martedì 13 settembre 2011

Iniziato il censimento 2011, l'Istat: questionari via internet, risultati più veloci

Il Messaggero

Fotograferà l'Italia al 9 ottobre. Il costo complessivo sarà di 590 milioni. Nessuna domanda specifica sulle coppie gay



ROMA

«Forse potremmo chiamarlo Censimento 2.0». Così il presidente dell'Istat, Enrico Giovannini, definisce il 15.mo Censimento generale della popolazione e delle abitazioni 2011, che ha preso il via ieri. La principale novità di questa rilevazione, rispetto a quelle precedenti, è appunto la compilazione online. Per la prima volta i questionari saranno spediti per posta, e le famiglie potranno compilarli via Internet, collegandosi al sito censimentopopolazione.istat.it e inserendo la propria password.

Se invece si preferisce il cartaceo, si potrà riempire il questionario a mano e spedirlo oppure portarlo agli uffici postali o ai centri di raccolta allestiti dai Comuni. Rispetto al Censimento 2001, sono state inserite alcune domande nuove che riguardano l'ambiente (il tipo di combustibile o di energia usata per riscaldare l'abitazione o l'eventuale presenza di impianti a energia rinnovabile). Ci saranno anche domande sulla disponibilità di cellulari e connessione a Internet e sulle difficoltà incontrate, per problemi di salute, dai membri della famiglia nello svolgere attività della vita quotidiana.

Il censimento fotograferà la situazione italiana alla data del 9 ottobre 2011, ha detto Giovannini. Il censimento generale, che si effettua ogni dieci anni, serve a conteggiare la popolazione e conoscere le sue caratteristiche, e anche ad aggiornare e revisionare le anagrafi comunali, in modo da determinare la popolazione legale ai fini giuridici ed elettorali. I primi risultati provvisori per Provincia e Comune saranno diffusi dall'Istat il 31 marzo 2012, cioè a un mese dalla fine delle operazioni sul territorio, mentre la popolazione legale sarà disponibile entro il 31 dicembre 2012.

Nel questionario «non c'è alcuna valutazione delle scelte sessuali nè delle coppie omosessuali - ha precisato Giovannini - Nel precedente censimento, quello del 2001 c'era stata confusione tra chi aveva dichiarato una convivenza anagrafica e chi si era classificato in modo non chiaro. Ora invece c'è una chiara indicazione su come compilare il questionario». In effetti al capitolo «Notizie anagrafiche», nella parte che riguarda «Relazione di parentela o di convivenza con l'intestatario del Foglio di famiglia» c'è una risposta che potrebbe permettere di «fotografare» le convivenze tra persone dello stesso sesso. Si tratta di quella che recita: «convivente in coppia con l'intestatario», da non confondersi con altre situazioni di «coabitazione senza legami di coppia, parentela o affinità» previste in un'altra risposta.
Volendo, quindi, il censimento può tentare di fare il punto sulle coppie formate da persone dello stesso sesso che vivono insieme, come da tempo chiedono le associazioni degli omosessuali e come lo stesso Istat aveva loro promesso nei mesi scorsi. Ma Giovannini non si è sbilanciato: «Le regole internazionali impongono questo tipo di rilevazione solo dove le norme nazionali prevedono questo tipo di unione». E in Italia, appunto, le coppie omosessuali non sono riconosciute dalla legge nè esistono registri delle coppie omosessuali. «Faremo le nostre analisi su tutti i quesiti» ha promesso comunque il presidente dell'Istat.

Il censimento costerà complessivamente 590 milioni di euro
. La somma sarà così suddivisa: 330,6 milioni per contributi agli organi di censimento (Comuni, Regione Val d'Aosta, Province autonome di Trento e Bolzano e Ministero dell'Interno); 220 milioni per spese correnti relative all'acquisto di beni e servizi; 8,6 milioni per spese in conto capitale (acquisto di strumenti tecnologici e informatici); 30,8 milioni destinati alla remunerazione del personale assunto dall'Istat a tempo determinato per il censimento. Il costo per ciascun abitante sarà di circa 10 euro, un livello più basso - avverte l'Istat - del costo pro capite del censimento Usa (34,4 euro) e lievemente più elevato di quello britannico (8,7 euro).

L'Istat attiverà dal 7 ottobre i Census Point
, aree informative, nei 100 Comuni più grandi per popolazione. Saranno attivi anche 21 minibus che visiteranno oltre 700 comuni di piccola e media dimensione.

Martedì 13 Settembre 2011 - 15:23    Ultimo aggiornamento: 15:28




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L'Iran e il tabù del sesso: boom della video-guida

Corriere della sera

A ruba il dvd col timbro del regime: fiori, consigli e musica da kolossal Berberi

 

Meredith, la felpa insaguinata dimenticata per 46 giorni in un cesto di panni sporchi

Berlusconi, Madonna e l'addetto stampa comunista

Avvistata una super-Terra forse abitabile

10 anni di eBay.it: festa con super sconti e nuovo sito

La Stampa


Il decano dell'e-commerce italiano annuncia, da ottobre, le Offerte del giorno per moda e hi-tech. E da novembre una nuova interfaccia
CLAUDIO LEONARDI

Compleanno importante per eBay.it, che in occasione dei suoi dieci anni di attività presenta bilanci positivi e nuove iniziative. Nel corso di un incontro con la stampa a Milano, il sito di e-commerce ha annunciato alcune novità, tra cui l'esordio il 6 ottobre, anche in Italia, delle “Offerte del giorno”, la risposta al fenomeno crescente delle cosiddette vendite private (Groupon e soci, per intenderci) con super sconti limitati nel tempo.

Non si tratta di una strategia di difesa ma di attacco, fa capire Marco Ottonello, responsabile del settore strategia e sviluppo: “eBay è pronta a inserirsi in questo successo” spiega, e presenta dati che sembrano mettere al riparo eBay.it dalla concorrenza degli emergenti. Con 7,3 milioni di visitatori unici, il grafico proiettato dal manager mostra un sito che vola molto più in alto della concorrenza e il confronto è ormai solamente con il siti di e-commerce: “Continuano a chiamarci sito d'aste, ma quello è ormai il 4% del nostro business”. Gli utenti hanno progressivamente abbandonato la formula della gara al rilancio, per concentrarsi sulle proposte a prezzo fisso.

E' questa la principale trasformazione nei dieci anni di vita della declinazione italiana di eBay. Gli americani iniziarono nel 1995 in California, e qui sbracarono nel 2001. Il primo prodotto venduto (degli oltre 100 mila venduti fino a oggi) fu una scheda telefonica di Pikachoo, personaggio della fortunata serie Tv Pokemon, assegnata per 5000 lire. Oggi, invece, sono tecnologia e moda i più richiesti.

Le Offerte del giorno, visibili su http://deals.ebay.it, riguarderanno soprattutto queste categorie merceologiche: prodotti di marche a prezzi vantaggiosissimi in quantità limitata,con spedizione gratuita, proposti dai cosiddetti top sellers o dalle aziende stesse. Ebay ha intenzione di coccolarli per bene i suoi migliori venditori, così classificati non solo sulla base dei volumi di vendita, spiega Ottonello, ma su una serie di parametri che misurano la qualità del servizio offerto agli utenti, prima e dopo la vendita. Ai più virtuosi (altra novità) il sito assegnerà una coccarda che garantisce la massima affidabilità, da esporre nella propria pagina, e una corsia preferenziale per essere individuati dai clienti. Secondo i dati di Germania e USA, che già sperimentano queste pagelle, i meritevoli riescono a migliorare del 20% le loro vendite. In più, potranno usufruire di tariffe speciali, che prevedono una “tassa” percentuale solamente sul venduto, con sconti fino al 20%. Al contrario, chi sarà maltrattato dalle valutazioni degli utenti rischia di perdere diritto di vendita e vetrina.

Se lo può permettere eBay.it, stando ai dati presentati dall'azienda: 12 mila negozi che coprono circa 6 mila categorie di prodotti. Complessivamente, 13 milioni di inserzioni sempre visibili. Il ruolo dell'e-commerce cresce in tutto il mondo, anche se in Italia per ora pesa ancora solamente per l'1% del totale. Ma i ritmi di sviluppo sono doppi rispetto ai vicini europei (20% contro una media del 10 in Francia, Germania, Regno Unito). E gran parte di questo sviluppo si deve alle transazioni che avvengono con telefono cellulare. Nel nostro Paese, spiega Ottonello, sul sito di eBay.it si compra ogni 55 secondi da uno smartphone. Non troppo lontani dalla media totale del gito di affari di eBay, che calcola un acquisto mobile ogni secondo. Un giro d'affari che vale, nel 2010, complessivamente 2 miliardi dollari, una cifra triplicata rispetto al 2009 e che l'azienda prevede duplicherà nell'anno in corso.

Forse anche per via di questo mutamento di abitudini, eBay.it ha annunciato una rinfrescata della home page, riorganizzando i contenuti e ottimizzando i sistemi di ricerca all'interno del sito. Un annuncio che fa il paio con l'altro colosso mondiale del commercio elettronico, Amazon, che ha annunciato un restyling nei promissimi mesi per adeguare le proprie pagine alle esigenze degli utenti di iPad e cellulari. Per vedere la nuova faccia di eBay.it si dovrà aspettare novembre, proprio alle soglie dei giorni in cui le vendite si impennano trainate dalle feste natalizie.




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Per l'Inps è morta: chiesta a invalida (viva) la restituzione dell'assegno

Il Mattino


NAPOLI - Per l'Inps lei era morta già dal primo luglio scorso e lo ha scoperto qualche giorno fa quando un funzionario della banca, dove viene accreditato l'assegno di invalidità di poche centinaia di euro al mese, ha chiamato a casa per chiedere agli «eredi» di restituire la somma di circa 800 euro così come richiesto dall'istituto nazionale della previdenza sociale.

Maria Molettieri, 69 anni, residente a Napoli, vedova dal mese di giugno, per dimostrare di essere ancora in vita ha dovuto raggiungere, non senza disagi a causa della sua invalidità, la sede napoletana dell'istituto nazionale della previdenza sociale portando un «certificato di esistenza» in vita rilasciato dal Comune. E qui, dice l'anziana donna, una funzionaria dell'Inps ha scoperto che il disguido sarebbe dovuto ad un singolare caso di omonimia.

Maria Molettieri ha tirato un sospiro di sollievo pensando di aver risolto il problema. Invece no. È stata invitata a recarsi all'Agenzia delle entrate e attendere, come riferisce, una sessantina di giorni. «Per fortuna posso contare sui miei familiari - dice con amarezza Maria Molettieri - altrimenti non saprei come fare».

«Siamo rimasti meravigliati per quanto accaduto
- spiega Barbara, la figlia della signora Maria che ha preso contatto con l'Inps per chiarire l'equivoco - un disguido, per carità, può accadere ma l'importante è porre rimedio in fretta». «Non riuscivo a credere che avrei dovuto restituire restituire ottocento euro perchè per loro ero morta», confessa Maria provata dal dolore per la scomparsa del marito.

«Mi meraviglio per quanto accaduto - continua - se lo scorso 16 agosto mi è stata assegnata la pensione di reversibilità di mio marito. Che dire? Speriamo solo che facciano in fretta per chiarire questa vicenda che mi appare davvero assurda».

Martedì 13 Settembre 2011 - 17:18    Ultimo aggiornamento: 18:22




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Evelina Manna: "Ero io la fidanzata di Berlusconi"

Quotidiano.net

La modella e attrice confessa di essere stata lei "la signora” segreta del capo del Governo. E aggiunge: "Dopo Silvio nessun altro uomo nella mia camera da letto"




Evelina Manna nel servizio di Playboy America

Roma, 13 settembre 2011



Evelina Manna approda sulle pagine di Playboy America e racconta la sua presunta relazione durata quattro anni con il premier Silvio Berlusconi.

Sul numero di ottobre della celebre rivista per soli uomini, con un audace servizio fotografico senza veli e soprattutto con un'intervista a tutto campo, la 39enne modella e attrice confessa di essere stata lei "la signora” segreta del capo del Governo, la "full-time mistress" per i lettori del magazine di Hugh Hefner.

Un rapporto importante - aggiunge la mancata first lady - tanto da non volere più relazioni con altri uomini. La Manna confida infatti al giornalista: "Nessun altro dopo Silvio Berlusconi ci sarà nella mia camera da letto".




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Il bambino più buono d'Italia è il casertano Antonio Maria

Il Mattino


CASERTA - l bambino più buono d’Italia abita in provincia di Caserta, a Piedimonte Matese, e si chiama Antonio Maria Mannillo, che quest’anno frequenterà la seconda elementare.

Il riconoscimento gli è stato attribuito dall’associazione nazionale «L’alunno più buono d’Italia» di Poli, in provincia di Roma, che gli ha conferito, sabato scorso, il premio Ignazio Salvo, nel corso della trentaseiesima edizione della manifestazione. È stata la sua maestra, Rosanna Bellucci, a pensare che quel bimbo così buono, disponibile, cortese, affettuoso con i docenti e con i compagni potesse effettivamente meritare un premio del genere.

D’intesa anche con i compagni, quindi, che già ne riconoscevano le qualità di generosità e altruismo, ha inviato una relazione alla commissione del concorso. L’altro giorno il verdetto: Antonio Maria è davvero il bimbo più buono d’Italia. Lo conferma il presidente dell’associazione, padre Santino Maiolati: «Un riconoscimento che mette in evidenza - spiega - il gran senso del dovere, proprio e dei compagni di classe, nel sostenere il lavoro didattico e pedagogico della maestra».

Senza parole la mamma di Antonio, Angela De Lellis, che una volta appresa la notizia ha voluto semplicemente esprimere la sua felicità, ma anche un certo imbarazzo nel sapere che il proprio figliolo è di una bontà, come dire, «certificata»: «Mio figlio - dice - è un bambino normale, anche lui insegna a me tante cose. Sono felice che questo premio di bontà sia stato dato a un cittadino della provincia di Caserta: non è vero, quindi, che questa è solo una provincia cattiva, come spesso le cronache sembrano dire. Al punto che il bambino più buono d’Italia abita qui».


Gianfrancesco D’Andrea


Martedì 13 Settembre 2011 - 11:28




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Buon compleanno Mario Negri L'Istituto di ricerca compie 50 anni

Il Giorno

Un'attività intensa, che raccoglie ottocento persone, oltre 6mila giovani formati tra corsi e borse di studio, di cui 700 stranieri, 12mila lavori scientifici pubblicati su riviste internazionali:



ospedale

Milano, 13 settembre 2011



Ottocento persone, oltre 6mila giovani formati tra corsi e borse di studio, di cui 700 stranieri, 12mila lavori scientifici pubblicati su riviste internazionali: sono questi i numeri che raccontano l’attivita’ dell’Istituto di ricerca ‘Mario Negri’, che oggi celebra i suoi 50 anni di vita con un simposio internazionale presso la sua sede milanese.
A raccontare le sfide e gli obiettivi di quest’istituzione, che è stata la prima fondazione italiana interamente dedicata alla ricerca biomedica, è il suo fondatore e direttore, Silvio Garattini. "Abbiamo cercato di essere sempre indipendenti - ha spiegato - e informare sia la comunità medica che il pubblico con spirito critico".
Garattini ha poi sottolineato: "Tra i settori in cui l’Istituto si e’ impegnato in questi anni ci sono ‘’l’oncologia, le neuroscienze e in particolare le malattie neurodegenerative come l’Alzheimer ed ancora, le patologie cardiovascolari, renali, i trapianti e le malattie rare. La cosa di cui sono piu’ orgoglioso e soddisfatto e’ che tanti giovani ricercatori siano passati da noi, e che li abbiamo aiutati a trovare una loro strada".
Le previsioni per il futuro non sono però molto rosee "visto che il nostro Paese è in crisi, ci sono poche risorse e la ricerca non viene considerata, anzi viene osteggiata. - afferma Garattini - Dobbiamo comunque mantenere, al di là dei risultati scientifici, il nostro interesse dalla parte dei malati, come abbiamo sempre fatto, e rimanere indipendenti.  Anche se per essere indipendenti - ha concluso - bisogna essere poveri".




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Sull'11 settembre il contorno non serve

Corriere della sera

Il contrasto fra la profondità della cerimonia e l'inutilità dei commentatori italiani era abissale


Quando una cerimonia è costruita con partecipazione, orgoglio e dignità le parole di contorno servono a poco. Potendo, per seguire nel migliore dei modi la diretta dell'anniversario dell'11 settembre, bisognava collegarsi su Corriere.it (diretta Cnn) o su SkyTg24 scegliendo l'opzione active: solo nel silenzio si poteva cogliere il grande carattere simbolico del Memorial Pool.

Tutto era sobrio e contenuto: il ricordo e il dolore, i discorsi e la musica, l'applauso e il pianto. Quelli che temevano la Disneyland della memoria sono proprio quei giornalisti italiani che sono sempre in tv a commentare qualsiasi cosa (la Botteri non ha freni, parla anche sui momenti più emozionanti). Il contrasto fra la profondità della cerimonia e l'inutilità dei commentatori italiani era abissale. D'altronde, nemmeno nel 150° anniversario dell'Italia unita abbiamo saputo dimostrare un po' di rispetto per la nostra bandiera, per l'inno, per la patria (si è corso persino il Giro della Padania!).

Il lutto composto di una grande nazione è passato attraverso la bandiera a stelle e strisce, che tutti esibivano con orgoglio a cominciare da quella, mezza bruciacchiata, salvata dalla catastrofe delle Torri gemelle, l'inno, cantato magnificamente dal Coro della Gioventù di Brooklyn, i discorsi dei presidenti (Obama ha letto il Salmo 46 e Bush una toccante lettera di Abramo Lincoln), l'orgoglio di appartenenza. Maestri della cultura pop, ecco il momento magico di Paul Simon che ha cantato «The Sound of Silence».

Fra i programmi della sera da segnalare «10 anni dopo», uno speciale di «Studio aperto» condotto da Gabriella Simoni (forse si poteva evitare l'inutile servizio sulle teorie del complotto, amplificato dalla rete con una demenziale apertura di «Mistero»), «Speciale Terra» su Canale 5, con un bella introduzione di Toni Capuozzo. Deludente invece lo speciale del Tg1 condotto da una sempre più ingombrante ed embedded Monica Maggioni.



13 settembre 2011 11:28



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La Nave Scuola Vespucci a Castellammare

Il Mattino

CASTELLAMMARE - La nave scuola Amerigo Vespucci sosterà oggi a Castellammare di Stabia, dove 80 anni fa è stata varata, e sarà aperta al pubblico in questi orari: dalle 15.00 alle 19.00 e dalle 20.30 alle 22.00.


Il "Vespucci", al comando del capitano di vascello Paolo Giacomo Reale, è nella fase finale della campagna addestrativa estiva a favore degli allievi della prima classe dell'Accademia Navale di Livorno.

Consegnata alla Regia Marina il 26 maggio 1931, entrò in servizio come Nave Scuola il successivo 6 giugno, raggiungendo la gemella Cristoforo Colombo (in realtà leggermente più piccola), di tre anni più "anziana", e costituendo con essa la «Divisione Navi Scuola» al comando dell'ammiraglio Cavagnari.

Martedì 13 Settembre 2011 - 11:24    Ultimo aggiornamento: 11:25




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Ustica, il governo impugnerà la sentenza Bonfietti: così l'Esecutivo distorce i fatti

Il Mattino


Giovanardi: problema è Libia, non ha risposto a rogatorie. I familiari: falso, nemmeno Usa, Francia e altri hanno risposto


ROMA - Il Governo impugnerà la sentenza del tribunale civile di Palermo su Ustica, che condanna i ministeri della Difesa e dei Trasporti a risarcire con 100 milioni di euro i parenti delle vittime. «E' una sentenza inaccettabile che butta a mare 31 anni di processi e perizie - ha detto il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Carlo Giovanardi - È stato dimostrato che non c'era alcun altro aereo in volo quella sera vicino al Dc9 precipitato. Su Ustica il problema vero è la Libia che non ha mai risposto alle rogatorie e ha fatto esplodere due aerei in volo in passato; ma mentre francesi e inglesi hanno fatto un'azione durissima sul regime libico, in Italia sono corsi tutti dietro all'ipotesi di un'aereo francese o americano ed hanno lasciato stare Gheddafi».


Lo stato maggiore dell'Aeronautica intanto chiede «rispetto» per i generali assolti per la vicenda di Ustica dopo la «decisione con la quale il Tribunale di Palermo, nell'ambito del procedimento civile promosso da alcuni familiari delle vittime del disastro aereo di Ustica, ha condannato lo Stato al risarcimento del danno».

L'Aeronautica esprime «incondizionato sostegno al proprio personale» e «prende atto» di questa decisione. «La Forza armata non commenta le decisioni dell'Autorità giudiziaria, ma le rispetta e, qualora non ne condivida i presupposti di fatto e di diritto, si avvale degli strumenti previsti dall'ordinamento giuridico per impugnarle al fine di tutelare compiutamente gli interessi della propria gente».

In questa fase, tuttavia, «l'Aeronautica militare non può non esprimere indignazione per la gravità ed il chiaro intento strumentale di alcune dichiarazioni rese a mezzo stampa che, speculando su una sentenza emessa da un giudice monocratico in sede civile, formulano un giudizio di colpevolezza nei confronti di generali dell'Aeronautica militare i quali, dopo un procedimento penale protrattosi per circa venti anni, sono stati definitivamente assolti in Cassazione con formula piena perchè il fatto non sussiste. Detto personale, che ha atteso per anni silente e rispettoso il corso della giustizia, per vedersi affrancato da ogni responsabilità, non merita giudizi sommari di colpevolezza da parte di quanti, dimostrando mancanza di rispetto verso le istituzioni e nei confronti delle decisioni assunte dalla Magistratura penale, si appellano esclusivamente a sentenze funzionali ai propri interessi, ignorando del tutto quelle che hanno definitivamente prosciolto gli imputati da qualsiasi addebito».

Per Daria Bonfietti è «inaccettabile che Giovanardi continui a distorcere i fatti a nome del Governo». La presidente dell'Associazione tra i familiari delle vittime ha replicato a quanto sostenuto dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio: «C'è una sentenza istruttoria del giudice Priore che risale al 1999 e in base a quella il giudice di Palermo ha detto che i cittadini non sono stati difesi dallo Stato. Anche Giovanardi, invece di disquisire sul giudice monocratico, ne prenda atto. E' una bugia sostenere che solo la Libia non ha risposto alle rogatorie. Alle ultime non hanno risposto Francia, Usa, Belgio e Germania e quando ne abbiamo chiesto conto al Governo quanto non ci ha neppure risposto». Quanto alla prevista impugnazione della sentenza di Palermo, Bonfietti ha replicato «che a Bologna l'Avvocatura dello Stato ha definito legittimo sostenere che l'aereo è stato abbattuto».

Martedì 13 Settembre 2011 - 14:44    Ultimo aggiornamento: 17:11




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Fallaci. Dalla sorella veleno sul centro destra "Pena e vergogna per come viene ricordata"

Libero




Dalla rabbia e l'orgoglio alla pena e la vergogna. A cinque anni dalla sua morte, avvenuta il 15 settembre del 2006 a Firenze, Oriana Fallaci continua a far discutere. Questa volta non per la sua prestigiosa carriera (è stata la prima donna italiana inviata di guerra) né per le sue coraggiose prese di posizione contro Islam e fondamentalismo. No, al centro delle polemiche c'è il suo ricordo. La sorella Paola se la prende direttamente con la stampa "di destra", colpevole a suo dire di deformare la figura della scrittrice e giornalista. "Cinque anni dopo la scomparsa di  Oriana - sottolinea la donna, 73 anni in un'intervista all'Adn Kronos - non c'è solo il dispiacere per la sua perdita ma anche un forte senso di pena per come viene trattata la sua memoria. Non mi piace il personaggio Oriana che è venuto fuori dopo la sua morte. Oriana non era affatto una specie di crociata cristiana contro l'Islam, come viene unicamente presentata. Oggi i suoi grandi meriti di giornalista e scrittrice non le sono riconosciuti".

Strumentalizzazioni e non
- Una Fallaci, insomma, strumentalizzata a uso e consumo di posizioni ideologiche. "Mia sorella - prosegue Paola - ebbe anche una grande intuizione sull'Islam, sul senso di pericolo legato a un certo mondo musulmano, ma certo non le sarebbe piaciuto il  modo in cui sarebbe stata dipinta oggi". Quel che Paola Fallaci non sembra ricordare è che Oriana ha avuto anni di tempo per ribadire e rafforzare i propri convincimenti: tempo speso bene, investito proprio per evitare strumentalizzazioni e pelose citazioni.

Beghe legali - Il ricordo di Oriana da parte della sorella diventa però più intimo quando affronta la Fallaci "segreta", quella quotidiana e non riflessa dai suoi articoli. "C'è un  clima di grande finzione, tutti sono stati suoi amici, tutti hanno qualcosa da raccontare su di lei. Basta che uno sia stato segretario di Oriana per un paio di giorni per sentirsi in dovere di scrivere un libro di 200 pagine. Che pena! Per capire Oriana occorreva una vita, non certo una settimana". E poi Firenze, la sua città: "Si è sempre comportata male verso Oriana. Nemmeno una strada le ha dedicato...". Paola Fallaci preferisce però glissare sulle beghe legali che l'hanno coinvolta lo scorso luglio, quando suo figlio Edoardo Perazzi, erede universale della giornalista, è stato indagato per una presunta firma falsa sul testamento della famosa zia. Le indagini sono partite dopo un esposto in Procura a Firenze presentato dalla stessa Paola. "E' una vicenda sgradevole, della quale non amo parlare. E' abbastanza mediocre che tutto sia finito così. I soldi sono spesso una brutta attrattiva".



13/09/2011




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Giro sul cono del Vesuvio, se le 37 guide «obbligatorie» non si vedono

Corriere del Mezzogiorno


Due turisti denunciano: pagato il ticket ma per un'ora e mezza non abbiamo visto alcun l'accompagnatore




Il ticket d'ingresso al cono del vulcano
Il ticket d'ingresso al cono del vulcano

NAPOLI - Girare con la guida sul gran cono del Vesuvio non è un vezzo ma una necessità. Perciò sul ticket d'ingresso appare scritto a chiare lettere «Nel costo del biglietto è compreso l’accompagnamento obbligatorio da parte delle guide del Presidio permanente vulcano Vesuvio ai sensi della legge 11/1986 della Regione Campania». Ma di guide, nè facoltative nè obbligatorie, due visitatori, un napoletano e un giapponese, l'altro giorno non ne hanno avvistata manco una. Eppure ce ne sono 15 per turno: in tutto ben 37 accompagnatori.


«Arrivati sul Cono non senza difficoltà per la mancanza di una chiara segnaletica - racconta uno dei due turisti, Roberto Paura - paghiamo 8 euro a testa d’ingresso. Nessuno, in verità, ce lo controlla. L’ascesa al Cono, la permanenza e la discesa durano circa un’ora e mezza. Notiamo - prosegue - la presenza di installazioni lungo il percorso dove dovrebbero essere affisse mappe e spiegazioni a uso turistico, vuote e vandalizzate. Mentre scendiamo apprendiamo sgomenti che sul biglietto è scritto che la guida è obbligatoria. Peccato che il bigliettaio non ci abbia detto niente, che non ci fosse nemmeno una guida lungo tutto il percorso e che nessuna delle persone presenti sul Cono fosse accompagnata da una guida». Inutile cercare chiarimenti: la biglietteria alle 17 è chiusa (l'orario estivo, fino alle settimana scorsa, era dalle 9 alle 18).

Che fine ha fatto il servizio? Non si può dar la colpa a scioperi improvvisi visto che le agitazioni per gli stipendi arretrati si sono spente nel novembre scorso. Una delle guide, Cosimo Pompilio, prova a spiegarla così: «Il servizio non è mai stato sospeso negli ultimi giorni. Capita a volte che alcuni turisti non aspettino che si formi un gruppetto. Noi infatti tendiamo a radunare 5-6-7 persone, minimo. È una soluzione che non tutti i visitatori comprendono anche perché in tanti vorrebbero la guida "personalizzata". E poi tutti conoscono il presidio permanente, sano che devono fermarsi lì». In effetti, chi approda per la prima volta al Cono potrebbe esserne all'oscuro se nessun cartello avverte sull'obbligatorietà dell'accompagnatore. «Sì, esiste un problema di cartellonistica, sulle guide e anche sul fatto che di bagni, in cima, non ce ne sono...». Il presidente del parco nazionale del Vesuvio, Ugo Leone, è meravigliato. «Non c'era neanche una guida? Molto strano, ne sono 37. Avventurarsi da soli è pericoloso perciò il servizio non può mai, diciamo così, andare in vacanza. Domani ho un incontro con le guide. chiederò al loro responsabile, Maisto, di questa presunta "sparizione"».


Alessandro Chetta
12 settembre 2011




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Busto di Mussolini sul poster 6x3 «Chiudete la cripta di Predappio»

Corriere del Mezzogiorno

La provocazione artistica di Deva e Picardi: «Tenerla aperta al pubblico è anticostituzionale»



NAPOLI - Chiedono la chiusura della cripta Mussolini a Predappio. E per rendere più esplicita la richiesta hanno fatto stampare e affiggere un enorme poster 6x3 col busto di Benito e la scritta «Nessuna luce mio Duce». Il manifesto campeggia nella centralissima via Marina a Napoli: rimanda alla pagina Facebook che fa capo a Sebastiano Deva e Walter Picardi, due artisti napoletani. Scopo, come spiegano in Rete, è porre fine al pellegrinaggio di nostalgici del fascismo che ogni giorno si recano a Predappio. E dunque chiudere al pubblico la cripta. Secondo i due artisti, la tomba del Duce resterebbe visitabile «in totale spregio alle disposizioni fondamentali della Costituzione Italiana».

BIENNALE - L'installazione è un'opera che rientra nella mostra del Padiglione Italia della Biennale, intitolata Campania Senses, e organizzata negli spazi del Cam, museo d'arte contemporanea di Casoria, diretto da Antonio Manfredi. Che spiega: «Il progetto di Deva e di Picardi è l'espressione visiva di un'esigenza interiore, è la testimonianza di un disagio sociale che parla attraverso una provocazione artistica».

«PENA DI MORTE PER I CAMORRISTI» - Sebastiano Deva non è nuovo a messaggi forti di questo tipo, resi verosimili dall'esposizione in luoghi pubblici. A marzo suscitò un mare di polemiche l'affissione al quartiere Vomero dei manifesti con la scritta «Pena di morte per i camorristi». Si trattava, anche in quel caso, una provocazione artistica ma nel giro di un paio d'ore l'allora sindaco Rosetta Iervolinoordinò alla Elpis, concessionaria comunale, di farli coprire e rimuovere, definendoli «incostituzionali».


Alessandro Chetta
13 settembre 2011




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Pedofilia: vittime degli abusi sessuali denunciano il Papa e il Vaticano

Corriere della sera

L'accusa: «Il Vaticano tollera e permette la sistematica e diffusa protezione» di chi commette molestie sui minori


MILANO - Le vittime di abusi sessuali nella Chiesa della organizzazione statunitense Snap hanno chiesto ufficialmente al Tribunale Penale Internazionale dell'Aia di investigare contro papa Benedetto XVI, il card. Tarcisio Bertone e altri esponenti della gerarchia della Chiesa per stupro, violenza sessuale e tortura. Snap, insieme all'organizzazione per i diritti umani Center for Constitutional Rights (CCR), ha presentato un dettagliato fascicolo al tribunale dell'Aia per dimostrare che il Vaticano «tollera e permette la sistematica e diffusa protezione» di chi commette abusi e molestie su minori in tutto il mondo. Il fascicolo comprende circa 20mila pagine. I rappresentanti statunitensi e europei dell'associazione hanno lanciato per i prossimi giorni un tour europeo che li porterà a toccare le principali capitali del Continente.


Redazione online
13 settembre 2011 14:09



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Per salvare la gamba di Garibaldi ci volle un consesso di luminari

Corriere della sera


Da lui accorsero i migliori chirurghi italiani e stranieri. Eppure l'amputazione sembrava proprio inevitabile



Garibaldi ferito in un dipinto del 1900
Garibaldi ferito
in un dipinto del 1900
MILANO - Agosto 1862, cime dell'Aspromonte; è questo lo scenario di uno dei momenti più delicati dell'Unità d'Italia, ma anche dell'inizio di una vicenda sanitaria ad alta suspense, fortunatamente a lieto fine. Protagonista Giuseppe Garibaldi, ferito nel combattimento con l'esercito piemontese. La battaglia dura appena dieci minuti, ma il Generale rischia seriamente l'amputazione della gamba destra. La storia è nota, meno noto ai più è forse l'ampio schieramento di medici e chirurghi impegnati per salvare l'arto ferito dell'illustre paziente. Il 29 agosto Garibaldi è in Calabria, al comando di un nutrito gruppo di volontari, nel tentativo di completare la sua marcia dalla Sicilia con la conquista di Roma.

L'azione non è gradita al Governo piemontese che affida il compito di fermare i garibaldini al generale genovese Emilio Pallavicini, marchese di Priola, alla guida di circa tremila soldati regolari. Duro lo scontro tra garibaldini e bersaglieri, 12 morti e 34 feriti nei due schieramenti, poi la resa e la cattura di Garibaldi, raggiunto da due pallottole di carabina. Una, all’anca sinistra, lacerava la pelle e il sottocute senza, però, gravi conseguenze. L'altra, dimostratasi poi la più pericolosa, dopo aver bucato il calzone di panno, lo stivale e la calza di lana, si conficcava nel malleolo interno del piede destro.

Garibaldi viene rapidamente soccorso dai chirurghi garibaldini Enrico Albanese, Pietro Ripari e Giuseppe Basile. La ferita al piede non si presenta bene. A paventare per primo il rischio di una temibile gangrena gassosa e della amputazione, è Albanese, già medico di battaglione durante la spedizione dei Mille. Le intuizioni e le scoperte del medico ungherese Ignac Semmelweis e del collega britannico Joseph Lister sulla disinfezione e l'asepsi chirurgica erano ancora da venire. L'amputazione era l’intervento in uso, per bloccare la gangrena nei feriti da arma da fuoco, da eseguire rapidamente, spesso direttamente sul campo di battaglia.

Dominique Jean Larrey, esperto chirurgo militare napoleonico, in soli tre minuti effettuava sul campo un'amputazione di coscia con metodo circolare. Il fatto, data la sua grande esperienza di guerra, è ben noto a Garibaldi, che, rivolgendosi ad Albanese, gli dice: «Se credete necessaria l'amputazione, amputate». Un'evidente tumefazione al malleolo colpisce l'attenzione del chirurgo che, sospettando una ritenzione del proiettile nel piede, esegue un taglio longitudinale di circa tre centimetri, in modo da poter estrarre il proiettile. Ma il tentativo fallisce. Si decide a quel punto di soprassedere a qualsiasi altro intervento, la lesione viene medicata e fasciata e il ferito, adagiato su una barella di fortuna, è imbarcato sulla fregata Duca di Genova, che fa rotta verso La Spezia, sede del carcere di Forte Varignano che allora ospitava circa 250 detenuti, condannati ai lavori forzati.

Al capezzale di Garibaldi vengono chiamati i più illustri clinici e chirurghi dell'epoca: il professor Francesco Rizzoli di Bologna e il professor Luigi Porta di Pavia. Garibaldi ha già invitato i professori Fernando Zanetti di Pisa e Giovanni Battista Prandina, da Chiavari. Presenti anche i dottori Giuseppe Di Negro da Genova e Timoteo Riboli da Torino, che già avevano curato Garibaldi per altre circostanze. L'obiettivo dei medici è ovvio: salvare Garibaldi dall'amputazione. Nei giorni successivi le condizioni cliniche dell'eroe si aggravano: la tumefazione dal malleolo del piede destro interessa anche la gamba, il dolore è più forte, la febbre alta.

La diagnosi, condivisa da tutti i clinici, non ammette dubbi: "ferita da arma da fuoco penetrante nell'articolazione tibio-tarsica, con frattura del malleolo interno, complicata da flemmone per presenza di sospetto corpo estraneo nell'articolazione". La presenza del proiettile nella ferita rimane solo un sospetto senza possibilità di diagnosi oggettiva. I raggi X verranno scoperti, infatti, da Roentgen solo nel 1895 e la prima radiografia in Italia sarà eseguita a Bologna non molto tempo dopo da Augusto Righi.

L'eco del ferimento di Garibaldi supera i confini nazionali. Il 10 settembre, giunge in Italia Richard Partridge, membro del Royal College dei chirurghi di Londra, che ritorna per visitarlo il 31 ottobre, questa volta in compagnia del famoso chirurgo Nikolai Pirogoff da Pietroburgo. Nonostante tanti autorevoli interventi clinici la gamba di Garibaldi continua a peggiorare, tanto che il medico Agostino Bertani evoca di nuovo lo spettro dell'amputazione. Al felice epilogo della vicenda contribuisce l'intuizione del chirurgo napoletano Ferdinando Palasciano che si convince della presenza della pallottola nel piede e consiglia di intervenire al più presto per estrarla. Per l'occasione chiede la consulenza del chirurgo Auguste Nélaton, che giunge da Parigi per visitare Garibaldi, confermando l'ipotesi del proiettile ritenuto. Costretto a rientrare con urgenza in Francia, Nélaton invia ai colleghi in Italia due sondini, di sua invenzione, che terminano con una piccola sfera di porcellana, usati proprio per individuare il proiettili nelle ferite. Introdotta nella ferita, la pallina di porcellana della sonda, a contatto con il piombo del proiettile si annerisce, confermandone la presenza. Il 22 novembre il chirurgo Zanetti pratica nel piede di Garibaldi, ormai in gravi condizioni, un’incisione profonda 4 centimetri ed estrae una pallottola di carabina del peso di 22 grammi. L’amputazione è così definitivamente scongiurata.



Antonio Alfano
13 settembre 2011 08:53



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Un pagliaccio in Parlamento. Barbato, il radical no-global

Libero




Che a Francesco Barbato l'eleganza e il contegno in Aula non importassero granchè lo si sapeva da tempo. L'energico e ruspante deputato di Italia dei Valori, già noto alle cronache parlamentari per baruffe verbali, mezze risse (nel luglio 2010 finì in ospedale per un pugno ricevuto da un collega del Pdl: 15 giorni di prognosi) e iniziative di piazza (capoultrà nei cortei di operai e precari) oggi si è presentato a Montecitorio in tenuta molto casual: capelli ricci lunghi (non una novità), barba incolta, maglioncino morbido a mo' di giacca e, colpo di genio, maglioncino leggero sotto, a sgargianti righe orizzontali. Nel deserto della Camera, un piccolo spettacolo a colori.

13/09/2011




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Rachel Welch crocifissa in bikini dopo 30 anni spunta la foto censurata

La rivelazione sui Kennedy: senza pietà contro Luther King

Libero




C’era proprio un bel giro di sesso e perfidia attorno, e dentro, la Casa Bianca del mito JFK. Sulle sue storie di tradimenti si sa già tutto (o, almeno, crediamo), ma adesso, grazie alle sei ore di intervista esclusiva che la moglie Jackie ha dato allo storico Arthur Schlesinger nel 1964, l’anno successivo all’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, impariamo che il vizietto più classico dei potenti di quel tempo riguardò anche un’altra icona della storia progressista americana. Martin Luther King non aveva solo il nobilissimo sogno di abbattere la segregazione razziale, per il quale pagò con la vita, ma anche aspirazioni più prosaiche, non proprio da libri di storia. Dalle intercettazioni del governo emerge che, nelle parole di Jackie, King era il re dei tradimenti, «un impostore» che organizzava e metteva in essere incontri con donnine compiacenti e amanti varie. E lo diceva una che di fedifraghi se ne intendeva, anche se delle proprie esperienze di moglie tradita non fece il minimo cenno a Schlesinger, che da biografo amico non chiese nulla.

Domani saranno diffusi il libro (Jacqueline Kennedy: Historic Conversations on Life with John F. Kennedy, editore Hiperion) e le cassette con le registrazioni della lunga chiacchierata, e ci sarà materia per gli storici, come ha detto la figlia Caroline presentando l’iniziativa editoriale. Un’iniziativa doverosa nel cinquantenario dell’insediamento di JFK (gennaio 1961) è la motivazione ufficiale di Caroline, ma in realtà il rilascio dell’intervista è il frutto di un compromesso con la Disney, che in cambio cancellò la trasmissione su ABC tv delle miniserie sui “Kennedy’s”, che poi trovò asilo comunque in altri canali. Oggi, su ABC, è in programma un’anticipazione di due ore.

Jackie e John ne hanno per tutti. Parlando del presidente francese Charles de Gaulle lei lo definisce «quell’egomaniaco». Del futuro primo ministro indiano Indira Gandhi lei pensa sia una «acida, insistente, orribile donna». Madame Nhu, cognata del presidente dell’alleato Vietnam del Sud, e Clare Boothe Luce, ex deputata del Congresso Usa, sono accomunate nella frase (oggi) discriminatoria e volgare: «Non mi sorprenderei se fossero due lesbiche». Non si salva neppure Franklyn Delano Roosevelt, il presidente della Grande Recessione, del suo stesso partito: «Ciarlatano è una parola non corretta... ma compì davvero un mucchio di cose per fare effetto».

Il disprezzo politico più esplicito è per il vice Lyndon Johnson. JFK non lo voleva, lo accettò solo perché era lo speaker della Camera. «O mio Dio, ma ti immagini che cosa accadrebbe al Paese se Lyndon fosse presidente?», disse JFK. Profezia che portò male a John e all’America, che si beccò l’escalation in Vietnam. Ma è su Cuba che Jackie scopre i segreti più drammatici. JFK pianse in sua presenza, la testa fra le mani, per la debacle della fallita invasione alla Baia dei Porci. E quando poi scoppiò la crisi dei razzi nucleari russi sull’isola di Castro, il presidente Usa vide davvero vicino il conflitto atomico. «Se qualcosa capita, vogliamo essere qui con te», disse Jackie a John. «Voglio morire con te, e con i figli, piuttosto che vivere senza di te». Una compagna innamorata. Non solo offrì la sua vita quando erano alla Casa Bianca. Si immolò nella parte della perfetta moglie in vita e dopo, a marito morto. Disse che la coppia non litigò mai e che lei si era  impegnata a «creare un clima di affetto e conforto».

Jackie, pur giovanissima, non mancò di dare al marito consigli politici specifici, ma lui, pur ascoltandola e stimandola, non diede seguito ai suggerimenti. Un esempio è nel viaggio che Jackie fece in India e Pakistan nel 1962 con sua sorella. Aveva conosciuto l’ambasciatore degli Usa in Pakistan, Walter McConaughy, e lo giudicò malissimo, scrivendo una lettera al marito: «Che ambasciatore senza speranza è McConaughy per il Pakistan, ci sono tutte le ragioni e i motivi perché sia rimpiazzato». «Mio marito fu colpito dalla lettera», raccontò Jackie a Schlesinger, «la mostrò al segretario di Stato Dean Rusk dicendogli: “Questo è il genere di rapporti che mi aspetto da chi fa le ispezioni nelle ambasciate”». Comunque, l’ambasciatore restò al suo posto fino al 1966.


di Glauco Maggi


13/09/2011




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Scippa un'anziana subito scarcerato Il giudice opta per l'obbligo di firma

Il Giorno


Libero Antonio Battiato, sabato, ha strappato la borsa a un'anziana di 81 anni. Settimana scorsa un'altra scarcerazione lampo per un ladro accusato di un investimento mortale



Tribunale (Pressphoto)



Lodi, 13 settembre 2011



Era stato inseguito da sei persone e arrestato dopo uno scippo messo a segno poco prima in via Sottocorno a Lodi. Ma a distanza di due giorni Antonio Battiato, 37enne originario del Catanzarese ma residente da tempo a Lodi, è già stato rimesso in libertà in attesa del processo a suo carico che si terrà il 28 settembre.
Il giudice infatti, nell’udienza di convalida del fermo di ieri mattina, ha disposto per il giovane, risultato dagli accertamenti incensurato, la sola misura dell’obbligo di firma giornaliero al commissariato.
Già l’8 settembre un altro ladro arrestato a Somaglia dopo un furto in abitazione, il molvavo 18enne Maxim Cavruc, era stato scercerato dal giudice senza alcuna misura aggiuntiva pur essendo imputato in un altro procedimento per omicidio volontario per un investimento mortale avvenuto nel 2009 a Milano durante la fuga a bordo di un’auto rubata.
Lo scippo che ha visto protagonista il 37enne Battiato è avvenuto poco prima delle 13 di sabato, a Lodi. Una signora di 81 anni (C.D.B. le iniziali) stava tornando dall’ospedale quando è stata affiancata in via Sottocorno (in zona Laghi) dal 37enne in bici, che le ha strappato la borsa proseguendo poi la corsa verso via Secondo Cremonesi.
L’anziana ha chiesto aiuto a una coppia di Montanaso, che si è gettata con la la sua auto all’inseguimento. Il tempo di svoltare, e poco dopo i due hanno “placcato” il bandito all’altezza del civico 38. A dargli manforte sono arrivati due ragazzi africani e due italiani dal vicino bar Garda, raggiunti poco dopo anche dall’equipaggio di una volante che ha arrestato l’uomo.
Ieri mattina all’udienza di convalida il giovane ha tentato di giustificarsi dicendo di aver perso da poco il lavoro: «Non so cosa mi sia preso — ha raccontato al giudice — Non ho mai fatto una cosa del genere». Visto il suo status di incensurato il pubblico ministero ha chiesto e ottenuto l’obbligo di firma, in attesa del processo rinviato al 28 settembre.


di Alessandro Gigante




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Picchia la madre e muore, il legale: schiacciato da un agente di 100 chili

Il Messaggero


ROMA - «Un energumeno di oltre 100 chili si è letteralmente seduto su Luigi frantumandogli le costole». Così l'avvocato Antonio Paparo torna a parlare del caso di Luigi Marinelli, il 49enne morto una settimana fa in seguito ad un malore che lo ha colpito dopo una violenta lite con la madre e l'intervento della polizia. Il legale della famiglia, che qualche giorno fa ha parlato di analogie con il caso Aldrovandi, ha anche confermato che nel caso in cui la Procura di Roma non uscisse dall' «impasse» si procederà ad una serie di «iniziative inequivocabili», querele comprese. 

Ad insospettire l'avvocato è anche la scelta del consulente medico-legale al quale è stata affidata l'autopsia. «Non ritengo opportuno affidare l'autopsia di un caso del genere - continua Paparo - ad un consulente che per 10 anni è stato direttore tecnico medico-legale della Polizia di Stato. Quel verbale di autopsia è insoddisfacente. Non possiamo accettare i risultati di quegli esami».

Da piazzale Clodio, dove è stato aperto un fascicolo senza ancora notizie di reato nè indagati,
fanno sapere che eventuali iniziative saranno prese dalla Procura solo tra 60 giorni quando, cioè, saranno resi noti i risultati di una consulenza medico-legale. «Se in settimana non si muoverà qualcosa - conclude l'avvocato Paparo - allora procederemo con le nostre iniziative legali». Intanto si continua a cercare di capire cosa possa essere successo quel tragico lunedì, quando Luigi Marinelli, colto da malore, si è accasciato a terra esanime.

«Luigi aveva una salute di ferro, me lo ha confermato anche il medico di famiglia - sostiene la madre, Francesca Adinolfi -, non ha mai avuto problemi cardiaci o fisici tali da giustificare una morte improvvisa». La donna non riesce a trattenere le lacrime quando prova a ricostruire quanto accaduto una settimana fa. «Appena arrivati a casa - sottolinea -, gli agenti di polizia hanno chiamato immediatamente il 118, lo hanno fatto più volte. Ma l'ambulanza, con lo psichiatra, si è presentata solo un'ora più tardi. Un ritardo risultato fatale, perchè se lo psichiatra fosse intervenuto prima poteva tranquillizzare con qualche farmaco Luigi ed evitare che poi si scontrasse con gli agenti».

«Non riesco a dimenticare il suo sguardo - ricorda -, era steso a terra, non respirava e quegli agenti non sapevano cosa fare, non avevano le chiavi delle manette e non sapevano praticare nè la respirazione bocca a bocca nè il massaggio cardiaco». La signora Francesca, che è anche presidente della consulta dipartimentale per la salute mentale di Roma C, è convinta del ruolo determinante della polizia: «Me l'hanno ammazzato, devono farla finita di maltrattare le persone - è il suo sfogo -, soprattutto quelli con problemi mentali come mio figlio». «Se mai ci sarà un processo - conclude - ho già avuto il sostegno dell'Unasam, l'Unione Nazionale delle Associazioni per la Salute Mentale, che si costituirà parte civile».

Lunedì 12 Settembre 2011 - 19:50    Ultimo aggiornamento: 19:51




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La notte in cui vidi piangere JFK"

La Stampa



Il Presidente kennedy con la moglie Jacqueline e i du efigli in una foto scattata nel 1962

Le confidenze inedite dell'ex First Lady: si teneva la testa tra le mani, dopo la Baia dei Porci

PAOLO MASTROLILLI
INVIATO A NEW YORK

Pianse, tenendosi la testa fra le mani, quando seppe che lo sbarco alla Baia dei Porci di Cuba era fallito. Recitava le preghiere inginocchiato davanti al letto, come un bambino, ma solo per qualche secondo. Metteva il pigiama per fare la pennichella di 45 minuti che si concedeva ogni giorno dopo pranzo. Voleva cacciare il potentissimo capo dell’Fbi Edgar Hoover e sbarrare la strada della Casa Bianca al suo vice, Lyndon Johnson. Si chiedeva se la morte violenta avesse fatto di Lincoln un presidente più popolare. E poi aveva una giovane moglie, Jacqueline, dotata della lingua più appuntita di Washington, che non sopportava Martin Luther King, accusato dall’Fbi di organizzare orge nel suo albergo poco prima del discorso «I have a dream».

Pensavamo di sapere tutto di John Fitzgerald Kennedy, un mito così abusato da sembrare quasi un parente. Dovremo cambiare idea proprio a causa della lingua impertinente di Jackie, che tornerà a parlare stasera. La televisione Abc, infatti, manderà in onda gli estratti di otto ore e mezza di conversazioni che la ex first lady fece con lo storico Arthur Schlesinger pochi mesi dopo l’uccisione del marito a Dallas. Tutto raccolto in un libro che verrà pubblicato domani. È la storia di Camelot che Jacqueline aveva registrato per i posteri, rimasta segreta. Nel cinquantesimo anniversario della presidenza, la figlia Caroline ha deciso di pubblicarla, per sfatare anche i miti su di lei.

È un racconto molto intimo, candido e personale, fatto da una giovane vedova di 34 anni che cerca di ritrovare la sua vita. Spesso in sottofondo si sentono le voci dei figli John e Caroline che giocano. Ad un certo punto il più piccolo, che allora aveva tre anni, si avvicina e viene intervistato anche lui da Schlesinger: «Cosa è successo a tuo padre?». «E’ andato in cielo». «E cosa ricordi di lui?». «Nulla».

La parte politica delle rivelazioni è sorprendente. Kennedy aveva pianto davanti a lei nella camera da letto della Casa Bianca, dopo il fallimento della Baia dei Porci. Quando i sovietici avevano cominciato ad installare i missili a Cuba, aveva chiesto a Jackie di tornare a Washington dalla casa di campagna in Virginia. Lei l’aveva implorato di non mandarla da qualche parte a nascondersi con i bambini: «Se succede qualcosa, voglio morire con te. E anche i bambini». Kennedy era scettico sull’intervento in Vietnam e col fratello Robert voleva deragliare Johnson: «Ti immagini cosa succederebbe al paese, se Lyndon diventasse presidente?». Aveva qualche dubbio anche su Roosevelt: «Chiamarlo ciarlatano sarebbeingiusto, ma ha fatto un sacco di cose discutibili». Aveva deciso di cacciare il capo dell’Fbi Hoover e voleva lanciare la campagna di rielezione nel 1964 con una viaggio storico nell’Urss. Temeva per la sua vita, e una volta aveva chiesto allo storico David Donald: «Lincoln sarebbe stato così grande, se non fosse morto?».

Jacqueline dice che prendeva le sue opinioni da lui e le donne «non dovrebbero fare politica», idea poi cambiata. Ma ci aggiunge di suo: Martin Luther King era un «falso», perché l’Fbi lo aveva intercettato mentre organizzava incontri adulteri con donne; Charles De Gaulle era un «egocentrico»; Indira Gandhi «una donna orribile»; Churchill ormai un rimbambito; e la moglie di Johnson, Lady Bird, «un cagnolino ammaestrato». Spiega che le donne liberal preferiscono Adlai Stevenson a suo marito perché «hanno paura del sesso», e con un sussurro scivola anche nel pettegolezzo: «Non mi sorprenderebbe se Clare Boothe Luce (ex ambasciatrice Usa in Italia) e la cognata del presidente del Sud Vietnam fossero lesbiche». A Washington si fidava solo di Bob Kennedy, il ministro della Difesa McNamara e il consigliere Bundy, mentre «l’uomo più affascinante con cui ho parlato è André Malraux».

Discuteva col marito anche il comportamento degli ambasciatori, demolendo ad esempio l’inviato in Pakistan McConaughy, e ricordava un imbarazzante incontro col dittatore indonesiano Sukarno, molto orgoglioso della sua collezione di dipinti erotici. Era lui che le inculcava le opinioni, o il contrario?

Anche gli aspetti privati si mescolano alla narrazione, inclusi i tremendi mal di schiena. Jackie descrive il suo matrimonio come «terribilmente vittoriano o asiatico», ma professa devozione assoluta per Jack. Rivela che lui pregava come un bambino, forse per superstizione, e quando era a Palm Beach andava a confessarsi in incognito. Ricorda che la sera dell’inauguration era distrutta, e andò al ballo solo grazie ad una pasticca di Dexadrine. Non parla di Dallas, a parte la campagna di odio sui giornali contro il marito, «che ha contribuito ad ucciderlo». Rammenta Camelot come il periodo più bello della sua vita, condiviso però con un uomo che aveva un lato malinconico: «Quando gli domandavo cosa volesse di più dalla vita, rispondeva che rimpiangeva di non essersi diverto abbastanza. Mi addolora soprattutto questo, che i suoi anni migliori fossero quelli che non ha vissuto».




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Henry Kissinger, io e Nixon in ginocchio alla Casa Bianca

La Stampa



Henry Kissinger con il presidente Richard Nixon, di cui è stato Segretario di Stato tra gli Anni Sessanta e Settanta. La foto è stata scattata nel 1973 a bordo dell’aereo presidenziale Air Force One

L'ex Segretario di Stato si racconta a cuore aperto in un'intervista televisiva: i giorni di Washington, la battaglia contro il comunismo, l'apertura alla Cina



MAURIZIO MOLINARI
CORRISPONDENTE DA NEW YORK

“Non partecipo a una gara di popolarità su Google, a questo punto della mia vita devo difendere ciò che ho fatto e ho scritto, anche con un certo fatalismo». La voce è pacata ma la grinta resta quella che lo distingue. Henry Kissinger parla della sua vita come mai fatto prima in un’intervista a National Geographic Channel trasmessa ieri in America e che andrà in onda in Italia sul canale 403 di Sky alle 20,55 del 1° ottobre. Camicia aperta, senza cravatta, occhi vispi e modi bruschi, l’ex Segretario di Stato protagonista della Guerra fredda chiede all’intervistatore «si fermi un attimo per favore», per spiegargli in privato cosa pensa della scaletta delle domande. Quando riprende, si comincia da lontano, perché Kissinger così ha chiesto. Dal titolo della tesi di laurea, per l’esattezza, che era Il significato della storia.

«Un po’ ambizioso per uno studente universitario? Forse, ma a Harvard ero ancora indeciso su cosa avrei fatto nella vita, alle elementari mi piaceva la chimica, anche se poi mi resi conto che il merito era della memoria, poi presi in considerazione di diventare uno scrittore e fu questo che mi suscitò l’interesse per la filosofia e la storia». Ciò si rivelò la genesi «del mio bestseller, intitolato Armi nucleari e politica estera» nel quale sosteneva che gli Stati Uniti avrebbero potuto vincere una guerra nucleare limitata. Diventò «uno scrittore famoso», con tanto di congratulazioni di Richard Nixon che diventato presidente nel 1968 lo invitò nel quartier generale della transizione, all’Hotel Pierre di New York.

«Nixon mi parlò per circa due ore della situazione internazionale, era chiaro che voleva qualcosa ma non sapevo cosa». Una settimana più tardi a chiamarlo fu John Mitchell, uno dei consiglieri più stretti del neopresidente, e «mi chiese se avevo accettato o meno l’incarico». Fu così che diventò consigliere per la sicurezza nazionale instaurando un rapporto unico con Nixon: «Spesso ho pensato che Nixon avrebbe avuto bisogno di Shakespeare per farsi comprendere, perché c’erano tanti differenti Nixon». Era un uomo che «non aveva amici stretti, e io non ero uno di questi, non gli piaceva incontrare nessuno in particolare», forse perché «segnato dai rigetti subiti in tenera età» che lo portavano a «sentirsi di continuo minacciato, era un timido». Se Kissinger riuscì a esercitare su Nixon una forte influenza «fu grazie al fatto che lo chiamavo dieci volte al giorno e lo vedevo ogni volta che potevo». Nel 1969 il pieno coinvolgimento in Vietnam era iniziato da tre anni e «per la prima volta il movimento di protesta era diventato violento, mentre le relazioni con la Cina erano inesistenti, quelle con l’Urss congelate e i sovietici stavano costruendo una base di sottomarini a Cuba».

Kissinger rivive quei momenti: «C’era un problema comunista nel mondo, non era l’immaginazione paranoide di un presidente, eravamo impegnati in una lotta ideologica perché l’Urss era un sistema di valori incompatibile col nostro. Era una lotta di potere con l’Urss. Avevano le truppe in Egitto e rifornivano militarmente il Vietnam. Non potevamo consentire il dominio sovietico sul mondo». In più «c’era la corsa alle armi nucleari, si prevedeva che l’Urss avrebbe avuto più missili strategici di noi». Erano i giorni «in cui si poteva decidere un attacco che avrebbe ucciso 30 o 40 milioni di persone in poche ore: qualcosa che avrebbe significato non vincere una guerra ma creare un mondo nuovo».

Descrivere lo stato d’animo che c’era alla Casa Bianca significa anche ricordare che «la guerra in Vietnam non andava bene perché Lyndon Johnson aveva impegnato 500 mila soldati, e 30 mila erano già morti, senza avere una definizione di vittoria». A non funzionare era «la strategia di infliggergli più dolore possibile per farli negoziare, perché la loro capacità di resistenza era stata sottovalutata». Nixon e Kissinger cambiarono rotta: «Decidemmo di ritirare le truppe garantendo al tempo stesso la sicurezza dell’alleato Vietnam del Sud», ma Hanoi «ci chiedeva di fatto la resa, e per noi era inaccettabile». «Nell’agosto 1969 iniziammo a incontrare i nordvietnamiti, in segreto, a Parigi».

Kissinger ammette che «ero arrivato alla conclusione che con le armi non potevamo vincere, ero a favore dei negoziati e il mio interlocutore era Le Duc Tho, un rivoluzionario tenace e gentile senza esperienza internazionale: il suo compito era spezzare il nostro spirito sfruttando le divisioni in America». Alle prese con una guerra impossibile da vincere e con l’incubo della guerra nucleare, «io e Nixon lavorammo su una strategia per portare la pace nel mondo». Fu la genesi dell’apertura alla Cina: «Mosca e Pechino erano più nemiche che alleate, la nostra strategia fu di includere la Cina negli affari internazionali, farla uscire dall’isolamento, per dare a Mosca altre cose a cui pensare», oltre al fatto che «Pechino avrebbe potuto spingere il Vietnam a fare concessioni».

«Aprimmo alla Cina sulla base dell’interesse nazionale», sottolinea l’ex Segretario di Stato, ricordando il viaggio a Pechino, «quando mi portarono nella Città Proibita, vuota e magica» e vi incontrò Mao «in una stanza disseminata di libri sul pavimento con lui seduto su una semplice sedia». «Da Mao emanava potere, aveva un certo senso dello humour, in qualche maniera minaccioso. Mi disse che negoziare con lui sarebbe stato facile per me perché ogni sua concessione sarebbe durata per mille anni». Se quel viaggio aprì la strada a Nixon e diventò un successo strategico fu «perché venne preparato in segreto, tenendo lontano non solo la stampa ma anche il Dipartimento di Stato di cui Nixon non si fidava».

Il presidente nel 1972 viene rieletto e nel 1973 Kissinger diventa Segretario di Stato, ma a questo punto della ricostruzione l’intervistato fa un passo indietro e parla dell’infanzia a Fürth, in Baviera, del nonno vissuto in un villaggio poco distante e del giorno in cui «andando in bicicletta mi trovai davanti alla scritta “Gli ebrei qui non sono desiderati”». Quando i nazisti arrivano al potere Kissinger ha 9 anni: «Non potevo più andare a scuola e tutti i tedeschi che conoscevamo interruppero i rapporti con noi perché eravamo ebrei: fu uno shock che quasi paralizzò mio padre, mentre mia madre, più pratica, decise che avremmo dovuto lasciare la Germania». Fuggito in America, tornò in Germania con la divisa dell’Us Army, e «l’impatto con l’Olocausto lo ebbi nel Lager di Ahlem: non avevo mai visto nulla di simile, i prigionieri erano in uno stato non umano». «Molti membri della mia famiglia e il 70 per cento dei miei compagni di scuola sono morti nei campi di concentramento, è qualcosa che non si dimentica», ed è per questo che «non vado in giro per il mondo a predicare di essere buoni, ma credo che alcuni valori assoluti non devono essere violati».

L’intervistatore gli chiede a questo punto del golpe militare in Cile, di cui molti gli attribuiscono la regìa. «Fermiamoci per un secondo», chiede Kissinger. E dopo la pausa riprende: «Nel settembre 1970 Salvador Allende faceva campagna presidenziale in Cile, era estremamente legato all’Urss e a Cuba, eravamo preoccupati. Era alla sinistra dei comunisti. Ci dissero che avrebbe vinto le elezioni, così Nixon ordinò alla Cia di fare qualcosa, il piano fallì e Allende fu eletto. Nixon era inferocito. Non facemmo nulla per rovesciarlo ma finanziammo partiti e giornali che aveva soppresso», e quando nel 1973 il golpe di Augusto Pinochet lo rovesciò «noi non c’entrammo nulla, come ogni indagine ha dimostrato».

Ma il «problema fondamentale che rimaneva era l’Urss, con la necessità di ridurre la minaccia della distruzione nucleare: per questo credevo nel dialogo con i sovietici». La possibilità si materializzò «quando Breznev ci invitò nella tenuta di caccia di Sovietpol» e nacque la possibilità del primo summit sul disarmo «dovuta al fatto che Breznev sentiva di perdere il controllo sul massiccio riarmo ordinato». Ad accelerare il summit fu il viaggio di Kissinger a Pechino, e «ciò portò in seguito ad accordi sul disarmo che ricordo come uno dei rari momenti di sollievo».

Restava da chiudere il conflitto in Vietnam, «perché i massicci bombardamenti sul Nord non funzionavano» ma in questa fase si sovrappose lo scandalo Watergate, sul quale Kissinger dice: «Fra il 1970 e il 1971 Nixon era divenuto un maniaco della segretezza, per questo voleva che tutte le conversazioni fossero registrate». La guerra del Kippur nell’ottobre del 1973 «lo colse di sorpresa perché era troppo preso da Watergate, Russia e Cina» e la decisione di correre in soccorso di Israele fu adottata per «impedire una vittoria militare dei sovietici». La spola fra Egitto e Israele riuscì a porre fine al conflitto mentre il Watergate travolgeva Nixon: «L’ultima notte prima delle sue dimissioni alla Casa Bianca eravamo in due, io e lui, sapeva di essersi distrutto da solo e mi domandava dove tutto ciò avrebbe portato. Mentre stavo per uscire mi chiese di inginocchiarmi con lui e di pregare assieme. Cos’altro potevo fare? Fu uno dei momenti più emozionanti della mia vita». È con Gerald Ford presidente che la parabola vietnamita si conclude con la fuga da Saigon: «Mi chiamarono dicendo che l’evacuazione finale era iniziata».

Le ultime parole sono quasi un testamento: «Ho dedicato gran parte della vita a creare un mondo più pacifico, a evitare una guerra catastrofica e ad aiutare l’America a essere stabile».




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