lunedì 26 settembre 2011

Delitto Claps, il giudice "salva" gli arcivescovi

Quotidiano.net

Responsabilità civile: respinta la richiesta della famiglia

 

Gli alti prelati potentini non esercitarono il loro mandato, ma l'omessa vigilanza nella Chiesa in cui Elisa fu uccisa fu solo del defunto parroco. Unico accusato del delitto Danilo Restivo (già all'ergastolo in Inghilterra): via al processo l'8 ottobre


Potenza, 26 settembre 2011



Il giudice di Salerno Elisabetta Boccassini ha rigettato l'istanza della famiglia Claps che chiedeva di citare quali responsabili civili della morte della figlia Elisa , scomparsa nel 1993, gli arcivescovi di Potenza Ennio Appignanesi (a capo dell'arcidiocesi nell'anno in questione) e Agostino Superbo. Il cadavere della ragazza è stato infatti trovato nel sottotetto della chiesa della Ss. Trinità a Potenza quasi 17 anni dopo la scomparsa. Data che coincide con l'omicidio (12 settembre 1993), per il quale è imputato Danilo Restivo, già condannato all'ergastolo in Inghilterra il 30 giugno scorso per l'omicidio della sarta Heather Barnett, a Bornemouth, il 12 novembre 2002.

La famiglia Claps, tramite la legale di fiducia Giuliana Scarpetta, aveva intentato l'azione nella certezza che i due arcivescovi fossero venuti meno ai loro compiti di controllo e vigilanza. ''Secondo il codice canonico - spiega l'avvocato Scarpetta - il vescovo ha un dovere di vigilanza sulle chiese della Diocesi. Poiché entrambi i vescovi hanno ammesso nel loro esame testimoniale che la chiesa della SS. Trinità era sfuggita al loro controllo per la resistenza del parroco don Mimì Sabia, e poiché si è visto che entrambi i vescovi non hanno utilizzato gli strumenti che avevano per esercitare il loro dovere di controllo, come l'avvicendamento del parroco, noi li abbiamo ritenuti responsabili civili di quello che é accaduto nella chiesa della SS. Trinità. Una chiesa dove è stato consentito che Elisa fosse uccisa e che per 17 anni il suo corpo rimanesse lì. Una chiesa dove è risaputo che don Mimì non permise l'ingresso neanche ai parroci a cui si erano rivolti i familiari di Elisa''.

Il giudice però è stato di diverso avviso ed ha respinto la citazione in capo ai due presuli. Tra la famiglia Claps e la Chiesa di Potenza rimane in atto lo scontro che ha anche altri risvolti giudiziari. Infatti i familiari della ragazza uccisa si sono opposti alla costituzione di parte civile preannunciata dal vescovo Superbo nel giudizio per rito abbreviato che si terrà a Salerno l'8 novembre nei confronti di Danilo Restivo, accusato dell'omicidio della studentessa.

Elisabetta Boccassini, giudice del procedimento abbreviato, ha però deciso in altro modo: solo nel caso in cui fosse stato vivo don Mimì Sabia - questa la posizione del giudice - la famiglia Claps avrebbe potuto considerarlo responsabile civile.  I Claps ribadiscono: ''Andiamo avanti perché non abbiamo alcuna intenzione di fermarci a Danilo Restivo. Vogliamo far luce sulle coperture, sui silenzi colpevoli''.




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Gli astronomi rivelano l'ora esatta in cui nacque Frankenstein

La Stampa


L'autrice ebbe l'ispirazione durante un sogno ad occhi aperti, in una notte insonne nella sua camera oscura, con la luce della luna che colpiva le finestre.


Degli astronomi texani sono riusciti a calcolare che la l'autrice ebbe l'ispirazione del celebre libro nella notte del 16 giugno


La luce della luna ha svelato il momento della brillante illuminazione di Mary Shelley, quando per la prima volta pensò di scrivere Frankestein. Alcuni astronomi texani hanno scoperto che l'autrice, ancora adolescente, ebbe  l'ispirazione in un sogno ad occhi aperti  la mattina del 16 giugno 1816, nel corso di una burrascosa estate sul lago di Ginevra. Per calcolarlo hanno studiato e calcolato la luce della luna, seguendo le parole che l'autrice stessa scrisse nella prefazione del suo libro. Quando scrisse del suo sogno ad occhi aperti, durante una notte insonne nella sua camera oscura, con la luce della luna che colpiva le finestre.

Mary Shelley scrive di aver trovato così l'idea per il libro divenuto celebre in tutto il mondo: «Vedevo -a occhi chiusi ma con una percezione mentale acuta- il pallido studioso di arti profane inginocchiato accanto alla "cosa" che aveva messo insieme. Vedevo l'orrenda sagoma di un uomo sdraiato, e poi, all'entrata in funzione di qualche potente macchinario, lo vedevo mostrare segni di vita e muoversi di un movimento impacciato, quasi vitale. Una cosa terrificante, perché terrificante sarebbe stato il risultato di un qualsiasi tentativo umano di imitare lo stupendo meccanismo del Creatore del mondo».

Ad agosto 2010, il professor Olson - che ha già usato tavole astronomiche e punti di riferimento geografico per fissare la data, l'ora e il luogo di alcuni dipinti di Edvard Munch e Vincent van Gogh- è andato a Lago di Ginevra insieme a due colleghi e due studenti, per scoprire quando luna avrebbe colpito le finestre, e penetrò le persiane, della camera da letto di Mary Shelley. Ha visitato la villa, ancora di proprietà privata, esaminato il terreno, studiato il meteo. Hanno studiato la luna, calante e crescente, arrivando alla scoperta che la luna risplendeva nella finestra della camera di Mary Shelley poco prima di 02:00, il 16 giugno 1816.

«Mary Shelley scrisse quando luna brillava attraverso la finestra - ha detto il professor Olson - e per 15 anni mi sono chiesto se si potesse ricreare quella notte. E siamo riusciti a ricrearlo».




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Per Babini, il vescovo di Grosseto "Vendola è peggio di Berlusconi"

Libero





L'omosessualità "è un peccato gravissimo, contro natura". Peccato "certamente" più grave rispetto a quello di chi va con le escort. E ogni riferimento non è puramente casuale: ad attaccare Nichi Vendola e a difendere a spada tratta il premier, Silvio Berlusconi, ci ha pensato Monsignor Giacomo Babini, Vescovo emerito di Grosseto - già celebre per alcune sue sparate - che ha affidato i suoi ultimi pensieri al sito Pontifex.

"Per il Cav Attenzione morbosa" - Interpellato sulle parole del Papa, che ha richiamato la politica al rispetto delle regole etiche, Babini ha operato dei distinguo: "La politica è l’arte del possibile ed inevitabilmente si finisce col cadere in zone franche, ma la cosa rilevante è evitare di violare la legge naturale e i principi di vita che Cristo ci ha insegnato, almeno per chi si professa credente". Così il discorso scivola velocemente fino al Cavaliere. Sul presidente del Consiglio Babini è categorico: "Io credo che oggi sia in atto una vera caccia al Berlusconi se penso che buona parte dei giornali è dedicata a lui e che ben quattro procure gli dedicano esagerate attenzioni. Penso che sarebbe utile lasciare governare e aspettare che la recente manovra finanziaria dia i suoi frutti. Molti osservatori sembrano più intenzionati a fare cadere il governo che alla fedele aderenza alla realtà".

Attacco a Vendola - Nel mirino di Babini, però, ci finisce il leader di Sinistra e libertà Nichi Vendola, omosessuale dichiarato. L'attacco del Vescovo è prima politico: "Io non ne posso più della retorica inutile di Vendola". Poi si sposta anche sul piano personale: "Credo, da cattolico, che la omosessualità praticata sia un peccato gravissimo e contro natura, certamente peggiore di chi va con l'altro sesso". Quindi la conclusione: "Alla luce dei fatti, senza stilare classifiche, Vendola pecca molto di più di Berlusconi". In verità, però, Babini la sua classifica l'ha comunicata, senza peli sulla lingua.

I precedenti -
Il Vescovo è celebre per alcune sue sparate. Già nel passato, diverse volte, aveva aspramento criticato l'omosessualità, un argomento di cui "mi fa ribrezzo parlare" e che nella migliore delle occasioni fu bollato come "aberrante vizio contro natura". Tra le passioni di Babini non figura certo l'Islam, di cui offre un'interpretazione creativa: "L'Isalm - dichiarò nel gennaio del 2010 - è una giusta punizione del Signore davanti alla nostra ignavia di cristiani che non sappiamo difenrere la nostra identità religiosa cristiana, e con questi peccati di omissioni ci sputiamo sopra". E ancora: "Del resto la stessa Aids non proliferebbe senza condotte viziose". Ma la sua sparata più celebre fu contro gli ebrei. Nell'aprile del 2010, nei giorni più duri per la Chiesa travolta dallo scandalo dei preti pedofili, Babini spiegò che la campagna mediatica era "un attacco sionista. Loro non vogliono la Chiesa, ne sono nemici naturali. In fondo i giudei sono deicidi".

26/09/2011





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L'Espresso contro Alfano per le consulenze esterne Ma dimentica Fassino...

di


Il settimanale accusa Alfano di aver speso molto, quando era ministro della Giustizia, in consulenze a nomina diretta. Ma dimentica cosa fecero Fassino, Diliberto e...



Milano

"Sarà Angelino, ma è spendaccione". Così un articolo de "l'Espresso" definisce il segretario nazionale del Pdl ed ex-ministro della Giustizia Angelino Alfano. Il settimanale accusa il Guardasigilli di aver speso 800mila euro nel 2010 per consulenze a nomina diretta. Spese ministeriali per pagare il portavoce, il capo ufficio stampa, il suo collaboratore, il capo della segreteria, il segretario particolare del ministro, un collaboratore dell'ufficio di gabinetto e il consigliere delle tematiche sociali. Consulenze tutte legittime, documentate e necessarie per l'attività del ministro. Il nuovo Guardasigilli, Francesco Nitto Palma, ha speso 337.195 mila euro per i suoi consulenti. L'Espresso riconosce che è poco ma si domanda se il ministro non abbia intenzione di aumentare i consulenti...

Bisogna però ricordare che, a differenza di Alfano e Nitto Palma, altri tre ministri della Giustizia in passato sono stati ripresi dalla Corte dei Conti per aver speso un po' troppo in consulenze. Si tratta di Roberto Castelli, Piero Fassino e Oliviero Diliberto. Nel 2005 i tre furono indagati dalla procura di Roma per abuso d'ufficio. L'inchiesta era partita dopo i rilievi mossi dalla Corte dei Conti che ha criticato le spese miliardarie del dicastero di viale Arenula per una cinquantina di consulenze esterne.

Gli indagati secondo la Corte non avevano accertato se nel ministero esistessero analoghe professionalità cui affidare gli incarichi assegnati a persone esterne. Inoltre nel 2000 il ministero guidato da Fassino aveva il record delle spese con i suoi 72,4 miliardi di lire per il gabinetto e gli uffici di "stretta collaborazione del ministro", di cui ben 52,5 previsti dal budget dell'anno successivo. Con un incremento del 12% rispetto al 2000. Tanti soldi dovuti soprattutto alla presenza di molti magistrati fra i collaboratori stretti del ministro.

Nel gabinetto ce ne erano almeno 10. Per non parlare poi di Fssino come sindaco di Torino: con due scelte "discrezionali", ha inserito nel suo staff il city manager Cesare Vaciago (detentore di "segreti olimpici") e l’addetto stampa Giovanni Giovannetti. Sommando le retribuzioni dei due si arriva a 64mila euro mensili, pari all’indennità di 13 parlamentari, come ha denunciato l’ onorevole Agostino Ghiglia, vice coordinatore regionale Pdl. E andando ancora indietro nel tempo il Guardasigilli Giovanni Maria Flick, ministro sotto il primo governo Prodi, alcuni anni prima fu beneficiario di una super consulenza.

La Corte dei Conti nel 1996 riguardo alla liquidazione dell'Efim (Ente Participazioni e Finanziamento Industrie Manifatturiere) pur giudicando positivamente i risultai della procedura bocciò "l'eccessivo" e "non condivisibile" ricorso alle consulenze esterne costate circa 22 miliardi delle vecchie lire. Di quei soldi 106 milioni andarono a Giovanni Maria Flick. Angelino avrà anche speso tanti soldi ma in maniera legittima. E non è sicuramente il primo ad aver fatto uso delle famose consulenze...




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La «Gairsoppa» e il suo tesoro dimenticato di 240 tonnellate di argento

Corriere della sera

Si salvò solo un ufficiale. La nave britannica affondata nel 1941 al largo dell'Irlanda è stata individuata.



La «Gairsoppa»: nelle stive del relitto potrebbero esserci 240 tonnellate d’argento
La «Gairsoppa»: nelle stive del relitto potrebbero esserci 240 tonnellate d’argento
WASHINGTON – Il 17 febbraio 1941 il mercantile britannico «Gairsoppa» affonda al largo dell’Irlanda occidentale dopo essere stato centrato da un siluro. Nella stiva (forse) 240 tonnellate di argento, per un valore (attuale) di 200 milioni di dollari. Per decenni il cargo è rimasto protetto e nascosto dalle profondità marine. Ma il governo inglese non è mai rinunciato a ritrovarlo e, oltre un anno fa, ha affidato ad una compagnia americana il compito di cercarlo.

IL RISERBO - La scelta è caduta sulla «Odyssey Marine Exploration», una tra le più famose società impegnate nella caccia ai tesori. La missione è domenica: ieri - secondo il New York Times - la società ha rivelato di aver individuato il relitto a bordo del quale dovrebbe trovarsi il carico d’argento. Una missione condotta con grande riserbo per evitare di fornire indicazioni ad eventuali «pirati», anche se per questo tipo di operazioni serve una tecnologia che non è alla portata di chiunque.

LE TEMPESTA - La storia della nave è simile a quella di altre finite sul fondo durante il secondo conflitto mondiale. La «Gairsoppa» lascia, nel dicembre del 1940, il porto di Calcutta e deve raggiungere un porto britannico. Trasporta spezie, materiali e il carico d’argento. Il piano prevede che il mercantile viaggi in un convoglio protetto. Ed è ciò che avviene. Ma quando la nave si avvicina all’Irlanda una furiosa tempesta ne rallenta la velocità e perde contatto con la scorta. Il cargo diventa una facile preda: il 17 febbraio è attaccato con successo dall’U 101 comandato da Ernst Mengersen, ufficiale pluridecorato della flotta sottomarina tedesca. La «Gairsoppa» cola a picco, degli 83 membri d’equipaggio se ne salvano – inizialmente – tre, aggrappati ad un battellino di salvataggio. Ma dopo 13 giorni alla deriva sopravvive solo il secondo ufficiale.

Ernst Mengersen, famoso comandante di sottomarini: ha affondato la «Gairsoppa»
Ernst Mengersen, famoso comandante di sottomarini: ha affondato la «Gairsoppa»
LE RICERCHE - Per cercare il mercantile la «Odyssey» si è affidata ad una nave speciale russa - la «Yuzhmorgeologiya» - che ha iniziato a fare delle ricerche durante l’estate. Poi è arrivata una seconda unità della compagnia americana. Impiegando robot sottomarini e altri apparati i cacciatori hanno fatto centro. Non sembra esserci dubbi che si tratti della «Gairsoppa». Quanto al carico, la società non ha voluto dare troppi dettagli: oggi dovrebbe esserci un annuncio ufficiale con maggiori informazioni. Il manifesto di carico dell’epoca precisava che a Calcutta erano state imbarcate 240 tonnellate d’argento, ma non è sicuro che l’ammontare sia proprio questo. Un dubbio legato al fatto che durante il conflitto si cercava di confondere il nemico fornendo anche false informazioni. In base agli accordi, l’80 per cento del valore andrà alla «Odyssey», una formula studiata per poter cercare relitti importanti senza che la spesa ricada sui contribuenti. Il costo delle operazioni, infatti, è stato sostenuto dalla compagnia americana allettata dalla prospettiva di poter recuperare il tesoro.










Guido Olimpio
26 settembre 2011 13:08



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E morto Sergio Bonelli, l'editore di Tex

Corriere della sera

Nato nel 1932, figlio di Gian Luigi, creatore del ranger. La sua casa editrice ha in edicola decine di personaggi




MILANO - È morto Sergio Bonelli, l'editore di Tex, Dylan Dog e tanti altri dei più amati personaggi del fumetto italiano, è deceduto stamattina dopo una breve malattia. Nato nel 1932, figlio di Gian Luigi Bonelli, il creatore di Tex, è stato uno dei protagonisti della letteratura disegnata. A sua volta sceneggiatore, ha creato i personaggi di Zagor e Mister No. Sergio Bonelli era sposato con la signora Beatrice e aveva un figlio, Davide che è responsabile marketing della casa editrice.
LA CARRIERA- All'interno della casa editrice di famiglia, muove i primi passi. Risalgono al 1955, sotto lo pseudonimo femminile di «Annalisa Macchi», le didascalie di Ciuffetto Rosso, riduzione illustrata da Roy D'Amy, apparsa nel sesto numero della seconda serie della Collana Capolavori. Nel 1957 Sergio Bonelli assume la direzione della casa editrice (chiamata allora Edizioni Araldo) e debutta come sceneggiatore completo, con lo pseudonimo di «Guido Nolitta». Il 1961 è l'anno della nascita di Zagor. Il 1975 quello di Mister No.


Redazione online
26 settembre 2011 11:04

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Il partito comunista apre al paperone

Corriere della sera

Per la prima volta il magnate di un gruppo privato entra nel comitato centrale del Pcc



Liang Wengen
Liang Wengen
MILANO - Il paperone Liang Wengen, considerato l'uomo più ricco della Cina, entrerà nel comitato centrale del Partito Comunista Cinese. Lo scrive il quotidiano Global Times.Si tratta di una vera e propria svolta, considerando che Liang sarebbe il primo capitalista di un grande gruppo privato ad entrare nell'organismo dirigente del Pcc. Alcuni dirigenti industriali come il Ceo della Haier Zhang Ruimin e il presidente della Sinopec Li Yi sono già presenti nel comitato centrale, ma le loro imprese sono di proprietà statale.
PRIMO PER FORBES - Liang Wengen, 57 anni, è il fondatore Sany Group (macchinari industriali) ed è apparso al primo posto delle classifiche dei super ricchi cinesi stilate dalla rivista Forbes e dal sito web Hurun. Il suo patrimonio è stimato in dieci miliardi di dollari. La rivista Time Weekly, pubblicata a Guangzhou nel sud della Cina, sostiene che l'approvazione della nomina di Liang è venuta la scorsa settimana dal Dipartimento per l' organizzazione del Partito. Secondo il quotidiano di Singapore Linha Zaobao, il fondatore del Sany Group verrà eletto come membro supplente del cc nel prossimo congresso del Partito, che si terrà nell' autunno del 2012.



Redazione Online
26 settembre 2011 10:51



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Gianfranco senza pudore: torna nella casa di Montecarlo

di


Fini nega ancora lo scandalo della casa: "Calunnie di Lavitola e carte false". E' stato il direttore de L'Avanti! a svendere l'immobile a Tulliani? La proura ha certificato che è tutto vero. E sulla pesca proibita a Giannutri, Gianfry spiega: "Tante bugie. E' stato l'errore di un papà che mostra la stella marina alla sua bimba. Poi l'ho ributtata in mare"



Gian Marco Chiocci - Mariateresa Conti

Poteva limitarsi all’iniziale «il bilancio personale lo tengo per me». Glissare con nonchalance . Far finta di niente, per decenza, per la traballante serenità familia­re, per sperare di avere ancora uno straccio di futuro politico. E inve­ce no. Gianfranco Fini s’è rifatto male da solo poiché sa che ogni vol­ta che parla della c­asa di Montecar­lo donata ad An dalla contessa An­na Maria Colleoni «per la buona battaglia» (svenduta invece a due società off-shore caraibiche e poi abitata dal cognato Giancarlo Tul­liani) perde la faccia oltre ai pochi consensi rimasti.

Il presidente del­la Camera, intervistato ieri a SkyTg24 da Maria Latella, ha volu­to strafare. È tornato su quella feri­t­a mai rimarginata attaccando Sil­vio Berlusconi, il direttore del­l’ Avanti! Valter Lavitola e indiretta­mente pure questo quotidia­no re­sponsabile di un’inchiesta giorna­listica lodata dal Fatto di Travaglio con fatti che la procura di Roma ha giudicato tutti veri. «Credo che campagna di calunnia come quel­la mai sia stata organizzata...», ri­sponde il leader Fli alla Latella, che gli chiede di tracciare un bilan­cio di quella vicenda a un anno esatto dal videomessaggio in cui Fini giurò (sic!) che se fosse emer­so che il cognato Giancarlo era il proprietario della casa lui si sareb­be dimesso.

Quindi l’affondo:«Un anno dopo mi sono preso anche qualche soddisfazione, perché mi sembra che un faccendiere oggi agli onori delle cronache, Lavito­la... non mi sono meravigliato quando ho appreso fosse ospite dell’aereo presidenziale con Ber­lusconi a Panama o ospite, o me­glio presente, nei colloqui tra il no­str­o ministro Frattini e autorità pa­namensi (circostanza smentita dalla Farnesina, ndr). Quando ci si circonda di personaggi come quel­li­è di tutta evidenza che c’è qualco­sa di poco trasparente, anche nel­la presentazione di alcuni docu­menti patacca...».

Ma certo, tutto chiaro. È colpa di Lavitola, e che sciocchi i pm della Procura di Roma a indagare per sette mesi su questa storia con i guanti bianchi (Fini indagato per un giorno, ricordate?, quello della richiesta di archiviazione) senza ascoltare l’editore. Tutta colpa di quel Lavitola che nell’ affaire Mon­t­ecarlo entra solo alla fine della sto­ria per aver pubblicato su L’Avan­ti! un’e-mail caraibica del broker Jospeh Walfenzao che indica nel ti­tolare della società ombra, pro­prietaria dell’appartamento di rue Princesse Charlotte 14 a Mon­­tecarlo, Giancarlo Tulliani, che è anche l’inquilino.

Tutta colpa di Lavitola, dunque. Ma è proprio così, signor presiden­te della Camera? Ci risponda, se può. È stato Lavitola a piazzare nel­la casa di Montecarlo suo cogna­to? È stato lui, Lavitola, a scoprire che An aveva un appartamento nel Principato? Lui che ha indica­to la off-shore che ha fatto l’affare? C’è forse Lavitola dietro la secon­da off­ shore che ha acquistato dal­la prima e che come inquilino, fra milioni, ha trovato il fratello di sua sorella? È stato Lavitola a impedi­re ad An, per dieci anni, di non alie­nare il bene e di cambiare idea so­lo quando s’è presentata la società caraibica in contatto con suo co­gnato? Lavitola ha avuto un ruolo nel bloccare l’offerta da oltre un milione del senatore ex An, Antoni­no Caruso?

E i testimoni che dico­no di averla vista insieme alla sua signora nella palazzina di rue Prin­cesse Charlotte sono tutti a libro paga di Lavitola? O magari è stipen­diato da La­vitola il teste del mobili­ficio romano Castellucci che giura di averla vista accompagnare Eli­sabetta per l’acquisto di una cuci­na Scavolini per la casa all’estero? Forse è stato il carabiniere latitan­te Enrico La Monica, indagato con Lavitola nell’inchiesta P4,a scatta­re le foto pubblicate che provano come quella cucina che lei disse es­sere a Roma in realtà era assembla­ta nella casa monegasca di Gian­carlo?

E lei, presidente, come face­va a conoscere quella data esatta di un passaggio tra società off­sho­re delle quali lei aveva detto di non sapere nulla? E faranno parte del complotto di Lavitola anche l’ar­chitetto e gli operai che hanno par­lato di Tulliani come di colui che sembrava il proprietario della ca­sa. Di certo fu Lavitola a suggerire a Elisabetta Tulliani di scrivere e-mail al maggior costruttore mo­negasco, Luciano Garzelli, per la ri­strutturazione. E ancora. Fu Lavi­tola a far sì che l’ambasciatore Mi­­stretta si mettesse a completa di­sposizione dei fratelli Tulliani?

Il contratto di affitto depositato a Montecarlo da cui risulta che pro­p­rietario e affittuario hanno la stes­sa firma è stato contraffatto da La­vitola? Ed è stato Lavitola a far sì che i pm di Roma riuscissero a evi­tarle l’accompagnamento coatto per essere sentito come testimo­ne, e dunque obbligato a dire la ve­rità? Che lei sappia Lavitola ha ami­ci anche alla Chambre Immobi­lière M­onégasque che ha certifica­to che il quartierino è stato svendu­to a un prezzo ridicolo? Quando parla di «documento patacca» di uno stato estero, si rende conto che il suo ruolo istituzionale do­vrebbe consigliarle maggior caute­la? Un anno fa lei disse che se fosse emerso che suo cognato era il pro­­prietario, si sarebbe dimesso. Per­ché siede ancora nello scranno più alto di Montecitorio?  




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E Fini per difendersi tira in ballo la famiglia: "La stella marina? L'ho fatta vedere a mia figlia"

di

Il presidente della Camera torna sulla pesca vietata di questa estate: "Quella non era un’area protetta ed erano invece consentite le immersioni". Poi ha rivendicato il suo ruolo di "papà che fa vedere alla bimba una stella marina e poi la ributta in acqua"




Roma

Il Fini sub riesce quasi a fare più danno del Fini politico. Dopo le immersioni proibite dell'estate scorsa questa volta, come ha svelato il settimanale Oggi, si è dato alla pesca vietata. Il presidente della Camera è stato infatti pizzicato con una stella marina in mano a bordo di uno yacht. Oggi, nel corso della trasmissione "L'intervista" di Maria Latella in onda su Tgsky24, il leader di Fli è tornato sull'argomento e ha cercato di minimizzare l'accaduto: "Eh, gravissimo reato...". Poi ha bollato l'accaduto come "Falsità". "Quella non era un’area protetta ed erano invece consentite le immersioni", ha proseguito Fini. Quanto alla stella marina, ha rivendicato la sua veste di "papà che fa vedere alla bimba una stella marina e poi la ributta in acqua" e poi tire le somme "politiche" della vicenda: "È la storia della pagliuzza e della trave".



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Se i libri di carta si estinguono

La Stampa

Giuseppe Granieri





Il segnale più interessante, questa settimana, è stato un comunicato che ha circolato solo relativamente, ma che potrebbe avere significati profondi.
HarperCollins, uno dei maggiori editori del mondo, ha annunciato che renderà disponibile il suo catalogo in print on demand.
Questo implica che i libri non saranno più stampati e distribuiti, come hanno sempre fatto i grandi editori, ma saranno stampati su richiesta se i lettori li vorranno comprare. L'operazione, che riguarda oltre cinquemila titoli, segna una piccola svolta. Il print on demand era (quasi) sempre stato una prerogativa di piccole iniziative editoriali o del self-publishing. E suppone, per ovvie ragioni, una minore qualità nel confezionamento del volume fisico.

Qui dall'Italia si vede ancora poco, ma negli Stati Uniti il declino dei libri di carta (accompagnato da quello delle librerie) è un tema tutt'altro che speculativo. La settimana scorsa raccontavamo dei dati che mostrano un calo sensibile nelle vendite (in particolare dei paperback), ma in generale si sta cominciando ad accettare e a discutere «culturalmente» l'idea di dover fare a meno dei supporti rilegati.

Quello che sta succedendo è semplice. man mano che le vendite in libreria calano, l'investimento richiesto a un editore per far circolare i libri di carta diventa maggiore e più rischioso. Quindi si tende a stampare meno o a cercare soluzioni meno perfette ma più sostenibili (come il print on demand). Ma non è tutto facile e lineare.

«Se i libri di carta stanno andando verso l'estinzione», si chiede Austin Allen su BigThink, «perchè molti scrittori, inclusi quelli giovani e abituati al web, lottano per pubblicarne uno?».
L'analisi di Allen tocca il punto forse più dirompente per noi che abbiamo imparato ad avere un rapporto con i libri nel XX secolo. Fa l'esempio di alcuni autori che hanno già molta esposizione mediatica, a partire da David Pogue, famoso editorialista del New York Times, e considera che si tratta di persone che hanno già una visibilità superiore a quella che può dar loro un libro.
«Ma a un livello psicologico», sostiene, «non si sentivano pubblicati. I libri di carta portano più prestigio di quanto si possa ammettere». La carta è costosa da produrre, stoccare e distribuire e i «dead tree publishers» (espressione sempre più diffusa che indica gli editori di libri fatti con «alberi morti») devono essere molto selettivi nel decidere su chi investire.
«Questa selezione porta prestigio», dice Allen. «E la storia conta molto: non fosse altro che per il fatto di aver avuto libri di carta per tanto tempo, i libri sono il medium più associato all'idea di cultura alta. E per molti rimangono l'ingresso ufficiale in quel mondo».

Il lungo articolo di Allen va letto tutto, per farci un'opinione spassionata. La sua conclusione è ottimistica: chiude citando i «futuristi dell'editoria», secondo cui si sta vivendo l'ultima fase del libro di carta, e poi ci regala la sua opinione. «Insistono dicendo che i libri a stampa stanno diventando una nicchia, ma se è così la nicchia sta crescendo. E il libro è un totem vivo, non una reliquia sentimentale».

Quello di Allen è soprattutto un punto di vista culturale. Ma la transizione verso il digitale, probabilmente, sarà una questione industriale. Una scelta fatta di decisioni di investimento e aspettative di fatturato. Fino a che punto converrà investire sulla costosa carta se le quote di mercato crollano così rapidamente?
Siamo ancora in una prima fase, quella in cui si possono solo leggere segnali, e c'è molto da comprendere (e inventare) sul modo di affrontare la nuova editoria. Buona parte degli editori non hanno ancora capito come sfruttare le opportunità del digitale ed è difficile immaginare che assetto e che configurazione avrà il mercato nei prossimi anni.
Il problema nodale, come nota il Wall Street Journal, sarà quello di ricostruire una catena del valore. Il mercato ipercompetitivo, con la spinta che viene dal self-publishing, sta esercitando una forte pressione sui prezzi e questo potrebbe implicare dei ragionamenti profondi e molto diversi da quelli dell'editoria tradizionale. E sarà una bella sfida.




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E possibile che un farmaco essenziale passi da 2 a 24 euro ant carico dei paziei?

Corriere della sera

Quando lo Stato non può pagare e il malato deve fare da sé


Ho da tempo bisogno ogni 15 giorni di un’iniezione di benzilpenicillina, farmaco il cui costo si è sempre aggirato, da quando ne faccio uso, sui 2 euro. Da maggio 2011, però, la confezione con la fiala è stata sostituita da una con una siringa già riempita del costo di 24 euro, che è totalmente a carico dell'assistito. Ho contattato l'Aifa e mi è stato detto che la casa farmaceutica Biopharma ha fissato un prezzo proibitivo per il Servizio Sanitario Nazionale, per cui, pur non essendoci un farmaco alternativo, lo Stato non può pagare e il malato deve far da sé.

Risponde

Guido Rasi
Direttore Generale Agenzia Italiana del Farmaco





La situazione è stata determinata dalle circostanze che riassumo. La ditta che inizialmente produceva la Diaminocillina non ha più ritenuto nel 2008 "interessante" produrre il farmaco e ha ceduto la licenza ad altri. La Biopharma, per un periodo ha prodotto il farmaco nella confezione classica; nel 2011 ha deciso di produrlo solo nella forma di siringa preriempita, proponendolo al prezzo di € 24 e contemporaneamente ha deciso di togliere dal mercato la confezione in flacone.

L'Aifa ha fatto tutto quanto in suo potere per rendere disponibile sul mercato il farmaco, erogato dal SSN, consentendo l'importazione anche da altri Paesi europei. Attualmente questo canale sembra essersi esaurito e ci troviamo transitoriamente nella situazione di avere come unica disponibilità le siringhe preriempite a € 24 in fascia C. Peraltro tale confezione non è idonea per molti tipi di terapie ospedaliere per le quali è indispensabile il "vecchio" flacone. Vorrei rassicurare tutti i malati che si trovano a vivere questo disagio che l'Aifa, le sue Commissioni e il Ministero della Salute stanno lavorando con impegno per risolvere definitivamente la questione di questo farmaco salvavita. Sarà nostra cura mettere tutti al corrente dell'avvenuta soluzione del problema e invitiamo a contattarci per qualsiasi ulteriore disagio si venisse a creare.


26 settembre 2011 09:11



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La sinistra cancella l'"ermo colle" di Leopardi

di

Il piano regolatore di Recanati farà scempio dei paesaggi che hanno ispirato il grande poeta. Il vincolo edilizio è venuto meno dopo cinquant'anni di battaglie legali. Palazzoni e alberghi potrebbero sfregiare per sempre il panorama



nostro inviato a Recanati (Macerata)


Alla conquista dell’Infinito. Somiglia al titolo di un film ma potrebbe essere la preoccupante sintesi di un scempio annunciato. O, meglio, nascosto nel linguaggio «interpretabile» di un piano regolatore che, minacciosamente, offusca l’orizzonte di Recanati.E rischia di cancellare per sempre dalla memoria e dalla vista quell’«Ermo Colle» tanto caro a Giacomo Leopardi.
Il progetto, già sul tavolo della Commissione Edilizia del Comune di Recanati, governato da una giunta di centro sinistra, consente per la prima volta accorpamenti di cubature esistenti, costruzioni di cubature aggiuntive, parcheggi, costruzioni di stradine varie, variazioni di destinazione ed uso.

In buona sostanza, ai proprietari delle case coloniche sulle pendici del Colle dell’Infinito, verrebbe concesso il permesso di sommare in un’ unica volumetria le loro attuali proprietà (casali, cascine per gli attrezzi, ricoveri per il bestiame etc) servendo, quindi, loro su un piatto d’argento la possibilità di trasformare le loro costruzioni, effettivamente un po’ délabré, non solo in nuove e più funzionali case coloniche, ma addirittura in palazzine o alberghi più o meno grandi. Una svolta insidiosa dopo oltre cinquant’anni di battaglie legali con esiti alterni, nate in seguito al vincolo di edificabilità che era stato posto sul Colle nel 1952 e poi cancellato, rimesso e ancora cancellato, per un cavillo pescato da un avvocato locale.

A dire il vero la precedente amministrazione comunale, in questo caso di centro destra, aveva incaricato gli architetti Dierna e Canti di redigere un progetto da inserire come variante al piano regolatore per salvaguardare in modo definitivo il Colle dell’Infinito (compresa la «Valle del Passero Solitario», pure di leopardiana memoria) ma è pur vero che i contenuti del piano hanno subito continue variazioni e aggiustamenti. Da qui la preoccupazione di molti recanatesi ma anche del Fondo per l’Ambiente: «Il rischio - avverte Stefano Papetti, presidente del Fai delle Marche - è quello di trasformare un’ottima intenzione di salvaguardia del paesaggio che Leopardi “mirava”, nella tutela di poco nobili interessi personali». Rischio ipotizzato anche dal deputato Pdl, Carlo Ciccioli che ha presentato un’interrogazione parlamentare per chiedere al ministero dei Beni culturali di «ripristinare il vincolo diretto e indiretto sul Colle dell’Infinito».

Preoccupato ancor di più un illustre recanatese dal cognome che non lascia dubbi sulla sua volontà di tutelare il paesaggio: «Sul colle dell’Infinito c’è un pugno di case coloniche, ora che si parla di accorpamenti pare ci sia già più di un proprietario che voglia fare qualche alberghetto» dice il conte Vanni Leopardi. «Tutto sta ora nel vedere - aggiunge - quale interpretazione si darà a questo piano.
Nel 2012 ci sarà una grande rievocazione leopardiana, non vorrei che il piano arrivasse ad intaccare il paesaggio. Perché sfregiare l’ermo colle e togliere quel suo senso di solitudine in un paese già degradato?».

Piuttosto perplessa rispetto alle possibili evoluzioni in sede amministrativa del «suo» piano persino l’architetto Gaia Canti: «Avevamo redatto un piano rigoroso, che lasciava libera la visuale verso l’Infinito. Sicuramente non rimarranno la case coloniche, così come sono oggi, considerato che molte sono quasi in rovina, ma l’albergo o la palazzina di cemento armato non sono contemplate. Tutt’al più qualche agriturismo o country-house...».



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L'ultima veterana della Grande Guerra

Corriere della sera


Florence Green, 110 anni, a 17 era recluta nella Raf. E' rimasta l'ultimo soldato in vita del conflitto '15-'18.





Florence Green (da Bbc Website)
Florence Green (da Bbc Website)
MILANO - Nel settembre del 1918, Florence Green aveva 17 anni e viveva con i suoi genitori nel Norfolk, in Gran Bretagna. La Prima Guerra Mondiale si avviava alla conclusione e Florence venne a sapere da alcune amiche che la “Raf”, l'aeronautica militare inglese, era alla ricerca di personale femminile per le officine, le mense e i magazzini. Mansioni di cui di solito si occupavano gli uomini, ma ora era necessario liberare il maggior numero possibile di piloti da quelle attività, per destinarli alle azioni militari. Così, Florence si consultò con i suoi genitori e decise di arruolarsi. Il 3 settembre prese servizio a Marham, una base della Raf nel Norfolk che esiste ancora oggi.

RESTA SOLO LEI - Da quel giorno sono passati 93 anni e oggi Florence Green, 110 anni compiuti in febbraio, recluta timida e gran lavoratrice, ma che mise piede su un aereo solo una volta perché aveva paura di volare, è l'ultima veterana della prima guerra mondiale rimasta al mondo: unica superstite di un conflitto per il quale furono mobilitati circa 65 milioni di soldati. Fino al 2007 esistevano tredici veterani in tutto il mondo, tutti ultracentenari. Tra loro c'era anche l'italiano Delfino Borroni, l'ultimo Cavaliere di Vittorio Veneto, che si era arruolato nei bersaglieri ciclisti ed è morto a Castano Primo nel 2008. I suoi racconti si trovano anche in Rete.

Un biplano della Raf in attività durante la Grande Guerra
Un biplano della Raf in attività durante la Grande Guerra
LA SCOPERTA - Florence, invece, non figurava negli elenchi dei veterani. A scoprire la sua esistenza, nel 2008, è stato uno studioso che aveva letto la sua storia su un giornale locale e riuscì a ritrovare il nome della recluta, che portava il cognome da nubile “Patterson”, negli elenchi dei militari custoditi agli “Uk National Archives”. Nel maggio di quest'anno, dopo la scomparsa dell'altro veterano superstite Claude Choules, 108 anni, lei è stata ufficialmente dichiarata come l'ultima al mondo. Così, per la nonnina del Norfolk è cominciata una nuova vita: interviste sui giornali e in televisione, onorificenze e tante lettere da tutto il mondo, da parte di storici e appassionati della Grande Guerra. Florence, a differenza degli altri veterani, non vide mai il fronte, ma rimase sempre a lavorare nella base militare. Oggi vive a King's Lynn, nel Norfolk, con una delle sue figlie. Riceve ogni anno gli auguri dalla Regina Elisabetta, come tutti gli ultracentenari.

Florence Green (da Edp24 Website)
Florence Green (da Edp24 Website)
“BOMBE” DI FARINA - Tra i ricordi della guerra che la veterana ama raccontare c'è un episodio goliardico che avvenne il giorno dell'annuncio dell'Armistizio, l' 11 novembre del 1918. I piloti della base di Marham festeggiarono alzandosi in volo e bombardando i colleghi della base di Narborough con sacchi di farina. I colleghi si vendicarono rovesciando sulla base decine di sacchi di fuliggine. Florence continuò a lavorare alla Raf fino al 1919. Nel 1920 incontrò suo marito, il ferroviere Walter Green e ebbero tre figli, tra cui May, novantenne, che oggi si occupa di sua madre. Giovanna Maria Fagnani






25 settembre 2011 16:02




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Lavitola: «Pronto a spiegare tutto»

Corriere della sera

Una nota del faccendiere: «Notizie banali e strumentali, il mio avvocato mi ha detto di non parlare»


MILANO - «Non posso rispondere, spiegando nel merito le strumentali e banali notizie inerenti la missione del presidente Berlusconi in centro e sud America». Lo dice, in una nota, Valter Lavitola, latitante a Panama, colpito da provvedimento di cattura emesso dalla magistratura di Napoli nell'inchiesta sul presunto ricatto al presidente del Consiglio. «Su disposizione del mio avvocato non parlo - aggiunge - trovandoci in una delicata fase processuale che impone silenzio e sobrietà. Lunedì pomeriggio spiegherò nei dettagli lo "scoop" del Fatto Quotidiano» dice il faccendiere, con riferimento alle immagini che lo ritraevano mentre scendeva da un aereo a Panama con il presidente del Consiglio italiano.


 (Fonte: Ansa)
25 settembre 2011(ultima modifica: 26 settembre 2011 00:05)



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Quelli che si difendono da soli

La Stampa

Gianluca Nicoletti

Dalle palestre dove insegnano le tecniche per la difesa da coltello all' allarme satellitare. Tutto il necessario per chi ha già deciso di "privatizzare" la tutela della propria sicurezza

Le cronache quotidiane di violenze metropolitane stanno registrando il nascere di una nuova tendenza all' autodifesa . Nulla a che fare con l' arcaico istituto delle ronde cittadine. E' stato poco più che un espediente dopolavoristico con un grande battage politico, ma  non ha restituito nessuna tranquillità ai cittadini.  Gli episodi su cui riflettere sono invece altri, in cui sembra che stia scomparendo la consueta indifferenza del passante che assiste a un crimine, in nome di una nuova forma di solidarietà "operativa".

Ad esempio nella metropolitana di Milano il 20 settembre uno scippatore è stato bloccato da un gruppo di passeggeri. L'uomo aveva strappato la borsetta  a una romena di 43 anni, quelli che hanno assistito lo hanno inseguito fino all'esterno e lo hanno fatto arrestare.

Solo due giorni dopo la scena si è ripetuta a Roma , esattamente a Monte Mario un uomo aveva strappato la catenina d' oro dal collo  di  un’anziana signora, Alcune passanti (tutte donne) si sono gettate all' inseguimento  del malvivente, una di loro gli ha addirittura sguinzagliato dietro il cane che portava a passeggio, tanto da riuscire ad immobilizzarlo a terra fino all'arrivo della Polizia. Perquisito dai poliziotti, l’uomo aveva un coltello a serramanico, che si era ben guardato dall' usare sopraffatto dall' aszione delle super-signore.

Più in generale basta scorrere siti web specializzati in difesa personale, è  facile rendersi conto che  l' organizzazione autarchica della propria sicurezza fisica sia  l' estrema tentazione. E' difficile liquidare questa idea collettiva del  vigilante fai-da te come fenomeno di sola nicchia, la percezione generale è che  per chiunque sia sempre più facile  avvicinarsi all' estremo limite del principio di tolleranza proprio di ogni individuo civilizzato.
 
TECNICHE DI DIFESA  GLOBALIZZATA
In nome della sicurezza stiamo importando da tutto il mondo le più micidiali tecniche di difesa personale. Come nella cucina fusion, anche in palestra è ora possibile fare scelte esotiche per vittime di aggressioni, borseggi e soprusi di vario tipo. Le nostre strade non sono sicure come una volta? La gente si organizza. Mai come ora è possibile orientarsi tra un’ offerta variegata di corsi di autodifesa, per alcuni la soluzione può essere ad esempio un corso anti aggressione impartito da uno specialista di Krav Maga, il sistema di combattimento messo a punto dalle forze speciali dell’ esercito israeliano. Il Krav Maga è una disciplina di annientamento dell’ avversario che prevede attacchi a zone sensibili del corpo come genitali, carotide, occhi, ma a in varie palestre romane è offerto un pacchetto di insegnamenti intensivi di 12 ore “Studiato appositamente per le esigenze e le caratteristiche di un pubblico femminile”.
Con appena 6 ore a disposizione però ci si può erudire con il module “"Knife Defense" contro gli attacchi da coltello, o addirittura a quello "Fire Weapons Defense" per reagire a chi ha una pistola in mano. Più abbordabile il “Grappling Defense", o generico apprendimento di tecniche di difesa personale contro i metodi più comuni di prese, bloccaggi e strangolamenti. Per chi avesse più tempo ci sono corsi di Kali filippino (conosciuto anche sotto il nome di Arnis de Mano ed Eskrima) che comprendono anche rudimenti teorici di “Screening”, per poter tracciare un profilo psicologico dell’ aggressore e valutare nel minor tempo possibile il suo livello di pericolosità. Spiegano gli esperti che qualora si tratti di un “non professionista” il suo attacco è prevedibile da un aumento del ritmo respiratorio e un tremito negli arti.
Consigliano invece di non reagire verbalmente a teppisti abituali, ma colpire subito cercando di lesionare in maniera permanente. Chi volesse essere in questo particolarmente cattivo può specializzarsi nelle tecniche di "distruzione" dell'avversario a terra del Silat”. E’ un’ arte marziale indonesiana che viene insegnata a Milano, nota per "punire fino in fondo" il nemico atterrato infierendo con colpi all’ articolazione delle gambe o delle braccia o calci al viso e ai genitali. Gli appassionati della cultura brasiliana potranno erudirsi nella terribile “Vale Tudo” o combattimento senza regole. A Roma sta impazzando come spettacolo che si combatte in delle gabbie con campioni come l’ invincibile “Legionarius”, al secolo Alessio Sakara da Pomezia. Uno sport dove “tutto è permesso” che un po’ ricorda i massacri in cantina tra gli yuppies annoiati del “Fight club”.
CHI PREFERISCE L'ARMA TECNOLOGICA
La paura di subire violenza si combatte anche con la tecnologia. Forse è un sintomo di disagio e di sfiducia nelle soluzioni “istituzionali”, ma è incredibile la mole di oggetti pubblicizzati come “antistupro” che è possibile acquistare on line. E’ sicuramente riduttivo pensare che a una donna basti portare addosso qualche ordigno per salvarsi da un’aggressione, ma è comunque in commercio una vasta scelta di accessori che promettono, sotto varie forme, di essere efficaci sistemi di difesa nel caso di incontro con potenziali stupratori. Il più semplice e a buon mercato è un allarme da borsetta. Assomiglia per dimensioni e forma a un telefono cellulare, in caso di aggressione si aziona tirando una catenella per far emettere un urlo terrificante di ben 130 Decibel.
Si può anche ricorrere a un altro dispositivo di allarme silenzioso, che però ha un raggio di azione di massimo 200 metri. Quando viene azionato lancia un segale verso un ricevitore che inizia a vibrare, avvertendo del pericolo la persona che lo tiene in tasca. Può essere determinante nei paraggi dell’ abitazione o del posto di lavoro. Lasciando il ricevitore a un collega, un familiare o una persona di servizio, la donna può percorrere tranquilla il breve tragitto tra una casa e l’ auto parcheggiata. Per maggiore sicurezza ci si può dotare di un sistema di telesoccorso elettronico satellitare. L’apparecchio tascabile incorpora un sistema GSM Dual Band e un GPS. In una situazione di pericolo viene attivato manualmente e lancia un messaggio di allarme ai numeri di telefono di specifici servizi di soccorso, fornendo pure informazioni sul luogo di provenienza della chiamata.
Non mancano in rete anche offerte di oggetti da difesa che, con diversa gradualità, sono reclamizzati come soluzioni per sentirsi più sicuri di fronte a un probabile aggressore. Il più diffuso e facile da acquistare è lo spry che spruzza un liquido a base di ”Oleoresin Capsicum”, estratto naturale di peperoncino a bassa concentrazione. La sostanza provoca irritazione passeggera alle mucose, ma non ferma certo l’ aggressore. Per un intervento più radicale molte donne si mettono  in borsetta un dissuasore elettronico. La pubblicità assicura che scarica in corpo 200.000 volts a basso amperaggio a chiunque si voglia contrastare, mettendolo a terra per una decina di minuti. Alcuni siti specializzati in “armi non armi” suggeriscono l’ acquisto del “Kubotan”, strumento di difesa a distanza ravvicinata, inventato da un maestro giapponese di arti marziali. Si vende spacciandolo per un portachiavi o una penna, ma in realtà è un punteruolo in policarbonato o metallo che, previo addestramento, sembra molto efficace per colpire le zone sensibili del corpo, come il naso, la gola, il collo, gli occhi etc. Viene specificato che causa molto dolore nell'aggressore, ma senza provocare lesioni gravi o permanenti.
Proprio per chi volesse esagerare è acquistabile on line da una ditta francese, ma con il sito anche in italiano, il “Flash Ball”. Deriva da un dispositivo anti sommossa che spara cilindri di gomma ad altissimo potere d’impatto. La versione civile “attenuata” è reclamizzata come capace di mettere K.O. un aggressore senza nuocere alla sua vita. L’estrema difesa “passiva” per la donna che debba stare in zone  a rischio  e tema di essere violentata si chiama invece “Rape-Axe”, è il condom femminile antistupro inventato dalla sudafricana Sonette Ehlers. La donna lo può indossare anche per molte ore senza problemi, è dotato all’ interno di una dentellatura studiata per restare attaccato all’ organo di chi le usi violenza sessuale. Può essere rimosso solo chirurgicamente. Per molti però pensare di usarlo è un’ idea folle, aumenta concretamente l’ alto rischio di un’ulteriore ritorsione da parte dello stupratore nei confronti della donna.




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Doyle, il manoscritto (suo malgrado) ritrovato

La Stampa


Sir Arthur Conan Doyle (Edimburgo, 1859-Crowborough, 1930). Dopo la laurea in Medicina, pubblicò nel 1887 la prima storia di Sherlock Holmes, "Uno studio in rosso"

Pubblicato un racconto giovanile smarrito 128 anni fa dalle Poste britanniche: divenuto famoso, l'autore confessò che gli avrebbe fatto "orrore" vederlo stampato


MARCO ZATTERIN

Sir Arthur Conan Doyle non sarebbe contento. Ormai celebre grazie alle avventure di Sherlock Holmes, nel 1893 scrisse su The Idler Magazine che se l’unico manoscritto di The Narrative of John Smith non fosse stato smarrito dalle poste di Sua Maestà, lui «si sarebbe risvegliato nell’impopolarità, perché il lavoro tendeva pericolosamente alla diffamazione». Invece il plico, inviato a un editore dieci anni prima, era scomparso nel nulla e il baronetto scozzese, col senno di poi, concesse che il male non era venuto per nuocere. «In tutta onestà - ammise -, devo confessare che lo shock provato alla sua scomparsa sarebbe nulla fronte all’orrore che sentirei se dovessi vederlo stampato».

Il fatto che la British Library abbia deciso che, dopo 128 anni di oblio, The Narrative of John Smith può da oggi essere acquistato al modico prezzo di 10 sterline sarà certo oggetto di acceso dibattito nel folto popolo degli sherlockiani. Si divideranno al solito tra fondamentalisti canonici, contrari alla pubblicazione, e studiosi progressisti, entusiasti per l’evento letterario. Quest’ultimi, insieme con i non praticanti del genere che decideranno di gustare la novella, si misureranno con un libretto di 144 pagine che apre una finestra inedita nella carriera di Sir Arthur, regalando il ritratto di uno scrittore acerbo, in cerca di uno stile, interessato alla politica, senza un vero senso della trama e del suo ritmo.

Siamo anni luce dal ritmo sferzante e dalla frizzante creatività dei racconti di Sherlock Holmes. Doyle lavorò a The Narrative of John Smith nei primi mesi del soggiorno a Southsea, sobborgo residenziale di Portsmouth dove nell’estate del 1892 aveva preso una casa al numero 1 di Bush Villas. Laureato in medicina, il ventitreenne giovane dottore in bolletta scriveva per ingannare il tempo trascorso ad attendere pazienti che non arrivavano. Lì, cinque anni più tardi, avrebbe composto in meno di un mese Uno studio in rosso , la prima delle formidabili avventure del detective di cappa e pipa. Prima, però, si era cimentato coi pensieri di John Smith. Un «Signor nessuno», come dice il nome.

Vicenda senza picchi, sia chiaro. Un uomo di cinquant’anni costretto a letto dalla gotta elabora opinioni varie di letteratura, scienza, religione, guerra e educazione, offrendo i ritratti critici, forse eccessivamente trasparenti, di alcuni potentati della sua epoca. «Aveva un colorito sociopolitico», ricorderà Doyle. Comunque sia, mise il manoscritto in una busta e l’affidò all’ufficio postale, salutandolo per l’ultima volta. «Mi inviarono un gran numero di fogli azzurri per dire che non sapevano dove fosse», annotò. Disperato, cercò di riscriverlo a memoria, ma l’attimo era fuggito. A pagina 150, ricaricò la penna e cambiò soggetto.

Comincia qui la storia di un manoscritto perso, ritrovato e dimenticato. Nessuna biografia di Doyle, neanche quella scritta nel 1949 da John Dickson Carr con gli auspici della famiglia, parla di The Narrative per quasi un secolo. Il 3 giugno 1970 muore Adrian, figlio minore e scapestrato di Sir Arthur, e l’archivio del padre finisce nelle mani della moglie Anna che decidere di mettere tutte le carte all’asta. Nel catalogo degli oggetti per l’incanto, un libretto distribuito alla cena d’inizio 1971 degli Irregolari di Baker Street (la più esclusiva tra le associazioni sherlockiane), viene citato un lavoro «inedito e non pubblicato», narrato in prima persona e senza titolo, incompleto, etichettato come «un’autobiografia intellettuale appena velata». Eccolo!

Il manoscritto non fu venduto, strano, ma vero. È rimasto per trent’anni negli Archivi Doyle. Per richiamarlo in scena c’è voluta un’altra asta, stavolta organizzata da Christie’s dagli eredi della signora Anna. Il lotto numero 11, in quell’occasione, fu identificato come il primo romanzo di Sir Arthur e comprato dalla British Library, impresa meritevole dell’encomio dovuto al Pubblico che tutela il patrimonio nazionale. Staccato un assegno da 47.800 sterline, la libreria lo ha esposto nel dicembre 2004 e ora ha deciso di condividerlo col pianeta.

Bene o male? Il padre del primo investigatore dilettante lo considerava «safely lost», gioco di parole tra «sicuramente» e «fortunatamente perduto». Magari Doyle si rivolterà nella tomba, tuttavia nessuna occasione letteraria è a priori priva di senso. Qui c’è il genio che prova e anche un abbozzo (Mrs Rundle) di quella che sarà la signora Hudson, la padrona di casa del 221b di Baker Street. Si potrà notare che uno Smith, che di nome fa Mordecai, sarà tra i protagonisti proprio di Uno studio in rosso . Segno che, come amava dire Holmes, ancora una volta «the game is afoot». Ovvero, il gioco è cominciato...




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Morta la Maathai, Nobel per la Pace

Corriere della sera


Prima africana a ricevere questo riconoscimento, da tempo era malata di cancro



MILANO - È deceduta a Nairobi, dove era in cura per un tumore Wangari Maathai, prima donna africana a ricevere il Nobel per la pace. Nel 2004 il riconoscimento le arrivò per «il suo contributo alle cause dello sviluppo sostenibile, della democrazia e della pace». Stoccolma riconobbe la sua capacità di coniugare le battaglie ambientaliste a quelle per la sostenibilità alimentare e per i diritti delle donne nel continente africano. Wangari Maathai era membro del parlamento keniota ed è stata assistente ministro per l'Ambiente e le Risorse Naturali nel governo del presidente Mwai Kibaki, fra il gennaio 2003 e il novembre 2005. Apparteneva all'etnia kikuyu.
«IMMENSA TRISTEZZA» - L'annuncio del decesso è stato dato domenica dalla sua fondazione, il movimento Greenbelt. «È con immensa tristezza che la famiglia di Wangari Maathai annuncia la sua morte, giunta il 25 settembre 2011 dopo una lunga e coraggiosa lotta contro il cancro», si legge sul sito internet della fondazione.



Redazione Online
26 settembre 2011 08:01



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