sabato 24 settembre 2011

I prof di Milano: veniamo noi a insegnare nella scuola media che nessuno vuole

Corriere della sera

Caivano, la preside della Viviani, istituto disertato dai docenti: «157 lettere dal Nord, chiedono di venire qui»


NAPOLI - Alla scuola Viviani di Caivano nessun professore vuole andare. Troppi rischi, secondo i docenti. Ma dopo la denuncia della preside Eugenia Carfora sono iniziate a pervenire richieste di immissione in ruolo da tutta Italia (Milano, Brescia, Trieste) accompagnate da toccanti lettere di chi si dice pronto ad insegnare in un istituto che opera in una realtà non semplice. Siamo già a quota 157. La Viviani è una scuola cosiddetta di frontiera, collocata nel bel mezzo di uno dei quartieri più difficili della provincia di Napoli: il Parco Verde.

Lo chiamano «Parco Verde» ma in questo pezzo della periferia di verde non se ne vede neanche a pagarlo. Solo degrado e casermoni di edilizia ecopopolare. «A chiunque venga conferito l'incarico nelle scuole di questo quartiere — spiega la preside Carfora — non appena ne ha l’occasione preferisce andar via. Gli insegnanti di ruolo non ci vogliono venire e mandano supplenti che appena possono scappano». Ma a far coraggio alla dirigente scolastica sono le lettere e le mail giunte a centinaia (157 per l’esattezza) negli ultimi giorni. sono firmate da insegnanti di Milano, Brescia, Trieste, che desidererebbero scendere al Sud, alla Viviani di Caivano, per dare, dicono, «un senso alla parola insegnamento».


La preside è donna risoluta, qualcuno la dipinge come severa ma solo perché prova a far rispettarele regole. «Non mi accontento di soluzioni tampone: chi viene in questa scuola — spiega al Corriere — deve avere la formazione e le motivazioni giuste per poter affrontare una situazione cosi complessa». Oggi la Viviani è tenuta bene: aiuole curate, aule pulite e ordinate. Non è stato sempre così. «Abbiamo dovuto lavorarci molto e nel corso di lavori sono state trovate persino armi». Davanti ai cancelli ci sono tante mamme che chiedono con insistenza il ritorno dei docenti scappati via. Potrebbero essere rimpiazzati, chissà, da volenterosi prof «padani». Nei giorni scorsi la preside ha inviato una comunicazione al ministro dell'Istruzione, Maria Stella Gelmini, al direttore dell'Ufficio scolastico regionale per la Campania, Diego Bouchè, e al dirigente dell'ufficio territoriale di Napoli, Luisa Franzese.

Atto necessario per segnalare una situazione, quella dei prof «fuggitivi», che va avanti da tempo e che sembra arrivata al capolinea. Mancano gli insegnanti: ci sono ben 22 cattedre vacanti. Nessuno se la sente di mettere piede in quella scuola e in quel quartiere. Eppure in questa provincia c'è un altissimo tasso di disoccupazione anche tra chi ha una laurea. «Mi batto per il funzionamento di questa scuola e voglio che i ragazzi abbiano quello che meritano — dice ancora la Carfora —, l’istituto viene mantenuto, annualmente, da supplenti temporanei, che quasi sempre si trovano spiazzati da situazioni tanto problematiche».

Sulla vicenda interviene anche Angela Cortese, consigliere regionale del Pd, ex assessore provinciale all'Istruzione. «Sarebbe il caso che la Gelmini raccogliesse il grido di allarme che viene dalla scuola media Viviani di Caivano, dove le cattedre sono rimaste vuote poiché i docenti sono spaventati dal dominio della camorra». Se non si trovano insegnanti — dal Sud o dal Nord —in grado di sopperire ai vuoti e alle croniche difficoltà, sarà molto complicato per il dirigente scolastico gestire l'anno scolastico appena inziato. Del resto, la preside non vuole ancora ricorrere a docenti che arrivano giusto per fare un po’ di punteggio e poi arrivederci e grazie. «Così si aggrava solo il disagio didattico, a danno di una platea scolastica già fortemente mortificata per il degrado di questo quartiere»

Rocco Sessa
23 settembre 2011
(ultima modifica: 24 settembre 2011)

Lei se li porta a letto, lui li filma e scatta il ricatto Le corna alla moglie possono costare tanto care

di


Una donna piacente cercava uomini sposati e con un buon lavoro e li seduceva fino a trascinarli in una relazione extraconiugale. Gli incontri venivano fotografati e filmati dal complice e il malacapitato veniva ricattato con la minaccia di mostrare le prove della "tresca" alla moglie



Milano - Accade, alle volte, che a fare le corna alla moglie la si paga davvero cara. E non con schiaffi e separazione. Ma a suon di bigliettoni fruscianti. E' quello che è successo a Milano, dove una donna piacente cercava uomini sposati e con un buon lavoro e li seduceva fino a trascinarli in una turbinosa relazione extraconiugale. Gli incontri però venivano fotografati e filmati dal complice della "mantide religiosa" e il malacapitato veniva ricattato con la minaccia di mostrare le prove della "tresca" alla moglie. Avevano pensato a tutto una donna di 48anni e il suo compagno, un camionista di 51 anni. La coppia di conviventi, assillata dai problemi economici, aveva appena iniziato questa attività per "arrotondare" fino a che i carabinieri li hanno individuati e arrestati in flagranza per estorsione.
Il primo ad essere "agganciato" dall'affiatata coppia è stato un 54enne, collega all'Inpdap ed ex amante della donna. La vittima era stata invitata a uscire dalla donna, che a metà agosto lo aveva portato al parco Nord. Lì erano appostati i fotografi di una famosa agenzia di investigazioni private che hanno scattato immagini e girato un video della passeggiata mano nella mano e di alcuni baci trai due. Era stato il nuovo compagno della donna a contattare l'agenzia fingendosi tradito.
Una volta ottenute le foto i due avevano mandato alla vittima una lettera anonima con cui chiedevano la consegna di 5mila euro entro il 22 agosto, altrimenti gli scatti sarebbero arrivati in mano alla moglie. L'uomo a quel punto ha contattato i carabinieri, che hanno messo sotto controllo il suo cellulare, scoprendo diverse chiamate ad cabine telefoniche nella zona di Famagosta e una dal cellulare del Crespi. La vittima aveva comunque deciso di consegnare, all'insaputa dei militari, i soldi agli estorsori e il 26 agosto li aveva lasciati in un bidone della spazzatura del Bicocca Village in cambio dei negativi, che la coppia aveva messo in un cassonetto in piazza San Giuseppe. Qualche giorno dopo la donna contatta di nuovo l'ex amante e gli racconta che qualcuno l'ha chiamata chiedendo altri mille euro in cambio del video dell'incontro, ma le i non li ha e cerca un aiuto. A quel punto intervengono i carabinieri che intercettano i cellulari dei due truffatori e li arrestano in un negozio dove la donna aspettava il compagno che aveva appena riscosso i mille euro.
Vista la facilità con cui avevano raggirato il primo uomo, i due avevano già contatto tramite alcuni social network altre potenziali "vittime", tutti professionisti facoltosi e sposati. E nel caso di due persone che abitavano fuori Milano la trappola era già pronta a scattare. Per questo gli investigatori invitano chi ritenga di essere stato avvicinato tramite la rete dalla Galbiati, una donna bionda e avvenente, a seganalre l'episodio ai carabinieri.




Powered by ScribeFire.

Lista gay, i politici negano tutto ma sembra desser al bagaglino

Libero




La pubblicazione su un sito gay,  in nome della lotta all’ipocrisia sessuale, della lista  di dieci parlamentari segretamente “omo”  è un atto abbietto. Vìola l’intimità,  la privacy e anche la libertà degli interessati; ha in seno la violenza di ogni crociata; è un drammatico segno dei tempi, per cui pur di raggiungere l’obiettivo non si esita a sputtanare e calunniare nemici, compagni o anche chi semplicemente fa gioco insultare;   alla fine risulta perfino controproducente, perché tende a ghettizzare chi si vuol normalizzare.

Insomma, ci sarebbe di che indignarsi anche più di quanto hanno fatto con dichiarazioni sacrosante quanto banali noti politici gay e noti politici omofobi, ce ne sarebbe abbastanza per fare una contro-crociata. Ma per fortuna c’è la politica italiana, che attingendo al proprio dna riesce a rispondere con cialtroneria  ai cialtroni, a sdrammatizzare il tutto e a trasformare delazioni e gravi violazioni della privacy in una puntata del recentemente defunto Bagaglino. Capita così che, con umorismo involontario, siano le vittime a derubricare il reato a pochade. Con quello che, malgrado i capelli bianchi, gira vestito con  camicie a fiori e sgargianti magliette gay friendly - quando non con giacche e pantaloni di pelle o luccicanti – e, quasi stupito di figurare nell’elenco maledice la «fantasia malata di certi personaggi», che sicuramente sono poco raccomandabili, forse saranno anche davvero malati, ma quanto a fantasia non hanno dovuto sforzarsi troppo.

Oppure l’altro, che approfittando dell’occasione per uscire dall’anonimato rilascia la dichiarazione politica della vita: «Tutto sommato, meglio frocio che interista». Contento lui… comunque, sempre meglio di quello che ognuno di noi avrebbe giurato fosse arrivato vergine al matrimonio e invece svela il suo vero segreto facendo outing di mascolinità: «Ho ricevuto centinaia di telefonate di donne in apprensione» spiega dopo aver precisato di esser sposato (come fosse una prova sufficiente), «presto l’Unesco mi riconoscerà come maschio patrimonio dell’umanità». Vagamente omofoba l’excusatio non petita di quello che invece si rammarica della propria «banale eterosessualità» la quale non gli consentirebbe di «trarre vantaggio dal politically correct»  che, sottinteso, farebbe dei gay un po’ gli eroi del nostro tempo. «Purtroppo però sarebbe inutile anche solo provarci...».

E gli altri sei, alcuni al di sopra di ogni sospetto, alcuni che ci immagineremmo più facilmente protagonisti di un bunga bunga e altri ancora non per la prima volta alle prese con questa fastidiosa diceria? Hanno preferito la risposta del silenzio, e per questo meritano un encomio. Peccato solo non poterne fare i nomi...


di Pietro Senaldi

24/09/2011




Powered by ScribeFire.

Il re della birra», il video dell'agonia

Corriere della sera

La mossa della moglie, ex modella, per discolparsi dall'accusa di omicidio: «Basta falsità sul mio conto»



MILANO - L'accusa era infamante e la risposta non si è fatta attendere. Meharit Kifle, la ventinovenne vedova del «Re della birra» Bruno H. Schubert, morto lo scorso 17 ottobre all'età di 90 anni, nei giorni scorsi era stata accusata dal figliastro Hans Peter Nerger di aver provocato la morte del ricco imprenditore tedesco somministrandogli un'overdose di medicinali per accaparrarsi il suo ricco patrimonio. Per smentire l'odioso sospetto, l'ex modella ha pubblicato un video nel quale mostra gli ultimi giorni di vita del marito e nel filmato si vedono le cure offerte dalla giovane moglie all'anziano imprenditore

PATRIMONIO - Dopo le accuse del figlio illegittimo Hans Peter Neger, che aveva sottolineato come suo padre avesse cambiato all'improvviso il testamento lasciando gran parte del suo patrimonio alla moglie, la procura tedesca ha riaperto il caso, ma finora nessuna prova è stata trovata contro la vedova: «Sebbene la giustizia mi dia ragione, continuano a trattarmi come un'omicida - ha sbottato la ventinovenne belga, di origine etiope, in un'intervista al tabloid Bild. - Per questo ho deciso di pubblicare il video dell'ultime ore di mio marito e smentire tutte le accuse contro di me».


CURE - Nel filmato la ragazza di colore lava e rasa il novantenne in fin di vita. Nelle immagini s'intravedono anche il fratello di Schubert e l'infermiera personale. Secondo quanto ha dichiarato ai media tedeschi la vedova, sarebbe stato lo stesso re della birra a suggerirle di filmare gli ultimi istanti della sua vita: «Bruno aveva intuito che dopo la sua morte tutti mi avrebbero accusata e non mi avrebbero lasciato in pace. È stato lui a decidere di filmare le cure, in modo che potessi mostrare che mi ero occupato di lui. Alla fine aveva ragione. Bisognava mettersi in guardia dalle false accuse».

Francesco Tortora
24 settembre 2011 14:02

Io, fuori subito per qualche foto Miss Italia è un concorso pilotato»

Corriere della sera

La veneziana Jennifer Milan: volevo dirlo in tivù, non me l’hanno permesso


La veneziana Jennifer Milan
La veneziana Jennifer Milan


MIRANO (Venezia)—«Hanno subito eliminato me e molte ragazze che meritavano di andare avanti, perché volevano una miss Italia che non avesse mai lavorato nel mondo dello spettacolo o della moda. Questa è la verità». Nuove accuse si abbattono sul concorso di bellezza più famoso del Paese. Dopo le squalifiche di tre concorrenti per essersi prestate a foto di nudo e dopo che in questi giorni il critico Aldo Grasso ha parlato di «grande ipocrisia» su Corriere. it, ora spunta uno spaccato inedito: quello del «dietro le quinte», vissuto da una concorrente, la ventenne veneziana Jennifer Milan di Mirano, che al ritorno da Montecatini racconta ciò che avrebbe voluto dire in diretta televisiva ma che non le sarebbe stato permesso.


Jennifer, nella serata finale ha accennato a una eliminazione ingiusta, ci spiega? «Certo, ho detto che secondo me la giuria aveva sbagliato a eliminarmi subito, poi ho precisato che io non potevo essere in grado di giudicare la giuria».

Sembra un commento legittimo, dov’è lo scandalo? «Guardi, avrei voluto dire molte altre cose, solo che non me lo hanno permesso, forse temevano che nascesse un casino».

Cioè? Cos’è che non ha potuto dire? «Che in questa edizione sono state eliminate subito tutte le ragazze impegnate nel mondo della moda e dello spettacolo, ragazze che avevano posato come modelle. Patrizia Mirigliani aveva sempre detto che miss Italia sarebbe stata una ragazza pulita, della porta accanto. Così, guarda caso, ha vinto Stefania Bivone che non ha mai fatto nulla di tutto ciò. Le altre fuori subito, la prima serata».

Oltre a studiare lei è impegnata come fotomodella, le hanno mai chiesto qualcosa sul suo lavoro? «Tanta gente ha cercato di farmi del male. Sono state inviate a Miss Italia varie mail con mie fotografie. Un giorno la Mirigliani mi ha chiamato a rapporto e me le ha fatte vedere, mi ha chiesto spiegazioni».

E cos’è successo? «Le ho risposto che non erano foto volgari e neppure di nudo. Non vedo che male ci sia se una che lavora nel mondo della moda si fa fotografare, dov’è lo scandalo? Se hanno squalificato Alice Bellotto perché aveva fatto dei nudi, con me non hanno potuto farlo. Non ce n’era motivo».

E così l’hanno eliminata subito... «Esatto. Io, come più della metà delle finaliste, ho posato davanti alla macchina fotografica per lavoro, tutte abbiamo foto che girano su internet».

Che ne pensa dell’articolo 8 del regolamento? Quello che cita testualmente: «Le concorrenti non devono essere mai state ritratte in pose di nudo, o comunque sconvenienti»? «Penso che dev’essere modificato. E’ logico che una bella ragazza, da finale di Miss Italia, possa aver posato o sfilato. Se posi in biancheria intima che male c’è? Io mi mantengo con questi lavori. Altra cosa è invece il nudo, che non farò mai».

Taglie 44: in finale ce n’erano tre, non crede che fossero penalizzate al fianco di concorrenti, diciamo, più longilinee?
«Ma dov’erano le taglie 44? Io le ho viste solo in foto. Ho visto invece piercing e tatuaggi».

La giuria tecnica le ha mai fatto qualche osservazione? «Mi hanno guardato 2 minuti e via, altre ragazze sono rimaste invece davanti ai giurati per 15 minuti. Anche per questo motivo dico che, forse, era già stata decisa la mia, e non solo la mia, immediata eliminazione. Ci sono state delle cose ingiuste: volevo dirlo in tivù, anche a Fabrizio Frizzi, ma non mi hanno voluto sentire o far parlare».

Mauro Zanutto
24 settembre 2011



Powered by ScribeFire.

Quel fascista scomodo che nel dopoguerra sognava un’altra destra

di


Enzo Erra non sognava affatto una destra antimoderna, come ha scritto ieri il Corriere della Sera. Enzo Erra sognava piuttosto un’altra modernità, più spirituale ed eroica




E' morto mercoledì scorso a Roma a 85 anni Enzo Erra, scrittore e giornalista, protagonista della vita politica della destra nel primo dopoguerra.

Enzo Erra non sognava affatto una destra antimoderna, come ha scritto ieri il Corriere della Sera. Enzo Erra sognava piuttosto un’altra modernità, più spirituale ed eroica. Non era antimoderno, più semplicemente era fascista, a babbo morto. Appartenne a quella generazione che per ragioni anagrafiche del fascismo non visse la storia ma solo il crollo, si arruolò pochi giorni prima della fine, non ebbe vantaggi né carriera ma solo danni, non si macchiò di colpe o delitti ma scontò con dignità il suo fascismo postumo per una vita. Parlo di lui e di Giano Accame, di Piero Buscaroli, di Fausto Gianfranceschi e Fausto Belfiori e altri. 

Allievo di Massimo Scaligero, più vicino al pensiero di Rudolph Steiner che di Julius Evola, Erra fu tra i primi giovani missini che dopo la guerra cercò e coinvolse Evola, ormai paralizzato, nelle sue riviste giovanili, dove scrivevano tra gli altri anche Rauti e Sterpa. La sfida, Imperium... Eppure Erra del Msi preferiva l'ala meno nostalgica e più «entrista» del Msi, polemizzando con gli almirantiani. Erra si riavvicinò al Msi e alla politica dopo una lontananza trentennale, alla morte di Almirante, e poi si riallontanò con la nascita di Alleanza nazionale. Ma Erra non fu solo animale politico e cultore a latere di scienze dello spirito, fu anche un fior di notista politico e di saggista storico: ricordo tra le altre, «Le sei risposte» a Renzo De Felice, «Le quattro giornate di Napoli» e «Le radici del fascismo», che resta tra i migliori tentativi di interpretare il fascismo da posizioni neofasciste. 

Da ragazzo andavo a trovare lui e de Turris in sala stampa romana a piazza san Silvestro, dove era notista politico del Roma di Lauro, e lui lasciava agenzie e pastoni per infervorarsi a conversare di storia politica e cultura. Ti guardava con quegli occhi chiari dietro quel filo spinato di sopracciglia e alternava toni solenni e perentori a scanzonate risate napoletane.

Ricordo che lo conobbi nel castello romagnolo di Giovanni Volpe, lui che raccontava quando fu convocato dai giudici perché quelli del golpe Borghese nel loro delirante organigramma, lo avevano assegnato, a sua insaputa, alla direzione del Messaggero. E lui pensava divertito al comitato di redazione che aveva respinto fiori di direttori moderati, costretto a sorbirsi il «camerata» Erra manu militari... La sua battaglia revisionista proseguì sulla rivista Storia Verità di Enzo Cipriano, ma scrisse su varie riviste e poi sulle pagine culturali del Giornale. 

Penso allo strano destino di quel piccolo mondo della destra giornalistica: penso al Pisanò che scriveva le cose che poi ha scritto con successo Pansa, penso a Gianna Preda che fu la Fallaci al tempo in cui l'Oriana era di sinistra, penso ad Angelo Manna che diceva le cose che poi ha scritto Pino Aprile sui terroni. E penso a Cattabiani, Marcolla e Quarantotto che scoprirono autori e filoni che poi ha scoperto Calasso con l'Adelphi. Ed Enzo Erra, che meriterebbe la fama di un Giorgio Bocca; ma lui era colto, spiritoso e dalla parte sbagliata...




Powered by ScribeFire.

I piccioni sporcano tutto E il sindaco di Tarquinia dà la licenza di ucciderli

di

Licenza di uccidere a Tarquinia. Un’ordinanza del sindaco, emessa per contrastare l’inquietante assedio, consente alla cittadinanza l’uso delle maniere forti contro i pennuti



Tarquinia - I piccioni sporcano? Bisogna sparargli, parola di sindaco. Licenza di uccidere a Tarquinia, storico Comune della Tuscia viterbese da anni letteralmente bersagliato dal guano di migliaia di pennuti annidati sui sottotetti del centro. Un’ordinanza del sindaco Mauro Mazzola, emessa per contrastare l’inquietante assedio, consente alla cittadinanza l’uso delle maniere forti contro i pennuti.
Il documento, emanato da pochi giorni, oltre a ordinare la somministrazione di mangime antifecondativo, di tappare buchi e feritoie, di rimuovere deiezioni e carcasse di animali, consente, in poche parole, l’abbattimento con armi da fuoco dei volatili incriminati.

Le regole dettate sul documento, però, sono rigide: solo i "soggetti abilitati, in possesso di regolare licenza di caccia e porto d’armi", possono intervenire per limitare gli odiati pennuti denunciando alle varie associazioni venatorie il numero dei capi abbattuti e le zone, agricole, in cui sono avvenuti. Non tutti gli abitanti, però, hanno preso alla lettera le indicazioni dell’amministrazione comunale e del sindaco "sceriffo". Chi si è armato di petardi e mortaretti, chi di pistole e fucili ad aria compressa. Chi ha rispolverato, infine, il vecchio archibugio dei nonni o la doppietta del papà.
Parola d’ordine: morte ai piccioni.
"Di notte si sentono spari ed esplosioni ovunque", racconta Ettore, 53 anni, residente in pieno centro cittadino. Tanto che giovedì scorso qualcuno ha chiamato il 113. "Correte, si stanno ammazzando proprio sotto casa del sindaco". Le volanti del vicino commissariato accorrono in via Enrico Berlinguer: le segnalazioni, del resto, sono inquietanti. I poliziotti le pensano davvero tutte: una guerra fra bande scoppiata per il controllo della piazza, una faida fra immigrati clandestini, un regolamento di conti fra boss in trasferta.
Eppure la cittadina è tranquilla, pochi i fatti di cronaca. Appena gli agenti giungono sul posto la situazione torna immediatamente sotto controllo. "Era solo una banda di ragazzi che ha acceso dei raudi per spaventare i piccioni” sogghigna un residente svegliato dalle sirene di polizia. Il primo cittadino, dal canto suo, spiega di essersi “limitato ad assecondare la volontà della gente. Gli abitanti non ne possono più di questa situazione. Sui tetti del centro storico si annidano a decine. Dunque l’ordinanza nasce da esigenze igienico-sanitarie, il rischio di malattie trasmesse dai volatili è reale".

A chi lo accusa di usare metodi violenti Mazzola risponde che non ha ordinato alcuno sterminio di animali: "La mia ordinanza - sostiene il sindaco - è stata varata a tutela della salute, della gestione e del contenimento del numero di questi volatili, che tra l’altro ledono anche il nostro patrimonio architettonico". Vecchio problema quello degli stormi per il territorio di Tarquinia, ma non solo, tanto che ogni anno sindaco e giunta sono costretti a correre ai ripari.
Nel 2010 il piano elaborato per il controllo numerico dei piccioni prevedeva la somministrazione di mangime antifecondativo, il divieto di alimentazione diretta e indiretta e la distribuzione di cibo avvelenato, oltre ai sistemi di schermatura (reti metalliche a maglie sottili) degli accessi ai siti per la nidificazione, l’installazione di dissuasori sui punti di posa (cornicioni, terrazzi, pensiline, davanzali) e la rimozione di ogni rifiuto prodotto dai colombi. Provvedimenti dichiarati fin troppo leggeri, poco efficaci, nonostante le proteste delle associazioni animaliste, dall’Enpa, l’Ente nazionale per la protezione degli animali alla Lipu, la Lega italiana protezione uccelli. E allora fucili puntati in alto, pronti a fare fuoco per abbattere, è il caso di dirlo, il problema.




Powered by ScribeFire.

Sos Racket e Usura, Frediano Manzi: "Vendo tutto e lascio l'Italia"

Il Giorno

La decisione del presidente dell'Associazione è stata presa dopo l'ennesimo episodio di intimidazione: "Dobbiamo prendere atto che il servizio di tutela, affidato a vari comandi di Carabinieri, non funziona ed è una farsa"


Milano, 24 settembre 2011 - Dopo l’ennesimo episodio di intimidazione, avvenuto nella notte a Parabiago, il presidente dell’Associazione Sos Racket e Usura Frediano Manzi ha deciso di vendere tutte le attività e di lasciare l’Italia "visto che oramai sempre di piu’ vengono a mancare le elementari forme di sicurezza, indegne di un paese civile".

Questa notte sconosciuti sono entrati nel chiosco di fiori della famiglia Manzi a Parabiago e "dopo decine di episodi di intimidazione ricevuti su ogni attività di proprietà della nostra famiglia - ha denunciato Manzi - dobbiamo prendere atto che il servizio di tutela, affidato a vari comandi di Carabinieri, non funziona ed è una farsa".

Proprio per questo motivo, Frediano Manzi ha scritto per la quarta volta al Prefetto di Milano per chiedere la revoca immediata di ‘’un inutile servizio’’ che da due anni è  stato assegnato alla famiglia Manzi "che di fatto non garantisce la sicurezza nè per me nè per i miei familiari, viste le continue ed incessanti intimidazioni che continuano a arrivare, come le minacce di volte ricevute per due volte quest’anno a Garbagnate Milanese".

"La famiglia di Frediano Manzi - conclude la nota -, pertanto, appena finito di cedere tutte le attività di sua proprietà ha deciso di trasferirsi in un’altra nazione visto che oramai sempre di piu’ vengono a mancare le elementari forme di sicurezza, indegne di un paese civile".




Powered by ScribeFire.

Udine è sporca e puzza Per il sindaco (rosso) è colpa del bunga bunga

di


Lo scorso fine settimana si è tenuta a Udine la manifestazione enogastronomica "Friuli Doc". Il resoconto: giovani ubriachi, vandalismi e disturbo della quiete pubblica. E per il sindaco è colpa del Cav



Udine - Siamo alla farsa. Si sa, il vezzo più accreditato tra gli esponenti del centrosinistra sta nell'incolpare il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi di tutti i mali presenti sulla terra. La crisi economica che morde le finanze dei principali Paesi del Vecchio Continente? Colpa del Cavaliere. La disoccupazione in Italia? Colpa del premier. E così via. Fino a puntare il dico contro Berlusconi per l'inciviltà di alcuni cittadini che, durante il Friuli Doc, hanno trasformato Udine in un vero immondezzaio a cielo aperto. E il sindaco Furio Honsell che fa? Va a tirare in ballo il "bunga bunga".
Lo sproloquio del primo cittadino di Udine è di qualche giorno fa, quando la vetrina delle eccellenze enogastronomiche del Friuli si è trasformata nell'occasione per bere smodatamente ed eccedere nei divertimenti. Il risultato? Sporcizia e ubriaconi in giro per la città. Al termine della kermesse, che ha chiuso i battenti domenica scorsa, ci ha pure messo il carico da novanta il vicario dell’arcivescovo di Udine monsignor Guido Genero: "Troppi eccessi, troppo poco rispetto per le chiese con quei gabinetti vicino al Duomo.
E soprattutto poca prevenzione per evitare problemi di ordine pubblico, con troppi comportamenti del tutto diseducativi". L'amministrazione cittadina si è sentita con le spalle al muro e non ci ha pensato su due volte a replicare alla Curia. "Friuli Doc deve diventare sempre di più un salone del gusto dell’eccellenza friulana – ha spiegato il primo cittadino – a partire dalla prossima edizione, non verranno confermate le deroghe per la somministrazione di alcolici e per l’allietamento musicale nei pubblici esercizi se non dopo un’attenta analisi delle esigenze della manifestazione". Fin qui tutto bene. Poi Honsell si è messo a tirare in ballo "i modelli di riferimento che la società e soprattutto una cerca classe politica propone". 
Quindi, via alla crociata anti Cav. "Se il modello che i giovani prendono – ha continuato il sindaco di Udine – è un presidente del Consiglio che si dedica al bunga bunga su un aereo della protezione civile, come riferiscono in questi giorni i giornali riportando le intercettazioni emerse, è chiaro che i nostri giovani siano molto disorientati. Non ce la si può prendere quindi solamente con Friuli Doc". Insomma, se il pubblico di Friuli Doc sbevazza, sporca la città e dà fastidio ai cittadini che dormono è tutta colpa del Cavaliere. Non solo. Honsell non prende nemmeno in considerazione di non essere stato capace a gestire la sicurezza e l'ordine pubblico in concomitanza di una kermesse locale. Insomma: piove, governo ladro!





Powered by ScribeFire.

Da Vendola a Pecoraro, i veri outing a Palazzo

di

Le confessioni dei politici e gli scandali a luci rosse




Cristiano Lobbia, chi era costui? La prima vittima di uno scandalo a sfondo politico-sessuale in Italia, anno del Signore 1896. Il malcapitato onorevole, dopo aver denunciato una storia di corruzione riguardante la «Regia manifattura tabacchi», fu prima vittima di un attentato e poi distrutto politicamente con l’accusa di essere «pederasta». Sono passati cent’anni e più, e sotto il profilo della barbarie politica nulla sembra cambiato. «Abbiamo avuto un esponente di primo piano della Dc, che era notoriamente omosessuale, ha potuto fare il presidente del Consiglio senza che nessuno gli rompesse le scatole. E quello fu un atto di civiltà», ricorda sempre il capogruppo Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto. Qualcuno dice che i premier omosessuali eletti con la Balena bianca fossero almeno due, qualcun altro dice che nella Prima repubblica tra ministri, sottosegretari e premier i gay fossero anche di più, e non solo nelle fila della Democrazia cristiana...

A tracciare il solco del coming out (la parola outing si usa quando qualcuno, per ritorsione, dichiara i gusti sessuali altrui) è stato il governatore della Puglia Nichi Vendola, che già nel 1987 da candidato Pci alle Politiche ebbe l’endorsement dell’Arcigay assieme a Franco Grillini. Allora essere comunista e omosessuale era difficile assai visto che nel Pci la «diversità» sessuale non era contemplata né tutelata come quella morale. L’anno scorso il leader Sel raccontò al Corriere della Sera di aver fatto più fatica come cattolico e comunista a rivelare la sua omosessualità al partito che non ai preti. Grillini invece è uno che si diverte a seminare zizzania nel Palazzo, senza mai però calpestare la privacy. L’ex presidente dell’Arcigay ce l’ha soprattutto con la Lega: «Ci sono almeno sei dirigenti top notoriamente omosessuali, se parlassero la loro carriera finirebbe ipso facto e allora si nascondono dietro la maschera della più feroce omofobia».

Nel giugno del 2000 toccò all’ex ministro Alfonso Pecoraro Scanio. Ai giornali disse di non essere «né eterosessuale, né omosessuale» ma di aver scelto «l’assoluta libertà sessuale», ergo la bisessualità. Nel 2008 il consigliere nazionale Udc Alberto Villa lasciò lo scudocrociato in polemica con il suo partito e con la Chiesa, che «ci considera cittadini e cattolici di serie B». Oggi tra chi fa del proprio orgoglio gay la cifra della sua attività politica, e proprio da destra, c’è il giornalista Paolo Cecchi Paone, già candidato con Forza Italia all’Europarlamento, che rivendicò la sua «omoaffettività» alla rivista Vanity Fair a giugno del 2004, poi raccontò a Novella 2000 di essere impazzito per un ragazzo di nome Andreas («Mi ha stregato, sembra Tadzio di Morte a Venezia»). Oggi che è assessore a Maiori vuol fare della località salernitana «la meta del turismo gay».

Anche Vladimir Luxuria, primo deputato transessuale del Parlamento, ama ricordare di essere stata «corteggiata da personaggi politici importanti, ma solo per fare sesso». Erano gay o etero? Mistero. In fondo l’ex governatore del Lazio Piero Marrazzo, travolto nel 2009 dallo scandalo trans, nei giorni scorsi ha seccamente negato di essere gay pur ammettendo la sua love story con Brenda, deceduta il 20 novembre 2009 nell’incendio del suo appartamento: «Il fatto che abbiano attributi maschili è irrilevante nel rapporto, loro sono donne all’ennesima potenza...». Contento lui.

Al Pd che schiera Ivan Scalfarotto, l’Italia dei Valori risponde con Gianni Vattimo, compagno di scranno a Strasburgo dell’ex sindaco di Gela Rosario Crocetta, anche lui dichiaratamente gay seppur con qualche invasione di campo, stando a quello che raccontò il suo ex assessore Silvana Grasso: «Con lui ebbi una grande storia d’amore. Platonica? No, direi onnicomprensiva. Lui è intellettualmente omosessuale, come gli antichi greci».

E tra le donne? L’ex giornalista dell’Ora di Palermo Titti De Simone, lesbica dichiarata, è stata la prima deputata omosessuale eletta con Rifondazione comunista per due legislature. Oggi la sua eredità è stata raccolta da Anna Paola Concia, eletta con il Pd, che recentemente si è sposata a Berlino con la criminologa tedesca Ricarda Trautmann. Peccato che i big del suo partito abbiano disertato l’evento. Omofobia anche quella?

felice.manti@ilgiornale.it



Powered by ScribeFire.

Autista dell'Atac lascia bus e passeggeri in doppia fila e va al bancomat

Il Messaggero


E' accaduto in via Casetta Mattei. Le persone sul bus, stanche di aspettare, sono scese e andate a piedi a un'altra fermata

 

ROMA - Una fermata fuori programma per un bus dell’Atac della linea 775. Un bisogno improvviso dell’autista che ha visto il bancomat e ha fermato il mezzo, in doppia fila, per prelevare del denaro. E’ accaduto il 7 settembre, poco prima delle tre del pomeriggio, in via Casetta Mattei. Sul lato opposto della strada Fabrizio stava sorseggiando un caffè al bar Royal con gli amici, quando ha visto l’autista del bus inserire la “freccia” e accostare in doppia fila. «Ma come - si è chiesto il lettore del Messaggero.it - lì non c’è nessuna fermata». E prima ancora di darsi una risposta ha preso il telefono cellulare e ha cominciato a riprendere la scena.

 

video


Il bus è davanti a un’edicola. «Ho pensato che l’autista scendesse per comprare un giornale, una questione di secondi anche se non tollerabile, e invece ha attraversato la strada dirigendosi al bancomat dell’agenzia 34 dell’Unicredit di Casetta Mattei».

L’autista però è sfortunato perché ci sono altre due persone davanti allo sportello automatico e quindi deve aspettare il suo turno. Passa il tempo, una decina di minuti, e i 5-6 passeggeri rimasti in attesa dentro l’autobus si guardano intorno, osservano l’autista sbalordite e poi decidono di scendere per correre per un centinaio di metri verso la fermata di via Poggio Verde dove passano altre linee dell’Atac in coincidenza con il 775.

L’autista, conclusa la sua operazione bancaria, torna correndo verso l’autobus, evita un’auto e riparte come se non fosse accaduto nulla. Mentre riparte si accorge che il signor Fabrizio lo ha ripreso con il telefonino, gli lancia un’occhiataccia ma ormai era ripartito e una seconda sosta sarebbe stata davvero di troppo. «Mi sono vergognato per quanto ho visto - racconta il testimone -. Come fa a comportarsi così un autista? Senza svolgere il suo lavoro e senza rispetto per chi paga il biglietto».


Venerdì 23 Settembre 2011 - 22:43    Ultimo aggiornamento: 23:30

Il guru di Repubblica che fa le pulci al Cav è nei guai per peculato

di

Nei suoi articoli se la prende con la destra materialista. Ma è indagato per aver fatto "bella vita" a spese dello Stato




La bella vita del moralista. Ce­ne in ristoranti esclusivi con i pa­renti fatti passare per colleghi di la­voro. Taxi a gogò trasformati in ma­teriale di cancelleria. Scampagna­t­e all’estero con i familiari nelle ve­sti di improbabili docenti. Aldo Schiavone, giurista, professore di diritto romano, intellettuale appol­laiato sulla rive gauche, è nei guai. Dallecolonnedi Repubblica tuona­va come Savonarola contro il de­grado del Paese, trascinato alla de­rivadalregimeberlusconiano. Nel­la vita di tutti i giorni aveva cancel­lato la distinzione fra pubblico e privato. Fra soldi suoi e soldi della collettività. O almeno questa è l’idea che si è fatta la procura di Fi­renze. Il pm Giulio Monferini ha ap­pena chiuso una lunga indagine checoinvolgeSchiavoneealtreset­te persone, collocate in punti stra­tegici del sistema accademico ita­liano.
In sostanza la cricca avrebbe gestito spensieratamente il dena­ro del contribuente: la gestione dis­sennata, fra assunzioni pilotate di amici degli amici e benefit masche­rati di vario genere, ammontereb­be a 3 milioni di euro. Una cifra im­pressionante se si tiene conto che il periodo incriminato è tutto som­mato breve, dal 2006 al 2009. E ri­guarda solo uno spicchio del mon­do degli atenei fiorentini. In parti­colare l’inchiesta si concentra su tre enti d’eccellenza: l’Istituto di studi umanistici, Isu; l’Istituto ita­liano di scienze umane, Sum; il Consorziointeruniversitariodistu­di umanistici.
Tre centri d’alta formazione che la mentalità comune colloca volen­tieri in un ambiente rarefatto. Lon­tano dal mondo, dalle sue peggiori consuetudini e dalle sue tentazio­ni. Invece, secondo la procura di Fi­renze, che agli indagati contesta a variotitoloilpeculato,l’abusod’uf­ficio, la truffa aggravata e il favoreg­giamento, andava in un altro mo­do. E Schiavone, ex direttore del­l’Isu e del Sum, sarebbe al centro di questa storia.
Ma dai e dai, il moralista e i suoi amici sono inciampati, sempre che le accuse reggano al vaglio del­l’udienza preliminare, nei loro ec­cessi. E nei loro lussi, mal mimetiz­zati. Le Fiamme gialle hanno mes­so insieme un libro intero di fattu­re, ricevute, scontrini irregolari. Milleecinquecento documenti contraffatti che aprono uno squar­cio su un catalogo di furbizie e de­bolezze. Siamo, saremmo, il condi­zionale è d’obbligo, dalle parti di quell’Italia che predica contro la deriva dei costumi dal pulpito del­l’indignazione ma poi, al riparo della propria reputazione, arraffa quel che può.
Sembra impossibile, ma lo Schiavone sotto accusa è lo stesso Schiavone che su Repubblica ha ar­tigliato con toni apocalittici il regi­me berlusconiano incupendosi per lo sfascio di un paese senza re­gole. «Una nazione in dissolvimen­to morale - pontificava a febbraio dell’anno scorso-ormai in balia di una disastrosa deriva di comporta­menti ». In un altro editoriale, inti­tolato addirittura «La politica co­me merce », Schiavone si esercita­va sul passaggio di alcuni deputati dall’opposizione alla maggioran­za di centrodestra per denunciare «qualcosa di più profondo, qualco­sa che attiene strutturalmente al berlusconismo».
Ovvero, «l’idea della politica come merce, e non come regole e procedure; come semplice scambio e non come me­todo e come insieme di principi e valori non negoziabili». Alla fine di questo sottile ragionamento l’esi­mio professore tirava la sua sprez­zante conclusione sotto forma di domanda retorica: «Se si è abituati a pensare che tutto quel che conta­­l’interezza delle nostre vite - passa attraverso il mercato, se tutto si può comprare e si può vendere in quanto ha il suo (giusto) prezzo, perché questo non deve riguarda­re anche l’ambito parlamentare?».
Chissà come commenterebbe Schiavone questa pagina di vergo­gna; ma, per il momento lo scanda­lo è in cortocircuito con il suo no­me prestigioso. La procura ha con­cluso il proprio lavoro: è stata rico­struita la mappa delle disinvolte spedizioni con mogli e parenti al se­­guito in Inghilterra, Turchia, Fran­cia, Stati Uniti. E sono saltati fuori rimborsi per missioni non previ­ste, indennità maggiorate, note spese firmate da docenti ignari pre­si di peso da Internet. Una serie di comportamenti inqualificabili. Il tutto mentre l’università si mobili­ta contro i tagli. I tempi sono grami, ma c’è chi trova il modo per rimpin­zarsi alla greppia dello Stato.




Powered by ScribeFire.

Letta il fustigatore condanna gli evasori (se non sono amici)

di


Sul caso del democratico Soru, invece, non ha dubbi: "Ha evaso 10 milioni? Risolverà. Il Pd ha bisogno di lui"




Quando il governo annunciò che il riscatto della laurea e del servizio militare non sarebbero più stati conteggiati ai fini dell’età pensionabile, giustamente Enrico Letta si alzò per contestare la proposta: «All’italiano che si vede fregato dallo Stato il patto dei quattro anni di laurea o di uno di servizio militare, scatta la reazione di dire “appena posso lo Stato lo frego io”». «Con una norma simile - concluse con meritata severità - si fanno cento passi indietro rispetto alla cultura della fedeltà fiscale». Quella norma andava cancellata perché era un vergognoso «incentivo culturale all’evasione fiscale».

Non ha però avuto bisogno di incentivi - almeno secondo le indagini della Guardia di Finanza - Renato Soru, imprenditore di fama e fatturato internazionali, ex governatore democratico della Sardegna sconfitto a sorpresa da un ignoto e a tratti ignaro Cappellacci, nonché editore dell’Unità. Soru è già sotto inchiesta per aggiotaggio: nel 2005 (quand’era governatore della Sardegna), la cessione di due rami d’azienda da Tiscali Spa a Tiscali Italia Srl e Tiscali Services Srl generò una plusvalenza di oltre 162 milioni di euro considerata sospetta dal pm.

In questa seconda indagine, invece, sotto la lente della procura è finita l’attività della Andalas Ltd., con sede a Londra, riconducibile a Soru e attraverso la quale l’ex governatore possiede il 17,7% di Tiscali. Alcuni trasferimenti di denaro fra il 2005 e il 2010 sarebbero sfuggiti alla sua dichiarazione dei redditi. Soru smentisce e si mostra fiducioso: «Nel confermare la linea di massima collaborazione nei confronti delle autorità, riaffermo il convincimento sulla buona fede e sulla sostanziale correttezza della mia condotta fiscale». Si potrebbe sorridere su quel «sostanziale», e sui margini d’interpretazione che una tale scelta lessicale porta con sé: pagare «sostanzialmente» le tasse significa anche pagarle tutte, o è sufficiente superare una determinata quota?

Ad ogni modo, le accuse sono imbarazzati per un partito che della lotta all’evasione ha fatto il proprio cavallo di battaglia. È qui che entrano in scena Enrico Letta e la sua sacrosanta avversione culturale all’evasione fiscale. L’altra sera il vicesegretario del Pd ha espresso pubblicamente la «piena fiducia» in Soru, aggiungendo che «il Pd ha bisogno di lui». Verrebbe da chiedersi se il Pd ha bisogno della lungimiranza strategica e del talento politico dell’ex governatore, o non piuttosto dei suoi quattrini, che restano numerosi tanto al lordo quanto al netto delle tasse. In attesa di trovare nuovi soci (Bersani in qualche occasione ha parlato del «mondo cooperativo»), la sopravvivenza dell’Unità è legata a doppio filo a quella di Soru, che ha già dovuto accettare la defenestrazione di Concita De Gregorio e ora, giustamente, reclama la solidarietà del partito.

Tecnicamente, Soru è un «lettiano». Alle primarie fondative del Pd dell’ottobre del 2007 Letta è fra gli sfidanti di Veltroni (arriverà terzo, con l’11%, alle spalle di Rosi Bindi) e Soru sceglie di appoggiarlo nel corso di una manifestazione a Quartu Sant’Elena. «Lo appoggio - disse Soru in quell’occasione - perché l’ho visto lavorare. Perché si è comportato come uomo di governo leale, come uomo capace di ascoltare». E anche questa volta, a quanto pare, ha saputo ascoltare. Siamo alle solite: il garantismo - che è il caposaldo dello Stato di diritto - vale a sinistra soltanto a intermittenza. Quando le accuse investono un parlamentare o un ministro del centrodestra, si trasformano pressoché automaticamente in condanne; quando invece si dirigono altrove, la situazione cambia e le regole di un tempo non valgono più. Nel caso di Penati si è proceduto alla sospensione dell’indagato, così da separare il suo caso personale dal resto del partito secondo la teoria della «mela marcia». Con Tedesco una dichiarazione ufficiale a favore dell’arresto si è trasformata nel segreto dell’urna in una manciata di obiettori di coscienza sufficienti a salvarlo. Per Soru invece - almeno secondo il suo ex capocorrente Letta - non ci sono dubbi di sorta: la fiducia è «piena». Ci auguriamo che sia così. Ma l’apertura di credito deve valere per tutti: come peraltro prescrive la Costituzione.




Powered by ScribeFire.

Ecco il tariffario per le primarie Pd I clan davano 10 euro per un voto

di


Democratici nei guai: dalle carte dell’indagine emerge un "listino prezzi" per incoraggiare i napoletani ad andare alle urne. Un vero e proprio supermercato: in cambio della preferenza si poteva ottenere un sacchetto con pane, latte e carne



Napoli

Una dozzina di nomi o poco più: secondo l’inchiesta sulle primarie Pd aperta dalla Procura di Napoli sarebbero diversi personaggi legati al mondo della camorra di Miano, quartiere limitrofo a Secondigliano, ad avere gestito nel famigerato seggio di via Janfolla, le consultazioni (poi annullate) indette per scegliere il candidato a sindaco di Napoli. Il nome del clan non è un mistero: è quello dei potenti Lo Russo, famiglia con le mani in pasta dappertutto: droga, estorsioni ed ora - a quanto pare - anche in politica.

In base all’indagine condotta dal Procuratore aggiunto Rosario Cantelmo, per portare a votare il popolo del Pd nel seggio di via Janfolla, dove stravinse con 1.067 preferenze l’europarlamentare Andrea Cozzolino, di stretta fede bassoliniana (al secondo posto Umberto Ranieri, vicino al capo dello Stato Giorgio Napolitano, con appena 208 voti) furono sborsate promesse e soprattutto fior di quattrini.
Ci sarebbe stato un vero e proprio tariffario per convincere i napoletani ad andare a votare alle primare Pd. Dieci, venti euro, finanche 50 o una spesa di poche decine di euro per votare il candidato prescelto. Pane, latte, carne, yogurt in cambio di un voto, in un quartiere dove i problemi di camorra, disoccupazione, casa e spazzatura (da queste parti l’emergenza non è mai finita) sono una vera emergenza. Per i «grandi elettori», probabilmente, le promesse erano ben diverse: un posto di lavoro.

Nell’elenco stilato dalla polizia giudiziaria ci sarebbero i nomi di camorristi e galoppini del clan Lo Russo, incaricati di operare un vero e proprio rastrellamento nel quartiere, per portare la gente a votare nel seggio di via Janfolla nei giorni del 23 e 24 gennaio scorsi. Un’affluenza strana, insolita: ritmi insostenibili per consentire a tutti di poter espletare il proprio diritto a scegliere il successore di Rosetta Iervolino. L’informativa è quasi completa, qualche limatura poi verrà consegnata ai pm della Direzione distrettuale antimafia.

Le polemiche sulle primarie vinte da Cozzolino e gli scambi di accuse tra i candidati scoppiarono mentre erano ancora in corso le votazioni. Cozzolino, giova ricordarlo, si impose con uno scarto di 1.200 voti sull’ex sottosegretario agli Esteri Ranieri. Sconfitti anche l’altro bassoliniano, Nicola Oddati e il candidato di Sinistra e libertà, l’ex magistrato Libero Mancuso. E alla fine la vittoria di Cozzolino che sognava di aprire un nuovo ciclo dopo il suo capo Bassolino, non fu mai omologata. La federazione del Pd di Napoli fu commissariata: da Roma fu mandato - e da allora non è più ripartito - il commissario Andrea Orlando.

Il presidente della Regione Campania, Stefano Caldoro, ieri ha telefonato ai vertici del Pd partenopeo: «Le infiltrazioni camorristiche sono un problema comune a tutti e nessuno può pensare di mettersi in cattedra e dire: il problema è solo tuo». Ma tra i democrats la tensione è alta. L’ex parlamentare dell’ex Pds, Berardo Impegno, rilancia: «Azzeriamo il partito e cambiamo il regolamento delle primarie».

carminespadafora@gmail.com



Powered by ScribeFire.

E D'Alema fa chiudere il sexy shop sotto casa

di


Il sexy shop, aperto a settembre, èstato già chiuso. Ufficialmente perché si trova troppo vicino ad alcune scuole. Ma in molti sono convinti che a intervenire sia stato proprio Baffino




Ha aperto i primi di settembre ed è stato già chiuso. Ufficialmente perché si trova troppo vicino ad alcune scuole. Ma in molti sono convinti che a intervenire sia stato Massimo D’Alema (nella foto), che abita a pochi metri dal numero 27 di via Avezzana, quartiere Prati di Roma, dove sorge «Sex is Now». Trattasi di un sex shop di ultimissima generazione: una serie di distributori automatici di gadget a luci rosse collocati in un piccolo locale, ai quali si ha accesso inserendo la tessera sanitaria. Un luogo freddo e impersonale, che però garantisce il massimo della privacy ai clienti.

Che sembrano gradire questa formula, al punto che di «Sex is Now» ne sono già sorti altri cinque a Roma e, secondo i titolari della 4esse srl, la società che ha inventato il business, ne nasceranno a breve altri due. I sexy distributori sono stati accolti con tolleranza e indifferenza ovunque nella capitale tranne che in Prati: quartiere iperborghese impastato di perbenismo, e soprattutto pieno di residenti eccellenti. In quel pugno di vie oltre a D’Alema si segnalano il presidente della Provincia Nicola Zingaretti, eterno emergente del Pd, e il ministro della Difesa Ignazio La Russa.

Solo che il tam tam della zona garantisce che sarebbe stato Baffino a perorare la causa dei residenti di via Avezzana, che hanno investito della questione un avvocato e hanno firmato una petizione. Del resto questo ostracismo nei confronti della «sex machine» sarebbe in linea con la recente nomina a viceconte pontificio dell’ex premier e con le sue sparate contro i matrimoni tra gay.



Powered by ScribeFire.

Lo scrive il gip: la parola di Saviano è legge

di

Per motivare l’arresto di una banda di rapinatori un giudice di Monza cita nell’ordinanza un’intervista allo scrittore. A questo punto gli avvocati dovranno andare in udienza con una copia di Gomorra: è un vero e proprio paradosso




Gian Marco Chiocci - Simone Di Meo



Le pronunce della Cassazione? Sì, d’accordo, utili ma un po’ troppo aride, eccessivamente solenni. Le informative degli investigatori? Per carità, importantissime, fondamentali, ma spesso hanno un linguaggio così arido, poliziesco, da mattinale di questura. Vuoi mettere invece una bella frase di Roberto Saviano che impreziosisce l’ordine di arresto rendendolo così raffinato, così acculturato, così glamour? In una parola: unico.

Tutta un’altra cosa.

Dev’essersene accorto - per primo in Italia - un gip di Monza che sembrerebbe aver inaugurato un nuovo genere di atto giudiziario: il mandato di cattura con citazione letteraria. L’antefatto è presto detto: una banda di rapinatori napoletani semina il panico in Lombardia e in Toscana con una serie di scippi e rapine. Un bottino da 100mila euro, almeno. Agiscono in gruppo, quasi sempre. Un branco esperto. Mordi e fuggi. Aspettano i clienti appena usciti dagli istituti di credito con le tasche gonfie di contanti e li rapinano. Una tecnica che in gergo si chiama «filo di banca». Nel giro di un anno, i colpi messi a segno superano la ventina. Arrivano le prime denunce: partono le indagini, i carabinieri s’impegnano e li identificano, il pm prende atto e chiede l’arresto per tutti. Dopodiché trasferisce gli atti al giudice per l’udienza preliminare.

Il giudice legge, studia le carte, ma probabilmente non è soddisfatto della quantità e della qualità del materiale investigativo che gli è stato trasmesso. E allora che fa? Insieme alle prove raccolte dai militari dell’Arma e alla meticolosa ricostruzione dei fatti, oltre ai capi di imputazione contestati ai presunti banditi, decide di infilare nell’ordinanza di custodia cautelare una dichiarazione di Roberto Saviano, neanche fosse la sentenza di un tribunale, una decisione della Suprema Corte, un richiamo di giurisprudenza.

Una frase significativa per modo di dire, nemmeno estrapolata da un testo honoris causa ma da un’intervista concessa dallo scrittore campano al quotidiano «la Repubblica» nel lontano 8 settembre 2006, in cui parla - appunto - del «filo di banca». Spiegando: «Il filo di banca è la più sofisticata: si aggancia la persona allo sportello, quella che ha prelevato più soldi, si lancia l’allarme con il telefonino ai complici e la vittima viene pedinata fino a una strada tranquilla. A quel punto non servono neanche le armi: quasi sempre basta la minaccia per farsi consegnare i soldi».

Questa frase è riportata, nero su bianco, nell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip. Ma a leggere e rileggere il documento, ci si chiede: che c’azzecca Saviano? La tesi accusatoria è forse più credibile se è compatibile con quanto dichiarato dalla star antimafia anticlan dei casalesi? Il pubblico ministero non ha spiegato bene la dinamica delle rapine e il gip ha ritenuto di dover ricorrere alla sapienza dell'Autorità Massima in tema di criminalità per facilitare la comprensione dei fatti? A questo punto, che devono fare gli avvocati che si stanno occupando dell’inchiesta, i penalisti Maria Grazia Padula, Aldo Egidi e Licia Sardo? Dovranno portare in udienza, oltre al codice di procedura penale e al codice penale, pure una copia del bestseller Gomorra, così, giusto per non fare la parte degli ignoranti?

Con quest’innovazione giuridica nessuno potrà più dire che ci sono giornalisti che copiano pari pari dai giudici per scrivere paginate di verbali e tomi in materia giudiziaria. Ora ci sono i giudici che copiano dai giornalisti, e che però - va detto - citano le fonti. Questo fa la differenza con Saviano, noto per il «copia e incolla» in Gomorra degli articoli di cronaca nera scritti da cronisti di strada meno noti di lui, e da lui non citati.




Powered by ScribeFire.

Lavitola scende dal volo di Stato

Corriere della sera
Il video si riferisce alla visita del premier a Panama del 29 e 30 giugno 2010

Una tassa in più per i senatori di 0,52 euro

Satellite Nasa è precipitato a terra frantumandosi sull'oceano Pacifico

La magica storia della gatta Willow Scompare in Colorado, riappare a New York

Il Tempo

La magica storia della gatta Willow. Scompare in Colorado, riappare a New York



È un mistero come il felino, scappato cinque anni fa, sia potuto sopravvivere e viaggiare per 2500 chilometri. Il riconoscimento grazie al microchip impiantato sottopelle.

Un gatto di strada Quando la gatta Willow è sparita cinque anni fa nel Colorado, i suoi padroni hanno creduto che l'avesse mangiata un coyote. Si scopre solo oggi che il felino non è mai stato nel menu di un predatore: la gatta è ricomparsa come per magia a New York, a oltre 2.500 chilometri dalla sua casa. Jamie Squirs, il marito Chris e i figli Lauren, Jack e Shelby hanno riabbracciato oggi Willow in un hotel di New York. Come la gatta sia riuscita a sopravvivere per tutti questi anni e soprattutto come sia riapparsa a New York rimane un mistero. Jamie Squirs, intanto, spera di raccontare la storia che sa di magia in un libro per bambini. 

LA PROVA DEL MICROCHIP Willow era sparita quando un muratore aveva lasciato la porta aperta della casa degli Squirs durante lavori di ristrutturazione. La famiglia aveva appeso manifesti e scritto messaggi online in cerca del felino, ma senza successo. Dopo alcune settimane si erano rassegnati e pensavano che Willow avesse avuto qualche brutto incidente. Il riconoscimento è stato possibile grazie a un microchip impiantato sottopelle quando la gattina era ancora un cucciolo.



23/09/2011




Powered by ScribeFire.

La fish route e i due Kosovo

La Stampa


A nord i serbi a sud i kosovari albanesi. A nord gli ortodossi, a sud i musulmani.
FRANCESCO SEMPRINI

La «Fish Route», la via che unisce Pristina a Mitrovica, è a tratti buia e dissestata, si procede a passo lento anche perchè possono capitare imprevisti di ogni genere. Il nome è stato dato dagli americani in base ai criteri seguiti dalla toponomastica da missione, ovvero quella usata per ribattezzare strade e piazze di un teatro dove operano.

Servono nomi semplici, chiari, facili da ricordare e funzionali alla comunicazione in codice. Questo è uno dei tanti. La Fish si estende per circa 40 chilometri, un tratto di territorio dalla conformazione omogenea ma che delimita un confine ben preciso una linea di demarcazione etnica, religiosa e politica.

A nord i serbi a sud i kosovari albanesi. A nord gli ortodossi, a sud i musulmani. A nord chi non vuole la repubblica indipendente del Kosovo a sud chi ne è stato l’artefice. Il tutto in un «melting pot» di razze e credo che contraddistingue questa regione dei Balcani. Le ultime tensioni nascono da questioni commerciali ma sottintendono in tutta la sua essenza il risentimento di una buona parte della popolazione serba, il 95% nella parte del nord.

Dal giorno dell’indipendenza e da quando Pristina ha utilizzato un nuovo timbro per le merci destinate oltreconfine che non aveva più la dicitura Unmik ma Repubblica del Kosovo, la Serbia ha bloccato l’import dalla vicino. Alla fine di luglio il neonato stato ha deciso di applicare dopo due anni di traffici non ufficiali, la reciprocità e ha inviato alcune forze speciali della polizia (Rosu) al confine.

Una prova di forza inaccettabile per l’enclave serba sfociata in scontri e un morto, un poliziotto kosovaro di origini albanesi, e alcuni check point dogananali presi d’assalto o dati alle fiamme e l’erezione delle prime barricate. La Kfor ha dichiarato i valichi di frontiera zona militarizzata assumendone il controllo per evitare l’escalation delle violenze.

Uno spiraglio di distensione è giunto ai primi di settembre, con un’intesa di massima sui timbri e sulla ripresa degli scambi. Ma alla metà del mese l’arrivo in zona di frontiera di doganieri kosovari del sud elitrasportati per evitare barricate o pericoli ha dato fuoco alle polveri. La reazione dei Serbi non si è fatta attendere e la rabbia è montata da Mitrovica in su con manifestazioni, sassaiole contro i mezzi Kfor ed Msu, e l’erezione di nuove barricate divenute il simbolo della protesta.




Powered by ScribeFire.

Ma quanto è dura la vita dell’intercettatore Ecco chi sono gli spioni e come lavorano

di


Un mestiere alienante e pericoloso: per chi origlia al telefono il margine di errore è altissimo. Sei ore consecutive in sala ascolto senza alcun confronto coi superiori. Forti rischi di cantonate: spesso gli innocenti pagano più dei criminali




C’è una solitudine peggiore di quella dei sordi. È quella di chi passa la propria giornata in silenzio, ad ascoltare, in cuffia, la vita altrui. Per poi spifferarla al magistrato di turno. È la solitudine dell’intercettatore. Una solitudine piena di dubbi: «Avrò capito bene? Stava parlando di biscotti o di droga? Di droga, altrimenti perché il gip avrebbe concesso l’autorizzazione a intercettare... E se fossero biscotti?».

L’intercettatore tutto questo se lo tiene dentro. È giovane, spesso è l’ultimo arrivato, la sala intercettazioni è considerata una gavetta. Con il tuo partner non puoi confidarti, con il tuo superiore neppure («Devi essere sicuro di quel che senti, cosa sono questi dubbi?» è la risposta standard).

In sala intercettazioni, che per legge deve stare in Procura, si fanno turni di sei ore, senza pause. Non ci sono cabine, è un open space: si può ingannare l’attesa parlando con qualcuno. Ci sono due registratori, forniti da ditte private. Uno è blindato e non si sposta mai. L’altro, quando la sala intercettazioni viene «remotizzata» altrove, per esempio in Questura, segue l’intercettatore, che può usare mandare avanti o indietro il registrato. Una volta erano su bobina, oggi sono hard disk.

Ore di noia. Spesso c’è da ascoltare solo il fruscio delle apparecchiature. La scarica di adrenalina, il «vero caffè» come lo chiamano gli intercettatori, è quando qualcuno telefona. L’apparecchiatura indica il numero di chi chiama e l’ora. L’intercettatore, in quell’istante, indossa le cuffie oppure tiene l’audio aperto, aggiusta il volume, agguanta brogliaccio e penna. Non trascrive la telefonata. Sul brogliaccio ci sono nomi e parole chiave dell’indagine e uno spazio per rapidi appunti.

L’intercettatore ascolta banalità sconcertanti. Tra marito e moglie, tra marito e amante, tra intercettato e commercialista. Tra indagato e colluso. Nell’ultimo caso le sue orecchie fremono: «Biscotti o droga?». E come può dirlo l’intercettatore? La direttiva è di affidarsi a contesto e vocabolario, quasi mai all’intonazione della voce. L’interpretazione è istintiva. Si cerca di cogliere, come quando si seguono le intercettazioni in lingue straniere, le cosiddette «parole innesco».

La possibilità di errore è notevole, come nel caso di Yara Gambirasio («Dio, fa che risponda!» fu tradotto «Allah, perdonami, non lo uccisa io!»). Spesso, «per continuare a lavorare», l’interprete civile asseconda il sentire dominante del magistrato. È il motivo per cui, sovente, la difesa riesce smontare a processo l’accusa, facendo ascoltare in aula l’audio dell’intercettazione. «Abbiate pazienza, vostro onore, l’imputato ha detto “ti uccido!” ma aveva il sorriso nella voce!».

Se ascolta qualcosa di grave, l’intercettatore deve avvisare il superiore, che scrive subito un verbale per il pm, il quale dovrebbe ascoltare l’intercettazione e decidere. In pratica, però, l’ufficiale finisce con l’avallare l’interpretazione dell’intercettatore e riferisce al pm (il verbale lo porterà più tardi), pm che è già quasi convinto di suo, avendo autorizzato l’operazione. Un gioco a incastri che combaciano perfettamente, per pigrizia o conformismo. Per legge, è solo il pm che dovrebbe «interpretare» le intercettazioni, in realtà è il nostro intercettatore di gavetta a decidere se quel che sente è «utile», «rilevante», «inutile». È il percorso che, secondo alcuni esperti, sta trasformando il caso Parolisi nell’ennesima tragedia giudiziaria: dove le intuizioni partite dal basso sono confermate solo da altre intuizioni. Come dire: in Italia rischiano molto di più le persone per bene se qualcuno «le punta», che un vero criminale.

Alla fine dell’indagine le intercettazioni non vengono trascritte, ma riassunte da un ufficiale. È questo brogliaccio che arriva al pm. È il momento degli errori. Il pm, avendo sottomano un riassunto, non valuta i fatti, ma un coacervo di interpretazioni. Di cui dovrebbe già stralciare le parti riguardanti la vita privata degli intercettati, per portare a un eventuale processo quelle incriminanti. Da dove arrivano allora quelle minuziose intercettazioni che stanno asfissiando i nostri quotidiani?

Quando finisce un’indagine, la ditta privata che ha fornito le apparecchiature «estrae» le registrazioni dai computer e le riporta su cd. Il pacco - sigillatissimo e con numero di protocollo - arriva alla cancelleria della Procura. Improbabile la fuga di notizie avvenga qui. Più spesso, è la ditta privata che ha delle falle: chi vi lavora può addirittura chiedere in remoto alle Procure una copia dei file audio. Prima del processo il pm può ordinare la trascrizione pedissequa delle intercettazioni: di solito viene affidata a ditte civili, altra situazione ideale per una fuga di notizie. I trascrittori che vi lavorano dovrebbero aver seguito corsi di fonetica forense, per cogliere correttamente «la punteggiatura nella voce». Spesso non è così. L’arbitrarietà delle virgole, come degli arresti, è totale.

Powered by ScribeFire.