giovedì 22 settembre 2011

Politici gay ma omofobi, c'è la lista»

Corriere della sera

L'iniziativa di un blog "pirata": venerdì 23 settembre la pubblicazione di una lista di 10 nomi

 


MILANO - L'appuntamento è per venerdì 23 settembre alle 10. Sul blog «listaouting» sarà pubblicata una lista di dieci nomi di politici gay, ma omofobi. Sull'iniziativa la comunità di omosessuali italiani è divisa. Il progetto, spiega il sito "pirata", «nasce per riportare un po' di giustizia in un paese dove ci sono persone non hanno alcun tipo di difesa rispetto agli insulti e gli attacchi quotidiani da parte di una classe politica ipocrita e cattiva».
«SEGUIRANNO ALTRI ELENCHI» - La lista è «uno strumento politico duro ma giusto» per «far comprendere chiaramente come nel Parlamento italiano» perduri «la regola dell'ipocrisia e della discriminazione», si legge sul blog. A questi nomi, si annuncia su «listaouting» potrebbero seguirne altri di politici, ecclesiastici, personaggi dell'informazione. Alcuni giorni fa Ivan Scalfarotto, vicepresidente dell'assemblea Pd si era dissociato dall'iniziativa e si era dimesso dal comitato d'onore di Equality Italia, il cui presidente Aurelio Mancuso veniva indicato da alcuni tra i promotori dell'iniziativa, anche se l'interessato ha seccamente smentito.

«Non mi dissocio dalla rivendicazione dei nostri diritti - ha spiegato Scalfarotto - ma questa pratica non contribuisce a costruire un paese più civile». E anche Paola Concia, che in Parlamento ha cercato invano di far approvare una legge contro l'omofobia, ha detto di ritenere l'inziativa «un gesto estremo che io non farei mai, non è la mia cultura politica. Essere gay non è un'offesa o un insulto, io non mi offendo se mi dicono che sono lesbica». Concia, deputata Pd, ha invitato però a riflettere «sul perchè qualcuno giunge a queste forme estreme»: «Invito tutti a interrogarci sul perché - ha detto la Concia - in questo paese siamo arrivati a questo, perché alcuni pensano di fare una battaglia politica in questo modo discutibile? Forse perché siamo tra i paesi più omofobi, servirebbe una riflessione su questo».



Redazione Online
22 settembre 2011 18:29



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Satellite, frammenti potrebbero colpire il Centro-Nord Italia tra venerdì e sabato

Corriere della sera

Scienziati al lavoro per studiare la traiettoria. «Nessuna evacuazione. Sarà diffuso un bollettino ogni due ore»


MILANO - I frammenti di un vecchio satellite della Nasa che, secondo le simulazioni dell'agenzia spaziale americana, venerdì si distruggerà a contatto con l'atmosfera terrestre potrebbero cadere sulle regioni italiane del Centro e del Nord secondo quanto avrebbero rilevato sin qui gli scienziati secondo i quali la probabilità attuale di caduta è dello 0,9% . In realtà non sembra esserci ancora un'idea chiara sulla traiettoria, che pare possa essere stabilita solo un'ora e mezza prima della caduta che, secondo alcune ipotesi, potrebbe interessare il Nord Est.

Cattura

«AUTOPROTEZIONE» - Non ci sarà nessuna evacuazione dei cittadini che abitano nelle zone che potrebbero essere interessate dalla caduta dei frammenti del satellite, prevista tra le 19 di venerdì e le 5 di sabato, «anche perché dovremmo evacuare 20 milioni di persone», ha detto il capo della Protezione civile, Franco Gabrielli, al termine del Comitato operativo della Protezione. «Ci troviamo di fronte a un evento di cui non c'è letteratura - ha spiegato - perchè la stragrande maggioranza di questi frammenti cade in mare o in zone deserte. Dunque stiamo cercando di mettere in piedi per la prima volta un sistema di autoprotezione che passa innanzitutto per una informazione trasparente, chiara e tempestiva». Al momento, ha spiegato Gabrielli, i suggerimenti che vengono dati alla popolazione sono di evitare i luoghi aperti nelle finestre di caduta e di evitare i piani alti degli edifici e di porsi sotto le architravi o nelle zone ad angolo delle proprie case e non al centro dei solai.


AGGIORNAMENTI - Le informazioni saranno aggiornate con un bollettino del Dipartimento della Protezione civile ogni due ore fino al momento in cui si avrà la certezza del punto di caduta dei frammenti. Per monitorare costantemente la situazione il Comitato operativo rimarrà in seduta permanente fino alle 5 di sabato mattina. È stato costituito, ha detto Gabrielli, un comitato tecnico-scientifico di cui fanno parte il Dipartimento, l'Agenzia spaziale italiana, le Forze armate, i Vigili del fuoco, l'Ispra e l'Enav «che seguirà passo passo l'evolversi della situazione perchè ogni ora i dati e le traiettorie possono subire delle modifiche».

Redazione online
22 settembre 2011 16:00

Montecitorio indiscreto. Assent (e presenti) sospetti. Il racconto di Franco Bechis

Libero



La diretta di Franco Bechis dalla Camera: il giorno del voto sull'arresto (respinto) di Marco Milanese.


14.14 - Il popolo viola ha dato buca sul voto salva-milanese... ma era ben atteso..

13.24 - Basta parlare con i deputati Pdl per capire il vero tema di oggi: Marco Milanese è salvo. Il suo ministro di riferimento, Giulio Tremonti assai meno. Non è passata inosservata la sua assenza. Nicola Ghedini ha sgranato gli occhi davanti a Isidoro Gottardo: "Ma come fa a non venire a votare contro l'arresto di un suo collaboratore?". Guido Crosetto, che non ama Tremonti, va giu' duro: "E' una questione prima di tutto umana".. Ma c'era il G8... "Mandava un sottosegretario e poi andava il giorno dopo.." Gabriele Toccafondi rivela che nel gruppo riunito era palese la rabbia: "La cosa piu' carina venuta fuori era : si vergogna della sua maggioranza e dei suoi collaboratori? Bene, Giulio venga in Parlamento. Gli faremo ballare la rumba". Amen.

13.15 - Via tutti alla spicciolata.. resta Denis Verdini in cortile, buvette affollata e qualcuno al ristorante di Montecitorio. In Transatlantico su una sedia a rotelle si sono dimenticati Maria Grazia Siliquini... ha la gamba ingessata.. qualcuno passa e le chiede : "Sono stati i finiani?". Lei risponde seria: "No, mi sono inciampata per strada a fine agosto"..

12.41 - Fuori dall'aula tutti vogliono parlare con Milanese. Lui fa capannello con Crosetto e Lupi...Ma torna Berlusconi. Vuole andare in aula e votare contro la querela di Di pietro.
12.32 - Ma prima di scendere una istantanea sui banchi del governo... in questo momento è proprio un bel governo. Sono restate Mara carfagna, Stefania Prestigiacomo e la Gelmini. La fila sotto Laura Ravetto..
12.28 - Ai due angoli opposti dei banchi del governo sono reatati all'estrema sinistra Renato Brunetta che sta messaggiando sul telefonino. All'estrema destra maria stella gelmini che legge e scrive. sembra fare i compiti.. ormai in aula sono pochi. Andiamo a vedere che accade in Transatlantico..

12.24 - Deve esserci qualche maldipancia dentro il Pd per il voto su Milanese... infatti ha chiesto la parola Enrico Letta per spiegare che suo voto non risulta, ma lui c'era e ha votato... in aula parla di Pietro. Non lo ascolta nessuno. Bossi e' restato al suo posto e dice cose alla prestigiacomo che la fanno molto ridere..
12.20 - Appena si alza Berlusconi dai banchi del governo vanno via tutti. restano Maroni e Bossi che parlottano animatamente. L'aula chiacchera.. un povero deputato prova a spiegare la causa successiva.. una causa che Di pietro ha fatto a un altro deputato, Belcastro
12.17 - L'aula smobilita anche se c'e' un altro voto in corso. Nei banchi del  governo Berlusconi si alza, fa una carezza alla testa a Mara Carfagna e si avvia verso uscita. La Russa invece cinguetta con la Brambilla..

12.16 - Berlusconi commenta il voto con Bossi... poi gli va a parlare Brunetta e Bossi scherza con la Prestigiacomo.

12.12 - Vespa si sporge per vedere trucchi. Un commesso lo pizzica e lo fa sedere.. problemi di voto. Milanese resta libero! Votanti 617, favorevoli 312, contrari 305.

12.10 - Il banco del governo è completo. Roberto Castelli arrivato in ritardo sta in piedi. Ora si vota!

12.09
- Fini legge lista deputati che hanno chiesto voto segreto.. In aula silenzio spettrale

12.07
- Luigi casero, sottosegretario di Tremonti mi spiega: dovrebbe essere al G8, sostituendo Berlusconi...ora si vota.

12.05 - Berlusconi applaude platealmente Paniz. alla sua sinistra Bossi chiacchera con la Prestigiacomo. nei banchi del governo c'e' una assenza che spicca: quella di Giulio Tremonti. Dice maurizio lupi: "e' un'assenza che sta provocando maldipancia ai nostri. fatico a tenerli". Marco Milanese era il primo collaboratore di Tremonti..

12.02
- In aula sta parlando a difesa Paniz.. Vespa e Mentana sono saliti in tribuna. Sui banchi del governo c'e' Silvio Berlusconi. Ora e' arrivato Umberto Bossi..

11.58 - E' una giornata ritenuta decisiva per le sorti del governo. tanto e' che sono arrivati Enrico Mentana e Bruno Vespa..
11.52 - In aula si decide della liberta' di Milanese. Ma i deputati sono quasi tutti fuori. Bouvette, transatlantico, cortile di Montecitorio. Parlano di altro. in cortile si a un capannello intorno a Pierferdinando Casini..

11.42 - Roma, piazza Montecitorio, 22 settembre ore 11 e 20. Nell'aula dibattito su arresto milanese. Fuori il temuto Popolo Viola non c'è. Solo un drappello di protesta del sindacato di polizia...



22/09/2011




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Sospetto furto da parte dei nazisti E il Romanino di Brera resta in Florida

Quotidiano.net

L'opera, esposta in una mostra sul Barocco lombardo al Brogan Museum in Florida, rimarrà in America finché non sarà chiarito se è stata trafugata dai nazisti dalle collezioni di una famiglia ebrea derubata durante la seconda guerra mondiale


“Cristo portacroce trascinato da un manigoldo" del Romanino
“Cristo portacroce trascinato da un manigoldo" del Romanino


Milano, 22 settembre 2011



Un intrigo internazione degno del copione di un film giallo. Al centro di una controversia internazionale sui saccheggi effettuati dai nazisti durante la seconda guerra mondiale è finito  il dipinto del Romanino “Cristo Portacroce Trascinato da un Manigoldo”, prestato dalla Pinacoteca di Brera all’esposizione a Tallahassee in Florida (visitata da circa 23mila persone) per il Mary Brogan Museum of Art and Science (un affiliato dello Smithsonian di Washington) dal titolo “Baroque Painting in Lombardy from the Pinacoteca di Brera”.

Mentre la mostra è stata smantellata il 4 settembre e le opere sono rientrate a Milano, il Romanino
è rimasto in America in attesa di una soluzione del caso. Il Procuratore del distretto della Florida Settentrionale Pamela Marsh ha infatti comunicato il 21 luglio scorso a Chucha Barber, la direttrice del BroganMuseum dove è stata ospitata la mostra, del sospetto che il dipinto rientri tra le opere d'arte che il governo filo-nazista di Vichy ha sequestrato alla famiglia ebrea Gentili e poi venduto durante la guerra.

Il dipinto potrà rientrare in Italia solo a controversia risolta. I discendenti di Giuseppe Gentili hanno infatti intrapreso passi legali per rintracciare le opere perdute durante l'occupazione nazista e per tentare di rientrarne in possesso. Già nel 1999 il Louvre ha dovuto restituire alla famiglia Gentili cinque dipinti che erano stati venduti all'asta nello stesso periodo di quello in mostra al Brogan Museum.

“Il Brogan Museum, il suo personale ed il suo consiglio di amministrazione stanno cooperando attivamente con l'ufficio legale del governo statunitense, con il governo e con i nostri collaboratori in Italia per risolvere questa situazione nel modo più appropriato - afferma Dave Mica, presidente del Board of Trustees del Brogan Museum-. Nel frattempo l’opera continuerà a rimanere in esposizione nelle nostre sale in attesa della soluzione del caso”.

IL DIPINTO - 'Cristo Portacroce trascinato da un manigoldo' di Gerolamo Romano detto il Romanino, risalente al 1538 circa, ritrae il Cristo, incoronato di spine e vestito di un mantello di seta color rame, che porta la croce sulla spalla destra, mentre un soldato lo trascina con una corda. L'immagine di Cristo che porta la croce e' tipica della pittura lombardo-veneziana del 16esimo secolo e del Romanino in particolare.

Le tracce piu' antiche del dipinto lo indicano come risalente al 1538, quando apparteneva alla collezione di Antonio e Cesare Averoldi. Il 4 giugno 1914 venne messo all'asta a Parigi, e fu acquistato dalla famiglia Gentili. Giuseppe Gentili mori' nel 1940 ed i suoi figli fuggirono in Canada, trascorrendo gli anni della guerra in Canada e negli Stati Uniti. Altri membri della famiglia, tra i quali la sorella di Giuseppe Gentili, morirono nei campi di concentramento. Una parte della collezione della famiglia, incluso il dipinto in mostra al Brogan Museum, venne venduta all'asta dal governo di Vichy nel 1941. Il dipinto e' entrato poi a far parte della collezione di Brera nel 1998.




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Torino, finti vigili rubano camion diretto alla Zecca

Quotidiano.net

Spariti tre milioni di tondelli per fabbricare monete da un euro

 

Il commando ha costretto l’autista dell’autoarticolato della ditta Verres Spa, compartecipata dalla Zecca dello Stato, a fermarsi in una piazzola di sosta, lo hanno legato e sono scappati con il mezzo



Le monete rubate


Torino, 22 settembre 2011



Quasi tre milioni di tondelli grezzi per la fabbricazione di monete da un euro e 700mila per quelle da 20 centesimi sono stati rapinati nella notte sulla bretella autostradale Ivrea-Santhia’, che collega l’autostrada Torino-Milano con la Torino-Aosta da parte di un gruppo di uomini a bordo di un’auto camuffata da mezzo dei vigili urbani.

Il commando, intorno alle 4, ha costretto l’autista dell’autoarticolato della ditta Verres Spa, compartecipata dalla Zecca dello Stato, a fermarsi in una piazzola di sosta.

Lo hanno fatto scendere dal veicolo, per poi legarlo e imbavagliarlo. I malviventi si sono quindi impadroniti del mezzo e sono fuggiti.




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Washington, armi a Taiwan Ma nessun nuovo F16

La Stampa

Sistema radar e JDAM, una commessa da 5,8 miliardi di dollari


Bombe intelligenti, missili teleguidati, uno studio di fattibilità per potenziare i motori degli F16, high tech radar (AESA) in grado di seguire più obiettivi, strumenti per la guerra elettronica, missili aria-aria e il sistema JDAM che trasforma le bombe da 500 libre degli F16 A/B  in ordigni teleguidati ad alta precisione. E' il pacchetto di "aiuti" militari che Washington si appresta a consegnare - dopo che avverrà il via libera del Congresso - a Taiwan. Un affare da 5,8 miliardi di dollari che fa infuriare Pechino, ma che sta trovando parecchie resistenze pure fra deputati e senatori.

Questi sono convinti che nel carrello della spesa vi siano sì cose importanti (a partire dal sistema JDAM) ma non le armi, leggi nuovi F16, che Taipei vorrebbe avere per rafforzare la sua dottrina di difesa strategica. F16 di Tawain Made in Usa durante un Air showIl senatore repubblicano John Cornyn, Texas, che ha illustrato il provvedimento che chiede agli Usa di vendere gli F16 C/D a Taiwan, ha definito la proposta del Pentagono "una capitolazione verso la Cina che dovrebbe preoccupare gli Usa e i suoi alleati".

Lo stesso Cornyn ha citato il segretario Hillary Clinton che a suo dire avrebbe imposto la data del 1 ottobre come deadline per una decisione sulla vendita di nuovi F16. L'Amministrazione Obama invece sarebbe orientata, da quanto emerge nel pacchetto presentato dal Pentagono, a limitarsi a un potenziamento degli F16 A/B in dotazione a Taiwan che sono datati. Questi infatti per montare le nuove armi e per aumentare il range di volo devono avere motori potenziati. Il range è di 500 miglia, la distanza fra Taiwan a la Cina è di 100 miglia; ma gli F16 dotati di JDAM diminuirebbero il range.

L'Amministrazione Obama difende la scelta dell'"upgrade". "Avremo più rapidamente e su più aerei le dotazioni necessarie invece di vendere nuovi caccia". La versione minimalista di Obama non soddisfa però non solo il Congresso ma nemmeno i cinesi che giudicano l'ennessima commessa militare a Taiwan un'offesa e uno schiaffo a Pechino.

Ma questo è un evergreen...Lo scorso anno la vendita di un carico d'armi da 6,4 miliardi di dollari scatenò l'ira di Pechino. L'ambasciatore Usa in Cina, Gary Locke è stato convocato d'urgenza e il ministero degli Esteri cinese ha diramato una nota: "Un errore quello degli Stati Uniti che minerà la relazioni bilaterali così come gli scambia e la cooperazione militare". Questo il monito, poi l'affondo: "Washington deve quanto mai ritrattare la decisione".




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Bimbi di 8 anni lottano in gabbia

Corriere della sera
Immagini choc girate a Preston

Satellite cadrà sul Norditalia tra venerdì e sabato"

Quotidiano.net

Il Comitato Protezione Civile ha individuato la fascia d'allarme

Allo stato delle simulazioni è questa la previsione degli scienziati che stanno analizzando la traiettoria. In particolare al momento sono due le possibili finestre: la prima tra le 21.25 e le 22.03 del 23 e la seconda tra le 3.34 e le 4.12 del 24



satellite
Roma, 22 settembre 2011



I frammenti del vecchio satellite della Nasa che domani si distruggerà a contatto con l’atmosfera potrebbero cadere sulle regioni del nord d’Italia. Allo stato delle simulazioni è questa la previsione degli scienziati che stanno analizzando la traiettoria del satellite.
La zona di caduta individuata è un’area di 200 chilometri che sarà via via ristretta con il passare delle ore. La probabilita’ attuale di caduta e’ dello 0,9%.

ALLERTA PROTEZIONE CIVILE - "A tuttora permangono possibilità che frammenti del satellite Uars non insignificanti possano impattare l’Italia in un’area prevista del Centro-Nord/Est”. Lo ha affermato il capo della Protezione civile Franco Gabrielli che ha escluso Toscana, Liguria, Piemonte e Valle d’Aosta.
I pezzi del satellite della Nasa potrebbero cadere sull’Italia tra le 19.15 di domani e le 5 di sabato. E’ questa la ‘fascia’ di allarme individuata dagli scienziati che hanno partecipato questa mattina al Comitato operativo della Protezione civile. In particolare al momento sono due le possibili finestre di caduta: la prima tra le 21.25 e le 22.03 del 23 e la seconda tra le 3.34 e le 4.12 del 24.




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Hugo Boss nazista, la griffe fa ammenda

Corriere della sera


Mea culpa sul passato del fondatore, raccontato in un libro commissionato dalla stessa casa tedesca




MILANO - Il mea culpa della griffe Hugo Boss sul passato nazista del suo fondatore. Che avesse sostenuto Hitler durante la Seconda Guerra Mondiale fu accertato già all'indomani della Seconda guerra mondiale, ma fino ad oggi la famosa casa di moda tedesca aveva sempre dichiarato che Hugo Ferdinand Boss avesse appoggiato il regime dittatoriale solo per salvare l'azienda. Adesso un libro intitolato Hugo Boss, 1924-45, scritto dallo storico Roman Koester, docente all'Università di storia militare di Monaco e commissionato dalla stessa casa d'alta moda, rivela che l’allora patron del marchio d'abbigliamento non solo fu un fervente nazista, ma negli anni della guerra sfruttò nella sua azienda di Metzingen, nello stato del Baden-Wurttemberg, ben 180 prigionieri di guerra (140 francesi e 40 polacchi)

LAVORATORI FORZATI – A distanza di oltre 60 anni, la compagnia ha pubblicato un comunicato sul suo sito web nel quale chiede scusa ed esprime «il suo profondo rammarico verso quelle persone che hanno sofferto un danno e un forte disagio mentre lavoravano nell'azienda di Hugo Ferdinand Boss sotto il regime nazional-socialista». Il libro, che ripercorre la vita del fondatore della compagnia, ricorda che già nel 1933 la sua compagnia era il fornitore ufficiale delle divise del partito nazionalsocialista tedesco e dal 1938 cominciò a produrre anche le uniformi per l'esercito e per le Waffen SS. I prigionieri, racconta il sito web tedesco in lingua inglese The Local furono impiegati da Hugo Boss come lavoratori forzati e furono ospitati in un campo di concentramento costruito vicino alla fabbrica. I detenuti, per lo più donne, vissero in condizioni davvero precarie: l'igiene e il cibo erano scarsi e i ritmi di lavori massacranti. Le loro condizioni cominciarono a migliorare nel 1944, un anno prima della fine della guerra, quando su espressa richiesta di Hugo Boss i lavoratori furono spostati in alloggi più grandi e le razioni di cibo aumentarono.


DOCUMENTI INOPPUGNABILI - Il professore Koester sottolinea che i documenti raccolti dimostrano inoppugnabilmente che il fondatore dell'odierna griffe fu un fervente nazista: «È chiaro che Hugo Boss non solo appoggiò il partito visto che riuscì a ottenere diversi contratti per la produzioni di uniformi militari, ma che fu un convito sostenitore del movimento politico». Lo storico afferma che l'ideologia del Terzo Reich fu assimilata profondamente dal proprietario dell'azienda tanto che le condizioni dei propri lavoratori furono davvero tragiche: «Possiamo solo ripete che il comportamento verso i lavoratori forzati fu allo stesso tempo severo e coercitivo» taglia corto lo storico. Dopo la fine della guerra Boss fu processo e multato per il suo coinvolgimento nelle strutture naziste. Morì nel 1948 e da allora la sua azienda, poiché le richieste di divise militari andavano sempre più diminuendo, cominciò la produzione di vestiti per uomo, settore in cui divenne prima leader nazionale e poi uno dei marchi più prestigiosi in ambito internazionale.

Francesco Tortora
22 settembre 2011 12:50



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Francia, niqab vietato: le due prime condanne

di


In Francia portare il velo islamico in luogo pubblico è considerato un reato, punibile con pene pecuniarie o con la frequenza di un corso di cittadinanza. Arrivano oggi le prime due condanne dall'approvazione della legge, per due donne trovate coperte da un niqab



Parigi
Hind Ahmas e Najate Nait Ali sono le prime due donne ad essere condannate per avere portato il niqab in pubblico. La decisione, presa oggi da un tribunale francese, rappresenta il primo caso di esecuzione della norma approvata in Francia l'anno scorso contro l'utilizzo in pubblico del velo islamico.
"Faremo appello" Le due donne condannate, Hind Ahmas e Najate Nait Ali, una di 32 e l'altra di 36 anni - precedentemente confusa dalla stampa per Kenza Drider, un'attivista nella lotta anti-divieto - sono state condannate a una pena di 120 e 80 euro, con una sentenza a cui non hanno potuto assistere, dato che al tribunale sono arrivate in ritardo. Una delle due donne non aveva potuto assistere neppure all'udienza tenutasi in Aprile, per avere rifiutato di togliersi il velo. Ora, a detta dei legali, le due donne faranno appello. "Se necessario, siamo disposti ad arrivare fino alla Corte europea dei diritti umani".
Il primo paese europeo con 'divieto di velo' La Francia è stato il primo paese ad applicare il divieto di indossare il velo integrale in luogo pubblico, con una legge approvata nell'ottobre scorso, che prevede, per chi fosse fermato con indosso un niqab, o un burqa, pene piuttosto pesanti. 150 euro di ammenda o la partecipazione a un corso di cittadinanza, per chi lo avesse indossato scientemente. Un anno di carcere e fino a 30mila di multa per chi invece avesse costretto una donna a girare con il volto coperto, contravvenendo alla legge. Non è però consentito alla polizia di intervenire, togliendo il velo a chi lo portasse.
Contestazioni La legge non ha mancato di suscitare in Francia contestazioni e controversie, anche se, su una popolazione musulmana compresa tra i quattro e i sei milioni di persone, le donne che fanno la scelta di indossare il velo islamico sono solo una piccola minoranza, stimata in 2000 persone. E per "Touche pas à ma Constitution", associazione che milita contro questa legge, il divieto avrebbe già prodotto i suoi effetti. Dal giorno della sua approvazione metà delle donne che prima giravano coperte hanno deciso per l'abbandono del velo.




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Al Sud arrivano i «benecomunisti»

Corriere del Mezzogiorno

Teorici che conquistano il potere e animano movimenti. Né con Hobbes (Stato) né con Locke (proprietà privata)


di MARCO DEMARCO


NAPOLI - C'erano una volta i comunisti. Vennero poi i comunisti rifondati. Arrivano ora i «beneconunisti», che non sono, sia chiaro, quelli dei quartieri alti o dalle buone maniere, ma comunisti veri e propri, solo che hanno sostituito l’economia con l’ecologia. Il concetto chiave della loro filosofia sono i Beni comuni come l’acqua, l’aria, il mare; ma anche, in un prossimo futuro, come la sanità, l’università, le piazze, i musei, la proprietà immobiliare e via condividendo.

Né con Hobbes né con Locke. I «beneconunisti» praticano un particolare terzismo fondato sulla equidistanza tra Stato e proprietà privata. «Né demanio né dominio» scrivono nel loro manifesto fresco di stampa. Lo Stato, quello che una volta si abbatteva e non si cambiava, torna sotto accusa, perché quando demanializza allontana dall’uso diretto dei beni comuni; e quando privatizza, invece, è come se requisisse la quota parte di proprietà pubblica di ogni singolo cittadino. D’altro canto, la proprietà privata è null’altro che «un cancro». Proprio così: una cellula cancerogena che causa la diseguaglianza e che dunque, «deve essere riportata immediatamente sotto rigoroso controllo pubblico e drasticamente limitata, con ogni mezzo, prima che sia troppi tardi».






Oltre che l’economia, i beneconunisti hanno definitivamente archiviato anche il progresso e la modernità. Meglio il comunitarismo feudale: meglio i campi che le fabbriche, meglio il baratto che la moneta, meglio la sussistenza che il benessere. Vengono dopo Marx e Pasolini, ma hanno letto nel frattempo il fisico- filosofo Fritijof Capra e il premio Nobel Elinor Ostrom, l’ex teorico dell’Autonomia Toni Negri e l’antagonista no logo Naomi Klein. Il loro ideale di società è stato descritto non proprio ieri, ma sul finire dell’Ottocento da Friedrich Engels nel saggio sulla Marca tedesca, e riguarda l’organizzazione agricola comunitaria delle tribù germaniche prima del contatto con i Romani. Un modello alquanto risalente nel tempo, insomma.

Eppure, i benicomunisti sono certi di possedere la ricetta per il migliore dei futuri possibili. La qual cosa ci riguarda direttamente, perché i beneconunisti sono ormai al potere, gestiscono amministrazioni comunali e regioni, sono da tempo scesi in politica e cominciano a trasformarne usi, costumi e linguaggio. Inoltre, ispirano movimenti più o meno di massa e progettano rivoluzioni seppure non più rosse ma arancioni.

Benecomunisti sono Vendola, de Magistris, e molti epigoni di una sinistra orfana di ideologie e di strategie finalistiche. E benecomunisti sono molti degli intellettuali e dei tecnici che collaborano con i nuovi leader meridionali. Un nome per tutti: l’assessore napoletano Alberto Lucarelli, ordinario di Istituzioni di Diritto Pubblico, con la delega, manco a dirlo, ai Beni comuni e, le parole contano, alle Assemblee di popolo. Non a caso, Lucarelli, che è stato tra gli estensori dei quesiti referendari sull’acqua pubblica plebiscitati dagli elettori, è citato e ringraziato da Ugo Mattei, autore di Beni comuni, un manifesto, appena edito da Laterza; un libro che, non solo per i contenuti, ma anche per i toni esortativi con cui è stato scritto, si propone esplicitamente come manuale teorico per i militanti. E se Regan diceva che il privato e il profitto non erano il problema, ma la soluzione, qui si dice l’esatto l’opposto: sono il problema, altroché se lo sono.

Teoria planetaria che ha la sua origine nel mito della rivoluzione zapatista in Chapas e la sua applicazione quotidiana nelle lotte no Global, no Tav, antiinceneritori e antinucleare, il benecomunismo sembra fatto apposta per un Mezzogiorno in cerca di nuove utopie e già battuto da culture politiche dichiaratamente antimoderniste. Dopo il pensiero meridiano del sociologo pugliese Franco Cassano; dopo la teoria della decrescita rielaborata, tra gli altri, dallo storico calabrese Piero Bevilacqua; dopo il nostalgismo duosiciliano dei neoborbonici e di Pino Aprile, autore di Terroni; e dopo Roberto Saviano, che nel suo catalogo esistenziale mette la mozzarella di bufala al primo posto tra le dieci cose per cui vale la pena vivere, ecco infatti delinearsi, nel vivo di un un romanticismo sudista sempre più contagioso, una filosofia utilissima per tenere vive l’illusione dell’armonia perduta, la falsa speranza del ritorno al passato e l’incontenibile fiamma dell’orgoglio identitario.

Tra i due paradigmi che da sempre si confrontano, quello «dominante» fatto di mercato e competizione, nonché di consumismo e di individualismo narcisistico; e quello «soccombente», che resiste alla crescita, allo sviluppo e alla catastrofe ambientale, i beneconunisti optano ovviamente per il secondo, solo che non lo definiscono soccombente ma «recessivo». Questo modello, si legge nel manifesto di Ugo Mattei, è lo stesso che ha caratterizzato «l’esperienza politico-giuridica medievale, in cui la parcellizzazione del potere feudale manteneva al centro della vita in società la comunità corporativa pre-statuale a matrice locale». Come costruire questo futuro post-moderno immaginato più come un Robin Hood in metropolitana che come un Conan il barbaro? Non con un partito, ovviamente, che sarebbe uno strumento della modernità politica, ma con l’armamentario tipico delle utopie: i movimenti, l’inclusione partecipativa, il potere diffuso e, alla fine di tutto, la rete relazionale.


Ma proprio sulla «rete» ecco cascare l’asino. Cosa c’è di più comune di Internet? Ebbene, cosa è diventato questo bene comune senza recinti, selvaggiamente di tutti, libero e costruito «dal basso»? Una trappola, spiega Ugo Mattei; un terreno occupato «dai grandi latifondisti intellettuali». In ultima analisi, una rete virtuale «che cattura i tonni rendendolo idioti». E allora? Meglio tornare alla fisicità, alla politica dei movimenti, ai militanti che si incontrano nelle piazze e nei caffè piuttosto che su Facebook.

D’accordo, allora: né con Hobbes (lo Stato) né con Locke (la proprietà privata), ma chi governerà i beni comuni? Con quali istituzioni e con quali poteri? Può servire chiedere lumi al buon selvaggio di Rousseau? Chissà. Di certo è da escludere che possa rispondere con un Sms o una e-mail.


21 settembre 2011




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La camorra nell’urna: i pm di Napoli indagano sulle primarie del Pd

di

L’Antimafia perquisisce la sede del Pd, sequestrato l’elenco dei votanti. I sospetti dell’ex sottosegretario Ranieri: brogli nei feudi dei boss



Napoli - Trema il Pd di Napoli: la camorra avrebbe votato alle primarie del partito di Pier Luigi Bersani per la scelta del candidato alla successione di Rosa Russo Iervolino. La Direzione distrettuale antimafia, coordinata dal Procuratore aggiunto Alessandro Pennasilico, sta spulciando negli elenchi dei votanti per verificare se vi siano i nomi di elettori legati ai clan di Secondigliano, dove comanda la camorra più potente di Napoli.

Il 23 gennaio di quest’anno nelle sedi del Pd andarono a votare per le primarie oltre 44mila persone, non solo cittadini originari di Napoli. Davanti ai seggi, in attesa di poter esprimere la loro preferenza per uno dei quattro candidati - Andrea Cozzolino, espressione bassoliniana, Umberto Ranieri (prediletto del presidente Napolitano), l’assessore comunale Nicola Oddati (bassoliniano che provocò la frattura in seno alla corrente di Antonio) e l’«esterno» al Pd, l’ex magistrato Libero Mancuso per Sel - c’erano anche cinesi, africani, filippini. Alcuni dei quali, come si scrisse all’epoca, pagati pochi euro per aiutare qualche candidato più desideroso degli altri di portare la vittoria a casa. Al popolo democrat, narrano le cronache di quei polemici giorni, si sarebbero unito anche esponenti del Pdl, dell’Udeur e del Nuovo Psi per «dare una mano». E adesso, stando all’indagine della Dda, pure i camorristi.

Quando lo scandalo primarie sembrava ormai archiviato, la polizia giudiziaria - su ordine dei pm della Dda di Napoli - si è presentata alla porta di casa Pd, nella centralissima via Toledo a Napoli, per acquisire delle carte. La consegna del materiale è stata eseguita dal commissario della federazione del Pd Andrea Orlando, nominato in tutta fretta da Bersani subito dopo i fattacci del 23 gennaio.
Per la cronaca, ci fu un vincitore (tuttavia mai proclamato), eletto con 1.200 voti di scarto sul secondo: l’europarlamentare Andrea Cozzolino. Ma, ancor prima che le urne chiudessero, esplose la faida nel Pd. «Molotov» piene di veleno furono lanciate da una parte all’altra tra i vari contendenti. Il più duro di tutti fu il secondo classificato, l’ex sottosegretario agli Esteri Ranieri, che accusò di brogli il vincente Cozzolino.

Secondo quanto è emerso dalle prime indiscrezioni, sarebbero stati proprio gli scambi di accuse e i due ricorsi presentati contro Cozzolino ad aver ispirato l’indagine dei pm anticamorra. Emblematici infatti alcuni passaggi del ricorso presentato da Ranieri, che dopo le primarie disse: «Contro Napoli gioca una squadra di imbroglioni, ma noi dobbiamo vincere». Un riferimento neppure troppo velato al delfino di Bassolino. In nove punti, il ricorso presentato da Ranieri descrive alcuni casi simbolo. Nel mirino un seggio in particolare, quello di via Janfolla, a Secondigliano, dove Cozzolino ha fatto il pieno: 1.067 preferenze contro 208 di Ranieri. «Dai verbali – scrive Ranieri - risultano 1.609 votanti. Una procedura con un tempo di un minuto e trenta non consentirebbe più di 600 voti. Ulteriore anomalia è il fatto che tutto il centrosinistra alle regionali 2010 ha ottenuto in quel seggio 900 voti». Ora i pm stanno spulciando l’elenco dei votanti per accertare se vi fossero famiglie camorriste.

Replica da via Toledo lo stesso Cozzolino: «Sono il primo interessato a che venga fatta piena luce sulla vicenda delle primarie». Poi tocca a Enzo Amendola, segretario regionale del Pd Campania, e ad Andrea Orlando, commissario del partito a Napoli: «Dal Pd c’è la piena disponibilità a fornire alle autorità competenti tutti gli elementi utili». Dal Partito dei Diversi è tutto.

carminespadafora@gmail.com



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Fare scandalo è diventato un affare per Penati: 215mila euro tutti per lui

Il Giorno

Il tesoretto del Gruppo Misto è composto da 143 mila euro per i dirigenti, 46 mila euro per il personale e 26 mila euro per le spese di comunicazione e rappresentanza. Unico ad usarli, lui


Filippo Penati


Milano, 22 settembre 2011 - La fuoriuscita di Filippo Penati dal Pd, per effetto dell’autosospensione dell’ex braccio destro di Pierluigi Bersani poi avallata pure dai garanti romani del partito, costerà alle casse della Regione - soldi pubblici - 215 mila euro. Nonostante il commiato provvisorio dai democratici, un posto a Penati in Consiglio regionale va riconosciuto.

Lasciata la carica di vicepresidente dell’aula, l’indagato eccellente dell’inchiesta monzese sulle presunte tangenti ex Falck, resta infatti consigliere regionale. Allontanatosi e allontanato dal Pd, Penati ha dovuto riparare nel Gruppo Misto. Un gruppo che fino a ieri non esisteva in Consiglio regionale. Un gruppo di cui Penati è al tempo stesso il capo e l’unico componente. Un gruppo che - ecco il punto - come tutti gli altri gruppi consiliari ha diritto per legge a vedersi riconosciuto un proprio budget per le spese di funzionamento, rappresentanza e pubbliche relazioni.

A sollevare il caso è stata l’Italia dei Valori, che ora rilancia sull’entità di tale budget: non 189 mila euro, come indicato dagli uffici della Regione, ma piuttosto 215 mila euro. «Gli uffici — sottolineano i dipietristi — si sono dimenticati dei 26 mila euro che il Gruppo Misto ha a disposizione per le spese di comunicazione». Subito dopo ecco fornite le voci che compongono il tesoretto del nuovo gruppo: 143 mila euro per i dirigenti, 46 mila euro per il personale e, appunto, 26 mila euro per le spese di comunicazione e rappresentanza. In tutto fanno 215 mila euro. Denaro che dovrà gestire da solo l’unico componente del Gruppo Misto: Filippo Penati.

La scelta di lasciare la vicepresidenza del Consiglio regionale e il Partito democratico - atti dal valore «politico», apprezzati da più parti, visto che l’inchiesta che lo vede tra gli indagati è tutt’altro che conclusa - non si traduce in risparmi per le casse pubbliche. Se da vicepresidente del Consiglio, Penati poteva contare su una retribuzione di circa 12 mila euro al mese, da consigliere semplice e capogruppo guadagnerà, ogni mese, 10 mila euro. È la legge a fissare i compensi. L’indennità di funzione dei consiglieri regionali ammonta a 3.466,38 euro al mese, al netto delle ritenute fiscali (3.643 euro) e pensionistiche (2.369 euro). All’indennità si aggiunge la diaria: altri 2.602,08 euro mensili a titolo di rimborso spese per la presenza in Consiglio o nelle commissioni. Diciotto le sedute conteggiate nella diaria, in caso di assenza al consigliere vengono trattenuti 144,56 euro a seduta.

La legge regionale del luglio ’96 prevede poi «rimborsi per le missioni nel territorio regionale. Anche questo rimborso è mensile e ammonta a 3.525,12 euro, soldi che vengono liquidati anche se i consiglieri se ne stanno a casa. Non bastasse, il rimborso spese per «le missioni in Italia o presso l’Unione Europea»: in questo caso il risarcimento scatta dietro presentazione di documenti di viaggio e non può superare, per ogni anno, l’equivalente di 11 viaggi aerei andata e ritorno sulla tratta Milano-Roma alle tariffe della compagnia di bandiera. Circa 2.332 euro. Infine, il rimborso forfettario per raggiungere l’aula del Consiglio, calcolato su base chilometrica.

Penati, come tutti gli altri consiglieri regionali, potrà continuare a contare su benefit quali l’abbonamento gratuito ai treni LeNord. Ha perso però il bonus di 30 mila euro annui riconosciuto dalla Regione ai componenti l’ufficio di presidenza del Consiglio che rinuncino all’auto blu. E Penati, prima che lo travolgesse l’inchiesta giudiziaria con epicentro a Sesto San Giovanni, vi aveva rinunciatodi

Giambattista Anastasio




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Per il Pd le dimissioni riguardano solo la destra

di


Chiedono sempre passi indietro agli esponenti del Pdl. Ma su Penati tacciono...



Domenica scorsa l’Unità aveva un titolo bifocale, come quegli occhiali con cui, cambiando l’indirizzo dello sguardo, puoi vedere da vicino e da lontano. Era composto da due frasi, la prima guardava vicino ed era obiettivamente uno scoop: «Opposizioni unite». Uno di quei titoli da far sobbalzare il lettore, specie quello dell’Unità, che crede ancora che la testata sia una dichiarazione di intenti e non il metro di misura delle copie vendute.

La seconda frase guardava lontano e in buona misura annientava la «notiziabilità» della prima: «Via il Premier». Ah ecco, veniva da dire, pareva strano che Pd, Udc, Fli, Idv, Sel e compagnia si fossero unite su qualcos’altro che non fosse il quotidiano invito a Berlusconi a fare i bagagli. Quindi niente scoop, solo la solita routine che va avanti da mesi, anzi da anni, anzi da sempre.

Non è ovviamente solo l’Unità a far emergere come se fosse una notizia il riflesso pavloviano delle opposizioni, basta scorrere la stragrande maggioranza dei quotidiani per trovare lo stesso meccanismo. Se un avversario politico non va a genio, se dice o fa qualcosa di sgradito o se - non sia mai - qualche pubblico ministero lo mette sotto il suo faro d’attenzione, la reazione immediata e irriflessa è sempre e solo una: dimissioni! È chic e non impegna, fa fare bella figura nei salotti televisivi e detto con voce stentorea sembra quasi un programma politico.

«Il passo indietro» di Berlusconi è ormai l’unica vera strategia politica che tenga unito il Pd e i suoi gregari. Perché se solo si prova a fare passo avanti, già si vede la spaccatura tra chi vorrebbe un governo di transizione e chi invece chiede elezioni subito.

Ma non ce n’è solo per il Berlusca: che si tratti di Bondi, di Scajola, di Brunetta, di Tremonti, di Cosentino, di Romano, della Gelmini, che si tratti di inchieste o di gaffe, di parole dette o intercettate, di decisioni prese o annunciate, la contromisura è sempre quella: che vadano a casa. Se il Pdl avesse preso in parola l’opposizione in questa ultima legislatura, a sedere in Parlamento sarebbero rimasti ben pochi e in genere quelli che non hanno aperto bocca dal giorno delle elezioni.

Poteva essere la versione aggiornata della proposta di Rosi Bindi di far dimettere tutti i deputati dell’opposizione per mettere fine alla legislatura: meglio che si dimettano quelli della maggioranza, molto meno traumatico e mette d’accordo tutti.

Anche perché quando si parla di dimissioni, in zona Pd la questione si fa molto scottante. È difficile rintracciare la spensierata facilità con cui si invocano i passi indietro degli altri quando si tratti di cose di casa loro. Nel Pd sono maestri dell’aggiramento: sentirete parlare di congelamenti, sospensioni, auto-sospensioni; oppure ci sono quelli che «si mettono a disposizione del partito». Ma in genere nessuna di queste cose significa lasciare la poltrona alla quale si è stati eletti.

Prendere il caso Penati: il braccio destro di Bersani è stato particolarmente lesto nel dimettersi da vice-presidente del consiglio regionale lombardo e dopo qualche mese il partito gli è andato dietro decidendone la sospensione. Ma non risulta che qualcuno nel Pd o dintorni gli abbia chiesto di lasciare lo scranno di consigliere e le relative prebende. Lo stesso si potrebbe dire del senatore Alberto Tedesco, coinvolto negli scandali della malasanità pugliese.

Per lui era anche arrivata una richiesta di arresto che il Pd ha disciplinatamente votato, ma Tedesco siede ancora indisturbato a Palazzo Madama e nessuno ne reclama il seggio. Il massimo dell’ardimento lo ha mostrato Anna Finocchiaro, azzardando la seguente osservazione: «Le dimissioni riguardano la sua coscienza».
Ecco svelato il tratto decisivo della superiorità antropologica della sinistra: a loro parla la coscienza, a destra si devono accontentare di Travaglio.



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Smemorato. Atene sull'orlo della bancarotta. Prodi la vuole punire ma nell'euro la portò lui.

Libero




La grande riforma è stata annunciata nel 1995: entro vent’anni, annunciò il governo,  anche la Grecia avrà il suo catasto. Fuori tempo massimo. Perché quando Atene sarà dotata, con un paio di secoli di ritardo sulla Lombardia, di una mappa del patrimonio immobiliare, la partita della permanenza della Grecia  nell’area dell’euro sarà finita da un pezzo. Anche la Chiesa, pur così influente e integrata ai vertici delle istituzioni da disporre di un proprio rappresentante nel board della banca centrale, non sembra poi ansiosa di dare il buon esempio: solo due vescovi  (su 10 mila pope a libro paga) si sono detti disponibili a rinunciare all’appannaggio di 2.200 euro al mese versati dallo Stato.  Ma la vera polemica è scoppiata sulla tassa immobiliare che il governo Papandreou ha dovuto imporre in tutta fretta l’11 settembre scorso:  i beni in mano alla Chiesa,  comprese le proprietà dei monasteri, saranno esentati salvo che «non siano sfruttati a fini commerciali».

Facile prevedere che lo Stato incasserà ben poco. Perché, in assenza di un catasto, nessuno è in grado di ipotizzare il valore dei beni  in mano alla Chiesa. La quale può vantare a suo credito le opere di carità (almeno 10-12 mila pasti nelle mense per i poveri della capitale), come non può fare l’esercito  degli evasori in un Paese dai costi altissimi e dalle entrate fiscali inesistenti dove, come ha scoperto con stupore un rappresentante della “trojka” europea, i dipendenti pubblici sono ancora cresciuti di numero.

Ieri da Atene sono arrivati nuovi annunci di tagli nella pubblica amministrazione e una nuova super-manovra che dovrebbe mettere in riga i conti dello Stato. Ma il rischio è che si tratti dell’ennesimo maquillage. Per ottenere dalla comunità internazionale la nuova tranche da 8 miliardi infatti, la Grecia si è dovuta impegnare a tagliare il suo deficit di bilancio entro il 2014 e di vendere circa 50 miliardi di euro di beni statali.  Il nuovo provvedimento prevede l’aumento del numero dei lavoratori pubblici che saranno licenziati, (passano da 20mila a 30mila entro la fine dell’anno) e nuovi tagli alle pensioni sotto i 1.200 euro e a quelle dei cittadini al di sotto dei 55 anni. La stessa comunità internazionale ha imparato però a sue spese a prendere gli annunci di Atene con le pinze.
Un Paese ove la spesa sanitaria a carico dello Stato, 9 miliardi (due volte tanto il Belgio), è raddoppiata negli ultimi quattro anni. Un disastro, insomma. Ma un disastro annunciato perché queste tare si potevano constatare senza grosse difficoltà anche una decina di anni fa, nel 2001, quando l’Unione Europea  accolse a braccia aperte la Grecia cosparsa di cantieri per le Olimpiadi.  Non sollevarono obiezioni i francesi, determinati a proteggere l’avanzata delle loro banche verso il Partenone.

O tantomeno i tedeschi, affamati di business e di clienti per le loro Bmw, poco importa se evasori o meno. E non fu difficile far tacere le perplessità di Eurostat, che risponde alla Commissione Europea  presieduta all’epoca da Romano Prodi che era riuscito, assieme a Carlo Azeglio Ciampi, a pilotare la lira verso l’euro con tecniche simili a quelle poi utilizzate da Goldman Sachs per abbellire i conti della Grecia.  Già anche nel nostro caso, tra il ’96 e il ’97,  con un colpo di magia  JP Morgan era riuscita a far scendere il rapporto deficit/Pil italiano dal 6,5% a cifre vicine ai parametri di Maastricht. Tutto grazie a un derivato che permise all’Italia di cedere temporaneamente una fetta di debito poi rientrata dopo l’esame di Eurostat. Una sorta di sofisticato gioco delle tre carte che, nel caso greco,  oggi paghiamo tutti quanti. Salvo politici e burocrati che, di fronte allo stato del fisco di Atene, si  limitano ad allargare le braccia: a noi ci hanno chiesto di controllare il deficit/Pil, mica l’evasione fiscale.

di Ugo Bertone



22/09/2011




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Il comunismo assente dal Concilio

La Stampa

Viene pubblicato in Italia ed è stato presentato a Roma il libro di Jean Madiran su “l’accordo di Metz” che secondo l’autore avrebbe permesso la partecipazione dei delegati ortodossi russi al Vaticano II


Andrea Tornielli
Citta' del Vaticano


 Quello della mancata discussione sul comunismo durante i lavori del Vaticano II è un tema poco affrontato nelle ricerche sulla storia del Concilio. Negli anni scorsi è stato pubblicato in Francia un agile volume del saggista e giornalista cattolico Jean Madiran, vicino agli ambienti conservatori della «scuola controrivoluzionaria contemporanea», interamente dedicato all’argomento, che ripercorre la vicenda attraverso una serie di brevi articoli e documenti. Il volumetto è ora disponibile in italiano («L’accordo di Metz» tra Cremlino e Vaticano, edito da «Pagine» nella serie de «I libri del Borghese») con un’introduzione e una post-fazione di Roberto de Mattei: è stato presentato ieri a Roma, a Palazzo Ferrajoli, dalla Fondazione Lepanto.

Dopo l’annuncio della convocazione dell’assise da parte di Giovanni XXIII, e dopo l’invito a inviare degli osservatori, la reazione del patriarcato di Mosca era apparsa assolutamente negativa: nel marzo 1961 un articolo anonimo sul «Zhurnal Moskovskoj Patriarkhii», il bollettino del patriarcato, si opponeva alle «pretese d’egemonia» mondiale della Chiesa cattolica ritenendo che il Vaticano II sarebbe diventato «un arma» per prese di posizioni politiche «incompatibili con lo spirito cristiano».


Nell’agosto 1962, quasi alla vigilia dell’apertura del Concilio, un emissario di parte russa, Serge Bolshkoff, aveva organizzato un incontro tra il metropolita Nikodim, presidente del dipartimento delle relazioni esterne del patriarcato di Mosca, e il cardinale Eugene Tisserant. L’incontro avvenne a Metz, in Francia. Un’iniziativa che contribuì alla decisione del santo sinodo di Mosca di accettare all’ultimo momento l’invito di Roma, inviando al concilio due osservatori, l’arciprete Vitalij Borovoy e l’archimandrita Vladimir Kotliakov.

Da un rapporto del capo del consiglio per gli affari della Chiesa ortodossa russa, organismo governativo sovietico, si apprende che a Nikodim sarebbe stato assicurato che il concilio si riuniva per rinnovare la vita della Chiesa cattolica e non per occuparsi di questioni politiche.
Dell’incontro di Metz avrebbe parlato per primo il vescovo della città, Paul Joseph Schmitt, nel corso di una conferenza stampa: «È nella nostra regione che ha avuto luogo l’incontro “in incognito” del cardinal Tisserant con l’arcivescovo Nikodim. [...] L’arcivescovo Nikodim accettò che si portasse un invito ufficiale a Mosca con le garanzie del carattere apolitico del Concilio» .

Il bollettino del partito comunista francese, «France Nouvelle», ne avrebbe dato notizia sul numero del 16-22 gennaio 1963, scrivendo che, vista l’«incontestabile superiorità» del «sistema socialista mondiale», forte «dell’approvazione di centinaia e centinaia di milioni di uomini», la Chiesa cattolica «non può più accontentarsi dell’anticomunismo grossolano. Ella stessa ha preso l’impegno, in occasione del dialogo con la Chiesa ortodossa russa, che nel Concilio non ci sarebbe stato alcun attacco diretto contro il regime comunista».

Anche il quotidiano cattolico «La Croix», il 15 febbraio 1963, avrebbe informato che erano state «date garanzie» sulla natura «apolitica» del concilio. L’esistenza di un accordo, non scritto ma sotto forma di «promessa», sarà confermata da teologo tedesco Bernhard Häring, che era stato segretario-coordinatore del comitato di redazione della costituzione conciliare Gaudium et Spes: «Sapevo con certezza che Papa Giovanni aveva promesso alle autorità di governative di Mosca che il Concilio non avrebbe emanato alcuna condanna del comunismo, per rendere possibile in tal modo la partecipazione di osservatori della Chiesa ortodossa russa» .

Un riscontro documentale importante si rintraccia nell’archivio del cardinale Tisserant, dove esiste una lettera, datata 22 agosto 1962, nella quale il porporato francese scrive a Serge Bolshkoff, informandolo sull’incontro con Nikodim. Il cardinale curiale francese scriveva: «Mi auguro che il Concilio non si occupi affatto di politica, né direttamente né indirettamente. La Chiesa ci ha sempre guadagnato quando è rimasta nel terreno che le è proprio, che non è quello della politica». È evidente che questa assicurazione, ripetuta dal porporato all’emissario russo, rispecchia il messaggio fatto arrivare da Roma agli ortodossi di Mosca.

Questi contatti e il loro contenuto diventeranno attuali tre anni dopo, quando una petizione presentata da oltre quattrocento padri che chiedevano una menzione del comunismo nella costituzione conciliare Gaudium et Spes sarà respinta senza approdare in aula. Anche Paolo VI, il successore di Giovanni XXIII,
sembra essere stato a conoscenza delle garanzie sull’«apoliticità» del Concilio, perché in un appunto, datato 15 novembre 1965, citerà esplicitamente tra «gli impegni del Concilio», anche quello di «non parlare di comunismo (1962)». L’indicazione della data a fianco di quest’ultima frase vergata da Paolo VI è significativa e rimanda direttamente all’incontro di Metz e alle trattative tra Tisserant e Nikodim.

Ha scritto a questo proposito il cardinale Giacomo Biffi nella sua autobiografia ("Memorie e digressioni di un italiano cardinale"): «Il comunismo è stato senza dubbio il fenomeno storico più imponente, più duraturo, più straripante del secolo ventesimo; e il Concilio, che pure aveva proposto una Costituzione Sulla Chiesa e il mondo contemporaneo,
non ne parla. […] Il comunismo (ed era la prima volta nella storia delle insipienze umane) aveva praticamente imposto alle popolazioni assoggettate l’ateismo, come una specie di filosofia ufficiale e di paradossale “religione di stato”; e il Concilio, che pur si diffonde sul caso degli atei, non ne parla. Negli stessi anni in cui si svolgeva l’assise ecumenica, le prigioni comuniste erano ancora tutti luoghi di indicibili sofferenze e di umiliazioni inflitte a numerosi “testimoni della fede” (vescovi, presbiteri, laici convinti credenti in Cristo); e il Concilio non ne parla. Altro che i supposti silenzi nei confronti delle criminose aberrazioni del nazismo, che persino alcuni cattolici (anche tra quelli attivi al Concilio) hanno poi rimproverato a Pio XII!».







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Il pupo nel partito di papà

Quotidiano.net


Un segno di degrado che sta acquisendo una diffusione senza precedenti è il nepotismo nella politica, ovvero la trasmissione dal padre al figlio del potere, o per meglio dire la presunta trasmissione perché in molti casi i figli non sono all’altezza dei loro padri e ben presto dissipano le opportunità che vengono loro concesse.

Mauro Artioli,Cremona



IL PUPO di papà, ovvero il nepotismo è sempre stato tipico fenomeno italiano ma siamo caduti in basso perché prima erano i papi a praticarlo ora i capipopolo. Così da Paolo III Farnese siamo scesi ad Antonio Di Pietro, che sponsorizza il primogenito. Per non citare l’abusato Renzo Bossi, chiamato poco confortevolmente il Trota dallo stesso pater. Passando da Berlusconi di cui si sono ventilate successioni in ambito familiare poi smentite, fino ad arrivare al vecchio Bobo fu Bettino. Il familismo è un vizio italiano e questo in parte spiega il fenomeno, ma anche la crisi della politica ha le sue responsabilità, perché quando un partito perde riferimenti di idealità si fa presto a farlo diventare partito di famiglia. Mastella insegna. Le dinastie di un tempo erano un’altra cosa.





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Diffama in tv: esclusa la sanzione prevista dalla legge sulla stampa

La Stampa

Con la sentenza 10214/11, la Corte di Cassazione precisa che la norma che prevede una pena pecuniaria privata per la diffamazione a mezzo stampa non è suscettibile di applicazione analogica a casi diversi da quelli espressamente contemplati.


Il Caso

Il conduttore di una trasmissione televisiva esprime giudizi ritenuti penalmente rilevanti, con riferimento al reato di diffamazione, ed è condannato, in solido con la società emittente tv, al pagamento di una somma a titolo di risarcimento danni.

La Corte di Cassazione ritiene condivisibile la pronuncia di merito, sostenendo che l’esimente del diritto di critica e di cronaca, invocata dai ricorrenti, è già stata esclusa dai giudici d’Appello in quanto il conduttore “ha superato abbondantemente i limiti della continenza” mentre, per altro verso, ha esposto durante la trasmissione questioni non aventi alcun interesse pubblico.

Non è applicabile in via analogica la norma contenuta nella legge sulla stampa. L’unico motivo di ricorso che viene accolto è quello relativo alla condanna al pagamento di somme previste dalla legge sulla stampa: rileva, in proposito, il Collegio che l’art. 12 della legge in questione, nel prevedere un’ipotesi eccezionale di pena pecuniaria privata per la diffamazione a mezzo stampa, non è applicabile analogicamente a casi diversi da quelli previsti in modo espresso. Poiché la legge che disciplina i reati commessi con il mezzo televisivo non contempla un richiamo alla normativa de quo, la pena pecuniaria in esame non può trovare applicazione. Alla luce delle precedenti considerazioni, la Corte di Cassazione riduce la condanna solidale per l’importo relativo alla pena pecuniaria privata, e conferma per il resto la sentenza di appello.




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Casta all'americana: 12 euro per un muffin

Quotidiano.net

E ancora: sei euro per un caffé e sette per un biscottone. Il dipartimento di Giustizia Usa avrebbe sperperato già 121 milioni di dollari in meeting nel 2008 e nel 2009, superando il budget



Casa Bianca


Roma, 21 settembre 2011 - Sedici dollari (12 euro) per un muffin, dieci ( sette euro) per un biscottone e otto (6 euro) per un caffé. Questo uno dei tanti esempi di soldi dei contribuenti Usa gettati al vento, in tempi di crisi, dall’amministrazione Obama. In particolare si tratta di quanto ha speso il ministero della Giustizia per un convegno a Washington ad agosto del 2009.

Lo riferisce l’Ispettore Generale del ministero secondo il quale il dipartimento guidato da Eric Holder ha sperperato 121 milioni di dollari in convegni nel 2008 e nel 2009, superando i budget.
Fonte Agi




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Gli spetteguléss di Barbara e Patrizia: «Veronica pagò Noemi contro Silvio...»

Corriere del Mezzogiorno

La D'Addario e la Montereale intercettate mentre sparlano della teenager di Portici


Veronica Lario e Noemi
Veronica Lario e Noemi

NAPOLI – «Tu sei un'altra come Noemi, insomma, che gli puoi fare il c…». Barbara Montereale, la 25enne di Modugno che insieme ad altre ragazze ha partecipato alle feste di Berlusconi, tra cui Patrizia D’ Addario al centro del primo scandalo sessuale che ha coinvolto il premier, parla al telefono con la escort barese e, dalle intercettazioni della Procura di Bari che indaga sul giro di prostituzione gestito secondo i magistrati dall’imprenditore Gianpaolo Tarantini, traspare che anche che la D’Addario fosse intenzionata a ricattare il premier.

«VOGLIO FAR USCIRE UN PO' DI COSE» - L’idea sarebbe maturata dopo il caso Noemi Letizia, la ventenne di Portici salita all’onore delle cronache per aver avuto alla festa del suo diciottesimo compleanno in una villa a Casoria nientemeno che Berlusconi. La D'Addario appare gelosa del successo che la porticese ha ricavato da questa storia, e alla Montereale dice: «Mò voglio fare uscire fuori un po' di cose, fuori…». Il riferimento è ai filmati sulla notte che ha passato a Palazzo Grazioli con Berlusconi, a cui vorrebbe «scucire» qualche soldo.

AL FESTIVALBAR...- «Sì, come ha fatto Noemi», incoraggia al telefono la showgirl modugnese, che informa l’amica barese che Noemi molto probabilmente parteciperà al Festivalbar (forse confondendo la cantante di X-Factor con la giovane vesuviana). «Ma a cantare o a presentare?», chiede dall'altra parte del cavo la D’Addario. Poi, le due ragazze parlano della serata trascorsa con il premier e raccontano che c’erano altre ragazze che erano state mandate via «senza un euro», ma avevano ricevuto solo delle «medagliette». Su Noemi aggiungono: «Queste storie stanno venendo a galla e lui (Berlusconi, ndr) tanto si sta rovinando con le sue stesse mani e Noemi ha fatto un "successone", hanno messo in mezzo i genitori di lei, pure la mamma».

«C'È VERONICA DIETRO NOEMI» - La Montereale racconta alla D’Addario che a sollevare poi lo scandalo Noemi-Berlusconi sia stata la ex moglie del premier, Veronica Lario. «Ha pagato Noemi per fare questa cosa qua.. questa è la verità… cioè Noemi si “Papi”, “Papi”. E quindi Veronica ha fatto fare questo scandalo perché con il divorzio un conto è se tu abbandoni il tetto coniugale e non hai diretto ad un ca... di niente, però se divorzi che hai ragione, per il tradimento, hai diritto al mantenimento… Ma lei (la Lario, ndr) comunque ha una storia da dieci anni con il Body guard…». La D’Addario è sorpresa: «Lei, la moglie? Vabbè diciamo che vanno avanti queste storielle tipo Beautiful…», conclude.



Fr. Par.
21 settembre 2011




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Un negoziante sanzionato con troppe multe Una persecuzione? I vigili accusati di stalking

di


A Vicenza una vicenda ai limiti del surreale: il commerciante era stato sanzionato anche perché puliva durante il giorno di chiusura. Il giudice ha dato ragione ai titolari dell'esercizio


Vicenza - La città è piccola, la gente mormora e i vigili bastonano. Un po’ troppo, secondo Alberto ed Eli­sa Pizzolato, i coniugi che gestisco­no il negozio di cd e dvd «Filmusi­ca» a Valdagno, paesone di venti­mila anime dell’Alto Vicentino ce­lebre per ospitare lo storico lanifi­cio fondato da Gaetano Marzotto. Perché, se pare strano che due vigi­li ti facciano una multa per oc­cu­pazionedelsuolopubblicoso­lo perché stai lavando la vetri­na del negozio, figurati cosa pensi se gli stessi vigili ti spa­rano anche altre due con­travvenzioni per essere an­dato a mettere ordine tra gli scaffali durante il giorno di chiusura.
E se poi la coppia «terribile» estrae il blocchetto per la quarta volta per sanzionare una presunta mancanza di indicazione di prez­zo sulla merce esposta. Se tre indizi fanno una prova, quattro sono suf­ficienti per denunciare i due «sce­riffi» della polizia urbana per stalking. «Ce l’hanno con noi», ripe­tono i multati.
La raffica di contravvenzioni ri­sale al 2009, quando i due vigili, che per la cronaca sono un uomo e una donna,presero di mira,secon­do l’accusa, i due titolari del nego­zio di dischi. L’avvocato Mario Leo­ne, che tutela gli interessi della cop­pia di commercianti, ha ritenuto che potesse configurarsi il reato di «persecuzione» sulla base di un quinto episodio con i medesimi protagonisti, stavolta senza multa ma molto significativo.
Pare infatti che durante un nor­male giro in auto in centro a Valda­gno alla ricerca di un parcheggio, i due malcapitati abbiano improvvi­samente cambiato programma non appena si sono imbattuti nel solerte vigile pronto, secondo la coppia, a sventolare il blocchetto in maniera minacciosa. A quel punto hanno girato la macchina e se ne sono andati. Ma se arrivi al punto di avere la vi­ta condizionata in questo modo da una persona, con o senza divisa che sia, finisci col rientrare nel deli­cato recinto dello stalking, per il quale il nostro codice prevede san­zioni pesanti.
Tre delle quattro multe contesta­te sono state tolte dal giudice di pa­ce, mentre la quarta è ancora sotto esame. Sul versante penale, invece, il pm di Vicenza, Antonella Toniolo, ha chiesto l’archiviazione del pro­cedimento intentato a carico dei due agenti ma i negozianti hanno fatto ricorso e ora spetterà al giudi­ce Stefano Furlani decidere. Si tratta di stabilire la natura del comportamento dei vigili. Sul fatto che le sanzioni siano state, come di­re, eccessivamente disinvolte e per certi versi pretestuose, il giudice di pace, accogliendo tre ricorsi su quattro, ha già fatto capire cosa ne pensa.
Se però, dietro a questo bloc­chetto facile, ci fosse anche un at­teggiamento persecutorio spette­rà al giudice, eventualmente, pro­nunciarsi. I vigili sostengono di non aver fatto altro che il proprio dovere. Compreso lo sventolio del bloc­chetto al parcheggio? Gli agenti si difendono sostenendo che l’episo­dio in questione non si è svolto co­me raccontato dagli accusatori. Le chiacchiere e il distintivo, insom­ma, non basterebbero per sostene­re la tesi del sopruso e dell’abuso di potere. La sentenza, se mai ce ne sa­rà una, sarà ardua.




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Tutto Giorgio Gaber dagli inizi al Signor G

La Stampa


Da domani con La Stampa una collana con tutto il repertorio di Giorgio Gaber. Un’opera straordinaria in 16 uscite da collezionare. Ogni uscita a euro 12,90 oltre al prezzo del quotidiano

MARINELLA VENEGONI
Torino

Sono passati quasi nove anni da quando, il 1˚ gennaio 2003, Giorgio Gaber se n’è andato, con ancora la testa piena di idee, quelle sue, sempre così centrate ed eccentriche, che inducevano alla difficile arte della riflessione: si usciva da teatro con un disagevole senso di inadeguatezza rispetto al nostro ruolo di persone e di cittadini. E si pensava. Sono passati nove anni, e certo anche grazie all’accurata gestione della memoria da parte della famiglia, grazie all’annuale Festival Gaber di Viareggio, e per il lavoro della Fondazione che porta il suo nome, il pensiero gaberiano non solo è rimasto vivo, ma i suoi monologhi, le sue massime - serissime o ironiche - si sono riaccesi nell’immaginario collettivo. Per non dimenticare le canzoni, quelle più pop prima della grande svolta teatrale ad inizio ‘70, ma anche le più riflessive, ancora attualissime, Io non mi sento italiano oLa mia generazione ha perso .

Questi due pregevoli album, e l’intero, robusto corpus gaberiano del Teatro-canzone, saranno in vendita con La Stampa in sedici uscite ogni venerdì a partire da domani, quando sarà anche offerto in regalo il cofanetto raccoglitore. Il titolo della raccolta, Io mi chiamo G. , è ispirato da una delle più note sue performances, quel dialogo fra un bambino povero e uno ricco che nel 1970 fu il più apprezzato, mentre si apriva l’avventura del Teatro-canzone, con cui Gaber creava un genere di cui resta protagonista.

Ma c’è di più: i cd de La Stampa saranno accompagnati dalle parole dello stesso artista. Come ricorda Paolo Dal Bon, presidente della Fondazione Gaber e suo collaboratore per anni: «Prima che Giorgio mancasse, nell’ultimo semestre del 2002, abbiamo pensato di metter ordine nella sua discografia. Per l’occasione, su ogni titolo Gaber e Luporini, suo storico coautore, scrissero una breve presentazione». Che ora ritroveremo qui, a illuminare il concetto che stava dietro l’ideazione. Lo stesso artista aveva voluto curare anche la ristampa del suo periodo pre-teatrale, e si ritroveranno dunque anche le canzoni del periodo ‘58-’64, e quelle poi dal ‘65 al ‘68, nonché il curiosissimo quanto raro Sexus et Politica in latino, concepito con il maestro Virgilio Savona del Quartetto Cetra.

La prima uscita domani allinea alcuni indimenticabili gioielli: intanto si apre con Io mi chiamo G. , e prosegue con la notissima Far finta di essere sani . Include un must come Le elezioni , dove Gaber cantava la propria tentazione, da virtuoso cittadino alle urne, di portarsi via la matita. E ancora, Lo shampoo , Si può e il tostissimo pezzo in prosa Qualcuno era comunista . Non sono pochi a conoscerlo ancora a memoria.




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Inutili tutti gli sforzi, Troy Davis è stato giustiziato nella notte

Corriere della sera

«L'incidente di quella notte non è colpa mia. Non avevo una pistola. Non ho ucciso vostro figlio, padre o fratello»


MILANO - Dopo una lunga serie di rinvii, sospensioni e ritardi, è stata infine eseguita la condanna alla pena capitale inflitta a Troy Davis, 42 anni, divenuto suo malgrado l'ennesimo simbolo, dentro e fuori l'America, della battaglia contro la pena di morte: in un carcere di Jackson, in Georgia, gli è stata praticata la prevista iniezione letale. A nulla sono servite le manifestazioni a suo sostegno in varie città del mondo e gli appelli di alte personalità per salvargli la vita.

CAMPAGNA - Una campagna che ha visto nelle scorse settimane l'adesione di papa Benedetto XVI, dell'ex presidente Jimmy Carter, dell'arcivescovo Desmond Tutu e di molti esponenti politici e personaggi pubblici americani e internazionali. Ancora nelle ultime ore anche il New York Times aveva ammonito che la sua esecuzione sarebbe stata «un terribile errore». Un portavoce del ministero degli Esteri francese aveva definito «una colpa irreparabile» l'esecuzione; e il Vaticano aveva di nuovo espresso la speranza che la vita del condannato potesse «essere risparmiata». Una manifestazione si è svolta nella serata di mercoledì anche davanti alla Casa Bianca, per ottenere un intervento del presidente. Barack Obama, tramite un portavoce ha però fatto sapere di non voler interferire in una questione «che riguarda le procedure uno stato federato» degli Stati Uniti.

ATTESA - Frattanto, Troy Davis è rimasto in attesa, cercando di non lasciarsi andare alla depressione, o alla paura. «Ha un buono stato d'animo, è in pace e prega sempre. Ma ha anche detto che non smetterà di lottare fino al suo ultimo respiro e che la Georgia sta per spegnere la vita di un innocente», ha raccontato Wende Gozan Brown, un attivista di Amnesty International che ha potuto fargli visita ieri. Davis era stato condannato a morte per l'uccisione nel 1989 a Savannah di un agente di polizia, Mark MacPhail, che seppur fuori servizio era intervenuto di notte in difesa di un senzatetto che era finito al centro degli scherzi violenti di un gruppo di teppisti. All'epoca, Davis aveva 19 anni. Per la famiglia dell'agente, Davis era colpevole . Il figlio ha assistito alla sua esecuzione. Mentre fuori dal carcere centinaia di persone manifestavano urlando: «Sono Troy Davis».


«SERI DUBBI» - Dalla condanna di Davis, sette dei nove testimoni hanno modificato o ritrattato le proprie dichiarazioni, alcuni dicendo di essere stati costretti dalla polizia a testimoniare contro di lui. Nessuna prova fisica collegava Davis all'omicidio. La maggior parte di coloro che avevano avviato la campagna per salvarlo sostenevano che, per la scarsa consistenza delle prove a suo carico, avrebbe dovuto avere almeno un altro processo. In particolare, un esperto come l'ex direttore della Cia ed ex giudice William Sessions aveva sottolineato che sulla sua colpevolezza c'erano «seri dubbi, alimentati da ritrattazioni di testimoni, accuse di coercizione da parte della polizia, e mancanza di serie e concrete prove». Tutti argomenti che hanno portato per quattro volte, dal 2007, a rinviare l'esecuzione. L'ultima volta, per appena tre ore e mezza, ancora mercoledì sera, per dare alla Corte suprema il tempo di esaminare e respingere l'ultimo disperato ricorso della difesa. Uno stillicidio. «Il trattamento riservato a Troy Davis - sostiene Brian Evans di Amnesty - si può paragonare alla tortura, soprattutto quando più volte si è trovato a poche ore dalla morte, dopo aver già dato i suoi ultimi addii». Questa volta, alle 11.10 locali (le 5.10 di giovedì mattina in Italia), l'incontro con il boia per Troy Davis è però infine arrivato. Inesorabile.

Redazione online
22 settembre 2011 09:12