venerdì 23 settembre 2011

Le toghe dell'evasione fiscale: la rete tra Italia e San Marino

Libero




Il caso aveva iniziato a montare lo scorso febbraio, dopo l'esposto presentato da un cittadino della Repubblica di San Marino, che sosteneva che 19 giudici italiani che lavoravano nel Titano di fatto risiedessero in Italia, senza però dichiarare alcun reddito. Così, dopo molteplici verifiche dei finanzieri che negli ultimi tempi hanno scandagliato gli intrecci tra San marino e Italia, l'Agenzia delle Entrate ha presentato un conto salato alle toghe incriminate: 250mila euro a testa, l'ammontare delle tasse non pagate negli ultimi cinque anni.

Da tutori della legge in furbetti - A rendere paradossale la vicenda è proprio il fatto che nel mirino delle Fiamme Gialle di Rimini ci siano finiti altri 'tutori' della legge, che invece si sono trasformati con disinvoltura in furbetti. La tecnica era semplice. I giudici possiedono una casa a Rimini o in altre città, come Bologna, Ancona, Pesaro, Reggio Emilia, dove de facto abitavano. Ma la residenza fittizia era a San Marino, dove avevano anche un conto in banca non menzionato nella loro dichiarazione dei redditi. Così i giudici risultavano nullatenenti o quasi, pur incassando cospicui stipendi a otto zeri e conducendo una vita dal tenore piuttosto alto.

Dal penale al fiscale - Ma la vicenda in verità è ancor più complessa. Ad avviare i primi accertamenti fu il Nucleo di polizia tribuatria della Gdf di Rimini. I magistrati si dicevano tranquilli bollando come "folle" l'accusa di evasione. Dall'inizio l'azione penale era destinata all'archiviazione: per far scattare il reato, infatti, è necessario che l'evasione scollini oltre 180mila euro, mentre gli stipendi dei giudici oscillano tra i 90mila e 130mila euro. Terminati gli accertamenti le Fiamme Gialle hanno concluso che tutte le toghe erano sotto la soglia di punibilità: trasmessa i risultati dell'indagine alla Procura, è stata preparata la richiesta di archiviazione. Ma chiuso il capitolo penale restava quello fiscale. Secondo i calcoli dei finanzieri ci sono comunque cinque anni di imposte non versate. E così è stata aperta una verifica fiscale, che sin dai primi conti ha fatto chiarezza. Il conto da saldare all'Agenzia delle Entrate è di 250mila euro.
23/09/2011




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Abu Mazen chiede all'Onu il riconoscimento della Palestina

Corriere della sera

La discussione al Consiglio di Sicurezza. Israele in stato di allerta schiera 22 mila agenti alle frontiere


MILANO - La storia del Medio Oriente si avvicina a un nuovo punto di svolta. Abu Mazen presenta oggi la sua richiesta di riconoscimento della Palestina all'Onu: un passaggio storico anche se la richiesta al Consiglio di Sicurezza è destinata, con ogni probabilità, a cadere nel vuoto. Il leader palestinese consegnerà la lettera direttamente al segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon. Poco dopo si rivolgerà all'Assemblea Generale per perorare la sua causa: lo farà probabilmente con una retorica meno teatrale di quella con cui Yasser Arafat, nel 1974, si rivolse al mondo dallo stesso podio («Vengo qui con un fucile e un ramo d'ulivo: non lasciate che il ramoscello cada dalla mia mano»), ma sarà ascoltato ai quattro angoli del mondo e dai palestinesi sui maxi-schermi all'aria aperta da migliaia in Cisgiordania.


LE MANIFESTAZIONI - A seguire è previsto l'intervento del premier israeliano, Benjamin Netanyahu, che denuncerà la mossa palestinese come destabilizzante e una minaccia per il processo di pace. Intanto Israele è in stato di allerta. Per ora la situazione a Gerusalemme Est e in Cisgiordania è tranquilla (a Gaza, Hamas ha consentito solo manifestazioni di donne e bambini), ma Israele ha schierato 22mila agenti e guardie di frontiere, rafforzato la presenza dei soldati, soprattutto nella zone in cui palestinesi e israeliani vivono a stretto contatto. Già ieri ci sono state dimostrazioni anti-americane a Ramallah e per oggi, al termine delle preghiere del venerdì, si aspettano nuove manifestazioni di sostegno alla richiesta palestinese. Per oggi sono state convocate manifestazioni anche dinanzi alle ambasciate Usa di Libia, Egitto e Tunisia, i Paesi della «primavera araba».

LA RABBIA CONTRO OBAMA - Monta infatti la rabbia nei confronti di Barack Obama, che aveva promesso molto all'inizio del suo mandato, e che dopo due anni e mezzo non è riuscito nemmeno a far ripartire il negoziato di pace e che adesso minaccia il veto sulla richiesta palestinese. La determinazione di Abu Mazen nel portare avanti il suo progetto nonostante l'ostilità di Israele e Usa ha scompaginato le carte. Francia e Gran Bretagna sarebbero inclini all'astensione, ma anche quella nel mondo arabo sarebbe considerata una posizione filo-israeliana.

IL COMPROMESSO - Per evitare la prova di forza, il lavorio diplomatico ha portato a un compromesso: Abu Mazen presenterà la sua richiesta, ma il voto sarà rinviato per consentire di rilanciare il negoziato di pace. Gli Usa, che escono indeboliti dalla prova di forza, hanno aperto la strada all'Europa che reclama un ruolo maggiore nel negoziato. Israele però ha già respinto la proposta, avanzata dal presidente francese Nicolas Sarkozy, di innalzare lo status palestinese all'Onu da «entità» a «Stato non membro»; una «promozione» che consentirebbe loro di portare Israele dinanzi alla Corte Penale Internazionale e dunque aumenterebbe il loro peso nel negoziato di pace.


Redazione Online
23 settembre 2011 16:38

Sepolta con i chiodi in bocca, è una strega?

Corriere della sera

La tomba risale al 1200: donna sepolta nella terra nuda





PIOMBINO – Nessuno, neppure il più fantasioso Indiana Jones, avrebbe potuto immaginare una scoperta così incredibile e misteriosa riaffiorata dalla terra otto secoli dopo davanti al mare del Golfo di Baratti. Gli archeologi stavano scavando alla ricerca di una cattedrale e di un vescovo santo, San Cerbone, e invece si sono trovati davanti alla tomba di quella che potrebbe essere una strega del 1200. La donna, probabilmente di un’età compresa tra i 25 e i 30 anni, era stata sepolta nella nuda terra e in bocca qualcuno le aveva inserito sette chiodi ricurvi di una lunghezza di quattro centimetri. In una sorta di macabro rito, le vesti della giovane erano state poi inchiodate nella fossa con tredici chiodi. «Un ritrovamento atipico, non ho mai visto qualcosa di simile – racconta Alfonso Forgione, archeologo dell’Università dell’Aquila -. Probabilmente ci troviamo di fronte a un rudimentale rito di esorcismo. L’ipotesi è che la donna, colpita da problemi fisici o mentali, potesse essere diventata nell’immaginario popolare un soggetto malefico e forse anche una strega».

DETTAGLI INQUIETANTI - Ci sono però alcuni particolari da chiarire in questo interessante giallo archeologico. E soprattutto una domanda ancora senza risposta: perché la strega è stata sepolta in un luogo consacrato e addirittura vicino a una chiesa? «È particolare molto strano sul quale stiamo lavorando – continua Forgione -. Si può ipotizzare che la donna appartenesse a una famiglia influente e che dunque sia riuscita ad ottenere una sepoltura in terra cristiana». Accanto alla tomba della probabile strega gli archeologi (i direttori scientifici dello scavo sono Fabio Redi, docente di Archeologia medievale all’università dell’Aquila e Andrea Camilli della Sovrintendenza archeologica della Toscana) hanno trovato la sepoltura di un’altra donna enigmatica. «Accanto al suo scheletro c’era un sacchetto con 17 dadi da gioco – racconta ancora l’archeologo Forgione -. A quel tempo il gioco dei dadi era vietato e proibitissimo per le donne. Non è escluso che ci si trovi di fronte a una meretrice punita con disprezzo anche nel momento della sepoltura con il simbolo più basso della moralità, il gioco dei dadi, appunto».
ALLA RICERCA DI SAN CERBONE - Gli scavi proseguiranno sino a fine mese. Con un obiettivo: trovare la cattedrale di San Cerbone e la tomba del santo vissuto nel sesto secolo dopo Cristo. Quasi contemporaneo Gregorio Magno, Cerbone arrivò a Populonia dall’Africa con una schiera di seguaci e fondò una comunità. Durante le invasioni di Goti e Longobardi, fu condannato ad essere sbranato da un orso ma, secondo la leggenda, il santo riuscì ad ammansirlo con uno sguardo. Si narra inoltre che Cerbone dicesse messa al mattino molto presto per essere accompagnato da un coro di angeli e che riuscì a fare un miracolo anche sulle oche che lo accompagnarono dal Papa a Roma. «Ritrovare la cattedrale e la tomba di San Cerbone – spiegano gli archeologi – risolverebbe molti enigmi storici e sarebbe un grande regalo per la comunità di Populonia». Il progetto archeologico è stato avviato grazie alla collaborazione dell’associazione culturale Amici di Populonia. Una lotta contro il tempo. L’erosione, infatti, minaccia le rovine e potrebbe cancellare per sempre la storia magica e misteriosa di San Cerbone. Populonia e Baratti sono conosciute nel mondo per le necropoli etrusche e i resti delle vestigia romane.


Marco Gasperetti
mgasperetti@corriere.it

22 settembre 2011 20:07



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Onu: Ahmadinejad attacca Usa e Israele, Stati Uniti, Italia e Ue lasciano l'aula

Corriere della sera

Il presidente iraniano ha tenuto un discorso che andava dalla schiavitù all'11 settembre, passando per l'Olocauso


MILANO - Il delegato degli Stati Uniti all'Assemblea generale dell'Onu ha lasciato l'aula, così come quello della Francia e di numerosi altri Paesi europei, dopo che aveva appena iniziato a parlare il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad. Tra i temi da lui affrontato, l'Olocausto. L'intervento del leader di Teheran conteneva anche passaggi chiaramente antiamericani. Anche i rappresentanti della delegazione italiana all'Assemblea generale Onu hanno lasciato l'aula.


L'INTERVENTO - Il presidente iraniano Ahmadinejad aveva iniziato una sfilza di domande retoriche contro Washington, elencando le «colpe» degli Stati Uniti, peraltro mai citati esplicitamente. Ahmadinejad ha spaziato dagli schiavi trasportati dall'Africa ala recessione economica mondiale, dall'imposizione del sionismo in Medio Oriente nel Novecento, all'uso dell'11 settembre come «pretesto» per le guerre in Afghanistan e Iraq.

Redazione Online
22 settembre 2011(ultima modifica: 23 settembre 2011 12:43)

Esce la lista dei politici gay. Il palazzo sputtanato trema

Libero




Via allo sputtanamento.
Quello vero, perché anonimo e senza prove. Il blog pirata Listaouting ha pubblicato come promesso la lista dei politici gay ma omofobi, che hanno cioè avuto la "colpa" di opporsi al disegno di legge contro l'omofobia presentato dal ministro per le Pari opportunità Mara Carfagna. Era un pasticcio, a fortissimo rischio di incostitunzionalità, ma poco importa. Il blog ci marcia e spara dieci nomi e cognomi, tutti del centrodestra. Tutte figure di primissimo piano: due sottosegretari di peso, un governatore di una Regione di primo piano, un ministro bene in vista, deputati, ex ministri spesso nei salotti tv. Una gogna non tanto perché quei dieci politici, di cui Libero ha deciso di non pubblicare i nomi, vengono definiti "gay" (non è un reato essere omosessuali, è un diritto voler tenere privata la propria vita sessuale), quanto perché si sfrutta la polemica politica come pretesto per un pugno di click in più. Dal gay pride alla vergogna.

Comunità spaccata - La prova è che la stessa comunità omosessuale italiana si è spaccata davanti all'iniziativa. Anche perché lo stesso responsabile del blog ha annunciato altre rappresaglie nei confronti della gerarchia cattolica, del mondo dell'informazione, della politica. Il primo ispiratore dell'outing, il presidente di Equality Italia Aurelio Mancuso, ha ben presto preso le distanze. "Non mi dissocio dalla rivendicazione dei nostri diritti - aggiunge spiega Ivan Scalfarotto, vicepresidente Pd e attivista omosessuale - ma questa pratica non contribuisce a costruire un Paese più civile". E per la collega democratica Paola Concia, grande sostenitrice della legge contro l'omofobia presentata dal ministro Carfagna, si tratta di "un gesto estremo che io non farei mai, non è la mia cultura politica. Essere gay non è un'offesa o un insulto, io non mi offendo se mi dicono che sono lesbica". Taglia corto Franco Grillini, presidente onorario di Arcigay: "E' un'operazione che serve solo a fare pubblicità a chi la promuove. La pratica politica non si fa così, sparando nel mucchio e in modo anonimo".

23/09/2011




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Superata la velocità della luce»

Corriere della sera

Il Cern ufficializza i risultati delle rilevazioni sui neutrini


MILANO - C'è la conferma ufficiale: la velocità della luce è stata superata. I neutrini sono più veloci della luce di circa 60 nanosecondi. Il risultato è ottenuto dall'esperimento Cngs (Cern Neutrino to Gran Sasso), nel quale un fascio di neutrini viene lanciato dal Cern verso i Laboratori del Gran Sasso dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn).


L'ESPERIMENTO - Il risultato si deve alla collaborazione internazionale «Opera», che con i rivelatori che si trovano nei Laboratori del Gran Sasso ha analizzato oltre 15.000 neutrini tra quelli che, una volta prodotti dall'acceleratore del Cern Super Proton Synchrotron, percorrono i 730 chilometri che separano il Cern dal Gran Sasso. I dati, che saranno presentati nella giornata di venerdì a Ginevra, dimostrano che i neutrini impiegano 2,4 millisecondi per coprire la distanza, con un anticipo di 60 miliardesimi di secondo rispetto alla velocità attesa. L'analisi dei dati, raccolti negli ultimi tre anni, dimostra che i neutrini battono di circa 20 parti per milione i 300.000 chilometri al secondo ai quali viaggia la luce.

CAUTELE - «Abbiamo sincronizzato la misura dei tempi tra il Cern e il Gran Sasso con un'accuratezza al nanosecondo e abbiamo misurato la distanza tra i due siti con una precisione di 20 centimetri», ha detto Dario Autiero il ricercatore che presenterà i dati al Cern. «Nonostante le nostre misure abbiano una bassa incertezza sistematica e un'elevata accuratezza statistica - ha aggiunto - e la fiducia riposta nei nostri risultati sia alta, siamo in attesa di confrontarli con quelli provenienti da altri esperimenti».

Il Cern stesso rileva in una nota che «considerando le straordinarie conseguenze di questi dati, si rendono necessarie misure indipendenti prima di poter respingere o accettare con certezza questo risultato. Per questo motivo la collaborazione Opera ha deciso di sottoporre i risultati a un esame più ampio nella comunità». I dati saranno quindi presentati venerdì pomeriggio in un seminario nel Cern di Ginevra e lunedì in un seminario nei Laboratori del Gran Sasso.

«Quando un esperimento si imbatte in un risultato apparentemente incredibile e non riesce a individuare un errore sistematico che abbia prodotto quella misura, la procedura standard è sottoporlo ad una più ampia indagine», ha osservato il direttore scientifico del Cern, Sergio Bertolucci. «Se questa misura fosse confermata - ha aggiunto - potrebbe cambiare la nostra visione della fisica, ma dobbiamo essere sicuri che non esistano altre, più banali, spiegazioni. Ciò richiederà misure indipendenti».


L'ESPERIMENTO - Inaugurata nel 2006 per studiare il fenomeno dell'oscillazione (che porta i neutrini a trasformarsi da un tipo a un altro fra quelli che appartengono alle tre famiglie note), la collaborazione Opera è condotta da un gruppo di ricerca che comprende circa 160 ricercatori di 11 Paesi (Belgio, Croazia, Francia, Germania, Israele, Italia, Giappone, Corea, Russia, Svizzera e Turchia).

Redazione Online
23 settembre 2011 10:50

Primarie Pd, tariffario del clan Ok ai voti, ma in cambio di nomine

Il Mattino

di Leandro Del Gaudio

NAPOLI - Esperto da anni di cose elettorali, non ha fatto fatica a «sgamare» l’andazzo. Gli bastarono pochi minuti per capire che in quel seggio di Miano le cose non potevano andare tanto diversamente. Occhio attento e allenato, ha scoperto tutti i passaggi chiave. Una scheda che girava di mano in mano - la famosa scheda vergine sopravvissuta al passaggio da prima a seconda repubblica - ma anche i ritrovati della tecnica digitale: la foto del consenso assegnato al candidato di batteria puntualmente riprodotta sull’ormai immancabile telefonino cellulare.



Domenica ventitré gennaio 2011, seggio elettorale di Miano, primarie del Pd. Testimone (inconsapevole) d’eccezione un rappresentante di lista del Pd, uno di quei soggetti legati agli apparati territoriali del partito, capace di tastare il polso a una giornata elettorale fissando lo sguardo dei cittadini con le schede in mano, magari passando da un seggio all’altro. Quel giorno di gennaio, le elezioni erano per la scelta del candidato sindaco in una corsa a quattro che sarebbe stata annullata sull’onda di denunce e tanta indignazione.

Vinse Andrea Cozzolino, i numeri gli diedero ragione, ma l’elezione non fu mai validata. Lui, il rappresentante di lista, era lì, tra Miano e Secondigliano. Un personaggio chiave, già noto alla polizia giudiziaria. Lo tengono d’occhio almeno dal 2009, da quando faceva il rappresentante di lista a Gragnano, in occasione delle amministrative finite - guarda caso - in accuse di brogli elettorali con tanto di indagini per collusioni tra politica e camorra. Fatto sta che la sua presenza a Miano, per le primarie del Pd, non passa inosservata. È una presenza neutra la sua, ma decisiva per mettere a fuoco lo scandalo delle primarie annullate, almeno dal punto di vista del pool anticamorra guidato dall’aggiunto Rosario Cantelmo.

Fatto sta che quel giorno il rappresentante di lista si lascia andare a una serie di commenti a voce alta, che evidentemente non sfuggono ai carabinieri del nucleo investigativo di Torre Annunziata agli ordini del capitano Alessandro Amadei, che dal 2009 indagano sul «caso Gragnano». Ecco spiegato il collegamento tra il comune vesuviano e i rioni della «gomorra» napoletana. È lui, il nostro rappresentante di lista con i suoi sfoghi e commenti indignati, a rappresentare la svolta. Tanto da spingere la Dda ad indagare sulle primarie del Pd, a ipotizzare il reato di minacce aggravate dal metodo camorristico.

Che cosa è accaduto in quella piovosa domenica di gennaio? Questi qua hanno già apparato tutto - racconta ignaro il teste chiave - stanno facendo girare una scheda, c’è chi mostra le foto sul cellulare. Minacce aggravate, metodi bruschi per spingere la gente nelle urne? Per sostenere chi? Inutile cimentarsi in accostamenti suggestivi, dal momento che i quattro candidati - Cozzolino, Ranieri, Oddati e Mancuso - sono formalmente estranei alle ipotesi battute in queste ore ai piani alti della Procura. Possibile che chi ha sporto denuncia venga ascoltato, possibili riscontri sulle quarantamila schede del popolo delle primarie acquisite di recente dai carabinieri. Ma cosa ha spinto la camorra a tifare per un candidato sindaco in particolare? Cosa ha fiutato il boss locale tanto da spingere fisicamente cittadini nelle urne con una scheda preconfezionata in tasca?

Si parte dal clan Lo Russo, su possibili collegamenti con gli intramontabili scissionisti della faida di Scampia. È da lì che è partito l’ordine per favorire un candidato di batteria. In cambio di cosa? Promesse. È questo il ragionamento dei pm: in campagna elettorale, chi più promette più ottiene consenso, più ha la possibilità di macinare voti. Cosa c’era in ballo? Nomine nella municipalità, incarichi amministrativi e mano libera per appalti e commesse pubbliche da svincolare favorendo imprese legate alla camorra nell’ampia fetta di area metropolitana che circonda Miano e Secondigliano. Promesse convincenti, quanto basta a mettere in fila centinaia di cittadini dinanzi alle urne in una domenica di gennaio, con una scheda vergine che passa di tasca in tasca.

Venerdì 23 Settembre 2011 - 12:13    Ultimo aggiornamento: 12:37




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Ma come sono avari questi vip miliardari Adesso vogliono pure i sussidi di Stato

di

Mick Jagger prende 450 euro di pensione, la Jolie 1800 di sostegno per le famiglie numerose. Ma c’è di peggio. Una rockstar falso invalido. A Pelè un vitalizio di 995 euro. E le pop star inglesi chiedevano baby pensioni




Anche i ricchi piangono miseria. C’è la stretta sulle pensioni, le forbici della manovra, la revisione dello Stato sociale. E il rocker si scopre impiegato, il campione precario, il divo fragile come Fantozzi (in pensione). Prendi Paul Andrews, in arte Paul Di’Anno. Era la voce degli Iron Maiden, metal duro e puro, praticamente la voce roca del demonio. A cinquant’anni suonati come una campana va ancora in giro con le catene con i lucchetti al collo, i tatuaggi sulle braccia e gli orecchini piantati sulle palpebre.
Beveva, si drogava, fornicava. Ma non gli hanno dato nove mesi di galera per la sua vita spericolata, ma per il colpo della strega, a lui che è il figlio dichiarato di Lucifero. Per sei anni, dal 2002 al 2008, si è messo in tasca 45mila sterline di sussidio pubblico, quasi 54mila euro, fingendo un'infiammazione al nervo sciatico. Si chiama frode allo Stato. «The beast», «l'uomo più selvaggio del rock» come diceva di se medesimo, si è presentato dinanzi alla corte appoggiato al bastone di mister Magoo, ma più che da metallaro l’hanno trattato da pataccaro. Un falso invalido con le borchie.
Deve essere una moda da quelle parti perchè qualche anno fa le pop star del Regno Unito chiesero, ovviamente in coro, baby pensioni per tutti non oltre i trentacinque anni non di contributi ma di età. Motivo: passata quella boa in genere diventano vecchi, finiti e fuori moda come Fini e D’Alema e quindi bisognosi di pubblica assistenza. Mandarono una squadra di contabili e di avvocati all'Inland Revenue, il Fisco inglese, snocciolando i numeri della crisi: solo un cantante su tre resiste sulla ribalta oltre i cinque anni. Volevano, senza saperlo, lo stesso trattamento dei nostri parlamentari dopo una legislatura. Si credevano la Zanicchi, Paoli, l’Ombretta Colli...
Più furbo di Di’Anno comunque si è dimostrato Mick Jagger che, compiuti i 65 anni di età, si è visto assegnare dalla previdenza di Sua maestà, come un Cipputi qualsiasi, una pensione di 91 sterline alla settimana, più o meno 450 euro al mese, ma con la satisfaction di poter viaggiare gratis in autobus con la card Anni d’argento, lui che ha 130 milioni di patrimonio personale e una fidanzata, L'Wren Scott, con venti anni di meno e venti centimetri di più. Nonno felice come Pelè, settantuno anni, che si è registrato, modesto, alla previdenza brasiliana come ex calciatore rimediando seduta stante una pensione mensile di quasi 3.000 reais, poco meno di 1.000 euro.
E sarà una fissa da vecchi ma «pago il cinema metà e l’autobus è gratis». Di certo non gli mancano i soldi per comprarsi la salute, ha fatto i miliardi più con la pubblicità che con il calcio, e con quello che lascerà, si vanta, i nipotini alla pensione manco penseranno perchè vivranno di rendita. Mica come Raymond Domenech che perso il lavoro, era il ct della Francia che abbiamo sconfitto al mondiale, è stato beccato a chiedere il sussidio statale in un’agenzia per il lavoro del 15esimo circondario di Parigi. Visti i risultati dei Blues al massimo gli davano la paga.
Ma c'è tempo per inventarsi un'altra vita, non si vive di sola pensione. Qualche anno fa Brad Pitt e Angelina Jolie, visti i sei figli, hanno ricevuto dallo Stato francese il sussidio statale di quasi 1800 euro al mese che spetta alle famiglie numerose. Niente bonus bebè però, visto che tocca a chi ha un reddito inferiore ai 70mila euro e non a chi ha 400 milioni sul conto in banca. Garantite invece agevolazioni fiscali, sconti sui trasporti, eventi culturali e shopping per la famiglia fino ai primi tre anni di vita del bambino.
Difficile però siano passati alla cassa. Chateau Miraval, la loro casa provenzale di Brignoles, ha trentacinque stanze, due piattaforme per elicottero, piscina, centro fitness, un vigneto e un bosco, un'enorme tenuta agricola che vale quasi 45 milioni di euro e che costa d’affitto un milione di euro all'anno. Papà Brad, giura il Telegraph, si sarebbe affrettato a registrare la famigliola tutta al comune per garantirsi il medico della mutua. Tres Jolie.




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La Cassazione sdogana la convivenza: via l'assegno all'ex che si rifà una vita

La Stampa



Dai giudici l'invito rivolto al Parlamento di mettersi al passo con i tempi


CARLO RIMINI*
Milano

In Cassazione si respira un' aria nuova. È stata infatti depositata nei giorni scorsi una sentenza (relatore Massimo Dogliotti) con cui la suprema Corte fa il punto sulla rilevanza nel nostro ordinamento della convivenza fra persone non unite in matrimonio, giungendo ad affermare che la Costituzione garantisce e tutela la famiglia di fatto, quale formazione sociale in cui si svolge la personalità dell'individuo.

La vicenda concreta di cui la Cassazione si è occupata riguardava due coniugi. Si tratta di un caso piuttosto frequente: la moglie, dopo il divorzio, ha chiesto un assegno per continuare a godere del medesimo tenore di vita che il marito le garantiva durante il matrimonio; il marito si è opposto affermando che la moglie vive stabilmente con un altro uomo. Perché devo continuare a mantenere chi vive con un'altra persona? La questione è semplice, eppure la nostra legge non risponde: la convivenza è irrilevante sino a che non vi è un nuovo matrimonio. L'ex moglie perde dunque il diritto a ricevere un assegno per il proprio mantenimento dal marito solo se si risposa.

Su questo punto interviene la Cassazione affermando che la legge va interpretata in modo ampio negando l'assegno anche all'ex moglie che ha creato una nuova famiglia, ancorché di fatto.

La parte più interessante della sentenza è la motivazione. I giudici ripercorrono con attenzione l'evoluzione della convivenza nella nostra società e nel nostro diritto: mentre un tempo la si considerava in modo certamente negativo (i conviventi, ricorda la Cassazione, venivano detti concubini), oggi è diffusa nel costume sociale ed è non solo tollerata, ma anzi «positivamente connotata». L'analisi della storia del diritto e del costume sociale, inusuale in una sentenza della Cassazione, porta ad una conclusione: la nostra legge non può che recepire «un diverso modello familiare, aperto e comunitario, una sicura valutazione dell'elemento affettivo, rispetto ai vincoli formali e coercitivi». Il lessico è giuridico, ma la sostanza coincide con quanto dicono le coppie che oggi convivono senza sposarsi: «Siamo una famiglia perché ci svegliamo assieme tutte le mattine; non perché lo dice la legge, ma perché lo vogliamo noi giorno dopo giorno».

L'affermazione da parte della Cassazione che anche la famiglia di fatto è oggi tutelata dalla Costituzione contiene un monito al Parlamento: il legislatore non può continuare a coprire con il proprio silenzio alcune evidenti discriminazioni a danno dei conviventi. A questo proposito una lezione viene dall'Inghilterra: una signora di 65 anni, che aveva vissuto assieme al proprio compagno per 40 anni fino alla sua morte, ha ottenuto dalla società multinazionale per cui il convivente lavorava il pagamento della pensione di reversibilità. In Italia aspettiamo la prossima sentenza della Cassazione.

*ordinario di diritto privato nell'Università di Milano




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L'altra? È la moglie di mio marito"

La Stampa

Lui torna dall'Egitto, e lei si ritrova sposata a un bigamo (con due figli)


FRANCESCA PACI


ROMA

Quando il 20 marzo del 2002 Luisa Battisti abbracciava la proposta di Essam F. M. M., sposava con il bel trentenne egiziano conosciuto due anni prima a Sharm el Sheik la promessa sigillata tra il mare e le dune color miele, il mix di due culture mediterranee, l’amore che, chissà, sarebbe pure potuto col tempo sbiadire ma dignitosamente, senza rimpianti. Quello che invece l’allora trentottenne infermiera romana immaginava ancor meno del crollo di Mubarak era di scoprire un giorno sul proprio stato civile non solo il marito ma i di lui ignoti due figli nati nel frattempo segretamente dalla seconda e altrettanto segreta moglie egiziana. Ora Luisa attende il verdetto del giudice, a cui oltre al divorzio ha chiesto la revoca della cittadinanza italiana di Essam. Qualsiasi sia l’esito dell’udienza fissata per il 20 gennaio però, non le restano che schegge taglienti, la fiducia tradita, le parole crudeli dell’ex consorte: «Ti ho fregato con le tue stesse leggi».

Luisa è una delle tante ragazze italiane che sempre più spesso sposano uno straniero. Le unioni miste sono la cifra della società globale e nella maggioranza dei casi la rendono più aperta, ricca, bella. Capita però che s’infrangano su barriere culturali ancora troppo impermeabili per stare al passo con il presente. E allora riportano tutti al passato non remotissimo in cui i viaggi erano lusso da nababbi, internet poco più d’un codice informatico e l’identità un blocco di certezze archetipe tipo «mogli e buoi dei paesi tuoi».

«Quando ho incontrato Essam credevo nel dialogo tra diversi, oggi invece sono convinta che anziché cedere al buonismo dobbiamo difendere i nostri valori a costo di sembrare duri» ammette la donna rivedendo luci e ombre della vita coniugale nella casetta di Fiumicino. Per 4 anni il ménage funziona. Lei lavora in ospedale, lui fa l’ambulante. Poi il ricordo si mescola alla pena: «Il venerdì andava in moschea, specie a Centocelle e alla Magliana, dove ci sono gli imam fai da te. Lo vedevo cambiare, diceva che ero un’infedele e che l’islam avrebbe conquistato l’Europa. In Egitto era diverso, non sono sciocca, ho sposato un uomo intelligente, amico dei turisti. Se fosse rimasto lì forse... ma una volta qui s’irrigidiscono».

Nel marzo 2006 Essam sparisce: in attesa dei 5 anni necessari alla cittadinanza italiana dispone del visto avuto per ricongiungimento familiare. Luisa lo risente a luglio 2007: «Chiamò perché doveva rinnovare il permesso e aveva bisogno della mia firma. Andai all’ufficio immigrazione, speravo di recuperarlo e dichiarai che vivevamo insieme anche se era falso. Non sapevo si fosse risposato». Mesi dopo Essam, forte della carta di soggiorno a tempo indeterminato, porta a partorire a Roma la nuova moglie Salah: la piccola M. è italiana. Solo a questo punto rivela la verità a Luisa che, ferita, vuole il divorzio.

The End? Non ancora: «Non avevo altra chance, è allora che sullo stato civile richiesto in circoscrizione per la separazione mi son ritrovata con lui, la bimba e l’altro figlio nato subito dopo». Siamo alla fine del 2008: alle spalle ci sono le foto sbiadite dell’utopia mediterranea, davanti la sfida per il riscatto. «Avremo giustizia» giura l’avvocato Loredana Gemelli, che ha denunciato l’uomo per bigamia e falsità ai danni dello Stato. Conta di obbligarlo a rendere il passaporto italiano ottenuto nel frattempo. Almeno quello: il sogno di Luisa è invece sepolto nel Mare Nostrum.



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Togliete quelle brutte antenne dalla facciata di Palazzo reale»

Corriere del Mezzogiorno

L'appello dello scrittore e operatore culturale Amedeo Colella: «È un orrore: finiscono in tutte le foto dei turisti»


NAPOLI - «In città nessuno pare essersi accorto che il profilo di palazzo reale da qualche tempo è deturpato da due orribile antenne, piazzate proprio al centro della facciata dell'edificio progettato da Domenico Fontana. Tutte le foto scattate dai turisti in questa piazza, riportano da mesi (ma la data di installazione è incerta) questi due orribili orpelli, proprio al centro, a deturpare il profilo di uno dei palazzi simbolo di Napoli».


Così comincia una lettera che lo scrittore del «Manuale di napoletanità» Amedeo Colella, presidente dell'associazione Cultura Nova, ha indirizzato all'assessore alla Cultura e Turismo del comune di Napoli, alla Soprintendenza e agli organi d'informazione per sensibilizzare sulla discutibile (e a quanto pare inutile) presenza di antenne sulla facciata principale della dimora borbonica a piazza Plebiscito.

«Da due mesi - spiega Colella - scrivo alle soprintendenze per chiedere la rimozione di due orribili antenne televisive che campeggiano proprio sulla splendida facciata di palazzo reale, installate proprio alle spalle dell'orologio centrale, del tipo per la visione dei canali televisivi ordinari; una sembra per la banda Vhf, l'altra per la Uhf. Il palo poi è bello alto, per poter superare l'altezza del tetto e puntare direttamente verso il Vesuvio. Dalla tipologia di antenne sembrano inoltre essere di vecchio tipo, dell'epoca pre-digitale.

Quindi potrebbero stare lì da diversi mesi o anni. Le antenne sono visibili dall'intero emiciclo della piazza, tranne che dal centro geometrico dello stesso. L'orologio copre infatti solo la visione centrale; quindi solo se si è spalle alla chiesa di San Francesco di Paola non si vedono le antenne, altrimenti esse appariranno in qualunque foto venga fatta nella piazza.

Mi chiedo se una facciata tanto austera, simbolo stesso del patrimonio architettonico napoletano e campano ed oltretutto sede della soprintendenza per i Beni Architettonici, Paesaggistici, Storici, Artistici, meritasse questo orribile orpello».


Redazione online
22 settembre 2011
(ultima modifica: 23 settembre 2011)

Pena di morte, gli straordinari del boia

Corriere della sera

di Riccardo Noury


Lunedì in Arabia Saudita viene decapitato in piazza un uomo accusato di stregoneria. Mercoledì un minorenne viene impiccato in pubblico in Iran. All’alba di ieri, un’iniezione di veleno mette fine alla vita di un probabile innocente negli Stati Uniti.

È una delle più lugubri e tristi settimane degli ultimi anni, anni nei quali ci siamo illusi che le risoluzioni delle Nazioni Unite e l’aumento costante del numero dei paesi abolizionisti avrebbero consegnato rapidamente la pena di morte alla storia.


Lo “stregone” decapitato a Medina era un cittadino sudanese di nome Abdul Hamin bin Hussain bin Moustafa al-Fakki. Era stato arrestato nel 2005 dopo che un agente del Mutawa’een (la polizia religiosa) si era rivolto a lui per chiedergli un sortilegio che avrebbe spinto suo padre a lasciare la seconda moglie. Secondo i resoconti giudiziari, Abdul Hamin al-Fakki avrebbe chiesto in cambio l’equivalente di circa di 1200 euro. Quando la storia è venuta fuori, è scattata l’accusa di “stregoneria”, sanzionata dalla condanna a morte.

L’anno scorso in Arabia Saudita le esecuzioni erano state 27. Quest’anno, già 44.
Alireza Mollasoltani era nato nel dicembre 1993. Un ufficiale giudiziario iraniano si è affannato a dichiarare che, siccome nel paese vige il calendario lunare e gli anni sono più corti, l’impiccato era tutt’altro che diciassettenne e dunque tutto si è svolto in regola!

Diciassettenne o diciottenne, chi ha assistito all’esecuzione ha visto un essere umano col cappio al collo urlare disperatamente, invocare la mamma, supplicare perdono. Si è trattato di un’esecuzione esemplare, perché la vittima era il famoso Ruhollah Dadashi, il campione iraniano di sollevamento pesi. La morte di Dadashi sarebbe avvenuta in modo accidentale, durante una rissa mentre si svolgeva una gara di automobili.

Nel 2011 in Iran, secondo fonti non ufficiali, le esecuzioni sono state oltre 500. Amnesty International ne ha registrate più di 400, il governo ne ha confermate meno della metà. Alireza Mollasoltani è stato il terzo, forse anche il quinto, minorenne messo a morte.

Della vicenda di Troy Davis abbiamo parlato diffusamente in questo blog. Anche chi è a favore della pena di morte, dovrebbe porsi il problema di un sistema giudiziario che rischia di mettere a morte un innocente e lasciare a piede libero un colpevole.

È stata una notte straziante. Quando, trascorsi cinque minuti dall’ora fissata per l’esecuzione, dalla folla che vegliava e pregava per Davis si sono levate grida di gioia e si sono viste centinaia di persone abbracciarsi, abbiamo pensato che, per la quarta volta, un giudice avesse fermato, nel dubbio, la macchina della morte.

Quella felicità è durata meno di un minuto: i giudici della Corte suprema stavano solo prendendo tempo per esaminare l’appello. Come già era successo in passato, Davis ha aspettato legato al lettino dell’esecuzione la decisione. Quattro ore dopo, è stato ucciso. Quasi alla stessa ora, Lawrence Brewer veniva messo a morte in Texas.

La Cina non ha voluto mancare all’appello, mettendo a morte un cittadino pachistano, Zahid Husain Shah, giudicato colpevole di spaccio di stupefacenti.

Speriamo di non dover raccontare altre storie atroci di pena di morte nei prossimi giorni. La settimana internazionale del boia non è ancora terminata.
Nel frattempo, in Corea del Sud sono stati festeggiati i 5000 giorni senza esecuzioni. Almeno questo…



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Si è spento Gianfranco Mariconti

Il Giorno

Era uno dei sopravvissuti al lager di Flossemburg

Nel 1943 aveva lasciato Lodi con la famiglia, dopo che suo fratello maggiore era stato fucilato a San Vittore



Gianfranco Mariconti si è spento a 84 anni
Gianfranco Mariconti si è spento a 84 anni



Lodi, 23 settembre 2011 - Si e’ spento a 84 anni, dopo alcuni mesi di malattia, il Lodigiano Gianfranco Mariconti: era uno dei pochissimi sopravvissuti, e tra gli ultimi ancora viventi, del campo di sterminio nazista di Flossemburg, dove era stato deportato in quanto partigiano.

Nel 1943, non ancora 18enne, Mariconti aveva dovuto lasciare Lodi con la famiglia, dopo che suo fratello maggiore era stato fucilato a San Vittore, e si era rifugiato in Valcuvia, dove ben presto era entrato nella brigata partigiana San Martino. L’ impegno nella Resistenza gli e’ valso tre medaglie d’oro.




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La figlia di Di Pietro si lamenta "Dura la vita col mio cognome"

Libero




Puntata due della fiction Dura la vita per la famiglia Di Pietro. Ci eravamo lasciati con l'ultimo episodio in cui Cristiano Di Pietro, figlio del leader Idv, Antonio Di Pietro, veniva criticato per la sua candidatura alle regionali in Molise, nelle liste del partito del padre. Povero figliolo, l'aveva difeso il padre Tonino, "lui non è come il Trota o la Minetti, lui ha fatto gavetta". Non gli si può negare di fare politica solo perchè il padre è capo di un partito. Poverino. Seconda puntata e sulla scena appare Anna che di cognome fa sempre Di Pietro. La ragazza ha 23 anni, è laureata in Giurisprudenza alla Bocconi, ha quattro lingue sul curriculum ed è molto triste perchè non ha un lavoro. Il motivo della sua disoccupazione? Il suo cognome ovvero la sua parentela con Antonio Di Pietro. A dirlo è lei stessa a spiegare che per via del cognome ingombrante: "Non posso fare l'avvocato, il giudice, l'imprenditore, il politico e aggiungerei qualsiasi altro lavoro". Insomma, pare che se ti chiami Di Pietro hai un futuro davvero infernale. Porte chiusi e bastoni tra le ruote.

Un congnome, una condanna -
La figlia del leader Idv insomma trova la sua condizione isopportabile e per sfogare tutta la sua amarezza scrive un accorato commento all'articolo La politica non può essere un mestiere di famiglia, pubblicato sul sito Byoblu.com. "Sono disoccupata, laureata a 23 anni e cerco lavoro onestamente. Mi rattrista vedere che quello che sono (a questo punto mi vien da dire erano) i miei sogni non li potrò mai realizzare". Pare davvero triste e svantaggiata Anna: "Credevo di avere diritti oltreché giustamente dovermi far valere per quello che sono - continua la piccola Di Pietro - . Sono ad un bivio della vita che mi rende triste, smarrita e con tanta voglia di scappare lontana..ma poi scappare verso cosa se ho sudato come tutti gli altri per stare onestamente nel mio Paese?".

Titoli di coda -
A ben pensare, Anna l'avevamo già conosciuta. Il suo nome infatti rimbalzò sulle pagine di cronaca quando il padre chiese una certificazione di praticantato al quotidiano del partito Italia dei Valori per far si che diventasse giornalista. Proprio dura la vita con il cognome Di Pietro.



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