domenica 25 settembre 2011

Coca cola vs Pepsi:è guerra per la «bottiglia sinuosa»

Corriere della sera

La prima accusa la seconda di averle copiato il design. La vicenda finisce al tribunale di Melbourne



MILANO

Copiare è bello - e se la formula si rivela vincente perchè non provarci? La guerra è scoppiata in Australia. Presto potrebbe rimbalzare in America e in Europa. La disputa potrebbe avere conseguenze a livello globale. Ancora una guerra a colpi di carta bollata tra gli storici rivali delle bibite gassate, la superpotenza mondiale Coca-Cola e la concorrente di sempre, la Pepsi. Coca-Cola ha fatto causa a Pepsi per la sua nuova bottiglia curvilinea. È «sostanzialmente identica o ingannevolmente simile» a quella oramai leggendaria che esce dalla fabbrica di Atlanta, accusa Coca-Cola. La posta in gioco è la supremazia nel mercato mondiale delle bibite.

DISPUTA - Da un parte c’è il gigante Pepsico (Pepsi, Gatorade, Tropicana), dall’altra il colosso Coca-Cola-Company. Le due multinazionali combattono una battaglia infinita. Stavolta l’oggetto del contendere è la nuova bottiglia in vetro messa in produzione da Pepsi. Che ricorda fin troppo quella storica della Coca-Cola, la contour. La questione è arrivata davanti alla Corte federale australiana di Melbourne, ha rivelato domenica il quotidiano Sunday Telegraph. La prima udienza si sarebbe tenuta già il 15 settembre scorso, tuttavia, le due società non hanno voluto rendere pubblica la battaglia legale. Poco chiaro rimane per ora il motivo per il quale Coca-Cola abbia scelto di depositare la querela in Australia e non negli Stati Uniti.

CONTOUR - La società di Atlanta accusa il suo rivale Pepsico di violazione del marchio e condotta fraudolenta. Chiede un risarcimento danni per un importo che ancora non è stato reso noto. Ma potrebbe aggirarsi su diverse centinaia di milioni di dollari. Da quasi 100 anni Coca-Cola vende la sua bibita gassata nella tipica bottiglia, chiamata contour, con la forma sottile e sinuosa. Il prototipo fu brevettato nel 1916, Coca-Cola ne acquistò i diritti nel 1937 e appena nel 1960 l'Ufficio Brevetti americano considerò la contour un vero e proprio trademark, di proprietà della Coca-Cola Company, proteggendo questo oggetto dalle imitazioni. La società di Atlanta controlla in Australia circa il 70 per cento del mercato delle bevande a base di cola. Elmar Burchia

25 settembre 2011 16:16



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Messico, la strage dei blogger

Corriere della sera

I narcotrafficanti uccidono chi scrive in rete contro di loro. Ma anche la stampa tradizionale è nel mirino



I due blogger trovati appesi a un ponte
I due blogger trovati appesi a un ponte
WASHINGTON – Marisol Macias Castaneda era conosciuta come “la ragazza di Laredo” e faceva la giornalista nel giornale messicano “Primera Hora”. E’ stata sequestrata e decapitata dai narcos che hanno lasciato accanto al suo cadavere un messaggio: “Per coloro che non vogliono credere, questo è accaduto per le mie azioni, perché credo nell’esercito e nella Marina”. Sotto la firma dei Los Zetas. Per la polizia la donna è stata assassinata in quanto scriveva su un social network – “Nuevo Laredo en vivo” - che raccoglieva le segnalazioni sui banditi da parte dei cittadini e lei stessa “postava” informazioni sulle organizzazioni criminali presenti nella regione al confine con il Texas.

DUE BLOGGER UCCISI - L’assassinio di Marisol segue quello di altri due blogger trovati torturati e appesi ad un ponte di Nuevo Laredo. I loro assassini li hanno accusati di collaborare con le autorità perché – come la donna – frequentavano i social network dedicati al crimine. Da quando in Messico è esplosa la narco-guerra, sono diversi i siti pronti a raccogliere le soffiate sulle attività delle gang. Alcuni sono legati al mondo dei media, altri sono gestiti dalla Procura, altri ancora hanno origini meno chiare. Non appena si è sparsa la notizia dell’omicidio di Marisol, in molti hanno inviato messaggi per esprimere solidarietà con la vittima ma pochi hanno espresso sorpresa. Uno ha scritto: “Ragazza, perché ti non sei comprata una pistola?”. La grande popolarità dei blog è legata anche alle difficoltà della stampa tradizionali. I giornalisti sono oggetto di minacce, ci sono stati attacchi contro le sedi di quotidiani e tv e solo quest’anno sono stati assassinati 8 reporter (74 dal 2000). Una situazione complessa segnata lo scorso anno da un episodio clamoroso: il direttore di un giornale ha scritto un fondo chiedendo ai narcos una tregua e quali notizie poter pubblicare.

MUNDONARCO - Alcuni blog, oltre a informare, sono diventati – in modo più o meno consapevole - lo strumento della propaganda dei cartelli in quanto mettono in rete tutto ciò che ricevono. “Mundonarco”, tanto per citarne uno, pubblica foto e video dove sono documentate le crudeltà come gli omicidi delle gang. Materiale che può arrivare dalla polizia ma soprattutto dagli stessi autori dei massacri. Appena 24 ore fa è apparso un filmato dove si assiste alla decapitazione di due uomini con una motosega e un coltello. Per questo, quando sono stati trovati i cadaveri di due “twitteros” qualche esperto di crimine – specie negli Usa – ha mostrato cautela sul movente. Il fatto che i narcos sostengano che li abbiano uccisi per le delazioni fatte, affermano, non significa che sia quella la vera ragione.



Guido Olimpio
25 settembre 2011 14:21



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Svolta storica in Arabia Saudita, diritto di voto e di elezione per le donne

Corriere della sera

L'annuncio di re Abdullah: potranno far parte della Shura del regno a partire dalla sua prossima sessione



MILANO - Il re d'Arabia saudita Abdullah bin Abdul Aziz ha annunciato oggi che le donne entreranno a far parte della Shura (il Consiglio consultivo) del regno a partire dalla sua prossima sessione e che potranno candidarsi alle prime elezioni municipali che seguiranno quelle del 29 settembre, per loro ancora vietate, e che potranno esercitare regolarmente il diritto di voto.

IL DISCORSO DEL RE - «Dato che rifiutiamo di emarginare le donne in tutti i ruoli della società che sono conformi alla sharia - ha affermato il monarca nel suo intervento - abbiamo deciso, dopo consultazioni con i nostri consiglieri religiosi e con altri di inserire le donne nella Shura come membri a partire dalla prossima sessione». «Le donne - ha aggiunto - potranno candidarsi alle elezioni municipali e avranno anche il diritto di voto». Nel regno wahhabita ultranconservatore le uniche elezioni che si svolgono sono quelle municipali. Le prossime sono previste il 29 settembre ma a queste le donne ancora non potranno partecipare. Quelle che seguiranno dovrebbero svolgersi fra quattro anni.

DIRITTI NEGATI - La concessione del diritto di voto e di elettorato è un passaggio estremamente significativo in un Paese in cui le donne non possono viaggiare, lavorare o subire interventi medici senza il permesso di un maschio della propria famiglia e a cui non è permesso in assolto guidare un'automobile. La metà dei 285 seggi dei consigli municipali è elettiva mentre l'altra meta è di nomina del governo. Il Majlis al Shura aveva raccomandato di autorizzare il voto alle donne ma non di candidarsi alle prossime elezioni locali che si terranno fra quattro anni, secondo fonti ufficiali. Un gruppo di una sessantina di intellettuali sauditi avevano lanciato nei giorni scorsi una mobilitazione attraverso la Rete per il boicottaggio delle elezioni in segno di protesta per la mancata attuazione del suffragio universale già in questa tornata.



Redazione Online
25 settembre 2011 15:01



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Cambia sesso e il giudice impone il divorzio: ricorso in Cassazione

Il Resto del Carlino

Il caso di Alessandra Bernaroli

"Speriamo di smontare pezzo dopo pezzo la sentenza della Corte d'Appello di Bologna"




Alessandra Bernaroli
Alessandra Bernaroli

Modena, 25 settembre 2011



Non si arrende
il marito che ha deciso di cambiare sesso ma non di lasciare sua moglie. Alessandra Bernaroli, 40 anni e un passato alle spalle da Alessandro con tanto di matrimonio in Chiesa, e’ pronto a dichiarare ancora “battaglia”.

“Abbiamo depositato
ricorso in Cassazione - annuncia - e speriamo di smontare pezzo dopo pezzo la sentenza” con cui la Corte d’appello di Bologna ha sciolto la sua unione. “La nostra speranza - confida - e’ che l’udienza in Cassazione venga fissata in tempi molto brevi, anche perche’ non e’ certo piacevole vivere in uno stato di cosi’ grande incertezza riguardo alla propria condizione matrimoniale. Siamo nell’impossibilita’ di prendere qualunque decisione riguardo al nostro futuro. Speriamo nel giusto riconoscimento del nostro diritto, ma saremo pronte, nel caso le cose non dovessero andare come speriamo, anche ad adire la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo”.

"Non ci sto -
assicura - a rinunciare al mio matrimonio". Quello deciso dalla Corte d'appello di Bologna, "e' un vero e proprio divorzio di Stato - accusa - Ma io non mi arrendo, nonostante questa vicenda stia minando il rapporto tra me e mia moglie. Non vogliamo divorziare, non lo abbiamo mai voluto - assicura - ma e' quel che sta tentando di farci fare lo Stato".

La vicenda
di Bernaroli e di sua moglie e' destinata a fare giurisprudenza. Si tratta, infatti, del primo caso del genere in Italia. La coppia si era rivolta al Tribunale dopo che Bernaroli, dipendente della Banca popolare dell'Emilia Romagna e attivista dell'associazione Rete Lenford, aveva ottenuto il cambio di sesso sulla propria carta d'identita', ma per avere il documento nuovo si era fatta stilare uno stato di famiglia in cui la coppia risultava separata pur abitando sotto lo stesso tetto.




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I bambini perduti d'Albania murati in casa per sfuggire alle faide

Corriere della sera

Dal 1991 a oggi sono 10 mila le vittime delle rappresaglie fra clan, in ossequio ad un'antica e cruenta tradizione


SCUTARI (Albania) - Due fratelli di 17 e 15 anni, Darjan e Vladimir (nomi fasulli sotto cui si celano autentiche persone) hanno trascorso l'infanzia e l'adolescenza barricati in casa e non ne sono mai usciti neanche per andare a scuola. Un totale, quasi disumano isolamento dovuto solo in parte alla decisione dei genitori di risparmiare ai figli il contatto prematuro col mondo degli adulti, una comunità particolarmente rissosa e violenta.

Ma non si tratta di un caso isolato. In questi ultimi anni si è fatta sempre più fitta l'emigrazione dei montanari albanesi che, abbandonati case, stalle e ovili sulle alture della regione settentrionale, sono scesi a valle in cerca di lavoro e di pace. Soprattutto di pace. Perché lassù la vita è tutt'altro che idilliaca. L'intero territorio è conteso dalle faide sanguinose di 20 mila famiglie - l'una contro l'altra armate - che dal 91 ad oggi hanno causato la morte di quasi 10 mila persone e impedito a più di mille bambini di imparare l'alfabeto.

I bambini perduti d'Albania murati in casa per sfuggire alle faide

La carneficina è cominciata una notte d'estate del duemila in un villaggio di montagna con una rissa d'osteria quando, secondo la testimonianza di un giornalista inglese, un ubriaco - certo Pellumb Morevataj - sparò a un compagno di bisboccia che aveva insultato la sua famiglia, uccidendolo. Negli anni successivi una serie di vendette e controvendette fece altre vittime, tra cui lo stesso Pellumb e i suoi fratelli poiché sta scritto nel Kanun (il codice del 1400 che copre e regola, in Albania, tutti gli aspetti dell'esistenza) «il sangue deve essere pagato col sangue».

Anche nelle copie più recenti del libro, apparse all'inizio del ventesimo secolo, il Kanun sostiene la necessità di mantenere la tradizione della vendetta mentre al tempo stesso viene incoraggiato ogni tentativo nel processo di riconciliazione nazionale, affidato ai cosiddetti Moderatori cui spetta il compito di avviare approcci pacifici tra le due parti con «rituali - scrive un giornale con macabra ironia - dove si bevono bicchieri di brandy, misto al sangue degli uni e degli altri».

Uno di questi mediatori, Alexander Kola, si è dovuto occupare un giorno di un caso che non comportava certo una vendetta mortale: l'uccisione di un gelataio che s'era rifiutato di vendere un cornetto a un bambino. «Per fortuna - dice - questi eventi barbarici sono in diminuzione. Oggi si parla meno di vendetta e assai più di riconciliazione. La gente deve tornare allo spirito del Kanun, che viene dal cuore e si diffonde soprattutto nella nostra provincia: per noi, chi uccide un compagno uccide se stesso. Durante gli anni della dittatura non ci furono vittime perché Hoxha aveva bandito la tradizione della vendetta, che è riemersa, ma più timidamente, dopo la sua morte».

Davanti al mio albergo, al centro della città, si erge la cupola di una moschea mentre appena più in là, a un chilometro circa di distanza, svetta il campanile di una chiesa cattolica: e così, appena sveglio, puoi ascoltare contemporaneamente il canto dei muezzin e i rintocchi delle campane, due linguaggi che non riescono mai a fondersi. «In realtà - commenta Kola - esiste nel Paese una buona armonia nel rapporto tra cristiani e musulmani».

A soffrire punizioni, persecuzioni e vendette non sono soltanto gli autori del crimine ma, quando ve ne siano, i parenti maschi della famiglia ritenuta responsabile: come infatti è accaduto a Samir Zizo, fratello di Sheptim, condannato all'ergastolo per aver violentato e ucciso una ragazzina di 10 anni, che trascorre i suoi giorni in una vecchia fabbrica sovietica di Tirana, da tempo inattiva. Solo, depresso, con il cervello e lo stomaco che funzionano ormai a scartamento ridotto, ha ammesso che preferirebbe essere rinchiuso in carcere come Samir: ma la sua richiesta di perdono o, quanto meno, di cambiamento e riduzione della condanna è stata freddamente respinta dalla famiglia della vittima.

Il dramma dei fratelli Darjan e Vladimir, barricati in casa e incollati alle facezie del televisore da mane a sera, è condiviso in Albania da legioni di alunni e studenti che faticano a conseguire un semplice attestato, per non parlare di diploma o di laurea. È quanto emerge dalla conversazione col vicepreside della scuola di Bardhaj, Leke Pjetri, che ha dedicato gran parte della sua vita all'insegnamento, elementari e medie: «Sono tante le famiglie che non mandano i figli a scuola - esordisce - per il timore che vengano aggrediti o rapiti dagli uomini dei clan famigliari più violenti.

Di conseguenza, il ministero ha deciso che tocchi agli insegnanti andarli a trovare nelle loro case. È ciò che io stesso faccio gratis con mia moglie, mia figlia e gli altri maestri. Con gli alunni non parliamo mai del fenomeno delle vendette. È una cosa mostruosa e non capirebbero». Non sorprende che sulle pareti nude dell'aula sia stato tracciato a lettere cubitali il messaggio che Pjetri ha impartito ai suoi 15 ragazzi perché lo trasmettano ai genitori, soffocati nell'indifferenza: «Sì alla vita, no alle vendette».

Messaggio che senti vibrare con intensità in una casetta di Tropoja, un villaggio di montagna raggiungibile in sei ore di macchina lungo una strada tortuosissima, tutta sassi e curve. Ci attende Sokol, un vecchietto di 78 anni, alto e un po' curvo, una matassa compatta di capelli bianchi, il pigiama a righe, il sorriso e la parola di chi non è vissuto invano. «Mi uccisero il papà quando avevo due anni e mezzo - racconta - , esperienza che ha ferito mortalmente la mia infanzia: ma, allo stesso tempo mi ha arricchito nello spirito ed ero ancora un adolescente quando maturai la decisione di impegnarmi nella lotta per fermare il ciclone delle vendette, diventando uno dei Mediatori. Un'altra grande sofferenza avrebbe però turbato la mia vita: quando ammazzarono mio figlio, una cosa atroce che mi è difficile perdonare nonostante l'impegno assunto nel processo di riconciliazione. Ma non poche famiglie mi hanno chiuso la porta in faccia. Grazie anche alla collaborazione del prete e dell'Imam, cioè di cattolici e musulmani, sono riuscito talvolta a combinare incontri tra famiglie dichiaratamente nemiche, a farle sedere allo stesso tavolo e a far loro mangiare il pane del perdono».

In quanto ad Enver Hoxha, il giudizio è netto e tagliente: «Durante il suo "regno" - sentenzia Sokol -, mentre il Kanun e la Bibbia venivano messi al bando, è stato l'unico dittatore a sopprimere la tradizione delle faide e delle vendette. Non ha fatto nient'altro di buono, che io sappia». Toccherà agli storici intervenire sulla valutazione del suo mandato: ma il fatto che la salma sia stata rimossa dal cimitero degli eroi per essere risepolta in un comune camposanto stimola qualche suggerimento. A questo punto, Sokol mi mostra un ritratto con dedica di Madre Teresa di Calcutta con un sorriso d'orgoglio e venerazione, come volesse sottolineare che eroismo e santità sono una merce molto rara.

Come poi il dio della vendetta abbia potuto abbattere in pieno giorno un uomo alieno alle faide quale il pastore evangelico di nome Tani, 34 anni, ce lo spiega la moglie Elona, trentenne, che incontriamo nella sede della Congregazione religiosa del defunto sposo: «Tre anni fa - racconta - lo zio di mio marito uccise un uomo e da quel momento tutti i suoi parenti - 24 uomini - e i bambini maschi scomparvero dalla circolazione e si rifugiarono per 6 mesi in un luogo segreto. Tani era da tempo impegnato nella lotta contro le vendette del sangue, un movimento che aveva adottato come parola l'ordine Fjala e Krishtit, la parola di Cristo». Tornato dall'Inghilterra dopo un paio di mesi (mentre aveva progettato di trascorrervi tre anni) Tani decise di uscire allo scoperto per continuare la sua battaglia contro le vendette del sangue, che per il governo albanese «non esistevano». «Quella mattina - prosegue la vedova - era uscito dal locale della Congregazione per andare a prendere a scuola in macchina i nostri bambini. Lo ammazzarono nel centro di Scutari». Quanto segue ha un risvolto meno brutale. «Tani - ha poi rivelato Elona - aveva parlato con suo fratello, al quale aveva detto testualmente: "Se mi uccidono, non voglio che mi vendichiate. È chiaro?". E tre giorni dopo il delitto, il fratello mantenne la promessa e dichiarò solennemente che non l'avrebbe vendicato. All'assassino vennero inflitti 16 anni di detenzione, ma la gente tiene ancora nel cuore il messaggio del mio sposo, che li incita a desistere dalla vendetta».

Sfuggono ad ogni verifica i dati e la quantità dei nuclei famigliari tuttora coinvolti nelle faide di sangue, che in Albania sarebbero più di 3 mila, mentre Alexander Kola riduce il totale a 1.400. A Scutari, secondo la valutazione di Simone, che presiede la casa-famiglia della comunità Papa Giovanni XXIII, sono circa una sessantina le famiglie su cui gravano tuttora le minacce di vendetta, anche se per il sindaco della città «è un problema di cui non si deve parlare perché non esiste».
Per Luigi Mila - segretario generale della Commissione di Giustizia e Pace albanese - «le faide di sangue sono un fenomeno tipico delle società in cui la legge non è abbastanza forte e pertanto la famiglia e i rapporti tra parenti costituiscono la fonte principale dell'autorità». Due, secondo lui, potrebbero essere le soluzioni: la prima, a lungo termine, informando dettagliatamente la popolazione sulla vastità e complessità del problema; la seconda, a breve scadenza, con l'arresto e la punizione immediata delle persone responsabili di questo genere di crimini. «Si tratta di un fenomeno - precisa Mila - che affonda le proprie radici in tempi remoti, fino a duemila anni fa, come risulta da documenti storici, quale il codice di Lek Dukagjin».

Atterrito dalla totale incompetenza sull'argomento storico-scientifico, trovo rifugio nell'abitazione di una gentile signora che finisce per raccontarmi la sua storia: per la verità del tutto simile alle tante che ho raccolto nel mio breve pellegrinaggio sulle montagne albanesi. Il suocero messo in galera per quattro mesi che se ne esce dopo quattro anni; il fratello del marito che uccide l'uomo che lo ha denunciato; il marito che non esce più di casa per paura d'essere ammazzato; lei che ogni giorno deve accompagnare i figli a scuola, di dodici e sette anni, altrimenti proprio non ci vanno.
Ed ecco infine l'ultimo lamento per la donna albanese, considerata dal sacro codice «come qualcosa di superfluo in famiglia», che se ne sta quasi sempre chiusa in casa anche se il Kanun non glielo impone e, deprivata com'è di qualsiasi diritto, a differenza del più miserabile dei maschi, non è neanche degna del martirio.


Ettore Mo
25 settembre 2011



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Barcellona dice addio a matadores e tori Stasera l'ultima corrida, poi scatterà il divieto

di


La regione ha detto addio alla tradizione popolare e il divieto sarà effettivo dal primo gennaio 2012. Nel 2010 i deputati del Parlamento locale votarono per abolirla, spinti dalla raccolta firme degli animalisti in protesta contro la tauromachia. Stasera in ventimila al Monumental di Barcellona diranno addio a una delle tradizioni più celebri della città catalana





Barcellona - Per la Catalogna sarà l'ultima volta. Oggi è il giorno dell'ultima corrida a Barcellona. Dopo i fan dovranno accontentarsi di vederla in tv. L’ultimo spettacolo in cartellone - con José Tomas, uno dei matadores più apprezzati dagli specialisti - andrà in scena infatti questa sera nella Plaza Monumental di Barcellona, attesi ventimila spettatori. Poi, dal primo gennaio, giorno in cui entrerà in vigore la messa al bando della Fiesta Nacional, ovvero la corrida, non ci saranno più matadores in giro per la Rambla. La legge che proibisce la corrida in Catalogna era stata approvata l’anno scorso dal Parlamento regionale con 68 voti a favore, 55 contrari e 9 astenuti: il voto era arrivato dopo la presentazione di 140.000 firme raccolte in 120 Paesi da parte della Società Mondiale per la protezione degli animali. All'apparenza può sembrare un passaggio epocale nella cultura catalana e spagnola da sempre abituata a partecipare alle corride. In realtà già da tempo le corride hanno perso il loro pubblico. Infatti la Catalogna non è la prima regione a mettere fuori legge la tauromachia: già le Canarie vietarono le corride nel 1991, ma nelle isole non se ne svolgeva una da un decennio.



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Il principato di Filettino ora fa proprio sul serio: vogliamo gestire l' acqua

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Si è auto-proclamato principato solo ieri. Già da oggi combatte con lo Stato per ottenere la gestione diretta delle risorse idriche




Frosinone - Neanche è nato ed è già sul piede di guerra. Il principato di Filettino, piccolo comune del frusinate, che ieri si è auto-proclamato autonomo con tanto di assemblea costituente, comincia già a rivendicare i suoi diritti. Il comune ospita uno dei più grandi bacini idrici d'Europa. Le sue acque arrivano sino Roma dando riosorse idriche a buona parte della capitale e a 50 comuni della provincia. Ma al comune ciociaro ciò non garantisce alcun introito e vantaggio economico. Così dopo essersi distaccati per protesta dal territorio nazionale, adesso gli abitanti del piccolo paese vogliono gestire il loro "tesoro idrico".

"Chiediamo subito un tavolo di confronto con il governo nazionale e regionale - dice il sindaco Luca Sellari - allo scopo di chiarire, una volta per tutte, determinate situazioni. Non condividiamo che il demanio abbia rapporti con i privati. Come comune - aggiunge il primo cittadino - siamo obbligati a mantenere pulite le sorgenti, fare manutenzione lungo i percorsi e siamo responsabili di ciò che accade sul territorio, ma demanio non ci riconosce nulla. Da questa situazione non otteniamo niente e vogliamo confrontarci con lo Stato".

E il sindaco è determinato ad andare avanti nella sua battaglia. "Vogliamo che lo Stato ci riconosca qualcosa e si metta intorno a un tavolo a ragionare con noi,-prosegue Sellari-. Il futuro dell’acqua a Filettino è uno dei temi più sentito dagli abitanti del paese montano che vuole diventare un porto franco per creare nuove condizioni di crescita sociale ed economica".

E ad aiutare il piccolo comune c'è anche l'avvocato Carlo Taormina che segue l’iter per portare il paese verso l’autonomia economica e amministrativa. "La riappropriazione delle risorse - aggiunge Taormina - riguarda soprattutto lo sfruttamento dell’acqua. È stata questa la principale ragione che ha portato alla nascita del principato". La battaglia sarà lunga ma dopo il principato a filettino sono pronti magari a fare un esercito che combatta, coem si usava a scuola, solo con palloncini pieni d'acqua...




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Come in un film di 007 Scoperta in Sardegna fabbrica di penne-pistola

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I carabinieri ganno scoperto a San Sperate un laboratorio in cui venivano fabbricate penne che sparano proiettili. L'arma supera i controlli di sicurezza negli aeroporti



Come in un film di James Bond. Un attrezzato laboratorio specializzato nella fabbricazione di penne-pistola, in grado di superare i controlli di sicurezza negli aeroporti e sparare proiettili calibro 22, è stato scoperto dai Carabinieri a San Sperate, il paese del cagliaritano noto per i suoi murales e i suoi artisti. L'operazione sarebbe nata dopo la scoperta di una penna in tasca ad un pregiudicato fermato per un controllo. Apparentemente simile ad una normale penna a sfera col meccanismo a scatto si è rivelata, ad un controllo più accurato una "pistola". Durante le perquisizioni domiciliari i Carabinieri di San Sperate e della Compagnia di Iglesias hanno scoperto il laboratorio e un autentico arsenale di penne-pistola pronte ad essere piazzate sul mercato clandestino




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Cartello tra assicurazioni: il consumatore è risarcibile

La Stampa

Lo scambio sistematico di informazioni tra compagnie assicurative, che comprende dati sensibili e che comporta un aumento illecito dei premi, costituisce intesa orizzontale in violazione delle norme sulla concorrenza: i consumatori hanno diritto al risarcimento dei danni. Lo stabilisce la Cassazione (sentenza 10211/11).



Il Caso


Un largo numero di imprese per l'assicurazione auto si sono accordate per scambiarsi informazioni commerciali relativi alle polizze, producendo un aumento dei premi: per l'Autorità garante ciò va contro le norme che tutelano la concorrenza e, per questo, ha emesso un provvedimento sanzionatorio. Un consumatore, allora, si è rivolto al Tribunale chiedendo la condanna della Compagnia con la quale era assicurato al risarcimento dei danni subiti. Contro la sentenza della Corte d'Appello di Salerno, che ha confermato la condanna, ha proposto ricorso per cassazione l'impresa assicuratrice.

La Compagnia ritiene censurabile la sentenza di merito perché avrebbe ravvisato il danno, consistente nell'aumento dei premi di assicurazione, nella semplice partecipazione al "cartello", omettendo di considerare gli elementi di prova offerti dall'assicuratore: il premio praticato, al contrario, non sarebbe frutto del comportamento anticoncorrenziale, ma sarebbe dovuto a circostanze esterne, che hanno comportato un incremento dei costi per le imprese assicuratrici.
Il Collegio ritiene infondati questi rilievi.

Nel richiamarsi a un precedente, condivisibile, orientamento, il Collegio afferma che, quando l'AGCM ha già accertato, come è avvenuto nel caso concreto, che l'intesa orizzontale illecita si è tradotta in un danno economico rilevante per i consumatori, questi, per ottenere il risarcimento dei danni, hanno il diritto di avvalersi della presunzione che il premio sia indebitamente aumentato proprio in conseguenza della condotta anticoncorrenziale tenuta dalla Compagnia.

L'assicuratore è sempre ammesso a fornire la prova contraria alla citata presunzione di responsabilità, dimostrando cioè l'interruzione del nesso causale tra la partecipazione al comportamento anticoncorrenziale illecito e l'aumento delle tariffe, ma per fare ciò non può richiamare circostanze che sono già state oggetto di accertamento, nel procedimento sanzionatorio, da parte dell'AGCM.

Né sono ammissibili prove generiche, riferite alla situazione generale del mercato assicurativo: secondo la Cassazione la prova dell'insussistenza del nesso causale deve riguardare situazioni specifiche, attinenti alla singola impresa assicuratrice, al singolo assicurato, alla singola polizza, tali da dimostrare che l'aumento del premio sia riferibile a circostanze concrete e non, invece, all'intesa illecita posta in essere dalle Compagnie.



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Manzoni dixit: questo italiano s'ha da parlare

La Stampa



Alessandro manzoni nel celebre ritratto di Francesco Hayez

In un manoscritto autografo ritrovato nella Biblioteca Reale di Torino l'autore dei Promessi
sposi addita al neonato Regno d'Italia il fiorentino di Dante come lingua nazionale


MAURIZIO LUPO

Fu Alessandro Manzoni a suggerire al neonato Regno d’Italia di parlare «fiorentino» per «fare gli italiani». Lo prova un suo manoscritto autografo, rintracciato alla Biblioteca Reale di Torino, di cui gli esperti avevano perso le tracce. Lo scrisse nel 1868, su incarico del ministro della Pubblica Istruzione Emilio Broglio. È ritenuto un cimelio fondamentale per la storia della lingua italiana. L’autore dei Promessi sposi , che già aveva sciacquato i panni in Arno, era stato chiamato a presiedere una commissione incaricata di indicare «i modi per diffondere in ogni ordine di popolo» una lingua nazionale italiana. Manzoni scrisse di getto la relazione, con la quale affermava che l’unico modo per dare una lingua italiana al Paese era «adottare il fiorentino», l’idioma di Dante e Petrarca.

Allora era parlato per lo più dalle classi dotte. Non più del 2-10 per cento della popolazione lo utilizzava, anche se diversi Stati pre-unitari, Piemonte sabaudo compreso, già da secoli l’avevano adottato per affrancare dal latino i testi giuridici e legislativi. Si trattava di farlo diventare lingua universale di tutti i cittadini del Regno d’Italia da poco costituito. Il documento sarà esposto da giovedì prossimo fino al 29 ottobre all’Archivio Storico di Torino. L’occasione è offerta dalla mostra «L’Italiano in viaggio, dall’Unità a oggi», allestita a cura di Mauro Piccat per celebrare l’80˚ Congresso Internazionale della «Società Dante Alighieri». Il sodalizio, fondato nel 1889 da Giosuè Carducci per tutelare e diffondere l’italiano nel mondo, opera con 90 comitati in Italia e altri 416 all’estero.

Quest’anno ha scelto Torino, prima Capitale d’Italia, per convocare 250 delegati, provenienti da 77 paesi. Si riuniranno dal 30 settembre al 2 ottobre al Centro congressi dell’Unione Industriale, dove spiegheranno come la lingua italiana si è affermata ed è mutata negli ultimi 150 anni. L’incontro, organizzato da Alberto Bersani, offrirà la migliore ribalta internazionale per annunciare il ritrovamento dell’autografo manzoniano. Non è tornato alla luce in questi giorni. La sua restituzione alla storia è frutto di una lunga vicenda, finora custodita con riserbo. L’ha ricostruita Giovanna Giacobello Bernard, per 21 anni direttrice della Biblioteca Reale, ora in pensione.

Chiamata all’incarico nel 1985, trova in Biblioteca, sulla sua scrivania, un cofanetto. È nero, d’ebano, guarnito di mascheroni e fregi di bronzo dorato, con il coperchio ornato da mazzi di fiori in alabastro fiorentino. È un capolavoro dell’«Opificio delle Alessandro Manzoni, qui nel celebre ritratto di Francesco Hayez, nacque il 7 marzo 1785 a Milano, dove morì il 22 maggio 1873. Nel 1827, in vista della stesura finale dei Promessi sposi (che sarebbe uscito nel 1840), si trasferì a Firenze per impratichirsi nell’italiano fiorentino. In alto il frontespizio dell’autografo riemerso alla Biblioteca Reale di Torino, nel fondo «Manoscritti Varia». In basso il prezioso cofanetto che conteneva il documento quando venne donato al futuro re Umberto I: nella stessa biblioteca torinese era stato sistemato tra gli oggetti storici Pietre dure» di Firenze. Su una fascia reca incisa in lettere d’oro la scritta: «Alessandro Manzoni».

Incuriosisce la studiosa, che apre l’urna e la trova vuota. Ma non si rassegna. Bernard avvia un’indagine e scopre che il cofanetto fu commissionato dal ministro Broglio, per donarlo con l’autografo di Manzoni a Margherita di Savoia e al principe ereditario Umberto I, nel giorno delle loro nozze, celebrate a Torino il 28 aprile 1868. La coppia lo conserverà alla Villa Reale di Monza, finché salirà al trono nel 1878. Quindi lo affiderà il 29 agosto 1889 alla Biblioteca Reale. Qui, nel 1972, il direttore dell’epoca, Giuseppe Dondi, deciderà di dividere il cofanetto dall’autografo. Lo collocherà nel fondo «Manoscritti Varia», con il numero 30 di protocollo. Mentre sistemerà il cofanetto fra gli oggetti storici.

Ricostruita la vicenda, Bernard comunica nel 2000 la scoperta al professor Angelo Stella, uno dei curatori dell’edizione nazionale dell’opera di Manzoni, che ne prende atto. Con discrezione sono poi interpellati esperti per verificare l’autenticità dell’autografo. Confermano che è vero. Confortata dal parere, Bernard nel 2001 espone cofanetto e contenuto nel caveau della Biblioteca, a disposizione di uno scelto pubblico che visita i beni appartenuti alla Regina Margherita. Ma nessuno enfatizza la presenza dei due cimeli. È il professor Claudio Marazzini, linguista presente al convegno, che valuta l’estrema importanza del ritrovamento e propone di annunciarne l’esistenza in un’occasione speciale, come quella dei 150 anni d’unità italiana.

Il momento è giunto. La Dante Alighieri diffonderà la notizia. Apposta ha curato una riproduzione anastatica dell’autografo, edita in cento esemplari, che saranno donati alla massime istituzioni. Mentre cinquecento altre copie a stampa saranno affidate ai congressisti giunti a Torino. Diranno al mondo che nel 1868 fu Manzoni a scegliere Dante e Petrarca come maestri di tutti gli italiani.




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Geldof: "La carestia in Somalia è una vergogna per il mondo"

La Stampa



Profughi dalla Somalia aspettano il cibo in un campo di rifugiati

Il cantante propone una Carta per la lotta globale alla fame


PAOLO MASTROLILLI
INVIATO A NEW YORK

Bob Geldof scuote la testa amareggiato: «Niente. Mi dispiace dirlo, ma il presidente Berlusconi non ha mantenuto alcuna delle promesse che ci aveva fatto prima del G8 a L’Aquila, per combattere la povertà e aiutare lo sviluppo. Mi dispiace ancora di più notarlo ora, mentre nel Corno d’Africa 13 milioni di esseri umani rischiano la vita». Geldof è venuto all’Onu durante l’Assemblea Generale per lanciare la «Charter to End Extreme Hunger», una Carta che dovrebbe impegnare i governi firmatari ad agire su cinque punti indispensabili per prevenire le carestie: potenziare i sistemi internazionali per dare l’allarme prima che avvengano i disastri; sostenere le produzioni alimentari locali; garantire protezione, servizi e investimenti a favore dei più poveri; contenere i prezzi del cibo; ridurre i conflitti armati e le violenze. La Carta è stata scritta da diverse organizzazioni umanitarie, come One, Oxfam e Save the Children, ed il primo leader che ieri l’ha firmata è stato il premier del Kenya Raila Odinga

Cosa vi ha spinto a prendere questa iniziativa?
«La nuova carestia nel Corno d’Africa. Era successa la stessa cosa tra il 1984 e il 1986, quando organizzammo il primo concerto Live Aid. Era il luglio 1985 e ci ascoltarono quasi due miliardi di persone, consentendo di raccogliere milioni di dollari per combattere la fame. Non ci posso credere che 26 anni dopo ci ritroviamo esattamente nella stessa condizione. Anzi, peggio. Ma la cosa più drammatica è che tutto questo si poteva facilmente prevenire».

Qual è il vostro obiettivo?
«Spingere i governi a sottoscrive cinque principi elementari, che ci consentirebbero di evitare il ripetersi di queste situazioni. Primo: essere pronti ad intervenire quando ci sono i primi segnali di una possibile crisi. Secondo: sostenere i Paesi più in difficoltà nello sviluppo dell’agricoltura e dell’allevamento locale. Terzo: garantire reti di protezione economica e sanitaria per i più poveri, ma anche investimenti che li aiutino a diventare autosufficienti. Quarto: impegnarsi per impedire che i prezzi del cibo crescano al punto di diventare insostenibili. Quinto: mobilitare tutte le risorse politiche possibili per prevenire o fermare i conflitti, perché le carestie più gravi scoppiano quasi sempre dove c’è una guerra o delle violenze in corso. Sono misure elementari, mirate solo a quelle regioni del mondo dove si rischia la fame estrema. Io non credo molto alle petizioni, ma se incardiniamo questa Carta all’Onu e riusciamo a convincere abbastanza governi a firmarla, forse poi faranno almeno le cose basilari per evitare le catastrofi umanitarie».

La crisi economica internazionale non rischia di deragliare le vostre buone intenzioni?
«Questa, purtroppo, è una tempesta perfetta: da una parte c’è l’emergenza umanitaria della fame, e dall’altra la crisi, che distrae tutti e limita le risorse a disposizione. Il problema di fondo, però, è che entrambi questi elementi della tempesta perfetta sono stati creati dagli uomini. Il collasso dell’economia è frutto dei nostri errori, ma anche la carestia è il risultato di scelte politiche sbagliate, come la mancanza di prevenzione e la decisione di scatenare guerre. Di buono c’è che se il disastro lo hanno provocato gli uomini, gli stessi uomini dovrebbero essere in gradi di rimediare. L’alternativa è restare immobili, e guardare 13 milioni di esseri umani che muoiono di fame».

Perché Berlusconi l’ha delusa?
«Andiamo! Lei era con me nella sua stanza, quando andai ad intervistarlo alla vigilia del G8 dell’Aquila. Ci disse che avevamo ragione, che si poteva e si doveva fare di più per combattere la povertà e aiutare lo sviluppo. Promise che avrebbe mantenuto gli impegni presi in passato dall’Italia e avrebbe fornito nuove risorse, e io lo scrissi su “La Stampa”. Poi non ha fatto nulla. Capisco adesso che era distratto da altri problemi molto seri, ma non ha rispettato nessuna delle promesse fatte. Quell’uomo è un disastro per l’Italia, perché compromette la credibilità dell’intero Paese. Forse ogni popolo ha ciò che si merita, ma mi sembra incredibile che gli italiani non riescano a vedere il danno provocato da Berlusconi».




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Caso Battisti, accordo Italia-Brasile per un canale diplomatico

Il Tempo

L'annuncio del ministro Frattini in vista del ricorso italiano all'Aja per la mancata estradizione del terrorista. Presto l'incontro a Roma tra gli inviati dei due Paesi.

Brasile, Cesare Battisti lascia il carcere Italia e Brasile hanno deciso di "attivare un canale bilaterale" per affrontare la questione della mancata estradizione di Cesare Battisti, in vista del ricorso italiano alla Corte internazionale di giustizia dell'Aja. Lo ha riferito il ministro degli Esteri, Franco Frattini, dopo un colloquio a New York con il collega brasiliano, Antonio Patriota. Questo, ha osservato il titolare della Farnesina, consentirà di "mettere tutto su una pista giuridico-diplomatico e non di scontro politico che non porterebbe da nessuna parte".

I due governi hanno nominato inviati speciali - per l'Italia il direttore generale delle Americhe della Farnesina, Luigi Maccotta - che "in tempi davvero brevi" si incontreranno a Roma. Al primo posto ci sarà la questione della nomina di una commissione mista di conciliazione che va esperita prima di poter presentare il ricorso all'Aja contro la mancata estradizione dell'ex terrorista dei Pac. Dopo l'incontro con Patriota all'Onu, Frattini si è detto confortato "sulla volontà del Brasile di affrontare questa situazione non con chiusura ma nello sprito di relazioni politiche e diplomatiche amichevoli che durano da 60 anni". A giugno la Corte suprema brasiliana aveva confermato in via definitiva il no all'estradizione di Battisti.


24/09/2011




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Conversioni "Barbarie su di me"

Libero




Massimo D’Alema ha raccontato alla Gazzetta del Mezzogiorno la sua verità sul caso Tarantini. Conoscete la storia: il presidente del Copasir nonché ex presidente del Consiglio è al centro delle polemiche per via delle sue presunte amicizie non opportune. Due in particolare gli episodi che lo riguarderebbero. Primo episodio: una partita a burraco con Giampaolo Tarantini durante una traversata in mare da Ponza a Gaeta. Secondo episodio: una cena elettorale pagata da Tarantini. La cena, 28 marzo del 2008, si svolse in un ristorante di Bari e vide la partecipazione del gotha del Pd pugliese e anche di D’Alema.

Non entriamo nei dettagli dei singoli episodi. A noi interessano le parole di D’Alema: «Qui siamo alla barbarie». Segue appassionata autodifesa: le notizie sono false, l’unico scopo è quello di diffamare la mia persona, è un complotto, io non c’entro nulla, cultura del sospetto, operazione diffamatoria eccetera eccetera. Benvenuto, on. D’Alema, nel ristretto club di chi crede che la lotta politica in Italia sia scesa a livelli infimi. Benvenuto fra noi. Meglio tardi che mai. E se ora che si è iscritto al club si comportasse di conseguenza, spiegando a chi di dovere che ciò che vale per lei vale per tutti, l’ultimo degli elettori e anche il primo degli eletti, ci farebbe cosa gradita. Significherebbe che questo Paese sta diventando un po’ più normale, cosa che non guasta mai. Nell’attesa, due o tre domande all’on. D’Alema. Le facciamo lo stesso, anche se siamo certi che le risposte non arriveranno mai.

Racconta D’Alema: «Tarantini avrebbe detto di aver frequentato la mia barca, che deve essere una sorta di Queen Elizabet, visto il numero di quelli che dicono di avervi messo piede. Tutto questo è fuori dal mondo». Condivisibile. Ma allora, onorevole, non possiamo dire la stessa cosa anche per Palazzo Grazioli o Villa Certosa? Residenze grandi, ma centinaia e centinaia di escort forse sono un po’ troppe anche per un palazzo capiente. A meno che le escort non entrassero singolarmente o a piccoli gruppetti, fino a diventare centinaia. Se così fosse, lo stesso discorso vale anche per la sua barca. Non le pare?

Domanda dell’intervistatore a D’Alema: è vero che quando siete tornati da Ponza a Gaeta c’è stata la partita a burraco con Tarantini? Risposta: «Non mi ricordo». Può capitare di avere un buco di memoria, anche se Ikarus non è la Queen Elizabeth e lì sopra non salgono a migliaia. Onorevole D’Alema, possiamo permettere, da oggi in poi, anche agli altri di essere un po’ smemorati? Oppure, dopo una certa età, i neuroni perdono colpi solo a sinistra?

Domanda dell’intervistatore: chi sarebbe il regista di questa operazione ai suoi danni? D’Alema non ha dubbi: «Innanzitutto la destra, i giornali di Berlusconi». Da una vita Berlusconi si lamenta di essere vittima dei giornali di centrosinistra. Finalmente il tormentone cesserà. Siamo sicuri che domani l’onorevole D’Alema, per coerenza e per evitare barbarie, scriverà una lettera a Repubblica. Lui, forse, sarà ascoltato.

Interessante la seguente argomentazione di D’Alema: siccome non possono colpirmi direttamente, cercano di farlo in maniera trasversale, dichiarando dalemiani tutti quelli che sono coinvolti. Il termine dalemiano evoca un concetto politico. E qui parliamo di imprenditori. Accettiamo per buona l’argomentazione, con un dubbio: vale lo stesso anche per gli imprenditori definiti di volta in volta berlusconiani o mastelliani o a suo tempo andreottiani o forlaniani? Riassunto del ragionamento di Massimo D’Alema: quando se la prendono con me sono barbari. Altrimenti, par di capire, sono persone normali, forse anche galantuomini. Va bene anche così: su di me non si può, io querelo, io mi arrabbio, sugli altri fate voi, a me non interessa più di tanto.

Gran finale dell’intervista di Massimo D’Alema. Il presidente del Copasir racconta di essere di ritorno da New York. Là, spiega, «ci guardano con aria di cordoglio». Aggiunge: «La caduta di credibilità è totale. Berlusconi vede nemici dappertutto, come qualche personaggio shakespeariano». Berlusconi.

P.S. D’Alema è andato a New York per partecipare ad una riunione della Fondazione Clinton. Clinton ovviamente è Bill Clinton. Promemoria per lo smemorato D’Alema che non sapeva chi saliva sulla sua barca: onorevole, si ricordi almeno delle stagiste. Che non giocavano a burraco sul tavolo. Stavano sotto il tavolo, democraticamente accovacciate. Due pesi, due misure.


di Mattias Mainiero
24/09/2011




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Parla Giancarlo il volto dello spot anti-evasori: "Adesso vi svelo i segreti del parassita sociale"

di

Parla uno dei volti più discussi della tv. Ha prestato la sua immagine per uno spot contro gli evasori fiscali. Adesso in un'intervista si racconta. Parla di sè e di come è nata l'idea di fare la pubblicità per il ministero



Milano

I "colleghi" di Giancarlo si chia­mano Dicrocoelium Dendriticum, Ancylostoma Caninum e Argulus Foliaceus. No, non discendono da famiglie dell’Antica Roma. Sono semplicemente dei "parassiti". Si tratta dei nomi scientifici del "pa­rassita dei ruminanti",del"parassi­ta del cane" e del "parassita del pe­sce"; ad abundantiam c’è anche il "signor" GiardiaLambia:ilparassi­ta più imbarazzante di tutti, in quanto "parassita intestinale". Ma quello che se la passa peggio di tutti è proprio lui: Giancarlo. Un tipo che non ha avuto timore di met­terci la faccia; e così il suo viso è di­v­entatoperl’Italiainteralafotogra­fia dell’evasore fiscale, alias del pa­rassitadellasocietà. Robaimbaraz­zante, converrete. Una campagna pubblicitaria contro gli stramale­detti furbetti delle tasse, commis­sionata dall’Agenzia delle entrate e realizzata con efficacia dai creativi della Saatchi&Saatchi.
Guardando l’espressione cupa di questo "pa­rassita umano", non siamo riusci­ti a tratten­ere un moto di pietoso di­sprezzo e abbiamo deciso di sapere qualcosa di più su di lui: l’unico "evasore fiscale" che nella realtà è in regola con l’Erario e, al bar, non dimentica mai di chiedere lo scon­trino fiscale. Primad’ora Giancarlo aveva sempre rilasciato regolare fattura, ma mai una regolare inter­vista.

Nome?
"Giancarlo".

Età?
"35 anni".

Titolo di studio?
"Diplomato".

Città dove abita?
"Roma".

Cosa si prova a essere il volto "ufficiale" dell’evasore fiscale, una delle categorie più odiate (so­prattutto da chi le tasse le paga puntualmente)?

"È un lavoro sporco, ma qualcu­no doveva pure farlo. Scherzo. So­no stato felice di essere il volto di questa campagna sociale. Certo non mi aspettavo che avesse un’eco così grande. Lo sa che ne ha parlato anche la stampa estera?"

L'espressine truce della foto le è venuta naturale o gliel'hanno suggerita?

"La uso solamente quando devo fare il cattivo".

Quali altre campagne pubblici­tarie ha realizzato in passato?
"Sono impiegato in un’azienda privata, ma ogni tanto faccio la com­parsa. Adesso, però, mi piacerebbe fare la parte del buono".

La imbarazza essere l'immagi­ne- modello del "parassita socia­le"?
"No. Quando mi hanno spiegato che si trattava di fare una campa­gna contro l’evasione fiscale sono stato felice di contribuire, nel mio piccolo".

Dove è stata fatta la foto che ap­pare in tv e sulla carta stampata?
"Su un set che riproduceva un uf­ficio ".

La gente la riconosce per stra­da?

"Più che per strada per le scale. Il mio vicino di casa, ad esempio, mi ha fermato e mi ha detto preoccupa­to: “Giancarlo, che hai fatto?”. Ci ho messo un po’ a tranquillizzar­lo ".

Cosa dicono i suoi amici di lei?
"Ma chi te l’ha fatto fare...".

E i suoi genitori?
"Erano al corrente di tutto. Pensi che choc sarebbe stato per loro, al­trimenti... ".

Rifarebbe questa campagna pubblicitaria?
"Sì, perché credo che iniziative si­mili possano aiutare a cambiare la cultura e a far condannare l’evaso­re, che danneggia tutti noi".

Ma lei le tasse le paga?
"Sì, sempre e non mi piace chi fa finta di dimenticarsi di dare lo scon­trino o fare la fattura".

Che opinione ha degli evasori fi­scali?
"Ovviamente penso che siano dei parassiti della società. Usano le strade, le scuole, gli ospedali che non contribuiscono a finanziare. Credo che l’Agenzia delle Entrate e la Guardia di Finanza debbano ave­re ­il sostegno di tutti noi per estirpa­re questa brutta piaga dalla socie­tà ".

Parola di "parassita".




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Ecco i sei partiti del re dei voltagabbana Ma lui: "Gli altri sono ondivaghi, io immobile"

di


Ennesima giravolta di Scanderebech, che ha lasciato l’Udc per passare al Fli Il politico ha un record: quattro cambi di maglia soltanto negli ultimi mesi




L’acrobazia è il suo mestiere. «Io - spiega al Giornale - voglio il Terzo Polo e voglio che stia nel centrodestra». Detto fatto, Deodato Scanderebech, profilo ascetico, cognome albanese, origini salentine e studi al Politecnico di Torino, si è messo all’opera per avvicinarsi alla meta. E così ha lasciato l’Udc di Pier Ferdinando Casini e si è sistemato fra le truppe di Fli, tamponando l’uscita in simultanea dal partito di Fini di Antonio Buonfiglio. Si sa, di questi tempi, il traffico dei parlamentari provoca ingorghi continui. Chi va a destra e chi a sinistra, chi torna sui suoi passi e chi non sa neanche dov’è. Ma Scanderebch rischia di essere un primatista pure in questo caos.

Altro che Clemente Mastella, icona dei voltagabbana, perennemente acquartierato nei pressi della frontiera. Questo ingegnere meccanico ormai sul crinale dei sessant’anni è tutto una capriola e una giravolta. Ma guai a citargli i venduti, i traditori, quelli che han cambiato casacca per arraffare un incarico o almeno uno strapuntino. E risponde alle frecciate con una teoria che vale almeno quanto quella sul Terzo polo: «Sono gli altri a cambiare direzione, io sto sempre nello stesso punto, nel centrodestra e da lì non mi sposto. Mi piace lavorare e stare con la gente, non amo sedie o poltrone». Non è chiarissimo ma è sincero e poi, a modo suo, il deputato tre volte ex, ex Udc, ex Pdl e ex Fi, interpreta il disagio generale nella tempesta magnetica della politica.

«Mi piace il progetto di Fini», racconta serafico. E allora perché non ha aderito l’anno scorso quando Fini e il suo Fli andavano di moda? Sarebbe troppo semplice cercare una spiegazione; l’anno scorso, di questi tempi, Scanderebech costituiva un’enclave a sé, un problema di rilevanza nazionale e insieme un enigma. Perché nel giro di pochi mesi era riuscito a sganciarsi dall’Udc e togliere a Mercedes Bresso 13 mila pesantissimi voti sul filo di lana delle Regionali vinte di un soffio da Roberto Cota, a fare il suo ingresso in piena estate nel Pdl e a uscirne veloce come un lampo. La sua seconda permanenza nell’Udc è durata un anno: dal 24 settembre 2010 al 22 settembre 2011. Ora nuovo giro di valzer. «Me ne sono andato - aggiunge - d’accordo con Casini, direi con la benedizione di Casini». Addirittura. «L’Udc è radicato in Piemonte, Fli è tutto da costruire. Io sono stato nominato coordinatore regionale, c’è tanto da fare».

Ironia della sorte, Scanderebech ha preso il posto che era stato solo qualche mese prima di Roberto Rosso, che già negli anni Novanta era il suo punto di riferimento in Forza Italia e in tempi più recenti si è spostato sul meridiano di Fini, diventandone il luogotenente a Torino, per poi pentirsi e rientrare nei ranghi berlusconiani.

«Io sono fedele ai miei elettori», assicura lo «slalomista» anche se i suoi elettori devono consultare un bollettino per capirne le mosse. «Sono gli altri che ondeggiano». Lui, negli anni Novanta ondeggiava in Forza Italia. Poi ebbe contrasti con Enzo Ghigo, l’antagonista di Rosso in Piemonte, e nel 2005 passò all’Udc. Nel 2010 il pasticcio e il triplo salto. L’Udc che stava all’opposizione della Bresso cappotta e spinge la zarina rossa. Lui fonda una sua lista, Al centro con Scanderebech, e si sfila dall’alleanza.

È decisivo: ottiene 13 mila voti e Cota vince per soli 9 mila. Un successo ingarbugliato e contestassimo: Scanderebch diventa il bersaglio dei ricorsi al Tar del centrosinistra. La sua posizione è sempre più scomoda. Come si fa a stare nell’Udc e contemporaneamente con Cota? In estate ecco l’ulteriore colpo di scena. Michele Vietti lascia il seggio di deputato e diventa vicepresidente del Csm. Gli subentra Scanderebech che opta per il Pdl. Ma è un interludio. Poi il neodeputato dribbla se stesso e, oplà, ripassa all’Udc. Ora l’acrobata ha ripreso i suoi esercizi. Dall’Udc a Fli. «Ma io - conclude - sono sempre immobile».



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Il condono di Lady Marcegaglia

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Un codicillo della manovra estiva potrebbe rimettere in dubbio la sanatoria fatta da Marcegaglia nel 2002. Otto anni fa infatti l’azienda pagò 9,5 milioni per chiudere i conti con l’Erario. E adesso la Marcegaglia dice peste e corna dell'esecutivo...




Emma Marcegaglia propone un nuovo manifesto per l’Italia.Di nuo­vo c’è poco, se non la sfiducia che la Signora ha nei confronti del gover­no Berlusconi. Che in effetti di riforme ne ha fatte davvero pochine. Ma della signora Marcegaglia ci possiamo fidare? E questi grandi imprendi­tori che si stanno già combattendo per la successione della Signora, hanno tutti le carte in regola per fare i moralisti? Ci sono molte imprese, come testimonia­no le ottime inchieste di Dario Di Vico e Marco Alfieri, che non ne possono più di questo governo.

Speravano in una riduzione fisca­le e in uno sn­ellimento della buro­crazia che non è arrivato. Ma i ver­ti­ci di questa Confindustria non ri­schiano di fare come il governo, aver capito troppo in ritardo gli umori della propria base? Sulla lotta all’evasione, ad esempio, la posizione confindustriale più che tardiva sembra ipocrita. Così co­me sulla liberalizzazione del mer­cato del lavoro. I nuovi personalis­si­mi dispiaceri alla signora Marce­gaglia li ha procurati il governo e Tremonti in particolare.

Parados­salmente proprio per venire in­contro alle indicazioni anche del­la Confindustria, l’esecutivo si è messo in testa di dare la caccia ai presunti evasori. Marcegaglia compreso. Lungi da noi pensare che ciò che stiamo per scrivere ab­bia minimamente irritato la sciu­ra. Ella, come si sa, viaggia alto, al­tissimo. Figurarsi se si occupa di quella norma introdotta dall’ulti­ma manovra estiva che estende gli accertamenti fiscali all’anno di grazia 2002.

In buona sostanza il governo ha deciso che il condono fiscale del 2002, considerato ille­gittimo dalla Ue, non metta al ripa­ro da nuovi accertamenti proprio coloro che all’epoca lo sottoscris­sero. La materia è complicata:ba­sti dire che l’Agenzia delle Entrate nei prossimi tre mesi ha l’obbligo di legge di andare a verificare tutte le posizioni di coloro che aderiro­no a quel condono fiscale. E indo­vi­nate un po’ chi rischia un bell’ac­certamento? Esatto. Il gruppo Marcegaglia,che all’epoca dei fat­ti aveva proprio nella Sciura un amministratore delegato.

Ma non preoccupatevi, la presidente della Confindustria è su un altro li­vello. Questa estate tuonò: «Basta con i condoni fiscali». Grazie, tut­to quello che si poteva condonare la Sciura l’ha già condonato.Senti­te qua. Bilancio Marcegaglia. An­no 2002. «Negli oneri straordinari figura l’importo di 9,5 milioni deri­vante dalle legge 289/02 sul con­dono ». E nella relazione del colle­gio sindacale: «Sono venuti com­pletamente meno i rischi derivan­ti dalla verifica fiscale generale, eseguita nel corso del 2001».

In­s­omma l’azienda ha pagato 9,5 mi­lioni di condono e si è così messa a posto con la verifica fiscale che aveva subito e che con tutta proba­bilità sarebbe sfociata in un bel verbale di contestazione. Ma il punto è che oggi la Marcegaglia ri­schia di nuovo. Quel condono, per la parte di sanatoria Iva, è sta­to considerato illegittimo dalla Ue e molti dei condonati non hanno neanche pagato le rate che erano previste. Il governo italiano alla caccia disperata degli evasori ha preso la palla al balzo (non pro­prio il primo, visti gli anni passati) e ha riaperto un faro di verifica nei confronti dell’anno 2002.

Senza questa norma estiva infatti quel­l’anno sarebbe prescritto e i con­donati (che poi tali non sono per la sentenza Ue) sarebbero al sicu­ro. Che colpo gobbo. Insomma la Marcegaglia do­vrebbe ben conoscere sulla sua pelle l’attivismo del governo per combattere l’evasione fiscale. Ma è il pulpito da cui arrivano le prediche ad essere ridicolo. Certo ricordare alla signora Marcega­glia del conto cifrato 688342 della Ubs di Lugano a lei intestato (insie­me al padre Steno) dove transita­vano quattrini della Scad Com­pany Ltd, o quello 688340 sempre a Lugano e sempre della Ubs dove transitavano milioni di euro frut­to della costituzione di fondi neri all’estero,può sembrare poco ele­gante se ad occuparsene è il Gior­nale .

Se a farlo, come fece, è Repub­blica , è tutto ok. Così come sareb­be seccante ricordare alla sciura come 750mila euro vennero tra­sferiti dal conto di Lugano a quel­lo di Chiasso e poi presi in contan­ti tra il settembre e il dicembre del 2003 (tutte informazioni contenu­te in una rogatoria ottenuta da Francesco Greco). Mica un secolo fa. Il punto qua non è la correttez­za etica della Signora Marcegaglia e del suo gruppo (e quante impre­s­e hanno fatto altrettanto), ma è la sua inadeguatezza a spiegare al mondo cosa sia necessario fare per dare sviluppo al Paese.

Glielo diciamo noi cosa è necessario alla Signora. È necessario che il grup­po della sua famiglia, in cui lei è stata anche amministratore dele­gato, competa sul mercato ad ar­mi pari con i concorrenti. Magari senza aprire troppi conti cifrati in Svizzera. Il gruppo Marcegaglia ol­tre a commettere un possibile rea­to (per la verità il fratello della Si­gnora ha patteggiato per tangen­ti) ha messo indirettamente fuori mercato le aziende che seguivano le regole. La prima vittima del­l’evasione fiscale non è lo Stato, ma è l’impresa vicina che come un gonzo paga tutte le tasse come si deve.

E poi arriva Emma che fa la furbetta. E prima contribuisce a costituire fondi in nero: per Repub­blica il gruppo costituì all’estero 400 milioni di euro di fondi. Poi li scuda grazie all’odiato Tremonti. E poi da presidente della Confin­du­stria fa la maestrina e ci raccon­ta come si deve far ripartire il Pae­se. Ma ci faccia il piacere. La vicenda dei 17 conti segreti della Marcegaglia in Svizzera è ro­ba passata.

Il tutto si chiuse nel 2004 con il trasferimento di 22 mi­lioni dai conti svizzeri a Singapo­re. E lo stesso fratello della Signo­ra, Antonio, interrogato dai Pm di Milano disse a fine 2004: «Si tratta di risorse riservate che abbiamo sempre utilizzato nell’interesse del gruppo per le sue esigenze non documentabili». Come dar­gli torto, si sarebbe trattato di mi­lioni e milioni di documenti. Quando si dice la semplificazione che le imprese a gran voce richie­dono. La Signora in materia fiscale ha poche idee e un po’confuse.Tuo­na contro i condoni, ma li utilizza a man bassa.

Non vuole il contri­buto di solidarietà del Cav, ma ac­cetta la patrimoniale, con una sto­ria di conti all’estero da paperone di Mantova. Si possono accettare molte le­zioni dalla Signora Marcegaglia. Ma quella della moralista con il di­tino alzato, proprio no. Soprattut­to in materia di tasse. «Confindu­stria - ha detto la Marcegaglia ­non ha paura delle critiche». Bene accetti le nostre. E inizi a fare puli­zia a casa sua, prima di pontificare sullo sviluppo del Paese, compro­messo anche dalle furbate dei pri­vati. Il governo Berlusconi ha mol­te colpe. Ma un esame di coscien­za da p­arte di queste grandi impre­se che afferrano al volo i condoni e costituiscono conti in Svizzera, non l’abbiamo ancora visto.




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