mercoledì 28 settembre 2011

Bandito Giuliano, il giallo si infittisce: scomparso il fascicolo sulla sua morte

Corriere del Mezzogiorno

I pm cercavano i referti per l'esame del dna: sospettano che il corpo sepolto a Montelepre non sia il suo


Salvatore Giuliano
Salvatore Giuliano


PALERMO - C'è un nuovo giallo nell'inchiesta sulla morte di Salvatore Giuliano. Il fascicolo aperto subito dopo l'omicidio, avvenuto il 5 luglio del 1950, è sparito. I pm di Palermo che hanno riaperto l'inchiesta sul delitto, ipotizzando che quello sepolto nel cimitero di Montelepre non sia il cadavere del bandito, hanno cercato invano l'incartamento per esaminare il referto firmato dal medico legale dopo il decesso. Ma delle conclusioni dell'esame autoptico e del fascicolo non c'è traccia. Nè in Procura, nè all'Archivio storico di Palermo dove tutti gli atti di inchieste penali devono essere portati decorsi 50 anni.

In attesa del deposito ufficiale della consulenza degli esperti che hanno comparato il dna trovato su alcuni oggetti appartenuti al bandito con quello del corpo sepolto e riesumato - ufficiosamente i consulenti hanno già detto che il dna estratto dagli abiti esaminati non è sufficiente per arrivare a una conclusione certa sull'identità del cadavere - l'inchiesta resta aperta. A un nulla di fatto ha portato il raffronto con i familiari in vita di Giuliano, a un nulla di fatto avrebbe portato il confronto con i vestiti. La Procura, dunque, per mettere fine ai dubbi sulla morte del bandito e archiviare il sospetto che ad essere ucciso sia stato un sosia e che Giuliano sia fuggito altrove, potrebbe decidere di riesumare i genitori del «re di Montelepre». Il confronto del loro dna con quello del corpo sarebbe risolutivo per accertarne l'identità.


Redazione online
28 settembre 2011




Powered by ScribeFire.

Che ci fanno Garibaldi e Mazzini tra le volte del Battistero di Pisa?

Corriere della sera

Tutti gli edifici del Campo dei Miracoli furono costruiti nel XII secolo. E gli eroi dei Risorgimento



Guarda l'immagine
Guarda l'immagine
PISA – Per assistere all’ incongrua scena temporale è necessario munirsi di un piccolo cannocchiale ed esplorare le meraviglie della volta nord del Battistero, insieme a Torre pendente e Duomo uno dei tre splendidi monumenti di Piazza dei Miracoli a Pisa. Basta mettere bene a fuoco, tenere a freno le emozioni, ed eccoli lì vicini uno dall’altro le statue di Garibaldi e Mazzini. L’eroe dei due mondi guarda in avanti con il volto fiero del condottiero. Il fondatore della Giovine Italia, invece, mostra con le dita un libro. Volti scolpiti nel marmo, uno dei tantissimi esempi dell’iconografia risorgimentale.

RESTAURO - Detta così sembrerebbe una non notizia. Il problema è che il Battistero, dedicato a San Giovanni Battista, è un monumento costruito nel XII secolo e le sculture sotto i pinnacoli che vi ruotano attorno sono quelle di profeti biblici. Una somiglianza causale o qualche artificio del tempo? No, secondo gli esperti quei volti furono scolpiti intenzionalmente in onore ai due personaggi simbolo dell’unità d’Italia. Tra i sostenitori della tesi è la professoressa Lucia Tomasi Tongiorgi, già docente di Storia dell’Arte e prorettore dell’Università di Pisa, nella presentazione del catalogo della mostra Il contributo di Pisa all’Unità d’Italia 1859-1861, allestita nei locali della biblioteca universitaria.
MACCHINA DEL TEMPO- Ovviamente non esiste alcuna macchina del tempo e la spiegazione è molto meno fantasiosa se pur ugualmente affascinante. Secondo gli esperti, le due statue furono scolpite dalla squadra dei maestri scalpellini che nell’Ottocento restaurarono il monumento. Un team di grande prestigio, per il tempo, guidato da Francesco Storni, uno dei migliori restauratori del tempo. «Evidentemente la squadra volle onorare i loro profeti – conferma la professoressa Tongiorni - e plasmò i loro volti sulle rovine di statue ormai distrutte dal tempo. Ma non è una novità assoluta. Sulla facciata della Chiesa di San Michele a Lucca è raffigurato Cavour e altri volti di patrioti si trovano impressi su altri antichi monumenti sparsi un po’ in tutta Italia».



Marco Gasperetti
mgasperetti@corriere.it
28 settembre 2011 18:56



Powered by ScribeFire.

La Bmw confessa: Quandt un nazista

Corriere della sera


Il fondatore della casa automobilistica faceva parte del regime. Nella fabbrica sfruttava 50mila prigionieri



Gunther Quandt (Archivi federali tedeschi)
Gunther Quandt (Archivi federali tedeschi)
MILANO- Il passato ritorna. E a volte bisogna farci i conti. Così dopo Hugo Boss, anche il fondatore della casa automobilistica Bmw era nazista e non «una vittima» come aveva fatto credere alla fine della guerra. A rivelarlo uno studio commissionato dai nipoti di Gunther Quandt e che doveva essere «un esercizio di apertura e trasparenza». E hanno voluto esprimere «la più profonda vergogna».

LA RICERCA- Sembra che nei suoi stabilimenti, Quandt senior abbia sfruttato - talvolta fino alla morte - oltre 50mila fra lavoratori forzati, prigionieri di guerra e dei campi di concentramento per la fabbricazione di armi e pezzi d'artiglieria destinati ad Adolf Hitler. Descritto come un imprenditore «senza scrupoli», è riuscito a cavalcare economicamente il periodo nazista a discapito della manodopera ebrea trasformando così la sua azienda in un colosso industriale.

I RAPPORTI CON GOEBBELS- Nello studio si parla di rapporti piuttosto tesi con Joseph Goebbels, ma esclusivamente per motivi personali, dopo il loro divorzio la moglie di Quandt, Magda sposò il capo della propaganda di Hitler che quindi visse con i suoi figli dopo di lui. Persino il figlio Herbert, uno dei protagonisti del «miracolo economico» tedesco del dopoguerra, noto finora per aver salvato la Bmw dalla bancarotta comprandola nel 1959, non esce bene dal nuovo quadro. Anche lui ha sfruttato lavoratori forzati quando dirigeva uno degli stabilimenti del gruppo a Strasburgo alla fine della guerra, e ha persino guidato i lavori di costruzione degli alloggi nel campo di concentramento di Sagan nell'attuale Polonia.

LA REAZIONE- Attraverso quest'opera, gli eredi Quandt, a capo di una fortuna stimata 20 miliardi di euro, hanno voluto esprimere «la più profonda vergogna» per il lavoro forzato, senza tuttavia ripudiare il nonno. «Ci sarebbe piaciuto che fosse un uomo diverso» ha dichiarato Gabriele Quandt, nell'unica intervista rilasciata dopo la pubblicazione della ricerca, al settimanale Die Zeit.


Redazione Online
28 settembre 2011 17:14



Powered by ScribeFire.

Bimba di dieci anni lasciata a terra dal bus Aveva un «vecchio» biglietto. E' polemica

Corriere della sera

La madre la stava attendendo a Meduna. Ma lei è stata «scaricata» a Oderzo. Aveva pagato 30 centesimi in meno. La condanna di Alessandra Mussolini


Con lo zaino in spalla (Archivio)
Con lo zaino in spalla (Archivio)

TREVISO – Sta provocando dure reazioni di condanna il caso della bambina di dieci anni obbligata mercoledì scorso a scendere dalla corriera dal controllore. La bimba aveva con sé un biglietto acquistato prima dei recenti rincari, e quindi inferiore di 30 centesimi al nuovo prezzo della corsa. «Scaricata» a Oderzo, dunque, mentre la mamma la attendeva a Meduna. Solidarietà alla famiglia è già stata espressa dal Presidente della Provincia Leonardo Muraro. E al coro di disappunto si sono aggiunte due voci. «Forse il controllore non ha mai sentito parlare di Yara Gambirasio, di pedofilia e di quant’altro minaccia i bambini», ha dichiarato Antonio Marziale, presidente dell’Osservatorio sui Diritti dei Minori (Odm) e consulente della Commissione parlamentare per l’infanzia.

La stessa commissione presieduta da Alessandra Mussolini che ha aggiunto: « Per imporre il rispetto di una regola legittima si è fatto un danno maggiore, rischiando di mettere in pericolo la sicurezza della bambina». L’azienda di trasporto «La Marca» ha già avviato un’indagine interna. Ma resta una domanda: un passeggero che sale a bordo senza un corretto titolo di viaggio deve essere «scaricato» o multato? Senza contare che, in questo caso, un po' di buon senso non sarebbe guastato.

28 settembre 2011




Powered by ScribeFire.

Senatrice, si tolga le scarpe» E la Bonfrisco litiga in aeroporto

Corriere della sera

L’Ugl denuncia il comportamento della parlamentare Pdl veronese durante i controlli pre imbarco di lunedì mattina al Catullo: «Che vada in treno». E' polemica


Cinzia Bonfrisco, sentrice Pdl (Archivio)
Cinzia Bonfrisco, sentrice Pdl (Archivio)

VERONA — «Senatrice, si tolga le scarpe ». «Non ci penso neppure, e per favore usate modi più civili». E’ iniziato più o meno così, l’altro giorno all’aeroporto Catullo di Villafranca, un piccolo duello che vede adesso contrapposti (con toni durissimi da entrambe le parti) la senatrice veronese del Pdl, Cinzia Bonfrisco, e il sindacato Ugl della Polizia di Stato. Tutto è partito, appunto, dalla richiesta fatta lunedì alla parlamentare, che era in partenza per Roma, di togliersi le scarpe per sottoporsi ai controlli, richiesta fatta dai «vigilantes» dei servizi di sicurezza dello scalo (affidati alle società «La Ronda» e «Fidelitas»). Da qui in poi, le versioni dei fatti sono diametralmente opposte.

Secondo l’Ugl «alla richiesta di togliersi le scarpe per motivi di sicurezza, la senatrice veronese a salvaguardia dei propri diritti civili ma, a discapito della possibilità di proteggere il mondo da minacce terroristiche, ha inscenato l’ennesimo "spettacolo teatrale" con tanto d’intervento della Polizia di Stato». Solo dopo questo intervento, infatti, servito evidentemente a calmare le acque, i controlli sono stati effettuati. Questione chiusa, allora? Pare proprio di no.

Perché il sindacato di polizia allarga il discorso e va all’attacco, spiegando che «non è la prima volta che questa personalità crea problematiche all’atto dei controlli aeroportuali ». Di qui, l’atto di accusa: «Nessuno e ripetiamo nessuno, - tuona il segretario provinciale dell’Ugl del settore, Massimiliano Colognato - può essere esentato dall’effettuare i previsti controlli aeroportuali prima di salire a bordo di un aeromobile mentre il personale della Polizia di Stato e le Guardie particolari giurate non possono certamente essere bistrattati da chi non gradisce, essere controllato»

E ancora: «In attesa che anche l’aeroporto Valerio Catullo sia dotato dei nuovi scanner per scarpe come quelli prodotti da Safran Mopho, azienda che faceva parte della divisione Sicurezza di General Electric, la senatrice veronese dovrebbe pensare che i controlli aeroportuali vengono effettuati a garanzia dell’intera collettività: quanto successo - aggiunge - è davvero molto grave e solamente grazie alla professionalità della Polizia di Stato e delle Guardie particolari giurate in servizio presso l’aeroporto Catullo, la situazione non è ulteriormente degenerata ».Dopo aver definito «assurdo» il comportamento dell’esponente politica, l’Ugl conclude invitando «la senatrice veronese a servirsi dei mezzi ferroviari per non essere sottoposta ai fastidiosi controlli aeroportuali».

Decisamente diversa la versione dei fatti da parte della parlamentare veronese. «Nessun problema con la Polizia, anzi - racconta infatti la senatrice Bonfrisco - ma semmai con i vigilantes delle ditte private che hanno ottenuto l’appalto della sicurezza al Catullo». Secondo l’esponente pidiellina, infatti, «è vero che mi sono rifiutata di togliermi le scarpe, ma l’ho fatto perché, (e non era la prima volta che accadeva), sono stati usati nei miei confronti modi che mi limito a definire… alquanto sgarbati, così come è accaduto anche ad altri viaggiatori.

A quel punto sono stata io a chiedere l’intervento degli agenti di polizia, che sono stati gentilissimi e assolutamente professionali, svolgendo il loro compito con precisione e perizia, doti peraltro unite a quella cortesia che nei confronti di un cittadino non mi pare faccia affatto male». Poi, anche dalla senatrice, una frecciata politico- sindacale: «Stia tranquilla l’Ugl - dice sorridendo, - se l’attività giornalistica di questi giorni serve a fare qualche tessera in più, i suoi dirigenti resteranno delusi.

Voglio però sottolineare che questo iperattivismo mediatico non può avvenire diffondendo delle falsità sulla pelle delle persone. I bravi poliziotti, come quelli in servizio all’Aeroporto di Verona, oltre che fare bene il loro lavoro, sanno distinguere la cura della sicurezza e il loro operato quotidiano dalle pure e semplici speculazioni sindacal- elettorali. E le società private che gestiscono il servizio di controllo al Catullo sappiano che nessuno si sottrae a nulla, basta solo chiedere sempre con professionalità e rispetto, perché i viaggiatori non sono un parco buoi. E più che mai in momenti come questi ci serve poca ottusità e molta pazienza».



Lillo Aldegheri
28 settembre 2011



Powered by ScribeFire.

Troppe manifestazioni, una ogni 4 giorni

Il Tempo

La Fiom blocca il Centro, il sit-in si trasforma in serpentone ed è paralisi. Sindaco furioso: ora basta.


Il sindaco di Roma Gianni Alemanno Un corteo ogni quattro giorni. In pratica, almeno una volta alla settimana la città viene paralizzata da manifestanti di ogni tipo. Tra sit-in autorizzati e proteste spontanee è un caos continuo. Come quello vissuto ieri mattina in centro storico. L'organizzazione sindacale Fiom di Palermo aveva chiesto e ottenuto l'autorizzazione per due sit-in in occasione dell'incontro al ministero dello Sviluppo economico sulla vertenza dello stabilimento Fiat di Termini Imerese.

Il primo era previsto dalle 8 alle 14 in piazza Santissimi Apostoli, il secondo dalle 14 alle 20 nei pressi di via Molise, sede del Ministero. Due proteste «statiche» appunto. E invece qualcosa in corso d'opera è cambiato. I manifestanti in piazza Santissimi Apostoli erano troppi. Dopo poco si sono diretti verso Montecitorio. Il traffico è impazzito. Alle 9 tutta l'area attorno a piazza Venezia era nel caos. È allora che il sindaco Alemanno è andato su tutte le furie e ha chiesto al questore Francesco Tagliente di bloccare la manifestazione: «Pur comprendendo le ragioni dei lavoratori della Fiat di Termini Imerese, non si può tollerare che una parte nevralgica della città come il centro venga completamente paralizzata causando danni e forti disagi ad altri lavoratori».

I romani lo sanno bene. Da agosto 2010 a maggio 2011 in città ci sono stati 72 cortei che hanno sconvolto la quotidianità. Non consola il fatto che nello stesso periodo dell'anno precedente (tra il 2009 e il 2010) i cortei erano stati 80. Se però allarghiamo il quadro a tutti i sit-in, proteste ed eventi che si sono tenuti fino allo scorso maggio, il numero lievita notevolmente per un totale di 2.189 manifestazioni, pari a sette al giorno. Un numero enorme anche se in calo rispetto all'anno precedente quando era addirittura di 2.567 (il 14% in più). Inoltre, nell'ultimo anno, sono aumentate le manifestazioni senza preavviso. Ovvero quelle che creano i maggiori disagi alla città e alla circolazione.

Questi cortei o sit-in «abusivi» sono cresciuti del 12 per cento. La conseguenza naturale è stata che anche le denunce per manifestazioni senza preavviso hanno avuto un'impennata: più 33 per cento. Il questore Tagliente tre mesi fa ha spiegato che «le denunce sono state uno strumento dissuasivo molto più efficace della forza per impedire le manifestazioni». È innegabile che comunque il problema esiste. Il sindaco ha chiesto più volte al prefetto di regolamentare e risolvere definitivamente la questione. Se ne è discusso anche il 31 agosto scorso nell'ultimo vertice sulla sicurezza tra il sindaco Alemanno e il sottosegretario all'Interno Mantovano. Entrambi si sono detti d'accordo su un punto: «Ogni volta che c'è un corteo o una manifestazione vengono sottratti numerosi agenti al controllo del territorio».


Dario Martini
28/09/2011




Powered by ScribeFire.

Nord-Corea: Google Earth rivela campi di concentramento

La Stampa

TRADOTTO DA ELENA INTRA


Si parla tanto in giro, fors'anche troppo, del regno totalitario di Kim Jong Il in Corea del Nord. Ma adesso nuove immagini rivelano ancora più da vicino il vero volto del suo regime. Si tratta delle foto satellitari più dettagliate che siano mai circolate dei campi di concentramento in cui si presume siano detenuti più di 200.000 cittadini della Corea del Nord.
Le storie che escono dai campi sono orribili. Periodicamente c'è qualche detenuto che muore per le torture subite, altri vengono giustiziati da plotoni d'esecuzione e con lapidazioni pubbliche. Quelli che riescono a sopravvivere sono malnutriti e malati, ma vengono comunque costretti ai lavori forzati sette giorni su sette, nutrendosi di "ratti, serpenti, rane, insetti" -- e anche feci, secondo quanto raccontano gli ex prigionieri.

Eppure la Corea del Nord continua a negare l'esistenza di questi campi.

Adesso però Ministero dell'Unificazione della Corea del Sud ha identificato in queste nuove immagini satellitari i luoghi in cui sorgono i campi di concentramento, tra cui il famigerato Camp22 e Yodok, dove vivono ben 50.000 prigionieri -- è sempre più difficile negarne l'esistenza. Le precedenti immagini satellitari scattate in queste zone risultavano sfuocate e ardue da decifrare, ma queste nuove foto sono assai più dettagliate. Per di più, secondo Amnesty International, sembra che le dimensioni dei campi siano ancora più estese rispetto a quanto si vedeva nelle immagini di 10 anni fa.

È difficile che questa inconfutabile evidenza potrà far qualcosa per dissuadere il governo nord-coreano dal rapire e rinchiudere i suoi cittadini in tali luoghi. Hanno dimostrato più volte di voler insabbiare anche i fatti più evidenti. Ma ora il pubblico può guardare con chiarezza e nitidezza i campi dove sono detenuti centinaia di migliaia di persone innocenti e di prigionieri politici -- dando così una mano, almeno ipoteticamente, a smuovere l'ago della bilancia a favore dell'umanità.



Post originale: North Korean Death Camps Shown in Unprecedented Detail by Google Earth, ripreso da Gizmodo.com




Powered by ScribeFire.

Dov'è finito il corpo dello Spagnoletto?

Corriere del Mezzogiorno

Ribera è sepolto nella chiesa di Santa Maria del Parto. Ma della tomba dell'artista non c'è più traccia


«Il geografo» di Ribera
«Il geografo» di Ribera


NAPOLI - Qui riposa in pace José de Ribera detto lo Spagnoletto. Macché. Uno va a Mergellina, alla chiesetta di Santa Maria del Parto, e si aspetta di leggere il solenne epitaffio sulla tomba del pittore del Martirio di San Filippo, come indicato in più di una biografia, anzi in tutte. Della tomba invece non c’è traccia (per fortuna il sepolcro di un altro illustre, il Sannazaro, invece c’è ancora e ben visibile). Purtroppo, come succede nella gran parte dei casi, le trasformazioni che nel corso dei secoli squassano l’impianto originale degli edifici ecclesiastici hanno intaccato anche la chiesa di Mergellina. Sulle guide l’indicazione della sepoltura resta. Ribera è morto a Napoli il 2 settembre 1652, e in quasi cinque secoli può ben accadere che le ossa vengano sospinte nell’ipogeo o scaraventate chissà dove. Il parroco di Santa Maria del Parto, padre Antonio Cafaro, scuote la testa: «Negli anni ’50 il pavimento è stato rifatto e le lapidi poste dietro l’altare. Mai vista alcuna tomba, né alcuna epigrafe che possa minimamente rimandare allo Spagnoletto


La chiesa di Santa Maria del Parto

LA SECONDA PISTA: SANTA LUCIA - Sussiste anche una seconda pista, molto meno accreditata, che conduce ad una chiesa di Santa Lucia (lo riporta Wikipedia, e per non turbare la comunità accademica evitiamo di elevare l’enciclopedia virtuale al rango di «fonte»; però i profani è lì che muovono il primo passo di una ricerca). Fatto sta che Ribera, secondo i compilatori della pagine web, potrebbe essere sepolto a Santa Maria del porto, ora nota come «della Catena», a due passi dalla sede della Regione. Edificio che ha la medesima datazione di Santa Maria del Parto (e diciture molto simili porto-parto). Ma anche al borgo, zero sorprese: i resti dello Spagnoletto non ci sono. È un piccolo mistero, magari per appassionati filologi dell’artista, ma che acquista un significato speciale nei giorni in cui viene inaugurata la grande mostra a Capodimonte Il giovane Ribera tra Roma, Parma e Napoli 1608-1624 (fino all’8 gennaio).

L'EX SOPRINTENDENTE - Nicola Spinosa, ex soprintendente-star del patrimonio culturale partenopeo, minimizza: «Credo che siano interessanti più le opere in vita di Ribera, molte delle quali ammirabili alla mostra di Capodimonte, che le sue povere spoglie». Lo studioso non ha dubbi: «Il certificato di morte indica Santa Maria del Parto. Le modificazioni subìte dalla chiesa avranno compromesso irrimediabilmente la tomba. Chissà dov’è finita». E se un ammiratore sfegatato del pittore facesse un pellegrinaggio fino a Napoli, sai che delusione. «Allora sarebbe — ride — un turista piuttosto funereo. Ad ogni modo, dovrebbe aspettarselo: i resti degli artisti non sempre vengono serbati al meglio, anzi».

POVERI ARTISTI - La scarsa attenzione per la sepoltura di personaggi illustri del mondo dell’arte è mesta consuetudine. «Tanti artisti del Seicento — ricorda Tomaso Montanari, docente di Storia dell’arte alla Federico II — morti di peste venivano gettati in fosse comuni». Altri, la maggiorparte, non ottenevano onorificenze funebri di rilievo. «Non è però il caso del Ribera che era famoso e benestante». Le tombe degli artisti sono tra le cose meno studiate del mondo dell’arte. Oggi ci si affida al buon cuore dei laureandi. «Proprio ieri — spiega Montanari — ho dato una tesi su questo argomento. Potrebbe aiutare a far luce. Perché, a parte i casi di Raffaello (al Pantheon) e Michelangelo (nella basilica di Santa Croce a Firenze), ricordo poche eccezioni di tombe ben conservate e pubblicizzate. Bernini, per esempio, è sepolto a Santa Maria Maggiore a Roma ma con un sepolcro molto banale. E all’estero è anche peggio». «Lo studio delle tombe — conclude — implica una cura quasi archeologica ed è reso spesso impossibile dai mutamenti subiti nel corso del tempo dai monumenti funebri, laddove avessero un certo pregio. Ci vuole fortuna e pazienza».

IL PORTALE DEL COMUNE - Pazienza tanta ma poca fortuna anche per i curatori del portale cartografico Geositi del Comune di Napoli (www.napoliservizi.com/geocom) che avrebbero voluto arricchire il sito web con le immagini della tomba di José Ribera. «Abbiamo fatto un sopralluogo a Santa Maria del Parto — dice Laura Iasiello, una delle curatrici del team guidato da Salvatore Iodice — convinti di poterla fotografare. Sarebbe stato sicuramente un fiore all’occhiello per un edificio comunque ben conservato e, più in generale, per incentivare il turismo in una zona che di visitatori ne conta ben pochi». E invece si sono accontentati di alcuni scatti all’impianto interno ed esterno, evitando anche di menzionare la presenza-assenza della sepoltura del pittore nelle «info» della scheda con cui viene corredato ogni bene artistico sulla mappa online. Lo Spagnoletto, insomma, non giace più qui.


Alessandro Chetta
28 settembre 2011




Powered by ScribeFire.

I carabinieri nel mirino dei serbi

La Stampa


Un carabiniere di pattuglia in Kosovo

 

Sassi e bastoni contro un blindato di pattuglia: «Qui non ci dovete venire»

FRANCESCO SEMPRINI

All’indomani l’appuntamento è con una persona che gravita nell’ambiente di Kfor, e che preferisce rimanere una «fonte e basta». L’incontro è in un centro sportivo del contingente: cerchiamo di raccogliere qualche elemento per completare il quadro della situazione in atto. «Le tensioni sono piuttosto alte ci sono stati degli episodi che preoccupano, la cosa importante in questo momento è non cedere alle provocazioni», ci dice. Non è tutto: «Non voglio fare allarmismi fini a se stessi, ma la situazione sta mettendo alla prova anche professionisti preparati e abili come quelli che operano qui». Le parole del nostro contatto suonano come una specie di presagio. E lo capiamo dopo alcune ore, durante il consueto incontro serale con i militari Msu.

L’aria nella taverna della base dove si riuniscono i carabinieri dopo cena è diversa dal solito. Gli aneddoti di vita vissuta e la goliardia tipica sono offuscati, i visi un po’ più tesi del solito seppur inquadrati nella compostezza tipica di questi professionisti. A far discutere e riflettere è un episodio accaduto poche ore prima a un blindato dei carabinieri della forza Eulex di sorveglianza a Svecan, una cittadina poco più a nord di Mitrovica. La pattuglia è caduta in una vera e propria aggressione da parte dei serbi che dopo aver chiuso il mezzo tra due barricate lo hanno preso a sassate rompendo uno dei vetri blindati a colpi di bastoni. La tensione è salita alle stelle con il mezzo incastrato e i carabinieri al suo interno che tentavano di evitare i colpi senza dover ricorrere a una risposta troppo energica.

«Qui non ci dovete venire altrimenti siete finiti», urlavano gli aggressori. Solo la freddezza e l’esperienza dei militari hanno fatto si che le cose non degenerassero in un episodio che avrebbe dato fuoco alle polveri. A fare il resto è stato il sindaco del piccolo centro a maggioranza serba, giunto sul posto in tutta fretta per fermare i suoi concittadini, consentendo ai carabinieri di cercare un varco e andarsene: «Sono italiani della forza di pace, non sono nostri nemici». A scatenare l’ira serba è stata la scritta Eulex sull’autoblindo, perché secondo loro i mezzi della missione europea sono usati per trasferire i doganieri kosovari di etnia albanese verso i valichi di frontiera eludendo le barricate. Il racconto di quei lunghi istanti tradisce qualche emozione sul viso dei giovani militari in missione ogni giorno ai confini del Kosovo: «C’è chi si rifiuta ancora di ammettere che questa è una polveriera» .




Powered by ScribeFire.

Bologna, il Comune regala un casolare e 40mila euro ad un centro sociale

di


Dopo il Comune di Milano, anche quello di Bologna sta cercando un dialogo con i centri sociali. L'assessore Ronchi: "Bisogna normalizzare i rapporti, servono poche e precise regole"




Bologna - Dopo che il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, ha annunciato di voler regolarizzare il Leoncavallo, il Comune di Bologna - e in particolare l'assessore alla Cultura, Alberto Ronchi - cerca il dialogo con i centri sociali, dopo che la giunta Cofferati aveva tentato, invano, di sgomberarli.

Lo rivela Repubblica Bologna, secondo cui Ronchi ha detto di voler "normalizzare i rapporti con queste realtà, sulla base di un insieme condiviso di poche e precise regole". E precisa: "Sono realtà che vanno analizzate caso per caso". In quest'ottica l'assessore ieri ha concesso, tramite una delibera approvata ieri, all'associazione Nuovo Lazzaretto un casolare gratis per cinque anni più 40mila euro di contributi arrivati dalla Regione. "Lavorano bene", dice Ronchi, "Fanno concerti punk, che a me piacciono molto e hanno sempre cercato un confronto con le diverse amministrazioni"
E la strategia di Ronchi non finisce qui: l'assessore vuole organizzare un "concerto rock epocale", a giugno Piazza Maggiore: "Un evento che le giovani generazioni possano ricordare come noi ricordiamo il concerto dei Clash 30 anni fa". Nei progetti del Comune, inoltre, il Parco Nord diventerà un centro per la movida giovanile.
Non è il primo tentativo del Comune di Bologna di dialogare con i centri sociali. Ci aveva provato anche Roberto Grandi, quando era assessore alla cultura. "In realtà a Bologna esiste un sistema di convenzioni anche precedente a Grandi", spiega Ronchi, "Quello che noi vogliamo è capire cosa fanno queste realtà, e sulla base di alcune regole avere con loro rapporti normali".
Nel 2009 il Nuovo Lazzaretto fece irruzione in Comune e l'allora assessore Luisa Lazzaroni trasferì l'associazione all'ex Dazio di via Mattei. Poi fu proposto un trasloco nei locali dell'ex Livello 57, scatenando le ire del Consorzio dei commercianti delle Roveri. Ma Ronchi non vuol parlare del passato: "Pensiamo a come lavorano oggi".
La proposta ha suscitato già le ire del leghista Manes Bernardini: "In un momento in cui tutti siamo chiamati a fare sacrifici, la giunta fa regali agli amici degli amici e ai centri sociali". Dubbi anche dal consigliere regionale Udc Silvia Noè che chiede: "Voglio sapere quanti immobili del Comune sono concessi ad associazioni culturali e a quali canoni". L'assessore tira dritto e dopo il Nuovo Lazzaretto pensa a azioni simili per altri locali, come il Link, o come il Covo, "che è tutto fuorché un centro sociale": "Produce cultura. È stato il primo locale a ospitare Franz Ferdinald, ad esempio, eppure io sono il primo assessore alla Cultura che hanno incontrato. È normale?".




Powered by ScribeFire.

I leghisti delusi: «Attaccati alle poltrone»

Corriere della sera
La base in rivolta: «Quando hanno la sedia non fanno più niente»
Alari

In bici di notte: ciclisti protetti dalle ruote luminose

Corriere della sera

Led multicolori applicati sui cerchi alimentati da una dinamo integrata nel mozzo anteriore



La ruota luminosa di Project Aura (dal sito)
La ruota luminosa di Project Aura (dal sito)
MILANO - È sera, un ragazzo se ne sta seduto sul divano a guardare la tv. Si alza, scende in strada e sale sulla sua bicicletta avviandosi per strade buie e pericolose. Rischia di essere travolto da un'auto o da un mezzo pesante. Ma le due ruote del suo mezzo si illuminano, rendendolo visibile grazie a una serie di led applicati sui cerchi e alimentate da una dinamo integrata nel mozzo anteriore.

LED LUMINOSI MULTICOLORI - L’idea è semplice ma geniale. L’intensità della luce varia. Si va dal rosso nei momenti di maggiore tranquillità, fino al bianco che appare quando il mezzo prende velocità. A inventare il sistema, due studenti di industrial design alla Carnegie Mellon University di Pittsburgh, Ethan Frier e Jonathan Ota, che hanno messo a punto il concept Project Aura. Sul loro blog raccontano nei dettagli come hanno fatto a realizzare la loro invenzione e quali ostacoli hanno incontrato per rendere più sicure le loro bici. Ma non solo. I due hanno aperto un dibattito sulla sicurezza stradale dei ciclisti. «Le luci anteriori e posteriori non sono sempre il modo più efficace per rendersi visibili a tutti gli automobilisti, soprattutto di lato», ha spiegato Frier. Che ha aggiunto: «La causa principale degli incidenti è la mancanza d’informazioni da entrambe le parti. Il nostro design può salvare una vita». L’idea di Ethan e Jonathan permette dunque anche ai guidatori meno esperti e attenti, quali possono essere i minorenni, di migliorare la qualità della loro mobilità. Secondo i dati citati dai due studenti statunitensi, l’8 per cento degli incidenti che coinvolgono cicli e motocicli avviene agli incroci. Mentre la fascia oraria più a rischio sarebbe proprio quella che va dalle 6 alle 9 di sera, momento in cui i ragazzi tornano a casa oppure escono dopo cena per un saluto agli amici.

OCCHIO ALLA TESTA - Tutto ciò riguarda anche l’Italia. Se infatti si inizia a parlare di bike revolution anche nel Bel Paese, con un forte incremento di ciclisti e di persone interessate alla versione elettrica, secondo gli ultimi dati disponibili di Asaps, nel 2008 in Italia si sono verificati 288 morti e 14.377 ferimenti in bicicletta. Di questi, gli incidenti mortali hanno interessato i ragazzi con età inferiore ai 14 anni in modo marginale: dieci casi su 288, equivalenti al 3%. Poi sempre marginale ma leggermente più alta, la quota di giovani feriti (7%). Sebbene le percentuali siano modeste, la maggiore incidenza di traumi alla testa è riscontrata però proprio tra i giovani: il 17% nella fascia d'età fino ai 14 anni. Secondo l’Istat, infine, sono le strade statali e provinciali (spesso meno illuminate) quelle più pericolose. Qui nel 2009 ben 1.995 morti (il dato è globale, comprende anche pendoni e automobilisti), con 1.892 i decessi in ambito urbano e 350 in quello autostradale, con un indice globale di lesività che è del 93,3% per le biciclette.

LA SOLUZIONE È IL CASCO? - Letti i dati, c’è da sottolineare che i rischi aumentano soprattutto quando scende il buio, che le strade periferiche sono quelle più insidiose e che è la testa la parte del corpo più vulnerabile per i ciclisti. Come soluzione al problema è difficile dunque non pensare, oltre al classico faro di notte o ai led luminosi come quelli realizzati dai due studenti, anche all’utilizzo del casco, poco amato e non ancora reso obbligatorio dalla legge per i maggiori di 14 anni (per i minori vige il divieto di circolare senza). Il tutto con Fulvio Scaparro che proprio martedì 27 settembre sulle pagine del Corriere proponeva di renderlo obbligatorio per tutti, esattamente come le cinture di sicurezza delle automobili. Il caschetto però non convince in pieno. E c’è chi, come John Franklin per la European Cyclists' Federation, ha indicato sistemi alternativi. Tanti preferiscono infatti le limitazioni di velocità dei veicoli motorizzati (zone a 30 km all'ora, rispetto dei limiti in città) e di tutela degli spazi della mobilità dolce (piste ciclabili in sede protetta e continuità delle stesse nelle aree extraurbane). E se il dibattito impazza, per il momento certo è che andare in bicicletta può comportare dei rischi. Così, nell’attesa che la legge faccia la sua parte per tutelare chi privilegia un mezzo di trasporto a basso impatto ecologico, idee simili a quella degli studenti di Pittsburgh possono contribuire a rendere il viaggio più sicuro.


Marta Serafini
28 settembre 2011 10:57



Powered by ScribeFire.

Morto Greatbatch, l'inventore del pacemaker

Corriere della sera

Aveva 92 anni. Inventò il dispositivo e il primo venne impiantato nel 1960 a un paziente 77enne



Wilson Greatbatch
Wilson Greatbatch
MILANO - E' morto a Buffalo, l'americano Wilson Greatbatch: ingegnere, aveva 92 anni ed era passato alla storia come il papà del pacemaker impiantabile, la micromacchina stimola-cuore che ha salvato la vita a una lunghissima lista di pazienti cardiopatici. Un invenzione nata per "sbaglio "però.

INVENTATO PER SBAGLIO - Nato sempre a Buffalo, il 6 settembre 1919 Greatbatch iniziò a interessarsi all'elettronica in gioventù, mentre lavorava in una radio amatoriale. La passione per le "onde corte" continuò anche negli anni dell'università e durante la Seconda Guerra, dove fece il radio-operatore in Marina. Dopo essersi laureato in ingegneria, iniziò a studiare le correlazioni tra cuore e sistema elettrico e a lavorare a dei nuovi transistor che rivelassero accelerazioni del ritmo cardiaco. Ed ecco come nacque il pacemaker: un giorno installò un resistore con una resistenza sbagliata. Greatbatch si accorse però che le pulsazioni da quella create erano identiche al normale battito del cuore. E si rese conto che questo nuovo circuito si sarebbe potuto utilizzare per controllare il battito dell'uomo.

Da qui l'idea del pacemaker: Greatbatch ci lavorò nel laboratorio di casa sua: «Dovevo risolvere il problema di come ridurre un'apparecchiatura elettronica che aveva le dimensioni di un armadio, in un dispositivo grande come la mano di un bambino». Dopo alcune sperimentazioni sugli animali, e le prime diffidenze del mondo della medicina, nel 1960 il pacemaker venne finalmente impiantato in un uomo, il 77enne Henry Hennafeld che sopravvisse i successivi 18 mesi senza alcun problema. Cinque dei 15 pazienti che avevano ricevuto i pacemaker erano vivi 19 anni dopo. Wilson depositò il brevetto il 22 luglio del 1960. Oggi circa un milione di persone in tutto il mondo hanno un pacemaker nel cuore.

OLTRE 150 BREVETTI - Greatbatch fu un inventore instancabile: più di 150 brevetti portano la sua firma. Una passione lunga una vita. Tanto che nel 1998 fu ammesso nella Hall of fame degli inventori ad Akron (Ohio). Il papà del pacemaker aveva fondato anche una sua società, la Greatbatch Ltd - un tempo Wilson Greatbatch Ltd - che produce batterie per i pacemaker impiantabili. Il dispositivo che oggi fa battere i cuori di milioni di pazienti gli è valso diversi premi, non ultimo il Lemelson-MIT Prize nel 1996, ricevuto all'età di 76 anni. Guardava con interesse al lavoro della nuova generazione di inventori ai quali lanciò anche una sfida, proponendo loro di lavorare alla fusione nucleare usando un tipo di elio che si trova sulla luna. Prima di morire ha avuto anche modo di lanciare una previsione sul futuro delle risorse enrgetiche del pianeta: secondo Greatbatch, i combustibili fossili si esauriranno entro il 2050.



Redazione Online Salute
28 settembre 2011 12:57



Powered by ScribeFire.

Mollano i criminali e inseguono le ragazze

di


La procura di Napoli indaga sul gossip. Intanto crescono furti e rapine. E oltre 100 clan ringraziano




Mille e duecento case svaligiate in pochi mesi, i furti che aumentano del 25% in un anno, 32mila commercianti vittime del racket e dell’usura,100 clan camor­risti all'opera giorno e notte, un giro di affari della ca­morra salito nel 2011 a 13 miliardi di euro. Questo è, in sintesi,il bollettino di guerra (incompleto)della crimi­nalità a Napoli. E che fanno i magistrati? Si occupano a tempo pieno delle ragazze che avrebbero insidiato il presidente del Consiglio. Parliamo di maggiorenni consenzienti quanto intraprendenti, quindi di nessu­na ipotesi di reato. E da ieri si va anche oltre. Perché il nuovo quesito che si pone la giustizia italiana non è co­me acciuffare e condannare ladri, rapinatori e mascal­zoni pericolosi per la società, ma la seguente: il pre­mier poteva non sapere che le signore che lo corteggia­vano erano escort? Domanda che tiene col fiato sospe­so tutti gli italiani che, come noto, in questi giorni non hanno problemi più importanti. Per non farci perde­re tempo, i pm hanno già dato anche la risposta: non poteva, dando così dell'escort a qualsiasi donna che abbia avvicinato il premier negli ultimi anni.
La domanda, comunque, ha un suo perché, e do­vrebbe fare scuola nelle Procure italiane. Per esem­pio: poteva Bersani non sapere che cosa stava combi­nando Penati con le tangenti di Sesto? Poteva D'Ale­ma non sapere che faceva in realtà il suo amico Taran­tini? Poteva Vendola non sapere che il suo vice Tede­sco faceva parte di una banda che lucrava sui malati pugliesi? L'elenco sarebbe lungo. Poteva il cardinale Bagnasco non sapere dei suoi confratelli pedofili? Po­teva il direttore dell' Unità non sapere che il suo edito­re, secondo le accuse, è un maxi evasore fiscale? Pote­va il direttore di Repubblica non sapere che uno dei suoi editorialisti-moralisti, sempre secondo i pm, fa­ceva la cresta sui soldi della sua università?
Chissà se a queste domande qualcuno darà mai ri­­sposta, chissà se su ognuno di questi fatti saranno aperti fascicoli giudiziari, chissà se per scoprirlo ver­ranno messe in atto migliaia di intercettazioni. O se solo Berlusconi doveva sapere per forza se qualcu­no, tipo Tarantini, per farsi bello pagava, o promette­va ricompense a qualche ragazza per infilarsi nel suo letto? Per scoprire qualche cosa di più su questo fatto privato la Procura di Napoli ha sottratto uomini ed energie alla lotta al crimine. E, non contenta di aver perso l'inchiesta per manifesta illegalità, minaccia di rifarsi aprendo nuovi filoni di indagini-gossip. La camorra ringrazia.





Powered by ScribeFire.

Giudici non credono a ladro reo confesso innocente passa undici mesi in carcere

Il Messaggero

di Giulio De Santis

ROMA - Il rapinator cortese non è lui, se ne facciano tutti una ragione e gli chiedano scusa. Non fu lui, Manolo Zioni, 23 anni, a svaligiare per tre volte in un mese lo stesso supermercato di via Sancleto Papa, dalle parti del Policlinico Gemelli, salutando ogni volta gentilmente il cassiere. Ma questo sarebbe il meno. In un’Italia come la nostra, dove di errore giudiziario si può anche morire, gli undici mesi di galera che Manolo si è dovuto sciroppare fanno scandalo fino a un certo punto.

La storia ha dell’incredibile perché mai come in questo caso la sua innocenza è stata evidente fin dall’inizio, diciamo fin dal dicembre scorso, e lui è rimasto in carcere contro ogni logica, contro ogni senso di giustizia.

Gli è successo di tutto al povero Manolo.
Gli è successo che solo due mesi dopo il suo arresto, prendessero un altro, lo prendessero con la stessa maglietta Billabong immortalata dalla telecamera del supermercato e che questo bel tomo confessasse di essere proprio lui l’autore di quelle tre rapine, senza che per questo il nostro Zioni tornasse in libertà. Il vero rapinatore invano si è sgolato: «Avete preso un innocente al mio posto». Anzi, i pubblici ministeri insinuarono il dubbio che ci fosse un accordo tra i due - chissà che accordi fra poveri diavoli - del tipo: «Io mi prendo tutta la responsabilità e poi tu un giorno mi restituirai il favore». Logica stringente, non c’è che dire.

Gli è successo poi, sempre a Manolo e sempre durante questi tragicomici undici mesi, che tre testimoni oculari su tre di quelle rapine non lo riconoscessero. Ma neanche questo è bastato ai solerti e scrupolosissimi giudici della nona sezione collegiale del Tribunale di Roma per deciderne la scarcerazione. Niente da fare: neanche quei tre venuti a scagionarlo in aula sono bastati.

A ridargli la libertà, povero ragazzo, è stato alla fine un tatuaggio che non era un tatuaggio. Perché nella famosa telecamera ben si notava una specie di diamante sul collo del rapinatore e i giudici erano convinti che fosse proprio quel segno sul collo di Zioni. A giugno Manolo è gia al suo sesto mese di carcere quando viene accettata la richiesta di una perizia sul quel tatuaggio avanzata dai suoi avvocati, Fabio Menichetti e Augusto De Luca. È l’ultima speranza per lui e fortunatamente si rivela ben riposta. La polizia scientifica accerta che Manolo Zioni sul collo ha solo un’ombra, una specie di macchia, e che quindi il rapinatore del supermercato proprio non è lui.

Solo a questo punto i giudici si arrendono, alla terza evidenza. Dopo aver snobbato il vero colpevole che si autoaccusava delle rapine e i tre testimoni che non avevano riconosciuto Zioni, non possono far altro. Ma se la prendono con comodo, come si conviene a una giustizia ponderata, pronunciano solo un mese dopo la perizia - ieri mattina - la sentenza di assoluzione tanto attesa.

Che idea si sia fatto questo ragazzo di questa società, ancora non è dato sapere. E neppure che pensieri vaghino in queste ore nella mente del vero colpevole in attesa di un vero processo, lui e la sua maglietta Billabong, lui e il suo tatuaggio, lui che non è stato creduto neppure quando ha detto la meno conveniente delle verità: «Eccomi, il colpevole sono io».


Martedì 27 Settembre 2011 - 21:29    Ultimo aggiornamento: 21:31




Powered by ScribeFire.

Troppe bestemmie: il sindaco cancella il campo di calcio vicino alla chiesa

Il Messaggero


di Lucio Piva

PADOVA - Domenica, giorno del Signore. Ma anche dei calciatori dilettanti. Che nel campo prospiciente la chiesa, mescolano, in modo inconciliabile per i fedeli, alle lodi al Cielo, quelle, di tutt'altro segno, rivolte all'avversario e all'arbitro. La scomunica ufficiale da parte della parrocchia di Mezzavia - a Montegrotto (Padova) - finora non è mai arrivata. Ma qualche voce di lamentela, sì. Tanto da indurre il sindaco, Massimo Bordin, a prendere una decisione ecumenica. E a pensare, contemporaneamente al bene urbanistico, anche a quello delle anime. Via allora il campo da calcio «incompatibile». Al suo posto sorgerà la nuova piazza della frazione. Destinata finalmente a dare un volto compiuto ad una centro urbano, frettolosamente sorto attorno al centro religioso.


«Il campo sportivo - ha detto il sindaco - ha davvero una collocazione infelice. Al suo posto verrà realizzata, grazie alla formula delle perequazioni urbanistiche, uno spazio, magari dotato di un monumento o una fontana, di cui tuttora la frazione e priva. Sarà così possibile radunare in un ambito coerente la scuola e la parrocchia».

La pax domenicale, voluta dal sindaco, accanto al piatto del dare, mette però anche quello dell'avere. Il primo cittadino, infatti, è già alla ricerca di un accordo con la comunità religiosa di Mezzavia, per la cessione degli spazi che da anni sono stati liberati da una comunità di frati. E che ora potrebbero servire per scopi sociali.

«Voglio prenderli in affitto - ha detto il primo cittadino - per realizzare un poliambulatorio medico ed un centro prelievi che risolverebbe ai residenti, specie a quelli più anziani, il problema dello spostamento in centro città».

E i calciatori della domenica? Saranno trasferiti tutti al nuovo campo comunale in costruzione vicino al Palasport. Dove potranno giocare lontano da «orecchi» indiscreti. E da anatemi per le trasgressioni del secondo comandamento.

Martedì 27 Settembre 2011 - 17:11    Ultimo aggiornamento: 17:12




Powered by ScribeFire.

Assegno alla ex moglie, anche senza dichiarazione dei redditi

La Stampa


L’ex moglie, anche se non presenta la dichiarazione dei redditi, ha diritto all’assegno di divorzio: bastano le buste paga. E’ quanto emerge dalla sentenza 9976/11 con la quale la Cassazione ha rigettato il ricorso proposto da un ex marito, stufo di pagare l’assegno divorzile.

Il Caso

Il Tribunale, dichiarata la cessazione degli effetti civili del matrimonio, condanna l’ex marito al pagamento dell’assegno mensile in favore della moglie; decisione confermata anche dalla Corte territoriale. L’uomo però non ci sta e fa ricorso.

La Suprema Corte osserva: è vero che il divario delle condizioni economiche dei coniugi al momento della domanda di divorzio non è di per se sufficiente presupposto per l'attribuzione dell'assegno, ma è altrettanto vero che il giudice, in mancanza di prova da parte del richiedente, può fare riferimento, quale elemento presuntivo di valutazione del pregresso tenore di vita, alle dichiarazioni dei redditi delle parti.

Nel caso in esame, i redditi delle parti, traendo origine dalle rispettive prestazioni di lavoro subordinato, hanno avuto nel tempo sviluppo presumibilmente analogo, per cui analoghe differenze possono sussistere al momento di cessazione della convivenza. Il divario tra i redditi delle parti è piuttosto elevato, a favore del marito, che ha percepito l'indennità di fine rapporto, mentre la ex moglie ancora lavora.

A nulla vale invocare l’omessa presentazione della dichiarazione dei redditi. Infatti, per ricostruire i redditi della donna i giudici hanno utilizzato le sue buste paga, quale documentazione alternativa alla dichiarazione dei redditi.



Powered by ScribeFire.

I Rotoli del Mar Morto sono online

La Stampa


Il Museo di Israele di Gerusalemme ha iniziato a mettere online i Rotoli del Mar Morto, contenenti alcuni dei più antichi testi biblici conosciuti.
La versione digitale dei Rotoli del Mar Morto 




Powered by ScribeFire.

L'incredibile storia di Karla Flores quattro volte miracolata in un solo giorno

Corriere della sera

La venditrice di acciughe scampata alla morte dopo essere stata colpita al volto da un razzo che non è esploso


MADRID - In Messico, ormai, Karla Flores è la «miracolata». E non potrebbe essere altrimenti. Anzi a contar bene i «miracoli» che l’hanno lasciata in vita sono almeno 4. Il primo quando, il 6 agosto di quest’anno, le è arrivato in faccia un proiettile di Rpg. La testata esplosiva le ha sfondato la mandibola, le ha strappato metà dentatura e, invece di uscire, sfondarle il cranio, ucciderla, si è fermato in bocca. La donna, 32 anni, è caduta a terra, semi incosciente con quell’ogiva che poteva esplodere da un momento all’altro, ma che comunque la stava soffocando.

QUATTRO MIRACOLI IN SEQUENZA - Sarebbe morta senza il miracolo numero due: un automobilista sconosciuto («un angelo» dice oggi Karla) l’ha portata in ospedale. Pronto soccorso, visita, esami, ma quando dalle radiografie è stato evidente che quell’oggetto incastrato tra le ossa del suo viso era una bomba ancora in grado di esplodere e uccidere chiunque nel raggio di 10 metri, nell’ospedale è stato il fuggi fuggi. E Karla ha avuto bisogno del miracolo numero 3. Il dottor Gaxiola Meza le è rimasto accanto, ma non poteva intervenire da solo. Ha preso in mano il telefono, ha chiamato dottori e infermieri. Molti colleghi si sono tirati indietro, fino a che si sono presentati i volontari necessari: due anestesisti, un infermiere specializzato per la sala operatoria e un medico di supporto. L’esercito messicano ha offerto due artificieri per spiegare come trattare l’ordigno. I due militari sono arrivati all’Hospital General di Culiacán con gli scafandri protettivi, ma poi, per solidarietà umana con i medici che non avrebbero comunque potuto operare dietro agli scudi, si sono infilati dei semplici camici verdi. L’intervento chirurgico è stato il quarto miracolo: non solo è riuscito, ma l’ogiva è stata sfilata dal viso di Karla senza che esplodesse o cadesse.

MA CI VORRA' IL QUINTO MIRACOLO - Cose che succedono a vendere acciughe fritte e carpaccio di polpo per le strade di Culiacan, tradizionale base di potere di quello che per decenni è stata la più potente organizzazione criminale del mondo: il Cartello della droga di Sinaloa. Solo nel 2009 l’Fbi americano arrestò in tutti gli Stati Uniti 750 affiliati del cartello messicano sequestrando qualcosa come 40 milioni di euro in contanti, 200 jeep blindate, centinaia di auto di lusso, aeroplani da turismo, jet privati, motoscafi. Il Cartello soffrì un duro colpo, ma si riorganizzò aprendosi ad alleanze con altri gruppi criminali messicani che hanno portato alla situazione di vera emergenza nazionale di oggi con il Cartello di Ciudad Juarez, Los Zetas e altri che rappresentano un vero potere alternativo allo Stato federale messicano. La «miracolata» dovrà sopportare ancora molte operazioni di chirurgia estetica per ricostruire il volto, la trachea e quant’altro distrutto dall’ogiva. Ma potrà raccontarlo ai nipoti. Non si sa chi abbia sparato per le strade di Culiacan il razzo che ha colpito Karla. Non si sa perché e non si sa chi. La polizia ha paura ad investigare per paura di imbattersi in qualche esponente del cartello di Sinaloa. Karla avrà bisogno di un quinto miracolo per tornare a vivere in una regione dove legge e sicurezza non siano messi in ridicolo dall’esercito dei trafficanti che ha dichiarato guerra al Messico.

Andrea Nicastro
27 settembre 2011(ultima modifica: 28 settembre 2011 08:03)

La Principessa di Leonardo

Corriere della sera

Il ritratto di giovanetta è stato finalmente attribuito con sicurezza all'autore della Gioconda. I fori della verità




MILANO - Tre fori sulla pagina di un incunabolo portano a Leonardo. Alla biblioteca nazionale di Varsavia è affiorata una prova che due studiosi (lo storico dell’arte inglese, Martin Kemp, professore emerito dell’università di Oxford e l’ingegnere francese Pascal Cotte, che con un suo speciale apparecchio ha già esaminato La Gioconda e la Dama dell’Ermellino) stavano cercando da tempo. Per determinare, senza più il minimo dubbio, che il disegno singolo su pergamena (sottoposto tre anni fa alla Eidgenössische Technische Hochschule di Zurigo all’analisi del carbonio 14) della Bella principessa proviene da un codice dal quale è stato staccato ed è un ritratto leonardesco del 1496. Non è quindi un’opera di ambiente tedesco del XIX secolo, quando gli artisti cosiddetti Nazareni rifacevano l’antico. (Come tale fu venduta da Christie’s a New York per 21.850 dollari nel 1998 ed è ora in mani private).

VIE TORTUOSE - Il disegno, per le vie tortuose che prendono le opere d’arte, era arrivato qualche decennio fa a Firenze, acquistato dal restauratore Giannino Marchig (che collaborava con Bernard Berenson) senza che questi ne sospettasse l’autore. Quando la vedova Marchig decise di venderlo lo affidò a Christie’s alla quale poi chiese risarcimento legale per errata attribuzione, senza ottenerlo. La scoperta, a quarantatrè giorni dalla grande mostra che si prepara a Londra alla National Gallery su Leonardo (9 novembre), riguarda una delle ultime attribuzioni fatta risalire al Maestro: il foglio della misura di 33 centimetri per 23,9, noto come La Bella Principessa, una giovanetta vista di profilo, con i capelli raccolti nell’acconciatura del coazzone, molto in voga alla corte Sforzesca. Verosimilmente Bianca Sforza, figlia illegittima (poi legittimata) del Duca di Milano e di Bernardina de Corradis, promessa all’età di dieci anni a Galeazzo Sanseverino, che la sposò nel 1496.

La Bella Principessa

FORI RIVELATORI
- Si tratta di un disegno realizzato a inchiostro, matita nera, rossa e biacca, sfumate tra loro con le dita (da qui l’impronta digitale trovata sul foglio durante le analisi) innovando questa tecnica al punto da ottenere un effetto molto pittorico. L’attribuzione di quest’opera a Leonardo (il disegno è stato studiato e confermato autentico già dal 2008 dal gotha leonardesco: Nicholas Turner, Carlo Pedretti, Alessandro Vezzosi, Mina Gregori, Cristina Geddo) è corroborata anche dalla mano mancina del tratteggio, dall’identica ampiezza dell’impronta palmare lasciata dal pittore sia sulla Bella Principessa che sulla Dama dell’Ermellino. I tre fori tre sul margine sinistro del disegno erano l’indizio da seguire: probabilmente, si trattava di una pagina inserita in un incunabolo e poi staccata. Fori emersi durante le analisi spettrografiche eseguite da Pascal Cotte di Lumière Technology, con questa “macchina fotografica” multi spettrale dotata di luci speciali da lui messa a punto (con la quale ha digitalizzato il ritratto della Bella Principessa a una risoluzione di 240 milioni di pixel). Cotte e Kemp, che da tre anni studiano questo disegno comparandolo con altri modelli (come quelli di Isabella d’Este al Louvre e al Profilo di donna alla Royal Library di Windsor Castle) hanno trovato alla Biblioteca Nazionale di Varsavia ciò che cercavano, dopo aver seguito il suggerimento di David Wright, professore emerito dell’Università della South Florida, specialista di miniature rinascimentali.

PERGAMENA - I tre fori del disegno corrispondono a quelli della pagina staccata dall’incunabolo la Sforziade di Giovanni Simonetta (un’elegia della famiglia), le cui analisi scientifiche sulla carta pergamena coincidono con i risultati di quelle effettuate sul vellum della Bella Principessa, questa giovincella che Leonardo vide crescere quando era al servizio di Ludovico a Milano. Diversamente dalle altre tre edizioni presenti alla Bibliothèque Nationale de France, alla British Library, agli Uffizi e alla Vaticana (solo frammenti), in questa di Varsavia (giunta a Blois dopo il sacco dei francesi a Milano nel 1499 e donata nel 1518 da Francesco I per le nozze di Bona Sforza e Sigismondo I di Polonia per ingraziarsi quest’ultimo), si trova un frontespizio miniato di Pietro Birago Giannovani datato 1496 che, con diverse allegorie e precisi riferimenti - come il progetto del monumento equestre a Francesco Sforza - inneggia alle fauste nozze di Bianca con Galeazzo, capitano delle armate di Ludovico Il Moro, che perdette la sua amata sei mesi dopo.

SOPRAVVISSUTO - Il libro La Sforziade con il ritratto della Bella Principessa è sopravvissuto alla furia di un incendio appiccato dai nazisti nel 1939 alla biblioteca Zamoyski (intitolata al cancelliere polacco) a Varsavia, e fu poi custodito in un monastero a Czestochowa. Quante sorprese ci riserverà ancora Leonardo? A Firenze, a Palazzo Vecchio, si cerca con le ultimissime tecnologie l’invisibile battaglia di Anghiari forse “salvata” dal Vasari. L’attesa per la mostra di Londra è un crescendo: lì comparirà il Cristo benedicente (Salvator Mundi) perduto e ritrovato (prestito di collezionisti americani, tra cui spicca il gallerista Robert Simon), mentre la Bella Principessa ne è esclusa. Questi ritrovamenti, emersi nello stesso periodo, pura coincidenza o abile regia? Tutto serve a questo grande revival leonardesco.


Francesca Pini
28 settembre 2011 00:31



Powered by ScribeFire.