioni esclusivamente per fini personali e di parte».
L’alternativa c’è, garantisce Fini, benché precisarne i contorni non sia facile: «È nella società civile. Nell’Italia onesta, pulita, libera». E nel palazzo della politica? «Il Terzo polo dev’essere un’unione di forze che vanno all’attacco, con il coraggio di pensare in grande e candidarsi alla guida del Paese, contro il becerume leghista e il peggiore estremismo della sinistra. Deve guidare la battaglia per abolire le province, dimezzare il numero dei parlamentari, modificare la legge elettorale, fare le riforme che non sono state fatte negli ultimi anni». Già. E Fini dov’era negli ultimi anni?




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Via il Porcellum", ma poi non firma

di


Fini incoerente pure a Mirabello. Prima dice che bisogna abolire la legge elettorale, il cosiddetto "Porcellum". Poi al termine del comizio gi­ra tra gli stand ma senza firmare il referendum



nostro inviato a Mirabello (Ferrara)

Dopo quello di Pontida, un al­tro «pratone» entra nell’olimpo dei luoghi simbolo della politica. È quello di Vittorio Lodi, storico animatore della Festa tricolore di Mirabello e proprietario di un’azienda agricola che si perde nella Padania ferrarese.Quest’an­no la festa si fa a casa sua, sui suoi terreni. Un appezzamento a par­cheggio, un altro per gli stand ga­stronomici, il palco e le sedie. Ad­dio alla piazza del mercato, ogget­to di contesa con quelli del Pdl che a luglio vi hanno organizzato la «loro» Mirabello.

Sui prati finiani non accorrono le folle che un anno fa si erano ac­calcate per salutare la scissione del Fli. Non c’è la tensione del 2010, le polemiche sulla casa di Montecarlo, lo strappo da Berlu­sconi, il dubbio se Fini avrebbe fat­to un partito suo, o no. Gli applausi sono stiracchiati, il leader scalda la sua gente soltan­to quando parla di soldi, della ma­novra. Un anno fa si faceva a gara a salire sul palco per esibire l’orgo­glio antiberlusconiano: oggi man­cano molti dei protagonisti di quella pagina. «Meglio così», dice Roberto Menia, uno dei pochi a prendere la parola prima di Fini assieme a Enzo Raisi e Italo Boc­chino. In cucina manca mamma Lodi, approdata nel paradiso delle mas­saie.


Negli stand non mancano i colonnelli finiani assieme ai loro tormenti: sul Futurista una pro­blematica Flavia Perina si interro­ga su tutti i problemi emersi nel primo anno di vita di Futuro e Li­bertà. Sullo stesso foglio di parti­to, peraltro privo di ogni slancio marinettiano, si inneggia alla pre­senza a Mira­bello di Marco Trava­glio e si critica quella del deputato Pdl Paniz. «Meno male che Mar­co c’è»: il titolo dell’articolo fa il verso ai comizi di Berlusconi e suggella una spaccatura dal Pdl ormai metabolizzata.


Al termine del comizio, Fini gi­ra tra gli stand, ma senza firmare il referendum (abrogativo di una legge elettorale che lui stesso ave­va votato) per il quale poco prima aveva invitato a mobilitarsi: «Fir­miamo contro il Porcellum». Un diniego che fa il paio con la resi­stenza alle dimissioni da Monteci­torio. È la fotografia del Fli, un par­tito in cerca di autore, come con­ferma la colonna sonora sparata dal palco in attesa del leader. Gli U2. Prima In the name of lo­ve , cioè nel nome dell’amore, un brano che ci si sarebbe aspettato nelle convention del «partito del­l’amore ». E poi I still haven’t found what I’m looking for : non ho ancora trovato ciò che sto cer­cando. Nemmeno Fini e i suoi.



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