mercoledì 21 settembre 2011

Ma dove vuole arrivare Di Pietro? "Via il Cav o ci scappa il morto"

di

L'ultima dell'ex pm la riporta lo stesso Di Pietro sul suo blog evocando scenari apocalittici e tragici: "Mandiamo a casa questo governo prima che ci scappi il morto. Il mondo brucia e l'Italia va in pezzi. Sta scoppiando la rivolta sociale". Ancora una volta il leader dell'Idv dimostra che i panni del moderato proprio non gli si addicono. Insorge il Pdl. Capezzone: "Di Pietro ha toccato il fondo. Con la sua frase di oggi l’ex pm si conferma un incendiario irresponsabile"



"Prima che ci scappi il morto, mandiamo a casa questo governo". Il leader dell'Idv Antonio Di Pietro evoca scenari tragici e catastrofistici per continuare nella sua crociata contro Berlusconi e il suo governo. E a quelli a cui tempo fa era apparso più morigerato e moderato nei toni, Di Pietro ha fornito subito la smentita. Dal suo blog, l'ex pm spiega che domani sarà la giornata saliente: "Il governo e la sua maggioranza parlamentare non ci sono più. Domani sarà la cartina di tornasole per verificare se in Parlamento c’è ancora qualche parlamentare di maggioranza che ha un pò di dignità e di onore". Al di là di quelle che censura come "anomalie sul piano del diritto processuale penale", il leader Idv sottolinea che "interessa far rilevare la grande responsabilità politica di un governo che non ha più nulla da dire o da dare e che, chiuso nel suo bunker e pensa di poter ancora governare il Paese mentre nel Paese sta sbocciando la rivolta sociale".
Domani, spiega Di Pietro, "avremo a che fare con la richiesta di una misura cautelare, cioè mandare in carcere l’on. Milanese, un deputato che prima era un alto ufficiale della Guardia di Finanza e che è accusato di reati gravissimi contro la Pubblica amministrazione dalla Procura di Napoli...Domani però si rischia che la decisione del Parlamento venga assunta non per motivi di legge ma per motivi politici, siccome sei un parlamentare, noi non diamo l’autorizzazione all’arresto. Il problema, come vedete, non è solo Milanese. Il problema è la degenerazione di questo Parlamento, di questa maggioranza parlamentare e del suo governo che, mentre il mondo brucia, mentre l’Italia va a pezzi, mentre il Paese ha bisogno di interventi urgenti in materia economica, sociale, di rilancio della produzione industriale e di diritti civili, tiene impegnato il Parlamento per dire no all’arresto di un deputato accusato di essersi macchiato di gravi reati.
Tiene impegnato il Senato per dire che il presidente del Consiglio non può essere processato perché Ruby Rubacuori, ai suoi occhi, era la nipote di Mubarak e, quindi, per salvare la dignità di un capo di Stato, non voleva che fosse arrestata. Tiene impegnato il Parlamento per il "processo lungo", cioè per fare delle regole affinché i processi non arrivino mai a sentenza e i delinquenti stiano sempre fuori, perché questo serve a Berlusconi nel processo Mills. Tiene impegnata l’Aula per ridurre o eliminare le intercettazioni telefoniche come strumento di investigazione".
Le frasi di Di Pietro hanno scatento, come era immaginabile, la reazione del Pdl. "Di Pietro ha toccato il fondo. Con la sua frase di oggi e il suo "prima che ci scappi il morto", l’ex pm si conferma un incendiario irresponsabile", ha affermato il portavoce del Pdl, Daniele Capezzone, secondo il quale "ora il Pd ha il dovere politico di rompere con chi usa questi toni e soffia sul fuoco, in una situazione già delicata. Non bastano frasette di presa di distanza: se il Pd non compie un atto di rottura rispetto a questi metodi e a questi alleati, saremo autorizzati a pensare che la sinistra italiana sia come Di Pietro, e lo meriti come guida". Ancora nessuna risposta in questo senso da parte del Partito democratica. Quello che è certo è che il solito Di Pietro non si smentisce mai e non perde occasione per attaccare il governo e criticare aspramente Berlusconi, evocando scenari apocalittici o paventando, come in questo caso, epiloghi tragici.




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Vantarsi di aver fatto sesso con due sorelle? Per la corte di Cassazione non è reato

di

Rapporti a tre? Averli, o meglio raccontarli agli amici vantandosene, non è reato. A stabilirlo una sentenza della Cassazione, che ha assolto un artigiano altoatesino, colpevole di avere irretito due sorelle per le quali aveva lavorato


Bolzano - Ora a confermarlo c'è anche una sentenza della Cassazione. Fare sesso con due donne non è neppure reato. O meglio, non è reato vantarsene, se non si fanno i nomi delle due condiscendenti fanciulle e non si è troppo chiari sul luogo del rapporto. A stabirlo è la Cassazione, che ha deliberato in merito al caso che aveva coinvolto un artigiano altoatesino, condannato dal giudice di pace di Brunico per diffamazione aggravata nei confronti di due sorelle. L'uomo, di professione elettricista aveva per un certo periodo svolto alcuni lavori in un cantiere di proprietà di due sorelle, sviluppando un rapporto che da lavorativo si era evoluto in un ménage che poco di professionale aveva. Un ménage di cui in seguito l'uomo si era vantato con alcuni amici, in occasione di un escursione in montagna, in val Badia.
Non costituisce reato Poteva essere una qualsiasi vanteria senza conseguenza, salvo che tra i compagni d'escursione dell'elettricista si trovava anche un parente delle due sorelle, che aveva prontamente informato il padre, il quale aveva ben pensato di sporgere denuncia per diffamazione nei confronti del malcapitato, ansioso di proteggere l'onore delle due figliole dai racconti erotici dell'uomo. Una denuncia che aveva avuto seguito, con la decisione del Giudice di pace di condannare l'elettricista. Condanna che è ora stata ribaltata in sede di Cassazione. Secondo il giudice raccontare le proprie esperienze erotiche non costituisce reato di diffamazione, a patto che abbia l'accortezza di non fare nomi e non essere troppo espliciti riguardo ai luoghi.




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29 anni di emoticon, faccine per tutti i gusti

Corriere della sera

Punteggiatura e stati d'animo, usi e abusi dagli smile allo stile iPhone




MILANO – Da due giorni è entrata nel suo trentesimo anno di vita, ma nonostante gli anni che passano continua a sorridere come il primo giorno. È l'emoticon, quella combinazione di punteggiatura che tra parentesi, trattini e variazioni sul tema dei due punti racconta in 3 segni uno stato d'animo e dà il tono a una conversazione scritta: via sms, via email, in chat, nei forum e nei social network.

LA STORIA – Inventata nel settembre 1982 negli Stati Uniti, l'emotion continua a svolgere la funzione per cui fu stilizzata la prima volta. Comparve infatti in un messaggio telematico di una rete universitaria (si trattava di un bbs, bullettin board system, gli antesignani della messaggeria istantanea e dei forum) inviato da Scott Fahlman, giovane informatico della Carnegie Mellon University di Pittsburgh, Pennsylvania. Scott scriveva nella bacheca universitaria: «Propongo di usare la seguente sequenza di caratteri per connotare lo scherzo :-)». Erano le 11 di mattina circa del 19 settembre 1982, 29 anni fa. Insieme al sorriso per sdrammatizzare e far cogliere il tono giocoso di una conversazione, nacque anche la tristezza della parentesi aperta e con il tempo le emoticon (contrazione di emotional icon) sono diventate centinaia, tanto che online esistono anche motori di ricerca e siti-dizionario che le raccolgono tutte.

LE FACCINE DI LINCOLN In realtà le tesi sulla nascita della prima emoticon sono discordanti: sebbene il mondo imputi le faccine scritte all'idea di Fahlman, c'è anche chi sostiene che il primo a usarle fu nientemeno che il presidente Usa Abramo Lincoln. Sembra infatti che l'emoticon dell'occhiolino ;) sia comparsa nella trascrizione di un discorso del presidente del 1862. Anche se, a leggere bene, potrebbe essere anche un semplice errore di battitura. Altri invece sostengono che Scott Fahlman non fece altro che trasferire su carta, usando i caratteri a disposizione, il disegno dello smile, la faccetta sorridente giallo canarino che fu disegnata la prima volta per un uso professionale da un assicuratore di Worchester, Stati Uniti. Era il 1963. Oggi lo smile di Harvey Ball (il cui destino, forse era scritto nel cognome) è festeggiato anche con una fondazione e una giornata dedicata, celebrata ogni anno il primo venerdì di ottobre.
USI E ABUSIAmate e odiate, usate e abusate, le emoticon continuano a sopravvivere anche 30 anni dopo. I programmi di messaggeria istantanea negli anni hanno fatto la loro fortuna aggiungendo faccine sempre più colorate, animate, fino ad arrivare alle più moderne in stile iPhone, con applicazioni speciali da scaricare per vederle e spedirle. Proprio per questo abuso più volte negli anni guru e puristi del testo scritto hanno proposto di eliminare le faccine dalla nostra vita, sempre con scarso successo però. In Italia, per esempio, fece parlare molto la proposta del ministro Brunetta di dare un voto ai dipendenti pubblici per i servizi prestati usando proprio le emoticon: giudizio positivo :-), negativo :-(, così e così :-I.



Eva Perasso
21 settembre 2011 13:34



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Alla fine ha vinto Miss Ipocrisia

Corriere della sera

Le reginette? Tutte preparate con lo stampino e recitanti la solita tiritera


Il più noioso spettacolo dopo il big bang, questo è «Miss Italia».
E dire che siamo già riusciti nell'impresa di fargli ridurre a due le serate del concorso; ancora un piccolo sforzo e ci siamo. Miss Italia si chiama Stefania Bivone: bella è bella, come sono belle tutte le 60 ragazze che partecipano alla sfilata. Oddio, la sensazione è che siano tutte geneticamente identiche (frutto della buona alimentazione, del trucco e del periodo di prosperità economica che ci lasciamo irrimediabilmente alle spalle), tutte preparate con lo stampino e recitanti la solita tiritera: studio all'università, faccio shopping, mi diverto con il mio fidanzato...


Quest'anno il baraccone si è trasferito a Montecatini e Salsomaggiore, la vecchia sede, ha subito provveduto a far sapere che i soldi della mancata sponsorizzazione li spenderà per opere sociali. A condurre c'era Fabrizio Frizzi, uno che se solo si ascoltasse mentre presenta si addormenterebbe all'istante. Così gli ascolti della prima serata sono stati deludenti e Patrizia Mirigliani si è sentita in dovere di accusare la Rai del parziale flop (Rai1, domenica e lunedì, ore 21,20). Il tratto dominante di quest'anno è stato l'ipocrisia: alcune concorrenti sono state escluse per colpa di foto hot apparse sul web; c'è stata tutta una «compagna stampa» per dire che bisognava aprire a linee più morbide (per far contento lo sponsor Miroglio di Alba) e che le ragazze sarebbero state giudicate per l'intelligenza.

Il commento più bello l'ho trovato sulla rivista Internazionale: «1. Sei alta 1,82 e pesi 60 chili? Nessuno è perfetto. 2. Se hai vinto Miss Italia nel mondo, impara almeno a dire «grazie». 3. No, la fascia non ti renderà automaticamente sindaco della tua città. 4. Esercitati a ridere quando vorresti piangere e a piangere quando vorresti ridere. 5. Alla pace nel mondo non ci crede più nessuno: scegli un paese africano a caso e fanne il tuo personale progetto umanitario. 6. Miss Eleganza in Gambissima 2011 è solo un modo più carino per dirti che hai perso».

Aldo Grasso
21 settembre 2011 13:21

La città delle bici non sopporta più le bici

Corriere della sera

Crescono i malumori a Copenaghen: troppi i ciclisti indisciplinati. Non rispettano le regole e sono arroganti



Tutti in colonna sulla ciclabile e strada quasi deserta: così si presenta spesso Copenaghen

MILANO - È cosa nota: Copenaghen viene celebrata da anni come la «mecca del trasporto a pedali». Urbanisti e appassionati delle due ruote di tutto il mondo sono concordi nell’indicare la città danese come un «modello a misura di ciclista». Piste ciclabili larghe fino a quattro metri - quasi delle corsie autostradali - dominano il paesaggio urbano e permettono di pensare meno al traffico e più ai luoghi che si attraversano. Tuttavia, su quelle stradone dove un tempo si pedalava in tranquillità e totale spensieratezza ora regna il caos: «troppe biciclette» e soprattutto ciclisti «troppo aggressivi e indisciplinati» é il risultato.


Un parcheggio affollato di bici nel centro cittadino

FLAGELLO BICI - Mobilità alternativa in pericolo? Suona quasi come un paradosso. Tanto più se arriva da Copenaghen, lì dove le piste sono veramente ciclabili e quella delle due ruote è una cultura rispettata. Il grido d’allarme è stato lanciato dalla Federazione ciclistica danese, la Dansk Cyklist Forbund (DCF) e da Wonderful Copenaghen, l'agenzia turistica ufficiale della Danimarca. La prima bike city al mondo ha infatti un grosso problema di congestione: l'incredibile successo avuto dalle due ruote ecologiche tra residenti e turisti sta creando difatti «uno sgradevole e pericoloso clima intimidatorio». Trovare una soluzione al problema non sembra facile. E nella «mecca dei ciclisti» cresce la preoccupazione. Turisti e residenti sono impauriti al solo pensiero di prendere una bici o di dover attraversare una pista ciclabile, ha riferito recentemente il quotidiano The Guardian. Sempre più spesso i ciclisti utilizzano le due ruote in maniera indisciplinata e azzardano manovre e sorpassi che mettono in pericolo loro stessi e i pedoni.


INGORGO - Da decenni la città danese promuove con costanza il mezzo di trasporto ecologico: oggi ben il 36 per cento dei danesi utilizza la bicicletta per andare al lavoro o a scuola. Per il 2015 l’amministrazione comunale si prefigge di raggiungere una quota del 50%, cioè quasi 250 mila persone. Quotidianamente vengono percorsi sulle strade di Copenaghen oltre 1,3 milioni di chilometri in bici. Numeri che altre capitali europee ancora sognano, ma a cui puntano. C’è però un problema, non di poco conto per questo mezzo ad emissioni zero tanto pubblicizzato. Si chiama ingorgo, appunto. Già perchè a Copenhagen si pedala sempre, per andare al lavoro e per uscire la sera. E, come in macchina nelle grandi città, anche qui tutti vogliono arrivare dal punto A al punto B il più in fretta possibile.

MEGLIO UN TAXI - «Nelle ore di punta non prendo piú in bici i miei bambini. È troppo pericoloso, non voglio rischiare», ha spiegato Aneh Hajdu, di Wonderful Copenhagen. Nella città, che dal 2008 si pubblicizza con l’azzeccato slogan «I bike Copenhagen», è quasi impossibile trovare parcheggio per le due ruote vicino alle stazioni principali. Inoltre: le piste ciclabili sono intasate da una marea ondeggiante di ciclisti. «I ciclisti lottano per un po' di spazio sulle piste di Copenaghen, dove la gente si spinge e si urta», ha raccontato al Guardian Frits Bredal, del Dansk Cyklist Forbund. Sono innanzitutto danesi, ma anche turisti. Indisciplinati, aggressivi i e spericolati. Infrangono i codici stradali e usano la bicicletta in modo del tutto sconsiderato, tanto che - aggiunge Bredal - alcuni perdono la pazienza, parcheggiano la bici e decidono di salire su un taxi.

I BIKE CPH - Il numero degli incidenti nei quali sono coinvolti i ciclisti è in realtà sceso negli ultimi anni, ma questa tendenza potrebbe cambiare con la crescita esponenziale delle due ruote, il timore del Dansk Cyklist Forbund. C'è chi propone di educare i ciclisti ad una guida più sicura e nel rispetto degli altri, prima di pensare ad ampliare la rete delle ciclabili. Il fotografo danese e fanatico delle bici Mikael Colville-Andersen, definito «The Sartorialist delle due ruote» ed eletto da Time tra i «100 top blog worldwide» con i suoi Copenhagenize e Cycle Chic, é di altro avviso: «Andare in bicicletta a Copenhagen - nelle ore di maggior traffico - non è un’attività adatta ai pavidi, richiede concentrazione ed è vero che avremmo bisogno di piste ciclabili più larghe, ma non è pericoloso come viene propagato dal DCF». Colville-Andersen, che sul suo blog ha recentemente elencato le città europee a misura di bici, rimanda alle statistiche secondo le quali la situazione è perlomeno migliore di Amsterdam. Resta da vedere se a questo punto le parole dell’inno ufficiale della campagna «I bike Copenhagen» non debbano essere cambiate. Attualmente il testo della popolare canzone recita: «Noi distruggiamo il mito che solo gli egoisti si trovano in viaggio nel traffico. Non sogno di andare via. Rimango a Copenaghen - perchè io “bike” Copenaghen».


Elmar Burchia
21 settembre 2011 14:07



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Il silenzio delle cornamuse

Corriere della sera

C’è una piccola guerra in corso tra gli organizzatori della Coppa del mondo e i mitici suonatori di cornamuse, in gran parte scozzesi, arrivati sulle Isole tra Pacifico e Mar di Tasmania al seguito dei propri idoli. I piper sono furibondi perché, all’interno degli stadi, non li fanno suonare. Anzi, sono gentilmente invitati a restare fuori. E la federazione scozzese non ha potuto far altro che inoltrare una protesta  alla Rugby World Cup.

 “Ce lo potevano anche dire prima”, si è lamentato da buon scozzese Matt Strachan, un tifoso che ha lanciato una pagina su Facebook e pubblicato un appello sul quotidiano di casa, The Scotsman, per chiedere agli organizzatori di togliere il divieto di accesso alle cornamuse : “Abbiamo speso un sacco di soldi per venire fin quaggù, in Nuova Zelanda, per poi scoprire che se avessimo tentato di introdurre in tribuna degli strumenti musicali ci avrebbero cacciato senza tante storie”. La rabbia di Strachan è la rabbia di tante altre persone venute a festeggiare, anche in maniera musicale e rumorosa, l’evento del mondiale di rugby agli antipodi: “Ho suonato la cornamusa – ha spiegato – in tutto il mondo, in Gran Bretagna, in Francia, anche durante le partite della precedente Coppa del mondo. E sono sempre stato bene accolto. Qualcuno mi può spiegare perché in Nuova Zelanda  hanno deciso di vietarle?”. Il suonatore arrabbiato ha scritto una lettera aperta al primo ministro neozelandese perché il bando sia attenuato (richiesta fatta propria persino da alcuni membri del governo scozzese), mentre la pagina di protesta del lone piper su Facebook ha raccolto migliaia di fan in poche ore.

La vicenda ha fatto rumore anche negli uffici della federazione scozzese: mentre i giocatori preparano il match decisivo di giovedì contro l’Argentina, i dirigenti si sono dichiarati “sconvolti” per il divieto di suonare la cornamusa sugli spalti. Hodge Duncan, membro dello staff tecnico scozzese, ha detto che i giocatori sono «scoraggiati» perché le cornamuse sono da sempre una fonte di grande motivazione durante le partite, oltre a essere l’unico strumento con il quale è suonato lo struggente inno scozzese, Flowers of Scotland. ”Immagino che sugli spalti di Wellington ci saranno molti più sostenitori dell’Argentina che della Scozia – ha aggiunto Duncan – anche solo per la vicinanza geografica. Ecco, sarebbe bello che le nostre cornamuse possano rispondere al tifo degli argentini”. Certo, tutto vero. In effetti, Murrayfield senza cornamuse non avrebbe senso. Ma forse è partita la caccia al capro espiatorio: finora l’Argentina, pur sconfitta dall’Inghilterra, è parsa molto più in forma dei blu. Ma si sa, le cornamuse potrebbero far miracoli.

A ben vedere, non si tratta di un divieto limitato solo alle cornamuse. Off-limits sono anche gli altri strumenti tradizionali, a partire dalle vuvuzela (e in questo caso come dar torto agli organizzatori?). E per par condicio sono state estromesse anche digeridu, strumenti a fiato, tamburi… Nella lista degli oggetti e degli strumenti vietati ci sono menzioni piuttosto singolari: vada per le aste delle bandiere oltre gli 80 centimetri e gli ombrelli, ma c’è bisogno di sottolineare che non sono bene accetti i “segni di appartenenza a una gang” o i “pezzi staccati di veicoli”?


Paolo Ligammari



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Ustica: «Il Dc 9 abbattuto da un missile o da quasi collisione con aereo militare»

Corriere della sera

Le motivazioni della sentenza civile che ha condannato lo Stato a risarcire i familiari delle vittime


MILANO - Quello che si era sospettato fin dal primo momento, viene ora avvalorato da una sentenza, seppure civile. «Tutti gli elementi considerati consentono di ritenere provato che l'incidente occorso al Dc9 si sia verificato a causa di un intercettamento realizzato da parte di due caccia, che nella parte finale della rotta del Dc9 viaggiavano parallelamente ad esso, di un velivolo militare precedentemente nascostosi nella scia del Dc9 al fine di non essere rilevato dai radar, quale diretta conseguenza dell'esplosione di un missile lanciato dagli aerei inseguitori contro l'aereo nascosto oppure di una quasi collisione verificatasi tra l'aereo nascosto ed il Dc9».


LA SENTENZA - Questa la conclusione del Tribunale di Palermo nelle motivazione della sentenza con cui ha condannato i ministeri della Difesa e dei Trasporti al risarcimento dei familiari delle vittime di Ustica. Le motivazioni della sentenza, rese pubbliche dagli avvocati Alfredo Galasso e Daniele Osnato, escludono quindi che ci fosse una bomba a bordo del Dc9 Itavia.

Redazione Online
21 settembre 2011 12:54

Vespa furioso con Rosy Bindi «Comincio a seccarmi»

Il Mattino


ROMA

Toni accesi, ieri sera, alla prima puntata di Porta a Porta, il talk show in onda su Raiuno e condotto da Bruno Vespa. Il tema della serata era "Berlusconi: vittima o se l'è cercata?", con ospiti Rosy Bindi il direttore del Messaggero Mario Orfeo, il direttore del Foglio Giuliano Ferrara e il vicepresidente della Camera Maurizio Lupi, del Pdl. Lupi accusa la Bindi riguardo l'atteggiamento del Pd sul caso Penati, e la presidente dei democratici perde la pazienza, soprattutto dopo che lo stesso Lupi "smonta" la presunta teoria della "superiorità morale della sinistra".

E' a questo punto, quando la Bindi tenta di rispondere a quanto detto da Lupi, che Vespa perde la pazienza: il conduttore, rivolgendosi a Paolo Mieli, chiede una sua opinione sul "sistema Sesto" e sui "finanziamenti alla sinistra", la Bindi protesta. "Non può dire che ci sono finanziamenti se i diretti interessati negano". "Onorevole Bindi - sbraita Vespa - ora inizio a seccarmi. Questo sistema Sesto, che secondo voci maliziose porterebbe soldi al Partito Democratico come li portava al vecchio Partito Comunista, esisteva davvero o è una calunnia?", dice rivolgendosi a Mieli, che sorride ironicamente.



Mercoledì 21 Settembre 2011 - 11:50    Ultimo aggiornamento: 11:51



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Lampedusa in rivolta: «Basta immigrati» Polizia carica tunisini, scontri e sassaiole

Il Mattino

Decine di feriti, grave un migrante. Tentativi di linciaggio. Giornalisti aggrediti. Il sindaco barricato in municipio: 1500 delinquenti, siamo in guerra, Napolitano venga da noi


ROMA - Ancora scontri a Lampedusa tra la polizia e i tunisini, ma anche guerriglia tra isolani e immigrati a colpi di sassate. È degenerata la protesta di alcune centinaia di tunisini che si stava svolgendo nei pressi del porto vecchio. Alcuni migranti si sono impossessati di tre bombole di gas all'interno del ristorante Delfino blu minacciando di farle esplodere. A questo punto le forze dell'ordine hanno caricato i manifestanti, assiepati nell'area di un distributore. Molti immigrati sono saltati giù da un muro di recinzione per sfuggire alla carica.




Decine le persone rimaste ferite. Medicati nel Poliambulatorio dell'isola due agenti di polizia e un militare della Guardia di Finanza, oltre a una decina di migranti che presentano diverse escoriazioni e contusioni. Per uno di loro, molto grave, il responsabile sanitario, Pietro Bartolo, ha chiesto il trasferimento urgente a Palermo in eliambulanza. Un immigrato avrebbe una gamba rotta.

Molti abitanti dell'isola hanno dato vita a una fitta sassaiola nei confronti degli immigrati, che hanno risposto lanciando a loro volta pietre e suppellettili. Circa 300 tunisini stavano manifestato per le strade di Lampedusa al grido di «Libertà, libertà».

Tentativi di linciaggio. Due giovani hanno avvicinato un tunisino e lo hanno picchiato. Immediatamente sono intervenuti i poliziotti e i finanzieri che hanno fatto da scudo all'immigrato. «Ve ne dovete andare, bastardi -gridano i lampedusani ai tunisini - avete rovinato un'isola. Non vi vogliamo più». I sei tunisini che avevano rubato le bombole di gas sono stati sorvegliati a vista preso il distributore di benzina, dopo un tentativo di linciaggio. Alcuni di loro hanno delle ferite al volto. La guardia di finanza li ha poi caricati su un furgone per portarli via, ma la tensione resta alta.

Aggressioni e minacce ai giornalisti. Davanti al distributore la gente ha inveito contro i cronisti. «Andatevene è meglio per voi», ha urlato con toni minacciosi un gruppo di una trentina di lampedusani. I cronisti sono stati accerchiati e costretti ad andar via. «Non vi vogliamo, sparite». Il cameraman della Rai, Marco Sacchi, è stato aggredito e la telecamera gettata a terra. Aggredita in precedenza una troupe di Sky. L'inviato Fulvio Viviano e l'operatore Davide Di Stefano, che stavano girando delle immagini nel porto dell'Isola, sono stati aggrediti da un gruppo di lampedusani. Ieri sera i due giornalisti erano stati assaliti da un immigrato tunisino.

Il sindaco Rubeis: venga Napolitano da noi. «Abbiamo sull’isola 1500 deliquenti che ieri hanno dato fuoco al centro. Il ministro Maroni si muova perché noi acceteremo più nessun immigrato. Il presidente Napolitano venga a Lampedusa a darci la solidarietà se davvero l’Italia è unita. Siamo stanchi di questa linea morbida adottata dalle forze dell’ordine nei confronti degli immigrati tunisini. Non si capisce perchè negli stadi, quando ci sono disordini, poliziotti e carabinieri usano subito le maniere forti contro gli stessi connazionali. Invece, a Lampedusa, accade tutt’altro. Ci vuole anche qui il pugno forte e rinchiudere le centinaia di tunisini che bivaccano da ieri per le strade al campo sportivo».

Dino De Rubeis, scortato da tre agenti di polizia, si è barricato nel suo ufficio dopo che tre lampedusani hanno tentato di aggredirlo, contestandogli di avere tenuto una linea morbida sull'immigrazione. In un cassetto dell'ufficio, De Rubeis tiene una mazza da baseball. «Mi devo difendere, e sono pronto a usarla, scrivetelo pure. Siamo in presenza di uno scenario da guerra, lo Stato mandi subito elicotteri, navi per trasferire i tunisini che vagano per l'isola dopo avere incendiato ieri il centro di accoglienza». Davanti al municipio ci sono decine di persone, alcune contestano il sindaco, altre urlano contro gli immigrati.

«Alle associazioni umanitarie dico: non vi permettete di accusare di razzismo i lampedusani, hanno dato fin troppo. Siamo in guerra, la gente a questo punto ha deciso di farsi giustizia da sola», dice poi il sindaco.

Chiusa la scuola. Il dirigente della scuola di Lampedusa, dopo avere consultato il sindaco, ha chiuso il portone e chiesto agli insegnanti di vigilare sugli alunni e al personale di controllare gli accessi. Tra le gente c'è paura e timore che i migranti che vagano per l'isola possano aggredire bambini e ragazzi.

Nella notte erano iniziati i trasferimenti dopo l’incendio doloso che ieri pomeriggio ha distrutto il Centro di prima accoglienza di contrada Imbriacola. Circa 200 tunisini sono stati imbarcati su due C130 dell’Aeronautica militare diretti alla base di Sigonella (Catania). Gli extracomunitari rimasti sull’isola, oltre un migliaio, hanno trascorso la notte all’addiaccio all’interno dello stadio comunale. Solo un centinaio, tra cui una ventina di donne, sono rimasti nel centro, che tuttavia è inagibile: le palazzine dove vengono ospitati gli immigrati sono state infatti divorate dalle fiamme.

I rimpatri sono stati la miccia degli incidenti di ieri. I tunisini chieodno di non tornare nel loro Paese mentre per l'Italia è valido l'accordo per i rimpatri. Ieri pomeriggio i nordafricani hanno dato alle fiamme il centro di accoglienza.

I danni sono ingenti, come ha confermato anche il responsabile della struttura,
Cono Galipò, che non ha dubbi sulla natura dolosa del rogo, visto che poco prima nelle camerate dove si sono sviluppate le fiamme era stato compiuto un sopralluogo. La tensione tra i tunisini era cresciuta negli ultimi giorni, dopo la conferma da parte del governo della linea dura circa il proseguimento dei rimpatri. L’inchiesta aperta dalla Procura di Agrigento contro ignoti dovrà adesso identificare gli autori dell’incendio e accertare eventuali responsabilità. Ieri il sindaco di Lampedusa, Bernardino De Rubeis, aveva lanciato un nuovo appello al premier Berlusconi e al ministro Maroni per trasferire immediatamente tutti gli immigrati ancora sull’isola.

Decine di lampedusani presidiano da questa mattina il Comune per protestare contro l’incendio appiccato ieri da un gruppo di immigrati tunisini al centro di accoglienza ma soprattutto perchè chiedono che i tunisini non girino liberamente per l’isola. Il Comune si trova proprio di fronte al campo sportivo dove i tunisini hanno trascorso la notte all’addiaccio per l’inagibilità di gran parte della struttura incendiata. «I miei concittadini - spiega il sindaco Bernardino De Rubeis - hanno ragione e mi chiedono che i tunisini spariscano dalla loro vista. È una situazione che non può continuare. Il Viminale deve intervenire al più presto».

Boldrini: in fumo lavoro di tanti anni. «Sono amareggiata e rattristata: il nostro lavoro di tanti anni è andato in fumo». Con queste parole Laura Boldrini, portavoce in Italia dell’Unhcr, l’alto commissariato Onu per i rifugiati, commenta al Messaggero in edicola la rivolta degli immigrati tunisini a Lampedusa che ha portato alla distruzione del centro d’accoglienza.«Una rivolta simile si poteva prevedere e infatti noi l’avevamo prevista, mettendo in guardia le autorità», ricorda Boldrini. Adesso, «occorre trovare nel più breve tempo possibile una soluzione alternativa, fino a che la struttura non sia riparata. Lampedusa ora è sguarnita di un centro di prima accoglienza e le cose si sono fatte più difficili e complicate di prima».

Mercoledì 21 Settembre 2011 - 14:55    Ultimo aggiornamento: 14:57




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Scoperto l'arsenale di Traiano: grandi navate e pilastri del II secolo d.C.

Il Messaggero

Straordinario ritrovamento tra Ostia e Fiumicino da parte dei ricercatori di Southampton e di Roma



di Fabio Isman

ROMA - Eccezionale scoperta tra Ostia e Fiumicino: un vastissimo edificio, lungo almeno 145 metri; probabilmente si tratta dell’Arsenale dell’Urbe di Traiano. Doveva possedere volte alte 12 metri, ed è tra l’antico Porto di Claudio, inaugurato da Nerone e dismesso perché spesso si insabbiava, e il bacino esagonale di quello di Traiano, edificato tra l’anno 110 e il 117. E’ stato individuato dagli archeologi dell’Università di Southampton e della British School di Roma, che scavano con l’ausilio di una cooperativa, e in collaborazione con la Soprintendenza archeologica di Roma: stanno per iniziare la loro quinta campagna.

Finora, dell’edificio sono riemersi una prima navata (pare che fossero otto, parallele), larga 12 metri e lunga 58; e alcuni pilastri in opera laterizia, rettangolari, di due metri per uno e mezzo. Le navate erano aperte sia sul bacino di Claudio, iniziato nell’anno 42 e completato nel 64, sia su quello di Traiano. Si presume che nell’edificio si costruissero le navi, e si riparassero durante l’inverno. La scoperta sarà presentata domani, a Porto; ma è stata già annunciata ieri, con molti dettagli.

Nei pressi, sorge il palazzo imperiale: recenti scavi del professor Simon Keay, che nell’area ha individuato pure un anfiteatro lungo 42 metri e largo 38, fanno ritenere che costituisse la residenza di un funzionario, incaricato di coordinare il movimento delle navi e dei carichi nel porto. Che questo appena scoperto fosse una sorta di arsenale, lo lasciano intendere alcune iscrizioni su pietra, trovate in zona: citano un «collegium» dei «fabri navales portuensis», e un altro dei «fabri navales ostensium»; una corporazione, forse, di schiavi liberati.

Ma non soltanto lo spettacolare immobile rende probabile che Porto, città sorta presso il bacino, fosse il cantiere navale imperiale per buona parte del II secolo d.C., e non soltanto un luogo di magazzini, come finora si riteneva; forse, era anche in relazione con la celebre flotta di Miseno, nel golfo di Napoli, le cui navi potrebbero essere state ricoverate o riparate proprio qui: anche in questo caso, lo fanno supporre iscrizioni che menzionano proprio quei marinai, trovate sia in città, sia sul sito stesso degli scavi.

Il colpo d’occhio dell’edificio era certamente del tutto impressionante: simile a quello delle analoghe navate dei Mercati Traianei a Roma, che sono assolutamente coevi. Per trovare qualcosa di analogo, occorre recarsi sulle rive del Tevere, dove, da 300 anni prima, c’era il Porticus Aemilia, le cui rovine sono ancora visibili a Testaccio: lungo 487 metri, 50 navate di 60 metri, alte quasi otto e mezzo. I piloni ritrovati indicano che, alle estremità, le navate aperte sui due bacini terminassero con altrettanti archi di sicura imponenza: i piloni estremi sono infatti maggiori, fino a tre metri di lato. Ma adesso, sarà la nuova campagna di scavi, che si svolgerà ad ottobre, a fornire maggiori chiarimenti. Perché la navata riscoperta muta aspetto e funzioni nell’uso successivo: prima, si edificano una serie di stanze contigue, tra la fine del II e l’inizio del III secolo; nel V, diventano granai; e nella prima metà del VI, durante le guerre tra i Bizantini e gli Ostrogoti, vengono demolite.

Oltre che dagli archeologi inglesi, che le hanno compiute, tutte queste importanti scoperte sono studiate dai colleghi italiani della soprintendenza di Roma, diretta da Annamaria Moretti, e da Angelo Pellegrino, il suo fiduciario in loco: ricostruire le vicende del «porto a mare» dell’Urbe (quello fluviale era sul Tevere, a Testaccio), è fondamentale e non semplice. Dapprima, c’era uno scalo a Ostia; poi, il bacino di Claudio, terminato sotto Nerone; infine quello esagonale di Traiano, che, nonostante gli sforzi, lo Stato non riesce a possedere: è tuttora privato, degli Sforza Cesarini, che sono imparentati con i Torlonia.

Il bacino misura 358 metri per ogni lato, ha una diagonale di 716; era profondo almeno cinque metri, e poteva ospitare 200 e forse più navi; forse è opera di Apollodoro di Damasco. Tutto attorno, sono stati riportati alla luce numerosi immobili; questo Arsenale (non lontano dall’aeroporto, e ciò ne rende possibile una visita anche a chi vi transita) è solo il più recente tra loro; ma certamente, uno dei più importanti.

Le sculture rinvenute sul posto nell’Ottocento sono nella collezione Torlonia: era un museo a Porta Settimiana chiuso negli Anni ’50, per ricavarne appartamenti; quindi, ora sono invisibili: anche uno splendido rilievo che narrava la vita dello scalo. Sia il Porto di Claudio, sia quello di Traiano possedevano un faro, probabilmente quadrangolare, composto di tre blocchi sovrapposti, su cui veniva acceso un fuoco, visibile, dice qualcuno, da una distanza di 45 chilometri: però, nessuno dei due, purtroppo, esiste più. Per Svetonio, uno poggiava su una nave affondata. Adesso, questa scoperta potrà gettare luce maggiore sulla struttura, e sul suo uso; sapremo qualcosa d’altro su uno snodo da cui è sicuramente derivata la potenza dell’Urbe sul mare e, quindi, sul mondo allora conosciuto. Merci e usi militari: forse, l’arsenale delle loro navi era proprio qui.

Martedì 20 Settembre 2011 - 20:12    Ultimo aggiornamento: 20:18




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Mobbing, se ne parla sempre troppo poco

La sospensione della patente non si patteggia

La Stampa


La Cassazione (sentenza 34081/11) ha stabilito che non si applica l’attenuante prevista in merito alle sanzioni amministrative accessorie all'accertamento di reato (art. 222, comma 2 bis, codice della strada) – fino ad un terzo - in caso di guida in stato di ebbrezza. Ha sottolineato che il patteggiamento non si estende alla determinazione della sanzione amministrativa accessoria.

Il Caso

Guida in stato di ebbrezza, con un tasso alcolemico compreso tra 0,8 e 1,5 grammi per litro. Reato aggravato perché commesso dopo le ore 22 e prima delle ore 7. La condanna è pari a 2.800 euro di ammenda più la sospensione della patente per 6 mesi. «Graziato» così l’automobilista coinvolto in un incidente, grazie all’applicazione dell’attenuante prevista in merito alle sanzioni amministrative accessorie all'accertamento di reato (art. 222, comma 2 bis, c.d.s.). Il Procuratore Generale, però, ritiene non applicabile tale attenuante in caso di omissione di soccorso (art. 189 c.d.s.), quindi, propone ricorso per cassazione.

La Corte di legittimità ritiene che il giudice ha determinato la pena base tenendo conto delle attenuanti generiche, operando poi un’ulteriore diminuzione di pena per le stesse attenuanti, valutando, pertanto, tali circostanze due volte, cosa che, nel caso specifico, non è consentita.

Però, il nocciolo della questione è rappresentato dalla riduzione, operata dal giudice di merito, di un terzo della sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente (ex art. 222, comma 2 bis, c.d.s.). Secondo la Corte di Cassazione, tale attenuante è applicabile ai reati di lesioni e omicidio colposi commessi con violazione delle norme del codice della strada, ma non è prevista per il reato di guida in stato di ebbrezza.

La Suprema Corte sottolinea che, comunque, il patteggiamento non si estende alla determinazione della sanzione amministrativa accessoria. In conclusione, la Corte annulla senza rinvio la sentenza impugnata e dispone trasmettersi gli atti al Tribunale competente per l'ulteriore corso.





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Neve a Livigno, ma i prof hanno il sole nel cuore

Il Giorno

«Sei una delle nuove?». Strette di mano. «Benvenuta». «Da dove vieni?». Le risposte mescolano dialetti: Modica, Viterbo, Acireale, Ragusa, Crotone




Scuola a Livigno


Livigno, 21 settembre 2011


«Sei una delle nuove?». Strette di mano. «Benvenuta». «Da dove vieni?». Le risposte mescolano dialetti: Modica, Viterbo, Acireale, Ragusa, Crotone. Le prof — qui la maggioranza è femmina — si studiano. Nella luce calda dell’androne di Plazal dali Sckòla torna in scena l’appello al contrario: «Chi manca ancora?», chiede quello di educazione fisica, unico maschio. «Matematica e lettere, mi pare. Ma da giovedì dovremmo esserci tutte», risponde la collega. Da giovedì si comincia: questa è la promessa, o almeno la speranza. «Dai che ormai ci siamo tutte». Si deve arrivare a 24 insegnanti, per il momento ce ne sono 20. L’emergenza vera sembra rientrata, dal suono della prima campanella il 12 settembre. Quando nell’androne si ritrovarono solo in quattro. A guardarsi negli occhi: «E ora che facciamo?».

Hanno fatto sì che alla scuola media di Livigno le classi, undici in tutto, sono entrate a lezione a giorni alterni, non più di due ore a mattina: «Così poche che eravamo, è stato già un miracolo riuscire a farli venire, sti ragazzi», sospira la vicepreside Giuseppina Galli, prof di matematica. Sfodera il sorriso rassegnato di chi non sa più sorprendersi: «Da noi questa storia si ripete praticamente tutti gli anni. Stavolta è stata un po’ peggio del solito». Colpa di contrattempi burocratici: ministero, provveditorato, graduatorie tutte inceppate. Ritardi ma soprattutto rinunce. Perché la verità è che quassù non ci vogliono venire a fare l’insegnante.

Ore 8 del mattino, 2 gradi sotto zero. Per i livignaschi è roba da mammolette: «Quando arriva il freddo vero si va anche sotto di 35». La tormenta di sabato notte marchia ancora in centimetri di neve indurita marciapiedi e prati candidi, in questa Livigno che si adagia nella valle stretta del torrente Spol. La perla di ghiaccio sul tetto d’Italia si è spopolata di turisti. Sono rimasti praticamente solo i tedeschi, pochi, ad arrancare col bastone facendosi largo fra la neve settembrina, qui dove le tormente capitano anche per Ferragosto. Alberghi e ristoranti tirano in caldo i tavolini dei dehors: comincia la bassa stagione.

«Tutti dentro, tutti in classe». I ragazzini della media Aldo Moro, 250 gli iscritti, entrano in fila chiassosa e scompaiono dietro il corridoio di questa scuola che a vederla farebbe invidia a un grande albergo. Nuova nuova, neppure un rigo di matita a sporcare i muri pallidi, perfettamente in tinta con quelli degli hotel di lusso e delle boutique che la fronteggiano leziose, neanche fossimo a Montecarlo. Pietra grigia e infissi di betulla, odore di legno nel corridoio lindo: l’Aldo Moro è un grande chalet dal profilo quieto. Sta a venti passi dalla chiesa di Santa Maria, col tetto aguzzo del campanile che buca le nuvole. Qui gli alunni si chiamano Cusini, Bormolini, Rodigari: sfrecciano in bicicletta sfidando la strada ancora ghiacciata. In inverno dopo la scuola, finché il sole lo consente, fanno i compiti e poi via a sciare. La maggior parte dei loro insegnanti ha altri cognomi. Arrivano dal Sud perché quelli del Nord a Livigno non ci vogliono venire.

«Provate  a farla, questa strada, la mattina a gennaio». Eppure Margherita quassù, a quasi 2000 metri di altezza, c’è venuta: «Il lavoro è lavoro. Si va dove si trova». Di cognome fa Stimolo: arriva dal fondo allo Stivale, provincia di Catania, Acireale. A casa tre figli, uno già grande, gli altri ancora adolescenti. Una laurea in biologia e la voglia di fare la prof, matematica e scienze: «E mi viene da piangere, quando ci penso che sono così lontana. Ma cosa potevo fare? A casa mia sarei stata una disoccupata». La verità è anche un’altra: «Ci hanno tagliato fuori, prima hanno chiuso la Siss e poi hanno fatto sparire gli esami per l’abilitazione». Così Margherita è finita in «terza fascia», quella dei non abilitati. In parole povere è una precaria a vita. Allora ha fatto domanda per la provincia di Sondrio. Subito è arrivata la chiamata alle armi: «Tre anni fa. Ho fatto le valigie e ho preso il primo volo Catania-Milano». A Livigno, dove le camere d’albergo costano anche 200 euro a notte, il prof non vuole farlo nessuno. «Che c’è da stupirsi? È una scelta da fame». Così i posti vuoti li rimpiazzano gli italiani del Sud. Venuti quaggiù, al Nord


di Agnese Pini






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La lettera di Caprotti: «Io e le Coop, rimettiamo le cose in chiaro»

Corriere della sera

L'imprenditore condannato per illecita concorrenza


La miccia l'ha accesa il tribunale di Milano, condannando Bernardo Caprotti, titolare di Esselunga e autore del libro «Falce e Carrello», per illecita concorrenza nei confronti di Coop Italia. Il giudice ha stabilito che il pamphlet, nel quale Caprotti denuncia l'ostruzionismo degli amministratori locali e degli operatori economici delle regioni «rosse», denigra il concorrente. E ha intimato il ritiro del libro dal mercato. Immediata la reazione del Pdl contro i magistrati: «Un autentico scandalo», «una sentenza politica», un «intervento censorio». Oggi, la reazione dello stesso Caprotti, nella lettera che pubblichiamo.


Caro direttore,

dal Corriere di domenica scorsa vedo che la vicenda diventa politica e questo non mi piace. D'altronde lo è. Coop, Legacoop, eccetera, politica lo sono per decisione e scelta di Palmiro Togliatti, nel 1947 a Reggio Emilia. Per quanto riguarda la sentenza, il tribunale di Milano è stato forse clemente: non ha ammesso la diffamazione, ci ha condannato solo per concorrenza sleale. Io sono soltanto sleale, cioè «unfair», subdolo e tendenzioso.
Un niente, di questi tempi! quasi un gentiluomo. E per i danni subiti da Coop per questa sleale concorrenza ha accordato 300.000 euro invece dei 40 milioni richiesti!

Il libro «Falce e carrello»
Il libro «Falce e carrello»
Il libro? Non si ordina neppure di bruciarlo sulle pubbliche piazze. Io, per quanto mi riguarda, vorrei però rimettere le cose nei termini appropriati. Quando mi si accusa di «attacco» - per non parlar del resto - si dice una bugia. Sono cose intime, esistenziali, ma perché non dirle? Nell'estate del 2004 sono stato gravemente ammalato e, stordito dal Contramal, un antidolorifico tremendo, caddi di notte in bagno e mi fratturai la colonna vertebrale. Inoltre quattro mesi prima mio figlio se ne era andato. Mio figlio non è mai stato scacciato, mio figlio non ha mai fatto nulla di male, semplicemente si era attorniato di una dirigenza non all'altezza. Per me il suo autonomo allontanamento è stato un grande dolore. Ricordo quell'autunno 2004, come un periodo tristissimo, di grande sofferenza e di estrema debolezza.
È in questo 2004 e nell'anno seguente che, nella mia defaillance, fui oggetto di una vera e propria aggressione.


Le dichiarazioni ai giornali di Aldo Soldi, presidente di Ancc (Coop), che voleva Esselunga, si susseguivano. L'amministratore delegato di una grande banca, tuttora in carica, venne due volte, «dica lei la cifra, la paghiamo in settimana, al resto pensiamo noi». Poi il prestigioso studio legale, per conto dichiaratamente di Unipol. Sono solo due esempi. Finché l'allora presidente del Consiglio, Romano Prodi, dichiarò in televisione che occorreva mettere assieme Coop con Esselunga.

In quale modo, non disse.
Questo sì che fu l'«attacco» che ci costrinse a fare chiarezza sui giornali! Vorrei poi che qualcuno mi spiegasse come si può «tenere insieme» e condurre un'azienda in queste condizioni. È da tutto ciò che nasce, in sintesi, «Falce e Carrello»! Io avvertii Soldi, poiché la mia educazione ottocentesca a ciò mi impegnava. Ma intendevo solo raccontare alcuni episodi vissuti, documentati, oserei dire, sofferti.


Cioè denunciare qualche «stravaganza», chiamiamola così, di quel sistema. Però, evidentemente, ho commesso un errore e me ne scuso: infatti è stato interpretato come un «attacco» al più grande Istituto Benefico del Mondo, una Istituzione che ha un milione di dipendenti, quando la Croce Rossa Internazionale ne ha soltanto 12.500.

Mi sono così tirato addosso sette cause, che mi sembra possano bastare.
Tutto qua. Io non concepisco questa Italia di destra o di sinistra. Ho amici a sinistra, come certamente ne ho a destra. Sono stato educato nel credo della libertà e nel rispetto del prossimo.


Bernardo Caprotti
21 settembre 2011 08:02




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Nicolas Cage è un vampiro: ecco la prova"

La Stampa

di FILIPPO FEMIA (Agb)


Fotogallery


Nicolas Cage è un vampiro immortale. Ogni 70 o 80 anni ringiovanisce e ricomincia una nuova vita. All’infinito. Non è l’ultima storia uscita dalla penna di uno sceneggiatore della saga di Twilight, ma la convinzione di un antiquario statunitense. Che allega le prove a chi lo accusa di follia: una foto ingiallita che ritrae un uomo in abiti ottocenteschi. La somiglianza con l’attore è davvero impressionante. «Risale al 1870 – spiega Jack Mord, di Seattle, come riporta il  New York Daily News -: è stata scattata nel Tennessee durante la Guerra Civile». Dopo aver rassicurato che non si tratta di un fotomontaggio, l’uomo ha messo in vendita la foto su eBay. Per la modica cifra di un milione di dollari. «Questa è la prova che Nicolas Cage è un vampiro o un non-morto», dice l’uomo. «Fra 150 anni potrebbe essere un politico, un leader di qualche religione o l’ospite di un talk show». La pagina su eBay, intanto, è scomparsa. Nessun mistero: è stata rimossa dall’amministrazione per una violazione dei termini.





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Penati resta e passa al gruppo misto Riceve 140mila euro come presidente

Il Giorno

L'ex vicepresidente del consiglio regionale, autosospeso dal Pd, non siede più nemmeno tra i democratici, ma ha diritto a oltre 100mila euro come rappresentante unico e presidente del Gruppo Misto



Filippo Penati


Milano, 20 settembre 2011



Da solo. Seduto tra i consiglieri di Idv e Sel. «Era l’unica sedia libera», taglia corto un esponente del Pd. La verità è un’altra: per l’autosospeso Filippo Penati (scelta accolta e ratificata dalla Commissione nazionale di garanzia) non c’è più spazio tra gli scranni del Partito democratico in Consiglio regionale. Oggi è rappresentante unico del Gruppo Misto. E come tale, attacca subito il capogruppo dei dipietristi, Stefano Zamponi, «ha diritto a una dotazione di 150 mila euro».

In realtà, si parla di 190 mila euro in tutto, visto che Penati è diventato giocoforza presidente della sua compagine. Al Pd verranno tolti circa 50 mila euro, quindi «si spenderanno più di centomila euro in più»: 140 mila per l’esattezza. Polemiche su polemiche. Eppure, ieri mattina Penati si è presentato regolarmente in assemblea per la ripresa dei lavori. La prima da separato in casa. Senza mostrarsi remissivo, almeno davanti alle telecamere in accerchiamento.

No alle dimissioni da consigliere lombardo: «Continuerò a lavorare, fiducioso che la giustizia farà il suo corso e che la verità verrà a galla». E i suoi ex compagni d’avventura? A parole sono solidali: «Non partecipa più alle riunioni, ma il rapporto umano resta intatto». Vero? Mica tanto, assicurano i ben informati. «Tanti di coloro che prima gli stavano accanto - si sfoga un esponente del Pd - oggi lo evitano: sembra sia arrivato da Saturno».

I dubbi paiono legittimi, per carità. «A leggere i giornali sembra di avere a che fare con Nosferatu: ora toccherà alla magistratura - precisano a sinistra - appurare i fatti». Già, i democrats, o quantomeno una buona parte di loro, sperano che qualcuno li tolga dall’imbarazzo e chiarisca in fretta le eventuali responsabilità dell’ex sindaco della Stalingrado d’Italia, finito nel mirino della Procura di Monza per presunte tangenti legate alle aree ex Falck di Sesto San Giovanni.

«C’è tanto malumore nella nostra base», ammettono. L’accusato replica. Non si sottrae ai microfoni. Anzi, li usa per snocciolare nel dettaglio le tappe dell’affaire Serravalle, per il quale risulta indagato per corruzione: «La decisione fu presa da tutta la maggioranza in Provincia, dai Ds alla Margherita, a Rifondazione comunista e Verdi». Come dire, nessuno provi a smarcarsi. «Decidemmo di acquistare le quote da Gavio (passando dal 37 al 52%, ndr) perché il Comune di Milano aveva rifiutato la nostra offerta di 270 milioni: facemmo quell’operazione che bloccò una scalata di Gavio».

Tradotto, nessuna alleanza sottobanco con il re delle autostrade Marcellino, scomparso nel 2009. Né tantomeno indebite maxi plusvalenze «regalate» alla sua società. Una strategia, sostiene fiero Filippo, «che ha arricchito Palazzo Isimbardi, perché ha mantenuto un patrimonio che vale più del doppio di quando la presi in consegna». Insomma, «un’operazione inconfutabile, che ha sbloccato la realizzazione di Brebemi, Tem e Pedemontana». In aula, però, l’atteggiamento è diverso: «circospetto» è l’aggettivo più gettonato. «Sarà perché oggi è stato ufficialmente sostituito all’ufficio di presidenza».

Tocca a Sara Valmaggi prendere il posto di Penati. Che abbozza un sorriso quando il presidente dell’assemblea, Davide Boni, comunica all’aula il passaggio dal gruppo Pd al Misto. «Di sicuro, non è tra amici», scherza qualcuno. Eppure, Giulio Cavalli, Sel, che si definisce «tutt’altro che garantista», gli rende l’onore delle armi: «Almeno qualche passo indietro l’ha fatto. Se pensiamo a Massimo Ponzoni (membro dell’ufficio di presidenza in quota Pdl, ndr), considerato dagli stessi magistrati “capitale sociale della ’ndrangheta”, non c’è paragone».

«Forse è per quello che la maggioranza si guarda bene dal fare commenti su Filippo - riflette un altro consigliere -. Avrebbero un bel coraggio a criticarne la condotta». Ce l’hanno eccome. Nella maggioranza azzurro-verde le battute girano, magari prese in prestito da qualche buontempone. «L’altra sera, un signore ha telefonato a una trasmissione di una tv locale per dire: “Voi del Pd, perché, invece del sistema Sesto, non adottate il sistema Settimo, cioè non rubare?”». E giù a ironizzare


di NICOLA PALMA




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Ecco tutte le follie di un’estate in tribunale

di


Cronache marziane dalle procure italiche: da Balotelli interrogato per una passeggiata fino all’accanimento sul Cav


Abbiamo passato un’estate demenziale con tali ribaltamenti della logica da sembrare di essere su Marte.

Il calciatore Mario Balotelli è stato sentito dai magistrati per avere passeggiato con conclamati camorristi per le vie di Napoli. Si voleva capire perché invece di rifuggire i fuorilegge li lustrasse con la sua fama. È quanto interessa gli inquirenti marziani che ci tallonano. In un pianeta normale la curiosità sarebbe un’altra: che ci facevano liberi per le strade di Napoli noti camorristi, i quali avrebbero dovuto trovarsi in galera a scontare i loro delitti? Ecco allora che la prospettiva si ribalta. Anziché essere i giudici a impancarsi con Balotelli dovrebbe essere lui a prendersela con loro.
Come osate lasciare in giro autentici criminali mettendomi a rischio di incontrarli e subire, per sopramercato, reprimende dovute in realtà alla vostra insipienza? Dunque, a rigore di logica, la Procura napoletana dovrebbe indagare su se stessa. Ma essendo fuori da ogni razionalità e a subirne le conseguenze è stato super Mario. C’è solo da sperare che abbia sfoderato nella circostanza le sue pedate migliori.
L’estate giudiziaria di Silvio Berlusconi è un florilegio di bestialità giuridiche. A caso. La signora Stefania Donadeo, giudice in Milano, ha ordinato il rinvio a giudizio del Cav per l’intercettazione su Fassino e l’Unipol. La prima, su centinaia di migliaia, di cui la magistratura italiana abbia cercato e trovato il colpevole. Com’è noto, la soffiata è finita sulle pagine di questo giornale 6 anni fa. Un paio di persone sono state condannate, l’autore dell’articolo è stato assolto.
Il Cav era invece rimasto indenne e gli stessi pm l’avevano scagionato. Madama Donadeo ha invece stabilito che è lui «il responsabile morale» del fatto che il mondo intero abbia saputo che Fassino non stava nella pelle quando ha esclamato «abbiamo una banca». Per dare un fondamento logico alla presunta «responsabilità morale» berlusconiana, il geniale magistrato è ricorso questo argomento: «Unico interessato alla pubblicazione della notizia riguardante un avversario politico era Berlusconi». In realtà, in questi casi, i veri interessati sono il giornale e il giornalista che fanno lo scoop.
La signora invece, in vena di capriole logiche, passa al politico che si avvantaggia della rivelazione. Se tanto mi dà tanto, d’ora in avanti delle intercettazioni sul Berlusca, se mai pm se ne vorranno occupare, penalmente imputati saranno gli interessati politici. Bersani, Di Pietro, Fini. O, se vogliamo semplificare, poiché la maggior parte delle indiscrezioni sono di Repubblica-L’Espresso, il reato va addebitato - secondo la prosa donadea - «all’unico interessato alla pubblicazione della notizia», De Benedetti, tessera numero uno del Pd. La tesi è, in sé, paranoica, ma se il risultato è questo, ci possiamo stare.
Indugiamo ancora sul Cav. Sapete dei 560 milioni pagati a De Benedetti in base a una sentenza civile sul lodo Mondadori. Il tribunale ha fondato la condanna a risarcire su due argomentazioni da zulù. Ha preso una precedente sentenza penale secondo cui uno dei tre giudici del lodo era stato corrotto. Di qui, ha tratto la convinzione che l’intero lodo fosse truccato e nullo. Come abbia fatto non si sa, poiché non solo il preteso corrotto, ma anche gli altri due giudici avevano votato per il Cav. Ergo: in ogni caso si sarebbe assicurato la vittoria, se non per tre a zero, per due a uno. Troppo logico per il tribunale, deciso a ribaltare la situazione. E già questo è un arbitrio da Isole della Sonda.
Ma per rendere plausibile anche la condanna di Berlusconi a risarcire De Benedetti, bisognava infamarlo. Così, la sentenza civile ha deciso, in barba a quella penale, che il Cav era l’autore della corruzione. E che ti hanno fatto le toghe scatenate per ribaltare la sentenza che escludeva lo zampino berlusconiano? Hanno preso dalla motivazione dei giudici penali una frasetta vagante che suona così, «non è emersa l’evidente innocenza dell’imputato (il Cav)», e, con la forza rozza di chi è deciso a violentare la realtà, l’hanno ribaltata come se suonasse: «È emersa l’evidente colpevolezza del Berlusconi» che, per questi motivi, sgancerà fior di burigozzi all’Ingegnere. Segue il suggello della repubblica dei baluba.
Tempi duri per la paternità in questo scorcio d’estate di cronache marziane. Dopo i figli obesi tolti ai genitori in Inghilterra, la galera in Svezia al padre che ha preso per il bavero il figlio, un tribunale italiano ha sottratto una bimba di 14 mesi ai genitori. La loro colpa è che, avendo la mamma 57 anni e il papà 70, un giorno saranno troppo vecchi per guidarla.
Contrariamente a inglesi e svedesi che sanzionano fatti accaduti (obesità e strattone), il genio italico – sveglio e dinamico - ha creduto suo dovere precedere di 15 anni l’avverarsi del problema, creando un dramma immediato. La prossima tappa sarà la visita obbligatoria di chi vuole figli, per vietare a una coppia di cardiopatici di averne, causa limitate prospettive di viva. Per tutti gli altri, entro il primo mese dal concepimento, consulto coatto di un’indovina sui tempi di vivenza. Ricevuto l’attestato della fattucchiera, le colleghe dell’assistenza minori, in base alle prospettive di vita, decideranno sulla prosecuzione della gravidanza.

Fortuna che l’estate è finita.




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Prima insulta poi zittisce: il "carognismo" di sinistra trionfa, ma non passerà

di

Non esiste qualcuno che possa avere idee diverse: è solo un servo. Come ai tempi di Stalin e delle Br: il "nemico" è da eliminare



La carogna è in agguato. Quan­do muore un animale politico, un’ideologia,una passione civi­le, lascia la carcassa con i suoi miasmi. Finisce un’idea, resta un rancore. Dopo il comunismo viene il carognismo. Vedo crescere il carogni­smo intorno a noi. L’antico spirito di guerra civi­le, l’odio e il disprezzo assoluto verso chi non è dalla parte tua, il proposito di eliminarlo si inca­rogni­scono quando non hai un movente positi­vo e costruttivo, ma solo la sua carcassa, cioè re­sta il suo involucro di negazione e si sprigiona il gas mefitico della distruzione. Questo accade nei nostri giorni e non parlo solo della caccia al premier.
Dico, per esempio, la censura e il rogo per Falce e Carrello, che documenta i malaffari delle Coop e le loro sinistre protezioni, sono l’ultimo segnale inquietante. Il carognismo non entra nel merito dei dati e non contrappo­ne altri documenti, no,chiede la riduzione del­­l’altro a cenere e silenzio. O il killeraggio incivi­le del ministro Sacconi impiccato a una battuta e umiliato, offeso e trattato da Sofri su Repub­bli­ca come un volgare demente e additato alla fe­rocia del pubblico come un losco servo della re­azione.
O per farvi un esempio più piccolo e più vici­no, gli insulti, le aggressioni incivili che ho subi­to per aver raccontato semplicemente la verità storica su una pagina bieca dell’ Avanti e di Per­tini: quell’elogio infame di Stalin,dittatore san­guinario. La reazione non è stata di confutarlo, anche perché così evidente da non poterlo fa­re, e nemmeno un’assurda ma coerente difesa di Stalin, (di cui esistono ancora da Bologna a Savona vie Stalingrado). No, solo insulti e mi­nacce, non ti permettere, non osare di sporca­re il suo nome purissimo, vergognati, tu ignobi­le, tu venduto.
Mi era già capitato una volta a Ge­nova in un convegno su Pertini, dove avevo ri­cordato accanto alle luci, le sue ombre e nessu­­no le contestava sul piano storico, no: chiedeva­no semplicemente di togliermi la parola, rumo­reggiavano, qualcuno inveiva. E la volta succes­siva che tornai in quella città i nipoti dei predet­ti compagni assediarono l’università per non farmi presentare un libro. Sono episodi che se fossero accaduti a parti invertite, avremmo mobilitazioni mediatiche e culturali, agitazioni politico-sindacali.
Non esiste qualcuno che possa avere idee diverse dalle loro e attingere a fonti storiche da loro ignorate; no, è sempre e solo, per definizione e a priori, un servo losco, un mercenario. Quel che spaventa è il dispositivo mentale che è alla base: se non la pensa come noi, eliminatelo, non fatelo parlare, bruciategli i libri, non fate circolare le sue idee o semplicemente i fatti che racconta. Di questa condanna a morte civile ne sanno qualcosa gli autori non allineati, total­mente cancellati dal carognismo culturale.
Non mi interessa stabilire se sia un residuo o un rigurgito di comunismo, di estremismo gia­cobino, di brigatismo o altro. La definizione riassuntiva è carognismo. Ai tempi di Stalin o delle Br si eliminava fisicamente il nemico, e poi magari lo si faceva sparire anche dalle foto; oggi lo si elimina mediaticamente, politica­mente, giudiziariamente, culturalmente. Mi spaventa che ciò accada e abbia anche un suo consistente pubblico, eccitato dagli agitatori. C’è un carognismo passivo e un carognismo at­tivo. Se il carognismo spaventa, il pilatismo scon­forta. Mi riferisco al silenzio ossequioso e omer­­toso degli altri, quelli di mezzo, appena interrot­to da isolati e defilati vocii di dissenso. Temono di essere accusati di complicità col Male, e allo­ra tacciono.
È lo stesso meccanismo del passa­to: se difendi il diritto di Caprotti, di Sacconi o di chi volete voi, sei dalla parte oscura delle forze maligne. Ti scoppia una grana che non ti dico, per quieto vivere e più quieto sopravvivere nel­le posizioni di comando meglio abbozzare. E per timore di ritorsioni, i sé-pensanti, versione egoistica dei benpensanti, lasciano fare, dire, eliminare, anzi si accodano a fingere l’inesi­stenza di fatti, autori e storie differenti. Così na­sce l’egemonia culturale del carognismo. Non concludo omeopaticamente, non chie­do di rispondere a carogna con carogna e mez­zo.
Dico da un verso di continuare incuranti delle carogne a testimoniare quel che si ritiene essere la verità e dall’altra a non riprodurre il meccanismo carognesco gettando nel baratro chi non la pensa come te. Combattiamo il caro­gnismo ma non pestiamo le carogne. Sforzia­moci di pensare che anche i più subdoli e furen­ti carognisti hanno il loro lato buono, credono in buona fede alle loro convinzioni, non si può ridurre l’intera loro biografia morale, intellet­tuale ed esistenziale al lato carogna. È un eserci­zio duro e difficile di civiltà prima che di carità, a volte munito dei conforti religiosi...



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Evasione, guai per l'editore dell'Unità Il fisco vuole 10 milioni da Soru

di

La richiesta della Guardia di Finanza per il proprietario dell’ Unità e il padron di Tiscali. E per evitare eventuali sequestri, Soru sta già trattando con l'Agenzia delle entrate per avere lo sconto...



Settembre nero per il patron dell’ Unità Renato Soru. E non perché Tiscali, l’altra creatura di sua proprietà, non vada bene in Borsa.No, la nuova grana dell’ex governa­tore di Sardegna, a una settimana esatta dalla notizia dell’inchiesta della Procura di Cagliari che lo vede indagato per evasio­ne fiscale, è economica sì, ma piazza Affari non c’entra. Accade, infatti, che proprio nel fascicolo che bolla Soru, in compagnia dei tanti italiani che L’Unità normalmente fustiga, come furbetto che non ha pagato le tasse,c’è una richiesta che le mani le mette direttamente in tasca all’editore del quoti­diano «fu»di Gramsci.
La Guardia di Finan­za, a tutela del debitore danneggiato dalla presunta evasione fiscale, alias l’Agenzia delle Entrate, chiede infatti il sequestro di beni personali intestati al patron di Tiscali per un ammontare complessivo di dieci mi­lioni di euro. Sì, avete letto bene, 10 milio­ni, che proprio robetta, anche per uno co­me Soru, non sono affatto. La richiesta delle Fiamme gialle, come rac­conta La Nuova Sardegna , è contenuta nel fascicolo aperto in procura. Non è affatto detto, comunque, che Soru debba davvero pagare i dieci milioni. Il pm può decidere che la misura cautelare, piuttosto pesante - sarebbe pari all’importo che il patron di Tiscali avrebbe evaso tra il 2005 e il 2010, at­traverso una società inglese a lui riconduci­bile, la Andalas Ltd – sia eccessiva e che dunque non sia necessario darle corso.
Ed esiste una possibilità di accordo con l’Agenzia delle Entrate che un po’ imbaraz­zante è, perché finisce per essere un ricono­scimento dell’errore commesso, ma in fon­do che importa passare per evasore fiscale se,invece che dieci,di milioni,se ne può pa­gare uno solo? E infatti l’ex governatore di Sardegna la trattativa con i funzionari del­l’Agenzia delle Entrate l’ha già intavolata. E sarebbe appunto un milione di euro, con­tro i dieci che la Tributaria vorrebbe seque­strare preventivamente in termini di beni, la cifra intorno a cui Soru e l’Agenzia delle Entrate starebbero raggiungendo un ac­cordo.
Non che la soluzione del contenzioso fisca­le annulli, tout court , l’inchiesta penale. Il fascicolo in Procura a Cagliari è aperto e an­drà comunque avanti. Se, dopo gli accerta­menti, i pm disporranno il giudizio, nel ca­so in cui saldi il suo debito con l’Agenzia delle Entrate, Soru potrà comunque fruire di uno sconto di pena fino a un terzo. Que­sto scenario, comunque, è lontano. L’edi­tore dell’ Unità , quando è venuta fuori la notizia dell’inchiesta a suo carico per eva­sione fiscale, si è difeso a spada tratta: «Nel confermare la propria linea di massima col­laborazione nei confronti delle autorità – ha fatto sapere Soru attraverso una nota piuttosto imbarazzata – riaffermaperaltro il proprio genuino convincimento sulla buona fede e sostanziale correttezza della propria condotta fiscale, correttezza che lo ha determinato – ricorda nella stessa nota – a non beneficiare della recente opzione di condono fiscale per i capitali detenuti al­­l’estero ».
Si vedrà. Intanto, stante la spada di Damocle del sequestro di 10 milioni di beni richiesto dalla Guardia di Finanza, il problema principale da risolvere è chiude­re la proc­edura di conciliazione con l’Agen­zia delle Entrate, anche a costo, ammetten­do l’irregolarità, di perderci un po’ la fac­cia, specie con gli amici della sinistra dura e pura, depositari della morale per defini­zione. Ma tant’è,meglio un po’ di imbaraz­zo passando per evasore fiscale, piuttosto che rimetterci il portafoglio.



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Ho sempre avuto simpatia per il regime fascista» - Video

Corriere della sera
Romano La Russa a Radio 24

Mastella show: «Caro Silvio, fai come me: vai a processo.Prodi? Cadde per Veltroni»

Corriere del Mezzogiorno

L'eurodeputato: «Il ciclo di Berlusconi è finito. L'inchiesta di de Magistris mi fece dimettere: era tutto preordinato?»



Clemente Mastella
Clemente Mastella

NAPOLI - «Berlusconi dovrebbe fare come me, lasciarsi processare: se ti sottrai, crei sospetto». Un Clemente Mastella che non ti aspetti ha parlato a cuore aperto al settimanale Oggi. Sull’ultimo numero del settimanale c’è un’intervista all’europarlamentare che «bacchetta» duramente il premier.




E lo fa tirando in ballo consigli di stampo calcistico. «Deve capire che il suo ciclo è finito - ha detto il leader Udeur - e che deve cambiare ruolo: non può più essere Maradona, ma può fare il Pirlo. Non il goleador, ma il regista». Poi alcuni retroscena sui suoi trascorsi in politica. «Prodi? Non lo feci cadere io, ma Veltroni. L’errore, enorme, degli intellettuali di Capalbio fu quello di credere che il vecchio Prodi non servisse più e che il “giovane” Veltroni avrebbe sconfitto Berlusconi. Così, lavorarono alla crisi, sfrondarono l’Ulivo di tutti i rametti e andarono allo scontro frontale con il Cavaliere. Io sono stato solo lo schermo per nascondere i veri responsabili della crisi».

Infine il politico campano, che confessa di annoiarsi un po’ a Bruxelles («perché lì non si litiga mai») esprime un desiderio: «Mi piacerebbe fare la prossima legislatura. Anche per riparare al colpo di mano con cui mi hanno fatto fuori. Mi basterebbe entrare in Parlamento anche solo per un giorno: ci passerei il pomeriggio e l’indomani mi dimetterei».

Una chiosa non poteva negarla sul neo sindaco di Napoli: «Amo talmente Napoli che mi auguro che de Magistris faccia un buon lavoro. Però... mi viene un sospetto: l'inchiesta “Why not” di de Magistris è finita nel nulla, ma fu una delle gocce che mi convinsero alle dimissioni. Mi chiedo: che fosse tutto preordinato? Ci pensi: de Magistris fa il sindaco, come assessore ha nominato un altro pm»
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Redazione online
20 settembre 2011




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Non ero la moglie di Bonatti mi hanno cacciata dall'ospedale"

La Stampa

Rossana Podestà, compagna per 30 anni dell'alpinista: "L'ultimo grande dolore"

ENRICO MARTINET


AOSTA

L’ Italia del «lei non sa chi sono io» scivola nel suo opposto: «Lo so e le dico di no». Così la rigida norma allontana la compagna di una vita dal suo uomo morente. Lei e Rossana Podestà, grande attrice degli Anni 60, lui è Walter Bonatti, l’alpinista esploratore e scrittore morto il 14 settembre in un’ospedale di Roma. La loro colpa? Non essere sposati. «Non ce n’è mai fregato niente di sposarci, era altro quello che ci ha uniti. Per l’ospedale dove Walter era ricoverato - dice Rossana nell’intervista rilasciata a “Vanity Fair”, oggi in edicola - questo era un problema, così come lo è per la legge italiana. Mi hanno allontanata dalla rianimazione dicendo “tanto lei non è la moglie”. È possibile che una persona già schiacciata dal dolore venga trattata in questo modo?».

Esperienza che somma l’amarezza e la rabbia al dolore. Ieri chiedeva pace: «Ora basta, non posso più parlare, mi perdoni. Ciò che avevo da dire è detto, sono stanca». E nulla aggiunge, neanche il nome dell’ospedale: «Cosa cambia ormai?». Rossana Podestà era tra i pochissimi a sapere che il suo Walter aveva i giorni contati. Sapeva che il cancro al pancreas era all’ultimo stadio da tre mesi. «Mi sono presa la responsabilità di tacere», dice ancora alla rivista. Temeva che Bonatti non volesse aspettare in un letto la propria agonia: «Avevo il terrore che potesse decidere la sua morte da solo».

Nell’inverno di quest’anno avevano fatto un grande viaggio di 3800 chilometri nei deserti di Libia, Sudan e Egitto. Ma Bonatti, l’uomo che da solo aveva girato il mondo intero nei luoghi più nascosti e impervi, sembrava assente, come rapito da un pensiero lontano. «Mi era sembrato strano». Non era mai stato malato e dopo il ritorno incominciò ad accusare dolori, diventati poi violenti all’inizio dell’estate. Le analisi, poi la diagnosi consegnata soltanto alla sua compagna: un verdetto di morte imminente, senza speranza. Ancora nell’intervista: «Ho vissuto malissimo perché sapevo che gli stavo alienando una verità che per ogni uomo è decisiva. Qualcuno che sapeva ha criticato la mia scelta di tacere, ma io sono orgogliosa di averlo fatto».

Il viaggio più difficile che la donna voleva proseguire senza pause insieme all’uomo che amava e con cui viveva dal 1980 è stato interrotto proprio nelle ultime ore. Non ha avuto la possibilità di cogliere l’ultimo barlume di coscienza, allontanata dalla sala rianimazione. «Non è la moglie, non ha alcun diritto». Sopraffatta dal dolore per la morte imminente di Walter e per quel distacco motivato da una norma che nulla cede alla pietà. E nessuno ha tenuto in conto la sofferenza di una lunga vita insieme spezzata, prima ancora che dalla morte, da una norma paradossale sottolineata dall’assurda giustificazione: «Tanto lei non è la moglie». Lo era però quando ha seguito la malattia del suo uomo fin dall’inizio, quando gli ha taciuto l’infausta diagnosi, quando lo ha sostenuto e gli è stata accanto durante le cure ospedaliere.

Chissà, forse ora scriverà di quella luna all’Argentario di quest’estate, l’ultimo ricordo insieme a Walter. Una sorta di gioco della fredda luce lunare che da dietro una nube nera «faceva brillare una striscia di mare». Le parole da scrivere sulla luna «che era il nostro astro» non sono un’ipotesi retorica, ma un cerchio che si chiude così com’era cominciato il loro amore. Allora fu Bonatti a scrivere. Una lettera all’attrice Rossana Podestà, che si era sempre più disamorata dal cinema dopo le delusioni per pellicole commerciali, lei che aveva cominciato con colossal come «Ulisse» (accanto a Kirk Douglas) o «Elena di troia» quando fu preferita a Lyz Taylor e a Ava Gardner.

In quel 1980 l’attrice rilasciò un’intervista in cui diceva che avrebbe scelto un uomo come Walter Bonatti per fuggire su un’isola deserta. E l’alpinista-esploratore le scrisse, le parlò delle isole deserte e dei mondi selvaggi che aveva conosciuto. Entrambi venivano da matrimoni finiti. S’incontrarono a Roma rispettando un appuntamento che Walter aveva scelto: all’Ara Coeli. Si aspettarono per quasi due ore, lei all’Ara Coeli, lui che aveva confuso i monumenti davanti all’Altare della Patria. E fu lei a trovarlo: «Era lì, discuteva con i vigili che volevano spostargli l’auto. Io ero arrabbiata e gli dissi, “che razza di esploratore sei che non riesci a trovare una persona a Roma”?».



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