mercoledì 14 settembre 2011

Addio Ometto, l'ex partigiano che non voleva tedeschi nel ristorante

Corriere della sera

Aveva 89 anni. Gestiva una trattoria nel cuore delle cave di marmo. «Come posso servire i discendenti di tanta barbarie?», raccontò nel 2008




MASSA CARRARA - «Qua i tedeschi non entrano». Divenne celebre per questo, Francesco Farsetti, detto Ometto, ex partigiano della Brigata Garibaldi divenuto poi ristoratore che vietava ai turisti tedeschi l'ingresso nella sua trattoria a Bedizzano, nel cuore delle cave di marmo delle Apuane. Farsetti è morto martedì sera a Carrara (Massa Carrara), all'età di 89 anni. «I partigiani delle Apuane, io in testa, fondammo questo ritrovo - disse alla stampa nel 1995 -. E dal 1946 che allontano tutto ciò che sa di tedesco dal locale. Se qualcuno riesce a entrarvi perchè sono impegnato nella semina o a infiascare vino, mi rodo dentro e non ho pace fino a quando non va via. Ma accade di rado, perchè li riconosco al fiuto».

«Ho visto i massacri di gente inerme, compiuti dagli aguzzini delle Ss di Walter Reder, che dalle nostre parti ha combinato sfracelli e orrende rappresaglie - raccontò ancora nel 2008 -. Come posso servire i discendenti di tanta barbarie, i miei morti ammazzati si rivolterebbero nelle fosse comuni dove li avevano scaraventati». Proprio tre anni fa l'unica eccezione, per Digne Meller Marcoviz, fotoreporter di Berlino, anarchica e antinazista dichiarata. I funerali avranno luogo giovedì dalle 15 partendo dalla trattoria con la banda e l'Anpi in prima fila.

14 settembre 2011




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Spoleto, via la patente al capo dei vigili: troppe multe, ora si muove con l'autista

Delitto Olgiata, le prove ignorate Intercettazione del '91 incastra Winston

Camera, altri due vicesegretari. E spende ancora 250mila euro

Libero




Mentre la crisi economica impazza e molte aziende si vedono costrette a ridurre il personale, la Camera dei deputati si appresta a nominare due nuovi vicesegretari generali. Che all’anno percepiscono all’incirca 250 mila euro lordi, più o meno 13.500 euro netti al mese. I vicesegretari solitamente sono cinque, ma due sono stati recentemente nominati al Consiglio di Stato: si tratta di Alessandro Palanza, che già dallo scorso maggio ha lasciato Montecitorio, e Claudio Boccia, che attualmente svolge le funzioni di vicario del segretario generale, Ugo Zampetti. Il quale, visto che i suoi vice sono rimasti in tre (Guido Letta, Francesco Posteraro e Aurelio Speziale), a breve procederà alla nomina di altri due. Pescando, però, sempre all’interno di Montecitorio, tra i capi dei servizi. Tutto perfettamente regolare e legittimo, anche se, forse, in un momento difficile come questo, i vicesegretari sarebbero potuti restare in tre. Visto che si parla sempre di tagli alla casta, il bilancio di Montecitorio si sarebbe risparmiato mezzo milione di euro di stipendi annui. Anche se, se verranno promossi due capi servizio, si tratterebbe di persone che sono già dipendenti della Camera e che percepirebbero solo 500 euro in più al mese.

I vicesegretari generali «svolgono funzioni di coordinamento riferite a settori organici di attività dell’Amministrazione, in virtù di deleghe conferite dal segretario generale», recita il regolamento della Camera. La loro funzione, insieme a quella del segretario generale, è molto delicata perché da una parte aiutano la presidenza nel lavoro d’Aula, dall’altra, insieme ai tre deputati questori, si occupano della gestione amministrativa del Palazzo. Un compito importante che va svolto in rapporto di estrema fiducia con il presidente della Camera. E l’attuale segretario Zampetti deve essere molto capace, visto che, nominato da Luciano Violante, dura dal 1999. Prima il mandato durava sette anni, ma sotto la presidenza Casini si è deciso di eliminare il vincolo di mandato temporale: in pratica il segretario generale dura finché esiste il rapporto di fiducia con la presidenza.

E Zampetti sullo scranno più alto di Montecitorio dopo Violante ha visto passare Casini, Fausto Bertinotti e Gianfranco Fini. Qualche tempo fa la deputata radicale Rita Bernardini ha proposto di la reintroduzione del vincolo di mandato, ma il suo ordine del giorno è stato respinto dall’Aula. Un uomo molto potente, dunque, visto che tra le sue funzioni ci sono quelle di quella di mantenere i rapporti con la presidenza della Repubblica, i ministri e anche i principali organi istituzionali. E anche ben retribuito: il segretario generale percepisce 483 mila euro lordi annui (due mila in meno di quello del Senato, che arriva a 485).

Oggi intanto l'ufficio di presidenza di Montecitorio deciderà sull’applicazione ai deputati del contributo di solidarietà: il 10 per cento per i redditi sopra i 90 mila euro e il 20 sopra i 150 mila. Una decisione in tal senso serve per evitare alla Camera il "vulnus" di vedersi imposto il taglio da un decreto del governo, il che, si sottolinea a Montecitorio, violerebbe il principio di autonomia del Parlamento. Così è la Camera stessa a procedere a una riduzione dell’indennità dei parlamentari su percentuali in linea con quelle della manovra.


di Gianluca Roselli
14/09/2011




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Il balletto osé della sexy barista

Il Resto del Carlino


E’ ormai una celebrità Loredana Zavate, la sexy barista di Cadelbosco accusata di provocare troppo gli avventori del suo locale

E LE NUOVE FOTO



Reggio Emilia, 14 settembre 2011



LA SUA FOTO è in bell’evidenza, sulla prima pagina del Carlino Reggio, su uno dei tavolini del Lory Pinky Bar. Ma ieri mattina, all’arrivo nel piccolo locale pubblico annesso alla stazione di servizio Agip, sull’ex Statale 63 tra Zurco e Cadelbosco Sotto, sono numerosi i clienti che già sanno della «barista sexy». E quei pochi che non sanno, si affrettano a leggere. Anche se immaginano subito il motivo dell’interesse giornalistico verso la giovane e graziosa titolare del bar.

GABRIELA Loredana Zavate, conosciuta da tutti come la Lory, non si scompone: «Sì, sono sul giornale – avverte sorridendo i clienti – ma non per cose brutte. Non ho mica ucciso nessuno, eh…». E giù a ricevere complimenti dagli avventori mentre lei, sempre ballando e ancheggiando in uno dei suoi vestitini tutt’altro che castigati, continua a servire caffè, cappuccini, brioche, erbazzone e panini.




NEL VIAVAI di clienti si discute del «caso-Lory». Che dopo l’articolo di ieri del Carlino, ha portato a Cadelbosco anche i Tg nazionali di Mediaset. Balza all’attenzione la petizione che sarebbe organizzata in paese da un gruppo di cittadini – soprattutto donne – che non gradisce il modo di fare un po’ troppo sexy nel suo bar.  «Lory – dicono in coro i clienti – non fa male a nessuno. Questa è gelosia vera e propria. E’ invidia di qualcuno. Se non va oltre i limiti della decenza, lei può atteggiarsi come vuole. Può proporsi come vuole nel suo locale. Sta poi ai clienti scegliere se andarci oppure no».

E LA LORY? Beh, lei ascolta i pareri e continua a sorridere mentre, velocissima, prepara caffè e serve i clienti al bancone. Sotto sotto, nonostante tutto, è un po’ timida e la situazione probabilmente la imbarazza.

«MA DAI, non faccio nulla di male. Sono allegra e – aggiunge – quando sento la musica desidero ballare, ovunque mi trovi. Sorrido a tutti, cerco di essere gentile. Qualche volta arrivano persone tristi, che hanno dei problemi. Con gentilezza e allegria cerco di metterli a loro agio. E così escono contenti dal mio bar. E’ bello rallegrare le persone. E qualche volta basta un sorriso e un saluto cordiale per riuscirci…».




NELLA ZONA altri bar sono gestiti da bariste donne. Loro cosa ne pensano del caso Lory? «Il suo atteggiamento coi clienti? Mi lascia indifferente. Nel senso che non mi dà fastidio. A me – dice Arianna Steccato, titolare dell’Extyn Bar – non porta certo via clientela. Per il resto, può fare ciò che vuole…». Dal vicino bar Chiduche, sempre a Cadelbosco, uno dei gestori, Simona Mazzieri, non condanna certo la collega: «A me non crea nessun problema. E’ libera di fare ciò che vuole. Finchè non commette dei reati può comportarsi come meglio crede».

IN ZONA è attivo anche lo Snack Bar, lungo la l’ex Statale per Gualtieri: «Forse il suo – dice il gestore, Pia Mora – è più un comportamento da banconista di locali notturni che di un normale bar. Ma se ai suoi clienti ciò fa piacere, lei fa bene a continuare così. Le donne che protestano? Beh, farebbero meglio a tener più sotto controllo i mariti invece di prendersela con quella ragazza. Dopotutto lei non fa mica il servizio di barista a domicilio. Lei sta nel suo locale e sono i clienti che vanno da lei…».



PROPRIO accanto al bar di Lory è aperta la stazione di servizio Agip. Qui lavora anche una ragazza, Alla: «La convivenza con Lory non ci crea alcun problema. A me personalmente non porta alcun fastidio il suo modo di comportarsi con la gente e il suo modo di vestirsi. Non ci trovo nessuno scandalo».

di ANTONIO LECCI




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La Francia riscopre il Vallo della vergogna

Corriere della sera

Aumenta l'interesse per le fortificazioni tedesche anti-invasione, finora simbolo di un passato da dimenticare




MILANO - Il Vallo Atlantico risorge dalle sabbie della storia. Il merito (ma in Francia non tutti concordano) è di alcuni appassionati che hanno deciso di recuperare parte dell’imponente struttura difensiva creata da Hitler di fronte all’Inghilterra. La chilometrica sequenza di bunker e postazioni d’artiglieria doveva scoraggiare le incursioni inglesi, lungo una linea che andava dal confine spagnolo alla Norvegia. La parte francese era la più consistente: 1.287 km di fortificazioni, tuttora visibili in diversi punti, ma per lungo tempo abbandonate alle ingiurie del tempo. La cattiva coscienza nazionale per quasi 70 anni le ha confinate in un angolo nascosto della memoria collettiva. Molte di queste strutture sono state costruite con l’appoggio del governo di Vichy e con l’aiuto forzato delle popolazioni locali. E quindi rappresentano il segno dell’umiliazione francese. Ricoperte dalla sabbia, dalle erbacce e dal mare che in alcuni tratti ha risalito la costa, da qualche anno sono però oggetto del pellegrinaggio turistico. Alimentato da quei francesi che vorrebbero recuperarle come testimonianza, e monito, della guerra.

L’OPERA DEI VOLONTARI - Il restauro è curato dalle associazioni di volontari. La più celebre è quella di Arcachon, la Gramasa, che organizza anche escursioni subacquee sui resti coperti dal mare. Proprio il fondatore Marc Mentel ha rivelato in un’intervista alla Bbc questo nuovo interesse dei suoi connazionali: «E' un movimento d’opinione cresciuto rapidamente negli ultimi tre, quattro anni». Un cambiamento dettato da un clima diverso. «In passato il Vallo era il simbolo delle sofferenze e dei cattivi ricordi di noi francesi - continua Mentel -. Oggi la gente viene da noi per saperne di più». Il tempo sembra aver curato le ferite della memoria e le nuove generazioni sono aperte al confronto con il passato. «E’ stata la stessa cosa per me - rivela Mentel -. Fino alla morte di mio padre, un ex prigioniero di guerra, non avrei potuto realizzare un simile progetto».
LA ZONA DI ARCACHON - I membri dell’associazione passano i fine settimana a pulire e a restaurare i bunker nei dintorni della baia di Arcachon, un’area altrimenti famosa per le ostriche, le foreste di pini e le gigantesche dune di sabbia. La zona era troppo a sud per uno sbarco alleato, ciò nonostante i tedeschi hanno realizzato un complesso sistema a difesa della baia. Molte costruzioni costruite sulla spiaggia sono finite coperte dalla sabbia e dal mare. Altre, quelle riservate ai cannoni, sono più in alto, relativamente intatte. I lavori hanno portato alla luce le mimetizzazioni originali e persino alcuni murales dipinti dai soldati tedeschi. Molte di queste casematte sono però minacciate dall’espansione urbanistica che stringe d’assedio i siti dove sono state costruite. «Il problema- sottolinea il fondatore di Gramasa – è una visione distorta della nostra storia. Perché a nessuno vorrebbe in mente di danneggiare un castello medievale. Ciò che sta invece succedendo al Vallo Atlantico, un simbolo della nostra storia più recente». Per molti francesi dovrebbe essere tutelato come un monumento nazionale. Ma quale governo accetterà di salvaguardare un emblema del disonore nazionale?



Paolo Lorenzi
14 settembre 2011 14:33



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Manovra, adesso la Fiom detta la linea al Colle: "Non firmi l'articolo 8"

di


Il sindacato tira per la giacca il capo dello Stato: "E' in contrasto con i principi costituzionali". Ma il Quirinale: "Non conoscono i poteri del Presidente". E anche l'Unità critica la mossa




Roma - La polemica sull'articolo 8 della manovra continua. E adesso bussa dritta dritta alle porte del Quirinale. "Sollecitiamo il garante della nostra Carta Costituzionale a non firmare una legge in contrasto con i principi costituzionali, specialmente nella parte dell'articolo 8 che è un attentato ai diritti dei lavoratorie delle lavoratrici", firmato Maurizio Landini, segretario generale Fiom. Dunque il postino che è arrivato al Quirinale era in tuta blu e con l'intenzione di dettare la linea al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Peccato però che la richiesta di Landini è stata rispedita al mittente con tanto di stupore da parte del Colle.
"Soprprende che da parte di una figura di rilievo del movimento sindacale si rivolgano al presidente della repubblica richieste che denotano un'evidente scarsa consapevolezza dei poteri e delle responsabilità del capo dello Stato", questa la secca risposta del Quirinale. Landini a quanto pare farebbe bene a ripassare qualche manuale di diritto pubblico prima di prendere in mano carta e penna.
Poi bisogna aggiungere che ieri tutta l'opposizione ha votato no ai conflitti di costituzionalità della manovra. E, inoltre, proprio ieri è arrivato il plauso dell'amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne, alla manovra e soprattutto all'articolo 8 che secondo l'ad del Lingotto aiuterà non solo l'azienda torinese, ma tutta l'industria italiana. Landini questa volta ha sbagliato proprio bersaglio, facendosi dare anche dell'incomopetente dal Colle.
A sinistra la confusione sulle posizioni da adottare sulla manovra regna sovrana. La stessa Unità bacchetta la Fiom:"Nelle ore in cui la finanziaria va verso l'approvazione e l'Italia ha gli occhi dei mercati e dell'Europa puntati addosso è arrivata al Quirinale  la lettera di Landini". E dalle parole del quotidiano di Caludio Sardo la"missiva" della Fiom sembra essere definita come inopportuna, soprattutto per la tempistica.
In questo momento la cosa che conta è fare presto. Lasciando da parte lettere e richieste soprattutto quando queste le si fanno alla persona sbagliata. Dopo il voto di oggi, e quando la manovra sarà legge a Landini non resta che ripassare il diritto costituzionale per non sbagliare, magari ce ne fosse bisogno un'altra volta, il destinatrio da scrivere sulle sue lettere.




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Moni Ovadia e i tiromancino. La scuola secondo i compagni

Libero




La letteratura incide sul destino dei nostri figli. Fiero di questa considerazione, nella mia folle parentesi scolastica proposi quanto segue: e se partissimo dal dolore degli studenti? Se si discute di amore, a esempio, pare ovvio partire da Platone, sterzare verso Agostino e Dante, procurarci Goethe e Baudelaire, approdare a Manzoni, Leopardi, Montale. Quanto più la domanda del ragazzo è profonda, tanto meglio riusciremo, insieme, a sarchiare la storia della letteratura. In sintesi: alla fine dell’anno, rispettando le direttive ministeriali, ogni classe avrà partorito una propria antologia scolastica, incarnata sulla propria pelle. I prof mi guardarono dandomi del pazzo.

Ora, girovagando per siti che propongono nuove antologie di letteratura (la scusa della Riforma Gelmini produce una malsana idea della novità, abile stratagemma per far sborsare soldi ai genitori), trovo la risposta ai miei desideri. La Palumbo Editore (www.palumboeditore.it) spinge con fierezza la nuova Storia e antologia della letteratura italiana (per la scuola secondaria superiore) LiberaMente, che propone la «necessità di un rapporto libero e spregiudicato con i testi letterari» e «si prefigge lo scopo di fare della letteratura un campo vivo e aperto di interesse e scoperte, capace di dialogare con il presente e le sue questioni».

Critico comunista - Il lavoro ha la supervisione del critico letterario Romano Luperini, dalle note simpatie a sinistra (cofondatore della Lega dei Comunisti, che sfocerà in Democrazia Proletaria). LiberaMente è articolata in tre volumi, la cura è affidata a sei autori, tra cui spicca il nome di Roberto Saviano («Il più brillante e profondo fra i giovani intellettuali e scrittori italiani», parola dell’editore).
Stuzzicato e preso al lazo come il più tonto dei torelli, guardo nelle viscere dell’antologia. Il percorso laterale “Dentro Dante” comincia a insospettirmi: nel club sono radunati interventi di Roberto Benigni (ormai dantista ad honorem), Gherardo Colombo, Lella Costa, Moni Ovadia, Piergiorgio Odifreddi. Insomma, tutta gente con simpatie politiche spiccate e piuttosto a sinistra.

Per carità, non voglio ripiombare nelle consuete, banali inchieste sui libri scolastici politicizzati. Tra l’altro, è una provocazione che titilla l’egocentrismo dei giornalisti, mica la mente dei ragazzi, troppo lontani dall’acribia politica dei quotidiani e ancora sani. Piuttosto che nelle antologie, bisognerebbe guardare nelle menti dei professori che “formano” le menti dei nostri figli.

Rientro nel libro. LiberaMente ha come “punti di forza” la leggerezza e la semplificazione, «così da venire incontro anche agli studenti in difficoltà», sponsorizzando dunque la consueta didattica per i poverelli del mondo. Ci diciamo una volta per tutte che il Liceo è una scuola difficile che chiede un addestramento complesso? Tra l’altro, fossi uno studente, mi offenderei di fronte a chi vuole elemosinarmi sapienza, trattandomi come un cretino. Ulteriore punto di forza sono le schede, tra cui spicca “Passato e presente”, «che stabilisce attualizzazioni fra il nostro mondo e quello che è oggetto di studio».

Riguardo al contemporaneo non si va oltre Umberto Eco, Erri De Luca, Aldo Nove,  Antonio Tabucchi, Niccolò Ammaniti e Tiziano Scarpa. L’antologia muore, come da consuetudine politica (ci si predispone al post-Berlusconi) sul Mistero buffo di Dario Fo. Ma ci sono anche i cantanti, i Tiromancino (che dialogano con I malavoglia di Verga!), Francesco Guccini (avvicinato a Marco Polo), Lucio Dalla (compagno di camera di Cavalcanti), Vinicio Capossela (messo in scaffale tra Wilde, Nietzsche e Van Gogh).

Le schede, inoltre, scatenano le più articolate ambiguità.  Vi faccio qualche esempio. A Pico della Mirandola è affiancato un articolo sul “Libero arbitrio secondo Beppe Grillo”; a Verga l’appunto “Educazione alla lentezza di Slow Food”. Pascoli è trattato a pesci in faccia, tra “L’incredibile successo di Harry Potter e i piccoli maghi tra di noi” (associato alla poetica del “fanciullino”!) e le “Lezioni semiserie di Beppe Severgnini”.

Goethe e i No Tav - Nel secondo volume si assiste a una schizofrenia assoluta: al Faust di Goethe è incorporato l’articolo “Gli abitanti della Val di Susa contro l’alta velocità”; Il giorno del Parini viene abbattuto con “La lunga carica dei bananeros in Nicaragua” e “La nobiltà del nuovo millennio: il caso di Paris Hilton”. Non va meglio al pirotecnico Ugo Foscolo, che da solo, evidentemente, è nulla: gli hanno affibbiato un articolo su Saddam Hussein e uno sul caso dei Savoia.

Il rischio è che la ricerca dell’attualità assoluta renda un’antologia scolastica vana quanto questo articolo. Ma soprattutto, ai ragazzi passa il concetto che tutto è uguale alla prima cosa che mi viene in mente. Viene, cioè, totalmente a mancare qualsiasi criterio di giudizio e di rango. E invece solo riconoscendo che una cosa è infinitamente più grande di me ritengo necessario studiarla. Così l’arte, piuttosto che in una dimensione conoscitiva, vive nella terra dell’opinabile e dell’ovvio: è utile fintantoché risponde alle urgenze del quotidiano. Per cui, cosa ce ne importa?


di Davide Brullo

14/09/2011




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Assalto finale dei pm. Vogliono arrestare Silvio

Libero




Il succo è questo: almeno la metà delle Procure italiane vuole arrestare Silvio Berlusconi. Il procuratore capo di Napoli Giovandomenico Lepore martedì ha sbottato A Radio 24 paventando l’eventualità di un "accompagnamento coatto del premier", qualora non si fosse presentato entro domenica davanti agli inquirenti che indagano sulle presunte estorsioni di Gianpaolo Tarantini e Valter Lavitola ai danni dello stesso Berlusconi. Ironia della sorte: la caccia al Cav dura da almeno 15 anni e potrebbe concretizzarsi proprio nel processo in cui non è imputato ma parte lesa. Anche per questo la reazione del premier è stizzita, di pancia: "Io non ci vado, non li voglio vedere. Quelli stanno cercando di incastrarmi". Alle 12.30 Berlusconi salirà al Quirinale per parlare con il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Parlerà, naturalmente, della manovra vicina al varo definitivo, ma ci sarà tempo anche per chiarimenti sul "braccio di ferro" con la magistratura.

Silvio non ci sta - L'azione è in grande stile. Il legale di Berlusconi, Nicolà Ghedini, è stato ascoltato dagli inquirenti fino a sera. "Non mi sono mai occupato della contabilità personale del presidente Berlusconi", ha spiegato l'avvocato e deputato Pdl. "E' fisiologico che un avvocato penalista possa essere avvisato dal proprio cliente di una richiesta estorsiva. Così non è stato, ma anche  se tale notizia mi fosse stata comunicata, non sarebbe nulla di illecito o di deontologicamente scorretto". E nell'attesa che si compia la verifica sulle audizioni dei legali di Tarantini Nicola Quaranta e Giorgio Perroni annunciata dal ministro della Giustizia Nitto Palma, al Cav non resta che resistere. Non gl va giù l’ultimatum della Procura sulle date (dal 15 al 18 settembre). E' un forzatura che lascia allibito il capo del governo: "Non c’è nessun rispetto. Non dico per la mia persona, ma per la Presidenza del Consiglio che io rappresento". Martedì il legittimo impedimento (il mini tour europeo tra Strasburgo e Bruxelles") ha "salvato" il presidente del Consiglio dall'audizione a Napoli.

Flagranza di reato - In realtà la Procura di Napoli ha uno strumento spuntato per convincere Berlusconi a comparire. Essendo il premier deputato, è necessaria l’autorizzazione della Camera per l'invito a comparire. Tempi lunghi: la pratica va prima esaminata in Giunta per le autorizzazioni e poi votata dal plenum. Insomma, se ne può andar via anche più di un mese. Possibile la mediazione del Quirinale. Secondo Repubblica, il premier si presenterà (o si farà ascoltare) dai pm giovedì o venerdì prossimo. Tutto finito? No, forse solo iniziato. Perché una volta "sotto torchio" da teste, Berlusconi dovrà dire tutto quello che sa sul caso Tarantini. Se esita o si mostra reticente rischia le manette immediate per "flagranza di reato" (senza passare, dunque, dall'autorizzazione a procedere"). E' la legge, non fantapolitica. Come se non bastasse, c’è Milano: martedì c'è stato il vertice a Palazzo di giustizia sul caso Ruby. Le toghe milanesi devono decidere come rispondere al conflitto di attribuzione sollevato dalla Camera. E' corsa tra Procure.
14/09/2011




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Così l'Italia regala 3,5 miliardi ai finti lavoratori del sud

Libero




Sono arrivati. Puntuali come un orologio svizzero, come ormai accade dal 1984. Ci sarà stata la tempesta finanziaria, c’è la manovra lacrime e sangue che prova a tenerla buona senza grandi successi, ma anche in questo turbolento settembre 2011 piovono 110 milioni di euro sui comuni di Napoli (che fa la parte del leone) e Palermo.

Il decretino porta la data del primo settembre e anche la firma del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. Nel testo appena trasmesso in Senato in calce c’è anche indicato “Il presidente del Consiglio dei ministri”, ma la casella è vuota, perché al momento Silvio Berlusconi non ha trovato ancora il tempo e il coraggio per firmarlo. Quei 110 milioni di euro servono a pagare i “lavoratori socialmente utili” che vengono impiegati dal Comune di Napoli spesso come aiuto per pulire le strade e levare la spazzatura e da quello di Palermo per controllare e proteggere i propri beni culturali anche attraverso l’impiego di cooperative di ex detenuti o di lavoratori socialmente utili. Così almeno sostengono le varie leggi che sono all’origine di questi finanziamenti.

Scorrendo i vari provvedimenti che ogni anno vengono infilati come emendamento a qualche leggina (normalmente la finanziaria, ma anche il mille proroghe), dal 1984 ad oggi prima in lire e ora in euro sono piovuti a Napoli e Palermo qualcosa come 3 miliardi e mezzo di euro per impiegare ed eventualmente stabilizzare i precari cittadini. Quando le norme sono nate, dovevano essere provvisorie: servivano a dare un lavoro temporaneo ai dipendenti della Gepi che prima era in ristrutturazione e poi sarebbe chiusa.

Poi ad ogni giro di cassa integrazione, sono diventati lavoratori socialmente utili anche quelli di aziende temporaneamente in crisi, come quelli di aziende fallite. Nel gruppone sono passati ad esempio i lavoratori dell’Olivetti all’epoca finale di Carlo De Benedetti, come quelli dei settori che entravano di anno in anno in crisi (siderurgia, cantieristica, etc…). Era gente senza lavoro e magari con famiglie a carico, chiara l’emergenza. Così nel 1984 cominciarono ad arrivare 40 e poi 90 miliardi di vecchie lire solo per Napoli.

Con un’altra leggina sui beni culturali si aggiunse Palermo cui andò metà della cifra. Fin da subito si capì che i lavoratori socialmente utili sarebbero diventati un comparto parallelo della pubblica amministrazione. Perché andava così: contratti rinnovabili fino a un massimo di tre anni, poi quelli facevano causa all’ente pubblico e il comune di Napoli o quello di Palermo li doveva assumere. Anche perché se dicevano di no, quelli scendevano subito in piazza e montavano una cagnara occupando il municipio o qualche assessorato.

Intere cooperative di lavoratori socialmente utili (che essendo in forma societaria non avrebbero vinto la causa) si sono sciolte e i loro soci sono diventati dipendenti delle municipalizzate. I soldi arrivavano puntualissimi ogni anno. Talvolta anche con integrazione supplementare come accadde nel 1998 (40 miliardi di lire extra in aggiunta ai 150 già stanziati dalla finanziaria). Certo, ci voleva l’emergenza lavoro che a Napoli e Palermo non mancava mai. Però chissà perché, nonostante tutti quei fondi a pioggia i giovani disoccupati napoletani rifiutavano i lavori socialmente utili. Se ne accorse fin dai primi anni Tiziano Treu, piuttosto meravigliato.

Fu così che per non interrompere il flusso magico dei fondi nel 1995 al sindaco di Napoli Antonio Bassolino venne un’idea-bomba: impieghiamo nei lavori socialmente utili del comune anche i cassaintegrati, che prenderanno sì lo stipendio, ma non sanno che fare da mattino a sera e bighellonano per la città. Il 28 luglio 1995 il Comune di Napoli annunciò l’assunzione di 5.600 cassintegrati come lavoratori socialmente utili del comune: 1.327 andarono a fare la raccolta rifiuti, con i risultati che negli anni si sono ben visti. Con i cassintegrati dentro l’emergenza non sarebbe mai finita, ecco l’uovo di Colombo!

Se si guarda il testo del nuovo dpcm Tremonti-Berlusconi, si capisce tutto. Il testo è un capolavoro di ipocrisia legislativa. Fin dal titolo: “schema di dpcm relativo alla ripartizione delle risorse previste dall’ultima voce dell’elenco 1 allegato alla legge 13 dicembre 2010, n. 220”. Che si capisce? Nulla, naturalmente. Il decreto divide poi 237,5 milioni di fondi. Di questi 103 vanno a rimborsare parzialmente i libri di testo scolastici. Altri 4,5 milioni servono a finanziare “eventi celebrativi di carattere internazionale”, non specificati. Ancora 19 milioni di euro “sono utilizzati per la proroga delle attività di cui all’articolo 9, comma 15 bis del decreto legge 31 maggio 2010 n. 78”.

Uno sgrana gli occhi e dice “boh? che sarà?”. Se prende quel decreto del 2010, rimanda ad altro comma di altro decreto precedente... Così fino a una legge del 1997: da 14 anni quei 19 milioni sono i fondi per i bidelli precari da stabilizzare. Infine, eccoli lì i 110 milioni di euro per i lavoratori socialmente utili. Che non vengono nemmeno nominati: i soldi sono stanziati per le finalità “di cui all’articolo 3 del decreto legge 25 marzo 1997, n.67”. Che naturalmente rimanda ad altro articolo ed altro comma di legge precedente, che rimanda… Inutile annoiare il lettore: soldi per i precari. Anzi, per farli restare precari. Da 27 anni.


di Franco Bechis





14/09/2011




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E' morto Walter Bonatti

Corriere della sera

Scompare a 81 anni una delle più grandi leggende dell'alpinismo italiano e mondiale



MILANO - L'Italia dice addio ad una leggenda dell'alpinismo: è morto Walter Bonatti. Lo riferisce in una nota l'editore Baldini Castoldi Dalai. La salma sarà trasportata a Lecco dove sabato e domenica verrà allestita la camera ardente. Scalatore, giornalista e scrittore di fama, Bonatti aveva 81 anni.



Redazione Online
14 settembre 2011 10:22



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Il no di D'Alema alle nozze gay Concia: corbellerie da Pci . E lui si scusa

Corriere della sera

Il presidente del Copasir: «È stato un equivoco»


MILANO - Alla festa dell'Unità di Ostia, il 9 settembre, D'Alema rivendica il «compromesso ragionevole» trovato dal governo Prodi con i Pacs ma si dice contrario al matrimonio gay. Il video della festa viene rilanciato ieri da YouTube: «Il matrimonio, come previsto dalla Costituzione - diceva D'Alema - è l'unione tra uomo e donna, finalizzata alla procreazione».


LE POLEMICHE NEL PARTITO - «Le organizzazioni serie degli omosessuali - ha proseguito l'ex premier - non hanno mai rivendicato di volersi sposare in Chiesa, ma hanno chiesto di vedersi riconosciuti diritti come eredità e assistenza. Per una parte importante di questo paese il matrimonio è un sacramento». Dura la reazione dell'Arcigay: «Affermazioni talmente rozze da risultare incredibili». Netta anche Paola Concia, parlamentare lesbica: «Corbellerie da Pci». Ieri il presidente del Copasir ha recitato il mea culpa : «Chiedo scusa se ci sono stati riferimenti rozzi al dettato costituzionale e se ho creato un equivoco: non ho mai inteso dire che la Carta proibisce il matrimonio gay, cosa che per altro non urta in nulla la mia sensibilità. Il Pd sta elaborando una proposta per allargare i loro diritti e non è corretto che io dall'esterno li bombardi mentre discutono. Siamo l'unico partito italiano che lo fa. E siamo un partito complesso».

14 settembre 2011 08:27

Queste le tasse più odiate il canone Rai è in testa alla lista

Corriere della sera

Studio dell'Anci: giudizio positivo sull'Ici. Per il Nord Est «imposte doverose»



ROMA - Tagliare le tasse: un'autentica ossessione, per Silvio Berlusconi. Si è sfibrato, a forza di promesse, ma non c'è mai riuscito. E pensare che l'aveva quasi scoperto, il segreto per garantirsi, tasse o non tasse, il consenso popolare a vita. È successo a marzo del 2008, poco prima delle elezioni politiche, quando ventilò, lui che ha in mano il gruppo televisivo concorrente, l'ipotesi di abolire il canone della Rai. Cioè l'imposta più odiata dagli italiani.

Lo dice adesso un sondaggio appena sfornato dall'Ifel, il centro studio dell'Anci, l'associazione dei Comuni, in collaborazione con la Swg. Il 45,5% delle 8 mila persone che hanno risposto alle domande degli intervistatori considera il canone pagato alla tivù pubblica l'imposta assolutamente meno digeribile. Tre volte più insopportabile perfino del bollo auto, saldamente al secondo posto, con il 14,2%, fra le imposte meno popolari: e anche qui il Cavaliere l'aveva azzeccata, quando aveva promesso durante l'ultima campagna elettorale di abolire la tassa patrimoniale sui veicoli. Peccato soltanto che anche quella promessa non sia mai stata realizzata.

Dove invece, stando sempre al sondaggio Ifel-Swg, Berlusconi avrebbe toppato, è sull'abolizione dell'Ici. Soltanto il 6,4% ritiene l'imposta comunale sugli immobili la tassa peggiore del nostro sistema fiscale: una quota ancora inferiore rispetto a chi assegna la maglia nera all'Iva (9,1%) e all'Irpef (7,5%).

Ma i giudizi sull'Ici non sono l'unica sorpresa del sondaggio. La più clamorosa è certamente quella riguardante la considerazione complessiva dei tributi, che ribalta completamente il luogo comune secondo il quale gli italiani nutrirebbero un'avversione naturale per il Fisco. Se per l'ex ministro dell'Economia Tommaso Padoa-Schioppa le tasse erano «bellissime», addirittura il 65% dei partecipanti al sondaggio ritiene che siano un dovere civico (31,6%) o uno «strumento di equità che garantisce servizi a tutti i cittadini» (33,4%).

E il bello è che le percentuali più alte si registrano proprio nel Nord Est, ritenuto probabilmente a torto il cuore pulsante della rivolta fiscale. Complessivamente il 68,8%, con il record nazionale assoluto di chi ritiene le imposte un «dovere civico» (36,4%) e il valore fra i più bassi di quanti invece le giudicano «uno strumento vessatorio in mano allo Stato»: 29,3%, percentuale di oltre otto punti inferiore a quella riscontrata in Sicilia e Sardegna (37,7%).

Ciò non toglie che per l'80,3% degli intervistati il nostro sistema fiscale favorisce l'evasione. Un cancro che per il 66,7% degli italiani è da estirpare, risposta che presenta punte del 70,3% al Centro e del 69,6% al Nord Ovest. Commenta il segretario generale dell'Anci Angelo Rughetti: «Significa che ne hanno conoscenza in qualche modo diretta. Se si consentisse a ciascuno di scaricare le fatture, innescando il conflitto d'interessi, credo che il recupero delle somme evase avrebbe una velocità molto maggiore rispetto a quella di misure anche apparentemente più drastiche come quelle contenute nella manovra».

E veniamo al capitolo degli sprechi. Alla domanda «qual è l'istituzione che spende meglio i vostri soldi?» il 26,8% ha risposto «il Comune». È il valore più elevato in assoluto, anche se in diminuzione di 3,8 punti rispetto a un analogo sondaggio del 2008. «La Regione» non è andata oltre il 14,6%, contro il 12,7% di consensi dell'Unione Europea, il 6,7% della Provincia e appena il 5,5% dello Stato centrale.

Conferma, per Rughetti, che «nella generale frattura fra società civile e istituzioni l'unico rapporto che si mantiene saldo è con i Comuni. La prova è che la maggioranza degli intervistati, a precisa domanda, dichiara che preferisce pagare le tasse al suo municipio». La percentuale maggiore, tuttavia, è quella di chi ha manifestato assoluta sfiducia nei confronti di tutti, dallo Stato al Comune: per il 29,8% degli interpellati nessuno spende bene i soldi pubblici. Tre anni fa non si andava oltre il 22,5%.

Sarà per questo che nemmeno il rapporto fra gli italiani e il federalismo è così avvincente come credono invece i politici? Fatto sta che fra le riforme considerate «prioritarie» per il futuro quella federalista è soltanto al quinto posto, con il 14,5%. Nettamente indietro rispetto alla riforma del mercato del lavoro (43,9%), a quella del sistema fiscale (42,7%) e della politica (35,7%).

E se è vero che nelle risposte a tale quesito ci sono notevoli differenze territoriali (al Sud il federalismo è considerato decisivo per appena l'8,1% delle persone), è pur vero che nemmeno nel Nord Est la quota di chi considera la riforma federalista «prioritaria» supera il 22,3%, metà rispetto a chi giudica fondamentale intervenire sul Fisco (43,1%).

E comunque, anche in questo caso, la stragrande maggioranza degli intervistati (il 77,8%) è convinta che con il decentramento sarebbe necessario attribuire più poteri ai Comuni rispetto alle Regioni (65,3%) e alle Province (38,9%).

Sarà vero, come afferma Rughetti, che «i cittadini pensano che il federalismo non serve e non è mai stato attuato, e anzi risorse ingenti sono passate dalla periferia al centro»? Certo è che da quando è cominciato il balletto sono stati trasferiti dagli enti locali alle amministrazioni centrali ben 5 miliardi di risorse l'anno. Alla faccia della propaganda «federalista».



14 settembre 2011 08:29



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Svezia, tirò i capelli al figlio condannato il papà italiano

La Stampa

Per Giovanni Colasante 750 euro di multa:«È un’ingiustizia enorme»

ANDREA MALAGUTI


CORRISPONDENTE DA LONDRA

Fine del processo svedese. Fine della guerra di civiltà. Per il giudice Sakari Alander, signore e padrone dell’aula numero otto del tribunale di Stoccolma, non ci sono dubbi. Giovanni Colasante da Canosa di Puglia - stessa Europa, ma nella testa dell’inflessibile pubblico ministero Deniz Cinkitas un mondo primitivo - è colpevole di maltrattamenti nei confronti del figlio di dodici anni. La sua pena l’ha già scontata passando tre giorni e tre notti in carcere. E i 750 euro di multa che dovrebbe lasciare in Scandinavia fanno pari con la crociera nei fiordi che aveva organizzato da sei mesi. L’ha persa. Non c’è stato modo di farsela rimborsare. Punito lui, quarantaseienne dirigente di una azienda informatica e consigliere comunale di centrodestra, e punita la sua famiglia.

La colpa? Il 23 agosto, nel cuore della città vecchia, avrebbe tirato i capelli al suo primogenito. E non importa se lo ha fatto nel tentativo di trattenerlo mentre il piccolo scappava perché non aveva voglia di andare al ristorante. In Svezia è un reato. «Volevo prenderlo per il bavero della giacca», ha raccontato. Non gli hanno creduto. «Gli ha deliberatamente causato dolore. E questo va considerato un abuso», dice testualmente la sentenza emessa ieri. Deliberatamente. Come se fosse un aguzzino. Un torturatore di ragazzini. «Non ho mai fatto male ai miei figli e non gliene farei mai. Al massimo posso impedire loro di guardare la tv», dice al telefono Giovanni Colasante, cercando di impedire che quella crepa che gli si è infilata nell’anima finisca per diventare lo scivolo da cui si incunea un intollerabile senso di umiliazione. Prova a tirarsi su. «Al mio paese ho ricevuto tanta solidarietà».

Adesso, mentre l’avvocato Runenberg gli comunica la decisione di Alander, è seduto in un bar di Canosa di Puglia, di fianco alla moglie Maria Fonte, una donna raffinata con uno sguardo penetrante e remoto, che ancora trema quando il marito rimette assieme i tasselli di questo mosaico avvelenato. «Ho subito un’ingiustizia enorme. Non meritavo di essere trattato così. Ora valuteremo se fare appello». A inchiodarlo ci sono tre improbabili testimoni che davanti al giudice hanno raccontato tre storie diverse, che andavano dall’aggressione selvaggia a furia di schiaffi al buffetto sulla spalla. Sono gli stessi che quella sera lo hanno denunciato dopo essergli corsi incontro con la bava alla bocca. Roteavano i pugni e gridavano «italiani vaffanculo». Ma quello non è un reato.



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Besate, arrestati i responsabili della «spaccata» nel bar tabacchi

Corriere della sera

Gli otto romeni sono anche accusati di aver aggredito con bastoni e picconi un cittadino che li ingui


MILANO - Otto romeni sono stati posti in stato di fermo dalla Procura della Repubblica di Pavia in quanto ritenuti responsabili di una «spaccata» avvenuta ai danni di una tabaccheria di Besate (Milano), la notte del 27 maggio. L'episodio aveva suscitato apprensione nella zona, già colpita da furti fatti analoghi, e aveva avuto un'appendice cruenta perché il figlio del padrone del furgone rubato usato per il colpo, William F., un muratore di 30 anni, che abita vicino al bar tabacchi, aveva lungamente inseguito i banditi, riuscendo solo per un caso fortunato a uscirne indenne.

L'INSEGUIMENTO - L'uomo, dopo aver sentito dei rumori, è sceso in strada, ma è stato affrontato da uno della banda e colpito con un pugno. Lui, però, non si è dato per vinto e li ha inseguiti con l'auto. Il gruppo, ad un certo punto, lungo la strada buia, di notte, nelle campagne, si è fermato e lo ha affrontato, brandendo bastoni e picconi. Ma il muratore ha innestato la retromarcia ed è riuscito a fuggire, travolgendo uno dei rapinatori. Poi, preso dal rimorso e temendo di averlo ferito gravemente, è tornato sul posto, ma ha trovato ritrovato il furgone con a bordo i romeni, che lo hanno speronato e circondato. Solo per un soffio il muratore è riuscito a fuggire, rifugiandosi in una villa vicina. Gli otto sono stati individuati dai militari del Nucleo investigativo di Milano e della Compagnia di Abbiategrasso.

ALTRI COLPI - Gli otto arrestati, tutti tra i 23 e i 35 anni, sono sospettati di aver messo a segno colpi simili nella zona. Agivano in due batterie: una effettuava i sopralluoghi nei giorni precedenti, l'altra entrava in azione. Del gruppo finito in manette, infatti, soltanto cinque avevano partecipato materialmente al colpo, insieme a un sesto che non è stato ancora individuato. Tutti erano senza fissa dimora, ma godevano di appoggi in appartamenti in zona Maciachini a Milano, dove i carabinieri hanno trovato altre 11-12 persone.

IL MURO DEL PIANTO - Il figlio del padrone del bar, Matteo C., la sera prima aveva visto «avventori sconosciuti» aggirarsi nel locale con «fare sospetto» e aveva avvisato la centrale di Abbiategrasso, dopo aver constatato, alla chiusura del bar, che «i suddetti avventori», con aspetto minaccioso, avevano parcheggiato vicino alla sua auto come se volessero rapinarlo. I carabinieri si sarebbero limitati a ringraziarlo per la segnalazione e nient'altro. Il giovane, dopo il furto, ha quindi lanciato un appello alla cittadinanza di Besate (2.025 anime) chiedendo di ritrovarsi al bar «per raccontare tutta l'indignazione per la totale mancanza di sicurezza nel paese». La riunione, di una cinquantina di persone, ha prodotto una serie di raccontini manoscritti o di brevi apologhi che ora sono affissi sulla soglia del bar, da cui emerge è «l'idea dell'abbandono da parte delle forze dell' ordine» e la latitanza dell'amministrazione locale.

Redazione online
17 giugno 2011