giovedì 15 settembre 2011

Ebreo o non ebreo”, ritirata l’applicazione xenofoba

Corriere della sera

Il gruppo Apple ha deciso di ritirare dal mercato francese l’applicazione per smartphone “Ebreo o non ebreo”, che nei giorni scorsi ha scatenato un vespaio di polemiche in Francia. «Questa applicazione viola la legislazione locale e non è più disponibile (…) in Francia», ha annunciato Tom Numayr, portavoce del colosso Usa dell’informatica.

La decisione di ritirare l’applicazione segue le dure proteste sollevate da diverse associazioni contro il razzismo e la xenofobia, che nei giorni scorsi hanno minacciato di sporgere denuncia. Mentre ora si dicono «soddisfatte». In vendita dallo scorso 9 agosto, l’applicazione consentiva di accedere a uno schedario di oltre 3.500 personalità ebree, il che è illegale secondo l’articolo 226-19 del codice penale francese. Il fatto di «mettere o conservare nella memoria informatica, senza il consenso del diretto interessato», dati che fanno apparire le «opinioni religiose», è illegale ed è punibile con 5 anni di detenzione e 300.000 euro di multa. SOS razzismo e la Licra, la Lega internazionale contro il razzismo e l’antisemitismo, hanno condannato nei giorni scorsi la «creazione illegale di uno schedario relativo all’opinione religiosa di una persona».

L’ideatore dell’applicazione, Johann Levy, anch’egli di religione ebraica, si è difeso dicendo che voleva dare «un sentimento di fierezza» agli ebrei. Per Aline Lebail-Kremer,di SOS razzismo, egli «non ha capito la gravità dei fatti, si trattava di un’arma potenzialmente pericolosa e malsana». «Nessuno può ignorare la legge», gli ha fatto eco la Licra. Ora si tratta di capire come Apple tratterà le applicazioni già scaricate dagli utenti. Il programma recensiva le personalità ebree, ordinandole per nazionalità, e consentiva di conoscere il loro settore di attività (cinema, musica, politica…). Si poteva anche scoprire chi sono «gli ebrei più popolari del momento». Ed erano poi elencati una serie di «fatti sorprendenti o divertenti che riguardano gli ebrei nel mondo». L’ideatore dell’applicazione considera che l’applicazione sia un semplice strumento per divertirsi e non stigmatizzi nessuno.

(Ansa)



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Sandokan» in manette: il capo dei Guerrieri Ultras arrestato per truffa

Corriere della sera


Aveva riciclato circa un milione di euro, denaro sporco che veniva fatto transitare su suoi conti correnti





MILANO - La guardia di finanza di Milano hanno arrestato Giancarlo Lombardi, conosciuto come «Sandokan», il capo dei «Guerrieri Ultras», falange del tifo rossonero. Lombardi è risultato coinvolto nell'operazione «Sinking», coordinata da Maria Letizia Mannella, che a luglio scorso aveva portato in carcere 19 persone e 4 ai domiciliari per aver commesso truffe ai danni di banche e frode fiscale legata a fenomeni di riciclaggio e bancarotta fraudolenta.

Erano stati posti sotto sequestro 26 immobili (tra cui l’intero complesso costituente la discoteca Karma – Borgo dei Sensi), terreni, quote sociali di 18 società (comprese quelle che hanno gestito nel tempo le discoteche Luminal e Shocking), disponibilità bancarie per alcuni milioni di euro, denaro contante, cambiali e 18 automezzi. In quell'occasione Lombardi era sfuggito all'arresto.

Era stato proprio «Sandokan» a riciclare circa un milione di euro, denaro sporco che veniva fatto transitare su conti correnti nella sua disponibilità e restituito ai capi dell'organizzazione in contanti o assegni emessi da persone estranee alle indagini. Parte di quelle somme è stata utilizzata per acquistare un appartamento sul lago di Garda intestato alla moglie di Lombardi e posto ora sotto sequestro.

LUNGA SERIE DI REATI - «Sandokan» avrebbe anche preso parte alla vendita della maggior parte dei biglietti validi per la finale della Champions League disputata dal Milan ad Atene nel 2007, venduti a prezzi maggiorati ai tifosi milanisti. Il ricavato è servito a ristrutturare una casa in Costa Rica e a finanziare il film «L'ultimo ultras» in cui Lombardi ha recitato. «Sandokan» era già noto alle forze dell'ordine per rapina, porto abusivo d'armi, estorsioni e molte violazioni dell'ordine pubblico durante partite di calcio. A luglio scorso è stato condannato a 5 anni di carcere per tentata estorsione ai danni del Milan.


Redazione online
15 settembre 2011 17:06



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Quando Google dice che sei un terrorista

La Stampa


Gli algoritmi dei motori di ricerca a volte creano associazioni fittizie

La ricercatrice Danah Boyd sul suo blog ha posto un problema semplice ma molto sottovalutato: gli algoritmi sui quali si reggono i motori di ricerca come Google possono rendere "colpevole" anche se non lo si è.

«Poniamo il caso che ti chiami Mohammad Abdullah e sei un giovane musulmano che vive negli Stati Uniti. I tuoi compagni di classe sono convinti che sei un terrorista, e su Google cercano frasi tipo: "Mohammad Abdullah è un terrorista?", oppure "Mohammad Abdullah Al Qaeda". Il motore di ricerca registra tutto. E all’improvviso, quando qualcuno digita "Mohammad Abdullah", Google comincia a suggerire "Al Qaeda" accanto al nome. Il ragazzo è messo sotto accusa da un algoritmo» anche se in realtà non ha niente a che fare con alcuna forma di terrorismo, scrive la Boyd.

Ad Mohammad Abdullah non è realmente accaduto di essere diventato per Google un terrorista –precisa l’autrice- ma molti casi simili si verificano continuamente. Gli algoritmi dei motori di ricerca associano tra loro le parole inserite nei campi di ricerca in base alla frequenza con la quale esse sono digitate insieme e non in base agli effettivi contenuti del web: la reputazione è dovuta a quello che le persone cercano ad esempio su Google e non in base a quello che è poi è effettivamente scritto su siti, articoli e blog. Gli algoritmi matematici a volte creano delle associazioni fittizie, irreali, false e danno così vita ad una realtà parallela che non ha alcuna attinenza con il mondo reale ma che rischia di sovrapporsi ad esso.

Nell’esempio proposto dalla ricercatrice il suggerimento "Al Qaeda" accanto al nome Mohammad Abdullah appare automaticamente a tutti gli utenti che digitano il nome del ragazzo senza alcun contesto che spieghi come o perché il motore di ricerca abbia trasmesso tali informazioni come suggerimento automatico. Implicitamente la percezione immediata dell’utente è che il suggerimento sia un "fatto", qualcosa di reale e di inequivocabile.

La blogger si chiede semplicemente chi sia il responsabile di tutto questo. A chi si possano rivolgere tutti gli Mohammad Abdullah che sono messi sotto accusa dagli algoritmi. Quali siano le conseguenze reali delle associazioni create dagli algoritmi. Se ci siano meccanismi di correzione e quali siano. Non si tratta di un’accusa a Google che nella fattispecie è preso come esempio solo in quanto è il motore più utilizzato dagli utenti della rete, ma di porre l’attenzione un problema che tutti hanno quotidianamente sotto gli occhi ma a cui si presta poca attenzione.




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Rivendica la proprietà di Machu Picchu

Corriere della sera


Perù, un uomo di 70 anni dice di essere il proprietario del sito archeologico Inca e chiede un risarcimento


MILANO - Un giusto risarcimento in cambio della proprietà di Machu Picchu. E' ciò che chiede Edgar Echegaray Abril, un cittadino peruviano di 70 anni che si dichiara il legittimo proprietario del celebre sito archeologico Inca e da circa 7 anni sta portando avanti una battaglia legale contro lo stato sudamericano affinché i suoi diritti siano riconosciuti e la sua famiglia sia risarcita con un indennizzo di diversi milioni di euro per lo sfruttamento del territorio portato avanti negli ultimi decenni.

LA BATTAGLIA LEGALE - Il settantenne è in possesso dell'atto di vendita, datato 14 giugno 1910, che prova come la sua famiglia abbia acquistato in cambio di oro la tenuta che comprende le rovine Inca, che oggi sono uno dei siti archeologici più famosi nel mondo e sono visitati da circa il 90% dei turisti che arrivano in Perù (nel 2008 i visitatori hanno raggiunto la cifra record di 858.000, mentre nel 2010, nonostante la crisi oltre 700.000 turisti hanno visitato il sito). Nel 1944, i genitori di Abril vendettero la proprietà alla famiglia Zavaleta, ma esclusero dalla cessione le rovine Inca poiché queste in futuro dovevano essere espropriate dallo Stato. Tuttavia la confisca del territorio non è mai stata ufficializzata dal paese sudamericano e soprattutto la famiglia del settantenne non ha ricevuto l'indennizzo per la perdita della proprietà. Adesso, dopo sette anni di battaglie legali, il settantenne si è rivolto all'Unesco affinché l'organizzazione internazionale faccia pressione sul governo del Perù e riconosca i diritti della sua famiglia sul territorio dichiarato Patrimonio dell’Umanità nel 1983.
LA PAROLA ALL'UNESCO - Fausto Salinas, avvocato che rappresenta la famiglia Abril, si dichiara fiducioso e pensa che con l'aiuto dell'organizzazione internazionale finalmente il risarcimento sarà concesso: «L'Unesco, che spesso protesta contro lo stato peruviano perché non protegge adeguatamente le rovine del sito archeologico, dovrebbe rivolgere la stessa attenzione a questa storia - dichiara al Telegraph di Londra l'avvocato Salinas - Nel 1944 lo Stato disse che era pronto ad espropriare, ma il processo non è mai stato completato. In Perù, come nel diritto internazionale, se la proprietà non ti è espropriata, tu continui a vantare dei diritti su di essa». Da parte sua il governo peruviano non accetta le contestazioni e parla di caso chiuso: «Il territorio e la cittadella – taglia corto una nota del governo - appartengono a tutti i peruviani»


Francesco Tortora
15 settembre 2011 13:19



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Stop alla lapide per la Ferida «Fu complice dei nazifascisti»

Corriere della sera


Zona 8, il nuovo Consiglio revoca la delibera Pdl-Lega sulla targa per l'attrice repubblichina fucilata nel '45


MILANO - Niente targa per la diva del cinema Luisa Ferida. La Zona 8, presidente il giovane Simone Zambelli (Sel), revoca la delibera con la quale, appena sei mesi fa, un'altra maggioranza chiedeva al sindaco l'istituzione di una «lapide alla memoria» in via Poliziano, dove l'attrice il 30 aprile del '45 fu fucilata. La motivazione? «Luisa Ferida non può e non deve essere considerata né un'eroina, né una patriota, né tantomeno un modello così positivo e straordinario da essere rammentato dalla cittadinanza tramite una targa commemorativa», si legge nella nuova delibera discussa e votata ieri sera in via Uruguay. «Solo chi mettendo a rischio la propria vita ha incarnato i valori etici che dobbiamo difendere sopra ogni cosa ha diritto di essere ricordato pubblicamente e di essere esempio per noi tutti».


Luisa Ferida
Luisa Ferida
Inevitabile la polemica: «Viene data la priorità a discorsi ideologici rispetto alle più urgenti esigenze della cittadinanza. È il vento nuovo di Pisapia», commenta Luca Bianchi (Pdl). Ma dall'Anpi di Zona 8, dove nelle scorse settimane la questione è stata ripetutamente all'ordine del giorno, respirano sollevati: «Lo scorso marzo, in questa stessa aula, una mozione che proponeva la targa alla Ferida e che era stata tenuta per un anno e mezzo in un cassetto è diventata delibera, con una sorta di colpo di mano - dice Antonella Barranca, coordinatrice Anpi -.

Ci era parsa l'ennesima provocazione, dato che sempre in questa Zona, prima in viale Certosa, poi in via Pareto, si era insediata l'associazione Cuore nero». Il presidente nazionale Anpi, Carlo Smuraglia, allora aveva scritto all'ex sindaco chiedendo, piuttosto, che qualcosa fosse fatto per «collocare a Villa Triste qualcosa di più della attuale targhetta, praticamente invisibile, per ricordare le atrocità che vi furono commesse».

Villa Triste, in via Paolo Uccello, a cento metri da piazzale Lotto, oggi sede di un istituto di suore, fu il covo di torture dei partigiani da parte della banda di Pietro Koch. «La Ferida negli ultimi anni della sua vita fu coinvolta dal compagno Osvaldo Valenti, tenente della decima flottiglia Mas nella Repubblica sociale - ricorda Mattia Tarelli, presidente commissione Cultura -, e i due attori diventarono poi frequentatori di Villa Triste». Da anni è aperto un contenzioso storico sulla diretta partecipazione della Ferida alle torture perpetrate a «Villa Triste».

E questa fu la ragione che sei mesi fa portò la maggioranza uscente di centrodestra a proporre la targa: «Un monito contro tutti quei movimenti e quei regimi totalitari e antidemocratici - aveva detto l'ex presidente Claudio Consolini - che hanno compiuto tante nefandezze. Nella nostra Zona ci sono molte targhe ai partigiani uccisi: credo non ci sia nulla di male se una lapide ricorderà anche un'attrice che, nonostante fosse incinta, fu fucilata in strada senza processo».

Alla storia della diva è stata recentemente dedicata la fiction «Sanguepazzo» per la regia di Marco Tullio Giordana. E un libro (Laura Ferida e Osvaldo Valenti. Ascesa e caduta di due stelle del cinema) di Odoardo Reggiani. Ma in un commovente video online, realizzato dall'Anpi di Quarto Oggiaro, è Antonietta Romano, figlia di Gaetano Romano, archivista capo della Questura di Milano nel 1944, a testimoniare il coinvolgimento diretto dell'attrice nelle torture praticate dalla Banda Koch a Villa Triste.


Paola D'Amico
15 settembre 2011 12:13



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Camera, seduta sospesa per puzza

Corriere della sera

Odore nauseabondo dai bocchettoni dei condizionatori: la Bindi stoppa i lavori. «Nessun elemento nocivo»



MILANO



Stop and go dei lavori dell'Aula della Camera per puzza. Attorno alle 10,20, dai bocchettoni dei condizionatori dell'Aula di Montecitorio ha iniziato a uscire un odore nauseabondo, così forte che la presidente di turno Rosy Bindi è stata costretta a sospendere i lavori per far arieggiare il locale. Dopo una decina di minuti i lavori sono ripresi, con la presidente che ha annunciato che non c'erano in Aula «sostanze nocive alla salute».



Redazione Online
15 settembre 2011 10:59



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Strage di Duisburg, il boss fugge dall'ospedale L'inchiesta: "Nessuno piantonava la sua stanza"

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Il capo del clan di San Luca, ritenuto responsabile del massacro di Duisburg, è evaso ieri pomeriggio dall'ospedale di Locri dove era ricoverato da cinque giorni per un malore. Pelle è condannato a 13 anni di reclusione per associazione mafiosa



Reggio Calabria - Evaso dall'ospedale. Lo chiamano "Vancheddu" o "la mamma", ma per i più è famoso per essere il capobastone del clan di San Luca protagonista della faida culminata nella strage di Duisburg. Antonio Pelle è fuggito ieri pomeriggio dall'ospedale di Locri, dove era ricoverato da cinque giorni. Secondo l'inchiesta subito aperta dalla Dda Pelle non avrebbe avuto un pinatonamento fisso, ma solo dei controlli giornalieri da parte delle forze dell'ordine. Proprio durante uno di questi controlli è stata scoperta l'evasione di Pelle. Il boss, condannato a 13 anni di reclusione per associazione mafiosa, aveva ottenuto gli arresti domiciliari per gravi motivi di salute. Cinque giorni fa, dopo un malore, è stato ricoverato nel nosocomio. Ma ora è scomparso nel nulla.



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Moschee per tutti: ora anche l’imam ha paura

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Il capo del Centro di via Padova: "Spuntano sigle come funghi. C’è pericolo d’integralismo e interferenze". La replica: "La nostra affidabilità è garantita. E il lavoro col Comune serve a questo"



Palazzo Marino ha aperto le porte alle associazioni islamiche per parlare dei nuovi luoghi di culto da realizzare o regolarizzare. Ma il più importante fra i leader musulmani della città, Mohamed Asfa, lancia un allarme inquietante: «Spuntano associazioni come funghi, senza alcun radicamento reale. C’è il pericolo degli integralisti e delle interferenze esterne». Asfa è il direttore della Casa della cultura islamica di via Padova. È lui che nell’ultimo giorno di Ramadan ha accolto sul campetto sportivo di via Cambini la visita del vicesindaco Maria Grazia Guida, velata. Giordano, di professione architetto, nel 2009 Asfa ha ricevuto dal Comune l’Ambrogino d’oro per il suo impegno nel terreno del dialogo interreligioso e del dialogo con le istituzioni. Ma la Casa della cultura islamica non ha aderito al Caim, il coordinamento delle associazioni islamiche milanesi, guidato da Davide Piccardo, figlio di Hamza, dirigente storico dell’Unione delle Comunità islamiche in Italia (l’Ucoii).

Il Caim è formato da 12 centri islamici. Oltre agli istituti di viale Jenner e via Quaranta ci sono i centri di via Stadera, via Ferrante Aporti, Cascina Gobba, e una serie di altre organizzazioni, fra cui le comunità turche, bengalesi, le associazioni di donne e giovani musulmani. Si è creato una sorta di giallo, a tal proposito, intorno al numero dei centri islamici su cui l’Amministrazione comunale starebbe lavorando. A Padova il sindaco avrebbe parlato di dodici (lo ha riportato un giornale locale), poi Palazzo Marino ha smentito. In ogni caso lo schema è chiaro: saranno regolarizzate, sistemate o realizzate (non a spese del Comune) un gran numero di sedi, destinate ad attività sociali e culturali, ma anche di culto. Uno schema che Asfa non condivide affatto, e di cui evidenza rischi e pericoli: «Il Comune non può mettere tutti sullo stesso piano - dice - vedo che sono nate associazioni come funghi. E noi siamo preoccupati seriamente».

Due le preoccupazioni del direttore: «L’ideologia integralista e i legami con l’esterno». «Ci sono interessi forti, esterni - spiega - e invece noi non dobbiamo essere condizionati da alcun Paese che non sia l’Italia». Il messaggio è molto chiaro: «Il Comune deve sapere chi lavora seriamente e chi no. Deve sapere chi lavora seriamente da anni, o da decenni. Chi ha 5mila persone a pregare, chi svolge attività come noi, e chi non lo fa». «Non possiamo negare - ammette Asfa - che nella nostra comunità ci sono delle teste calde. Noi abbiamo lavorato molto per equilibrare tutto. Anche viale Jenner, con tutte le sue contraddizioni, ha lavorato su questo, Shaari è stato abile a mantenere un equilibrio, e comunque ha avuto coraggio nel prendersi tutte le responsabilità».

La proposta di Asfa è molto semplice: ripartire da una Consulta con i centri più importanti, più radicati, quelli che garantiscono di più, che hanno un legame vero con i fedeli: via Padova, Segrate, viale Jenner, via Quaranta. E altri: «Non si può escludere - per esempio - la moschea di via Meda, anche se sono italiani e non immigrati». «Ma non si può dire - conclude - tutti avranno la loro moschea». Piccardo risponde, senza polemiche ma senza timori: «Garantisco che la associazioni che fanno parte del coordinamento hanno una loro attività seria, provata e documentata, a Milano e in Italia. I Giovani musulmani sono forse l’organizzazione più importante oggi, in Italia, e hanno 20 sedi. In ogni caso il lavoro con il Comune serve anche, o proprio, a verificare tutto questo».




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Sei sposato e hai figli? Puoi diventare prete"

Quotidiano.net

Monsignor Dante Lafranconi, vescovo di Cremona, e già presidente della commissione episcopale per la famiglia e la vita della Cei, apre sui preti sposati




Un sacerdote (foto Germogli)



Giovanni Panettiere

CREMONA, 15 settembre 2011


«NON C’È nessuno ostacolo dogmatico all’ordinazione di un uomo di provata fede che abbia una moglie e dei figli. È un’ipotesi che si può discutere come una delle soluzioni possibili per arginare la crisi delle vocazioni in Europa». L’apertura su uno dei temi più spinosi nella Chiesa arriva da Cremona. Da uno dei vescovi principali del Paese, monsignor Dante Lafranconi, 71 anni, già presidente della commissione episcopale per la famiglia e la vita della Cei. Solo in Italia, dal 1998 al 2008, secondo il Centro vocazionale della Conferenza episcopale, i seminaristi sono diminuiti del 10,6%. La Chiesa è preoccupata, prega per avere ‘nuovi operai nella vigna del Signore’, ma, almeno per il momento, mantiene l’obbligo del celibato per i preti, radicato nei primi secoli e confermato dal Vaticano II, nonostante in Austria e Germania, anche su questo tema, stia montando la protesta di parroci e laici.

Monsignor Lafranconi, calano i preti e si torna a parlare dell’ordinazione di uomini sposati.
«La Chiesa latina in passato ha già conosciuto l’esperienza di un clero con famiglia, contemplato tutt’oggi dai cattolici di rito orientale. Penso si possa valutare la possibilità di ordinare uomini sposati di provata fede che godano di buona reputazione nel popolo di Dio».


Non sarebbe meglio dare ai seminaristi la possibilità di scegliere se restare celibi o sposarsi? «Il problema non va posto nel senso di lasciare libera scelta ai candidati al sacerdozio. La questione semmai è quella di valutare se eventualmente sia opportuno ammettere al ministero sacerdotale anche degli uomini sposati».

Sacerdozio, nozze, sessualità. Che pensa dell’educazione sessuale a scuola? L’arcivescovo di New York non ne vuole sapere...
«È problematica, perché rischia di essere solo informazione. Ciò non significa che non si possa fare di meglio. Conosco scuole a Cremona che si avvalgono di un’équipe di psicologi, medici ed educatori per spiegare anche il significato profondo della sessualità. Questa è sicuramente una strada utile e percorribile».


Sempre più giovani conoscono il sesso prima del matrimonio. «Di fronte a fenomeni di larga diffusione, bisogna evitare di fare di ogni erba un fascio. Diversa valutazione merita il comportamento di chi considera la sessualità in chiave di divertimento o di sport, di chi cambia partner ogni settimana e di chi è fidanzato con l’intenzione seria di sposarsi. In ogni caso l’esercizio pieno della sessualità fuori del matrimonio è un disordine grave».

Perché?
«Il rapporto sessuale esprime, col linguaggio del corpo, il donarsi reciproco degli sposi in un patto di totale affidabilità per tutta la vita e l’apertura alla possibile generazione».

Cosa consiglierebbe a una coppia di coniugi con un partner affetto da Hiv?
«Suggerirei di non scartare a priori la strada dell’astensione dal rapporto sessuale come segno che si ha a cuore il bene del coniuge sano. Tuttavia non mi sentirei di condannare gli sposi che, per soddisfare il legittimo desiderio dell’unione intima, decidessero di utilizzare il preservativo».




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Cinque miliardi nelle tasche di 69 "nullatenenti" Milano capitale dell'evasione

Il Giorno

Dati choc per l'Iva nascosta: poco meno di 4 miliardi di euro. E un negozio su quattro non rilascia regolare ricevuta. Nel mirino degli 007 delle Fiamme Gialle anche vip e le filiali delle grandi Spa straniere




Una pattuglia della guardia di finanza (foto Radaelli)

Milano, 15 settembre 2011



I numeri fanno impressione. Nei primi sei mesi dell’anno, solo a Milano e provincia, gli 007 della Finanza hanno scovato più di 15 miliardi di euro nascosti al fisco: ricavi non dichiarati, costi non deducibili e invece indicati, Iva dovuta e sparita nel nulla. Una bella fetta dell’ultima manovra finanziaria. Una montagna di soldi. In percentuale, dicono gli addetti ai lavori, Milano produce il 28-30% di tutta l’evasione scoperta ogni anno in Italia. In relazione alla sola Iva, si supera addirittura il 50 per cento. Il problema vero è che, nonostante i “parassiti sociali” (come dice lo spot tivù) vengano spesso scovati, il recupero del denaro resta per lo più un miraggio: se va bene, dopo anni entra nelle casse dello Stato al massimo l’8-9% del dovuto.

Certo il capoluogo lombardo è la città italiana più importante dal punto di vista economico e finanziario. E dunque è abbastanza normale che qui si trovi il maggior numero di reati in questo campo. E dev’essere anche vero che la crisi non aiuta, incentivando, probabilmente, anche gli ingegni meno raffinati verso ipotesi di illeciti fiscali. Ma è ovvio che l’ evasione da sopravvivenza non c’entra nulla con quella organizzata sistematicamente al solo scopo di sottrarre alla tassazione montagne di redditi. E a Milano, per lo più, ad evadere milioni e milioni di euro sono società e imprese.

Ma ecco i dati forniti dal Comando provinciale della Guardia di Finanza. Tra gennaio e giugno di quest’anno i semplici controlli fiscali sono stati quasi 10mila, e da questi sono nate 670 verifiche approfondite. Per quanto riguarda le imposte sui redditi, le Fiamme gialle hanno accertato ricavi non dichiarati per oltre 10 miliardi e 200 milioni e costi non deducibili per quasi 3 miliardi. Oltre a ritenute non operate (o non versate) per quasi 17 milioni.

Dati choc anche per quanto riguarda l’Iva dovuta e nascosta al fisco: poco meno di 4 miliardi di euro. Due milioni e mezzo quella dichiarata ma poi non versata. Cifre che da sole fanno intuire quale sia l’entità reale del fenomeno evasione. Su scala milanese, precisano però gli esperti, l’illecito si sviluppa in particolare su tre fronti. In primo luogo quello delle “filiali” italiane di grandi società multinazionali con sedi all’estero. Secondo il Fisco, queste società dovrebbero pagare in Italia le tasse relative agli utili prodotti nel nostro Paese dalle loro filiali locali, “stabili organizzazioni” (secondo legge) capaci di macinare denaro. Così, però, in molti casi non avviene.

Poi ci sono quelle società o quelle imprese che hanno la sede legale all’estero (magari nei soliti paradisi fiscali) e lì pagano tasse ridicole, ma - a parere delle Fiamme gialle - operano in effetti esclusivamente in Italia, e qui per l’appunto dovrebbero lasciare il tributo. Nel capitolo “fiscalità internazionale”le Fiamme gialle annoverano tra gennaio e giugno di quest’anno 14 controlli eseguiti e e redditi non dichiarati per 5miliardi e 700 milioni.

Terzo settore d’interesse agli occhi degli investigatori, tutti quei cittadini italiani, spesso ma non necessariamente “vip”, che godano di ampia disponibilità monetaria presso conti esteri, la qual cosa si traduce in una facile presunzione di redditi non dichiarati in Italia. Da questo punto di vista, quanto mai interessante è apparsa alle Fiamme gialle la lista di nomi che la polizia francese ha sequestrato tempo fa ad Hervé Falciani, francese, ingegnere informatico ed ex dipendente della Hsbc Private Bank di Ginevra. Una lista di potenziali evasori del Fisco, che Guardia di finanza e Agenzia delle entrate stanno passando lentamente al setaccio.

Stando ai numeri, nei primi sei mesi del 2011 i finanzieri del Comando provinciale hanno scoperto nel complesso 69 evasori totali, per redditi non dichiarati di quasi 5 miliardi e mezzo e Iva dovuta per 3 miliardi e rotti. Numeri più ridotti, naturalmente, nel campo delle quotidiane irregolarità nell’ambito del commercio tra scontrini e ricevute fiscali. Seimila i controlli effettuati a Milano e provincia - in pratica mille al mese - e più di 1. 600 le irregolarità riscontrate. In media, un negozio su quattro non fa andare il registratore di cassa come dovrebbe.


di Mario Consani




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