domenica 18 settembre 2011

Se Google chiede il tuo telefono quando vuoi inviare un'email

Corriere della sera

Gmail, Facebook e i primi ostacoli ai profili anonimi sul web


MILANO - E’ arrivato oppure no il momento di dire addio all’anonimato online, alla possibilità di creare un account di posta elettronica senza dover fornire dati reali, come di fatto è stato possibile fino ad oggi? E’ un dubbio su cui la Rete sta cominciando ad interrogarsi, in particolare da quando Google, il motore di ricerca numero uno al mondo, ha iniziato a chiedere un numero di telefono valido come condizione indispensabile per perfezionare l’attivazione di nuovi account Gmail, il servizio di messaggistica della compagnia di Mountain View. A rilanciare il tema ci hanno pensato nei giorni scorsi prima il blog di Massimo Coppa Zenari e poi «Dagospia», che lo ha ripreso e amplificato facendo scattare il tam tam.

Il timore è che l’adozione di misure restrittive da parte di uno dei principali gestori di posta elettronica su scala globale possa indurre anche altri ad adottare politiche analoghe, con un conseguente maggiore controllo degli utenti. Google (e altri provider che dovessero eventualmente seguirne l’esempio) si ritroverebbe infatti per le mani un dato personale considerato particolarmente sensibile, nonché appetibile per finalità di marketing. Soprattutto per chi della profilazione «spinta» degli utenti - che consente di inviare messaggi pubblicitari super mirati - ha già fatto il proprio punto di forza.

Google precisa però che la richiesta di numero di telefono non è la regola e che avviene solo in alcuni casi. E questo con l’obiettivo di tutelare gli utenti prevenendo azioni di spam o tentativi di intrusione in profili esistenti. Sostanzialmente, il numero di telefono serve per ricevere un codice di verifica mediante sms o chiamata automatica, con cui sarà poi possibile attivare l’account. Non deve essere necessariamente il proprio numero personale, è sufficiente quello di un amico se non si dispone di un’utenza propria perché – assicura Google – una volta effettuata la verifica esso non sarà di fatto più considerato, se non come dato di archivio al fine di evitare che venga impiegato per creare un numero eccessivo di nuovi profili (come è tipico degli spammer).

Inoltre, la compagnia garantisce – anzi «promette» - che il numero non sarà mai comunicato ad altri o utilizzato per inviare messaggi indesiderati. I dubbi espressi nei blog riguardano tuttavia il fatto che a molti utenti che hanno provato nelle ultime ore ad aprire nuovi account è stato richiesto di default di seguire la nuova procedura. E questo lascerebbe intendere che la comunicazione del numero sia in realtà obbligatoria. Uno dei criteri su cui si basa l’intervento antispam è però quello del riconoscimento dell’«ip», il codice identificativo del computer da cui ci si sta connettendo. E se è stato utilizzato già in passato per aprire più di un account della «grande G», allora è probabile che il sistema attivi il filtro introducendo la richiesta di verifica telefonica. Ripetendo l’operazione da un computer diverso il problema non si dovrebbe riproporre. Si presenterebbe invece regolarmente su quelle macchine, come quelle degli internet point o delle biblioteche, utilizzate quotidianamente da centinaia di persone.

L’associazione di un numero telefonico ad un account era, in ogni caso, già una facoltà che Gmail concedeva agli utenti al fine di agevolare le procedure di recupero di una password dimenticata. E non è una prerogativa del gruppo fondato da Larry Page e Sergey Brin: anche Facebook permette di abbinare account e utenze telefoniche per identificare con certezza il titolare di un profilo, evitando che altri vi si inseriscano in modo fraudolento. Non è poi così difficile, infatti, entrare in una pagina altrui se si conoscono l’indirizzo email del titolare e le sue abitudini, all’interno delle quali potrebbe nascondersi la password scelta come credenziale di accesso (il nome del cane, di un figlio, una data particolare). Per questo il social network di Mark Zuckerberg ha iniziato a tenere conto degli «ip» e delle location di accesso prevedendo procedure automatiche di segnalazione e di blocco dei profili qualora ci si connetta da una stazione diversa da quelle abitualmente utilizzate, per esempio quando si utilizzano computer di locali pubblici, magari all’estero.

In quel caso, una delle opportunità di sblocco è la ricezione di un codice numerico tramite sms in tempo reale che garantisce che solo il titolare dell’account abbia le chiavi per ripristinare una pagina dopo un accesso che il sistema ha riconosciuto come insolito. Restano però molti dubbi sulla privacy: che fine fa quel numero spontaneamente rivelato? In Facebook, soprattutto, la gestione delle impostazioni personali è lasciata a discrezione dell’utente, non sempre particolarmente attento a questi dettagli. E il numero di telefono, se non si è accorti, rischia di essere lasciato visibile (a tutti o solo agli amici o agli amici degli amici, a seconda del livello di privacy impostato). Nessun problema se si tratta di una scelta, qualcuno in più se la cosa non è voluta. Per evitare inconvenienti è sufficiente andare alla pagina di modifica del profilo, aprire il menù «informazioni di contatto» e indicare chi può vedere il numero. Selezionando «Solo io», nessun altro lo vedrà. Facile, no? Sì, a saperlo.


Alessandro Sala
18 settembre 2011 13:53



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Sistema Sesto? Conti esteri, appalti e corruzione Di Caterina svela: a Penati diedi 3 milioni di euro

di


L'imprenditore parla di un sistema trasversale fatto di finanziamenti per gli appalti, conti all'estero e amicizie strette coi politici. "Siamo sui tre milioni, tre milioni e mezzo i quattrini che io ho dato nei dieci anni di vita che ho vissuto con Penati e Vimercati"



Milano
"Della vicenda Serravalle so parecchie cose perché in quegli anni ho vissuto insieme a Penati in condizioni non amichevoli, ma con due dirigenti ero in condizioni amichevoli, ho parlato. Poi ho portato ai magistrati un documento. Abbiamo fatto dei ragionamenti ma io non ho delle prove, le uniche cose le ho portate ai magistrati. C'è indagine". In una intervista a In mezzora, Piero Di Caterina torna ad accusare Filippo Penati, ex presidente della Provincia di Milano e braccio destro di Pierluigi Bersani: "Quanti soldi ho dato a Penati? Non sono importanti 500mila euro piu o meno, siamo sui 3 milioni 3 milioni e mezzo di euro nel corso dei 10 anni che abbiamo vissuto assieme".

"Le mie non sono mazzette ma finanziamenti", ha spiegato Di Caterina sottolineando di aver "ricevuto cifre molto molto basse per giustificare questi donazioni". "Nel 1997 ho vinto una gara a Cinisello Balsamo - ha continuato - però l'aiuto che ho avuto, è stato quello di una gara regolare ed io la vinco". Ad ogni modo, Di Caterina ha puntualizzato che il suo rapporto con Penati è stato "prima di conoscenza marginale in gioventù", poi neglia anni Ottanta l'esponente pd chiese all'imprenditore di diventare suo cliente.

"Con la candidatura di Penati a sindanco nel 1993 ci avvicinammo ed io iniziai a sostenerlo", ha detto ancora Di Caterina. "In quegli anni mi sono impeganto a sostenere finanziariamente Penati. Io non corrompo Penati per fatti illeciti, quelli leciti arrivano perché chi sta vicino a politico è ovvio che ottienne favori". Insomma, quello che Di Caterina denuncia non si tratta soltanto di tangenti al Partito democratico, ma "un sistema trasversale". "Nelle discussioni fatte con Vimercati (Giordano Vimercati, ex capo di gabinetto di Filippo Penati, ndr) che era arrabbiato con Penati - ha spiegato l'imprenditore - mi ha detto che Penati aveva conti bancari a Montecarlo, in Dubai e in Sudafrica".

Di Caterina ha spiegato che vi sono due differenti modalità di corruzione in Italia. "La frode, cioè io e sindaco ci accordiamo per un appalto - ha detto- poi c'è la corruzione che serve per ottenere legalità e quindi parità di accesso per competere in una gara, che a volte manca perché le società hanno posizioni di abuso dominante". "Perche ho deciso di parlare? - si è chiesto Di Caterina durante la trasmissione di Lucia Annunziata - non è semplice per un imprenditore arrivare alla possibilità di denunciare fatti di questo genere". Tanto che Di Caterina rivela di aver iniziato a pagarne il conto: "Adesso la gente fa finta di non vedermi, il telefono non squilla più".

Quando è arrivato davanti a pm, Di Caterina avrebbe potuto dire: "Io ho pagato". E sarebbe stato rinviato a giudizio per frode. Invece ha deciso di parlare, di aprire i libri. "I pm hanno capito - ha spiegato Di Caterina - quando sono stato perquisito a casa, ho consegnato una lettera agli agenti e loro mi han detto praticamente: 'Lei ci stava aspettando'". Poi, però, ha spiegato: "Nell'era Penati io non ho mai corrotto. Non c'è mai stata concussione. Nell'era Oldrini a Busto, con Alessandrini a Segrate e a Milano con Atm io ho solo prestato soldi. Nella questione Penati io ottengo parte dei miei quattrini da un altro imprenditore che invece paga una tangente".

"C'è un sistema Sesto, ma c'è anche a Segrate o a Milano", ha continuato Di Caterina spiegando che "a Milano l'Atm fa cose allucinanti. Quella contro di loro è una grande battaglia che denunciavo dagli anni 2000". "Atm compì una frode appropriandosi di quattrini. Io denunciai alla pubblica autorità ma nessuno fece niente per farle emergere devo diventare indagato per delle fatture che la finanza considera non corrette e da quel momento posso andare davanti a pm e parlare". "Io gli presto i soldi e mi ritornano da un imprenditore sestese per 1 milione 200mila euro - ha, quindi, aggiunto l'imprenditore - poi una difficoltà e Penati mi presenta l'altro imprenditore che avrebbe dovuto compare un mio immobile". "Nell'era Oldrini per poter lavorare bisogna entrare in sistema complesso ed entrare in fatti non legittimi - ha continuato - ad esempio in edilizia vengono richiesti oneri che poi, per quanto mi è stato detto, venivano dati ad un assessore".




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Molise, candidato il figlio di Di Pietro E un circolo dell'Idv lascia il partito

La Stampa


Il leader Idv Antonio Di Pietro insieme al figlio Cristiano

Gli iscritti all'attacco dell'ex pm: «Concezione familistica della politica, come Bossi e il premier»


«Di Pietro come Bossi e Berlusconi, accomunati dalla stessa concezione familistica e privatistica della politica». I componenti del circolo Idv di Termoli (Cb) abbandonano il partito per la candidatura alle regionali del Molise di Cristiano Di Pietro. In una nota si esprime «risentito dissenso a tale candidatura, figlia della stessa concezione familistica e/o privatistica che presumibilmente ha mosso il capo della Lega Nord, Umberto Bossi, a candidare e a far eleggere il figlio al consiglio regionale della Lombardia o il presidente del Pdl, Silvio Berlusconi a candidare e a far eleggere Nicole Minetti nello stesso consiglio».

«Per questa ragione - si legge nel comunicato - l’intero circolo decide, seduta stante, di interrompere la propria esperienza politica con l’Italia dei valori, riconfermando la loro appartenenza al centro Sinistra e con l’auspicio che le prossime elezioni regionali possano essere occasione di un reale cambiamento della politica nel Molise». A far esplodere la protesta tra i dirigenti e gli iscritti termolesi non è tanto la scesa in campo di Di Pietro junior, ma la composizione della lista con candidati ritenuti «deboli» proprio per favorire l’elezione del figlio del leader.

«Avevano chiesto - dicono gli ex iscritti - di inserire personalità che avrebbero portato voti e qualità; ad esempio Vincenzo Greco, stimato notaio ed ex sindaco della città. Nessuno ci ha mai dato una risposta. Poi vediamo che si accolgono esponenti di altri partiti, come uno dei candidati alle primarie del Pd. Se il fosso lo saltano gli altri verso l’Idv per Di Pietro va bene, diversamente il partito mette veti e pregiudiziali. Questa visione strabica della politica non ci piace».

Secca replica del segretario generale dell'Idv, Pierpaolo Nagni dopo le proteste: «L’IdV non ha accettato il loro ricatto: infatti volevano imporre il nome di un candidato che, pur sollecitato in altre circostanze elettorali a correre con IdV, ha sempre scelto di non voler fare nessun percorso con l’Italia dei Valori per poter conservare la sua autonomia». «Ci spiace - ha aggiunto - che i componenti del circolo dell’Italia dei Valori di Termoli non abbiano letto bene i nomi che compongono la lista elettorale e si siano fermati solo a quello di Cristiano Di Pietro: infatti, a rappresentare il loro territorio per il partito c’è Antonio D’Ambrosio e non Cristiano Di Pietro. Ci rammarica, quindi, questa presa di posizione: loro sanno bene che il vero motivo dell’attacco è un altro».

«Abbiamo preferito ascoltare le istanze del territorio - ha spiegato - e rispettare un curriculum di grande professionalità e trasparenza come quello di D’Ambrosio che, pur provenendo da un altro partito politico, essendo uomo di una certa esperienza, ha colto al volo l’occasione offerta dall’Italia dei Valori e ha deciso di intraprendere con noi un discorso di lunga durata. Attaccarsi al nome di Cristiano Di Pietro, che, tra l’altro fa politica da tanto tempo, è solo un triste tentativo di spostare l’attenzione».




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La Lega non può morire per una Trota

Libero




Oggi si conclude la gita sul Po di Umberto Bossi e dei suoi. La discesa in motonave e l’approdo a Venezia da alcuni anni sono un appuntamento fisso, una cerimonia rituale con cui, a settembre, il capo della Lega rilancia le questioni politiche in vista dell’autunno. Ma questa volta il raduno padano è più atteso del solito. Non soltanto perché la manifestazione coincide con i settant’anni del leader (li compirà domani), ma in quanto l’adunata si tiene in un momento di grande disorientamento del partito e dei suoi militanti. Sono trascorsi più di trent’anni da quando, insieme con Roberto Maroni, il Senatur fondò l’Unione autonomista lombarda. E rispetto a quell’epoca pionieristica il Carroccio ne ha fatta di strada. Ma mai come oggi era sembrato così incerto sulla direzione da prendere.

Nei tre decenni di vita, la Lega ha incontrato molte difficoltà. Liti interne, scissioni e clamorose cacciate come quella di Gianfranco Miglio, l’ideologo padano. Nonostante ciò la guida del partito era sempre rimasta in mani salde, quelle di Bossi, e sulla linea non vi era mai stato nessun tentennamento. Le parole d’ordine restavano autonomia, federalismo, secessione. Per anni il capo della Lega le ha ripetute come un mantra, appellandosi al popolo del Nord e invitandolo a tenersi pronto. Ma oggi quelle stesse parole non hanno più il medesimo effetto.

Quando sul Monviso riempie d’acqua l’ampolla e dice che milioni di persone sono in attesa di mettersi in marcia verso la Padania, sembra solo quel che è: una vecchia guida che ribadisce una formula rituale anche se questa non ha più nulla di magico. La malattia lo ha minato, ma a logorarlo ancora di più sono stati gli anni di governo. Paradossalmente, pur essendo l’unico leader della prima Repubblica (è al vertice della Lega dal 1984 e il suo è l’unico partito che è transitato nella seconda senza dover cambiare nome), fino a ieri Umberto era riuscito a presentarsi come nuovo, dando a sé e al suo movimento un’immagine antisistema che pareva non essere intaccata dall’ingresso nella stanza dei bottoni.

Mentre Berlusconi e il Pdl soffrivano l’inevitabile disaffezione di una parte dell’elettorato dopo le prime mosse dell’esecutivo, il Carroccio macinava consensi. Non solo nelle aree tradizionalmente padane, ma anche in Emilia, Toscana e perfino nelle Marche. Nonostante l’assenza del loro capo dopo l’ictus, nonostante un ritorno limitato all’attività politica, i seguaci di Alberto da Giussano sembravano inarrestabili. Poi il vento del Nord è improvvisamente cambiato. Non soffia più a favore degli scudi padani ma contro. E inaspettatamente l’esercito tante volte evocato da Bossi (i trecentomila bergamaschi pronti alle armi, i milioni in attesa di ribellarsi) si mostra disorientato, se non in rotta.

A tranquillizzarlo certo non bastano il rito dell’ampolla o le motonavi che scendono lungo il Po. Né le velate minacce di interrompere la legislatura prima del 2013. Da Bossi i militanti si aspettano che indichi la via di uscita da un pantano che ogni giorno trascorso si inghiotte un po’ di elettorato padano. Ma il vecchio leader è stanco e sembra più preoccupato del futuro della propria famiglia che di quello del partito. La reazione rabbiosa per l’articolo irriverente contro la moglie e la designazione del figlio Renzo, da lui soprannominato il Trota, quale suo successore vanno in questa direzione.

Eppure Bossi è stato uno dei politici più astuti apparsi sulla scena negli ultimi vent’anni. Insieme con Berlusconi, uno dei pochi ad aver capito e interpretato il cambiamento. Avvalendosi delle opportunità offerte dal sistema elettorale scaturito dopo il referendum di Mario Segni, hanno dato vita a due partiti carismatici, interrompendo anni di consociativismo e compromessi, storici e meno storici. Oggi questa stagione volge al termine. Il leader compie settant’anni ma anche il suo movimento per la prima volta non appare più giovane. Gli scontri fra le correnti e le lotte per la successione lo fanno apparire uguale agli altri e come gli altri guardato con sospetto dagli elettori.

Ma a differenza degli altri, la Lega ha ancora la possibilità di recuperare il vecchio spirito e ritrovare la sua forza. Basta che il vecchio capo lo voglia. Il Carroccio non è il Pdl. Ha un’identità ancora piuttosto forte e una diffusa rete di quadri dirigenti. Se vuole salvare l’idea inseguita per un trentennio è a quella rete che deve affidare la sua creatura. Se invece insisterà  a voler lasciare la creatura in eredità al figlio, otterrà il solo risultato di far finire nella rete una Trota. Ma con una Trota non si sfama un partito. Al massimo lo si manda a fondo.


di Maurizio Belpietro


17/09/2011




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Santa Manuela Arcuri, leader Pd per un giorno

di

Il gran rifiuto aveva illuso tutti. Si era ritrovata sull’altare dell’anti­cav, non più corpo ma puro spiri­to. Peccato che la vita da santa di Manuela sia durata così poco, co­me una farfalla. Maledette inter­cettazioni



Manuela santa per un giorno solo. Il gran rifiuto aveva illuso tutti. Si era ritrovata sull’altare dell’anti­cav, non più corpo ma puro spiri­to, con quel frammento di intercet­tazione e un no di pancia e viscere urlato in faccia a Tarantini. La Ar­curi non si baratta per un Sanre­mo. Santa. Santa subito. La Arcuri che non ci sta. La Arcuri che come il Gassman della Grande Guerra ri­scatta un’esistenza da codardo con un ultimo atto di orgoglio: «E allora senti un po’, visto che parli così mi te disi proprio un bel gnènt! Hai capito? Facia de mer­da». La Arcuri papessa straniera, nuovo leader di una sinistra perennemente orfana di miti popolari. La Arcuri quasi come Sa­viano. La Arcuri che a guardarla da molto lontano poteva sembrare la Magnani, stesso fascino, stessa rabbia, stessa resistenza. L’anti­berlusconismo in fondo è una fata morgana che crea sogni e miraggi. Una così chi se l’aspettava? Bella, gnocca, popolana e capace di dire no a Berlusconi.
Peccato che la vita da santa di Manuela sia durata così poco, co­me una farfalla. Maledette inter­cettazioni. Quei brogliacci non so­no un romanzo. Sono effimeri. Vanno e vengono. Frammenti. At­timi di parole catturate, tranchede vie , bastano pochi secondi in più e la realtà cambia, non tutto è come appare, il significato si per­de, il contesto muta. È la stessa dan­nazione dei giornali, i titoli di ieri sono carta straccia. E il giorno do­po Manuela è un po’ meno santa. Anzi, non lo è per niente. Il no non era così di ferro, ideologico, a testa alta. Manuela voleva garanzie. Non per lei, ma per la famiglia, per il fratello attore e per il casting di un film che si stava per chiudere. Insomma, per dirla spiccia: «Dare moneta vedere cammello».
Il risultato finale non cambia. La Arcuri resta lontana da Berlusco­ni, ma il significato politico non è più lo stesso. Il no si sgonfia. È me­no orgoglioso. Di sottobanco. Arri­va il contrordine. Signora Arcuri, ci dispiace, alla luce delle nuove e più complete intercettazioni rite­niamo che la parte di nuova eroina e leader della sinistra non le si addi­ce. Ci teniamo la Bindi e la Serrac­chiani. Manuela alza le spalle e se ne va. In fondo questa parte non è stata lei a cercarsela. Non ha fatto nulla per apparire santa. È l’abba­glio di chi cerca ogni giorno una nuova icona antiberlusconiana. Peggio di un’ossessione.
L’interesse del giorno magari adesso è un altro. È l’intervista alle Iene che ha deluso il Cavaliere. Tut­ti a cercare cosa abbia mai detto di così volgare la ragazza di Latina. Il mistero dura poco. La rete ti serve subito il piatto caldo. È il gioco del­la «passaparolaccia». Manuela ri­vela chi dei suoi amori ha sbaglia­to al primo colpo. Si spara nel muc­chio, senza abbinare il flop a nomi e cognomi. È uno dei video più clic­cati su Facebook e Youtube. Il mon­do sta diventando sempre più uno spettacolo d’arte varia.
E così anche la santità di Manue­la passa. Sic transit gloria mundi. Ci resta male perfino la Dandini che stava organizzando un goliar­dico fan’s club. Avanti il prossimo. Prima o poi arriverà l’autentico an­ticav. Il messia atteso da quasi vent’anni. I tempi sono maturi. La Arcuri era un bellissimo sogno. Peccato sia durato meno di Veltro­ni e Franceschini.



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Quel burraco con Gianpi che imbarazza D'Alema

Libero




Ha "conosciuto Massimo D’Alema nel 2007", giura Giampaolo Tarantini il 6 novembre 2009 di fronte ai magistrati di Bari che lo stanno interrogando, "l’estate in cui giocammo insieme a burraco sulla barca di Maldarizzi".

Il burraco è un gioco pugliese, si fa con le carte francesi e potrebbe essere definito un incrocio tra scala quaranta e canasta. Ci vuole strategia, capacità di rischio e un pizzico di fortuna. Tutte qualità che Tarantini sembrava avere, almeno fino a quel momento. Più di tutto, però, per fare una partita a burraco ci vuole tempo, che evidentemente l’ex re delle protesi pugliesi  e l’attuale presidente del Copasir hanno trascorso insieme a tavolino, uno di fronte all’altro.

Settembre 2009 Libero tirò fuori la storia di D’Alema in barca con Tarantini. Il lìder Maximo negò, si decise a farlo perfino in un’intervista esclusiva al nostro quotidiano. "Ero in gita, era un weekend di luglio. Andai a Ponza con la mia barca e lì incontrai questo imprenditore (Maldarizzi, ndr) che mi invitò sulla sua barca dove aveva diversi ospiti. E tra questi, mi ha detto, c'era anche Tarantini". A scanso di equivoci, Baffino aveva puntualizzato: <Non ho mai avuto rapporti con lui. Posso dire che ci siamo incrociati, come succede con migliaia di persone>. Eppure per fare una partita a burraco bisogna abbandonare l’orologio e arrivare pazientemente a duemila punti. Inoltre partecipano alla sfida due, tre, massimo quattro giocatori. Strano, perciò, che D’Alema non ricordasse l’incontro avendo speso almeno un’ora con Giampi in una cerchia così ristretta di persone.

Tra l’altro Tarantini all’epoca era ben introdotto nell’enturage del leader di sinistra. I rapporti con Roberto De Santis, socio di Massimo nella proprietà della barca a vela Ikarus, "risalivano al 2003". Due anni dopo, proseguiva Tarantini nell’interrogatorio, "De Santis mi presentò Frisullo e Cosentino, persone con cui strinsi subito amicizia".

Contatti utili per l’imprenditore.  Sandro Frisullo era il vice presidente della Regione Puglia, braccio destro di Nichi Vendola, e Lea Cosentino dirigeva la Asl più importante di Bari.  Contatti tanto utili che Giampi pensò necessario <ricompensare> il referente pugliese di D’Alema "pagando una vacanza in barca a Saint Tropez nel luglio 2008". Lo racconta sempre Tarantini ai pm: "Pagai l'intero viaggio, con 10.000 euro alla società Mangusta, a De Santis, a Castellaneta (l’avvocato oggi coindagato di Giampaolo per sfruttamento della prostituzione), Francesco Nettis (titolare di una ditta che eroga gas) e delle ragazze loro amiche". Non solo. A De Santis "ho inoltre regalato 2 o 3 orologi costosi del valore complessivo di circa 60.000 euro comprati da Verdoscia".

Poi "gli ho messo più volte a disposizione macchine, autisti e pagato ristoranti", ma del resto "De Santis mi presentò anche Michele Mazzarano, vice coordinatore regionale Pd, Mario Loizzo, assessore ai trasporti; una volta mi inviò dal ministro Livia Turco, ministro sanità nel governo Prodi, per un progetto sulla tracciabilità delle sacche di sangue". Nessuno di questi, big di sinistra, a detta di Giampi gli fece qualche favore. Ma neanche  Berlusconi gliene ha fatti. Perché può avergli passato al telefono Guido Bertolaso, quando era capo della protezione civile, o gli ha fatto conoscere Borgoni di Finmeccanica, ma le utilità (come dicono i pm stessi) non hanno mai fatto cassa.

Tra i particolari di maggiore interesse, per gli investigatori, c’è la partecipazione del dalemiano De Santis nel pagare le tre escort intervenute a una cena con imprenditori utili a sbloccare un affare economico in cui era in ballo anche lui e l’amico Enrico Intini. Tutto ciò che riguarda Tarantini e uomini di affari, però, ha generato un nuovo fascicolo nel quale si indaga per corruzione. Al centro ci sono l’interesse di Giampi per la realizzazione di un gasdotto Italia-Albania, l’obiettivo di entrare in Finmeccanica e il desiderio di vincere appalti nella Protezione civile.


di Roberta Catania


18/09/2011




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Placanica: "Un lavoro al catasto e il sogno di una vita normale"

La Stampa

L’ex carabiniere che uccise Carlo Giuliani durante gli scontri del G8 ora fa l’impiegato


NICCOLO' ZANCAN


INVIATO A CATANZARO

Alle due di pomeriggio Mario Placanica deve timbrare il cartellino. È reduce dalla pausa pranzo, polpettine e arancini nella rosticceria all’angolo. Gli restano due ore di lavoro come impiegato del catasto. Fa notifiche e visure, controlla cartografie di alloggi e terreni. Sta in una stanza disadorna, in un prestigioso edificio del centro storico, con scrivania, computer e due colleghi a fianco. Guadagna 1240 euro al mese. Contratto a tempo indeterminato su chiamata diretta dell’ufficio di collocamento. E questa, insomma, è la sua seconda vita. Anche se non si capisce bene quanto sia davvero vita.

«Il mio grande rimpianto è di non essermi iscritto all’università quando avevo vent’anni - dice - dovevo studiare invece che diventare carabiniere. Ma entrare nell’Arma mi sembrava un modo per guadagnare un po’. Mio padre è pensionato, mia madre e le mie sorelle sono casalinghe». Gli unici - racconta - che non l’hanno lasciato solo. «Dopo quello che è successo, i carabinieri mi hanno abbandonato. Neppure si fanno più vedere. Una volta almeno venivano a salutarmi: “Ciao Placà, come stai?”». Mario Placanica, si direbbe, sta così così.



VIDEO
Dopo l'incubo G8
Placanica: sogno
una vita normale



Il 20 luglio del 2001 era in servizio da otto mesi. Dopo il corso da ausiliario a Fossano, era stato mandato al reparto mobile di Palermo. Quel giorno non doveva essere a Genova: «Ma poi un collega si rifiutò e toccò a me. Quando ci ripenso capisco che tutto poteva andare in un altro modo. Il destino ha intrecciato le cose». È lui che ha sparato e ucciso Carlo Giuliani, il ragazzo che stava lanciando un estintore contro il Land Rover Defender dei carabinieri. Genova, i giorni del G8. La scena è quella di piazza Alimonda.

Due colpi di pistola per i quali Placanica è stato prosciolto. Secondo il gip ha sparato per legittima difesa. Un verdetto ribadito dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo: «Usò la forza nei limiti necessari a impedire quello che percepiva come un reale e imminente pericolo per la sua vita e quella dei suoi colleghi». Ma certe volte non basta una sentenza per scacciare certi pensieri: «Ho temuto il peggio - spiega - pensavo che sarei morto bruciato dentro al Defender. Ma non volevo uccidere. Quando mi hanno detto quello che era successo mi sono messo a piangere. Era la prima volta che sparavo».

Arriviamo a Mario Placanica pieni di pregiudizi. L’avvocato Salvatore Saccò Faragò il 19 luglio scorso - in vista del decennale - aveva dichiarato sul Corriere della Sera: «Placanica ha già chiarito tutto nelle sedi opportune. Non parla. Adesso vuole solo dimenticare». Al telefono, il padre dell’ex carabiniere, ci aveva detto: «Finalmente Mario ha trovato un lavoro, sta ricominciando a vivere». Il vicino di casa in frazione Ruggero, un piccolo sobborgo di villette sparse nel comune di Sellia Marina, ci aveva messo in guardia: «O è pazzo o lo fa. Placanica mi ha aggredito davanti a mio figlio.

Mi ha preso a calci, insultato. Urlava senza motivo: "Tu mi vuoi male...". Una scena tremenda per cui ho sporto denuncia. Placanica è una bestia pronta a uccidere. E poi conosce quella storia per cui è indagato?». Sì, Placanica è iscritto nel registro degli indagati della procura di Catanzaro: è accusato di aver violentato la figlia undicenne della sua ex convivente. Fatti che risalirebbero al 2007.

Dunque, ripensavamo a tutto questo mentre salivamo i tornanti verso il centro storico di Catanzaro. E appena arrivati, una collega del catasto ha rincarato la dose: «Placanica qui si comporta molto bene, lavora, è puntuale. Ma si è confidato: fa brutti sogni, sente le voci».

Alle due in punto arriva alla bollatrice. Ha un borsello a tracolla e la sigaretta di traverso, la pancia compressa dentro a una polo blu troppo stretta, gli occhi cerchiati sotto gli occhiali rettangolari, il cartellino in mano. Molto diverso dalle foto di dieci anni fa. «Placanica?». Dopo un lampo di preoccupazione, sorride. «Mi sto dando da fare racconta - questo lavoro mi piace. Finalmente ho trovato delle persone con cui posso scambiare due parole. Non devi dare retta alle voci del mio vicino: quello è uno di destra, vuole infangare il mio nome». Ma non era lei che voleva candidarsi con «la Destra»? «È stata l’idea di gente un po’ criminale. Volevano usare il mio nome e farsi i soldi. Portaborse, servizio scorta: stavano pensando a tutto». Già, i soldi.

Dopo Genova, Mario Placanica aveva ricevuto 400 mila euro grazie a una sottoscrizione indetta dal giornale Libero. «Non mi è rimasto niente - spiega - ho speso tutto in avvocati. Per pagare il divorzio da mia moglie. Per riparare due auto, visto che purtroppo ho avuto due incidenti stradali. Insomma, sono a zero». Con questa nuova brutta storia sul groppone: «Sono tranquillo spiega - ho fiducia nella giustizia perché ho la coscienza a posto».

Sembra che il passato lo perseguiti più del presente. Dice che non può sentirsi in colpa: «Io stavo lavorando per lo Stato. Ero un militare giovane e inesperto. Poteva succedere anche a un altro». Dice che non vuole incontrare la famiglia di Carlo Giuliani, non più: «Hanno scritto un libro che non mi è piaciuto. Hanno detto che io non so fare due più due. Non voglio mancargli di rispetto, ma spero che loro abbiano capito che io non volevo uccidere. Io non volevo...». Potrebbe essere una specie di epitaffio.

Ma cosa vuole, oggi, Mario Placanica? «Ho molti sogni. Avrei voluto restare nell’Arma in abiti civili, ma si sono dimenticati di me. Avrei voluto entrare in aeronautica». Più terra terra?
«Sogno un po’ di serenità. Vorrei trovare la persona giusta».

Ha ricevuto molte lettere a cui non ha risposto: «Mi hanno scritto che sono un eroe. Mi sono stati vicini. Ne approfitto ora per ringraziarli di cuore». Su Facebook il partito dei sostenitori è nutrito come quello dell’odio. Mario Placanica cita le Brigate Rosse, certa gente che lo vuole investire, quelli che si intromettono nelle sue conversazioni private. E alla fine di ogni frase, ripete: «Non si può tornare sempre a Genova». Erano due ragazzi, non si è salvato nessuno.



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Parte la corsa al tartufo vince chi arriva ultimo

La Stampa


        

La raccolta è stata anticipata, ma non tutti sono d’accordo «Meglio aspettare le piogge per avere un prodotto migliore»

 

ROBERTO FIORI
ALBA (CUNEO)

Per fare un tartufo ci vuole un albero. Ma ci vuole anche un po’ di pioggia. C’è una regola non scritta, che in questi giorni ha donato un sorriso a chi è impegnato tra i filari e messo un po’ di apprensione a chi ha impugnato lo zappino per l’avvio della stagione del fungo ipogeo più prezioso, il bianco d’Alba: «Stagione anticipata per la vendemmia, posticipata per i tartufi». Dunque, come sarà l’annata 2011/2012 del «tuber magnatum pico», iniziata il 15 settembre e pronta a deliziare il palato dei buongustai fino al 31 gennaio?

I trifolao, che in inverno e primavera avevano iniziato a essere ottimisti, osservando la neve e la pioggia cadere dal cielo con un’abbondanza ormai inconsueta, non avevano perso la fiducia neppure a inizio estate, quando i temporali non sono mancati e la siccità quasi non s’è vista. Ma un agosto e un inizio settembre con il termometro ben al di sopra delle medie stagionali hanno rapidamente cambiato lo scenario. Così, mentre i vignaioli speravano che il bel tempo li accompagnasse senza precipitazioni che mettessero a repentaglio il raccolto, i seimila cercatori delle pepite bianche hanno fatto la danza della pioggia, che poi è puntualmente arrivata.

E, mentre scavano le prime buche nei boschi del basso Piemonte, dicono: «Il tartufo non è il moscato. Se le uve sono state staccate con due settimane d’anticipo, le prime trifole di qualità arriveranno quando l’autunno si degnerà di bussare alla porta».

Perché è proprio la secchezza del terreno il nemico principale del «tuber» che ha eletto Alba come sua capitale. Gli almanacchi dicono che il 2003 e il 2007 furono annate afose e pessime, con scarsissimi prodotti e prezzi alle stelle, fino a 750 euro l’etto. Poi sono arrivate due stagioni più equilibrate, con un giusto rapporto tra quantità, qualità e prezzi. Il 2010 è stato archiviato come la miglior stagione degli ultimi dieci anni: raccolto abbondante e quotazioni più che accessibili, intorno ai 200 euro l’etto.

Ma con un tipo bizzarro e misterioso come il tartufo non si può mai sapere. «Non bisogna aver fretta, basta un po’ di umidità per creare le condizioni ottimali», spiega Agostino Aprile, presidente dell’Unione delle nove associazioni tartufai del Piemonte.

«I prodotti finora estratti sono delle primizie poco affidabili» dicono noti commercianti come Andrea Rossano e Gian Maria Bonino, che vorrebbero creare un gruppo di «indignados del tartufo». Contestano la decisione della Regione Piemonte di anticipare la raccolta al 15 settembre, dopo che per mesi era stato sbandierato uno slittamento al primo ottobre, per meglio tutelare i consumatori.

Proprio a ottobre, Alba si vestirà a festa per l’ottantunesima edizione della Fiera internazionale del tartufo bianco. Un carosello di eventi che dal 7 ottobre al 13 novembre punta a soddisfare non solo la gola. Nel menu ci sono infatti ospiti come Luis Sepúlveda e Giovanni Allevi, una mostra dedicata alle Langhe di Cavour e una maratona fenogliana che venerdì proporrà una lettura non stop del romanzo «L’imboscata».

Tra le novità, il Centro nazionale studi tartufo proporrà un convegno su «Pasta, tartufo e 2.0: la comunicazione enogastronomica al tempo dei food blog». «Il tartufo è senza dubbio storia e tradizione», dice il direttore del Centro, Mauro Carbone, «ma ha anche una forza comunicativa straordinaria. Non vogliamo tirarci indietro di fronte al web. Per questo ad Alba, nella capitale mondiale del tartufo, vogliamo offrire uno spazio reale per confrontarci con le opportunità del mondo virtuale».




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Nel 2010 il raccolto è stato abbondante con quotazioni intorno ai 200 euro l'etto (foto Murialdo)

Ecco il lamento di Fazio, milionario ma "precario"

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Il conduttore rilascia un’intervista piagnucolosa alla Repubblica. Dimenticando i propri compensi. Sfoghi e lettere arrivano puntuali quando deve lanciare la trasmissione




Fabio Fazio si sente «precario». Lo ha rivelato in un’intervista a Repubblica. Un precario molto particolare, bisogna dire. Impiegato da 28 anni in Rai, contratto triennale appena rinnovato, compenso di quasi due milioni a stagione, inedito permesso di collaborare con una rete concorrente (La7) al fine di realizzare, in coppia con Roberto Saviano, la nuova edizione di Vieni via con me. Condizioni capestro, che rendono la vita intollerabile al povero Fabio. Il quale si lamenta e si lamenta e si lamenta. Prova «delusione» e «desolazione» perché nell’azienda pubblica c’è «una luce cupa». Peggio, «tutto è deprimente». Tranne l’inizio di Che tempo che fa, previsto per oggi su Raitre, in singolare coincidenza con le dichiarazioni concesse al quotidiano diretto da Ezio Mauro.


La vicenda Dandini, in partenza da Raitre per altri lidi, ha buttato giù il presentatore, il quale, nonostante le avversità, promette di non deflettere dai suoi «principi». E quali sarebbero? A esempio, rendere la tivù pubblica «un luogo del confronto, dello scandalo intellettuale, dove tutti possono esprimere le proprie opinioni». Ma «tutti» chi? Beh, nella prima puntata ci sarà il leader della Cgil Susanna Camusso, tanto per non dare una impronta militante alla trasmissione. Ma quale «scandalo intellettuale» poi? L’unico «scandalo» è il modo in cui Fazio liscia il pelo all’ospite di turno, evitando ogni vera domanda. Persino Nanni Moretti glielo ha fatto notare: «Lo dici a tutti quelli che vengono da te, che sono il tuo mito!

Lo dici sei volte la settimana!». Ma «confronto» di cosa? Invitare ogni tanto qualche politico di destra, da esibire come un panda, sarebbe «confrontarsi»? Un’idea della «libertà» secondo Fabio Fazio è stata fornita al Giornale qualche settimana fa dal comico Maurizio Milani, ex collaboratore del programma dal quale è stato lentamente ma inesorabilmente cancellato: «Una volta, per Che tempo che fa, avevo scritto uno dei miei pezzi surreali, tipo io che invito Giovanna Melandri al McDonald’s per un caffè e lei sviene. In redazione mi chiedono: al posto della Melandri puoi mettere la Prestigiacomo?». Nell’intervista, c’erano accuse anche più gravi. Mai smentite.

Certo che il milionario-precario Fazio deve condurre un’esistenza tribolata. Non è la prima volta che Repubblica raccoglie un suo sfogo. E sempre in occasione di un contratto da firmare o di uno show da lanciare... In giugno aveva vergato una lettera in cui affermava, preoccupatissimo, che la Rai non aveva intenzione di lasciargli fare Che tempo che fa. Una missiva sconsolata al punto da indurre alla mobilitazione l’intera sinistra. Risultato: squadra confermata e lauto rinnovo con diritto di tradimento con altra emittente. Un successone, altro che depressione. Nell’autunno 2010 anche la polemica su Vieni via con me si risolse nello stesso modo. Intervistona su Repubblica dal titolo eloquente: «Garanzie serie o salta tutto».

Non saltò niente. Fazio e Saviano fecero come pareva a loro, e dopo aver accusato la Lega Nord di connivenza con la ’ndrangheta, si stupirono, proprio loro paladini del dibattito, che il ministro Bobo Maroni, leggermente infuriato perché in prima linea contro la criminalità, chiedesse (addirittura!) il diritto di replicare. Da scolpire nella pietra a futura memoria il Saviano-pensiero espresso in quell’occasione: «Noi non facciamo un programma politico. La logica secondo cui si debba dare spazio anche al punto di vista contrario è tutt’altro che democratica». Questo sì che è avere idee chiare sul «confrontarsi».

Dice Fazio che «oggi pensare che qualcuno sia in buona fede (in Rai, ndr) è ingenuo». Vale anche per lui e per le sue interviste a orologeria.



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Il patriottismo traballante di una certa destra

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Non solo i leghisti. Anche a Sud c’è chi rimpiange gli Stati pre-unitari, rinnegando Risorgimento e liberalismo



Giovedì scorso, in un lungo articolo di Marcello Veneziani ha spiegato perché il tema del patriottismo, in questo periodo molto abusato a sinistra, sia in realtà estraneo a quella cultura politica. Il giorno seguente, è intervenuto Dino Cofrancesco, mettendo l’accento sul Risorgimento come fondamento del nostro Paese (nello strappo qui accanto, il titolo del pezzo). Con risultati disastrosi. Oggi interviene Mario Cervi.
Ho letto con doverosa attenzione i due arti­coli che Marcello Ve­neziani e Dino Co­francesco hanno dedicato al con­cetto di Patria, e alla spregiudica­tezza con cui la sinistra attuale vuole impadronirsene. Condivi­do al cento per cento, in proposi­to, le osservazioni di entrambi. Ma più che i consensi mi pare meritino d’essere sottolineati, da parte mia, i dissensi o le perplessi­tà. Ho avuto l’impressione - ma forse sbaglio - che Veneziani ab­bia di proposito insistito sull’esi­stenza d’una idea e d’un ideale di Patria al di là e al disopra di quel­­l’entità che si chiama Stato italia­no.
La visuale di Veneziani antepo­ne allo Stato la Nazione. Non è la Costituzione, scrive, che fa del­l’Italia un Paese. «Non sono le leg­­gi a fare l’Italia e gli italiani, ma è la vita, la cultura, la lingua e la storia di un popolo, e la percezione di sentirsi, pur nelle diversità, un po­polo ». E Cofrancesco in sostanza assente: «Prima dell’Unità non c’era il deserto dei tartari». Tutto vero. Eppure si annida in quelle diagnosi assolutamente ra­gionevoli un pericolo: il pericolo cioè che ne sia sminuito il Risorgi­mento, ridotto a episodio di pochi anni in una vicenda millenaria, e che di conseguenza ne sia sminui­ta l’Unità.
Che non è molto in au­ge, mi sembra, oggi come oggi. Non sono ottuso al punto di nega­­re che l’Italia, sia quando era la se­de d’un possente impero, sia quando era«la terra dei morti»,ab­bia conosciuto splendori e mise­rie che avevano scarsa attinenza con il suo essere Stato. Ma il dram­ma dell’Italia attuale - uno dei drammi, se preferite- sta nella sua propensione a rinnegare il mo­mento fondante dello Stato senza davvero volersi ancorare ai valori sociali e culturali da Veneziani evocati. Si può essere patrioti di una entità multiforme e frammen­tata? Si può essere patrioti senza credere davvero nella Patria? Non vorrei essere frainteso. Ve­neziani e Cofrancesco hanno so­stenuto tesi accettabili.
Ma quan­do Veneziani celebra i meriti del­­l’Italia - o delle Italie? - preunita­ria prescindendo dal suo essere o non essere Stato, secondo me ha ragione e torto nello stesso tem­po. Quel passato merita grande ri­spetto. Ma di per sé non genera pa­­triottismo. Gli Stati Uniti sono qua­si privi nella loro storia- così breve in confronto a quella di noi euro­pei - del substrato di pensiero e di fatti che forma l’identità italiana. Le loro tradizioni autentiche, i lo­ro maestri spirituali, religiosi, arti­stici erano altrove - paradossaliz­zo un po’, ma lo faccio per essere chiaro- erano migliaia di chilome­tri lontano.
Nonostante questo, o forse proprio per questo, i cittadi­ni Usa sentono fortissimamente il legame con le loro leggi, con la lo­ro Costituzione, con i padri fonda­tori non solo d’una collettività ma d’uno Stato. Nel Paese che ha, o sembra avere, radici più brevi o più tenui, il patriottismo è sentito con grande vigore, e gli internazio­nalismi hanno minore presa. Il neopatriottismo di sinistra ha mandato in archivio slogan retori­ci come quello della Resistenza tradita (tutto è dichiarato tradito in Italia: per la sinistra la Resisten­za, per i nazionalisti la vittoria nel­la Grande Guerra). Queste frustra­zioni incubano raramente qualco­sa di buono.
Ma, per tornare alla Patria, devo dire che la vedo sì insi­diata dagli usurpatori, dallo zelo improvviso di chi vuole difendere a spada tratta la Costituzione e i co­stituenti, un tempo vituperati. Ma la vedo egualmente o ancor più in­sidiata dall’affermarsi ed esten­dersi, all’interno dello schiera­mento «moderato», di due oppo­ste e coincidenti pulsioni antiita­liane. La Patria è un fastidio per i le­ghisti militanti che cercano sim­boli e rituali in una Padania abba­stanza fantasiosa, in prati magici, in ampolle purificatrici.
La Patria è egualmente un fasti­dio per i­nostalgici dell’Italia preri­sorgimentale, impegnati a tesse­re le lodi del Regno del Sud e ad esaltare, in opposizione al liberali­smo, il Sillabo di Pio IX. La sinistra si distinse un tempo per un suo particolare patriottismo di carat­tere ideologico, amava l’Urss, amava Stalin buon padre dei po­poli, non amava l’Italia. Adesso la negazione dell’Italia viene da due fronti, il negativismo antirisorgi­mentale imperversa sia nelle valli bergamasche sia nelle terre che fu­rono dei Borboni. Il patriottismo non è morto, ma non è nemmeno in buona salute.  




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Tornatore? Un venduto, fa lo spot per Esselunga La sinistra accusa il regista di "tradire" le Coop

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Sul Fatto, su Facebook e nei blog attacca il premio Oscar per aver girato un lungo docufilm su Bernardo Caprotti, patron di Esselunga. La sinistra accusa: "Lo paga il berlusconiano Caprotti"




O lettori, vi prego: salviamo il compagno Tornatore. Perché a sinistra la lotta continua tra essere e apparire è dura, qualche volta si sbaglia senza accorgersene, bisogna prestare attenzione, non ostentare mai, non superare il limite.


Il mercato esiste, purché lo usi per una causa, per fare buon viso a cattivo gioco, altrimenti succede che prima o poi si incazzano. E magari ti scoprono che Sabina Guzzanti guadagnava e investiva. E magari stanno ancora pensando a quando Santoro gli ha rifilato un discorsino dei suoi per spiegare che gli ottocentomila euro l’anno li prendeva per una legge di mercato, e infatti nessun compagno adesso si dà tanta pena per le vicende di Santoro, l’hanno abbandonato al mercato che lo ha abbandonato a se stesso. E Saviano, lo scrittore contro il mercato, si finse di non sentirlo, quando sostenne che quarantamila euro a puntata erano utili non a lui ma allo spettatore, pagati di meno non si lavora bene.

Ma adesso se la stanno prendendo pure con il povero Giuseppe Tornatore, dandogli del venduto, colpevole di aver realizzato lo spot dell’Esselunga, anzi ben più di uno spot, addirittura un docufilm su Bernardo Caprotti, Il mago di Esselunga. Mentre prima, pur nel libero mercato, tra i supermercati Giuseppe aveva fatto solo la pubblicità per la Coop. E quindi subito ci si indigna, si protesta sui blog e su Facebook e gli si dà del traditore anche sul Fatto Quotidiano: «Al supermercato punta subito alla cassa, anzi, a far cassa».

E certo, si rammenta che Tornatore di spot ne ha girati tanti, per Tim, Dolce&Gabbana, Enel, Q8, Monte Dei Paschi, Sky... e passino tutti, e però quando è troppo è troppo. Esselunga è un affronto intollerabile anche perché Caprotti, oltre a essere un concorrente e nemico delle Coop, è un amico di Berlusconi. Uno che ha osato dire: «Berlusconi certe cose le ha fatte molto bene». Ma scherziamo? E adesso?

L’unico modo di salvare il compagno Giuseppe sarebbe dargli una risposta buona, un alibi spendibile, a volte basta poco. Alla fine la Guzzanti se l’è cavata dicendo che investiva per pensare alla vecchiaia, Santoro si inventò che doveva riscattare i sacrifici del padre ferroviere, Saviano si salva sempre con la camorra, e perfino Grillo si fa pagare cari gli spettacoli con la scusa dei vaffanculo a tutti. Ma a Tornatore cosa gli si può inventare? Una nonna partigiana cassiera dell’Esselunga? O potrebbe dire di essersi sbagliato, che aveva sentito «docufilm» e aveva capito si trattasse di una «docufiction» per Formigli?

Non è facile, forse bisognerebbe andare a vedere cosa disse Gad Lerner quando fece lo spot dei Crumiri.



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Per Fini sul palco soltanto trenta spettatori

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Il primo comizio del leader Fli sembra un villaggio turistico fuori stagione. Più giornalisti che militanti. Nel Comasco disertata la festa futurista in stile raduno del Carroccio. Pure Bocchino dà buca. La base: è in imbarazzo per lo sfogo della moglie



La prima festa futurista del precoce autunno finiano è lì, nascosta dietro a un curvone sulla provinciale novedratese. Ma a differenza del precedente cinematografico fantozziano, laddove i ciclisti tagliavano il tornante per finire dritti sui tavoli della trattoria, qui i fan di Gianfranco non vedendo lo straccio di un manifesto, passano puntualmente oltre. Inutile e tardivo appendere la bandiera di Fli al muretto di un cantiere stradale, operazione peraltro rischiosa indossando la spilletta verde-blu e non il giubbotto catarifrangente. Per fortuna, qualche aficionado si accorge di aver sbagliato e allora fa inversione a caccia della discoteca «teatro dell’evento», si fa per dire: Summer Club 65. Praticamente un vaticinio sul numero dei partecipanti alla kermesse. Oltre la metà sono giornalisti, poi ci sono i quadri del movimento.

Perché tutti quei militanti (citati solo sui volantini e presenti giusto nei discorsi dei dirigenti) hanno disertato la prima uscita pubblica del leader subacqueo, esclusa la parata di Mirabello, s’intende. Eccolo confezionato il raduno flop di Futuro e libertà, partito cespuglio che s’è riunito ieri in mezzo ai boschi del Comasco. Venti minuti alle 11, ora x del comizio presidenziale, e le cinque file di sedie bianche e vuote a bordo piscina erano degne di un villaggio turistico fuori stagione. Allora ci ha pensato la provvidenza futurista a ritardare l’atterraggio del capo a Malpensa. Attimi preziosi per quei pochi coraggiosi che hanno sacrificato un sabato mattina sull’altare del terzopolismo. Si fruga nelle agende e nelle rubriche dei telefonini, «fate presto, ma dove siete?», «come non venite, ci sono i posti riservati!», «segui bene il navigatore e arrivi». Così, dove di sera si sbracciano i buttafuori, di giorno si son messi all’opera i buttadentro.

Veronica, vent’anni, s’è fatta accompagnare da papà Flavio. «Cosa non si fa per una figlia. E la settimana scorsa m’ha fatto andare fino a Mirabello». Lei, è l’età, sogna «un’alternativa di destra a Berlusconi» però legge il Fatto Quotidiano; lui, è l’età, l’ha sognata di sinistra ma almeno «i rossi con le feste dell’Unità ci sapevano fare». Già, qui manco una salamella. Per giunta nel pomeriggio si discute di crisi economica, intanto il pranzo al buffet costa euro 15 a cranio. In compenso le brioche resistono nei vassoi del bar all’assalto del visitatore che doveva esserci e invece non c’è. Languiranno (le brioche, non i visitatori) nell’oblio fino all’ora di pranzo.

Padre e figlia esitano, quasi non credono alla possibilità di sedersi «così davanti» al presidente comiziante. È tutto vero, non c’è bisogno di sgomitare. Le signorine del servizio d’ordine t’accompagnano in platea, a favor di telecamera. Due signore un po’ avanti con gli anni Fini lo seguivano anche da «prima» (dello strappo) e comunque resta sempre «un bel toso». I mariti non sono gelosi, tra le mani hanno la fotocamera per immortalare un possibile incontro ravvicinato, pura utopia ai tempi delle folle del Pdl unito. Luca e Stefania, sparuti rappresentanti dei ggiovani di Generazione Italia, hanno la faccia assonnata di chi la sera prima è andato a divertirsi con gli amici e poi scopri che erano tra il pubblico dell’Ultima parola.

«Ma a Paragone che gli è preso? Sembra l’imitazione di Santoro: che vergogna, tutta la puntata sulle escort. C’è piaciuto Formigoni». Vallo a spiegare a Bocchino... a proposito, Italo doveva arrivare a Como già venerdì ma non s’è visto proprio, nemmeno lui ha ascoltato il verbo finiano. Chissà perché. «Come faceva a farsi vedere in giro? Dopo quella bastonata presa dall’ex moglie...» serpeggia il veleno tra i peones che leggono e rileggono l’ormai epica intervista della Buontempo al Corriere. Corna e bugie. «Roba da parrucchiere», eppure anche i finiani arrossiscono.

Non a caso Fini nel discorso sotto la tettoia in stile Africa nera, davanti alla sua tribù che già vive nella riserve, aggira da facocero astuto il terreno del gossip sul Cavaliere. Certo, la parola «intercettazione» spunta al terzo minuto d’eloquio, ma è per dire che «noi abbiamo sollevato per primi i problemi del centrodestra. Altri, poi, dicevano le stesse cose in privato...». Giura Gianfry che «non è un’anomalia» che un presidente della Camera predichi sul territorio come quei leghisti che lui snobba per le «carnevalate padane». E conclude: «Così non si va avanti, serve un altro premier». Senza svelare chi mai possa essere il salvatore della patria.

Prima di abbandonare il set l’uomo che sussurrava ai molluschi si concede un bicchiere in relax, dietro le transenne sistemate per contenere la ressa invisibile, omaggiato dai padroni di casa Fli, dal senatore Valditara alla consigliere milanese Giudice. Fini, bello abbronzato, sorride. Attorno tavolini e divanetti. Sulla testa casse e faretti. Un anno fa l’appartamento di Montecarlo era «un fatto privato», oggi si consola col partito privé.



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C'è posta anche per De Niro, il divo in lacrime dalla De Filippi

Corriere della sera

Ospite del programma, si è commosso per la storia di una donna che era stata vittima di violenze


MILANO - Maria De Filippi riesce a far piangere pure Robert De Niro. Eccolo lì, nello studio di «C'è posta per te», il grande Bob, due Oscar, che piange come un vitello scatenato alla storia strappalacrime di una donna sposata con un uomo sbagliato. Così i tre figli le apparecchiano la sorpresa della vita, perché De Niro è il suo grande mito.


È un attore, con la maiuscola, e il dotto lacrimale lo apre e chiude a comando. Quindi chissà se anche la performance di ieri sera su Canale 5 bisogna derubricarla dal capitolo Vera Commozione a quello Grande Interpretazione. Quasi quasi pure a Maria De Filippi il dubbio resta. Fingeva? «Direi di no. Ma dico anche: che ne so? Penso che De Niro sia in grado di piangere, ridere, urlare, fare qualunque cosa, nel giro di 10 secondi». È una regina Mida degli ascolti, ma trovarsi un monumento vivente di fronte la spaventava comunque: «A Sanremo lo avevo visto piuttosto rigido, da Letterman giocava molto di silenzi, sguardi, sorrisi. Penso che sia normale sentirsi inadeguati in queste circostanze. Gliel'ho detto subito: lei ha fatto sicuramente interviste con gente molto più capace di me». Aggiunge: «Ha questa faccia di gomma, non è assolutamente facile leggere quello che pensa. Ha lo sguardo stretto, le rughe chiare, barba e capelli bianchi. È De Niro. Punto».


Il pianto di De Niro


Prima di partecipare ha chiesto se la storia era vera. Tranquillo Bob, sono tutte autentiche, ha giurato la produzione. Allora ok. E non ha fatto solo atto di presenza. Ha parlato con i tre figli prima della trasmissione, si è intrattenuto anche con la donna per 40 minuti a fine programma e ha scelto lui - come capita sempre nel caso delle sorprese - cosa fare in studio in compagnia della sua fan: ha voluto bere del vino e regalarle Cent'anni di solitudine di Márquez. In blu con polo bianca, quando si svela alla donna, che per lui è pur sempre una sconosciuta, la stringe in un abbraccio lunghissimo. Poi inizia un mimo di silenzi e di sguardi. In mezzo il pianto. Abbraccio. Vino. Pianto. Silenzio. Quattro minuti di sussurri e mezze parole. «In quei momenti mi son detta "e ora cosa faccio"? Però mi sembrava offensivo intervenire. Silenzio io. Silenzio lui. Silenzio l'ospite. Non mi è mai capitato». Bob ha mantenuto le premesse. Maria De Filippi prima aveva proposto a De Niro delle parole da associare a un ricordo, a un pensiero. Lacrime: «Non c'è nulla di male nel piangere». Detto, fatto.


Renato Franco
18 settembre 2011 09:30



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E il giudice si tolse la toga "Non sopportavo più l’idiozia di troppi colleghi"

di

Per 42 anni al servizio dello Stato, 80mila sentenze e mai un giorno d’assenza. Sei volte davanti al Csm per le critiche alla corporazione: "Sempre prosciolto"



Magistrati, alzatevi! Stavolta gli imputati siete voi e a processarvi è un vostro collega, il giudice Edoardo Mori. Che un anno fa, come in questi giorni, decise di strapparsi di dosso la toga, disgustato dall’impreparazione e dalla faziosità regnanti nei palazzi di giustizia. «Sarei potuto rimanere fino al 2014, ma non ce la facevo più a reggere l’idiozia delle nuove leve che sui giornali e nei tiggì incarnano il volto della magistratura. Meglio la pensione».
Per 42 anni il giudice Mori ha servito lo Stato tutti i santi i giorni, mai un’assenza, a parte la settimana in cui il figlioletto Daniele gli attaccò il morbillo; prima per otto anni pretore a Chiavenna, in Valtellina, e poi dal 1977 giudice istruttore, giudice per le indagini preliminari, giudice fallimentare (il più rapido d’Italia, attesta il ministero della Giustizia), nonché presidente del Tribunale della libertà, a Bolzano, dov’è stato protagonista dei processi contro i terroristi sudtirolesi, ha giudicato efferati serial killer come Marco Bergamo (cinque prostitute sgozzate a coltellate), s’è occupato d’ogni aspetto giurisprudenziale a esclusione solo del diritto di famiglia e del lavoro. Con un’imparzialità e una competenza che gli vengono riconosciute persino dai suoi nemici. Ovviamente se n’è fatti parecchi, esattamente come suo padre Giovanni, che da podestà di Zeri, in Lunigiana, nel 1939 mandò a farsi friggere Benito Mussolini, divenne antifascista e ospitò per sei mesi in casa propria i soldati inglesi venuti a liberare l’Italia.
Mori confessa d’aver tirato un sospirone di sollievo il giorno in cui s’è dimesso: «Il sistema di polizia, il trattamento dell’imputato e il rapporto fra pubblici ministeri e giudice sono ancora fermi al 1930. Le forze dell’ordine considerano delinquenti tutti gli indagati, i cittadini sono trattati alla stregua di pezze da piedi, spesso gli interrogatori degenerano in violenza. Il Pm gioca a fare il commissario e non si preoccupa di garantire i diritti dell’inquisito. E il Gip pensa che sia suo dovere sostenere l’azione del Pm».
Da sempre studioso di criminologia e scienze forensi, il dottor Mori è probabilmente uno dei rari magistrati che già prima di arrivare all’università si erano sciroppati il Trattato di polizia scientifica di Salvatore Ottoleghi (1910) e il Manuale del giudice istruttore di Hans Gross (1908). Le poche lire di paghetta le investiva in esperimenti su come evidenziare le impronte digitali utilizzando i vapori di iodio. Non c’è attività d’indagine (sopralluoghi, interrogatori, perizie, autopsie, Dna, rilievi dattiloscopici, balistica) che sfugga alle conoscenze scientifiche dell’ex giudice, autore di una miriade di pubblicazioni, fra cui il Dizionario multilingue delle armi, il Codice delle armi e degli esplosivi e il Dizionario dei termini giuridici e dei brocardi latini che vengono consultati da polizia, carabinieri e avvocati come se fossero tre dei 73 libri della Bibbia.
Nato a Milano nel 1940, nel corso della sua lunga carriera Mori ha firmato almeno 80.000 fra sentenze e provvedimenti, avendo la soddisfazione di vederne riformati nei successivi gradi di giudizio non più del 5 per cento, un’inezia rispetto alla media, per cui gli si potrebbe ben adattare la frase latina che Sant’Agostino nei suoi Sermones riferiva alle questioni sottoposte al vaglio della curia romana o dello stesso pontefice: «Roma locuta, causa finita». Il dato statistico può essere riportato solo perché Mori è uno dei pochi, o forse l’unico in Italia, che ha sempre avuto la tigna di controllare periodicamente com’erano andati a finire i casi passati per le sue mani: «Di norma ai giudici non viene neppure comunicato se le loro sentenze sono state confermate o meno.
Un giudice può sbagliare per tutta la vita e nessuno gli dice nulla. La corporazione è stata di un’abilità diabolica nel suddividere le eventuali colpe in tre gradi di giudizio. Risultato: deresponsabilizzazione totale. Il giudice di primo grado non si sente sicuro? Fa niente, condanna lo stesso, tanto - ragiona - provvederà semmai il collega in secondo grado a metterci una pezza. In effetti i giudici d’appello un tempo erano eccellenti per prudenza e preparazione, proprio perché dovevano porre rimedio alle bischerate commesse in primo grado dai magistrati inesperti. Ma oggi basta aver compiuto 40 anni per essere assegnati alla Corte d’appello. Non parliamo della Cassazione: leggo sentenze scritte da analfabeti».
Soprattutto, se il giudice sbaglia, non paga mai. «La categoria s’è autoapplicata la regola che viene attribuita all’imputato Stefano Ricucci: “È facile fare il frocio col sedere degli altri”. Le risulta che il Consiglio superiore della magistratura abbia mai condannato i giudici che distrussero Enzo Tortora? E non parliamo delle centinaia di casi, sconosciuti ai più, conclusi per l’inadeguatezza delle toghe con un errore giudiziario mai riparato: un innocente condannato o un colpevole assolto. In compenso il Csm è sempre solerte a bastonare chi si arrischia a denunciare le manchevolezze delle Procure».
Il dottor Mori parla con cognizione di causa: ha dovuto subire ben sei provvedimenti disciplinari e tutti per aver criticato l’operato di colleghi arruffoni e incapaci. «Dopo aver letto una relazione scritta per un pubblico ministero pugliese, con la quale il perito avrebbe fatto condannare un innocente sulla base di rivoltanti castronerie, mi permisi di scrivere al procuratore capo, avvertendolo che quel consulente stava per esporlo a una gran brutta figura.

Ebbene, l’emerita testa mi segnalò per un procedimento disciplinare con l’accusa d’aver “cercato di influenzarlo” e un’altra emerita testa mi rinviò a giudizio. Ogni volta che ho segnalato mostruosità tecniche contenute nelle sentenze, mi sono dovuto poi giustificare di fronte al Csm. E ogni volta l’organo di autogoverno della magistratura è stato costretto a prosciogliermi. Forse mi ha inflitto una censura solo nel sesto caso, per aver offuscato l’immagine della giustizia segnalando che un incolpevole cittadino era stato condannato a Napoli. Ma non potrei essere più preciso al riguardo, perché, quando m’è arrivata l’ultima raccomandata dal Palazzo dei Marescialli, l’ho stracciata senza neppure aprirla. Delle decisioni dei supremi colleghi non me ne fregava più nulla».


Perché ha fatto il magistrato?
«Per laurearmi in fretta, visto che in casa non c’era da scialare. Fin da bambino me la cavavo un po’ in tutto, perciò mi sarei potuto dedicare a qualsiasi altra cosa: chimica, scienze naturali e forestali, matematica, lingue antiche. Già da pretore mi documentavo sui testi forensi tedeschi e statunitensi e applicavo regole che nessuno capiva. Be’, no, a dire il vero uno che le capiva c’era: Giovanni Falcone». 

Il magistrato trucidato con la moglie e la scorta a Capaci.
«Mi portò al Csm a parlare di armi e balistica. Ma poi non fui più richiamato perché osai spiegare che molti dei periti che i tribunali usavano come oracoli non erano altro che ciarlatani. Ciononostante questi asini hanno continuato a istruire i giovani magistrati e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Ma guai a parlar male dei periti ai Pm: ti spianano. Pensi che uno di loro, utilizzato anche da un’università romana, è riuscito a trovare in un residuo di sparo tracce di promezio, elemento chimico non noto in natura, individuato solo al di fuori del sistema solare e prodotto in laboratorio per decadimento atomico in non più di 10 grammi». 

Per quale motivo i pubblici ministeri scambiano i periti per oracoli?
«Ma è evidente! Perché i periti offrono ai Pm le risposte desiderate, gli forniscono le pezze d’appoggio per confermare le loro tesi preconcette. I Pm non tollerano un perito critico, lo vogliono disponibile a sostenere l’accusa a occhi chiusi. E siccome i periti sanno che per lavorare devono far contenti i Pm, si adeguano». 

Ci sarà ben un organo che vigila sull’operato dei periti.
«Nient’affatto, in Italia manca totalmente un sistema di controllo. Quando entrai in magistratura, nel 1968, era in auge un perito che disponeva di un’unica referenza: aver recuperato un microscopio abbandonato dai nazisti in fuga durante la seconda guerra mondiale. Per ottenere l’inserimento nell’albo dei periti presso il tribunale basta essere iscritti a un ordine professionale. Per chi non ha titoli c’è sempre la possibilità di diventare perito estimatore, manco fossimo al Monte di pietà. Ci sono marescialli della Guardia di finanza che, una volta in pensione, ottengono dalla Camera di commercio il titolo di periti fiscali e con quello vanno a far danni nelle aule di giustizia». 

Sono sconcertato.
«Anche lei può diventare perito: deve solo trovare un amico giudice che la nomini. I tribunali rigurgitano di tuttologi, i quali si vantano di potersi esprimere su qualsiasi materia, dalla grafologia alla dattiloscopia. Spesso non hanno neppure una laurea. Nel mondo anglosassone vi è una tale preoccupazione per la salvaguardia dei diritti dell’imputato che, se in un processo si scopre che un perito ha commesso un errore, scatta il controllo d’ufficio su tutte le sue perizie precedenti, fino a procedere all’eventuale revisione dei processi. In Italia periti che hanno preso cantonate clamorose continuano a essere chiamati da Pm recidivi e imperterriti, come se nulla fosse accaduto». 

Può fare qualche caso concreto?
«Negli accertamenti sull’attentato a Falcone vennero ricostruiti in un poligono di tiro - con costi miliardari, parlo di lire - i 300 metri dell’autostrada di Capaci fatta saltare in aria da Cosa nostra, per scoprire ciò che un esperto già avrebbe potuto dire a vista con buona approssimazione e cioè il quantitativo di esplosivo usato. È chiaro che ai fini processuali poco importava che fossero 500 o 1.000 chili. Molto più interessante sarebbe stato individuare il tipo di esplosivo. Dopo aver costruito il tratto sperimentale di autostrada, ci si accorse che un manufatto recente aveva un comportamento del tutto diverso rispetto a un manufatto costruito oltre vent’anni prima. Conclusione: quattrini gettati al vento. Nel caso dell’aereo Itavia, inabissatosi vicino a Ustica nel 1980, gli esami chimici volti a ricercare tracce di esplosivi su reperti ripescati a una profondità di circa 3.500 metri vennero affidati a chimici dell’Università di Napoli, i quali in udienza dichiararono che tali analisi esulavano dalle loro competenze. Però in precedenza avevano riferito di aver trovato tracce di T4 e di Tnt in un sedile dell’aereo e questa perizia ebbe a influenzare tutte le successive pasticciate indagini, orientate a dimostrare che su quel volo era scoppiata una bomba. Vuole un altro esempio di imbecillità esplosiva?». 

Prego.
Sono rassegnato a tutto.
«Per anni fior di magistrati hanno cercato di farci credere che il plastico impiegato nei più sanguinosi attentati attribuiti all’estrema destra, dal treno Italicus nel 1974 al rapido 904 nel 1984, era stato recuperato dal lago di Garda, precisamente da un’isoletta, Trimelone, davanti al litorale fra Malcesine e Torri del Benaco, militarizzata fin dal 1909 e adibita a santabarbara dai nazisti. Al processo per la strage di Bologna l’accusa finì nel ridicolo perché nessuno dei periti s’avvide che uno degli esplosivi, asseritamente contenuti nella valigia che provocò l’esplosione e che pareva fosse stato ripescato nel Benaco dai terroristi, era in realtà contenuto solo nei razzi del bazooka M20 da 88 millimetri di fabbricazione statunitense, entrato in servizio nel 1948. Un po’ dura dimostrare che lo avessero già i tedeschi nel 1945». 


Ormai non ci si può più fidare neppure dell’esame del Dna, basti vedere la magra figura rimediata dagli inquirenti nel processo d’appello di Perugia per l’omicidio di Meredith Kercher.
«Si dice che questo esame presenti una probabilità d’errore su un miliardo. Falso. Da una ricerca svolta su un database dell’Arizona, contenente 65.000 campioni di Dna, sono saltate fuori ben 143 corrispondenze. Comunque era sufficiente vedere i filmati in cui uno degli investigatori sventolava trionfante il reggiseno della povera vittima per capire che sulla scena del delitto era intervenuta la famigerata squadra distruzione prove. A dimostrazione delle cautele usate, il poliziotto indossava i guanti di lattice. Restai sbigottito vedendo la scena al telegiornale. I guanti servono per non contaminare l’ambiente col Dna dell’operatore, ma non per manipolare una possibile prova, perché dopo due secondi che si usano sono già inquinati. Bisogna invece raccogliere ciascun reperto con una pinzetta sterile e monouso. I guanti non fanno altro che trasportare Dna presenti nell’ambiente dal primo reperto manipolato ai reperti successivi. E infatti adesso salta fuori che sul gancetto del reggipetto c’era il Dna anche della dottoressa Carla Vecchiotti, una delle perite che avrebbero dovuto isolare con certezza le eventuali impronte genetiche di Raffaele Sollecito e Amanda Knox. Non è andata meglio a Cogne». 
Cioè?
«In altri tempi l’indagine sulla tragica fine del piccolo Samuele Lorenzi sarebbe stata chiusa in mezza giornata. Gli infiniti sopralluoghi hanno solo dimostrato che quelli precedenti non erano stati esaustivi. Il sopralluogo è un passaggio delicatissimo, che non consente errori. Gli accessi alla scena del delitto devono essere ripetuti il meno possibile perché ogni volta che una persona entra in un ambiente introduce qualche cosa e porta via altre cose. Ma il colmo dell’ignominia è stato toccato nel caso Marta Russo». 
Si riferisce alle prove balistiche sul proiettile che uccise la studentessa nel cortile dell’Università La Sapienza di Roma?
«E non solo. S’è preteso di ricostruire la traiettoria della pallottola avendo a disposizione soltanto il foro d’ingresso del proiettile su un cranio che era in movimento e che quindi poteva rivolgersi in infinite direzioni. In tempi meno bui, sui libri di geometria del ginnasio non si studiava che per un punto passano infinite rette? Dopodiché sono andati a grattare il davanzale da cui sarebbe partito il colpo e hanno annunciato trionfanti: residui di polvere da sparo, ecco la prova! Peccato che si trattasse invece di una particella di ferodo per freni, di cui l’aria della capitale pullula a causa del traffico. La segretaria Gabriella Alletto è stata interrogata 13 volte con metodi polizieschi per farle confessare d’aver visto in quell’aula gli assistenti Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro. Uno che si comporta così, se non è un pubblico ministero, viene indagato per violenza privata. Un Pm non può usare tecniche da commissario di pubblica sicurezza, anche se era il metodo usato da Antonio Di Pietro, che infatti è un ex poliziotto». 
Un sistema che ha fatto scuola.
«La galera come mezzo di pressione sui sospettati per estorcere confessioni. Le manette sono diventate un moderno strumento di tortura per acquisire prove che mancano e per costringere a parlare chi, per legge, avrebbe invece diritto a tacere». 
Che cosa pensa delle intercettazioni telefoniche che finiscono sui giornali?
«Non serve una nuova legge per vietare la barbarie della loro indebita pubblicazione. Quella esistente è perfetta, perché ordina ai Pm di scremare le intercettazioni utili all’indagine e di distruggere le altre. Tutto ciò che non riguarda l’indagato va coperto da omissis in fase di trascrizione. Nessuno lo fa: troppa fatica. Ci vorrebbe una sanzione penale per i Pm. Ma cane non mangia cane, almeno in Italia. In Germania, invece, esiste uno specifico reato. Rechtsverdrehung, si chiama. È lo stravolgimento del diritto da parte del giudice». 
Come mai la giustizia s’è ridotta così?
«Perché, anziché cercare la prova logica, preferisce le tesi fantasiose, precostituite. Le statistiche dimostrano invece che nella quasi totalità dei casi un delitto è banale e che è assurdo andare in cerca di soluzioni da romanzo giallo. Lei ricorderà senz’altro il rasoio di Occam, dal nome del filosofo medievale Guglielmo di Occam». 
In un ragionamento tagliare tutto ciò che è inutile.
«Appunto.
Le regole logiche da allora non sono cambiate. Non vi è alcun motivo per complicare ciò che è semplice. Il “cui prodest?” è risolutivo nel 50 per cento dei delitti. Chi aveva interesse a uccidere? O è stato il marito, o è stata la moglie, o è stato l’amante, o è stato il maggiordomo, vedi assassinio dell’Olgiata, confessato dopo 20 anni dal cameriere filippino Manuel Winston. Poi servono i riscontri, ovvio. In molti casi la risposta più banale è che proprio non si può sapere chi sia l’autore di un crimine. Quindi è insensato volerlo trovare per forza schiaffando in prigione i sospettati». 
 
Ma perché si commettono tanti errori nelle indagini?
 «I giudici si affidano ai laboratori istituzionali e ne accettano in modo acritico i responsi. Nei rari casi in cui l’indagato può pagarsi un avvocato e un buon perito, l’esperienza dimostra che l’accertamento iniziale era sbagliato. I medici i loro errori li nascondono sottoterra, i giudici in galera. Paradigmatico resta il caso di Ettore Grandi, diplomatico in Thailandia, accusato nel 1938 d’aver ucciso la moglie che invece si era suicidata. Venne assolto nel 1951 dopo anni di galera e ben 18 perizie medico-legali inconcludenti».
E si ritorna alla conclamata inettitudine dei periti.
«L’indagato innocente avrebbe più vantaggi dall’essere giudicato in base al lancio di una monetina che in base a delle perizie. E le risparmio l’aneddotica sulla voracità dei periti».
No, no, non mi risparmi nulla.
«Vengono pagati per ogni singolo elemento esaminato. Ho visto un colonnello, incaricato di dire se 5.000 cartucce nuove fossero ancora utilizzabili dopo essere rimaste in un ambiente umido, considerare ognuna delle munizioni un reperto e chiedere 7.000 euro di compenso, che il Pm gli ha liquidato: non poteva spararne un caricatore? Ho visto un perito incaricato di accertare se mezzo container di kalashnikov nuovi, ancora imballati nella scatola di fabbrica, fossero proprio kalashnikov. I 700-800 fucili mitragliatori sono stati computati come altrettanti reperti. Parcella da centinaia di migliaia di euro. Per fortuna è stata bloccata prima del pagamento».
In che modo se ne esce?
«Nel Regno Unito vi è il Forensic sciences service, soggetto a controllo parlamentare, che raccoglie i maggiori esperti in ogni settore e fornisce inoltre assistenza scientifica a oltre 60 Stati esteri. Rivolgiamoci a quello. Dispone di sette laboratori e impiega 2.500 persone, 1.600 delle quali sono scienziati di riconosciuta autorità a livello mondiale».
E per le altre magagne?
«In Italia non esiste un testo che insegni come si conduce un interrogatorio. La regola fondamentale è che chi interroga non ponga mai domande che anticipino le risposte o che lascino intendere ciò che è noto al pubblico ministero o che forniscano all’arrestato dettagli sulle indagini. Guai se il magistrato fa una domanda lunga a cui l’inquisito deve rispondere con un sì o con un no. Una palese violazione di questa regola elementare s’è vista nel caso del delitto di Avetrana. Il primo interrogatorio di Michele Misseri non ha consentito di accertare un fico secco perché il Pm parlava molto più dello zio di Sarah Scazzi: bastava ascoltare gli scampoli di conversazione incredibilmente messi in onda dai telegiornali. Ci sarebbe molto da dire anche sulle autopsie».
Ci provi.
«È ormai routine leggere che dopo un’autopsia ne viene disposta una seconda, e poi una terza, quando non si riesumano addirittura le salme sepolte da anni. Ciò dimostra solamente che il primo medico legale non era all’altezza. Io andavo di persona ad assistere agli esami autoptici, spesso ho dovuto tenere ferma la testa del morto mentre l’anatomopatologo eseguiva la craniotomia. Oggi ci sono Pm che non hanno mai visto un cadavere in vita loro».

Ma in mezzo a questo mare di fanghiglia, lei com’è riuscito a fare il giudice per 42 anni, scusi?
«Mi consideri un pentito. E un corresponsabile. Anch’io ho abusato della carcerazione preventiva, ma l’ho fatto, se mai può essere un’attenuante, solo con i pregiudicati, mai con un cittadino perbene che rischiava di essere rovinato per sempre. Mi autoassolvo perché ho sempre lavorato per quattro. Almeno questo, tutti hanno dovuto riconoscerlo».
Non è stato roso dal dubbio d’aver condannato un innocente?
«Una volta sì. Mi ero convinto che un impiegato delle Poste avesse fatto da basista in una rapina. Mi fidai troppo degli investigatori e lo tenni dentro per quattro-cinque mesi. Fu prosciolto dal tribunale».
Gli chiese scusa?
«Non lo rividi più, sennò l’avrei fatto. Lo faccio adesso. Ma forse è già morto».
Intervistato sul Corriere della Sera da Indro Montanelli nel 1959, il giorno dopo essere andato in pensione, il presidente della Corte d’appello di Milano, Manlio Borrelli, padre dell’ex procuratore di Mani pulite, osservò che «in uno Stato bene ordinato, un giudice dovrebbe, in tutta la sua carriera e impegnandovi l’intera esistenza, studiare una causa sola e, dopo trenta o quarant’anni, concluderla con una dichiarazione d’incompetenza».
«In Germania o in Francia non si parla mai di giustizia.
Sa perché? Perché funziona bene. I magistrati sono oscuri funzionari dello Stato. Non fanno né gli eroi né gli agitatori di popolo. Nessuno conosce i loro nomi, nessuno li ha mai visti in faccia». 
 
Si dice che il giudice non dev’essere solo imparziale: deve anche apparirlo. Si farebbe processare da un suo collega che arriva in tribunale con Il Fatto Quotidiano sotto braccio? Cito questa testata perché di trovarne uno che legga Il Giornale non m’è mai capitato.
«Ho smesso d’andare ai convegni di magistrati da quando, su 100 partecipanti, 80 si presentavano con La Repubblica e parlavano solo di politica. Tutti espertissimi di trame, nomine e carriere, tranne che di diritto».
Quanti sono i giudici italiani dai quali si lascerebbe processare serenamente?
«Non più del 20 per cento. Il che collima con le leggi sociologiche secondo cui gli incapaci rappresentano almeno l’80 per cento dell’umanità, come documenta Gianfranco Livraghi nel suo saggio Il potere della stupidità».
Perché ha aspettato il collocamento a riposo per denunciare tutto questo?
«A dire il vero l’ho sempre denunciato, fin dal 1970. Solo che potevo pubblicare i miei articoli unicamente sul mensile Diana Armi. Ha chiuso otto mesi fa».

stefano.lorenzetto@ilgiornale.it




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Casini zittisce Di Pietro: io escort? Pensa ai soldi che prendevi tu...

di

Botta e risposta a distanza tra Di Pietro e Casini. Il leader Idv aveva definito ieri "escort della politica" Casini, che ha risposto così: "Basta pensare alla sua storia di magistrato e alle scatole di scarpe con cui prendeva i soldi. Non può impartire lezioni morali"



Ormai è ufficiale: tra Casini e Di Pietro non corre buon sangue. Anzi, piovono cannonate da entrambe le parti. Nelle ultime 24 ore infatti i due se le sono date di santa ragione. A parole, naturalmente. Parole che però pesano come macigni. Ma andiamo per ordine. A rompere gli indugi e a impugnare per primo l'arma dell'invettiva ci ha pensato il moderato Di Pietro che ieri dal palco di Vasto (dove si è confrontato con Vendola e Bersani) ha definito Casini "escort della politica", motivando le sue parole così: "Ieri l’Udc ha dato la sfiducia a Berlusconi e oggi ha firmato l’alleanza con il berluschino molisano, Iorio. Questo è opportunismo politico. Loro vogliono andare con chi vince, abbiamo a che fare con un partito che dice "siccome riesco ad andare a letto anche con la bionda, lì vado con la bionda mentre altrove vado con la mora. E no, vuoi dire con chi ti vuoi sposare? Devi scegliere. Non ho pregiudizi sulle alleanze ma se è così, se Casini non dice cosa vuole fare, allora io uso il mattarello per dire "allontana questa escort"".
Casini dal canto suo sembra aver scelto sicuramente da che parte non stare, dal momento che ha bocciato il progetto di un Nuovo Ulivo (e di un'alleanza tra Pd-Idv-Sel) perché "il Paese non è nostalgico di quella strada, la ricetta di un nuovo Ulivo, una nuova stagione come quella che si è vissuta con Prodi è una prospettiva totalmente diversa dalla mia che io non condivido. Vadano se pensa per quella strada, ma credo che per quella strada avranno grandi delusioni". Forse è proprio questa scelta che ha mandato su tutte le furie Di Pietro. Quello che è certo è che al leader dell'Udc non è piaciuta affatto la definizione di "escort" formulata da Di Pietro. "Una sinistra estrema - è il primo assaggio di risposta da parte di Casini - non ti consente di fare delle scelte che la sinistra riformista può fare". E per chi avesse reputato la risposta troppo generica, Casini e Udc non ci hanno pensato due volte a controbattere a tono alle parole del leader Idv e ad aggiungere benzina al fuoco. 
"A Di Pietro non rispondo perché basta pensare alla sua storia di magistrato e alle scatole di scarpe con cui prendeva i soldi, per cui si figuri se posso rispondere". Eccolo l'affondo del leader dell’Udc, corroborato dalla dichiarazione apparsa sul sito del suo partito che ha rincarato la dose: "Che di Pietro si metta in cattedra per impartire lezioni morali è già di per sé singolare. Che lo faccia dando della escort a Casini solo perché ha il difetto di contrastare la sua demagogia e il suo populismo, è addirittura paradossale. Qualcuno dovrebbe ricordare al leader dell’Italia dei valori i tempi in cui da magistrato si affannava a restituire soldi nelle scatole da scarpe ai suoi imputati. Ma forse quelli erano solo prestiti". L'affondo è di quelli che spezzano il fiato. E che fanno luce su alcune ombre del passato da pm di Di Pietro. In attesa che uno dei due contendenti sfoderi un altro asso dalla manica, quello che è certo è che mai come adesso Casini e Di Pietro sono lontani anni luce. 




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