martedì 20 settembre 2011

Il "no" dello sposo sull'altare: "Chiedete a lei e al testimone"

Libero




A volte la realtà supera di gran lunga la fantasia.Purtroppo in questa storia lo fa in peggio. Immaginate il matrimonio del secolo. protagonisti due rampolli della Bari bene. Come nelle migliori tradizioni meridionali, i preparativi sono andati avanti per mesi e il pronostico per i festeggiamenti non era da meno. Tutto curato, tutto studiato, tutto pronto. Alta l'ansia da prestazione perchè a Monopoli, paese della provincia di Bari, il pettegolezzo impazza già da solo, tanto più in quest'occasione dova a sposarsi sono le due famiglie più note del circondario. Finalmente arriva il giorno tanto atteso, in una mattina di settembre, nella Basilica Maria santissima della Madia. Tutto si svolge per il meglio sino al fatidico momento, dove tutti i riflettori sono puntati, quando la nonna sta già piangendo e la mamma è mezza svenuta sulla panca di fronte al'altare: "Vuoi tu..."eccetera eccetera. Ed è proprio li, come riferisce la Repubblica, che la favola si trasforma in 'tragedia'. Dopo il si candido della sposa, arriva il no secco del (forse) marito.

Chock generale -
Don Vincenzo, che in cinquant'anni di sacerdozio ha pronunciato quella frase un numero infinito di volte, mai aveva sentito tale risposta. Ma il bello è che il 'no' era solo l'inizio. Tra lo chock dei presenti, divenuti d'improvviso attenti alla celebrazione, il sacerdote fingendo una calma Fingendo calma ha chiesto: "Figliolo, posso chiederti il motivo di questa drastica decisione?". E così l'uomo che stava per sposarsi ha infilato gli anelli in tasca e, rivolgendosi a parenti e amici ha detto soltanto: "Chiedetelo alla sposa e al suo testimone, il perché di questa scelta". I dettagli della tresca tra la mancata moglie e l'amico del cuore sono stati raccontati durante il ricevimento dimezzato. Lo sposo (per non perdere anche la caparra) ha invitato i suoi cari a festeggiare il "ritorno al celibato".

20/09/2011




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Mi sono cercata, ed ero una escort” Google ha il senso dell’umorismo?

Corriere della sera

di

Scatta una foto di te stesso con la testa nel freezer. Caricala su internet (per esempio su flickr). Salvala con il nome 241543903. L’idea è che se qualcuno fa una ricerca su Google con la criptica parola chiave 241543903 troverà un mucchio di teste nel freezer. 


Centinaia di persone hanno infilato la testa nel freezer (cercate 241543903 su Google e vedrete…). Continuavo a ripensare a questo fenomeno (in gergo, un internet meme) del 2009, mentre ero seduta insieme ad altri colleghi per un mini-corso al Corriere.

“Google non ha il senso dell’umorismo” era il titolo della lezione.  Era anche il titolo di un recente articolo dell’Atlantic Monthly . Sia l’articolo che la lezione spiegavano che, quando scriviamo i titoli degli articoli da pubblicare su Internet, noi giornalisti dovremmo evitare i doppi sensi che magari ci sembrano divertenti ma non sono letterali, perché non “funzionano”, dato che Google non li “capisce” e dunque non li elenca nei risultati delle ricerche. Dovremmo piuttosto inserire tutte le parole chiave per essere sicuri che Google “veda” il nostro articolo. Se non sei su Google, non esisti. Un collega si è arrabbiato, e ha apostrofato il tizio che teneva il corso dicendo: “Ci state dicendo come fare il nostro lavoro?!”. Una collega invece ha esclamato “Mi sono cercata su Google. Ed ero una escort”. Insomma, in certi casi forse è meglio non esserci?


Non solo le aziende sono dipendenti da Google. Lo sono le persone. Una ricercatrice della Columbia University ha pubblicato in estate uno studio che sostiene che Google sta cambiando il modo in cui ricordiamo le cose. Tendiamo a dimenticare più facilmente ciò che sappiamo di poter trovare su Google, mentre stiamo diventando bravi a ricordare dove trovare le cose (io a dir la verità attendo ancora che quest’ultimo aspetto si manifesti). Non si tratta di un meccanismo totalmente nuovo, dice la studiosa: gli esseri umani si sono sempre affidati ad altri (considerati esperti) per ricordare le informazioni. Ora però si affidano a internet.

Insomma, nel quotidiano (nei quotidiani) la vita sta cambiando a causa di Google. E nella quotidianeità anche voi vedete la vostra vita cambiare? Nel titolo di questo post ho inserito tutte le parole chiave, inclusa “escort”.



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Trote e carpe, così fan tutti

Il giro del Mondo in una notte, viaggio spettacolare a bordo della Iss

Il Mattino

Uno spettacolo unico. Ecco le immagini mozzafiato (in time lapse) che mostrano la Terra di notte. Sono stare riprese da un punto di vista davvero unico: la Stazione Spaziale Internazionale. Il video, pubblicato in queste ore in rete sulle pagine online del Sun, inizia con le immagini dell'Oceano Pacifico: poi, in rapida successione, tutto il Nord e il Sud America.









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A 41 anni non lascia il tetto familiare: i genitori esasperati ricorrono ai legali

Il Mattino


L'uomo ha un lavoro stabile e ben pagato ma non ne vuole sapere di andarsene. Lettera di diffida: 10 giorni per sloggiare






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La fiction su Rommel divide la Germania

Corriere della sera

La sceneggiatura parla di un generale nazista pronto a tutto per soddisfare la sete di potere. Il figlio: Non è così




Rommel con il generale italiano Baldassare Calvi a Tobruk
Rommel con il generale italiano Baldassare Calvi a Tobruk
MILANO- Non piacerà agli amanti della storia militare che coltivano il mito della Volpe del deserto e lo credono un generale geniale e galantuomo sul campo di battaglia. Una nuova fiction che andrà in onda nei prossimi mesi sulla tv di stato tedesca ARD e incentrato sulla vita e sulle battaglie di Erwin Rommel sta causando grandi polemiche e lunghi dibattiti in Germania. La sceneggiatura dell'opera, ampiamente pubblicizzata sui media tedeschi, presenta Rommel come un fervente nazista, pronto a tutto pur di soddisfare la sua sete di potere.

LA POLEMICA - Negli anni successivi alla Seconda guerra mondiale Rommel è stato uno dei pochi membri dello Stato Maggiore dell’Esercito tedesco a non essere condannato dalla storia, anche a causa della sua morte prematura . Nel 1970 la Germania occidentale gli ha addirittura intitolato un cacciatorpendiere e la sua figura è sempre stata separata da quella dei criminali nazisti. Le polemiche sono iniziate dopo che Manfred, il figlio ottaduenne del generale assieme ai suoi familiari ha spedito una lettera indignata a Peter Boudgoust, direttore generale della tv pubblica tedesca, lamentandosi del fatto che il telefilm ignora il lato «cavalleresco» di Rommel e lo ritrae come un arrampicatore sociale e un perfetto criminale nazista: «Tutto ciò è completamente falso - scrivono i discendenti della volpe del deserto nella missiva - Sono pure menzogne. Si è vero, all'inizio apprezzò Hitler, per le sue simpatie nei riguardi dell'esercito, ma il rispetto finì bruscamente con l'ordine 'Vittoria o morte', impartito da Hitler prima della battaglia di El Alamein, quando Rommel decise di propria iniziativa la ritirata e salvò molte vite umane».
LA DIFESA DELLA RETE TELEVISIVA - Da parte sua la tv pubblica ha sostenuto di voler dare un ritratto realistico del generale e di evitare facili mitizzazioni. In un'intervista al settimanale Der Spiegel, il direttore di rete Niki Stein ha spiegato: «La fiction tenta di ritrarlo come la personificazione di una generazione vissuta durante la guerra che capì solo gradualmente e troppo tardi che la persona che avevano servito con tanta passione era un criminale». Per ricostruire un ritratto realistico del generale i produttori non solo avrebbero consultato eminenti storici, ma avrebbero fatto lunghe chiacchierate con Catherine, nipote di Rommel. Non è la prima volta che l'intellighenzia tedesca mette in discussione il mito del generale che definì nei suoi diari le battaglie nordafricane contro gli inglesi guidati da Bernard Law Montgomery «un affare cavalleresco, la cosa più vicina a una guerra senza odio». Già quattro anni fa un documentario intitolato «La guerra di Rommel» fu molto severo nei confronti del generale accusandolo di aver giocato un ruolo chiave nel tentativo di Hitler di arrivare in Medio Oriente e distruggere anche la comunità ebraica che viveva in quei territori.


Francesco Tortora
20 settembre 2011 15:12



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Quando nel 2006 S&P declassò Romano Prodi e la sinistra non protestò

di

S&P ci declassano. E la sinistra subito se la prende con Berlusconi. Ma a sinistra hanno la memoria corta. Nel 2006, governo Prodi subì un declassamento e a sinistra nessuno si stracciò le vesti



Milano - Oggi Standard % Poor's ha declassato il raiting del nostro Paese, non ha declassato il nostro Premier. In un momento di crisi per tutti i paesi dell'occidente la sinistra non riesce proprio a tirarsi fuori dalla bagarre di chieder per ogni motivo le dimissioni del Cavaliere. Lo chiede per Mills, lo chiede per il caso Tarantini, lo chiede adesso anche per il declassamento. "L’irresponsabilità allucinata delle reazioni di Berlusconi di fronte a un giudizio tecnico che sancisce il fallimento della politica economica del Governo, è un segnale di allarme gravissimo e dovrebbe convincere perfino i più accesi sostenitori ad abbandonarlo prima che trascini tutti nella rovina", parole e... musica visto che si tratta di un disco rotto di Barbara Serracchiani eurodeputata del Pd.
Ma allora proviamo a fare un passo indietro nel tempo. Era l'ottobre del 2006 e i giornali aprivano così: "Fitch e S&P abbassano il rating dell'Italia". In quel momento il premier era Romano Prodi. Ma anche nel 2006 indovinate di chi era la colpa del downgrade del raiting? Del Cavaliere ovviamente, secondo la sinistra. "Siamo certi che i prossimi giudizi, quelli cioè che terranno conto delle politiche economiche di questo governo e non di come il Paese è stato lasciato dal precedente, vedranno registrare un segno positivo". Parole del "professore". Quella volta non fu possibile chiedere le dimissioni di Berlusconi solo perchè un capo dell'opposizione per fortuna non può dimettersi.
Ma in realtà le motivazioni date dall'agenzia di rating erano ben diverse e puntavano il dito contro Prodi e non al Cavaliere. "La riduzione del rating sull'Italia riflette la risposta inadeguata del nuovo governo alle sfide strutturali dell'economia e del bilancio dell'Italia,- affermava allora in una nota l'analista Moritz Kraemer-. La Finanziaria fa poco per avanzare significativamente sulla strada di riforme sul lato dell'offerta e nei fatti porterà ad un aumento netto della spesa in percentuale del pil invece di ridurre l'alta spesa, che è la causa di fondo degli squilibri di bilancio italiani". Dunque analizzando le parole bene è chiaro che il governo era definito "inadeguato" e che la finanziaria faceva poco per risolvere la situazione del Paese. Di sicuro la manovra non l'aveva varata Berlusconi. Ma l'allora ministro Padoa Schioppa. Nel 2008 quel governo finì nel nulla.
Ma nessuno nel 2006 ebbe il coraggio, o la voglia di abbandonare Prodi, come chiede invece di fare oggi la Serracchhiani con Berlusconi. nessuno definì unnano della politica Prodi come fa oggi la Finocchiaro con il Premier. A sinistra si guardarono bene dal mettere in discussione la propria poltrona in parlamento. Nessuno a sinistra mise in discussione una finanziaria centrata prevalentemente sulle tasse, con quasi nessun provvedimento di contenimento della spesa. Insomma, ancora una volta due pesi e due misure. L'operato del Cavaliere si giudica sempre con un metro diverso. Allora, legittimamente, Prodi rimase al suo posto. Ma oggi la sinistra sembra aver cambiato idea...




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Di Pietro jr: «Aiuti da papà? Forse sei anni fa, la prima volta»

Corriere della sera

«Nell'Idv funziona così per tutti»



ROMA

Cristiano Di Pietro, che bailamme per quella sua candidatura alle Regionali in Molise...
«Bailamme incomprensibile».

Come incomprensibile? Al circolo di Termoli dell'Italia dei valori si sono dimessi in blocco contestando la sua candidatura come una scelta «familistica».
«E non capisco perché. La mia avventura in politica è nata dieci anni fa, non è stata una scelta improvvisata».

Come è nata?
«Con l'Italia dei valori».
 
Dunque con suo padre Antonio?
«Certo. Ma ho cominciato attaccando i manifesti e prendendo lezioni su come si faceva politica. La prima candidatura è arrivata sei anni fa».

Dove si è candidato?
«Alle elezioni comunali a Montenero di Bisaccia».

Il paese di suo padre Antonio.. .
«Già, ma la campagna elettorale l'ho fatta sulla mia persona».

E suo padre non c'entrava nulla...
«Forse sì, la prima volta. Ma poi...».

Poi?
«Cinque anni dopo mi sono nuovamente candidato e sono risultato il primo degli eletti. Avevo funzionato io, non mio padre. L'elettorato di Montenero è molto attento a queste cose».

I membri del circolo di Termoli hanno paragonato lei al figlio di Umberto Bossi, il «trota»...
«Il figlio di Bossi non lo conosco».

Però siete tutti e due figli di due leader famosi...
«Ma con due storie molto diverse. Io ho 37 anni, faccio il poliziotto sulla strada da diciannove. Ho tre figli. Sono stato consigliere comunale e anche consigliere provinciale».

Consigliere provinciale? Quando?
«Sono stato eletto un anno dopo le elezioni di Montenero di Bisaccia».

E tutte queste candidature? Non le sembrano un privilegio?
«No. Nel nostro partito funziona così per tutti».

Davvero? E allora come mai a Termoli hanno deciso questa protesta così clamorosa?
«Non lo so. Per me è stato un fulmine a ciel sereno, sul serio. Ho sempre difeso tutti a Termoli. Sono stato con loro sul fronte di tutte le battaglie »

E non si dà spiegazioni per questa rivolta? A Termoli l'Italia dei Valori non esiste più....
«Credo siano stati manovrati da qualcuno. A livello regionale a Termoli avevano votato a favore della mia candidatura».

Manovrati da qualcuno? E da chi?
«Non lo so, ma di certo dall'esterno del partito».
 
Ma non hanno esitato ad avere la mano pesante. L'hanno paragonata anche alla candidatura di Nicole Minetti...
«Possono accostarmi a chi vogliono. Io ho il mio lavoro. Come la Minetti ha il suo».

Alessandra Arachi
20 settembre 2011 09:53

Usa, le Forze Armate aprono ai gay dichiarati

La Stampa


Leon Panetta, segretario alla Difesa statunitense

Abrogata la legge restrittiva "Don’t ask, don’t tell": da oggi i militari americani potranno dichiarare
il proprio orientamento sessuale. Liberamente, senza essere rimossi


Il segretario alla Difesa, Leon Panetta, e il Maggiore congiunto delle forze armate americane, Michael Mullen, annunceranno oggi il cambio di linea politica degli Stati Uniti in merito alla questione dell’orientamento sessuale.

Passata alla recente storia come la Dadt, ossia la "Don’t ask, don’t tell" ( firmata dal Presidente Clinton nel 1994 e abrogata il 15 dicembre 2010 da Obama ), la legge ratificava una politica restrittiva da due punti di vista: da un lato impediva l’ingresso nelle forze armate di gay e lesbiche, dall’altra si muoveva nella direzione di rimuovere dagli incarichi quei militari che avessero dichiarato il proprio orientamento sessuale (nel 1994 furono oltre 14.000 i militari sollevati e allontanati dall'esercito).

Per mutare lo stato delle cose ci sono voluti due anni di trattative e polemiche, fino alla firma del dicembre 2010 del presidente Obama, attraverso i tentativi dei conservatori di rimandare l’entrata in vigore del provvedimento, per giungere poi all’autorizzazione finale del Pentagono del luglio 2011. "Il dibattito durato quasi un ventennio è terminato", ha detto un funzionario del Pentagono, aggiungendo che le alte cariche militari "avevano già espresso i loro suggerimenti mesi fa e nessuno ha consigliato di rinviare l`abrogazione della Dadt".

La rivista Out Serve Magazine , rivista creata da attivisti gay che fanno parte delle forze armate, festeggerà l’avvenimento attraverso un numero speciale che è simbolicamente un outing pubblico di cento militari omosessuali: verrano pubblicati infatti nomi e foto. L'azione politica è stata inoltre accompagnata da una dichiarazione: "Dopo secoli di servizio nell`ombra, possiamo finalmente esprimere in pubblico il nostro impegno verso la nostra nazione e quello verso i nostri valori di integrità, apertura e uguaglianza per tutti"




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Penati al Pirellone "Continuerò il mio lavoro di consigliere" La Valmaggi nuova vice

Il Giorno

Con 27 preferenze Sara Valamaggi va a coprire la carica di vicepresidente del Consiglio regionale che fu di Filippo Penati, grande indagato del sistema Sesto, fino allo scorso 28 luglio


Filippo Penati arriva in Consiglio Regionale


Milano, 20 settembre 2011



Suona la prima campanella per i consiglieri del Pirellone e Filippo Penati non manca all'appello. L'ex vicepresidente del Consiglio regionale, che lo scorso 28 luglio aveva rassegnato le dimissioni perché indagato nell’inchiesta per presunte tangenti per le ex aree Falck, ha però decisdo di conservare la carica di consigliere- "Continuero' i lavori da consigliere fiducioso che la giustizia fara' il suo corso e la verita' verra' a galla", ha annunciato l'esponente del Pd e grande indagato nell'inchiesta della Procura di Monza sul "Sistema Sesto".

Penati, che nel frattempo si è autosospeso dal partito e ha ricevuto anche la sospensione dalla Commissione di Garanzia, arrivando in consiglio Regionale conferma cosi' l'intenzione di continuare il suo impegno nell'aula del Pirellone. Dopo aver visto l'imprenditore Piero Di Caterina nella trasmissione televisiva 'In 1/2 ora' di Lucia Annunziata, Penati ha detto: "Dopo le dichiarazioni di Di Caterina domenica ho deciso di difendermi nelle sedi processuali, non faccio dichiarazioni". L'esponente del Pd non crede che la sua posizione si sia aggravata negli ultimi tempi: "Non voglio entrare nella vicenda giudiziaria perche' ho deciso, a differenza di altri, di difendermi nel processo. Non si e' aggravata per nulla la posizione, sara' chiarita nelle sedi processuali". Alla domanda se si senta scaricato dal partito, infine, Penati replica: "Assolutamente, mi sono autosospeso".

LE QUOTE SERRAVALLE? TUTTO REGOLARE - L'acquisto da parte della Provincia di Milano di quote della Serravalle dal Gruppo Gavio "era un'operazione inconfutabile". A dirlo e' Filippo Penati, al suo arrivo nell'aula del Consiglio regionale lombardo. Quella "decisione fu presa da tutta la maggioranza in Provincia", ricorda Penati, "tutti d'accordo decidemmo di acquistare le quote di Gavio perche' il Comune di Milano aveva rifiutato la nostra offerta di 270 milioni. Facemmo quell'operazione che blocco' una scalata di Gavio, che offri' 7,5 euro alla Camera di Commercio e ben 10 euro al Comune".

Insomma, secondo l'esponente del Pd, "quella fu un'operazione che gli stessi periti della Procura di Milano hanno valutato positivamente. La Provincia gia' deteneva il 37% e se oggi dovesse vendere quel 52% di cui e' proprietaria, realizzerebbe una plusvalenza piu' del doppio del valore delle azioni, molto piu' alto della plusvalenza che ha realizzato Gavio in quel momento e questo nessuno lo dice". Si e' trattato di "un'operazione che sblocco' la realizzazione di Brebemi, Tem e Pedemontana" e che "oggi ha arricchito la Provincia. Forse piacciono le operazioni come quella del '98, quando il Comune di Milano vendette il 49% dell'Aem a 1/3 del valore di mercato".

Penati rivendica poi di aver "lasciato la Provincia con un patrimonio accresciuto e non con i debiti, mentre qualcuno ha svenduto il patrimonio, finito i soldi e lasciato i debiti". Infine l'ex presidente della Provincia ricorda che "la magistratura ha indagato per 6 anni e continua a farlo, sono contento e non posso che essere soddisfatto perche' questa era un'operazione inconfutabile".

VALMAGGI NUOVA VICE - E' Sara Valmaggi (Pd) il nuovo vice presidente per l'opposizione del Consiglio Regionale al posto di Filippo Penati. Valmaggi, milanese 43 anni, nella votazione che si e' svolta questa mattina nell'aula del Pirellone, ha ricevuto 27 preferenze, 12 invece i voti per Giammarco Quadrini (Udc) e 3 per Stefano Zamponi (Idv).

"Metto a disposizione del Consiglio la mia capacita' e professionalita' che ho sperimentato sia come assessore che come consigliere regionale e anche la mia capacita' di fare scelte autonome. Non ho mai avuto padroni non ne ho, tanto meno se maschi". Cosi' a margine dei lavori dell'aula Sara Valmaggi (Pd) ha replicato a chi le faceva notare di "essere cresciuta politicamente con Filippo Penati" del quale oggi ha preso il posto come vice presidente del consiglio regionale.

"Penati e' stato il sindaco della mia citta' - ha spiegato Valmaggi - e io sono stata suo assessore. E' un amico e un collega di partito, ma ogni persona, anche se fa parte dello stesso partito ha la sua dignita' e la sua autonomia nelle scelte". Riguardo al Pd e alle vicende giudiziarie che coinvolgono Penati, Valmaggi ha infine osservato che "il Pd oggi deve sapere rimarcare alcune cose, il pieno rispetto della magistratura e il fatto che Penati abbia fatto passi indietro importanti. "Questo - ha affermato - segna la differenza rispetto ad alti casi".




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Una bottiglia con acqua e candeggina per illuminare il buio di Manila

Corriere della sera


L'invenzione di un ingegnere del Mit è già stata installata sui tetti di 10 mila abitazioni senza luce delle Filippine



L'installazione della bottiglia-lampadina
L'installazione della bottiglia-lampadina
MILANO – Basta prendere una bottiglia di plastica, riempirla d’acqua e di candeggina e si può avere un po’ di luce nelle baracche di Manila, quel tanto per guardarsi in faccia, quel tanto per uscire da quel buio terribile, e anche simbolico, di una condizione di vita disumana. Questa è la promessa di un’invenzione geniale, la «Solar Bottle Bulb» , e di un progetto dal nome suggestivo ed esplicativo, Un litro di luce (Isang Litrong Liwanag), che rispecchia i principi delle cosiddette Appropriate Technology, movimento ideologico che si basa sulle tecnologie semplici, appropriate ed eco-sostenibili con cui il filosofo ed economista Ernst Friedrich «Fritz» Schumacher sognava di migliorare il mondo più povero.

UNA VITA SENZA LUCE - Nei quartieri più poveri della capitale delle Filippine le abitazioni sono così vicine da rendere impossibile la costruzione di finestre e l’elettricità è troppo costosa. Per questo per ben 3 milioni di case (se così si possono chiamare gli slum di Manila) la vita domestica si svolge prevalentemente al buio, con tutte le conseguenze psicologiche e sulla salute che si possono immaginare. Ma ora grazie alla semplice invenzione della Solar Bottle Bulb la luce entra in molte baracche dei bassifondi di Manila.

Le bottiglie viste dall'esterno dei tetti
Le bottiglie viste dall'esterno dei tetti
ACQUA E CANDEGGINA - Le bottiglie di plastica anziché finire nella pattumiera diventano una fonte di luce economica e sostenibile: vengono riempite di acqua e candeggina e fissate a un foro nei tetti di lamiera ondulata. A questo punto il contenuto delle bottiglie, colpito a 360 gradi dai raggi solari, genera una rifrazione orizzontale fornendo un’illuminazione paragonabile a quella di una normale lampadina da 55 watt. A importare l’innovativa tecnologia è stato Illac Diaz, dell’organizzazione no-profit My Shelter Foundation , che ha creato il progetto denominato Isang Litrong Liwanag (un litro di luce).
DA HAITI A MANILA - L’ideatrice dell’economico sistema di illuminazione è invece Amy Smith, ingegnere del Massachussets Institute of Technology, che lo aveva messo a punto per illuminare le abitazioni più povere di Haiti. Nelle Filippine le bottiglie-lampadine vengono vendute e installate al prezzo di un solo dollaro e ne sono gia state distribuite 12 mila che regalano luce a 10 mila abitazioni in cinque province dello stato asiatico. L’illuminazione offerta dalle Solar Bottle Bulb dura tutto il giorno e viene promossa come una scelta migliore rispetto ad altre soluzioni: meglio di una finestra, che potrebbe essere infranta nella stagione dei tifoni, meglio delle candele e meglio degli allacciamenti illegali alla rete elettrica. Diaz sta nel frattempo progettando di estendere il progetto ad altre 36 città delle Filippine.


Emanuela Di Pasqua
20 settembre 2011 12:29



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Quei braccialetti elettronici mai usati dai giudici In dieci anni buttati al vento 110 milioni di euro

di

Nel 2001 l'allora governo Amato comprò dieci braccialetti elettronici per il controllo a distanza dei detenuti: i carcerati avrebbero così scontato la pena ai domiciliari anziché in prigione. Nel 2003 Pisanu firmò un contratto con Telecom per l'installazione dei braccialetti e l'assistenza al controllo. In dieci anni sono stati spesi 110 milioni. Ma i giudici non li hanno mai usati



Roma
Quando il bracciletto elettronico posto al polso di Cesar Augusto Albirena Tena, peruviano condannato a scontare in primo grado cinque anni e otto mesi di carcere per traffico di droga, prese a suonare anessuno del ministero dell'Interno venne in mente che la strada battuta fosse sbagliata. Era il 21 aprile del 2001 e aveva inizio il flop dei braccialetti elettronici prodotti dalla Elmotech e voluti dall'allora titolare del Viminale, Enzo Bianco, per dare una risposta al sovraffollamento delle carceri. Un flop che, ad oggi, è costato allo Stato oltre 110 milioni di euro.
Fu ai primi di aprile del 2001 che Bianco, ministro dell'Interno del governo presieduto da Giuliano Amato, inaugurò trionfalmente il braccialetto elettronico per il controllo a distanza dei detenuti. L'oggetto di plastica anallergica era un vero e proprio concentrato di tecnologia: in soli 45 grammi di fili e batteria il braccialetto permetteva il controllo dei carcerati che decidevano di scontare la propria pena ai domiciliari. Uno strumento che, a detta di molti, avrebbe potuto essere impiegato anche per altre molteplici situazioni. Un esempio? Indossato da uno stalker potrebbe segnalare il suo avvicinamento alla donna vittima delle sue attenzioni sia alla polizia sia alla donna stessa. Eppure i braccialetti sono rimasti a marcire in uno scantinato.
Nel 2001 il governo Amato aveva stipulato un contratto con ciunque aziemde fornitrici che avrebbero messo a disposizione dei giudici i braccialetti. Il progetto sarebbe partito in cinque città diverse. Dopo la fuga di Albirena, fu la volta di Antonino De Luca, ricoverato all'ospedale Sacco di Milano. De Luca, un killer che aveva ricevuto l'ergastolo, riuscì ad evadere. Destino diverso per Mario Marino, che aveva optato per il braccialetto elettronico per scontare a Catania la pena per rapina. "Suonava ogni cinque minuti - spiegò a suo tempo Marino - alla fine ho rotto tutto". Insomma, meglio il carcere: in cella Marino poteva dormire tranquillamente. I primi esperimenti, dunque, furono un flop clamoroso. Nel novembre del 2003 il nuovo ministro dell'Interno, Giuseppe Pisanu, firmò un nuovo contratto con Telecom come gestore unico. Fu un affidamento diretto senza gara. Oltre a garantire l'installazione del "Personalidentification device", l'azienda avrebbe dovuto assicurare l'assistenza tecnica. Il costo? Undici milioni di euro all'anno. 
Il contratto con Telecom è valido ancora oggi. Scadrà a fine anno. Per una spesa complessiva di quasi cento milioni di euro che vanno a sommarsi all'acquisto e ai costi iniziali. Ai tempi del peruviano Albirena il braccialetto elettronico costava, infatti, 60mila lire al giorno. "Il Viminale ci chiese di riorganizzare la sperimentazione, sempre con 400 braccialetti, ma allargandola a tutto il territorio nazionale - spiegò Gianfilippo D'Agostino, direttore del public sector di Telecom, davanti alla commissione Giustizia di Montecitorio l'11 maggio 2010 - la Telecom dispose un servizio attivo ventiquattr'ore al giorno, con una grande centrale di controllo installato a Oriolo Romano, ben protetta e collegata con tutte le questure d'Italia.
L'allarme avrebbe suonato al più tardi dopo novanta secondi dalla fuga o dalla manomissione degli apparecchi". Dal 2003 a oggi, garantisce l'azienda, non è mai stato rilevato alcun problema oprativo. Dove l'intoppo, allora? Innanzitutto nella magistratura. "Lo scarso utilizzo del braccialetto non dipende da noi - ha spiegato il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, sentito da Panorama - è la magistratura che ne dispone l'ultilizzo. Al Viminale dobbiamo controllare che chi è agli arresti domiciliari non scappi; ma è solo un giudice che decide se utilizzare o meno tali strumenti". Avrebbe potuto farlo, ma non lo ha mai fatto. Un vero e proprio paradosso. 
Nonostante il successo in Inghilterra, Spagna e Francia, l'esperimento del braccialetto elettronico sembra non riuscire in Italia, nonostante i dieci anni di sperimentazione. Entri fine anno, tuttavia, lo Stato dovrà decidere se andare avanti su questa strada oppure chiudere il capitolo e, quindi, non rinnovare il contratto. Al di là delle cifre folli già spese, ad oggi il braccialetto elettronico risulta essere l'unica strada perseguibile per contenere il sovraffollamento delle carceri. Nel 2001 quando Bianco decise di comprare i braccialetti dalla Elmotech, infatti, le prigioni italiene ospitavano oltre 67mila detenuti in celle che, invece, avrebbero dovuto contenerne non più di 44mila. Oggi la situazione non è certo migliorata.




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National Geographic realizza reportage su Napoli: arriva in tv «La città delle truffe»

D’Alema e la cena con Tarantini: ecco la vera storia che inguaia il Pd

di

Il ristoratore barese smentisce la versione di Baffino: "Altro che pochi minuti". Vi raccontiamo la serata organizzata da Tarantini come favore agli amici dalemiani De Santis e Mazzarano oltreché di Sandro Frisullo, vicepresidente della Regione Puglia già coinvolto in un giro di escort



Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica


Ristorante La Pignata di Bari. Tavolata di giornalisti. Con l’arrivo degli antipasti di pesce è scontata la domanda al titolare del locale, Francesco Vincenti. Ma quella sera famosa del marzo 2008 com’è andata davvero con i clienti Tarantini, D’Alema, col sindaco Emiliano, tutti insieme attovagliati? «Premessa. Io non so come stiano effettivamente le cose in queste inchieste ma con Tarantini ho perso il miglior cliente. Quella sera famosa Gianpaolo era seduto proprio lì (si gira e indica il posto, ndr) e non è vero, come poi ho letto, che l’ex segretario D’Alema se ne andò subito appena lo vide. Pure il sindaco Michele Emiliano, checché ne dica pure lui, era presente alla cena del Pd coi medici e i commercianti della sanità pugliese...». Insistiamo. Sulla serata organizzata da Tarantini come favore agli amici dalemiani De Santis e Mazzarano oltreché - come racconta Gianpi nel primo verbale del 29 luglio 2009 - di Sandro Frisullo, vicepresidente della Regione Puglia già coinvolto in un giro di escort, i presenti hanno riferito una cosa diversa. D’Alema, per dire, dopo aver annunciato la «scossa» per l’esecutivo alla vigilia del caso D’Addario (e delle escort di Tarantini a Berlusconi erano a conoscenza alcuni dei suoi fedelissimi in Puglia) aveva sostenuto di non aver mai conosciuto Tarantini. Che invece a verbale raccontò di viaggi in barca, partite a burraco, e per l’appunto, cene.

A TAVOLA CON MAX

Quell’incontro a tavola, invece, smentì il lìder Massimo. A lanciare una ciambella a D’Alema era stato il sindaco di Bari, Michele Emiliano, giurando che il politico-velista si era trattenuto pochissimo perché lui, che Tarantini l’aveva indagato, ritenendo il consesso poco adatto a un leader nazionale del Pd, l’aveva trascinato via dopo una manciata di minuti. «Permettete che io quella cena me la ricordi, vero?» attacca Vincenti, 84 anni ben portati. «Tarantini venne da me qualche giorno prima, mi chiese di organizzare un’unica tavolata, mi disse che ci sarebbero stati primari, pezzi grossi, e ovviamente Massimo D’Alema. Che poi è nostro cliente da anni, da quando portava la borsa a Berlinguer». D’Alema venne ma si fermò solo pochi minuti, così dice lui. «Ma quali pochi minuti. Arrivò verso le 23 e se ne andò che era l’una passata dopo aver fatto un discorso. Sembra poco tempo?». Sì, però, il sindaco Emiliano... «Eh, ho capito. Io che sono il padrone del ristorante e che c’ero la saprò la verità? C’era Emiliano, c’era D’Alema, c’era Tarantini e c’erano che ne so, 60 persone del mondo della sanità e del partito. Nessuno se ne è andato prima del tempo. L’indomani Gianpaolo è venuto e ha saldato tutto lui, personalmente».

MALDARIZZI INTERCETTATO

Nel suo interrogatorio del 6 novembre 2009 Tarantini, a proposito di Baffino, riferisce i dettagli di questa cena alla Pignata ed anche della gita a Ponza sulla barca dell’imprenditore Francesco Maldarizzi, nella cui casa, ricorda Tarantini, incontrò una terza volta D’Alema. Il nome di Maldarizzi viene fatto da Gianpi il 27 gennaio 2009 parlando con Barbara Guerra per un incontro a Milano. Le telefonate successive fanno riferimenti a una cena con la Guerra e con Fadoua Sebbar. «Verdoscia - si legge nei brogliacci - riferisce a Tarantini di aver sentito Maldarizzi il quale gli ha raccontato di aver trascorso la notte non Hawa», al secolo Niang Kardiatou, gettonatissima da Gianpi per le sue esigenze, dettaglio confermato due giorni dopo al telefono, alle ore 17.44, dallo stesso Maldarizzi.

«UNA RAGAZZA PER INTINI»

L’avvocato dalemiano Castellaneta è intercettato mentre chiede a Tarantini se può mandare una «sorpresa» a Intini che si trova a Cortina. Tarantini il 19 gennaio si attiva anche perché - annota la Gdf - «Intini vorrebbe trascorrere la serata in compagnia di una ragazza». I brogliacci non spiegano se la richiesta è stata esaudita.

DE SANTIS E LA ARCURI

Nella saga dedicata a Manuela Arcuri, oltre alla avances del premier, alle vacanze a Cortina e alla frase «vedere cammello» per poi fare sesso, manca un capitolo. È quello che la finanza scova l’11 novembre 2008 nel quale Gianpi chiama Roberto De Santis (ombra di D’Alema e socio nel veliero Ikarus) «e lo invita - scrive la Gdf - all’Hotel De Russie a cena insieme a Manuela Arcuri e Luciana Francioli».

D’ADDARIO, PAURA VIA FILO

Il 17 giugno la mamma di Gianpi chiama il figliolo per dire che Telenorba parla dell’articolo del Corriere su una certa D’Addario da lui pagata per fare sesso col premier. Tarantini va in tilt. Chiama il fratello mentre un certo Bruno contatta il dalemiano De Santis che subito telefona al dalemiano Intini. «Roberto De Santis per Enrico Intini, il quale gli dice che probabilmente è coinvolto anche Sandro (Frisullo) nella questione di Gianpaolo Tarantini che riguarda la prostituzione». Di lì a poco Lucia Rossini chiamerà l’avvocato Castellaneta: «Sono preoccupata che la D’Addario possa fare i nomi...». E poi, via sms: «Cmq ti volevo far presente ke al pm ho detto la pura verità: ossia ke ho conosciuto gianpi tramite te ad una festa 3 anni fa (xkè mi ha fatto domanda specìfica su ki me l’avesse presentato) e ke poi casualmente ho rincontrato Giampaolo».



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Sprecopoli in Sicilia, nuovo atto 133 euro al dì per i giornali

Libero




Dopo una consulenza in "sicilianità" costata 36 mila euro e un'altra sul "divario tra Nord e Sud" da 15 mila euro, la Regione Sicilia continua a non badare a spese. In barba ai tagli e alla crisi, la sola Presidenza spende 133 euro al giorno in giornali. E, se non bastasse, ci sono anche tende costose, forni elettrici degni di una pizzeria e soprattutto, come se si trattasse di uno studio della agenzia Magnum, una macchina fotografica Nikon D700 da 3.390 euro. Queste, come riporta un elenco uscito in Gazzetta ufficiale venerdì 16 settembre, sono solo alcuni dei costi affrontati nel secondo semestre del 2011 dalla Presidenza dell'isola guidata da Raffaele Lombardo. Con spese ordinarie, come la carta e gli stipendi dei dipendenti, ma soprattutto con tante e variegate spese straordinarie. Inclusi i 13.696 euro indirizzati al dott. Biagio Semilia, esperto della presidenza della Regione che si occupa della comunicazione e del blog personale del governatore.

Consulenti - Nel faldone di 18 pagine c'è davvero di tutto. Tra i compensi per esperti compare l'ex sindaco di Messina Atonio Andò, con 7.734 euro. Ma il suo compenso annuo è di 21 mila euro. E ancora 13.696 a Giuseppe De Santis, 12.390 euro in  “competenze spettanti alla dott.essa Serafina Perra”, la famosa "consulente in sicilianità". A Pietro Garonna, esperto in politiche sociali, spettano 7.301 euro. Alla lista di “esperti” si aggiungono i consulenti in “programmazione”, che dal 13 al 30 aprile del 2011 hanno ricevuto un compenso di 4.000 euro.

3.500 euro alla New Squash Club di Catania - Ancora più folto il capitolo dei finanziamenti dati a fondazioni, associazioni e onlus varie. La Presidenza aiuta gli amanti del tennis a muro, dando 3.500 euro alla New Squash Club di Catania. Altri 15.500 euro sono stati erogati all’associazione Franca Florio e ad altre 6 onlus non meglio identificate. Oltre 60 mila euro sono stati erogati alla Società operaia di Scordia e ad altre 4 piccole onlus, 24 mila euro alla Fondazione Sciascia, 25 mila euro alla Fondazione Tricoli, 40 mila euro all’associazione Tecnostruttura e 10.550 in favore della società Etnaexpo. Un occhio di riguardo, la Presidenza guidata da Lombardo lo ha anche per parrocchie e chiese, con 1 milione di euro per il recupero della chiesa San Sebastiano di Ferla e altri 8.400 euro per la parrocchia di San Giacomo, sempre a Ferla.

133 euro al giorno per i giornali
- La spesa per giornali-riviste è un capitolo a parte. Il 14 marzo vengono erogate 720 euro per “l’acquisto dei giornali nella sede di via Magliocco”, che però Lombardo non utilizzerebbe quasi mai. Il 31 marzo si effettua una spesa di 200 euro per acquisto di libri, giornali e riviste anche su supporto informatico. Il 4 aprile c’è una spesa “giornali” di 377 euro all’Edicola Cappello. Il 7 aprile all’edicola di Emiliano Gioia la presidenza versa 1.746 euro. E così via, con centinaia e centinaia di euro destinati ogni mese a diverse edicole di Palermo. Per un totale, nel trimestre aprile-giugno 2011, di 8.775 euro spesi dalla sola presidenza della Regione Sicilia per l'acquisto di quotidiani. Ovvero, tolti i sabati e le domeniche, 133 euro al giorno.

Servizio di giardinaggio e sanità - Una spesa anomala è anche quella per il “servizio di giardinaggio uffici di Roma”, con un costo di 4773 euro. A un fotoreporter, Marco Ravagli, gli vengono accreditati nel giro di due settimane 709 euro. Magari sarà stato lui il destinatario della Nikon da 3.390 euro. In fondo, a pagina 17, si trovano le spese dell’assessorato alla Sanità. Non mancano i contributi a convegni e seminari: 4 mila euro spesi per la Giornate di studio nazionali sul fegato, 9.600 per il congresso internazionale della Mediterranean Cardiology, 4 mila euro per il congresso degli specializzandi in pediatria, 9.600 euro per il convegno sulla “Salute e l’equilibrio nutrizionale in pediatria” e 8 mila euro per la giornate di studio sull’obesità. E per i talassemici, un contributo di 176 mila euro.
19/09/2011




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Divorzio senza figli, non sempre la casa resta alla ex moglie

La Stampa

Se la coppia non ha figli, non è detto che, in caso di divorzio, la casa venga assegnata alla ex moglie, come «coniuge più debole» ma la donna può pretendere solo l’assegno di mantenimento.


Il Caso

La Cassazione (sentenza 18992/11) ha respinto il ricorso di una signora che aveva chiesto l'assegnazione della casa dove aveva vissuto con il marito e con il figlio, poi morto, in fase di separazione e prima della pronuncia del divorzio. Il tribunale aveva infatti disposto nei confronti della moglie un assegno di divorzio di 300 euro ma aveva lasciato la casa coniugale al marito in quanto «di sua esclusiva proprietà». L'ex moglie aveva poi fatto ricorso alla corte d’appello, chiedendo anche la casa, come parte dei termini di divorzio, perchè aveva usufruito dell’immobile anche in fase di separazione, quando il figlio era ancora vivo. La corte di Napoli, però, pur alzando l’assegno di divorzio a 400 euro mensili, non le aveva dato la casa. Decisione confermata dalla Cassazione.

Secondo la Suprema Corte, «in materia di divorzio, in tema di assegnazione della casa familiare la norma non attribuisce al giudice il potere di disporre l’assegnazione a favore del coniuge che non vanti alcun diritto (reale o personale) sull’immobile e che non sia affidatario della prole minorenne o convivente con figli maggiorenni non ancora provvisti, senza loro colpa, di sufficienti redditi propri.  Tale assegnazione, pertanto, non può essere disposta come se fosse una componente dell’assegno di divorzio, allo scopo di sopperire alle esigenze economiche del coniuge più debole».



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Graziata" la gip che in malattia faceva le regate

La Stampa



Cecilia Carreri, a bordo del suo 60 piedi«Mer Verticale»


Corte dei conti, multa simbolica




GIUSEPPE SALVAGGIULO

Tre anni fa i colleghi la additarono come «giudice fannullone»: a lungo assente dal tribunale per una lombosciatalgia, se la spassava in barca a vela in giro per il mondo. Ma sfumata l’indignazione, a Cecilia Carreri non è andata così male: dopo l’archiviazione dell’inchiesta penale per falso e truffa e la sanzione soft del Csm (trasferimento e perdita di un anno di anzianità), arriva ora la sentenza della Corte dei conti: condanna per colpa grave, ma solo 6.714,28 euro da risarcire alla collettività. Euro più euro meno, un mese di stipendio.

La vicenda risale al 2005: la Carreri, gip a Vicenza, aveva chiesto congedi per malattia per dieci mesi e mezzo. Soffriva, secondo i certificati medici, di «lombartrosi spiccata con discopatie multiple. Malattia invalidante per il lavoro», anche perché aggravata da «stato depressivo, disturbi del sonno e cefalea ricorrente», tanto da sconsigliare «la stazione eretta prolungata, come il rimanere a lungo seduta», necessitando «costantemente di cure mediche, trattamenti riabilitativi, training di rilassamento, ginnastica dolce e stretching».

Ciò non le impediva, come rilevò «con disagio» l’Associazione magistrati, di veleggiare a bordo del suo 60 piedi «Mer Verticale» dall’isola di Wight, sud dell’Inghilterra, a Dunkerque, Francia del Nord, partecipando alla Rolex Fastnet Race (1.126 km), propedeutica alla regata transoceanica autunnale Transat Jacques Vabre: 8 mila km da Francia a Brasile.

E la lombalgia? E la depressione? E l’ansia? E l’insonnia? Miracolosamente curate dalle correnti della Manica e dai flutti dell’Atlantico? Certo, ha spiegato la Carreri in tribunale: la regata agostana «si svolgeva su imbarcazione con un equipaggio di 4 persone e con una pressoché totale assenza di vento, segno che non si trattava di una dura prova incompatibile con i doveri di recupero psicofisico». E «l’attività ludica personale» non era controindicata, anzi «faceva parte di un percorso di recupero della potenzialità personale e di verifica delle capacità di autostima», tanto da aver portato «beneficio psichico». Dunque proprio le regate «hanno consentito il pronto recupero psicofisico, con efficace rientro in servizio».

Tesi negata dal presidente del tribunale di Vicenza, «atteso che la regata richiedeva un’adeguata e prolungata preparazione, svolta durante l’aspettativa per malattia»; dal presidente della Corte d’Appello, incredulo nel constatare che la malattia non avesse impedito «quell’attività fisica altamente impegnativa»; dalla Procura della Cassazione, per cui la giudice

«ha gravemente mancato ai doveri di correttezza, rendendosi immeritevole della fiducia e della considerazione di cui deve godere il magistrato con conseguente compromissione del prestigio dell’Ordine giudiziario»; dal Csm, che l’ha condannata «per aver approfittato della patologia per effettuare imprese sportive anche di livelli estremi, di per sé inconciliabili con la patologia stessa, in modo da far apparire l’assenza pretestuosa e come tale lesiva dell’immagine e del prestigio del magistrato»; dalla Cassazione, che ha respinto il ricorso della giudice. E, infine, dalla Corte dei conti, che ora rileva «evidente conflittualità tra certificazione medica e realtà», giudica «altamente impegnativa» e incompatibile con una lombalgia la regata «nel burrascoso mare Celtico e in patente conflitto con i doveri di lealtà e correttezza» il comportamento della Carreri, tanto da comportarela condanna sia per violazione del rapporto di lavoro «con ingiustificato arricchimento» che per disservizio ai cittadini. Addebiti degni di sanzione esemplare. Invece il risarcimento è di 6.714,28 euro, di cui 5.755,10 di stipendio indebito e 959,18 per disservizio al sistema-giustizia.

Nelle regate incriminate, la skipper Carreri si piazzò solo dodicesima e nona. Ma il risultato sportivo non era la cosa più importante, come dichiarava prima di salpare al periodico «Bolina»: vuoi mettere la «formidabile esperienza di attraversare l'Atlantico e vedere le luci di Bahia»?




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San Marino, l'uomo condannato a essere papà

Quotidiano.net

La querelle giudiziaria è nata dopo la separazione tra i coniugi e i sospetti del 'padre' che quello non fosse suo figlio. Il giudice sanmarinese: nessuno l’ha mai vista frequantare altri uomini


Analisi


di Monica Raschi
SAN MARINO, 20 settembre 2011 -



L’ESAME del Dna dice che quel bambino non è suo figlio, ma lui non può disconoscerlo perché secondo il Tribunale sammarinese non c’è prova di adulterio da parte della madre. E allora, è piovuto dal cielo quel piccolo? Se quello che, legalmente, dovrebbe essere il suo papà non lo è, ce ne sarà un altro. Almeno nella logica.

Purtroppo per la legge di San Marino, il piccolo stato teatro di questa singolare storia, non è così semplice: in questo caso, secondo quanto viene riferito dal tribunale, non sono state portate sufficienti prove dell’adulterio della madre. Nessuno l’ha mai vista frequantare altri uomini.
E così viene ipotizzata una situazione alla quale, sinceramente, non si era pensato e che appare ora abbastanza fantasiosa, anche se non impossibile.

LE IPOTESI arrivano dallo stesso Tribunale del Titano: «E se ci fosse stata una inseminazione artificiale, di tipo eterologo (il donatore è esterno alla coppia, ndr) e poi qualcuno si è pentito? In questo caso non c’è stato nessun tradimento ma il Dna ci dirà che quello non è il padre». Messa in questi termini la sentenza non appare così assurda. Ciò non toglie che il «non padre» dichiari di trovarsi in una situazione a dir poco incredibile.

«SONO sposato con una donna di origine straniera dalla quale, almeno cosi ritenevo — racconta l’uomo — ho avuto un figlio. Io e mia moglie da qualche tempo ci siamo separati. Nel corso della separazione mi sorgono fortissimi dubbi sul fatto che Luca (il nome è di fantasia) sia effettivamente mio figlio. Decido dopo molti tormenti di iniziare la causa per verificare se io ero o no il padre e di farlo finché il bambino è piccolissimo. La causa è stata lunghissima, perché mia moglie rifiutava di dare il suo consenso per fare la prova del Dna su Luca. Preciso che è sufficiente un goccio di saliva, niente di invasivo per lui che non ha colpa di nulla. Di fronte alle lungaggini causate da mia moglie, il giudice decide di nominare un curatore, il quale dice che la prova sarà da fare.

Risulta purtroppo che Luca non è mio figlio. Addolorato per questa conferma, ma convinto di dover far prevalere la verità finché il bambino è piccolo e attendo fiducioso la sentenza. Ma quando arriva è uno choc: dice che io sicuramente non sono il padre, ma ho perso la causa e resto ugualmente padre di Luca. Il motivo? Secondo il giudice non c’è prova di adulterio e il Dna non è sufficiente a dimostrare che mi abbia tradito. Luca non è mio figlio, ma io dovrò essere lo stesso suo padre e lui, mio figlio, e non conoscerà mai il suo vero papà».

I LEGALI dell’uomo, Gloria Giardi e Paride Bugli del foro di San Marino, al momento si limitano a sottolineare che, con ogni evidenza, si tratta di una interpretazione sbagliata della norma e che in decenni di carriera non avevano mai visto nulla di simile. Gli avvocati annunciando di essere già al lavoro per la preparazione del ricorso in appello.




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San Valentino, gli emo, i seni piccoli: i divieti più bizzarri

Corriere della sera


Su oddee.com le 11 proibizioni più strane nel mondo



In Arabia Saudita è vietato festeggiare San Valentino
In Arabia Saudita è vietato festeggiare San Valentino
MILANO - Vietare è una delle attività preferite dei regimi autoritari. Ma spesso anche i governi democratici non permettono ai loro cittadini di fare cose che all'apparenza sembrano normali e banali. Il sito oddee.com, specializzato nel compilare classifiche bizzarre e inusuali, ha stilato la lista delle 11 interdizioni più sorprendenti ideate dai governi nel mondo.

PODIO - Il primo stravagante divieto presente in classifica è adottato in Australia. Nel paese anglofono è vietato girare film porno con donne con il seno piccolo. Non esiste una vera e propria legge che bandisce i film hot con attrici non maggiorate, ma la Australian Classification Board, l'autorità australiana che vigila sulle pellicole cinematografiche, sui videogame e altre pubblicazioni, ha censurato tantissimi film hot solo perché le protagoniste avevano seni troppo piccoli e si rischiava di identificarle come ragazze minorenni. Ancora più bizzarra è la norma in vigore in Cina dal 2000 che proibisce la vendita di consolle per videogame: ciò che è incredibile è che la maggior parte delle consolle del mondo sono costruite e assemblate proprio nell'ex Celeste Impero.

La norma fu ideata dal Partito comunista per evitare che i giovani perdessero tempo a giocare invece di lavorare. Peccato per il regime che in Cina ci siano oggi tantissimi ragazzi che aggirano tranquillamente il divieto e non rinunciano ai loro giochi preferiti. Fino a qualche mese fa invece in Grecia era in vigore una legge che non solo proibiva il gioco d'azzardo e le macchinette elettriche a gettoni, ma qualsiasi gioco elettronico. Per colpa di questa legge, scritta male e con superficialità, sono finite nell’ultimo decennio in galera diverse persone, tra cui un greco che era in un internet Point e stava gareggiano in un MMORPG, un gioco di ruolo viene svolto in Rete contemporaneamente da più persone.

IN CINA E IN RUSSIA - In Cina il film di successo Avatar secondo una legge approvata nel 2010 dal governo comunista si può vedere solo in 3D. Tuttavia poichè le sale attrezzate per il tridimensionale sono pochissime la pellicola in realtà è proibita. Il motivo? Secondo i beninformati la battaglia degli abitanti di Pandora per proteggere la loro terra e la loro cultura raccontata da James Cameron potrebbe ricordare la lotta delle minoranze etniche della Cina, come i tibetani e gli uighuri contro il potere cinese. Sempre contro i tibetani e la loro guida spirituale il Dalai Lama è indirizzato il provvedimento che vieta ai monaci del Buddismo di reincarnarsi dopo la morte, a meno che il Partito Comunista Cinese non ne abbia concesso l'autorizzazione apposita. In Russia invece la moda emo è considerata "una minaccia alla stabilita nazionale" e poiché negli ultimi anni il tasso dei suicidi tra i giovani è fortemente aumentato, il governo ha deciso di combattere senza sosta le frangette sbilenche e i volti emaciati dei ragazzi-emo, vietando nelle scuole russe e negli uffici pubblici tutto ciò che riprende questa sottocultura giovanile.

I PAESI MUSULMANI E LA DANIMARCA - In alcuni paesi musulmani, per proteggere il territorio dall'influenza "decadente" americana, sono vietate le mode occidentali. In Iran ad esempio sono proibiti i tagli dei capelli più stravaganti (niente coda di cavallo, mullet o capelli a spazzola gelatinata, ma solo tagli approvati dal governo e legati alla tradizione musulmana), mentre in Arabia Saudita è vietato festeggiare San Valentino. Chiudono la classifica altri tre assurdi divieti. I primi due sono applicati in Danimarca. Nel paese scandinavo non si possono commerciare i prodotti con troppe vitamine come la Marmite, la pasta inglese da spalmare sui toast a base di estratto di lievito, molto amata dai britannici e soprattutto i genitori non possono chiamare con nomi eccentrici e strambi i propri figli (esiste una lista del governo con i 7000 nomi leciti, 3.000 per i maschi e 4.000 per le femmine). Infine da quando la primavera araba ha sconvolto i paesi musulmani, la Cina ha deciso di proibire i gelsomini, simbolo delle proteste. Da qualche mese infatti non solo non si può coltivare la pianta nel paese, ma anche le canzoni o gli sms con il nome del fiore sono bandite.



Francesco Tortora
19 settembre 2011 17:25



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