venerdì 30 settembre 2011

Travaglio copia da un blog La rete insorge, lui nega: "Nel web solo mitomani"

di

Al centro del plagio un editoriale su Berlusconi che è andato dalla Ue e non si è fatto interrogare dai giudici. Il blogger smaschera il giornalista, lui risponde stizzito: "Potete cambiare giornale"



Anche il giornalista senza macchia Marco Travaglio ha i suoi scheletri nell'armadio. E stavolta è stato pizzicato dalla rete a copiare proprio dal web. A rivelarlo è il blog Daw, che ha messo a confronto un post di Claudio Messora - autore di ByoBlu.com - e un articolo dell'editorialista del Fatto Quotidiano
 
Nel suo post, pubblicato il 13 settembre 2011, Messora immagina un fantomatico dialogo a tre tra Silvio Berlusconi, il presidente del Parlamento europeo, Jerzy Buzek, e la sua segretaria. L'articolo si riferisce all'episodio in cui il premier italiano ha preferito andare in Europa a presentare la manovra economica piuttosto che essere interrogato dai pm che indagavano sul caso Tarantini. 

Il giorno dopo cosa appare nella colonna della prima pagina del Fatto destinata all'editoriale di Travaglio? Un dialogo tra Ometto, Segretaria e Presidente. E le battute sono simili (anche per contenuti e stile) a quelli di Messora. La somiglianza è lampante. ByoBlu denuncia l'accaduto e il web insorge. Molti si domandano se Travaglio, paladino della legalità, sappia cosa è successo, se piuttosto il suo editoriale non sia stato scritto dal suo staff. Altri chiedono spiegazioni sulla sua pagina Facebook, qualcuno scrive al quotidiano.

La replica di Travaglio lascia basiti. Una lettrice del blog, Rosaria Salvato, pubblica su Facebook la risposta ottenuta: "Io non devo alcuna spiegazione a nessuno dei mitomani che infestano il web. Le posso solo assicurare che non ho mai copiato una riga in vita mia". E se i fan pensano che copi gli articoli possono "anche cambiare giornale". Insomma, come conclude un altro lettore di Messora "a quanto pare, davvero nessuno è perfetto, neanche sulla trasparenza e sulla moralità".




Powered by ScribeFire.

Stop al "Nobel per la pace cinese"

La Stampa



Sull'evento scoppia la bufera: «Violato il regolamento». La targa nata in risposta al riconoscimento di Oslo al dissidente Liu Xiaobo


È nella bufera il controverso ’Premio per la pace Confucio', nato lo scorso anno come risposta cinese al premio Nobel per la pace che era stato attribuito, tra le rimostranze di Pechino, al dissidente cinese Liu Xiaobo. Secondo quanto riferisce la stampa cinese, il Ministero della Cultura ha deciso la sospensione dell’evento, che dovrebbe svolgersi a dicembre, in quanto i suoi organizzatori, che fanno capo alla associazione cinese per l’arte, non avrebbero ottenuto le necessarie autorizzazioni e avrebbero compiuto «rilevanti violazioni della regolamentazione».

Due settimane fa erano stati annunciati i candidati al premio di quest’anno tra i quali figurano i nomi del primo Ministro russo, Vladimir Putin, del fondatore di Microsoft, Bill Gates, della cancelliera tedesca Angela Merkel, del presidente sud africano Zuma, di Yuan Longping, uno scienziato cinese noto per essere il padre del ’riso ibridò, di Soong Chu-yu, un politico taiwanese, e dell’undicesimo Panchen Lama, quello voluto da Pechino. Secondo quanto dichiarato da Liu Zhiqin, consulente per il premio di quest’anno, si tratterebbe di candidati che «hanno considerevolmente contribuito alla pace nel mondo o in una regione». Ma non tutti sono d’accordo. Secondo Zhu Dake, noto critico culturale della Università Tongji a Shanghai, si tratta di un premio «senza alcun valore in termini di standard culturali e che anzi è destinato a creare confusione nel giudizio della gente con riferimento ai valori della cultura».

Zhu ha anche aggiunto che il diffondersi di premi di questo genere determina il rischio di degenerazioni in situazioni di tipo commerciale e di profitto per persone o organizzazioni che usano nomi famosi come richiamo. Il primo (e finora unico) premio Confucio è andato all’ex vicepresidente taiwanese, Lien Chan il quale però non si presentò alla cerimonia per ritirare il premio (dotato di 100.000 yuan, circa 10.000 euro). Intanto non è chiaro al momento se il premio potrà comunque aver luogo o meno in futuro. Nonostante parte della stampa locale parli di cancellazione dell’evento, Liu Haofeng, presidente esecutivo del Premio per la Pace Confucio, ha detto che «si tratta solo della rimozione dei precedenti organizzatori» e che il premio si terrà comunque a dicembre.




Powered by ScribeFire.

Inchiesta sui corvi in Vaticano caccia ai parroci anti-Vallini

Il Messaggero

di Franca Giansoldati

ROMA - In Vaticano è scattata l’indagine. Chi si nasconde, stavolta, dietro l’anonimato assumendo le sembianze di un corvo?

Di lettere anonime al di là del Tevere - così come in Vicariato o all’indirizzo di Villa Giorgina, a via Po, dove ha sede la nunziatura e dove si preparano le terne dei candidati all’episcopato - ne arrivano parecchie. La tentazione di far arrivare al Papa o ai vertici della Santa Sede messaggi non firmati contenenti informazioni o giudizi (ma spesso vere e proprie calunnie) su questo o quel prelato nel tentativo di sbarrargli la strada a una promozione o per metterlo in cattiva luce presso i superiori, è in aumento. Il fenomeno - tutt’altro che nuovo - sembra che ultimamente abbia preso una piega un po’ preoccupante a giudicare dagli ultimi due casi eclatanti, il primo relativo alla lettera anonima indirizzata poco meno di un mese fa al Segretario di Stato, cardinale Tarcisio Bertone, piena zeppa di riferimenti offensivi e minacce di morte, e l’ultima contro il cardinale Agostino Vallini, vicario della diocesi capitolina, firmata genericamente i «Sacerdoti di Roma».


Al di là del Tevere ora si riflette sul perché vengono presi di mira i principali collaboratori del Pontefice e perché su di loro si sta abbattendo una campagna denigratoria senza precedenti.
Ora sarà la Gendarmeria prendere la situazione in mano e cominciare a indagare sull’origine della nuova lettera anonima, nel tentativo di capire da dove è partita, chi c’è dietro, se si tratta di una sola mano o se è stata pensata da più persone, se sussiste un filo conduttore che collega entrambe le missive oppure se non vi sono legami di sorta. Sospetti e veleni.

Fare luce su questo brutto costume non sarà facile, né arrivare al mittente. «Un po’ come trovare un ago in un pagliaio» sono le osservazioni che si raccolgono qui e là. Traspare molta amarezza per il nuovo episodio ritenuto sgradevole nella forma e nella sostanza. Nessuno però se la sente di commentare: esiste davvero un disagio così profondo all’interno del clero romano, come traspare dalla missiva al vetriolo contro il cardinale Vallini al quale viene imputata una gestione giudicata eccessivamente accentratrice, al limite del «militaresco»?

I veleni sembrano carsici e chissà da dove provengono. In curia chi ha la memoria lunga e grande esperienza ricorda che anche agli inizi degli anni Novanta circolavano lettere anonime ma erano di tutt’altro genere. Fece scalpore, strappando molte risate, l’analisi caricaturale sui vizi dei prelati in carriera. L’anonimo corvo dell’epoca, a differenza di quelli più recenti, era dotato di grande humor. Aveva suddiviso in tre grandi categorie i preti della Segreteria di Stato a seconda di come leggevano il breviario o dal cantante pop che preferivano.

C’era il «monsignore yuppie», che giocava a tennis, si manteneva in forma andando in palestra, indossando nel tempo libero la Lacoste. C’era il «tradizionalista» che non amava le mode e si faceva pellegrino a Medjugorie (ma senza farlo sapere ai superiori dato che quel santuario è ancora «irregolare»); infine il monsignore «intellettuale», vegetariano, che citava Adorno e Wittgenstein, amava Sting e i film di Woody Allen. La velina allora circolava in tutti gli uffici strappando risate persino all’allora Segretario di Stato, Angelo Sodano. Altri tempi. Niente a che vedere con le lettere di questo ultimo periodo, grondanti arsenico. Ecco perché in Vaticano vorrebbero saperne di più.



Venerdì 30 Settembre 2011 - 13:23    Ultimo aggiornamento: 13:37




Powered by ScribeFire.

Roma, lo “zozzone” più famoso è tornato Giorgione, i panini adesso sono in regola

Il Messaggero


di Luca Monaco

ROMA - «Mi metterò in regola, e tornerò sul camion bar». Giorgione l’aveva promesso una notte del giugno scorso, mentre le macchine sfrecciavano sul viadotto di Corso Francia e lui osservava impassibile i vigili urbani compilare i verbali di sequestro e portar via il tavolo, le due piastre alimentate con le bombole a gas con cui per quindici anni aveva arrostito senza permessi hamburger e salsicce da addentare al chiaro di luna, tra due fette di pane imbevute di ketchup o maionese, epilogo mangereccio delle notti di movida dei ragazzi di Roma Nord.


 
La promessa mantenuta. Quella promessa Giorgio Guerrieri, 52 anni, «lo zozzone più famoso di Roma», l’ha mantenuta. Da circa un mese è tornato a bordo di un camion bar fiammante (e «munito di tutti i permessi necessari») a imbottire i panini alla fine di ponte Flaminio, poco prima dello svincolo per Tor di Quinto. Aveva subito un doppio sequestro nel giro di una settimana, e una serie di multe pari a 30mila euro, «contro le quali – chiarisce Giorgio – stiamo studiando un ricorso, almeno per ottenere una rateizzazione». E a chi si domanda perché lo abbiamo multato dopo ben 15 anni di vendite illegali, il comandante dei vigili del XX gruppo Giuseppe Bracci risponde che «mi sono insediato da meno di un anno e ho subito cercato di ripristinare la legalità sul territorio». «Sono tornato per restare». «L’unica cosa che conta è che io e miei dipendenti siamo tornati, per restare - dice Giorgione, che scherza - Abbiamo fatto come l’impero romano: ci siamo espansi troppo e alla fine siamo crollati».

Però ammette senza problemi che nonostante gli attestati di solidarietà dei suoi clienti in internet (alla pagina di Facebook «Giorgione Corso Francia»), e le proteste in strada («lo zozzo nun se tocca», recitava uno striscione appeso dopo la chiusura sul ponte della tangenziale), «i vigili avevano ragione, la struttura era precaria, e noi non avevamo i permessi. E poi – afferma indicando i frigoriferi – così è tutto molto più igienico, a norma di legge». I ragazzi: «Un’icona di Roma che ritorna». I ragazzi non sono d’accordo. «Prima c’era un’atmosfera più goliardica», assicura Giorgia, 19 anni, studentessa alla facoltà di Lingue della Sapienza . «S’è ripulito troppo - aggiunge Pierre, 29 anni - l’ho capito quando m’ha fatto lo scontrino», ironizza. «L’importante è che sia di nuovo al suo posto - sentenzia all’una del mattino Alessandro Pagano, un agente immobiliare di 32 anni, arrivato affamatissimo da Ponte Milvio – vengo a mangiare i panini da Giorgione da quando ho 17 anni, è un must. Però anch’ io lo preferivo prima, quando per schiacciare la carne usava quel mitico mattone rivestito di stagnola». «Anna Falchi? Si accomodi in piastra due».

Giorgione tranquillizza tutti:
«Il mattone non serve più, ma lo esporremo sul camion, e per quanto riguarda la seconda piastra, tranquilli, ce l’abbiamo». Poi spiega con orgoglio che la sua clientela è trasversale, comprende i tifosi di calcio, i personaggi dello sport e dello spettacolo. «Anche se io sono uno dei fondatori degli Irriducibili della curva nord - precisa - questo è da sempre un punto di ritrovo degli ultrà sia romanisti che laziali (un pensiero a Fabrizio “Mortadella” e Paolo “Civitavecchia”), poi una serie di calciatori: dai laziali Marco Di Vaio, che nel 1995 arrivava dalla Cassia in motorino, a Corradi, Giannichedda, Albertini e capitan Mark Fish che nel 2004, appena atterrati a Roma da Torino, dove avevano vinto la Coppa Italia contro la Juve, vennero a farsi il panino dopo i festeggiamenti. Poco prima che mi sequestrassero tutto - prosegue – sono venuti anche Rosi e Okaka della Roma. E in occasione del torneo di rugby “Sei Nazioni”, d’improvviso si è presentata tutta la squadra degli “All Blacks”». Infine i personaggi dello spettacolo: «Sono parecchi, tutti clienti abituali, ma per tutelarne la privacy cito solo Anna Falchi, che fu sorpresa dai paparazzi proprio davanti al mio chiosco». Il suo panino preferito? «Hamburger e insalata».

Venerdì 30 Settembre 2011 - 12:44    Ultimo aggiornamento: 12:50




Powered by ScribeFire.

Ig-Nobel: premiati i profeti delle Apocalissi mai avvenute

Corriere della sera

Dovevano avvenire a partire dal 1954. Premi per studi sui sospiri, le tartarughe e i lanciatori di disco


MILANO - La scienza si prende in giro con la consegna degli Ig-Nobel: gli «ignobili» della ricerca per gli studi più assurdi e inutili. Anche quest'anno a Boston all'Università di Harvard si è svolta la cerimonia di consegna dei riconoscimenti di cui gli scienziati farebbero volentieri a meno. La cosa ridicola è che questi studi non sono inventati, ma sono stati (quasi tutti) effettivamente pubblicati in autorevoli riviste scientifiche di tutto il mondo. Ecco i premiati della 21ma edizione.

MATEMATICA - Premio collettivo per Dorothy Martin, Pat Robertson (famoso telepredicatore Usa), Elizabeth Clare Prophet, Lee Jang-rim, Credonia Mwerinde e Harold Camping. Ognuno di loro ha profetizzato la fine del mondo in date diverse a partire dal 1954 fino al 21 ottobre 2011. In quest'ultimo caso il premio è stato ovviamente consegnato sulla fiducia.

FISIOLOGIA - Per la fisiologia ha vinto uno studio di Anna Wilkinson, Natalie Sebanz, Isabella Mandl e Ludwig Huber che hanno dimostrato che lo sbadiglio non è contagioso tra le tartarughe a zampe rosse (Geochelone carbonaria). Le tartarughe erano un po' preoccupate, perché appena una sbadigliava le altre scappavano a gambe levate (con lentezza, trattandosi di tartarughe) temendo un'epidemia di sbadigli. Ora sono molto più tranquille.

CHIMICA - Il premio per la chimica se lo sono aggiudicato sette giapponesi che hanno verificato l'ideale densità del wasabi (il tipo di rafano piccante che accompagna il sushi) nell'aria per poter poter far risvegliare una persona addormentate in caso di incendio o altre situazione di emergenza. Si sono messi in sette per poter studiare l'applicazione: l'allarme al wasabi.

SICUREZZA - Particolare menzione a John Senders, dell'Università di Toronto. Insieme ad alcuni colleghi ha voluto capire in che modo una visiera parasole che cade ripetutamente sugli occhi di una persona interferisce con l'attenzione durante la guida in autostrada. La cavia è ancora - incredibilmente - viva.

PACE - Gli Ig-Nobel hanno anche una categoria destinata a chi promuova la pace nel mondo. Il premio è andato ad Arturas Zuokas, sindaco di Vilnius, capitale della Lituania. Il primo cittadino ha proposto di far schiacciare da un carro armato le auto di lusso posteggiate in sosta vietata. Il sindaco ha poi detto che la sua era solo una provocazione, però l'idea è piaciuta ai giurati del premio.

MEDICINA - Mirjam Tuk, Debra Trampe, Luk Warlop, Matthew Lewis, Peter Snyder, Robert Feldman, Robert Pietrzak, David Darby e Paul Maruff hanno studiato come lo stimolo a urinare interferisca con il processo decisionale. L'esperimento sottoponeva ad alcuni volontari dei test al computer, mentre bevevano periodicamente un quarto di litro d'acqua: gli esperti hanno misurato come il graduale gonfiore della vescica incida sull'attenzione e la memoria; e hanno stabilito che entrambe ne risentono quando si è concentrati sullo stimolo di fare pipì. Inappellabile la conclusione: «Quando scappa, scappa».

LETTERATURA - Non poteva mancare una menzione per i lavori letterari. Ha vinto John Perry dell'Università di Stanford per la sua teoria della «dilazione strutturata», secondo cui un «grande trionfatore» deve lavorare sempre a qualcosa di importante e usarlo come modo per evitare qualcosa di ancora più importante. L'ha capito solo lui.

PSICOLOGIA - Trionfo del norvegese Kar Halvor Teigen dell'università di Oslo che ha cercato di capire perché, nella vita quotidiana, la gente sospira. I non premiati tireranno un sospiro di sollievo.

BIOLOGIA - Darryl Gwynne e David Rentz hanno verificato che i maschi di una certa specie di coleotteri australiani scambia le bottiglie di birra vuote per le femmine e si accoppia con loro. Forse erano già ubriachi prima? Gli studiosi non sanno rispondere.

FISICA - Infine l'ambito premio per la fisica. Se lo aggiudicano Philippe Perrin, Cyril Perrot, Dominique Deviterne, Bruno Ragaru ed Herman Kingma che hanno identificato il motivo per il quale ai lanciatori di disco vengono le vertigini mentre a quelli del martello no. Dipende dal fatto che i lanciatori di disco ruotano di più di quelli del martello. Medaglia d'oro.


Redazione Online
30 settembre 2011 11:37



Powered by ScribeFire.

Lo Zingarelli battezza "fighettismo" e "scrausa"

Quotidiano.net

Ma oltre a 1500 nuove parole fa la lista di quelle 'da salvare'

 Il totale delle voci del vocabolario arriva a 143mila, con 377mila significati, 44mila locuzioni, 72mila etimologie



Dizionario della lingua italiana


Roma, 30 settembre 2011 - Da una parte lo Zingarelli cede alla lingua parlata, e inserisce termini dialettali o neologismi ormai di uso corrente (tipico esempio dei tempi che corrono è "velinismo"), ma dall'altra lancia un accorato appello per salvare 2900 parole in via di estinzione, bellissime ma poco usate.

Secondo il più noto dizionario, che esce in versione 2012 molto rinnovato, l'Italia è sempre più afflitta dal ‘’velinismo’’, circondata da "fighettismo’’, dove si continua a ‘’sversare" liquami, a ‘’rippare’’ dvd e a fare i conti con il ‘’milleproroghe’’, che magari qualcuno potrebbe definire ‘’scrausa’’. In tutto le parole nuove sono ben 1500 e mirano a rispecchiare cambiamenti, le mode e l’evoluzione del costume italiano.

Cosi’ l’Italia di oggi è quella che si divide sul ‘’biotestamento’’, che teme il movimento ‘’sadrista’’ (legato al fondamentalismo islamico e diffuso specie in Iraq) e in cui si fanno le campagne ‘’anti-velo’’.

Un Paese dove il ‘’digital divide’’ (divario digitale) e’ ancora ampio ma si ragiona sulla ‘’glocalizzazione’’.

Il vocabolario continua a registrare l’abitudine di parlare diplomatichese, didattichese, giovanilese e politichese, tanto che viene definitivamente accolto il ‘’celodurismo’’ del leader leghista Umberto Bossi. Dalla moda arriva la nuova tendenza ad indossano i ‘’cuissardes’’ (gli stivali con gambale a mezza coscia) da parte delle donne. Il benessere e’ presente tra le new entries linguistiche con la pratica del ‘’cardiofitness’’, della ‘’fit boxe’’ e con il ‘’bosu’’ (nuovo attrezzo ginnico), magari ‘’eternizzare’’ se stesso o, per lo meno, fare il ‘’sirenetto’’ al mare nel caso degli uomini.

Il nuovo Zingarelli insomma è parecchio più corposo: ora il totale delle voci del vocabolario arriva a 143mila, con 377mila significati, 44mila locuzioni, 72mila etimologie. Nel l’opera sono presenti 11600 citazioni letterarie, 1000 schede di sfumature di significato e la segnalazione di 2900 parole da salvare perche’ a rischio estinzione, dato che ormai sono scarsamente usate: e’ il caso di ‘’seccatasche’’, per dire seccatore, ‘’panicolaio’’, per indicare un miscuglio confuso, e ‘’guardiavia’’, un calco dall’inglese guard rail coniato negli anni Sessanta ma che non ha avuto il successo sperato.




Powered by ScribeFire.

Falso dentista in pieno centro Organizzava viaggi in Olanda per servizio-dentiere in tre giorni

Il Mattino


CASERTA - Un dentista abusivo e centri medici privi di autorizzazione sanitaria sono stati scoperti nel corso di un'operazione condotta dagli uomini del comando provinciale della Guardia di Finanza di Caserta che hanno denunciato quattro persone. In particolare, nel capoluogo i militari hanno scoperto uno studio odontotecnico privo delle necessarie autorizzazioni: l'attività era gestita da un falso medico che non aveva mai conseguito alcun titolo per l'esercizio della professione di odontoiatra.Quando le Fiamme Gialle hanno fatto irruzione nello studio lo hanno sorpreso mentre stava applicando una dentiera ad una ignara paziente.



Quando le Fiamme Gialle hanno fatto irruzione nello studio lo hanno sorpreso mentre stava applicando una dentiera ad una ignara paziente.
L'uomo, C.M., di 39 anni è stato denunciato alla Procura di Santa Maria Capua Vetere (Caserta) per esercizio abusivo della professione medica.
Il fantomatico professionista è conosciuto dai suoi pazienti come odontotecnico e al fisco, invece, come assistente turistico. Organizzava, infatti, viaggi all'estero, principalmente in Olanda, dove nell'arco di tre giorni venivano consegnate ai suoi clienti dentiere complete.

Sempre nella stessa operazione i finanzieri hanno accertato che in un noto centro medico di San Nicola La Strada, operante nel campo della microchirurgia con laser, venivano effettuate operazioni chirurgiche specialistiche nei confronti di ignari pazienti senza che lo studio fosse dotato di sale operatorie autorizzate.

Venerdì 30 Settembre 2011 - 11:08    Ultimo aggiornamento: 12:19




Powered by ScribeFire.

Il ritorno della gotta, malattia dei Papi e dei Re

Corriere della sera

Sta diventando sempre più democratica una patologia un tempo appannaggio delle classi agiate



John Locke: il filosofo ammoniva sul consumo di carne già nel'600
John Locke: il filosofo ammoniva sul consumo di carne già nel'600
MILANO - È stata la malattia dei re, dei Papi, dei grandi nobili del passato: di gotta ha sofferto la dinastia del Carolingi, Carlo Magno su tutti; Piero de' Medici, il padre di Lorenzo il Magnifico, era chiamato “il gottoso”; il Re Sole, Luigi XIV, fu colpito anche lui dalla gotta. Una patologia che conosceva già pure Ippocrate, il grande medico greco del quarto secolo avanti Cristo, che la descrisse minuziosamente, spiegando che riguarda soprattutto gli uomini e colpisce le donne solo dopo la menopausa; che si ammalano gli adulti, e generalmente chi non riesce a trattenersi da una sfrenata attività sessuale. Perché già allora la gotta veniva considerata una malattia dell'opulenza, che “segnava” i gaudenti e i licenziosi: «L'immagine tipica del gottoso è l'uomo in sovrappeso, con una bottiglia di vino in mano – spiega Carlomaurizio Montecucco, responsabile della Divisione di reumatologia al Policlinico San Matteo di Pavia –. In passato ciò era vicino al vero: la gotta infatti è associata a una dieta ricca di carni, insaccati, formaggi, dolci, ovvero a un'alimentazione che nei secoli passati e fino al secondo dopoguerra era appannaggio dei ricchi. Però conta anche la predisposizione genetica: ecco perché i casi di gotta si concentravano soprattutto in alcune nobili famiglie».

Libagioni e cibo a volontà innescavano la malattia, che i medici fino al diciannovesimo secolo pensavano essere pure colpa di incontenibili appetiti sessuali: gli attacchi dolorosi alle articolazioni, spesso dell'alluce, comparivano infatti di notte e all'improvviso, in più risparmiavano le donne. Ce n'era per credere che il problema fosse associato a qualche trauma procurato durante gli atti sessuali, ipotesi che ha creato non pochi imbarazzi ai Papi che si sono ammalati di gotta nei secoli (Giulio II, Clemente VIII, Innocenzo XI per citarne alcuni). Quanto alle cure, si brancolava nel buio: «A Costantinopoli, al tempo del Sacro Romano Impero, si usava l'estratto di una pianta, il colchico, per preparare clisteri lassativi. Si scoprì che questi riducevano i sintomi degli attacchi di gotta, ma non si poteva sapere che il merito era tutto della colchicina, una sostanza contenuta nella pianta – racconta Montecucco –. I medici di allora credettero che i miglioramenti dipendessero dall'effetto lassativo, perciò per secoli i gottosi sono stati curati con inutili purganti». L'unico ad aver avuto un sentore che pranzi fastosi e senza limiti fossero da bandire per mitigare la gotta fu il filosofo John Locke che, nel '600, consigliava di ridurre il consumo di carne per stare meglio.

Ma si dovrà aspettare la metà dell'800 perché venga scoperta la causa della gotta, che è dovuta a un accumulo di acido urico nel sangue: l'eccesso porta a formare cristalli di acido urico che si depositano nelle articolazioni, dando infiammazione e dolore. A metà '800 si capì che la colchicina ha un effetto antinfiammatorio e da allora si è impiegata per ridurre i fastidi degli attacchi di gotta, ma solo nel dopoguerra è finalmente arrivato un farmaco come l'allopurinolo, in grado di diminuire la produzione di acido urico e quindi tenere sotto controllo la malattia.

Che oggi non è più una prerogativa dei ricconi, anzi: «Da qualche decennio abbiamo tutti un'alimentazione che facilita la gotta: con il cambiamento degli stili di vita la malattia non è scomparsa ma anzi, risulta in crescita – spiega il reumatologo –. Essendo tutti esposti a una dieta “pro-gotta”, oggi emergono soprattutto i casi in cui c'è una predisposizione genetica o un uso consistente di farmaci che possono provocare iperuricemia, ad esempio i diuretici che ostacolano l'eliminazione dell'acido urico.

Così non a caso la dieta ormai non si considera più “curativa” per i gottosi, a meno di non scegliere regimi strettissimi che i pazienti non seguono affatto. Il vero problema della gotta, oggi? Essere ritenuta a torto una malattia “del passato”, per cui è di fatto dimenticata e poco diagnosticata». Secondo le ultime stime in Italia i gottosi sono circa l'1%, ma fra gli over 65 la quota arriva all'8%. Per di più la malattia sta cambiando volto perché sono sempre di più le donne che ne soffrono, soprattutto per l'ampio uso di diuretici: qualche tempo fa fu lanciato l'allarme ragazzine, perché molte usano questi medicinali per perdere peso.

E sono cambiate anche le manifestazioni della gotta: se in passato gli attacchi tipicamente partivano dall'alluce oggi riguardano più spesso altre articolazioni, in parte perché siamo diventati più sedentari. «Il risultato è che nessuno, oggi, se si ritrova con un'articolazione dolente o arrossata pensa che possa trattarsi di gotta e fa un semplice esame del sangue per valutare l'uricemia nei giorni seguenti all'episodio. Purtroppo, perché è una malattia meno “benevola” di quel che si pensi: quando diventa cronica i dolori per gli attacchi diventano insostenibili, in più si associa a un maggior rischio di infarti, ictus, malattie renali. Riconoscerla e curarla, oggi che è possibile, è doveroso», conclude Montecucco.


Elena Meli
30 settembre 2011 10:27



Powered by ScribeFire.

Rifiuti a Napoli neve a Palermo. Il sud spreca e l'Italia paga

Libero




La monnezza di Napoli, la neve di Palermo, la rabbia del Nord. Questa volta gli slogan politici e la propaganda elettorale "padana" c'entrano poco, perché l'autogol è tutto delle due "capitali" del Meridione. Sotto il Vesuvio hanno rimediato una bella lettera dalla Commissione europea e conseguente apertura della procedura d'infrazione per non aver eseguito una sentenza di condanna  emessa nel 2010 dalla Corte di giustizia europea. La grana rifiuti, nonostante i proclami del sindaco De Magistris, è lontana dalla soluzione e come se non bastasse è in arrivo una multa salatissima, non a Napoli ma all'Italia. "L'ammenda la paghino loro", avvertono dalla Lega Nord.

E Davide Boni, presidente del consiglio regionale lombardo, fa sapere: "Dopo questo schiaffone europeo non si deve riprendere la solita inaccettabile richiesta di smaltire i rifiuti campani qui al nord". Ed è lo stesso Boni a commentare, caustico, l'altra notizia di sprechi e regole violate. Questa volta viene dalla Sicilia e da Palermo, dove un dipendente della Provincia veniva pagato profumatamente (con centinaia di ore di straordinari anche d'estate) per spalare la neve sulle Madonie, dove si toccano i 33 gradi. "Poi non sorprendiamoci - sottolinea il leghista Boni - se certe Regioni come la Sicilia costano nove volte di più della Lombardia...".
30/09/2011




Powered by ScribeFire.

L'ovetto rubato che blocca la giustizia

Corriere della sera


Ragazzo alla sbarra per un furto da un euro. Il processo ne costerà migliaia




TARANTO - «Fino all'anno scorso nella cancelleria penale si usavano ancora i registri di carta» disse del tribunale di Taranto il presidente della Corte d'appello Mario Buffa durante l'inaugurazione di quest'anno giudiziario. «Roba dell'età della pietra...» aggiunse. Parlava del perché a Taranto la giustizia fosse così lenta.


Adesso sa che c'è almeno un altro motivo: l'impiego di tempo ed energie per celebrare processi come quello per il presunto furto di un ovetto Kinder. Siamo all'inizio, seconda udienza fissata per il 31 gennaio prossimo. Valore della «refurtiva»: 1 euro e 4 centesimi. Costo del processo: migliaia di euro fra atti, notifiche, tempo da dedicare e documenti da scrivere per cancellieri, magistrati, avvocati, carabinieri.

E se casomai si mettesse male l'imputato - che si chiama Donato, ha 20 anni ed è uno studente - potrebbe avere un futuro da pregiudicato. Vaglielo a spiegare, poi, se per esempio ti fermano per un controllo stradale, che sulla tua fedina penale c'è scritto sì che hai un precedente per furto, ma era un ovetto Kinder... L'avvocato di Donato, Gianluca Pierotti, è convinto che ci siano «tutte le premesse per chiudere questo caso con un'assoluzione». Ma tanto per cominciare ci vorrà tempo e questa storia tiene sulle corde la famiglia del ragazzo già da più di due anni.

È successo il 4 di agosto del 2009. Donato, allora 18enne, chiacchierava con un amico a Montedarena, sulla litoranea salentina, proprio davanti a un rivenditore ambulante di frutta e dolciumi. La cosa certa è che si è avvicinato all'Ape Poker del venditore (che di nome fa Luciano) per prendere un ovetto di cioccolato. Da qui in poi, però, le versioni diventano due. Lo studente dice di aver preso il Kinder dall'espositore per mostrarlo al commerciante e pagarlo. Il commerciante, invece, sostiene che il ragazzo l'aveva messo in tasca e che quando gli ha detto «ti ho visto, volevi rubarlo», ha ricevuto come risposta una raffica di insulti (da qui il rinvio a giudizio anche per ingiurie). «Tutto falso» replica Donato.

«Mi ha sgridato perché non dovevo toccarlo e gli ho chiesto pure scusa». Insomma, un battibecco. Niente che valesse più di una banale seccatura. E invece no. Il venditore ambulante ha chiamato i carabinieri, Donato è stato identificato e sentito in caserma e alle due di notte, quando suo padre si è ritrovato davanti al commerciante, ha provato a chiudere la partita con tante scuse e una stretta di mano. Niente da fare. E nemmeno i tentativi di transazione dei giorni successivi sono andati a buon fine (l'ultima offerta era 1.600 euro). Così la faccenda è diventata decisamente più seria di quel che meritava e il fascicolo dell'ovetto è finito sul tavolo del pubblico ministero Raffaele Graziano: furto e ingiurie. Rinvio a giudizio e processo. Avendo ben presente che anche soltanto l'atto di citazione costa ben più del valore della refurtiva.

L'avvocato Pierotti conta di smontare l'accusa anche grazie all'informativa dei carabinieri, una paginetta che riassume la vicenda e che definisce «alquanto improbabile» la versione del commerciante. Perché Donato «indossava un pantalone jeans a vita bassa aderente e tale da impedire l'intromissione nella tasca di un uovo di cioccolato». C'è da sperare che non si arrivi a una perizia per stabilire se e come un ovetto Kinder può stare nella tasca di un jeans.


Giusi Fasano
gfasano@corriere.it
30 settembre 2011 07:17



Powered by ScribeFire.

Gli sposi sotto il torchio del Fisco

La Stampa


Il Fisco chiede agli sposi di specificare ogni spesa relativa alla cerimonia e all’intrattenimento di parenti e amici

Palermo, questionario dell'Agenzia delle entrate: "Diteci a chi vi siete rivolti e quanto avete speso"


LAURA ANELLO
PALERMO

Povere coppie fresche di nozze. Non soltanto ancora ignorano cosa li aspetta quando la luna di miele finirà, l'idillio pure e gli sbadigli prevarranno sui baci, mentre veli e fotografie resteranno ad ammuffire nei cassetti. Adesso ci si è messo pure il Fisco a rovinare la festa, deciso a stanare l'evasione nel business dei fiori d'arancio.

Così nelle case di duemila palermitani sposati dal 2006 a oggi è arrivata una busta che non somiglia affatto a un biglietto di auguri. È un questionario in cui, con toni quasi inquisitori, si chiede ai neo-coniugi di indicare chi si è occupato del ricevimento, chi dell' addobbo floreale, chi del servizio fotografico, chi del video riprese, montaggio e produzione - chi dei confetti e bomboniere, chi dell'auto a noleggio. Chi del bouquet della sposa, perfino. E soprattutto, quanto si è pagato e se in cambio si è avuta o no la ricevuta.

Roba da fare impallidire la più giuliva delle spose, considerato che per il matrimonio in Sicilia non si bada a spese, anzi si fanno pure debiti per impressionare amici e parenti con adunate oceaniche, discese scenografiche dai motoscafi, brindisi al tramonto. Uno dei pochi business che tira ancora, nonostante la crisi del «per sempre» sia arrivata anche in fondo allo Stivale. Cifra media, 25 mila euro o giù di lì. Peccato però che questa bella somma venga spesso sborsata senza avere in cambio uno straccio di fattura.

Sentire per credere un giovane professionista che si è sposato a Palermo tre mesi fa: «Un famoso fotografo della città ci ha chiesto 2.500 euro, ma solo mille sono stati fatturati racconta -. Nessuna ricevuta per l'auto presa a noleggio, 250 euro, e neppure per l'estetista e l'acconciatore di mia moglie e delle altre donne, per un totale di 1.500 euro». A nero anche violinista e organista. In regola al centesimo, invece, il fiorista, che ha voluto 950 euro per l'addobbo della chiesa, della villa e per il bouquet della damigella, e anche la villa-ristorante di un paese dell'hinterland. «Cento euro a coperto, eravamo 190 - calcola - ben19 mila euro, ma tutte fatturate».Adesso l'Agenzia delle Entrate di Palermo in tempi in cui la lotta all'evasione è diventato un mantra per rabberciare manovre zoppicanti e ancor più vacillanti tensioni etiche - ha scelto di scovare l'evasione in grande. O almeno di provarci. Pescando dall'anagrafe tributaria i nomi delle coppie e inviando il tardivo regalo. Che pretende una risposta.

Perché - c'è scritto nella lettera - gli sposini hanno l'obbligo di rinviare agli uffici il modulo compilato, pena una sanzione pecuniaria che l'Agenzia nel questionario si limita a indicare senza entrare nel merito delle cifre. Il Fisco non chiede alle coppie di produrre ricevute e fattura, e non li persegue per questo: non potrebbe farlo, perché un cittadino non ha alcun dovere di conservare i documenti. Ma vuole che parlino, con la stessa voce convinta che hanno usato all'altare per dire sì. Parlare, denunciare, fornire nomi, indirizzi e cifre. E dire la verità, tutta la varietà.

Così commercialisti e avvocati della città sono tempestati da domande di preoccupatissimi sposi, che si scervellano sul come uscirne indenni. Già. A meno che la torta nuziale non sia andata di traverso a qualcuno, o che la coppia sia scoppiata e abbiavoglia di prendersela pure con i professionisti dell'evento, pochi hanno voglia di puntare il dito contro «il ricordo più bello». Anche perché, come al solito, in cambio della complicità sul nero, molti hanno contrattato uno sconto.

Ma se è grave non rispondere, ancor più grave è dichiarare il falso, sostenendo che il bouquet era fatto di fiori di campo raccolti dallo sposo e il catering a cura della nonna. Se un controllo incrociato sul conto corrente rileva la menzogna, sono guai. Resta una terza via: rifugiarsi in una serie di non ricordo. Ma anche lì, difficile credere a un'amnesia collettiva. Per troppa emozione davanti all’altare. O, chissà, per voglia di fuga.




Powered by ScribeFire.

Se Lavitola impallina i cronisti

Corriere della sera

L'uomo è apparso furbissimo, scaltro, a suo modo abile




Potrò anche sbagliarmi, ma ho avuto la netta impressione che Valter Lavitola, nella ormai famosa partecipazione alla nuova trasmissione di Enrico Mentana, «Bersaglio mobile», non si sia fatto impallinare dalla pur nutrita schiera di cacciatori (Carlo Bonini, Corrado Formigli, Marco Travaglio e Marco Lillo), ma che anzi li abbia in qualche modo usati per mandare messaggi a chi di dovere.


È un'impressione nata più dall'osservazione dei tratti fisiognomici del latitante, del tono delle sue risposte, dell'ostentata, immobile sicurezza e, non ultimo, dalla strana decisione di darsi in pasto a «feroci» cronisti giudiziari.


La domanda che tutti gli facevano era «Ma lei che mestiere fa?» (giornalista, imprenditore ittico, brasseur d'affaires, filantropo, consigliere del Principe, manutengolo? Non si è capito); la domanda che oggi, a due giorni di distanza, dobbiamo invece porci è un'altra: a chi si rivolgeva veramente Lavitola, da quel luogo sicuro e misterioso del Mar dei Carabi? L'uomo è apparso furbissimo, scaltro, a suo modo abile. Interrogato sulla sua presunta appartenenza alla massoneria, dopo una breve digressione biografica, risponde perentorio: «La massoneria insegna a stare zitti».

Appunto: così zitti che uno va in tv per più di due ore, da latitante, a raccontare i fatti suoi: «Sono stato definito uomo nero, spregiudicato, o faccendiere, anche se non ne conosco il significato. Io sono determinato e non soffro di timori reverenziali verso nessuno. Sono inviso a buona parte dei collaboratori del Presidente. Alcuni di loro mi sono cordialmente antipatici». Faccendiere? Proviamo ad aiutare Lavitola a comprenderne il significato.

Mercante, trafficante per conto terzi, chi si affaccenda (dal latino «facere», fare) per compiere intrighi, più o meno leciti, o svolgere nell'ombra attività di mediazione con la pubblica amministrazione. È la faccia losca del lobbista.



30 settembre 2011 07:41



Powered by ScribeFire.

Prigionieri dei pirati Per i marinai italiani trattativa nel silenzio

La Stampa


L’appello dei familiari dei marittimi sequestrati dai pirati


Da otto mesi famiglie nell'angoscia: attesa per la svolta


FABIO POZZO

È una storia senza voci quella della «Savina Caylyn». Deve esserlo. Perché i familiari dei cinque marittimi italiani prigionieri da quasi otto mesi dei pirati, costretti a «marcire» sulla loro nave nella Tortuga somala, hanno chiesto di nuovo il silenzio. Un riserbo che fonda su un patto stretto col governo e con l’armatore: bocche chiuse per la libertà dei loro cari.

Era cominciata proprio così. Nel silenzio. «Non parlate con i giornalisti, che può essere pericoloso» avevano detto ai papà, alle mamme, ai fratelli e alle sorelle del comandante Giuseppe Lubrano Lavadera, del direttore di macchine Antonio Varecchia, del primo ufficiale Eugenio Bon, del terzo ufficiale Crescenzo Guardascione e dell’«allievo» GianMaria Cesaro. Così, le famiglie - a Procida, Piano di Sorrento, Trieste, Gaeta - si erano chiuse nel loro dolore. Aspettando, sperando. Fino all’8 agosto scorso, alla scadenza del sesto mese di prigionia dell’equipaggio del «Savina» (a bordo anche 17 marittimi indiani), quando qualcosa s’è rotto. Dalla «terra di nessuno» sono giunte le telefonate drammatiche dei sequestrati.
«Piangeva, aveva una voce irriconoscibile, balbettava...» racconterà Adriano Bon, il padre. Colloqui strazianti, che hanno unito via satellitare comuni dolori. Aggiunto ansia, paura. E così, il «muro di gomma» forzato, costretto, s’è sciolto. Hanno protestato, gridato, pianto. Hanno parlato ai giornali, ai network televisivi, alle agenzie di stampa. Si sono accampati sotto la sede della compagnia a Napoli, la «Fratelli D’Amato». Hanno ritagliato e cucito enormi stiscioni. I familiari di quei marittimi «dimenticati», insomma, sono scesi in piazza. Hanno smosso le acque. Guadagnandosi l’appoggio di Comuni, Regioni, vescovi. Organizzazioni come Emergency e l’Apostolato del mare. Un appello del Papa, uno del presidente della Repubblica. E quei marittimi «di serie B» sono stati promossi nella «divisione superiore».

Una settimana fa, però, è risuonata la campana dell’ultima ora, dell’ultimo giro. Una settimana di tregua, hanno fatto sapere i pirati, e poi avrebbero «iniziato una tortura al giorno sull’equipaggio». Così, ancora una volta, tutto è precipitato. Per le famiglie, già col cuore in gola, la minaccia ha avuto l’effetto di un corto circuito. E le voci si sono alzate ancora più intense. Se non altro, per l’armatore Luigi D’Amato, che le ha sentite levare (metaforicamente, vivendo lui a Ginevra) proprio da sotto le finestre della sede della sua compagnia.
Da un presidio organizzato da chi aspettava una risposta. Le ultime ore sono state frenetiche. C’è stato un incontro tra D’Amato e il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta, quindi l’armatore ha incontrato i familiari dei marittimi a Napoli. E qui, in questo luogo, in questo momento, che è stato stretto il patto. Il silenzio. La libertà. Non si può riferire, solo ipotizzare: le trattative per il pagamento del riscatto probabilmente saranno state velocizzate, avvicinate alla conclusione. Che, adesso, pare per la prima volta imminente.

Quanto hanno chiesto i pirati? Quindici milioni di dollari, sembra. Girava anche voce che, ultimamente, si fosse giunti a negoziare i 7 milioni. Si sa come vanno le cose: quella dei pirati somali è una nuova industria, finanziata, foraggiata, organizzata da diversi poteri, uomini in doppiopetto e caftano immacolato. Agenzie londinesi che si occupano di gestire il riscatto, istituti di credito che lo accolgono... Un riscatto di cui, in realtà, non si può parlare: pagano tutti (è stato così anche per il rimorchiatore italiano «Buccaneer»?), ma per l’ordinamento italiano è un reato. Ecco perché il governo è stato fermo nell’opporsi a qualsiasi transazione in denaro.

Così, i nuovi filibustieri, hanno alzato il tiro della loro guerra del terrore. Hanno pigiato «on» sui telefoni satellitari, e lo strazio è rimbalzato dalla rada di Haradhere, dove la «Savina Caylyn» risulta essere alla fonda, insieme ad altre quattro o cinque navi sotto sequestro, in quelle case di Trieste, Procida, Gaeta e Piano di Sorrento. Una strategia per accelerare la «pratica» del riscatto? Forse. Ma, altrimenti, che hanno da perdere quei banditi?

Il governo ha sempre escluso un intervento militare: troppo rischioso per gli ostaggi. C’erano andati vicino, gli incursori della Marina, con il «Buccaneer». Questa volta, la situazione è stata «seguita con attenzione»: non si può aggiungere altro, perché ciò rientra negli incartamenti classificati. Riservati, insomma. Basti dire, però, che la «mitragliata» che giorni fa da un «pick up» dei pirati contro un elicottero dell’«Andrea Doria», il cacciatorpediniere lanciamissili della nostra Marina di servizio nel Golfo di Aden sotto l’«ombrello» della Nato, è stata esplosa proprio perché i militari si erano avvicinati un po’ troppo alla «Savina».

Silenzio, dunque. Aspettando. E che ciò valga anche per i marittimi della «Rosalina D’Amato, l’altra nave italiana in mano ai filibustieri somali, alla fonda a El Dahanan ee nel Puntland con 22 uomini a bordo, dei quali sei italiani.




Powered by ScribeFire.

Il trans Brigitte e la strage di Veracruz Narcotraffico o squadroni della morte?

Corriere della sera


Il mistero di Boca del Rio: scaricati in pieno giorno 35 cadaveri. Tra le vittime 12 donne, minori e due poliziotti



Il trans Brigitte
Il trans Brigitte

WASHINGTON – Chi ha ucciso il trans Brigitte e altre 34 persone? I narcos o uno squadrone della morte? La strage avvenuta a Veracruz (Messico) il 20 settembre sta riservando non poche sorprese, con le autorità in imbarazzo davanti all’attività di gruppi di vigilantes non proprio senza macchia.

IL MASSACRO – E’ pieno giorno a Veracruz quando in una strada nella zona di Boca del Rio appaiono degli uomini armati. Indossano divise, ma questo non vuol dire che siano agenti perché i narcos usano spesso abiti militari. Il commando ferma il traffico e scarica da due camioncini 35 cadaveri. Vicino il manifesto di rivendicazione che accusa le vittime di essere al servizio dei Los Zetas, una delle più importanti formazioni criminali.

LE INDAGINI – Tra le vittime vi sono 12 donne, due minori e almeno un paio di poliziotti. Qualche giorno dopo si aggiunge il nome di un personaggio noto nel sottobosco – e non solo – di Veracruz. E’ quello di Brigitte, un trans molto popolare e che si dice abbia tra i suoi clienti anche delle personalità. Risvolto strano: il 17, ossia tre giorni prima, era stato annunciato il suo assassinio ma Brigitte aveva smentito via Facebook. L’autopsia rivela che 34 persone sono state strangolate, solo una è stata finita con un colpo di pistola. E’ possibile che i killer non abbiano usato armi da fuoco per non lasciare tracce balistiche. Precauzione inusuale per i i narcos.

LA PISTA – Gli investigatori accusano il gruppo «Gente nueva», i sicari del Cartello di Sinaloa in guerra a Veracruz contro i Los Zetas. Ma la storia si complica quando la madre di una delle vittime denuncia: «Mio figlio era stato fermato dalla polizia municipale e da quel momento è scomparso». Vuol dire che è stato preso e assassinato da una squadrone della morte? I giornali non si sbilanciano, le autorità prendono tempo per «non violare il segreto istruttorio». Arrivano, infine, su Youtube due video di rivendicazione a nome dei Mata Zetas. Una sigla già nota che pretende di agire «in difesa del popolo» ma che in realtà fiancheggia Sinaloa e il Golfo contro i Los Zetas. Intanto i killer uccidono ancora - altre 15 persone - mentre nelle strade compaiono striscioni, messi dai narcos, che accusano la Marina di aver partecipato alle esecuzioni. Probabilmente si tratta di calunnie ma che aggiungono veleno.

Los Mata Zetas narco-formazione che sostiene di agire «in nome del popolo»
Los Mata Zetas narco-formazione che sostiene di agire «in nome del popolo»

LA PROCURA – Martedì, fonti giudiziarie non escludono il coinvolgimento nella strage di appartenenti alle forze dell'ordine. E si aprono così altri scenari. Il primo: i poliziotti hanno agito per conto del cartello di Sinaloa, una «pratica» piuttosto diffusa in Messico. Il secondo: gli agenti fanno parte di squadre che conducono una guerra segreta contro criminali, veri o presunti. Un fenomeno pericolosamente in crescita in diversi stati messicani. Secondo un esperto americano sarebbero almeno sei le formazioni di vigilantes attive nel paese. Alcune sono pagate da commercianti e sindaci. Altre composte da gruppi di cittadini. Altre ancora fanno da schermo agli assassini dei cartelli. Il governo, in difficoltà, ha reagito inviando diverse centinaia di agenti a Veracruz ed ha escluso che vi sia tolleranza per i giustizieri. Il procuratore locale ha invece minimizzato: "Non e' successo nulla, tutto va bene". Ma il mistero di Veracruz non e' stato ancora risolto.






Guido Olimpio
30 settembre 2011 09:25



Powered by ScribeFire.