giovedì 29 settembre 2011

Per l'ospedale è «giunto cadavere» ma era una semplice distorsione

Corriere della sera


Sbagliato il referto di un turista romano di 50 anni, travolto da un'auto a Taormina



PALERMO - Gli ospedali siciliani fanno miracoli. Altro che malasanità. Nel referto rilasciato dall'ospedale di Taormina (Me) a un turista di Roma, che era stato investito da un'auto, risulta che il paziente è «giunto cadavere», per poi essere dimesso con un semplice «trauma distorsivo al ginocchio». Protagonista di questa singolare avventura un 50enne, Giuseppe Teodoro, che si trovava in vacanza a fine luglio in Sicilia con la propria famiglia. Mentre passeggiava per le stradine di Taormina, l'uomo è stato travolto da un'auto e ricoverato nell'ospedale della cittadina della costa jonica.
«MIRACOLATO» - Dopo quattro ore d'attesa, l'uomo, che è dipendente del ministero della Giustizia, è stato sottoposto a una radiografia, quindi è uscito dal nosocomio con una prognosi di 10 giorni. Quando è tornato in albergo ha letto la cartella clinica e ha trovato la «sorpresa». «Ho scoperto di essere stato miracolato - dice Teodoro - Infatti, dal referto, ho appreso di essere «giunto cadavere» e di avere acquisito il dono della resurrezione, per essere riammesso tra i comuni mortali, con la prognosi predetta. Chi l'ha detto, dunque, che in Sicilia governa la malasanità? Negli ospedali resuscitano pure i morti». Se la prende a ridere, Giuseppe Teodoro, che ha però subito davvero le conseguenze della disattenzione dei medici siciliani. Non si trattava infatti di una semplice distorsione. «Quando sono tornato a Roma ho scoperto che la rotula si era frantumata - prosegue - bloccandomi l'articolazione. Alla fine sono stato costretto a farmi operare». (fonte: Ansa)



Il referto








Autisti alla guida con il telefonino: passeggeri indignati e video online

Corriere della sera

Mercoledì l'episodio del dipendente Tpl che fa scendere tutti, giovedì nuova denuncia per un autista dell'Atac. Il 7 settembre un altro conducente faceva il bancomat

Alla guida con il telefonino
Rcd


ROMA - Non è un buon periodo per i guidatori degli autobus. I passeggeri osservano con attenzione tutti i loro comportamenti. Dopo l'autista dipendente delle linee periferiche (Tevere Tpl) che blocca il mezzo e fa scendere tutti adirato perchè filmato da un passeggero mentre guida e parla al telefonino, giovedì un nuovo video. Stavolta pubblicato sul sito del quotidiano Il Messaggero, che mostra un autista dell'Atac che guida mentre parla al cellulare. E lo scorso 7 settembre un altro autista era stato preso in flagrante mentre fermava l’autobus per prelevare al bancomat.


«IL BUS E' ROTTO» - L’uomo dipendente delle linee periferiche, (gestite dalla Tevere Tpl), alla guida del 511, colto con il cellulare tra le mani, invece di chiedere scusa ai passeggeri ha bloccato il mezzo e ha fatto scendere tutti. Pure piuttosto adirato. La storia viene raccontata da un uomo che era a bordo del bus, «quando si è reso conto che con il mio telefonino stavo riprendendo lui che guidava parlando al cellulare si è arrabbiato e ha fatto scendere tutti dicendo che il bus era rotto». L'assessore alla Mobilità di Roma Capitale, Antonello Aurigemma è intervenuto mercoledì in serata sull’episodio. «Abbiamo provveduto a contattare Roma Tpl affinché, dopo le opportune verifiche, prenda i provvedimenti del caso. Se confermato, si tratta di un fatto di estrema gravità, che oltre a ledere i diritti degli utenti getta discredito su una categoria che svolge ogni giorno con professionalità un servizio fondamentale per la città di Roma. Abbiamo invitato l'azienda a mettere in campo ogni misura per evitare che in futuro possano ripetersi episodi del genere».

LE REGOLE PER LE TELEFONATE - Per l'autista finito giovedì in video sul sito del Messaggero, si è subito attivata l'azienda di cui è dipendente, l'Atac, che in una nota fa sapere di «aver attivato immediatamente tutte le procedure previste dal regolamento per arrivare all'identificazione del responsabile e quindi all'attivazione degli opportuni procedimenti disciplinari». «Atac spa ricorda che è severamente vietato per i conducenti fare uso di dispositivi mobili mentre si è alla guida, salvo se collegati a un auricolare ed esclusivamente per impellenti ragioni di servizio, esclusivamente per un tempo limitato e senza pregiudizio per la sicurezza. L'azienda applicherà la massima severità per sanzionare tutti coloro che si rendono responsabili di comportamenti che contrastano con i regolamenti aziendali e che, peraltro, sono del tutto inconciliabili con le responsabilità e i doveri di chi svolge un ruolo di servizio pubblico».

Redazione online e cartacea (Corriere della Sera, Cronaca di Roma a pagina 1)
29 settembre 2011 17:23

Messico, la Chiesa e la tentazione di trattare con i “narcos”

La Stampa



Messico. La lotta al narcotraffico
Messico. La lotta al narcotraffico

L’idea attraversa una parte marginale della comunità ecclesiale. La maggioranza dei vescovi, invece, si oppone a chi suggerisce al governo di venire a patti con i “cartelli”

 
Andrés Beltramo Álvarez
 
Città del Vaticano

È urgente ricostruire il tessuto sociale del Messico, che soffre a causa di elevatissimi indici di violenza. Secondo i vescovi del Paese è chiaro che la proliferazione delle bande criminali è il risultato di tanti anni di corruzione e illegalità. Una perdita assoluta di valori. Ecco perché i presuli si oppongono ai diversi attori sociali che suggeriscono al governo di “venire a patti con i narcos” per raggiungere la pace.

Una proposta che ricorda le presunte negoziazioni tra la mafia e i servizi segreti in Italia, accordi che avrebbero avuto luogo nei primi anni Novanta e che, secondo il procuratore antimafia Piero Grasso, hanno permesso di evitare attentati contro politici di alto livello.

Nel Messico, la lotta contro i cartelli della droga, sempre più ricchi e potenti, si è diffusa nelle strade e ha provocato la morte di migliaia di persone innocenti, coinvolte in episodi di violenza ogni volta più radicale, come il recente incendio in un casinò di Monterrey nel quale hanno perso la vita 50 persone, o la decapitazione di una giornalista di Nuevo Laredo (al confine con gli Stati Uniti).

Il vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di Tlalnepantla, Efraín Mendoza Cruz, ha dichiarato in un’intervista con Vatican Insider che «non è ammissibile» stabilire trattative con chi ha provocato e continua a provocare così tante ferite ai danni del popolo messicano.

«Non si può pensare - ha aggiunto il vescovo -  di mettere insieme l’acqua con l’olio. Non si può fare un patto con quelli che non sono disposti a cercare il bene comune, lo sviluppo di una nazione, il rispetto per la vita e i valori fondamentali. Siamo completamente diversi, non si possono capire i vincoli di simpatia e comunicazione che legano alcuni esponenti politici ai narcos».

Inoltre, il presule ha ricordato che nel 2010 la Conferenza dell’Episcopato Messicano (CEM) ha diffuso il documento “Che in Cristo, la nostra pace, Messico abbia una vita degna”, nel quale tutti i membri si sono impegnati nel promuovere la ricostruzione del tessuto sociale, del rispetto delle leggi e nell’offrire speranza al popolo.

Secondo il prelato, in Messico si è perso il senso della legalità e si vive in uno «stato d’illegalità», situazione che la Chiesa non ignora. Ed è per questo che ha rivolto un appello ai vescovi e sacerdoti esortandoli a mantenere la propria identità evitando di perdersi nella confusione e nell’incertezza.

Anche se la tentazione di fare un accordo con il crimine sembra di aver inquinato alcuni settori marginali della Chiesa, l’esigenza manifestata da alcuni leader sociali di un cambiamento radicale nella strategia di lotta contro il narcotraffico, che preveda anche il rientro dell’esercito alle caserme, ha avuto molta più attenzione all’interno della Chiesa.

Quando cominciò la lotta contro i “narcos”, circa cinque anni fa, l’amministrazione del presidente Felipe Calderón Hinojosa decise di coinvolgere l’esercito in una guerra frontale ai cartelli. Una decisione obbligata, perché gran parte delle forze della polizia del Paese è corrotta. Ma, con l’esercito, i livelli di violenza non sono diminuiti. Anzi.

Il vescovo della diocesi di Saltillo, Raúl Vera López, è la voce principale dei cattolici che chiedono al governo di ritirare l’esercito dalle strade, argomentando che proprio i militari sono i responsabili di violazioni contro i diritti umani in diverse località. Gruppi che supportano il leader pacifista ed ex sacerdote, Javier Sicilia (che ha perso un figlio recentemente) mantengono una posizione simile, mentre la CEM è un po’ più realista. Almeno lo sembra il suo presidente, Carlos Aguiar Retes, che considera inevitabili i “danni collaterali” nella lotta spietata contro i criminali.

Secondo Eugenio Lira Rugarcía, prelato ausiliare dell’archidiocesi di Puebla, oltre ad avere implorato e chiesto i doni della sicurezza, la giustizia e l’unità, i messicani hanno bisogno di diventare gli autori della pace, un elemento fondamentale per il vero sviluppo e per il diritto di ogni persona
«La prima cosa - ­ ha detto in un’intervista - è non perdere la speranza; c’è il rischio di pensare che le cose siano così e che ormai non si può fare nulla; sarebbe un errore gravissimo.

È urgente, invece, avere speranza, prima in Dio, che non ci lascia mai, e poi nella Madonna di Guadalupe».

«Il vero problema della crisi che stiamo vivendo - ha aggiunto - è una perdita di valori. Quando si perde l’orizzonte della persona umana, il valore della sua vita, della sua dignità e dei suoi diritti fondamentali, non la si tratta come più qualcuno, ma come qualcosa che si può sequestrare, maltrattare e rendere oggetto di traffici».






Powered by ScribeFire.

Il nostro cervello divide i ricordi in pacchetti da 125 millisecondi

La Stampa


E' poi in grado di passare rapido da uno all’altro

Roma

Secondo gli scienziati norvegesi diretti da May-Britt Moser e Edvard Moser del Kavli Institute for Systems Neuroscience il nostro cervello crea delle mappe dei luoghi che vistiamo. Ogni ricordo viene inserito in un “pacchetto” (o registrazioni) da 125 millisecondi ciascuno siamo poi in grado di passare da un pacchetto all’altro rapidamente e senza confusioni.

Grazie a questa capacità cerebrale che, per esempio, quando ci svegliamo di soprassalto riusciamo, salvo rare eccezioni, riconosciamo subito il luogo in cui siamo, il cervello è subito pronto a “srotolare” la mappa mentale della stanza.

L’esperimento sfruttato dagli scienziati per capire come organizziamo i ricordi è davvero curioso. Gli esperti hanno infatti “teletrasportato” virtualmente dei topolini da una stanza A a una stanza B e hanno visto come reagiva il cervello degli animali a questo rapido passaggio di ambiente.

Per teletrasportarli gli scienziati hanno usato un gioco di luci: cambiando cioè l’illuminazione nella scatola in cui si trovavano i topi, questi credevano di essere proiettati istantaneamente dalla camera A a quella B e viceversa. I topi non si muovono da dove sono ma per il loro cervello, che ha imparato a riconoscere e distinguere A da B e che si è creato un ricordo di ciascuna stanza, il teletrasporto avviene “davvero”. Infatti gli scienziati hanno constatato che al cambio virtuale di ambiente, ottenuto giocando con le luci, immediatamente nel cervello dei topi si registra la mappa mentale, o più in generale il ricordo, di detto ambiente. Il pacchetto-ricordo può contenere pochi attimi di vita, 125 millisecondi, e il cervello è molto abile a passare dal pacchetto A al pacchetto B: lo può fare anche otto volte di seguito al secondo.

«Abbiamo ingannato i topi - spiega May-Britt Moser - ovviamente non c’è nessun teletrasporto ma abbiamo ideato un modo per farglielo credere reale». Infatti registrandone l’attività cerebrale si capisce che i topi realmente credono di essere passati da un ambiente A a quello B. E quando i ricercatori li teletrasportano, i topi sentono esattamente lo stesso genere di transitoria confusione che avvertiamo noi quando momentaneamente non sappiamo dove ci troviamo. Ma il cervello rimedia subito e non mischia mai il pacchetto A con quello B, al massimo può avere un piccolissimo ritardo nel passare da uno all’altro ricordo.

«Stiamo cominciando a far luce sui contorni e i meccanismi che compongono il mondo de nostri pensieri», conclude May-Britt Moser.




Powered by ScribeFire.

I porti sicuri della casta: dopo la politica il mare

Libero



L'ultimo approdo è stato quello di Piergiorgio Massidda. Senatore Pdl, fedelissimo del suo conterraneo Beppe Pisanu. Un pizzico inquieto, perché già un anno fa minacciava di fare armi e bagagli perché il suo cuore era con Silvio Berlusconi, ma la testa gli diceva di seguire Gianfranco Fini nel suo Fli. Inquietudini e aspirazioni di Massidda ora però hanno trovato il loro porto. Letteralmente perché il politico sardo  in un paio di sedute della commissione di merito alla Camera e al Senato è stato impalmato alla presidenza della Autorità portuale di Cagliari. È accaduto la scorsa settimana con un sostanziale beneplacito bipartisan: l’opposizione non gli ha votato contro, ma si è limitata all’astensione (sia Pd che Idv). Già due giorni dopo Massidda si è buttato anima e corpo nella nuova avventura, salendo a bordo di una nave da crociera della Msc con tanto di miss ad attenderlo per l’occasione.

Al momento l’inquieto politico di centro-destra sta cumulando tre incarichi pubblici: quello da presidente di Autorità, quello da consigliere provinciale di Cagliari (si era candidato alla testa di una omonima lista civica contro il Pdl) e quello da senatore. Appena eletto all’autorità di garanzia raggiungendo il triplo incarico in supplesse proprio in mezzo alle polemiche sulla casta, Massidda ha annunciato che darà le dimissioni da senatore lasciando uno scranno libero per qualcuno del Pdl magari meno inquieto.

L’incompatibilità - Non è un particolare atto di generosità: gli incarichi sono incompatibili, e fra i due nonostante tutti i privilegi di palazzo, il più redditizio è quello alla guida dell’Autorità portuale. Lo stipendio è più che doppio rispetto a un alto dirigente del ministero dei Trasporti. Di base è poco inferiore ai 200 mila euro all’anno, ma con gettoni e altre indennità alla fine può superare i 300 mila euro. Non si può dire che Massidda sia arrivato lì sull’onda della sua lunga esperienza di settore. Di professione fa il medico. Ed è ritenuto un validissimo chirurgo plastico. L’annuario di settore spiega che “è specialista in fisiokinesiterapia. Ha fondato il reparto di fisioterapia e medicina estetica delle terme di Sardara, di cui è stato responsabile dal 1986 al 1990 e ha esercitato per diversi anni nel centro di medicina estetica MedEst di Cagliari”.

Che c’azzecca - Poi si è dato alla politica: fra i fondatori di Forza Italia (dopo una breve esperienza nel partito repubblicano), è stato tre legislature deputato e da due è senatore. A palazzo però si è sempre occupato di medicina e sanità, presentando ddl sulle medicine alternative e sulle cure ai pazienti terminali. Coi porti insomma non c’azzeccava proprio nulla. Ma aveva la carta sicura per guidare una di quelle autorità: un curriculum politico, la caratteristica più richiesta per quel tipo di nomine.

Di politici non più rieletti sono piene le grandi autorità nazionali di garanzia. Ma per quelle portuali essere stato un professionista di partito è una garanzia sicura. In questo momento sono legate a filo doppio con la politica ben 12 presidenti di autorità portuali italiane, più il presidente di Assoporti, Francesco Nerli, che è stato senatore Ds. Come Massidda vengono dal parlamento nazionale l’ex deputato azzurro Cristoforo Canavese (presidente dell’Autorità portuale di Savona), l’ex sottosegretario e senatore Ds Lorenzo Forcieri (presidente dell’autorità portuale di La Spezia) e l’ex deputato e sottosegretario Pd Andrea Annunziata (presidente dell’autorità portuale di Salerno). Viene dall’europarlamento- liste Pd- ma ha nel curriculum anche l’incarico di ministro con Romano Prodi e di sindaco di Venezia il presidente dell’Autorità portuale di Venezia, Paolo Costa.

Sono cresciuti in politica, ottenendo scranni e incarichi negli enti locali anche l’ex sindaco Ds di Piombino, Luciano Guerrieri ora alla guida dell’Autorità portuale dello stesso comune.

Pure Livorno - Come lui è stato assessore di Civitavecchia, prima dell’Idv e ora avvicinatosi al Pdl il giovane neopresidente dell’autorità portuale del luogo, Pasqualino Monti. Era consigliere regionale ligure vicino a Pd e Sel anche Giuliano Gallanti, presidente dell’Autorità portuale di Livorno. Il suo collega di partito Luigi Merlo, che grazie al Pd è stato assessore della Regione Liguria nella giunta di Claudio Burlando, ora guida l’Autorità portuale di Genova. Ha militato in An invece l’ex assessore provinciale di Catania, Santo Castiglione, nominato presidente della autorità portuale della città siciliana. È un po’ più tecnico invece Francesco Mariani, presidente della Autorità portuale del Levante: è stato responsabile trasporti del Pci-Pds-Ds. Viene dalla società civile invece il presidente dell’Autorità portuale di Trieste, Marina Monassi. È perfino figlia di un ammiraglio. E anche da anni compagna di Giulio Camber, politico di lungo corso della zona, prima socialista, poi ras di Forza Italia e del Pdl. I maligni dicono che il vero passepartout per il porto fosse quello sentimentale. E a pensare male con le autorità spesso ci si azzecca.


di Franco Bechis
29/09/2011




Powered by ScribeFire.

Romano, la Camera respinge la sfiducia

Corriere della sera
Il ministro: «Io aggredito». Insorge l'opposizione

Russia, esercito: addio kalashnikov

Corriere della sera

Il mitra, icona di un'era, va definitivamente in pensione Ma nessuno ha il coraggio di dirlo al suo ideatore



MILANO- È l'arma simbolo delle rivolte africane. Si pensa che sia stato adottato da una cinquantina di eserciti. Ma ora il Kalashnikov va in pensione. O almeno per la Russia. Il Paese ha deciso di mandarlo in pensione, perché anche la versione più moderna (AK-47) è considerato «datato». La notizia è stata tenuta nascosta al suo ideatore, il 91enne Mikhail Kalashnikov, per evitare che possa avere effetti deleteri sulla sua salute.

NEL MONDO- Il successo del Kalashnikov, dal momento della sua entrata sul mercato, è stato enorme. Il primo modello è stato progettato nel 1947. E fu il primo mitra di una lunga serie. Pare che ci siano più di 100 milioni di esemplari nel mondo. Ed è stato usato nelle rivolte africane, così come in Vietnam. E nelle ultime rivolte in Libia. A quest'arma si ispirano addirittura anche molti videogiochi.

Redazione Online
29 settembre 2011 10:37

Donna con i chiodi in bocca», nuova ipotesi: fu un'adultera

Corriere della sera

Tomba del 1200, il tipo di sepoltura trova riscontro nei testi sacri latini a proposito di tradimento


I resti della donna con i chiodi in bocca
I resti della donna con i chiodi in bocca
PIOMBINO (Livorno) – Nella necropoli medievale davanti al mare del Golfo di Baratti sono stata scavate 330 tombe. Nessuna però, fino ad ora, ha raccontato qualche particolare in più sulla strana vicenda della «donna dai chiodi in bocca». Le sue ossa, ancora perfettamente conservate, sono state ritrovate sepolte nella nuda terra con sette chiodi ricurvi lunghi quattro centimetri in bocca e altri tredici posti vicini al corpo per inchiodare probabilmente le vesti nel terreno. E’ una strega come ipotizzano gli archeologi? «Stiamo studiando il caso e cercando di raccogliere nel sito i maggiori indizi possibili – spiega Alfonso Forgione, archeologo dell’Università dell’Aquila -. Noi siamo convinti che la donna (tra i 25 e 30 anni) sia stata sepolta con un rito esorcistico arcaico per non farla più tornare per pronunciare maledizioni e sortilegi. Però sono aperte tutte le ipotesi».

Donna con i chiodi in bocca: gli scavi



NUOVA IPOTESI - Insomma, la donna potrebbe essere una «revenant», termine con il quale le antiche culture dell’Europa occidentale indicavano un morto-vivente. Fantasie ovviamente, ma che in quel periodo storico (siamo nel XIII secolo) erano radicate nella cultura popolare. C’è però una seconda ipotesi, meno fantastica ma ugualmente suggestiva (persino romantica), e scientificamente interessante. La «donna dai chiodi in bocca» potrebbe essere un’adultera. Come ipotizza la professoressa Paola Villani del Politecnico di Milano, coautrice del saggio Settemila anni di strade, citando un antico testo sacro in latino. «Chiodi in bocca in latino si dice clavis oris – spiega Paola Villani – e sono citati in questa frase tratta da alcuni testi medievali “Et sicut in sexto (remedio) clavis oris ponitur in arca cordis, in septimo vero ponitur in manu Dei. Sic in octavo ista ponitur in manu praelati". Che tradotto in italiano significa "E così per il sesto Comandamento (non commettere adulterio) porrai dei chiodi nella bocca affinché raggiungano lo scrigno del cuore, per il settimo comandamento (non rubare) porrai invece tutto nella mano di Dio. Così per l’ottavo Comandamento (non dire falsa testimonianza) porrai tutto nelle mani di coloro che si sono manifestati”».

IL RITO - Attenzione, però. L’adulterio della “donna dai chiodi in bocca” non può essere giudicato con i parametri della nostra società. E il rito compiuto aveva un riferimento profondo ai testi sacri, molto conosciuti nel medioevo, con un’interpretazione diversa da quella di oggi. «La signora sepolta in Chiesa – continua Villani – aveva i chiodi in bocca poiché aveva evidentemente commesso adulterio. Ma se un’unione si rompeva per amore, si usava comunque questo rito affinché lo scrigno del cuore restasse sigillato per sempre. Insomma, il concetto implicito era "Dio non punisce chi commette adulterio se avviene perché si ama". E il defunto chiedeva espressamente di essere così seppellito per manifestare il fatto che se aveva agito così era stato solo e soltanto per amore». La tesi di Paola Villani è avvalorata anche da un particolare: la donna è stata sepolta vicino a una chiesa e in terra consacrata, pratica vietata per streghe e revenant.



Marco Gasperetti
mgasperetti@corriere.it
29 settembre 2011 10:50




Powered by ScribeFire.

Cina, arrestato latitante da 10 anni: era secondino

Quotidiano.net

Con l’identità del fratello era diventato guardia carceraria

Wang Zhijia 37 anni, si era dato alla fuga dopo essere stato formalmente accusato, dieci anni fa, di avere ripetutamente percosso la moglie a colpi di mattone



Cina (Ansa)
Cina (Ansa)


Pechino, 29 settembre 2011 - Lo cercavano da dieci anni. E’ accusato di violenze sulla moglie e la polizia cinese gli dava la caccia con l’unico obiettivo di condurlo dietro le sbarre.

Finalmente lo hanno trovato. Nel più impensabile dei posti. Wang Zhijia in carcere c’era già andato da tempo. Volontariamente. Ma, di certo, non come avrebbe voluto la polizia, non come detenuto.

Faceva la guardia carceraria, era riuscito a farsi assumere prendendo l’identità del fratello.

A Pechino, questa stramba storia ha trovato ampio spazio tra le notizie di oggi. Wang Zhijia 37 anni, si era dato alla fuga dopo essere stato formalmente accusato, dieci anni fa, di avere ripetutamente percosso la moglie a colpi di mattone durante un violento litigio.

La polizia ha scoperto questa settimana che l’uomo era riuscito a farsi assumere, facendosi passare per suo fratello, da una prigione della provincia di Anhui, a circa 260 chilometri dal suo domicilio nel centro della Cina.

Wang è stato scoperto dopo che la polizia si è resa conto che la sua falsa identità era utilizzata anche da fratello. E qualcosa, naturalmente, non tornava. Accurate verifiche hanno fatto sì che l’uomo potesse finire nel posto giusto. Sempre in carcere: dai corridoi in cella.




Powered by ScribeFire.

I record delle toghe di Napoli: flop, sprechi e irregolarità

di


A Napoli Lepore e Woodcock rincorrono le ospiti delle cene di Arcore, ma la procura ha sette record (tutti negativi): procedi­menti pendenti, scarcerazioni di boss per errori, intercettazioni, ar­restati in attesa di giudizio, senten­ze lumaca, richieste di risarcimen­to per ingiusta detenzione ed erro­ri giudiziari



Napoli - Una procura di pm asini e fana­tici. Solo due anni fa il procuratore generale di Napoli, Vincenzo Gal­gano, ebbe a definire così i sostitu­ti procuratore guidati da Giovan­domenico Lepore indispettiti per la trattazione garantista dell’affai­re rifiuti-Bertolaso: "Ci sono pm che perseguono interessi perso­nali (...) e ci sono casi in cui la cer­tezza delle proprie idee diventa fa­natismo (...), il fanatismo di alcu­ni p­m può essere strumentalizza­to dall’esterno per lotte politiche, campagne di stampa, trame cui la magistratura dovrebbe rimane­re estranea". In genere si dice che il sistema funziona e poche mele marce rischiano di rovinarlo. Gal­gano, a proposito di certe toghe, sostenne esattamente il contra­rio: "Gli altri (uffici giudiziari, ndr ) hanno cento cavallucci. Noi dieci stalloni di razza, ma novan­ta asini". Se l’ufficio giudiziario più anti­berlusconiano del Paese sia dav­vero un concentrato di cavalli zoppi o di ciucci da mostra, non è dato saperlo. Sul fanatismo di ta­luni pm si potrebbe anche discu­tere, ma sarebbe un problema di poco conto se l’Ufficio funzionas­se a pieno regime. Purtroppo la procura di Napoli, concentrata com’è a inseguire Berlusconi e i berlusconiani campani, procede a rilento, incespicando fra proble­mi d’ordinaria burocrazia, so­vraccarichi di lavoro, discutibili metodologie di lavoro e "selezio­ni" delle ipotesi di reato che sem­brano essere perseguite più per resa giornalistica che di giustizia.
Intercettazioni Fra le accuse che vengono mosse a Woodcock e compagni c’è l’uso­abuso di intercettazioni dal rilie­vo penale non sempre evidente. Quando vennero depositate le in­­tercettazioni sulla P4 un avvoca­to fu costretto a reclinare in avan­ti i sedili posteriori del suo Suv perché nell’immenso portabaga­gli non riusciva a far entrare tutte le trascrizioni delle 70mila inter­cettazioni. Un caso abnorme, ma non proprio infrequente. Come attesta il ministero della Giusti­zia alla voce "aperture di credito per spese di intercettazioni telefo­niche, telematiche e ambienta­li", per 9 mesi di "ascolti" alla pro­cura di Lepore sono arrivati 13 mi­lioni di euro. Un quinto degli in­tercettati d’Italia, pari a 11.900 operazioni (9 per cento in più ri­spetto all’anno precedente), vie­ne beccato al cellulare, a casa, in auto o in ufficio, direttamente dal­la sal­a ascolto nel Centro Direzio­nale napoletano. Quest’incessan­te lavorio di intromissione nella vita altrui, per il primo semestre del 2010, è costato 11 milioni e 600mila euro (fonte Sole24ore ). Per chi non lo avesse ancora capi­t­o Napoli è la procura che intercet­ta di più. Sarà un caso ma un uffi­ciale della Gdf, in palese imbaraz­zo, nella P4 si mosse a compassio­ne chiedendo ai pm di interrom­pere un ascolto ( inutile) a Bisigna­ni perché costava troppo.
Sentenze lumaca Checché ne dica l’iper ottimista presidente della corte d’Appello di Napoli, Antonio Buonajuto (che in occasione dell’inaugura­zione dell’anno giudiziario non si è potuto esimere dal criticare pure lui "una giustizia che non mostri in prima pagina soltanto la toga del pubblico ministero re­legando il giudizio e le vere san­zioni al tempo che sarà"), nell’uf­fici­o dei pm e nei tribunali la situa­zione è problematica assai. Alme­no due anni per una sentenza, re­cord italiano tuttora imbattuto. Rifacendosi ai dati aggiornati al 2010, con riferimento agli effetti del cosiddetto "processo breve", Lepore ha ammesso nero su bian­co che i procedimenti pendenti in primo grado a inizio 2011 sfon­dano quota 70mila, per rimettere a posto il casellario giudiziale oc­corre un anno tondo tondo, per ar­rivare a una sentenza di primo grado mediamente devono tra­scorrere 578 giorni dalla richiesta di rinvio a giudizio, da quest’ulti­ma alla fissazione della data del­l’udienza preliminare due mesi e mezzo, per la prima udienza di­battimentale, servono altri 209 giorni e altrettante notti. Se si è for­tunati e se tutto va bene, ovvio. I tempi veri, a sentire gli avvocati, si allungano di parecchio.
Accanimento terapeutico Constatato l’accanimento dei ma­gistrati campani nei confronti del politico europeo (mondiale?) più intercettato di tutti i tempi, una lettura attenta dell’opuscolo dedicato all’anno giudiziario 2011 regala a pagina 62 un passag­g­io esilarante che fa a cazzotti con la realtà che vede Berlusconi «at­tenzionato » più di un killer di Scampia: "È stata data, in genera­le, priorità solo temporale negli uffici di procura, ai fatti di maggio­re allarme sociale, ai procedimen­ti con detenuti, ai reati ambienta­li­e ai procedimenti con minor ter­mine di prescrizione". E i fatti del Cavaliere?
La prescrizione e Radio radicale Sono numerosi i processi a ri­schio di estinzione per prescrizio­ne. Il più clamoroso vede alla sbarra l’ex governatore Antonio Bassolino e altri 27 imputati per reati che spaziano dall’abuso d’ufficio alla gestione illegale dei rifiuti. Il dibattimento procede con una spettacolare lentezza, udienze fissate a distanza di me­si, dibattimento rigorosamente a porte chiuse (è stata vietata addi­rittura la presenza dei microfoni di Radio Radicale ). Sulla prescri­zione in senso lato il presidente della corte d’Appello non ha potu­to non sottolineare il pericolo di un iter sempre più farraginoso e ri­petitivo del processo penale.
Per Buonajuto siamo di fronte al ma­le dei mali della giustizia:"L’im­plosione di un apparato giudizia­rio facile e disomogeneo che al­lungando la durata dei processi, condanna molti di essi ad estin­guersi per prescrizione". Col ri­sultato che i processi definiti per intervenuta prescrizione si molti­plicano "per un dibattimento pe­nale che si svolge in tempi lun­ghi" se non lunghissimi. I numeri non hanno bisogno di commenti: su 12.758 procedimenti penali iscritti presso la Corte d’Appello di Napoli ne sono stati definiti 8.714. Restano aperti 22.354 pro­cedimenti. Rispetto all’anno pre­cedente si è avuto un aumento delle "pendenze" del 22 per cen­to. Fra le cause della prescrizione l’irregolarità delle notifiche oltre a una casistica infinita di "disat­tenzioni" poi rilevate con succes­so dagli avvocati dei boss.
Lo scandalo decorrenza termini Quanti casi di boss scarcerati per decorrenza termini.L’ultimo sci­volone delle toghe è di luglio con la notizia del ritorno a casa di Enri­chetta Avallone, moglie del capo dei Casalesi Antonio Iovine, sott’inchiesta per estorsione. Di capiclan tornati a casa anzitem­po ce ne sono molti. Il vizio forma­le della mancata trasmissione ai difensori dei file audio con le in­tercettazioni telefoniche ha per­messo a Ettore Bosti, figlio del boss Patrizio, di uscire di galera nonostante la gravissima accusa d’aver fatto ammazzare il 17enne Ciro Fontanarosa perché non vo­leva entrare nel clan. Così pure Antonio Ambrosino, detto ‘o pi­stone , del clan Russo e Pasquale Conte (poi ucciso) del rione Sani­tà. Oppure i cugini Antonio Sarno (liberi perché era trascorso il peri­odo di tre mesi a disposizione dei pm per chiedere il rinvio a giudi­zio). C’è ancora il paradosso del fi­glio di Paolo Di Lauro (il Proven­zano della camorra per intender­ci), Vincenzo, scarcerato dal Rie­s­ame perché nell’ordinanza man­cava un paragrafo. I pm si sono di­fesi spiegando l’errore con un er­roneo "copia e incolla" del file o al­la fotocopiatrice mal funzionan­te. Ma il record lo deteniene il su­perboss Edoardo Contini, arresta­to due volte e per due volte scarce­rato per decorrenza termini.
Ingiusta detenzione e attesa di giudizio Gente arrestata ingiustamente, per non aver commesso il reato, perché il fatto non sussiste o per­ché quel fatto non costituisce rea­to, che chiede giustamente un ri­storo economico. Napoli è in te­sta pure qui: i procedimenti pen­denti per riparazione da ingiusta detenzione sono 497. Le statisti­che c­onfermano che in un solo an­no nel capoluogo risultano 372 ri­chieste di riparazione, più di una al giorno, festivi inclusi. Somman­do le richieste di Cagliari, Bolo­gna, Potenza, Firenze, Genova, Catania, Roma, Torino e Milano, si raggiunge a fatica il dato della sola città di Napoli. Non sappia­mo se lo scarcerando Gianpi Ta­rantini batterà cassa ma sicura­mente rifletterà sulle parole pro­nunciate da Lepore nel lontano 2004: "I risarcimenti per ingiusta detenzione?

È inutile portare avanti un processo quando si sa che porterà a un’assoluzione". Quanto alla Legge Pinto, e al risar­cimento per l’"irragionevole du­rata del processo", Napoli nel 2007 (ultimo dato disponibile) era seconda solo a Roma con i suoi 4.049 procedimenti. Inutile affrontare il capitolo infamante del forsennato ricorso alla carce­razione preventiva per reati non di sangue finalizzato a costringe­re l’indagato a parlare per uscire. A Poggioreale l’associazione Ri­stretti fa presente che più dei due terzi dei 2.654 occupanti sono de­tenuti in attesa di giudizio, men­tre Antigone al 2010, rivela che so­l­o in 459 hanno una condanna de­finitiva mentre 1.539 attendono una prima sentenza. Canta Napo­li, cantano i pm. E nessuno paga.



Powered by ScribeFire.

Frankenlouie gatto da guinness Due teste, due nasi, due bocche

Libero

Doveva essere sopppresso, ma viene adottato da un'infermiera e si conquista il titolo di felino bifronte più longevo del mondo 

video

Io, leghista a Macherio tradito dal mio partito

Corriere della sera


Caro Direttore, sono un sindaco leghista che si è stancato di mandar giù bocconi amari e si è accorto di come sia terrificante oggi il potere della Lega. Vengo da una militanza ventennale e da due anni e mezzo faccio il sindaco a Macherio. Stipendio mensile 920 euro netti al mese, di cui 100 vanno nelle casse del partito. Sono avvilito, incazzato, mi sento tremendamente preso in giro: sono impegnato tutto il giorno (e la sera) a cercare di tenere sotto controllo tutti i problemi di un paese di 7.200 abitanti, dal patto di stabilità agli edifici comunali disastrati, alla crisi che attanaglia famiglie normali e mettiamoci pure le varie lamentele che raccolgo dai cittadini ogni momento che cammino per strada o vado al bar.

Ho anch'io i miei sospetti sui mille interessi della Lega, ma ormai la tenaglia probabilmente ricattatrice del premier ci sta portando alla deriva, sia come Italia che come Lega. Mi prende una profonda tristezza nel vedere traditi i miei ideali di onestà, rettitudine e coerenza di idee, tristezza che sconfina in grande delusione. Ho preso la mia prima tessera da simpatizzante nel 1989, per poi diventare militante e segretario di sezione di Triuggio e Besana nel 1991. Giustizia fiscale, equità fra Nord e Sud, la famosa gallina dalle uova d'oro etc etc...

Non ho mai cavalcato slogan razzisti o partecipato a quel seminare paura del «diverso» nei miei anni da militante. A Macherio abbiamo una moschea, che per ora riesco a tenere chiusa per motivi di sicurezza legati ai Vigili del fuoco: queste scelte rientrano nelle linee della Lega ed anche nelle mie, ma non eccedo nei termini o nello spaventare i cittadini su chissà quali paure. La Lega mi ha anche dato soddisfazioni, ma ad oggi mi diventa molto difficile continuare a «mandare giù» tutti i bocconi amari: gli ultimi, quelli su Milanese e ieri sul confermare la fiducia ad un ministro indagato per concorso in associazione mafiosa.

Oltretutto un ministro che ha tradito il proprio partito che lo ha eletto a Roma per far da salvagente al governo. Traditore è chi guadagna poltrone, non chi le perde. Dall'interno poi vedo troppi «furbi» che si azzuffano per le poltrone, ovviamente imbottite di stipendi, magari due, magari tre, e così via. Forse ad oggi il Potere che ha la Lega è cosi forte da imporre certe scelte, ma quando questa logica sconfina nel salvare chi fa il furbo e si arricchisce alle spalle degli altri, allora mi sento ferito nella mia dignità di uomo e di padre.

Ad esempio, non posso accettare che dal palco di Venezia il ministro Calderoli abbia detto ai sindaci che «senza la Lega non siete niente e ritornerete polvere». Non può denigrare in questo modo chi lavora per il bene del popolo e soprattutto per dare della Lega una bella immagine, quella che si meriterebbe. Forse anche lui prima di fare il ministro avrebbe fatto meglio a ricoprire l'incarico di sindaco, in modo da capire che non siamo qui a «pettinare le bambole».


Giancarlo Porta Sindaco di Macherio (Lega Nord)
29 settembre 2011 11:44



Powered by ScribeFire.

Caso Tarantini, Lavitola latitante in tv: «Una telefonata col premier mi scagiona»

Corriere della sera

L'ex giornalista: «Non ho fornito al presidente Berlusconi alcuna scheda peruviana, ma una scheda italiana acquistata da un mio collaboratore peruviano»


«Sono cresciuto nella Gioventù Socialista, e mi sono fatto l'idea che se hai passione politica non puoi fare l'imprenditore nello stesso paese dove fai politica. Quindi faccio l'imprenditore in Centro e Sud America, mentre in Italia facevo il giornalista e l'editore dell'Avanti». Latitante in Sudamerica, ricercato per la vicenda Tarantini, Valter Lavitola appare in video, da località ignota, un po' impacciato.

Con un fazzoletto si asciuga il sudore che gronda sul suo volto mentre risponde in diretta a Mentana e ai suoi ospiti durante la nuova trasmissione «Bersaglio mobile», approfondimento de La7. «In Centro e Sud America ho un'azienda che si occupa di import-export di pesce, e ho alcuni pescherecci - ha aggiunto -. Ho venduto le barche per l'alto costo del carburante, quindi avevo delle risorse che potevo mettere a disposizione di Tarantini per avviare alcune attività imprenditoriali».


IL TABULATO - Lavitola esibisce dei «tabulati» di una telefonata al premier Silvio Berlusconi che «mi scagionerebbe». Il faccendiere latitante, coinvolto nell'inchiesta giudiziaria sui rapporti tra Tarantini e il presidente del Consiglio, lancia una sorta di «appello tv alla procura» e chiede come mai i contenuti della telefonata in questione non siano stati intercettati oppure trascritti nei verbali dell'inchiesta. «Ho chiesto al mio avvocato di presentare istanza alla procura per approfondire e verificare se questo tabulato che ho prodotto è vero o falso e vorrei capire perchè questa telefonata non è stata intercettata o non è stata trascritta», dice Lavitola.

Il faccendiere spiega di aver «avuto un'utenza argentina alla quale ho ricevuto una telefonata di Tarantini. Subito dopo, venti minuti dopo, ho chiamato Berlusconi». Dopo tre tentativi, «me l'hanno passato». La telefonata, che nella trasmissione però Lavitola non circostanzia di dettagli su data e ora, «dura nove minuti. Se ci fosse questa intercettazione, non ci sarebbe l'indagine», si spinge a dire, esibendo un foglio che presenta come il «tabulato» della telefonata.

In quella conversazione, spiega, «ho detto al premier 'mi ha chiamato Tarantini, lui ha notizia dei 500mila euro, gliel'ha detto l'avvocato Perrone. Lui vuole che gli consegni questa somma: che faccio? Dice che è per un'attività imprenditoriale all'estero, gliela metto a disposizione? Calcola che lui consuma come una Ferrari...». Domande cui il premier avrebbe risposto sottolineando che Tarantini «doveva fare un'attività e la somma è per l'attività».

LA SCHEDA PERUVIANA - Poi aggiunge: «Non ho fornito al presidente Berlusconi alcuna scheda peruviana, ma una scheda italiana acquistata da un mio collaboratore peruviano». Ho dato la scheda per timore di essere intercettato non per i contenuti illegali della telefonata ma perché parlavo di considerazioni riservate», ha aggiunto Lavitola.

I TARANTINI - «I Tarantini sono ragazzi viziati e sperperoni. Lui? Tarantini è uno scapestrato e non un criminale, anche un po' fesso». Ma i Tarantini - aggiunge - non sono i mostri che sono stati dipinti, ma ragazzi viziati scapestrati con tre ossessioni: vedere il premier in più occasioni possibili; riuscire ad aiutare un loro amico, l'imprenditore Pino Settani a fare affari con una società vicino all'Eni; avere lavoro e soldi per le loro esigenze...».

LA MASSONERIA - Poi risponde ad una domanda di Marco Travaglio sulla sua frequentazione di logge massoniche: «Mi iscrissi alla massoneria all'incirca nel 1984. Fui apprendista per due anni. Ma poi ebbi dei problemi economici familiari e non avevo i soldi per pagare la quota e, così, mi assonnai».

LA TELEFONATA - «Non erano questioni ludiche ma politiche» quelle di cui Lavitola parlava con il premier. Lo dice il giornalista a Mentana che suggerisce un rapporto di vicinanza con Berlusconi. E alla domanda a che titolo, se non c'era vicinanza, c'è un passaggio di denaro, Lavitola sottolinea dice: «Non ho mai avuto nessun bonifico da Silvio Berlusconi, su nessun conto estero.

Non c'è nessun conto estero». I 500mila euro per Gianpaolo Tarantini sarebbero stati anticipati da Valter Lavitola per conto di Berlusconi. «Le foto che chiedevo a Marinella (la segretaria di Berlusconi. ndr) erano soldi. Erano parte di quel rimborso di 500mila euro che avevo anticipato». Lavitola ammette di aver anticipato i 500mila euro per Tarantini per conto di Berlusconi: «È vero che le foto che chiedevo a Marinella erano in realtà soldi.

Erano parte del rimborso che avevo anticipato». Parte di quei soldi Lavitola l'avrebbe ottenuta attraverso la vendita di alcuni pescherecci in Sudamerica. E ribadisce: «Non mai avuto alcun bonifico da Berlusconi su alcun conto estero». Valter Lavitola rilancia con un'altra domanda: «Nessuno ha mai chiesto: Perché volevate affidare a Tarantini un'attività imprenditoriale?».

E la risposta è: «Non ne potevo più». Il giro dei 500 mila euro Lavitola li spiega così: «Qui non c'è un conto estero dove arrivino bonifici. Per quanto riguarda Berlusconi: Non poteva mettere a disposizione di Tarantini 500 mila euro. Lo vedete: come si fa ad aiutare una persona che vuole fare attività imprenditoriale all'estero? Vedete quello che succede poi».

CONSIGLIERE - «Faccio politica da quando avevo 18 anni, non vedo perché essendo un osservatore attento e un giornalista non dovessi avere il diritto di dire la mia al presidente del Consiglio su questioni politiche. Mi sono ritagliato un piccolo ruolo di consigliere, e parlavo con il premier di questioni non certo ludiche».

«SONO FUGGITO PER PAURA DEI MAGISTRATI»- Il direttore dell'Avanti continua: «Non voglio assolutamente fare un processo in televisione. Io ho un sacro terrore della magistratura, ho una paura che mi si porta via. Figurarsi se voglio fare irritare i pm. Ho una paura dannata e per questo mi sono reso latitante: ho fatto bene perché Tarantini si è fatto un mese di carcere e la moglie una decina di giorni in cella. E dopo un mese stanno fuori. Io avrei fatto la loro stessa fine»

«VOLEVO FARE IL PARLAMENTARE» - «Come ho conosciuto Berlusconi? Ero nel Psi e non sono migrato a Forza Italia quando tutti i socialisti lo hanno fatto. Poi ci furono riunioni a Milano e Fiuggi e quella fu la prima volta che incontrai Berlusconi. Successivamente, ho cercato di vederlo e di farmi apprezzare, puntavo a fare il parlamentare ma non ci sono mai riuscito».

IL LAVORO - «Sono stato definito uomo nero, spregiudicato, o faccendiere, anche se non ne conosco il significato. Io sono determinato e non soffro di timori reverenziali verso nessuno. Sono inviso a buona parte dei collaboratori del Presidente. Alcuni di loro mi sono cordialmente antipatici».
«Ci sono più episodi - aggiunge Lavitola - per dimostrare che sono un filantropo, ho aiutato Tarantini perché Berlusconi mi aveva manifestato l'esigenza di aiutare lui e la moglie.

Lui disse "poveretti" quando gli raccontai la loro storia e alla mia richiesta di aiutarli mi disse di farlo. Così mi sono adoperato. Io sono un imprenditore nel settore ittico, magari è strano ma è il mio lavoro, non c'è nulla di disdicevole. Ho messo a disposizione di Tarantini 500mila euro perchè così poteva svolgere la sua attività all'estero e loro due non mi avrebbero più massacrato...le biglie».

NON SONO NE' STUPIDO NE' CRIMINALE - Rispetto alle accuse di aver dirottato soldi dell'Avanti alle sue società, Lavitola risponde: «Sfido chiunque a trovare un bonifico o un trasferimento di denaro da L'Avanti alla mia impresa ittica o a una società che non si occupi di stampa ed editoria. Se qualcuno li trova, li porti in procura della Repubblica e mi denunci. Sarei un criminale a fare un bonifico da 'L'Avantì a questa società. A Rai Trade chiesi appuntamenti per verificare se era possibile acquistare diritti da rivendere sul mercato sud-americano.

DELUSIONI - Sui rapporti con Finmeccanica Valter Lavitola racconta l'incontro con «Pozzessere (ex direttore commerciale di Finmeccanica). «Ho conosciuto il direttore commerciale di Finmeccanica, Pozzessere, in occasione di una conferenza tenuta a Milano nel 2009», racconta. «Mi ha proposto lui una consulenza. E poi si vantava scherzando di avermi "fregato" perché il contratto era di 30 mila euro. In realtà era la somma che avevo chiesto io.

E solo dopo ho capito che c'erano molti più soldi a disposizione per le collaborazioni». Lavitola spiega il rapporto con Finmeccanica attraverso «l' ingiusta delusione subita dal Silvio Berlusconi», dice. «Ho scoperto che mondo era Finmeccanica dove avrei potuto mettere a frutto le conoscenze e le frequentazioni che avevo con importanti personaggi della politica, della cultura e dello spettacolo.

Nel 2010 chiesi al presidente Berlusconi se era possibile nominarmi suo rappresentante in America Latina, non mi disse nè sì nè no. Almeno mi metta alla prova, lo pregai, così potrà valutare meglio la cosa, Mi disse che andava bene, forse per togliersi il sottoscritto dalle scatole ma poi per la questione delle ballerine di San Paolo, si ritenne che non avessi più alcuna chance».

Un "sogno" che si infrange quando si viene a sapere della presenza di Berlusconi della festa con le ballerine brasiliane. Così il presidente lo deluse. «Non mi ha mai candidato come parlamentare, se non alle europee del 2004, quando ho preso 54mila preferenze, che però non sono bastate per essere eletto. Non sono mai riuscito - si è lamentato Lavitola - a farmi nominare nelle liste dei candidati al Parlamento.

E il motivo, l'ho già spiegato, è stata la lite con Ghedini» che ammette di aver minacciato di bastonare. Come «risarcimento» per la delusione della mancata candidatura politica, Lavitola si sarebbe proposto a Pozzessere come procacciatore di affari, facendo leva sulla sua esperienza nel settore dell'import-export in America Latina.

NAVI & ANTI-DROGA - Non ho regalato navi, sostiene il direttore dell'Avanti che spiega: «era un trucco di un accordo bilaterale tra Panama e l'Italia che avrebbe sostenuto la lotta al narcotraffico». E sull'Eni dice: «Non ho nessun tipo di contratto con Eni, ho bluffato con Nicla Tarantini perché ero ossessionato. Con il presidente di Panama, Martinelli, non ho un rapporto speciale. È un signore di origine italiana che nel suo paese è un magnate alimentare. L'ho conosciuto nella sua prima visita in Italia».

LA CASA DI MONTECARLO - Che ci faceva Valter Lavitola a Santa Lucia? Inerpicandosi tra le date (l'estate 2010) ricorda di essere comunque un giornalista. «La vicenda della casa di Montecarlo? Era una notizia che seguivo da giornalista, un'inchiesta giornalistica». Mentana chiede a Lavitola se davvero non ci fosse nessun movente politico? «A Santa Lucia sono finito seguendo una pista che partiva da Napoli e portava al riciclaggio»

IL RIMBORSO - L'unica cosa che non mi è stata chiesta, sulla questione dei soldi, nessuno si è posto il problema se Berlusconi me li aveva tutti o in parte. E chi potrebbe avermi dato quelli che Berlusconi non ha dato. La somma che Berlusconi mi mette a disposizione in Italia 250 mila e 500 li uso per rimborso ordinario e straordinario di Tarantini». E aggiunge: «Non consentirò di passare per uno che ha estorto denaro al presidente del Consiglio, che io stimo.

Io ho solo aiutato il premier a sostenere una persona che era nei guai. E adesso mi sto trovando io nei guai». «Non ho estorto nulla a nessuno e non ho truffato nessuno, né tantomeno a Berlusconi che mi è sempre stato vicino», ha sottolineato Lavitola. «Non mi sottraggo alla giustizia. Il Tribunale dimostrerà la mia innocenza, ma ho intenzione di rimanere latitante», ha poi aggiunto, rispondendo a una domanda di Mentana. «Io faccio il pescatore e il pescivendolo, qua di acqua ce n'è tanta, quindi ho ancora un lavoro».


Redazione Online
28 settembre 2011(ultima modifica: 29 settembre 2011 07:47)

Voleva attaccare Pentagono: arrestato

Corriere della sera

Un 26enne voleva colpire anche Capitol Hill usando modellini di aerei telecomandati riempiti di esplosivo


WASHINGTON – Rezwan Ferdaus, 26 anni, presunto qaedista fai-da-te, sognava di colpire Capitol Hill e il Pentagono usando modellini di aerei radiocomandati e riempiti di esplosivo al plastico. Gesti dimostrativi con dei mini-droni. Per questo aveva comprato due aeretti su Internet. Replica in scala dell’F 86 Sabre e del Phantom.

Costo: meno di 150 euro l’uno. Aveva anche fatto le ricognizioni in un parco vicino al Pentagono da usare come pista. Il suo piano – secondo gli investigatori - prevedeva il lancio dei modellini e un assalto di un team di sei uomini armati di Kalashnikov. Tutto inutile. Ferdaus è stato arrestato con una classica stangata dall’Fbi. Gli agenti si sono finti terroristi disposti ad aiutarlo, hanno incoraggiato i suoi progetti, gli hanno consegnato mitra e granate. Una trappola per ottenere le prove utili all’incriminazione.


Cittadino americano, laureato in fisica, batterista in un complesso del college, Ferdaus viveva nei pressi di Boston, si e’ autoindottrinato su Internet e probabilmente ha attirato l’attenzione dell’Fbi. In una serie di incontri con quelli che riteneva i suoi complici, l’uomo ha espresso il desiderio di compiere attacchi. Ha anche preparato dei meccanismi di innesco per bombe rudimentali usando dei telefonini, un sistema spesso impiegato dai jihadisti. E quando un finto operativo di Al Qaeda gli ha comunicato che il suo apparato aveva provocato la morte di tre soldati americani in Iraq, lui ha reagito così: «E’ esattamente quello che volevo».


La vicenda di Ferdaus ricorda molti altri casi di estremisti fai-da-te. Non hanno alcun contatto con organizzazioni eversive ma hanno in mente grandi piani, che vanno ben aldilà delle loro possibilità. Spesso sono progetti velleitari, con probabilità di successo minime o nulle. È altrettanto chiaro che se senza l’aiuto dei «complici» non avrebbe potuto fare nulla.

Una tattica investigativa che continua a suscitare qualche polemica. C’è chi ritiene che l’Fbi, in questo modo, istighi l’elemento sospetto. Il terrorista potenziale non ha i mezzi, ma sono gli agenti – in veste di «provocatori» – a fornirglieli.

La procedura, comunque, ha il pieno appoggio del Ministero della Giustizia statunitense e, negli ultimi anni, ha portato all’incriminazione di numerose persone. La spiegazione della magistratura è semplice: non importa se il militante non possiede le armi, conta la sua volontà di uccidere.

Guido Olimpio
29 settembre 2011 08:35

La tragicomica avventura di Cicciolina a Monza 11 anni fa

Corriere della sera
Firma false, con l'aiuto di un latitante, per raccogliere 1000 voti e sparire
di R. Radaelli

Compravendita delle auto arriva il via libera di Castro

La Stampa


Il decreto stabilisce una serie di norme per la cessione di automobili per i cubani residenti e gli stranieri. Le norme consentono l’acquisto di veicoli anche agli stranieri che risiedono temporaneamente sull’isola, ma per un massimo di due.

Cuba, piccolo passo per la libertà. Anche se le restrizioni sull'isola non erano più rispettate da anni


Il governo di Cuba ha autorizzato la compravendita di automobili nuove, proibita per mezzo secolo. Era una delle riforme più attese fra le trecento varate ad aprile dal Congresso del partito comunista cubano, che ha segnato l’avvento della nuova linea di Raul Castro. Il decreto, pubblicato ieri sulla Gazzetta ufficiale, definisce le condizioni della «trasmissione della proprietà dei veicoli per acquisto-vendita o donazione» tra i cubani che vivono nell’isola e gli stranieri residenti in modo permanente o temporaneo. Questi non potranno però possederne più di due. La compravendita delle automobili, insieme a quella delle case, è stata subito considerata tra le riforme più simboliche lanciate dal presidente Raul Castro.

Cuba avanza a piccoli passi verso un’economia di mercato, tra lo scetticismo degli stessi cubani, per molti dei quali le riforme sono troppo poche e troppo in ritardo. Ma le restrizioni alla compravendita delle automobili erano considerate «assurde» dallo stesso Raul e da anni non venivano rispettate dai cubani. C’è invece insofferenza per un’altra misura: l’eliminazione graduale del libretto di razionamento, in uso dal 1962, che consente l’acquisto dei cibi di base a prezzi politici.




Powered by ScribeFire.

La fuga durata 41 anni dell'ultima Pantera Nera

La Stampa

Maurizio Molinari


Assassino, rivoluzionario, dirottatore di aerei, è stato catturato vicino a Lisbona
CORRISPONDENTE DA NEW YORk

Per quarantun anni George Wright è riuscito a sfuggire alla giustizia americana seminando gli agenti federali in una corsa attraverso tre continenti, ma mercoledì la grande fuga è terminata ad Almocageme, un eremo lusitano sull’Oceano Atlantico, dove a tradirlo è stata un’impronta digitale.

Se l’Fbi non ha mai cessato di dargli la caccia è perché Wright si è guadagnato sul campo la qualifica di «Most Wanted» che lo ha incluso di diritto nel ristretto gruppo di criminali in cima alla lista dei più pericolosi ricercati. Nel 1962 rapina e uccide il benzinaio Walter Patterson, decorato veterano della Seconda Guerra Mondiale, a Wall in New Jersey, viene condannato a una pena fra 15 e 30 anni e finisce nel penitenziario di Leesburg, nello stesso Stato, ma otto anni dopo riesce a evadere assieme ad altri detenuti.

Il giorno dell’inizio della fuga è il 19 gennaio 1970, alla Casa Bianca c’è Richard Nixon, l’America combatte in Vietnam, il Watergate non è neanche all’orizzonte, il movimento antiguerra dilaga nelle piazze e Wright sceglie la clandestinità per entrare nei ranghi del «Black Liberation Army», l’Esercito di liberazione nero che crede nella lotta armata contro il governo federale. A Detroit vive in una comune, entra in contatto con le Pantere Nere che sfidano l’Fbi e nel 1972, protetto da uno pseudonimo e travestito da prete, sale a bordo di un aereo di linea diretto a Miami, dirottandolo verso Boston. E’ un atto di pirateria aerea che entra negli annali del terrorismo domestico americano perché viene eseguito a nome delle Pantere Nere, riuscendo a mettere in scacco i federali.

I dirottatori sono quattro membri del «Black Liberation Army», inclusa la compagna di Wright, e tre bambini, fra i quali c’è il figlio di appena 2 anni. In volo fumano marijuana, a Boston rilasciano gli 86 passeggeri in cambio di un riscatto di un milione di dollari consegnato da un agente dell’Fbi con indosso solo il costume da bagno e volano verso l’Algeria, dove il governo locale li accoglie e garantisce loro l’immunità, limitandosi a riconsegnare a Washington solo l’aereo e i soldi. Scelgono Algeri perché lì vive esule Eldrige Cleaver, lo scrittore afroamericano titolare dal 1970 di una sede locale delle Pantere Nere. Per l’Fbi è la dimostrazione che Wright è un tassello importante del network rivoluzionario dei nazionalisti neri. Tenta il blitz in Algeria ma lui gioca d’anticipo fuggendo in Francia, fra il 1972 ed il 1973.

La fuga assomiglia a un romanzo, perché Wright è capace di precedere sempre di un passo l’Fbi, spostandosi fra Paesi e città assieme a gruppi di differenti militanti. Alcuni dei suoi compagni vengono arrestati e condannati nel 1976 a Parigi, che però si rifiuta di estradarli verso gli Stati Uniti. Questo è il periodo in cui Wright scompare anche dal radar degli ex militanti, mostrandosi consapevole che in America le Pantere Nere sono state infiltrate, decimate e sconfitte dai federali.

Cosa avviene da quel momento di lui è un mistero sul quale gli investigatori stanno ora tentando di fare luce, ma all’inizio degli Anni 80 Wright è in Portogallo, sposa una donna di nome Maria do Rosario Valente, con la quale ha due figli, Marco e Sara, oggi ventenni. Vivono ad Almocageme, un piccolo villaggio portoghese a pochi chilometri dalla Praia da Adraga, la bellissima spiaggia sull’Atlantico a neanche un’ora di auto da Lisbona. Lei è una traduttrice, lui impara alla perfezione il portoghese, come nome sceglie José Luis Jorge dos Santos, originario della Guinea-Bissau, ex colonia portoghese. Non ha un impiego fisso e fa i lavori più diversi: si propone come allenatore di basket di una squadra di adolescenti, gestisce un piccolo stabilimento balneare e, negli ultimi tempi, fa il buttafuori in un nightclub.

La Volkswagen grigia che guida è ben conosciuta da tutti i residenti, che lo salutano a distanza chiamandolo «George», considerandolo una persona simpatica e spesso generosa. Nessuno sospetta nulla del passato burrascoso e Wright si sente talmente al sicuro che quando nel 2004 scade la sua carta di identità portoghese - emessa nel 1993 - non la rinnova. E’ l’errore che fa scattare una segnalazione banale sulla quale la polizia portoghese lavora assieme all’Fbi allorché, per normale routine, la task force antilatitanti, quest’estate, raccoglie dati su possibili tracce.

L’allerta scatta quando l’Fbi si accorge che il nome della carta di identità coincide con uno pseudonimo adoperato in passato e l’accelerazione avviene con l’esame dell’impronta digitale contenuta nella carta d’identità, perché è quella del «Most Wanted».

Da qui il blitz, iniziato lunedì con l’arrivo dei federali a Lisbona e avvenuto mercoledì nella piccola casa con tetto di terracotta e porta gialla del pittoresco villaggio. Da quel momento la moglie non è più uscita in strada e resta da chiarire se sia stata ingannata anche lei. Dicerto il super-latitante ha tentato in qualche maniera di proteggere i figli, registrandoli nei documenti con il cognomedella madre. Tradendo la consapevolezza che, prima o poi, il lungo braccio della legge americana lo avrebbe raggiunto. Ora, all’età di 68 anni, Wright è in una cella di Lisbona e si batte contro l’estradizione nella patria d’origine per evitare di tornare in New Jersey, dove Ann Patterson, figlia del benzinaio assassinato 49 anni fa, lo aspetta in tribunale «ringraziando Dio perché questo giorno è arrivato».




Powered by ScribeFire.

Perché gli autisti di bus continuano a sfidare le videocamere?

Il Messaggero

di Mauro Evangelisti

Nuovi cartelli sui bus: «Per favore, parlate al conducente. Così non parla al telefonino». Viene da sorridere, se non fosse un comportamento pericoloso, pensando alla sequela di autisti filmati mentre guidano e parlano al cellulare, mandano mail e sms.

Il record dell'audacia va a quello che usava l'iPad al volante di un bus (magari giocava ad Asphalt 6 sul circuito di Nassau). Domanda: ormai sono una decina gli autisti beccati e smascherati su internet, perché continuano a sfidare le videocamere dei cellulari quando sanno di essere nel mirino dei passeggeri? Non possono fare a meno del cellulare al volante, almeno per un po'?

E' la stessa domanda che viene in mente guardando a Parma, dove alcuni funzionari e un assessore sono stati arrestati per mazzette. Eppure, Parma da mesi è un caso nazionale, c'è l'attenzione della procura, i cittadini vanno a protestare davanti al Comune contro la corruzione lanciando monetine. Ma non potevano fare a meno, almeno per un po', delle mazzette? Delirio di onnipotenza?

Come quel primo ministro di 75 anni di un paese europeo, che pur sapendo di essere sotto osservazione, con la gente infuriata perché la crisi e le tasse avanzano, ha continuato a organizzare feste con grupponi di ragazze del tutto disinteressate. Ma non poteva farne a meno, almeno per un po'?

Giovedì 29 Settembre 2011 - 09:59




Powered by ScribeFire.

Pesa troppo". E Ryanair le fa pagare due biglietti

Quotidiano.net

Una donna di Roma fa causa alla compagnia irlandese

 

La signora aveva acquistato online un biglietto Roma-Parigi-Roma, ma nel volo di ritorno è stata costretta a comprarne un altro perché sovrappeso. Il legale: "Perché all'andata non gliel'hanno chiesto?"



Guai per Ryanair: una donna ha fatto causa alla compagnia irlandese. Le avevano fatto pagare un biglietto in più perché sovrappeso (Ansa)




Guai per Ryanair: una donna ha fatto causa alla compagnia irlandese. Le avevano fatto pagare un biglietto in più perché sovrappeso (Ansa)


Roma, 28 settembre 2011



Se Ryanair ultimamente non godeva di grande simpatia da parte del popolo viaggiante, ora la sua reputazione rischia di subire un ulteriore duro colpo.

Una signora di Roma è stata costretta a pagare due biglietti aerei perché sovrappeso. Rita C., la donna protagonista dell'episodio, proprio per questo motivo ha dato mandato al proprio avvocato di agire legalmente nei confronti della compagnia irlandese.

Il 20 settembre scorso la signora, mentre era all’aeroporto di Parigi Beauvais per far rientro a Roma, dopo aver acquistato online un biglietto Roma-Parigi-Roma è stata costretta a comprarne un altro, poichè la hostess di terra le comunicato che le persone in sovrappeso che occupano più di un sedile devono comprare un doppio biglietto. A riferire l’episodio è l’avvocato romano Cesare Galloni.

Il legale della donna sostiene che “la politica di Ryanair del ‘sovraprezzo’ è in vigore negli Stati Uniti ma non ancora in Europa, contrariamente a quanto comunicato dalla hostess alla signora”.

Ma “anche se fosse in vigore -spiega l’avvocato - la cosa singolare è che per il volo di andata Roma Ciampino-Parigi non le è stato richiesto alcuna maggiorazione”.

Non solo: “fra le condizioni generali di contratto, negli acquisti dei biglietti online, Ryanair non specifica in alcun modo questa sua politica. La signora Rita - riferisce l’avvocato - mi ha dato mandato per agire nei confronti della compagnia aerea per il risarcimento dei danni, anche morali, subiti dal grave atto discriminatorio”.


“La mia è una questione di principio - spiega la donna - piuttosto che di mero risarcimento economico. La cosa che mi ha più infastidito è stata infatti l’assoluta mancanza di trasparenza da parte della compagnia”.




Powered by ScribeFire.

Sposi a distanza? Sì all'assegno anche se non c'è stata convivenza

La Stampa

Con la sentenza 19349/11, la Cassazione ha affermato che per l’assegno di mantenimento al coniuge, cui non sia addebitabile la separazione, non conta se vi sia stata o meno un’effettiva convivenza durante il matrimonio: la mancata convivenza, infatti, non significa assenza di comunione materiale e spirituale tra i coniugi e non fa venir meno i diritti e doveri di natura patrimoniale originati dal matrimonio.


Il Caso

In tempi di crisi, chi ha un lavoro se lo tiene stretto, anche a costo di dover rinunciare alla convivenza. Accade ad una coppia di coniugi che, dopo essersi sposati e dopo un breve periodo di convivenza, riprendono a vivere in due città diverse: lui, ingegnere, nel Nord Italia; lei, insegnante precaria, a Roma. Situazione che determina la crisi: logorati dalla lontananza, o forse dall’incapacità di trovare un compromesso, i coniugi di separano. Ma i problemi non finiscono, perché lui impugna la decisione della Corte d’Appello che lo ha condannato a versare all’ex moglie, in posizione di debolezza economica, un assegno mensile di mantenimento.
Secondo il coniuge ricorrente, la mancanza di una stabile convivenza e di una comunione materiale e spirituale con la moglie avrebbe comportato la mancata realizzazione dell’essenza del matrimonio, con la conseguenza che sarebbe venuto meno l’obbligo del mantenimento post separazione. Inoltre, dalla mancata convivenza discenderebbe anche l’impossibilità di stabilire quale fosse il pregresso tenore di vita familiare, posto che ciascuno viveva in città diverse, in appartamenti diversi e con redditi propri.
Secondo la Suprema Corte si tratta di osservazioni non pertinenti che non possono trovare accoglimento. Il dettato normativo, infatti, offre precisi criteri per l’attribuzione dell’assegno di mantenimento del coniuge cui non sia addebitabile la separazione, e tra i requisiti richiesti non vi l’instaurazione di una effettiva convivenza tra i coniugi.
D’altra parte, continua il Collegio, la mancata convivenza può essere giustificata da varie situazioni o esigenze e, in ogni caso, va intesa, «in difetto di elementi che dimostrino il contrario, come espressione di una scelta della coppia», con la conseguenza che non si può procedere all’automatica equivalenza tra convivenza e comunione spirituale. Alla mancata convivenza, quindi, non può attribuirsi efficacia estintiva dei diritto e doveri di natura patrimoniale che nascono dal matrimonio.
Infine, la Cassazione conclude affermando che il pregresso tenore di vita coniugale può essere desunto dalla documentazione fiscale prodotta dalle parti, così che i giudici di merito hanno ineccepibilmente affermato che l’ex moglie, in quanto avente capacità economiche minori rispetto al marito, avesse diritto all’assegno mensile.





Powered by ScribeFire.

Al Qaeda ad Ahmadinejad: "Basta teorie sul 11/9"

Quotidiano.net


Il gruppo terroristico stanco delle supposizioni di un complotto: "Sei geloso"



Il presidente iraniano solleva senpre dei dubbi sugli attacchi alle Torri Gemelle, molte volte accusa direttamente gli Usa, e questo ha provocato la reazione di al Qaeda che rivendica da sempre l'attentato al WTC



Il presidente iraniano Mamhud Ahmadinejad
I

Londra, 29 settembre 2011 - Al Qaeda ha inviato un messaggio al presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad invitandolo a smetterla con le sue teorie sugli attacchi dell’11 settembre.

Sulla rivista “Inspire”, il magazine in lingua inglese pubblicato sul web dal gruppo terroristico, si rivendica la paternità di al Qaeda sugli attacchi alle Torri Gemelle e le teorie del presidente iraniano vengono definite “ridicole”.

Anche nell’ultimo discorso all’Assemblea generale delle Nazioni unite - ricorda oggi il Guardian - Ahmadinejad ha sollevato dubbi sulla versione ufficiale degli attentati, parlando di un “misterioso incidente dell’11 settembre”.

“Il governo iraniano ha sostenuto per bocca del suo presidente Ahmadinejad di non credere che al Qaeda sia dietro all`11 settembre, ma che ci sia il governo Usa”, si legge nell`articolo.

“Quindi noi ci chiediamo: perché l`Iran sostiene una posizione così ridicola, contraria a ogni logica ed evidenza?” La spiegazione proposta da al Qaeda smaschera la “gelosia” iraniana. “Per loro al Qaeda è un concorrente nella corsa alla conquista dei cuori e delle menti dei musulmani emarginati di tutto il mondo”. Infine la rete terroristica accusa l’Iran di ipocrisia sul suo supposto “antiamericanismo”.




Powered by ScribeFire.