martedì 27 settembre 2011

Quando Garibaldi disse no a Lincoln

Quotidiano.net

Non accettò la guida dei nordisti nella guerra di secessione

L'eroe dei due mondi non accettò perché l’emissario mandato dal presidente americano non garantì che la guerra in territorio americano si stava combattendo soprattutto per liberare gli schiavi


New York, 27 settembre 2011



Giuseppe Garibaldi, il “Washington d’Italia le cui gesta erano conosciute ed apprezzate Oltreoceano, fu ad un passo dall’accettare la guida dell’esercito nordista nella guerra di secessione.

Il New York Times ritorna sull’offerta che proprio nel settembre di 150 anni fa il presidente Abramo Lincoln fece arrivare all’Eroe dei due mondi di guidare le forze dell’Unione contro quelle della Confederazione degli stati del sud che con l’attacco a Fort Sumter, il 12 aprile, avevano dato inizio alla loro secessione.

Ma l’emissario mandato dal presidente americano non riusci’ a rispondere alla domanda pressante di Garibaldi, riguardo al fatto che la guerra che si stava combattendo sul suolo americano - che l’eroe italiano considerava come una sorta di seconda patria dopo il suo esilio a New York - fosse principalmente motivata dalla necessita’ di garantire la liberta’ degli schiavi.

Questa costituisce una novita’ nella ricostruzione della vicenda che e’ stata rievocata piu’ volte per esaltare la concomitanza di anniversari che l’Italia e gli Stati Uniti si trovano a vivere quest’anno: 150 anni fa mentre “gli Stati Uniti rischiavano di disintegrarsi, l’italia proclamava la sua esistenza come nazione unita. Garibaldi aveva fatto l’Italia, forse questo straordinario generale poteva aiutare a rifare gli Stati Uniti”, si legge nel lungo e dettagliato articolo scritto da Don Doyle, professore di storia dell’universita’ della Carolina del Sud.

Doyle ricostruisce - sulla base di documenti trovati negli archivi del dipartimento di Stato - la missione segreta che Herry Shelton Sanford, che Lincoln aveva nominato suo rappresentante in Belgio - “e che era anche a capo delle operazione segrete dell’America in Europa, coordinando le spie, alimentando la propaganda e pianificando attivita’ segrete” - a Caprera, raggiunta da Genova nella notte dell’otto settembre a bordo di “una nave affittata in segreto per dare pubblicita’ al suo viaggio”.

Il giorno seguente, “dopo aver camminato un chilometro e mezzo in un stretto sentiero nell’isola rocciosa spazzata dal vento”, l’emissario di Lincoln pote’ incontrare, “in un rustico casolare”, il famosissimo generale italiano di cui ormai da mesi la stampa americana parlava con insistenza come il possibile condottiero delle forze nordiste. “Garibaldi sta arrivando in America”, “Urra’ per Garibaldi, ha accettato”, recitavano alcuni dei titoli dei giornali americani di quell’estate.

Ora a Sanford, che in tasca aveva finalmente un’offerta ufficiale firmata da Lincoln e dal segretario di Stato William Seward, Garibaldi - che nei mesi precedenti aveva effettivamente avuto dei contatti non ufficiali con il console americano a Antwerp, James Quiggle - disse che sarebbe stato “molto felice di servire un paese al quale sono cosi’ affezionato”. Ma chiese piu’ volte, con insistenza, se l’Unione voleva considerare e rappresentare la guerra come una guerra contro la schiavitu’.

Una guerra del genere, era il ragionamento di Garibaldi - sarebbe stata facilmente vinta considerato che “il nemico era indebolito dai suoi vizi e disarmato dalla sua coscienza”. E non solo, il movimento di abolizione della schiavitu’ si sarebbe mossa dal nord al sud, nei Caraibi e nel Brasile dove milioni di “miserabili schiavi potranno sollevare la propria testa ed essere cittadini liberi”.

Insomma, l’obiettivo umanitario era prioritario per il grande idealista del nostro Risorgimento: se la guerra non sara’ per liberare gli schiavi, disse a Sanford, “la guerra apparira’ come una qualsiasi guerra civile non riuscendo ad attirare particolare interesse e simpatia nel mondo”. Il giorno dopo Sanford lascio’ Caprera, dopo aver “ancora parlato per ore fina quando Sanford ammise di non poter dare una risposta soddisfacente alla domanda di Garibaldi”, scrive lo storico americano.

Per alcuni mesi la notizia di Garibaldi diretto in America rimase sui giornali, ma “lentamente scomparve sia dalla stampa che dalla memoria storica, ritornando di tanto in tanto come una semplice curiosita’ della storia della Guerra Civile”. Ma invece, conclude lo storico, la domanda rimasta senza risposta di Garibaldi e’ quanto mai attuale nel dibattito sulla guerra di secessione, “se si e’ trattata di una semplice guerra civile o di una battaglia per la democrazia”.

Eppure, come testimonia la lettera successivamente inviata da Garibaldi a Lincoln, in sostegno e ammirazione per il Proclama dell’abolizione della schiavitu’ degli Stati dell’Unione, l’Eroe dei due mondi ebbe finalmente risposta alla sua domanda due anni dopo. Una copia anastatica di quella lettera, datata 6 agosto 1863, e’ stata donata dal vicepresidente Usa Joe Biden al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in occasione della sua visita a Roma per le celebrazioni del 2 giugno e dei 150 anni dell’Unita’ d’Italia. “Un cimelio di grande significato”, commento’ Napolitano nel ricevere copia della lettera, che e’ ora ospitata al Quirinale.




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La Ferrari Enzo abbandonata nel deserto

Corriere della sera

Prodotta in soli 400 esemplari la supercar del Cavallino giace da mesi sotto il sole infuocato


MILANO-Da mesi giace sotto il sole infuocato di Dubai in un deposito giudiziario, coperta da una spessa coltre di sabbia come un vecchio rottame da mandare al macero. Per gli appassionati è un colpo al cuore. Perché la Ferrari Enzo è una dei bolidi più potenti realizzati a Maranello, prodotta in serie limitata in soli 400 esemplari. All'epoca costava circa 650 mila euro, ma oggi le quotazioni dell'«usato» sfiorano il milione di euro.

La Ferrari Enzo abbandonata nel deserto


SEQUESTRATA PER DEBITI- Secondo alcuni siti specializzati la Enzo in questione appartiene a un imprenditore travolto dalla bolla immobiliare che ha colpito l'Emirato. Non potendo più pagare i debiti, la polizia locale gli l'ha sequestrata e ora la vettura attende di essere messa all'asta accanto a modelli di scarso valore. Lanciata nel 2002 come sostituta della F50, la supercar intitolata al «Drake» sfruttava le tecnologie di F.1 più evolute: telaio e scocca in fibra di carbonio, motore V12 di 6 da litri da 660 CV per una velocità massima di 350 km/h


Redazione online
27 settembre 2011



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In aula si parla delle tangenti Pd E Penati si indigna e scappa via

di

In Consiglio regionale lombardo un intervento sull'inchiesta sull'ex area Falck. La Lega parla di "sistema Sesto" e di commistione tra le cosiddette "cooperative rosse" e l’allora Partito Comunista poi Ds e Pd e Penati va via: "Dibattito inutile che getta un’ombra sul ruolo del consiglio regionale e non mi rendo partecipe"



Milano - Parlare dell'inchiesta di Sesto San Giovanni e del presunto giro di tangenti che lo coinvolge a Penati non piace. Nemmeno se lo si fa in una sede istituzionale come l'aula del Consiglio regionale della Lombardia. Non si può e non si deve. E così, l'ex presidente della Provincia di Milano e braccio destro di Bersani ha abbandonato indignato l’aula. "Un dibattito inutile, nel senso che non devo rispondere al capogruppo della Lega che ha umiliato la città di Sesto San Giovanni", ha spiegato Penati dopo l’intervento di Stefano Galli della Lega Nord e dopo aver lasciato al presidente del Consiglio regionale Davide Boni il testo del discorso che avrebbe dovuto pronunciare. Il dibattito era nell'ordine del giorno ed era stato sollevato proprio dalla Lega Nord. Ma evidentemente a Penati non è piaciuto il modo con cui è stato posto e trattato. "È un dibattito totalmente inutile - ha detto Penati lasciando la sede della Regione - la città di Sesto che non merita di essere trattata in questo modo per bassi fini di strumentalizzazione di carattere politico. Un dibattito che getta un’ombra sul ruolo del consiglio regionale e non mi rendo partecipe".
Penati ascolta ma poi esce dall'aula Nel suo intervento Galli aveva attaccato il "sistema Sesto e delle cooperative rosse". Il Capogruppo del Carroccio, Stefano Galli, durante il suo intervento nel dibattito in corso sul caso dell’ex area Falck di Sesto San Giovanni ha criticato quello che ha definito come il vero "sistema Sesto" e la commistione tra le cosiddette "cooperative rosse" e l’allora Partito Comunista poi Ds e Pd.  Per Galli l’inchiesta monzese ha rivelato che "la cosiddetta superiorità etica e morale della sinistra è un luogo comune autoreferenziale costruito ad arte. Il velo è finalmente caduto". Penati - seduto nel gruppo misto dopo la sospensione dal Pd - ha ascoltato i 20 minuti di intervento di Galli prendendo appunti, ma uscendo subito dopo dall’aula.
Penati: mi voglio difendere nel processo Prima dell'incidente in Aula Penati aveva da un alto assicurato che avrebbe risposto a tutte le domande del pm, ma dall'altro aveva accusato l'ex sindaco Albertina di essere l'unico responsabile della mancata vendita della azioni del comune di Milano della Serravalle. Filippo Penati, ex vice presidente del Consiglio regionale, indagato dalla Procura di Monza per un presunto giro di tangenti, aveva risposto ai giornalisti che gli chiedevano dell’ incontro che avrà il 9 ottobre con i pm che indagano così: "Mi voglio difendere nel processo quindi una delle cose che deve fare chi deve difendersi nel processo è mettersi a disposizione dei pm per dare la propria versione dei fatti, e questo avverrà nei prossimi giorni". E a chi gli chiedeva se intendesse rinunciare alla prescrizione, Penati ha replicato sostenendo che questo "non è un problema che devo dire al pm".
Mancato accordo con la Provincia Per quanto riguarda invece l'affare Serravalle, Penati è stato chiarissimo e ha addossato le colpe della mancata vendita delle azioni del comune di Milano dell'autostrada all'ex sindaco Albertini. Proprio ieri, l'assessore comunale al Bilancio, Bruno Tabacci, ha annunciato una nuova gara per l'alienazione delle quote comunali della Milano Serravalle, con base d'asta a 145 milioni di euro, 25 milioni di euro in meno rispetto alla precedente gara, andata deserta. Durante la stessa conferenza stampa, l'assessore Tabacci ha parlato, anche, di un mancato accordo con la Provincia di Milano che, attualmente, detiene il 53% delle azioni della Milano Serravalle, proposto all'attuale presidente Guido Podestà.
Colpa di Albertini "La Provincia di Milano - ha dichiarato Penati - quando aveva come presidente Ombretta Colli doveva comperare le azioni ma l'operazione non andò in porto e fu il presidente Berlusconi a consigliare alla Colli di acquisire la Serravalle. L'affare non andò in porto perché, allora, anche con la Colli, Albertini fece i capricci e non si riusciva mai a trovare l'accordo. Se c'è un unico responsabile è Albertini che ha rifiutato, non solo i 270 milioni che gli offrivamo noi prima dell'acquisto da Gavio, ma rifiutò, ben prima, l'offerta da parte della Colli".




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La Lega dalla memoria corta osanna il "Che" E Guevara finisce nel pantheon dei lumbard

di


Il senatore Fabio Rizzi annovera tra i primi leghisti del dopoguerra Ernesto Guevara: "Ha lottato per la libertà di un popolo". Eppure chi ha studiato la storia del "Che" sa che non si tratta di un patriota, ma piuttosto di un crudele soldato comunista



Roma - "Il primo leghista del dopoguerra? Che Guevara". Parola del senatore del Carroccio Fabio Rizzi che ha rivendicato l’appartenenza al pantheon leghista del "Che", da sempre icona della sinistra di tutto il mondo, soprattutto delle correnti terzomondiste. Durante la  presentazione del libro del giornalista Francesco Maria Provenzano Federalismo, devolution, secessione ritorno al futuro. La storia continua, l'esponente del Carroccio si è messo a osannare il rivoluzionario che, tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta, combatté in diversi Paesi dell'America Latina.
"Un uomo, un guerrigliero - ha sostenuto Rizzi - identificato come simbolo dalla sinistra, basandosi esclusivamente sulla concezione della lotta di classe e sulla rivendicazione dei diritti civili del lavoratori, dei deboli e degli oppressi". "Invece il 'Che' ha dato la propria vita, fino all’ultimo sospiro per un unico ideale - ha argomentato Rizzi - la libertà per un Popolo, la libertà per un territorio, ideali che non hanno, non possono e non devono avere un colore politico, sono diritti fondamentali dell'uomo riassumibili nella autodeterminazione dei popoli". Detta così potrebbe anche suonare come un romanzo. In realtà dagli anni Sessanta in molti fanno una certa confusione sulla vita del "Che". Dopo essersi laureato in medicina e aver girovagato in moto nell’America Latina, Guevara arriva in Guatemala dove conosce il dittatore Jacobo Arbenz. Si tratta di un soggiorno breve dal momento che gli Stati Uniti spediscono un contingente per rovesciare il dittatore. Il "Che" fugge in Messico dove conosce un giovane avvocato cubano in esilio: Fidel Castro. E' il 1955. 
Un anno dopo il "Che" arriva a Cuba e, insieme ai barbudos, si fa strada tra gli uomini vicini a Castro. Numerosi gli episodi di violenza e di crudeltà tramandati dalle cronache di quegli anni. Solo alla fine degli anni Cinquanta, il "Che" riesce a espugnare Battista dall'isola permettendo a Castro di entrare trionfalmente all’Avana. E' proprio in questi anni - quando Guevara è nominato capo della prigione della Cabana - che la crudeltà del comandante diventa famosa. Mentre alcune stime parlano di oltre 20mila persone uccise nella prigione, nel campo di lavoro voluto dal "Che" sulla penisola di Guanaha ne muoiono altre 50mila. Sono anni in cui i campi di concentramento fioriscono come niente. A Palos ne viene addirittura costruito uno per i bimbi con meno di dieci anni.
L'opera del "Che", probabilmente ignorata da Rizzi, non finisce a Cuba. Dopo aver lanciato il motto "Creare due, tre, mille Vietnam", Guevara "esporta" la rivoluzione". Agli inizi degli anni Sessanta è prima in Algeria al fianco di Desirè Kabila, poi in Bolivia dove viene catturato e giustiziato il 9 ottobre 1967. Ha inizio subito la santificazione del "Che" che diventa presto immortale. Dalle magliette alle spillette per ragazzini, fino al pantheon leghista.




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Preghiere non ascoltate per i fondi del restauro: il parroco «punisce» il Santo

Il Mattino


di Mary Liguori

DOMICELLA - Il santo non fa il miracolo e il prete lo castiga, mettendolo faccia a muro, come si faceva un tempo nelle scuole cattoliche. È accaduto questa mattina a Domicella, piccolo centro in provincia di Avellino tra il Vallo di Lauro e il Nolano, dove don Livio, parroco della chiesa di San Gregorio, si è fatto aiutare da alcuni operai incontrati per strada a girare, verso il muro, la statua di San Giuseppe, effige alta quanto un uomo esposta da tempo immemore nella prima cappella votiva sulla navata laterale sinistra della sua chiesa.

A far andare su tutte le furie il prelato, sarebbe stato il mancato intervento del santo dopo le sue ferventi preghiere finalizzate a racimolare la somma necessaria per ristrutturale la parrocchia. Questo almeno è quanto raccontano scandalizzati i fedeli. Pare infatti che il prelato abbia più volte cercato di coinvolgere i parrocchiani in una colletta diretta a raccogliere il denaro per necessari interventi di restauro nella cappella. Purtroppo pare che la risposta dei fedeli sia stata alquanto tiepida per cui, in ultima istanza, il prelato abbia deciso di ricorrere direttamente al padre di Gesù per ottenere un’intercessione presso la sua stessa comunità. Ieri sera il sacerdote si è rivolgersi con preghiere ferventi a San Giuseppe ma, stamattina, nulla era cambiato.

A quel punto avrebbe quindi deciso di “punire” il santo, girando la statua con il volto verso il muro. E così l’hanno trovata ieri sera i fedeli alla messa delle 18 e 30: spalle all’altare. Indignati, hanno già chiesto al prelato di rimettere a posto la statua, ma fino ad ora le loro preghiere sono rimaste inascoltate, proprio come quelle che don Livio ha rivolto a San Giuseppe.

Lunedì 26 Settembre 2011 - 20:28    Ultimo aggiornamento: 20:39




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Fuga fiscale, i venetisti aprono dieci conti correnti in Slovenia

Corriere della sera

Il piccolo imprenditore, l’agricoltore, il bancario: «Via i nostri risparmi da questa Italia al collasso»



La firma per aprire il conto in Slovenia (archivio)
La firma per aprire il conto in Slovenia (archivio)


CAPODISTRIA (Slovenia) - È partita alle 8,30 di lunedì dal casello di Mira-Oriago la «gita fiscale » in Slovenia, seconda avventura mediatica di Veneto Stato, dopo l’inaugurazione del «monumento all’imprenditore» di qualche tempo fa ad Arzignano. Il tempo di riunire sul pullmino tutti i partecipanti (una trentina) sotto l’occhio attento delle telecamere. Una umanità varia, unita sotto il bandierone del partito venetista da questioni fiscali e politiche. D’altra parte, fisco e politica, combinazione irresistibile, sono stati il propellente per tutte le esperienze autonomiste nostrane: dalla prima Liga Veneta a Progetto Nord Est di Giorgio Panto. A ben vedere, ora una differenza c’è: in gioco, qui, non c’è solo la «rivoluzione della pancia », quella dei leghisti della prima ora; per i membri di Veneto Stato la fine del sistema Italia è inevitabile.

E non è mica una iattura; piuttosto, una grande occasione per togliersi il resto del Paese dai piedi. «Passione e collasso vanno a braccetto - chiarisce l’ideologo Alessio Morosin, avvocato e autonomista storico - perché le rivoluzioni scoppiano quando la pancia è vuota». La crisi, cioè, fa da detonatore. Ed è sempre meglio prendersi per tempo: di qui la trasferta a Capodistria, in Slovenia, per mettere i risparmi al sicuro in un paese che vive i propri anni Sessanta. Per la cronaca, sono una decina i partecipanti alla «gita fiscale» che hanno aperto conti correnti in Istria. Tanto con l’Italia è comunque finita. Non solo per gli slogan o per le carte di identità con il Leone appiccicato, ma perché qui il portafoglio è sotto scacco.

«Non ho più fiducia nel nostro sistema - afferma Walter Torresan di Preganziol (Treviso) - può accadere di tutto: il crollo è dietro l’angolo, con il debito pubblico al 120% sul Pil». L’Italia? «Sempre quella di Gelli, Sindona, Calvi - spiega Claudio Rigo di Casier (Treviso) - non mi fido: chi lo sa, magari da un giorno all’altro ci tolgono i soldi dal conto corrente ». E c’è chi al sistema si oppone di persona. Come Angelo De Marchi di Treviso, che le tasse non le paga più «da quando, nel 1996, la Finanza se l’è presa con me. Mi mandino Equitalia, che gli offro un caffè».

E come Giorgio Fidenato di Pordenone, presidente dell’associazione «Agricoltori federati», che ha stabilito, dal 2009, che la figura del sostituto d’imposta va abolita: «Non spetta a noi - spiega - fare gli esattori ». Fra i venetisti accorsi ad aprire un conto corrente in Slovenia anche Stefano di Albignasego (Padova), che di mestiere fa il bancario: «Il rischio di una patrimoniale - afferma - c’è, eccome: tanto vale diversificare». Cioè mettere il capitale un po’ qui e un po’ lì. Unisce tutti la cocente delusione per i partiti di provenienza, Carroccio e Pdl: due volte traditori, per avere ingannato il popolo su federalismo e liberalismo. «Non trovo parole - afferma Gianfranco Favero di Quinto (Treviso), ex pidiellino - per descrivere la mia delusione». Ma perché Veneto Stato dovrebbe riuscire lì dove ha fallito la Lega? «Perché il nostro percorso è diverso - chiosa il segretario Lodovico Pizzati -: allo Stato italiano non chiediamo niente. Come è accaduto nel Sudan del Sud e nel Montenegro, una volta al potere in Regione organizzeremo una consultazione popolare sotto l’egida della comunità internazionale. Certo, servono i numeri: ma in un anno ci siamo moltiplicati».



Marco de’ Francesco
27 settembre 2011



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Barba lunga e in sciopero della fame, il «Madoff dei Parioli» in tribunale

Corriere della sera

Via al processo contro Gianfranco Lande, accusato di aver truffato oltre 1600 persone per 300 milioni di euro: tra i clienti anche vip, nobili e personaggi Roma bene


ROMA - Sono oltre duemila la richieste di costituzione di parte civile avanzate martedì nel corso della prima udienza del processo a Gianfranco Lande, il cosiddetto Madoff dei Parioli accusato di una presunta truffa ai danni di vip e nomi della Roma bene.

IN AULA - Davanti alla nona sezione penale del Tribunale di Roma, si è tenuta la prima udienza del processo a carico di Lande che era in aula. Il «Madoff dei Parioli» è apparso fisicamente provato dalla detenzione e dallo sciopero della fame cominciato il 21 settembre scorso per protestare contro quella che definisce un'ingiusta detenzione in carcere (è stato arrestato il 24 marzo scorso) e contro la violazione del diritto di difesa per l'impossibilità di consultare personalmente gli atti processuali. Particolarmente affollata l'aula dove si sta celebrando il processo, tra i presenti molti «clienti» che sarebbero stati truffati ma nessun vip. Tra gli oltre 1.700 clienti infatti figurano anche personaggi noti che si erano affidati alle società Egp Italia ed Eim, gestite da Lande e da Roberto Torreggiani. Tra questi Sabina Guzzanti, che aveva investito circa 350 mila euro, David Riondino, Francesco De Cecco, erede della famiglia di pastai, i fratelli Vanzina, Samantha De Grenet, Silvia Verdone, nonché i calciatori Stefano Desideri e Ruggiero Rizzitelli.


LE ACCUSE - Associazione per delinquere finalizzata alla commissione di reati di abusiva attività finanziaria, di truffa e di altri delitti contro il patrimonio e ostacolo all'esercizio delle funzioni delle autorità pubbliche di vigilanza, i reati contestati, a seconda delle singole posizioni, dal pm Luca Tescaroli ai cinque presunti componenti dell'organizzazione criminale. Gli si contesta di aver messo in atto un sofisticato meccanismo truffaldino raccogliendo depositi di denaro da parte di circa 2.000 risparmiatori valutati attorno ai «300 milioni di euro e comunque pari ad una somma non inferiore a 170 milioni di euro». Il tribunale della nona sezione, presieduta da Carmelita Russo, ha aggiornato il processo al prossimo 6 ottobre accogliendo la richiesta dell'avvocato Salvatore Sciullo, legale dell'imputato, di fissare un rinvio per esaminare tali istanze e per i legali di altri soggetti vittime del raggiro.

Redazione online
27 settembre 2011 14:23

Sabina Began confessa «Sono comunista»

Corriere della sera

L'Ape Regina in un'inedita intervista (a marzo) a Simona Ventura



ROMA – Non gliel’ha mai detto, al premier, e si capisce perché. Sabina Began è comunista. Forse non praticante, ma di certo simpatizza parecchio con la bandiera rossa. «Sono amica di tanti di loro, mi piacciono, tante volte li vedo molto più veri di quegli altri» confessa, per la prima volta, in un’intervista per la web tv di Simona Ventura (il testo integrale sarà online da oggi).

LA BINDI - Lei che non più tardi di qualche giorno fa è stata in visita di cortesia a Palazzo Grazioli, lei che ha le iniziali SB tatuate sulla caviglia, a domanda («Tu sei comunista vera?») risponde ridendo: «Sì». E va bene che la chiacchierata risale al marzo scorso (la Began porta un gilet di pelliccia), difficile però che nel frattempo abbia cambiato idea. «Per me non esiste la destra e la sinistra» continua. «Oggi ci sono tanti che dicono di essere comunisti e guidano una Ferrari e hanno un attico e questo per me non è comunismo». Garantisce che il presidente i rossi in fondo «non li odia, lui non ce l’ha con nessuno, nemmeno con la signora Bindi. Secondo me gli è simpatica, ne abbiamo parlato a tavola e ha detto di lei delle cose carine».

Giovanna Cavalli
27 settembre 2011 11:02

Custodiremo i terroristi" La bugia di Craxi a Reagan

La Stampa

Sigonella, le carte segrete del Dipartimento di Stato: si parlarono per 20 minuti
MAURIZIO MOLINARI, PAOLO MASTROLILLI

NEW YORK

Bettino Craxi mentì a Ronald Reagan nella telefonata di 20 minuti durante la crisi di Sigonella perché si impegnò a tenere sotto custodia in Italia tutti i palestinesi coinvolti nel sequestro dell’Achille Lauro mentre due giorni dopo consentì ad Abu Abbas, regista dell’operazione, di partire da Roma per Belgrado.

A descrivere lo sgambetto del presidente del Consiglio italiano al presidente degli Stati Uniti è la ricostruzione della crisi dell’Achille Lauro contenuta in 95 documenti del Dipartimento di Stato di cui «La Stampa» è entrata in possesso nel rispetto delle leggi federali. L’Achille Lauro è la nave da crociera italiana che il 7 ottobre 1985 viene presa in ostaggio nelle acque egiziane da una commando di 4 terroristi del Fronte di liberazione della Palestina, che uccidono a largo della Siria il passeggero ebreo americano paraplegico Leon Klinghoffer buttandolo in mare.

Quindi tentano invano di incassare la liberazione di 50 loro compagni detenuti in Israele, tornando in Egitto, dove il presidente Hosni Mubarak ottiene il rilascio di nave e passeggeri garantendogli il salvacondotto verso la Tunisia. Ma l’aereo di linea egiziano che, il 10 ottobre, li sta portando verso Tunisi - dove ha sede l’Olp di Yasser Arafat - viene intercettato dai jet Usa che lo obbligano ad atterrare nella base di Sigonella, in Sicilia, dove a notte inoltrata gli uomini della Delta Force del generale Carl Steiner sono sulla pista per catturare il commando. Ad impedirglielo sono militari italiani dando vita ad un braccio di ferro fra alleati risolto dalla telefonata CraxiReagan.

Mentre i due leader si parlano l’aereo egiziano è circondato da due cerchi di militari, con gli italiani che impediscono agli americani di avvicinarsi, e all’interno vi sono, oltre ai piloti, sei palestinesi: i 4 sequestratori Bassam al-Asker, Ahmad Marrouf alAssadi, Youssef Majed al-Molqi e Ibrahim Fatayer Abdelatif accompagnati da Abu Abbas e Zulid Al-Qudra, entrambi nella veste di rappresentanti dell’Olp. Gli americani ritengono che Abu Abbas, leader del Fronte di liberazione della Palestina, sia la mente del sequestro, avendolo pianificato e guidato a distanza parlando via radio con il commando.

Nella telefonata fra Reagan e Craxi si confrontano opposte esigenze: il primo vuole catturare esecutori e mandanti di un atto terroristico e dell’assassinio di un americano, mentre il secondo è intenzionato a difendere la sovranità nazionale su Sigonella, che impone all’Italia di prendere in consegna il commando, e far rispettare il patto con i palestinesi grazie al quale Mubarak ha ottenuto il rilascio dell’Achille Lauro.

A descrivere i contenuti della conversazione è il telegramma che l’11 ottobre il Segretario di Stato americano George Shultz invia all’ambasciatore a Roma Maxwell Rabb, il cui titolo è «Reagan/Craxi Understanding on the Achille Lauro Terrorists» (Intesa Reagan-Craxi sui terroristi dell’Achille Lauro). «Durante una conversazione durata 20 minuti ed avvenuta al termine del 10 ottobre, il presidente ha chiesto aiuto a Craxi per consentire che i terroristi atterrati a Sigonella possano essere trasportati negli Stati Uniti per essere sottoposti alla legge» scrive Schultz, sottolineando che «Craxi ha spiegato che la legge italiana non gli permette di dare tale consenso, poiché il crimine è avvenuto su una nave italiana, ovvero su territorio italiano, e l’Italia è legalmente competente» aggiungendo che «il popolo italiano non comprenderebbe mai una tale rinuncia alla sovranità».

Di fronte a tali resistenze di Craxi, la reazione di Reagan è non sollevare obiezioni né tantomeno insistenze nella difesa della legittimità del blitz della Delta Force, mentre è ancora in corso. Reagan rinuncia all’opzione militare per seguire Craxi nella scelta di un approccio giuridico, ma rilancia. «Il presidente ha proposto a Craxi di trasmettere una urgente richiesta di estradizione e Craxi ha detto che sarebbe una buona soluzione perché potrà mettere la questione nelle mani dei competenti organi italiani, i tribunali», scrive Shultz nel telegramma, aggiungendo che Craxi assicura che «l’Italia nel frattempo imprigionerà i terroristi in attesa degli sviluppi legali». «E’ stato concordato che la richiesta di estradizione sarà relativa ai quattro sequestratori dell’Achille Lauro e che l’Italia (con l’assistenza americana) formulerà le accuse contro gli altri due al fine di processarli» sottolinea Shultz, specificando che «Craxi ha accettato di trattenere tutti e sei - ripeto sei - i palestinesi e il presidente si aspetta che il governo italiano lo faccia».

Se Shultz manda a Rabb questo telegramma la mattina dell’11 ottobre è perché sul terreno sta avvenendo il contrario di quanto Craxi ha promesso a Reagan: se infatti i quattro sequestratori sono stati presi in consegna dalla magistratura, l’aereo egiziano il 12 ottobre vola da Sigonella a Ciampino e da lì a Fiumicino dove Abu Abbas scende a terra per imbarcarsi su un volo di linea della Tanjug con destinazione Belgrado, assieme all’altro rappresentante dell’Olp.

Nel tentativo di far rispettare all’Italia la parola data da Craxi la mattina dell’11 ottobre, subito dopo aver ricevuto il telegramma da Shultz, l’ambasciatore Rabb telefona al ministro dell’Interno, Oscar Luigi Scalfaro. A descrivere quanto si dicono è il telegramma che l’ambasciata Usa invia a Shultz quel pomeriggio. «L’ambasciatore ha telefonato a Scalfaro, che ha assicurato di occuparsi della vicenda. Scalfaro ha detto che i quattro sequestratori saranno trattati in base alla legge italiana mentre riguardo agli altri due palestinesi ancora a bordo dell’aereo egiziano ha parlato con Craxi, che gli ha assicurato nei termini più decisi che manterrà l’impegno preso con il presidente Reagan di tenerli sotto custodia.

Non saranno in stato d’arresto, ma non gli sarà consentito di partire». A sollevare obiezioni sulla detenzione dei «due palestinesi» è invece Vincenzo Parisi, capo dei servizi italiani, «secondo cui non ci sono basi legali per detenerli». Ma gli americani si sentono garantiti da Scalfaro, come si evince dal telegramma: «Non abbiamo mai avuto dubbi sull’atteggiamento di Scalfaro sul terrorismo e sull’importanza che assegna a mantenere una stretta collaborazione con gli Stati Uniti, come dimostrano le sue critiche al ministro degli Esteri Giulio Andreotti che ha paragonato il raid israeliano su Tunisi (del 1˚ ottobre, ndr) ad un massacro nazista».

Le assicurazioni di Scalfaro tuttavia, al pari degli impegni di Craxi, si trasformano in una beffa quando i due palestinesi il 12 ottobre lasciano l’Italia. E’ Michael Armacost, sottosegretario di Stato per gli Affari Politici, che firma il telegramma di poche righe datato 12 ottobre su quanto avvenuto: «I due palestinesi hanno lasciato l’Italia per la Jugoslavia a metà pomeriggio, anche se avevamo chiesto al governo italiano di detenere uno di loro, Abu Abbas, in attesa della richiesta di estradizione». Poco prima del decollo dell’aereo della Tajug, Armacost ha tentato un’ultima carta, chiedendo a Rabb di recapitare all’Italia una «immediata richiesta di arresto provvisorio di Abu Abbas sulla base del Trattato di estradizione Usa-Italia del 13 ottobre 1983, entrato in vigore il 24 settembre 1984», in ragione della «partecipazione di Abu Abbas al piano per il sequestro della Achille Lauro». Ma Craxi ha già deciso di non rispettare l’impegno con Reagan e così, il 13 ottobre, Armacost scrive a Roma traendo le conclusioni: «Il governo degli Stati Uniti è stupito dalla violazione di ogni ragionevole standard legale da parte dell’Italia ed è profondamente deluso» da quanto avvenuto.

L’irritazione americana ha un’immediata conseguenza politica a Roma dove il 16 ottobre il Pri di Giovanni Spadolini ritira la delegazione dei propri ministridal governo Craxi in segno di protesta per aver fatto fuggire Abu Abbas. Ne scaturisce una crisi di governo che rientra il 6 novembre quando i ministri dimissionari tornano nell’esecutivo, sulla base della promessa di Craxi di un approccio più bilanciato sul Medio Oriente. Ottenuta la fiducia dalla Camera, Craxi però rilancia la sfida all’America - e a Israele - con un intervento in cui paragona Yasser Arafat a Giuseppe Mazzini, confermando che dietro la scelta di far fuggire Abbas c’è in realtà la scelta di sfruttare la crisi di Sigonella per trasformare l’Italia in un alleato dei palestinesi.




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Bersani chieda la testa dei sindaci del Pd declassati da S&P

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Dopo aver preteso le dimissioni di Berlusconi, ora il leader del Pd agisca con coerenza



Siamo certi: la direzione del Pd è già stata convo­cata. Siamo certi: tra poco udiremo le parole di fuoco del segretario Bersani. È ovvio, è eviden­te, è conseguente: chiederà la dimissioni dei sin­daci di Milano e di Bologna, dei presidenti della Provincia di Roma e di Mantova, dei governato­ri di Liguria ed Emilia Romagna. Dirà che non c’è più tempo, che bisogna intervenire subito. «Oh ragassi, non siamo mica qui a fare la ceretta allo Yeti». Dirà così, ne siamo certi. E poi aggiungerà che i re­sponsabili del disastro finanzia­rio devono andare a casa. «Oh ra­gassi, non siamo mica qui a mette­re le bucce di banana nel pala­ghiaccio... ».
Siamo sicuri che Bersani dirà co­sì, non può fare altrimenti, dopo l’annuncio di Standard and Po­or’s che ha bocciato le finanze di 11 enti locali italiani. In fondo, con tutto il rispetto, la logica deve avere un senso anche a Piacenza, fra salame d’asino, pisarei e fasò: se pochi giorni fa il declassamen­to dell’Italia era un motivo suffi­ciente per spingere il segretario a chiedere le dimissioni di chi gover­na il Paese, ebbene, allora il de­classamento di Comuni, Provin­ce e Regioni sarà certamente un motivo sufficiente per spingerlo a chiedere le dimissioni di chi gover­na quegli enti locali. «Non c’è più tempo da perdere, usciamo dalla palude», aveva detto allora. «Non c’è più tempo,usciamo dalla palu­de », ripeterà sicuramente oggi. L’unica cosa strana,a pensarci be­ne, è che non l’abbia ancora fatto. In effetti: chissà perché non ha ancora parlato.
Avrà perso la vo­ce? Colpa del recente incontro a tu per tu con Di Pietro? O del tête-à-tête con lo Yeti? Non è dato sapere. Ma i sindaci di Milano, Bo­logna e Genova si preparino a ri­spondere al suo duro attacco; i pre­sidenti delle Province di Mantova e Roma pure; e i governatori di Li­guria, Marche, Sicilia, Umbria, Friuli Venezia Giulia ed Emilia Ro­magna non pensino di passarla li­scia. Bersani è spietato con chi si fa bacchettare dalle agenzie di ra­ting internazionale, non sente ra­gione, non vuole ascoltare spiega­zione. «Chi viene colpito da un giu­dizio negativo di S&P si deve di­mettere », ha sentenziato una setti­mana fa.
E non avrà di certo cam­biato idea. Oh ragassi, il segreta­rio Pd è uno che fa sul serio: non sta mica lì per cambiare gli infissi al Colosseo, eh... Lo sappiamo bene che gli 11 am­­ministratori ( più il sindaco di Tori­no, il cui rating non è stato abbas­sato ma ha avuto un outlook peg­giore) cercheranno di difendersi con le solite frasi: «Non dipende da noi», «Colpa della situazione», «Paghiamo gli errori del governo nazionale», «Ci portiamo dietro il peso del debito creato da altri». Hanno già cominciato a farlo. «Era preventivato»,dice l’assesso­re Tabacci a Milano. «Siamo con­dizionati dai trasferimenti stata­li », aggiunge l'assessore al Bilan­cio della Regione Liguria. Per l’amor del cielo,noi saremmo pu­re propensi a dar loro credito.
Ca­piamo che se un ente pubblico, sia esso Comune, Regione o Stato nazionale, viene declassato, non sempre le colpe sono direttamen­te riconducibili a chi lo sta ammi­nistrando in quel momento. Si possono pagare responsabilità del passato, si può scontare una si­tuazione generale. Noi lo capia­mo e vorremmo essere compren­sivi nei confronti di questa sporca dozzina di declassati. Il fatto è che Bersani la pensa diversamente: chi viene sanzionato dall’agenzia di rating si deve dimettere, sostie­ne. Quando ha scelto la linea ave­va nel mirino Berlusconi. Ma sic­come lui non ama le bucce di bana­na, il palaghiaccio e le conseguen­ti scivolate, non potrà fare a meno di ripetersi. Gli amministratori lo­cali, di conseguenza, non hanno scampo. Oddio, è vero che la coerenza sta alla politica come il pecorino nella marmellata.
Ma, insomma, deve pur esserci un limite. E dun­que noi siamo certi che Bersani non potrà fare diversamente. Do­vrà intervenire con i suoi compa­gni di partito, con i governatori di Liguria e Umbria, con i sindaci di Bologna e Genova, per chiedere loro quello che ha chiesto al pre­mier. Perché sta aspettando? For­se vuole convocare il partito, forse vuole dare più forza alle sue paro­le, magari spera di raccogliere di­rettamente qualche dimissione brevi manu, per esempio dal presi­dente della Provincia di Roma, che essendo pure lui un Pd, non potrà fare a meno di adeguarsi al­la linea severa del segretario.
Ecco sì: probabilmente sta aspettando il colpo a sorpresa. Vuole stupirci. Vuole effetti speciali, Ma poi sia­mo sicuri che parlerà. Siamo sicu­ri che intimerà a tutti e 11, anzi a tutti e 12, di andare a casa. Non ha altra scelta: lo deve fare. Lo farà presto, ne siamo sicuri. Per lo me­no, appena avrà finito la ceretta al­lo yeti.



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Felice Maniero: «Rubai le reliquie per ricattare lo Stato»

Il Mattino di Padova


Vent'anni fa il furto del mento di Sant'Antonio da parte della Mala del Brenta, il giornale dei frati intervista il boss



PADOVA. La reliquia del mento di Sant'Antonio venerata nella Basilica di Padova venne rubata da Felice Maniero  con l'intenzione di costringere lo Stato a scendere a patti. Maniero voleva la liberazione del cugino Giulio e la revoca della misura di sorveglianza a suo carico. Lo conferma lo stesso boss, Felice Maniero, in un'intervista esclusiva pubblicata dal "Messaggero di Sant'Antonio", rilasciata per "riparare, anche solo per la miliardesima parte, al dispiacere che ho provocato ai fedeli". Nella sua ricostruzione, Maniero rivela alcuni particolari inediti, ad esempio di aver "ordinato - racconta l'ex boss della mala del Brenta - di prendere la Lingua di Sant'Antonio, molto più 'sostanziale' per lo scambio. Invece, quegli zucconi mi arrivarono con il mento". "A loro - racconta - non dissi nulla. Dentro di me, però, feci questo pensiero: per prendere la reliquia sbagliata, di sicuro devono aver ritenuto, come tutti noi, che la lingua fosse dentro la bocca. Negli intenti, e poi nei fatti, quell'azione ebbe il risalto e l'eco voluti".

IL FATTO. Padova, 10 ottobre 1991, ore 18.20. Tre banditi, armati e coperti da passamontagna, entrano nella Basilica di Sant'Antonio e rubano il Mento del Santo. Alcuni fedeli e una guardia vengono immobilizzati sotto la minaccia delle armi. I malviventi fuggono poi a bordo di un'auto guidata da un quarto complice. La Reliquia viene ritrovata settantuno giorni dopo, il 20 dicembre 1991, "ufficialmente" a Roma, vicino all'aeroporto di Fiumicino.

IL DOSSIER.
A vent'anni dal furto del Mento di sant'Antonio, messo in atto dalla mala del Brenta, il Messaggero di Sant'Antonio, dedica, nel numero di ottobre, un ampio e dettagliato dossier. Nello Speciale, contenuto nel numero di ottobre, l'intervista esclusiva a Felice Maniero, ex capo della mala del Brenta. Lo speciale raccoglie le voci dei testimoni, come i frati della Basilica che vissero l'evento in prima persona e la guardia tenuta in ostaggio. Ma anche del magistrato Francesco Saverio Pavone, impegnato insieme con altri colleghi a sgominare la mala del Brenta; Graziana Campanato, presidente del primo "maxiprocesso" contro la banda Maniero. E ancora: Ilvo  Diamanti, docente di Scienza e comunicazione all'Università di Urbino e tra i massimi studiosi del Nordest; Carlo Lucarelli, scrittore e giornalista.

26 settembre 2011


Il racconto sul mattino di 20 anni fa




Padova, 10 ottobre 1991, ore 18.20. Tre banditi, armati e coperti da passamontagna, entrano nella Basilica di Sant'Antonio e rubano il Mento del Santo. Alcuni fedeli e una guardia vengono immobilizzati sotto la minaccia delle armi. I malviventi fuggono poi a bordo di un'auto guidata da un quarto complice. La Reliquia viene ritrovata settantuno giorni dopo, il 20 dicembre 1991. Ecco il racconto di quei mesi attraverso i titoli del mattino di Padova.



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L'ago avvelenato, la Corea del Nord e il «ricordo» della Guerra Fredda

Corriere della sera

I casi di coreani del Sud uccisi e feriti con l'arma invisibile. Gli osservatori indipendenti: «Prudenza»



Un ago avvelenato messo a punto dagli Usa durante la guerra fredda
Un ago avvelenato messo a punto dagli Usa durante la guerra fredda
WASHINGTON – Un ago avvelenato. Un’arma invisibile che ricorda quelle della guerra fredda. Ad usarla – secondo fonti del Sud – gli 007 della Corea del Nord. In un caso hanno «terminato» il loro obiettivo: identificato solo come «Pastore Kim», è stato assassinato nella cittadina cinese di Dandong. L’uomo era coinvolto nella rete che aiuta i cittadini del Nord a fuggire in Cina. Il giorno seguente si è verificato un altro attacco a Yanji. Un missionario laico sud coreano era in strada quando è stato punto al bacino da qualcosa. E’ caduto per terra ed è stato soccorso da altri passanti. Portato in ospedale, sta recuperando. Le denunce seguono l’annuncio di Seul sull’arresto di uno 007 del Nord trovato in possesso di un ago avvelenato. Secondo le autorità avrebbe dovuto uccidere un attivista impegnato nel diffondere informazioni sul regime di Pyongyang.

PRUDENZA -
Le notizie sugli attacchi – come ha precisato ieri il «Los Angeles Times» - sono state accolte con grande prudenza da osservatori indipendenti. Ma, al tempo stesso, non sarebbe una sorpresa se il Nord fosse ricorso a questo sistema per sbarazzarsi di figure sgradite. Secondo fonti occidentali è possibile che l’ago sia stato preparato dalla divisione dei servizi impegnata in attività clandestine e con una lunga tradizione nel ricorso a diavolerie alla James Bond. Nel novembre 1987 una coppia di agenti nord coreani organizza un attentato che provoca la distruzione in volo di un jet del Sud, 115 le vittime. I due sono catturati ad Abu Dhabi, ma l’uomo si accende una sigaretta al cianuro – fornitagli dai suoi capi – e muore.


I PRECEDENTI - Il ricorso al veleno ricorda poi diversi episodi del confronto Est-Ovest. Su tutti l’uccisione dell’oppositore bulgaro Georgi Markov a Londra, nel 1978. Il Kgb sovietico lo eliminò usando un ombrello modificato in grado di sparare una pallina avvelenata. Sempre gli agenti russi avevano messo a punto un bastone da passeggio che nascondeva un lungo ago contaminato. Più di recente i servizi di Mosca hanno eliminato un capo ceceno inviandogli una lettera cosparsa di una sostanza tossica e, ancora a Londra, l’ex agente Litvinienko con il the al polonio.

Guido Olimpio

27 settembre 2011 11:21



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Sprechi: i clandestini fumano, gli italiani pagano E a Lampedusa vengono bruciati 450mila euro

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Ecco l'Italia degli sprechi: follia a Lampedusa. Il Viminale dà alla coop "Lampedu­sa Accoglienza" che assicura l'assistenza 33 euro al giorno a persona. Tre le voci di spesa, pure le "bionde". Bruciati 450mila euro in soltanto nove mesi



Quattrocentocinquantamila euro, è proprio il caso di dirlo, in fumo. Non stia­mo parlando dell’ennesimo spreco di un Comune, o delle spese folli di qualche am­ministrazione pubblica. Ma di spese folli, o che a dir poco destano almeno qualche per­­plessità, pur sempre si tratta. Già, perché 450mila euro, appunto, è la cifra che dal­l’inizio del 2011 la cooperativa «Lampedu­sa Accoglienza», cui è affidata la gestione dei centri di permanenza temporanea, ha speso per una voce che tutto è meno che un genere di prima necessità: le sigarette. Quattrocentocinquantamila euro di «bion­de» in nove mesi, una cifra apparentemen­te abnorme. Una cifra consistente, che dà anche l’idea del business che vive attorno al dramma dell’emergenza immigrazio­ne.
Già, perché «Lampedusa Accoglien­za», che gestisce i due centri presenti sul­l’isola - quello di contrada Imbriacola, da­to alle fiamme qualche giorno fa dai tunisi­ni che non volevano essere rimpatriati, e quello sito nell’ex base Loran, che ospita i minori- non è che paghi di tasca propria le sigarette. Il fumo, come le schede telefoni­che, gli abiti, i pasti, le medicine e tutto il re­sto fa parte dei 33,42 euro al giorno, per im­migrato, che il ministero dell’Interno ver­sa alla cooperativa che garantisce l’assi­stenza. Cooperativa che, in questo 2011 di emergenza sbarchi, ha dato lavoro a 130 persone.
Ma le spese per la nicotina, in tempo di ri­strettezze per tutti causa crisi, non si pote­vano risparmiare? L’amministratore di «Lampedusa Accoglienza», Cono Galipò, allarga le braccia: «La voce – spiega – è espressamente prevista dal capitolato d’appalto col ministero dell’Interno. So­prattutto i nordafricani fumano molto, e le sigarette fungono per certi versi anche da tranquillante. Secondo gli accordi dobbia­mo dare un pacchetto da dieci sigarette al giorno ad ogni immigrato maggiorenne.
Faccia un po’ i conti,un pacchetto da 10 co­sta due euro, moltiplicato per i milioni di immigrati che da gennaio ad oggi sono arri­vati, ed ecco che si arriva ai 450mila euro». Paradosso nel paradosso. I 450mila euro di sigarette sono solo una delle voci di spesa. Ci sono infatti le schede telefoniche - una, da cinque euro, ogni dieci giorni - e poi de­tersivi, sapone, indumenti. E poi natural­mente i pasti, tre al giorno.«Solo dall’1 gen­naio – spiega ancora Galipò – ne abbiamo forniti ben 650mila, per la maggior parte prodotti a Lampedusa. Tutto comunque è compreso nel budget di 33,42 euro al gior­no che il ministero ci dà per gestire l’assi­stenza. Il dato delle sigarette colpisce, ma fa parte di un ragionamento globale, sul­l’economia che gira attorno all’assistenza agli immigrati a Lampedusa».
Un’economia che adesso rischia di bloc­carsi. Dopo le tensioni di qualche giorno fa, infatti, i centri si sono svuotati. E il giro di denaro, in mancanza di una nuova ondata di sbarchi, potrebbe arenarsi. Sino al 30 set­tembre, anche se il centro è vuoto- sono ri­masti soltanto 43 minori, tutti ospitati nel­l’ex base Loran - «Lampedusa assistenza» prenderà la sua quota mensile, che è di 42mila euro, quel che serve per l’assisten­za ai pochi ancora lì e per pagare le circa 20 unità di personale in servizio. E poi? «A me­no di nuovi arrivi di massa – dice Galipò – non saranno rinnovati gli 80 contratti a tempo indeterminato. Si vedrà che accor­di raggiungere ». Insomma, se i barconi ca­ric­hi di immigrati in arrivo dalla Libia inter­romperanno l’arrembaggio cominciato a febbraio, il business è finito.



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Tra le carte della nonna un tesoro nascosto

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Più di trecento eredi riuniti per incassare il "bottino". Buoni postali e libretti sepolti nei cassetti da decenni oggi valgono milioni. Ma Bankitalia non vuole pagarli



Il tesoro non è gelosamente custodito in un vecchio baule di legno sepolto sotto la «x». E per trovarlo non servono né mappe né avventurieri. Basta avere pazienza, e rovistare fra le vecchie carte di famiglia. Magari nel cassetto del comò. Perché è proprio così che centinaia di italiani sono diventati milionari. Milionari potenziali, per il momento. In attesa che un’udienza fissata per il 21 dicembre al tribunale di Roma non riconosca loro il diritto di trasformare il vecchio libretto di risparmio aperto dal nonno 60 anni prima in banconote nuove di zecca.
Sono proprio i libretti postali, i certificati di credito e i buoni postali i tesori nascosti nelle nostre case. Nella maggior parte dei casi sono stati aperti da nonni o zii che, per assicurare un po’ di tranquillità ai loro cari, hanno depositato una parte dei propri risparmi: cifre comprese fra 500 e 7mila lire. Con il passare degli anni, però, i libretti sono stati dimenticati persino dai propri titolari. Sono finiti in fondo a un cassetto insieme a cumuli di carte ingiallite. Per essere scoperti mezzo secolo dopo dagli eredi, che a conti fatti si ritrovano fra le mani cifre comprese fra 300mila e due milioni di euro.
Negli ultimi mesi i ritrovamenti si sono moltiplicati, così come i «no» da parte della Banca d’Italia, che si rifiuta di pagare il capitale con gli interessi. I libretti - scandiscono ogni volta allo sportello - scadono dopo 30 anni, ai quali devono essere aggiunti altri 10 di prescrizione. Tradotto: dopo 40 anni non valgono più nulla. Per questo centinaia di persone si sono rivolte agli avvocati, riunendosi in una class action dal nome evocativo: «Libretti antichi». Il 21 dicembre ci sarà la prima udienza al tribunale di Roma.
«Non sappiamo come andrà - spiega l’avvocato titolare della causa, Anna Orecchioni -, ma ci sono basi solide che ci fanno sperare per il meglio. La prescrizione di un diritto decorre, infatti, dal momento in cui il titolare è in grado di esercitarlo. In questo caso, si tratta di persone che hanno scoperto i libretti pochissimi mesi fa. Quindi riteniamo che debbano recuperare i loro soldi».
Alla causa di gruppo partecipano circa 300 persone. Molte altre hanno scelto di correre da sole. «Tutti hanno scoperto per puro caso, nell’abitazione di parenti ormai defunti, questi risparmi - prosegue il legale -. Si tratta di somme relativamente piccole, che però calcolando almeno 50 anni di interessi, rivalutazione e capitalizzazione hanno raggiunto cifre in certi casi milionarie».
È il caso di un 58enne di Barisciano, in provincia de L’Aquila. Lui, unico erede di una zia materna, ha scoperto per caso alcuni buoni postali che giacevano alle Poste dal 1954. Il valore nominale è 150mila lire, quello reale - oggi - è circa due milioni di euro. C’è poi un signore di Belvedere Marittimo (Cosenza). Si chiama Francesco Carrozzino e pochi mesi fa nel cassetto di un comò a casa del nonno ormai scomparso ha trovato un buono postale da 500mila lire aperto nel 1973 che oggi vale 500mila euro. Sempre in Calabria, a Catanzaro, Francesco Canino ha ritrovato un libretto di risparmio postale con un deposito, fatto nel lontano 1946, di 500 lire. Adesso vale 300mila euro.
Mentre, ancora nella stessa regione, Severino Settimio ha recuperato un buono fruttifero sul quale erano state depositate diecimila lire. Il libretto è stato aperto nel 1957, per questo adesso vale non meno di 800mila euro. Infine a Foggia una donna ha ritrovato a casa di suo padre un libretto a lei intestato da 5mila lire. Valore attuale dopo 48 anni: 800mila euro. «I casi come questi sono centinaia - conclude l’avvocato -. Si tratta di una causa unica nel suo genere in Italia. Se dovessimo vincerla si aprirebbe un precedente importante in questa materia».




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Choc a Londra, in libertà il terrorista del bus: affiliato ad Al Qaida voleva fare un attentato

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Nel 2005 Siraj Yassin Abdullah Ali voleva far saltare i mezzi pubblici. Il giudice non lo rimpatria perché il suo Paese, l’Eritrea, non garantisce il rispetto dei diritti umani. L'agenzia per l'immigrazione: "Faremo di tutto per allontanarlo dal Paese"




Londra

A vederlo così, felpa azzurra a righe, pantaloni bianchi e tracolla, sembra proprio un commuter (un pendolare) qualunque in attesa di prendere il suo autobus. Peccato che Siraj Yassin Abdullah Ali, sei anni fa, uno di quegli autobus l’avrebbe voluto far saltare in aria insieme a tutti i suoi passeggeri. Il 21 luglio del 2005, soltanto un paio di settimane dopo gli attacchi del 7 luglio in cui morirono 52 persone, l'uomo aiutò cinque estremisti islamici a confezionare delle bombe che avrebbero dovuto scoppiare su altrettanti autobus londinesi. Fortunatamente il tentativo di strage fallì e tutti i componenti della banda furono arrestati, compreso Siraj.

Fratello di uno degli attentatori e amico del leader del gruppo, questo trentacinquenne eritreo sapeva tutto del complotto e aveva persino aiutato i futuri kamikaze a cancellare ogni prova del loro passaggio nell'edificio dove avevano costruito gli ordigni. Per il suo coinvolgimento si era beccato nove anni eppure il fotografo del tabloid inglese Daily Mirror lo ha immortalato nei giorni scorsi a Londra, mentre aspetta uno di quegli autobus che i suoi amici avevano tentato di far esplodere. Libero, in mezzo alla folla, anche se con un braccialetto elettronico. Dopo metà degli anni che dovrebbe scontare gli viene già consentito di vivere in una prigione diurna della zona nord della capitale dove ha l’obbligo di ritornare soltanto per la notte.

Questa possibilità in Gran Bretagna viene concessa a chi non ha una residenza stabile nel Paese e a chi non è più considerato un pericolo per la società. Ma la vera ragione per cui questo terrorista può girare liberamente è che il giudice ha stabilito che, se venisse rimpatriato nel suo Paese d'origine, potrebbe subire un «trattamento inumano» che violerebbe i suoi diritti. Così gli inglesi se lo devono tenere in casa sebbene egli non abbia dimostrato loro particolare gratitudine o affetto.

La stessa fortunata sorte è toccata anche ad un altro complice dei cinque terroristi del 21 luglio, Ismail Abdurahman che per le stesse ragioni non può venir deportato in Somalia. La notizia ha suscitato grande indignazione tra i cittadini britannici. Siraj viveva in un appartamento situato nello stesso edificio dove vennero confezionate le bombe. Spesso quando le esalazioni delle sostanze tossiche utilizzate per gli ordigni diventavano insopportabili, il gruppo si riuniva a casa di Siraj.

Il fatto che dopo soltanto quattro anni di prigione, questo soggetto sia di nuovo libero su cauzione, seppur in stato di semi-libertà, ha destato molte perplessità. «Il nostro sistema è ridicolo - ha commentato una fonte dell’ufficio immigrazione - questa gente ha tentato di uccidere innocenti e noi non riusciamo a buttarli fuori perchè violeremmo i loro diritti umani». L'Home Office ha presentato appello contro la sentenza del giudici «Faremo tutto ciò che è in nostro potere per allontanare questi individui dal Paese - ha fatto sapere l’Agenzia per l'Immigrazione».



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Pingitore: "Il Bagaglino chiude dopo 46 anni"

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Lo storico spettacolo satirico chiude i battenti dopo quasi messo secolo. Il fondatore: "Farò satira altrove"



Roma Dopo 46 anni lo storico spettacolo del Salome Margherita chiude i battenti. La satira politica non è "morta e non morirà mai. Può evolversi, cambiare, conoscere momenti di maggiore o minore fortuna. Ma non finirà perchè mettere alla berlina chi esercita il potere è un’attitudine umana. E io continuerò a fare satira da qualche altra parte". Parola di Pierfrancesco Pingitore, fondatore insieme a Mario Castellacci, della compagnia del Bagaglino, che nemmeno in questo caso cede alla malinconia e ai piagnistei. Pingitore tiene a sottolineare che "lo spettacolo che noi abbiamo fatto negli ultimi due anni, "A rotta di collo", era esclusivamente teatrale ed è finito con un grande successo. Se questo risultato positivo per la direzione del Salone Margherita non è abbastanza, non è un problema mio. Sono affari loro". "La direzione del Salone Margherita -aggiunge- mi ha manifestato un’intenzione alla quale io non posso opporre nulla. Se i loro calcoli non contemplano più lo spettacolo che ho fatto per 46 anni, ne prendo atto e tanti saluti".
Un dato, però, è certo. Per quattro decenni e mezzo il Bagaglino, racconta Pingitore, "è stato una fucina di spettacoli, di comici, di idee, di fenomeni e credo anche di attrazione per tantissimo pubblico. E basterebbe citare i nostri numeri eccezionali in televisione e nel teatro". In ogni caso, la chiusura del Bagaglino non sarà un’occasione per rimpiangere i bei tempi passati. Pingitore, infatti, saluterà il Bagaglino il 4 ottobre con una serata particolare in via Veneto a Roma. "Voglio celebrare -dice- lo spettacolo con la serata ’Bye Bye Bagaglinò: una grande festa che si svolgerà nel locale Elle. Sarà un’occasione di gioia e allegria offerta alla stampa e agli amici per salutare il Bagaglino. Insomma, non sarà un necrologio". "Tutto questo per dire -rimarca- che non voglio fare polemica. Ma se deve finire un’epoca, deve finire bene e in allegria, con una grande serata di canti, suoni, immagini e belle donne". Quanto poi ai progetti futuri, Pingitore spiega: "A marzo al Golden rappresenterò una mia commedia non politica ma di costume che si chiama "Amore e corna al tempo di facebook", con Pamela Prati, Maurizio Mattioli e Martufello". 




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Le mie due settimane al Grand Jury di New York

La Stampa


Un'aula di tribunale

Ho vissuto in prima linea la guerra al narcotraffico: luci, ombre, fiction e realtà

GIANNI RIOTTA

NEW YORK

Per due settimane ho visto la guerra alla droga in prima linea, come giurato popolare nella Special Narcotics Grand Jury di New York. I grandi traffici intercettati in minuziose inchieste che durano mesi, il piccolo spaccio di quartiere nel Bronx o a Harlem, intorno ai ristoranti del fast food. Un sistema di giustizia popolare che comincia come una grande seccatura, e porta poi i giurati - che rappresentano il buonsenso dei cittadini - ad infiammate discussioni sul bene e sul male, il diritto e la società, creando amicizie e antipatie, ma sollevando per una volta la benda della Giustizia.Il sistema delle giurie popolari» mi informa compunta la mia Jury Warden, Lynn, «è stato creato intorno al 1205 in Inghilterra e introdotto poi nella Costituzione degli Stati Uniti d’America, V emendamento: “Nessuno sarà tenuto a rispondere di reato, che comporti la pena capitale, o che sia comunque grave, se non per denuncia o accusa fatta da una Grande Giuria...” e in quella dello Stato di New York, articolo 1, sezione 6. Esistono due tipi di giurie, la Grand Jury, che decide se rinviare a giudizio o no un cittadino accusato, e la Petit Jury, che decide se assolvere o condannare gli imputati dalla Grand Jury. Lei servirà nella Grand Jury...».

E così, dal 1205 al 2011, la Grand Jury mi ha raggiunto. Ero già stato convocato una volta per servire nella Petit Jury, ma il sorteggio mi aveva favorito e non ero stato scelto. Una seconda selezione era andata smarrita tra Italia e Stati Uniti, innescando un valzer con la Contea di New York. Lavoro in Italia, non posso partecipare a una giuria. «Chi può testimoniare in suo favore?», ribatteva la giudice nell’edificio neoclassico di Centre Street, downtown Manhattan. E che io citassi l’ambasciatore Usa a Roma, Thorne, non faceva effetto. Arcigna, la giudice stampigliava un timbro rosso «MUST SERVE» sul mio certificato, incenerendo con un’occhiata la cancelliera, che azzardava «Ma Vostro Onore, ha ragione lui...». «Must Serve», obbligato a presentarmi al Tribunale della Contea. I

l sorteggio sfoltisce i candidati alla giuria, i più fortunati tornano a casa e per tre o quattro anni hanno assolto il dovere civico. I meno fortunati vengono estratti per le Petit Jury, che siedono in aula durante i processi veri e propri ed emettono il verdetto. Il mio timbro scarlatto «Obbligo di servire» orienta il sorteggio e finisco selezionato per Grand Jury Duty, due settimane da giurato. In un anno (dati 2005) 574 mila cittadini dello Stato di New York, maggiorenni e incensurati, siedono nelle giurie popolari: ma solo 29 mila condividono con me il privilegio di essere Grand Jurors, eredi delle giurie britanniche medievali. In tasca il tesserino purpureo, che dà accesso al Tribunale da una corsia preferenziale.

Una volta che Lynn, la Warden, poliziotta di colore con la pistola alla cintura, ci fa giurare fedeltà alla legge e all’equanimità - tra rimbrotti, telefonate angosciate al lavoro e in famiglia: «Non ci crederai: mi han scelto, dillo al capo, prendi tu la bambina a scuola, scusa non posso tornare...» - colpisce il rispetto che New York concede ai Jurors svogliati nell’immane Palazzo di Giustizia. Nessun documento da mostrare, le guardie reverenti, i District Attorneys affabili, gli agenti di polizia grati, gli avvocati cortesi. Lynn annuisce: «L’accusa è fatta in nome del Popolo di New York, il Popolo siete voi...».

Io e i miei ventidue compagni di giuria (il numero risale alle ancestrali leggi inglesi, dobbiamo essere presenti almeno in sedici, e votare in dodici, «sì» o «no» al rinvio a giudizio) finiamo assegnati alla Special Narcotics Grand Jury, che opera nella guerra alla droga aperta dal presidente Reagan negli Anni 80 e decide quali casi andranno a processo. Per giuramento non posso discutere di nessun fascicolo esaminato, ma la cronaca di due settimane in prima linea nella guerra della giustizia Usa al narcotraffico è autentica, e sereno il mio giudizio: il governo federale e lo Stato di New York stanno, se non perdendo, almeno pareggiando in casa il conflitto. Il narcotraffico perde solo pedoni, che arrestati lasciano il marciapiede di East Harlem o Washington Square - la prima è un vero supermarket delle droghe pesanti, la seconda una sorta di Ikea delle droghe leggere - e vengono subito rimpiazzati.

Il tribunale, a Centre Street, è povero e solenne come tutti i luoghi pubblici americani: linoleum lucidato al pavimento, lo scranno per la giuria in stile vecchi telefilm di «Perry Mason», la sala mensa dove, ci avverte Lynn, «la tv ogni tanto funziona e ogni tanto no. Il forno a microonde funziona invece, potete portare il pranzo da casa» e la fontanella dell’acqua è il solo refrigerio. I bagni sono America hard boiled, da gialli di Chandler e Hammett, orinatoi di ceramica alla Duchamp, la carta per asciugarsi le mani ruvida, elargita da una macchinetta color grigio ferro.

Stato maggiore della guerra alla droga sono i DA, District Attorneys, i giovani pm. La mia vicina di banco, professoressa afroamericana nata nel 1976, li inquadra subito: «Vedi come si vestono? Copiano la tv, “Law & Order”, “L.A. Law”, “CSI”». A Lynn, invece, CSI fa schifo: «Ti rendi conto? Chiedono una perizia balistica, un test Dna o antidroga e in un attimo ce l’hanno, mentre a noi servono giorni e giorni, altro che storie...». La mia vicina, avvolta in uno scialle rebozo messicano colori dell’iride, ha ragione: i ragazzi DA hanno tutti l’abito scuro con i pantaloni stretti al polpaccio, le ragazze DA il tailleur fasciante. Presentano i casi con eleganza: «L’agente undercover, in borghese, ha comprato la droga presso il quartiere...», ascoltano le nostre domande con cortese deferenza, pronti a sommergerci di articoli di legge. «Detenzione di cocaina in forma di cristalli crack con l’intenzione di vendere, due once pari a grammi 56.7, spacciata a meno di mille piedi (circa 300 metri) da una scuola come aggravanti, vi invitiamo a rinviare a giudizio...».

Se i DA sono gli ufficiali della guerra al narcotraffico, i poliziotti undercover, in borghese, quelli che comprano le dosi dagli spacciatori con banconote segnate da usare come prova dopo l’arresto, sono i marines. La realtà del Dipartimento antidroga della Contea di New York supera la fantasia dei film di Quentin Tarantino: in due settimane ho visto agenti obesi, 150 chili e passa, tatuati con il «full body tattoo», dal collo alle caviglie. E casalinghe pallide, signori distinti, mamme italiane opulente, giovanotti gasati come se fossero comparse di Jersey Shore in tv: una commedia umana perfetta. Gli spacciatori abboccano, vendono, vanno in galera.




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Anita, 80 anni in solitudine «La vita? Ho vinto e perso»

Corriere della sera

La Ekberg: non ho marito o figli ma ho amato molto. I giorni sono interminabili, di notte sogno casa mia




NEMI (Roma) - Un corridoio lungo. Luce al neon fioca. Tanfo di disinfettante. Ci sono posti dove la vita smette di essere dolce.
L'infermiere: «La signora Anita? È lì, in quella stanza».
Seduta su una sedia a rotelle. I capelli lisci e ancora magnificamente biondi. La pelle bianca, morbida, che convinse Federico Fellini.
Anita Ekberg.
Proprio lei.
Qui.
Dai suoi occhi si sprigiona un guizzo azzurrino, un lampo di inaspettata vitalità (in cui si ha l'impressione di scorgere persino una dose di non scontata ironia).
«E questi fiori? Per chi sono?».
Sono per lei, signora.
«Per me?».
Per lei, per i suoi ottanta anni...
«Oh, sì, certo... giovedì sarà il mio compleanno... Ma che bravi, vi siete ricordati... vi siete ricordati di Anita...».
L'ultima diva. Prima di lei, le donne non facevano il bagno nelle fontane. Poi tutte hanno immaginato di prendere per mano Marcello Mastroianni e di portarlo sotto una cascata d'acqua. Era un sogno possibile. Era il 1960. Una vita fa.

«Vuol sapere se mi sento un po' sola? Sì, un po' sì. Ma non ho rimpianti. Ho amato, pianto, sono stata pazza di felicità. Ho vinto e ho perso. Non ho un marito, non ho figli. Quella suorina che è entrata prima è diventata una mia cara amica». La pioggia riga i vetri. Reparto «lungodegenza», decimo piano: il lago, laggiù, un buco nero.
«Un anno fa, si spezzò il femore di sinistra... poi, a metà agosto, ha fatto crack il destro. L'operazione è andata bene, ora stanno cercando di rimettermi in piedi. E pensare che a Fellini piaceva moltissimo come camminavo. Dentro la Fontana di Trevi, durante le riprese, feci su e giù una notte intera, senza mai inciampare. Marcello invece aveva freddo e così vuotò una bottiglia di whisky. Cadde tre volte. E per tre volte furono costretti ad asciugarlo. Alla fine gli fecero indossare gli stivaloni da pesca sotto i pantaloni».

Quel film è nella storia del cinema.
«Però non era un gran film. Quel film esiste per quella scena pazzesca. E in quella scena c'eravamo io e Marcello. Più io, in verità, che lui. Ero bellissima. Lo so».
Frank Sinatra voleva sposarla.
«Non mi piace fare l'elenco delle proposte di matrimonio ricevute... Ho sempre pensato all'amore come a una faccenda privata. Con Gianni Agnelli abbiamo tenuto un segreto bellissimo per anni, finché un giornalista maleducato non pensò bene di scrivere tutto su un giornale. Con Dino Risi andò diversamente: era lui che avrebbe voluto avere una storia con me, ma tra noi non c'è mai stato niente. Però lui insisteva... Così gli spedii un fax nel residence dove viveva. Scrissi: "Piccolo uomo, grande stronz..."».

E Fellini?
«Un genio assoluto. Non ho mai capito quale fu il reale motivo che lo spinse a scegliermi come protagonista de "La dolce vita". Va bene, ero stata eletta Miss Svezia, e questo forse sarebbe potuto bastare a tanti altri registi, non a lui. Lui leggeva nel cuore degli attori, e li dirigeva come fossero farfalle».
La conversazione è interrotta da un lamento straziante che giunge da una stanza vicina. Accorrono due infermieri.
Lei, Anita Ekberg, sembra non sentire.
Si ostina a non sentire.
Socchiude gli occhi.
Poi li riapre: «Questo mazzo di fiori è bellissimo...».

«Labirinto Fellini»: materiali, fotografie, spezzoni, disegni


Esprime il desiderio di un cappuccino caldo. Gli anziani, in questi reparti, esprimono sempre desideri minimi: un cappuccino, una vestaglia nuova, il rumore del vento. «Il bar è giù, nel piazzale, e non c'è nessuno che mi spinga la sedia». C'è la nostalgia per casa. «La notte mi addormento sognando di essere nella mia villa di Genzano, con Taurina, il mio pastore tedesco, e Hamai, l'alano più bello del mondo». Inutile guardare l'orologio. «Le giornate sono infinite. La tivù non mi piace, è monotona, come pure i tiggì: sempre a raccontare del vostro premier sporcaccione. Ma perché l'avete votato per tutti questi anni? Anche ai miei tempi c'erano le raccomandazioni, ma non era obbligatorio passare nel letto di qualcuno per poter lavorare».
Giovedì, il compleanno.

«Sempre in giro a girare film, non gli ho mai dato troppo peso. Stavolta però le suore organizzeranno un bel pranzo in mio onore».
Il fotografo Claudio Guaitoli le chiede il permesso di scattare qualche foto.
Lei acconsente, sfoderando lo sguardo altero che ci si aspetta da una diva.
Cinque scatti.
«Ora però sono un po' stanca...».
Un baciamano.
Il cigolìo di una porta che si chiude.


Fabrizio Roncone
27 settembre 2011 09:32



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Il ricercatore universitario che si mantiene guidando il taxi

Corriere della sera


Matteo Alvaro, 28 anni, geologo, è rientrato dagli Usa: «L'assegno della facoltà non basta»


MILANO - Matteo Alvaro di professione fa il ricercatore è alla sua prima domenica da tassista, lo si capisce subito. Una svolta a destra di troppo e si dirige nella direzione opposta a quella richiesta. «Mi scusi, sono un po' confuso», si giustifica. E inizia a raccontare. «Sono salito sul taxi di mio padre dopo due anni di specializzazione negli Stati Uniti». Si ripassa esattamente al punto di partenza e il taxista-ricercatore azzera il tassametro: «È da stamattina che faccio sconti per le mie sviste».

Matteo è nato 28 anni fa a Milano, vive a Binasco nella casa dei genitori e ha una sorella più grande. Ha alle spalle il biennio passato alla Virginia Tech di Blacksburg, prestigiosa università del profondo Sud americano. «Fin da piccolo sognavo di fare il geologo: così, dopo essermi diplomato all'istituto tecnico di Pavia mi sono laureato in Geologia. Poi ho vinto una borsa di studio per il dottorato e ho continuato a lavorare all'università. A un convegno ho conosciuto Ross J. Angel, il numero uno nel campo della cristallografia e, grazie anche all'aiuto dei miei professori, ho potuto anticipare il dottorato e partire per un ruolo di postdoc (l'equivalente del nostro posto di ricercatore) alla Virginia Tech». Negli Usa gli avevano proposto di scegliere tra due contratti: «Uno di 4 anni e l'altro di 2. Scelsi quello più breve anche per questioni di cuore, visto che avevo una storia in Italia». Pentito di quella decisione? «Sì, anche perché nel frattempo la storia è finita. Lo penso soprattutto dopo una giornata passata sul taxi con la moda a Milano».

Quando in America la crisi economica ha cominciato a farsi sentire, il suo professore gli ha scritto un'email prima che scadesse il contratto e gli ha consigliato di cercarsi un'altra opportunità, offrendo le sue referenze. «I colleghi di Pavia con cui ho mantenuto i rapporti, mi hanno suggerito di rientrare. Devo ringraziare il dipartimento che si è sempre adoperato per non farmi restare senza un minimo di sussidio economico. Ma in Italia le retribuzioni per chi lavora in ricerca sono molto più basse rispetto a quelle americane». Un postdoc guadagna mediamente 40 mila dollari all'anno e può arrivare anche a 80/100 mila. «In Italia, invece, lo stipendio credo sia intorno ai 1.400 euro al mese. Esattamente non lo so ancora, visto che devo aspettare il concorso per entrare in servizio».

Nel frattempo Matteo ogni domenica mattina sale sull'auto bianca del padre e fa il tassista a Milano, «possibilità offerta dalla "collaborazione familiare" per cui la licenza taxi può essere estesa a un parente», spiega. «E lo farò anche quando arriverà l'assegno, per arrotondare».

Poi, dal lunedì al venerdì, il tassista ricercatore con la passione per la tecnologia («ho quattro computer, due sono portatili») frequenta il laboratorio del dipartimento di Scienze della Terra all'Università di Pavia. «Scrivo articoli scientifici in attesa di riprendere la mia attività: lo studio delle proprietà chimico-fisiche dei minerali. I risultati possono essere utilizzati per approfondire le conoscenze di base nel campo della geologia ma possono anche servire per produrre nuovi materiali, come certe argille utilizzate per la messa in sicurezza di siti contaminati».

All'estero la possibilità di fare ricerca è maggiore grazie anche ai fondi privati. «Nel mio dipartimento eravamo in 17 italiani, siamo rientrati solo in tre. Abbiamo fatto tutti il dottorato in Italia e siamo costati allo Stato, costi che vanno a vantaggio dei Paesi esteri. Senza contare che qui lavoriamo con strumenti degli anni 80 mentre negli Usa hanno a disposizione le ultime tecnologie. E questo incide sui risultati».


Maria Teresa Veneziani
27 settembre 2011 11:35




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Piazza Navona, il mercatino dell'arte falsa

Corriere della sera

Fotocopie vendute come acquerelli ai bordi delle strade



MILANO - In due giorni si possono guadagnare fino a 500 euro. I turisti, soprattutto americani e inglesi, vanno matti per l'arte italiana. Ma in questo caso è l'arte di imbrogliare. Perché quelli che in piazza Navona a Roma (ma un po' in tutta la capitale) vengono venduti come acquerelli fatti a mano da sedicenti artisti altro non sono che banali fotocopie. Il segreto è usare una particolare carta ruvida che assorbe l'inchiostro della stampante come se fosse il tocco di un pennello. Il resto lo fa il computer; fotografie che diventano dipinti grazie al photoshop. Ma i turisti arruffianati dal cicisbeo di turno non se ne accorgono. Sulle bancarelle fioccano ovunque avvisi con su scritto «Dipinti a mano» oppure «Original, no copy». Poi basta confezionarli a dovere: un bel passepartout o una cornice colorata con tanto di firma e dedica.

Così gli ignari forestieri sborsano dai 20 ai 50 euro per fotocopie che altrimenti pagherebbero 1 euro in una buona copisteria. «Ci caschi se sei un turista che si fa solare, come del resto "solano" a noi quando andiamo fuori. È normale, no?» ci dice Mauro (nome di fantasia). Cercava lavoro ma senza fortuna. Un giorno gli proposero di fingersi artista e vedere quadri in piazza. «Si guadagna bene», gli dissero. E in effetti intasca il 30% su ogni «acquerello» che riesce a propinare. Ad agosto, con il pieno dei turisti, la sua parcella ha sfiorato i 1600 euro. Il suo capo ha incassato circa 5 volte tanto. Per entrare nel giro occorre, però, un investimento iniziale: 500 euro per acquistare il cd con le immagini da stampare. Lo vende un rumeno che nell'ambiente è il punto di riferimento. Abbiamo finto anche noi di voler diventare artisti di strada ma quello che si è profilato è un business sotterraneo e capillare che gestisce finanche il posto dove vendere i quadri. E guai a sgarrare. La concorrenza è agguerritissima e non ammette errori o invasioni di campo.

Antonio Crispino
27 settembre 2011 08:59

Brasile, stretta sul turismo italiano «Improrogabile» il limite di 90 giorni

Corriere della sera

Spunta una norma ad hoc. Senza limite la permanenza degli altri europei. Una ricaduta del caso Battisti?


RIO DE JANEIRO - Perché gli italiani sono gli unici turisti europei a non poter restare in Brasile più di tre mesi? La domanda circola da qualche settimana nei posti di frontiera, alle interminabili file della Policia Federal, o lungo le spiagge del Nordest dove sempre più connazionali stirano le vacanze tradizionali in soggiorni lunghi, e non sempre limitandosi a prendere il sole. La decisione del ministero degli Esteri di Brasilia è apparsa improvvisamente in un circolare dello scorso luglio, e subito comunicata ai posti di frontiera. Per gli italiani il permesso turistico è ora di tre mesi, «improrogabili», si specifica sul timbro del passaporto.

DECISIONE SOVRANA - In precedenza valeva la norma applicata a tutti gli europei: i 90 giorni potevano essere raddoppiati a 180 con una semplice richiesta. Ma ciò che è permesso a francesi, spagnoli e svizzeri oggi non è più consentito agli italiani. Una norma ad hoc. «Purtroppo i rapporti tra Italia e Brasile non stanno attraversando il loro momento migliore», ammette Fabio Porta, deputato del Pd eletto in Sudamerica che ha appena presentato una interrogazione alla Farnesina per capire i motivi della discriminazione. Il pensiero va subito alle ricadute del caso Battisti, con la dura polemica tra i due Paesi per la mancata estradizione dell’ex terrorista, decisa lo scorso giugno. Quella che alla stragrande maggioranza degli italiani è apparsa un’offesa, per il governo brasiliano è stata una decisione sovrana, e intollerabili e ingiuriose sono state piuttosto le insistenze.

BRASILIANI IN ITALIA - Della vicenda è tornato a parlare sabato notte a Washington il ministro Franco Frattini, che ha incontrato il collega Antonio Patriota. Il ministro brasiliano, sostiene Frattini, ha accettato la proposta di creare un team misto per riesaminare la questione. Fermo restando che l’Italia intende portare il caso alla Corte di giustizia dell’Aja. Al ministero degli Esteri di Brasilia negano il nesso tra la vicenda Battisti e quella dei 90 giorni, offrendo un’altra spiegazione. «E’ una questione di reciprocità, anche l’Italia limita a tre mesi la permanenza per i turisti brasiliani». Ribattiamo che la norma è europea, dell’area Schengen, e non ha senso applicare la reciprocità solo agli italiani.

«Possiamo farlo perchè tra Italia e Brasile è ancora in vigore un precedente trattato bilaterale (datato 1960, ndr) che regola così la materia. In ogni caso - concludono a Brasilia - è allo studio un nuovo accordo che uniformerà la materia con tutta l’Unione europea, è un problema temporaneo». Fin qui la risposta ufficiale. Altre fonti legano l’eccezione italiana ad altre due ragioni: la stretta che sta avvenendo nel nostro Paese sui brasiliani, che in numero crescente entrano come turisti per poi restare a lavorare clandestinamente, e il fenomeno opposto, molti italiani che da turisti svolgono attività lavorative in Brasile, senza averne il permesso. «In realtà, le nuova norma colpisce soprattutto chi ha comprato qui una casa e intende stare più di tre mesi all’anno - dice il deputato Porta - Ci sono molti pensionati, soprattutto, ma anche giovani che operano nel volontariato. E’ ingiusto, anche perchè applicato solo a noi».



Rocco Cotroneo
26 settembre 2011(ultima modifica: 27 settembre 2011 07:38)



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