domenica 2 ottobre 2011

L'ipocrisia del Colle e il sogno dei leghisti

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La secessione è un sogno e i sognatori non possono finire in galera...





La secessione è un sogno e non si arrestano i sognatori, caro presidente della Repubbli­ca, Giorgio Napolitano. Che poi i sogni sia­no realizzabili o meno, questo è un altro di­s­corso di cui il capo dello Stato non si dovrebbe occu­pare. Si occupi piuttosto della sua sudicia Napoli che, al contrario del resto d'Italia, non riesce a smalti­re i propri rifiuti dovuti ad eccesso di consumi pagati da chi? In buona parte dai padani che lavorano sodo e che, in cambio, ricevono sputi e sfottò. Caro Napolitano, se i nostri problemi fossero tutti qui, nei vagheggiamenti di Umberto Bossi, nei suoi progetti onirici di indipendenza, saremmo un Paese fortunato. Invece siamo un Paese sfigato perché la metà di esso produce più del resto d'Europa e l'altra metà tira a campare alle sue spalle.

I nordisti bronto­lano, protestano, si sono dati la Lega per illudersi, un giorno, chissà, di potersi organizzare in Repubblica autonoma che consenta loro di sgravarsi dal fardello meridionale. Ma si sono appunto limitati al mugu­gno, che è sempre stato un diritto dei popoli anche sotto le monarchie assolute d'altri tempi, e non han­no mai fatto del male a nessuno. Si sono sempre com­portati civilmente, sopportando con pazienza perfi­no gli insulti di Roberto Saviano, quello di Gomorra , che ha dipinto la Lombardia quale terra di mafia e 'ndrangheta, come se i picciotti non fossero importa­ti dal Sud, ma allevati in Valtellina e in Valbrembana.

Lei, caro presidente, dovrebbe avere la delicatez­za di non nominare invano la secessione e sapere che non sono i leghisti a minacciare la sopravvivenza dello Stato, ma i lazzaroni che sfruttano il Settentrio­ne e gli sputano addosso. Arrestare Bossi? Ma non ci faccia ridere. Lo ha guardato in faccia quest'uomo che, nonostante gli acciacchi e le malattie e pure l'età, è ancora lì a tenere insieme un popolo incazza­to nero, impedendogli di abbandonarsi alla dispera­zione? Le sembra un tipo che si arma e parte alla con­quista della Padania? Cerchiamo di essere seri: per commettere un reato bisogna disporre dei mezzi ido­nei a commetterlo. E a lei pare che la Lega abbia una forza anche solo poten­ziale per minare l'Unità d'Italia? Le pa­re che sia in grado di fare una rivoluzio­ne?

O anche solo di vincere un referen­dum, che si ignora attraverso quali pro­ce­dure potrebbe svolgersi e dove svol­gersi? Non le viene il sospetto che il suo in­tervento inopportuno, in cui ha ram­mentato l'arresto di Aprile ( il separati­sta siciliano attivo oltre cinquant'anni orsono), serva soltanto a esacerbare gli animi anziché favorire la concordia nazionale? La colpa di Bossi è quella di ostinarsi a ostacolare la riforma dell' età pensionabile e non quella di parla­re in modo suggestivo alla sua gente della Padania che, peraltro, non è vero sia un luogo della fantasia leghista, ma è un'espressione geografica autenti­ca, come ha precisato ieri sul Giornale il professor Stefano Bruno Galli. Non capisco perché si continui a questionare sul punto.

La Padania c'è. D'altronde se c'è la Valpadana, dove si addensa la nebbia segnalata dai bollet­tini meteorologici, se c'è il Grana pada­no, se c'è il Gazzettino Padano , ci sa­ranno anche i padani, perdio. E allora la si smetta di prenderli in giro e, sem­mai, vengano ringraziati perché sono la spina dorsale di un Paese che da Ro­ma in giù ne è privo. Perdoni l'ardire, presidente. Ma invece di intossicarci l'anima con questa storia della seces­sione, rifletta piuttosto sul comuni­s­mo di cui lei è stato per decenni un ba­luardo. Quello sì era un pericolo non solo per la democrazia rappresentati­va (la dittatura del proletariato mica l'ho inventata io) ma anche per il siste­ma delle alleanze occidentali di cui l'Italia era una colonna, mentre il suo Pci faceva l'occhiolino all'Unione So­vietica, nostra nemica nella Guerra Fredda. Lei per questa sua scelta di allora, sbagliata e secondo me illegittima, fu forse intimidito dal Quirinale? Mac­ché! La dittatura del proletariato le ha addirittura spianato la strada per an­darci, al Quirinale. Le conviene sorvo­lare sui sogni di Bossi. Buon riposo.



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Milano: barba e capelli gratis a tutti i barboni

Quotidiano.net

I City Angels: "Aiuto prioritario per chi cerca lavoro"


Shampo, balsamo e taglio. Tutto gratuito. L'iniziativa dell'organizzazione che dal 1994 opera a Milano in aiuto dei clochard prevede di trasformare la sede di Galleria Tonale in barberia per un lunedì al mese. A Brescia probabile seconda tappa   



I clochard sono solitamente alle loro lunghe chiome e barbe. Chissà se l'iniziativa dei City Angels di Milano li smuoverà dalle proprie abitudini


Milano, 2 ottobre 2011 - Dal 1994 a Milano i City Angels distribuiscono quotidianamente cibo e vestiti ai senzatetto. Dal 2007 li ospitano nella loro casa famiglia, Casa Silvana. E da domani offriranno loro anche il servizio di parrucchiere. Ovviamente gratis. La singolare iniziativa nasce dalla collaborazione tra i City Angels e Benesserecapelli, una catena di centri per il benessere dei capelli diffusa in Lombardia e Veneto e presieduto da Fabrizio Labanti.

BARBIERI APERTI IL LUNEDI' - Il primo lunedì di ogni mese una cinquantina di senzatetto - ma si prevede di aumentare il numero nel tempo - si recheranno presso la sede dei City Angels in Galleria Tonale per avere i capelli tagliati e tenuti in ordine. Se l'iniziativa avrà successo a Milano si prevede di estenderla in altre città dove i City Angels e Benesserecapelli sono presenti, a cominciare da Brescia.

SERVIZIO SU PRENOTAZIONE - I senzatetto vengono selezionati dai City Angels. "Scegliamo innanzitutto quelli che stanno cercando lavoro, per i quali una buona immagine è fondamentale - spiega Mario Furlan, fondatore dei City Angels e docente universitario di Motivazione e crescita personale. - Sappiamo quanto la prima impressione sia importante. Per questo non vogliamo limitarci a dare vestiti e scarpe ai clochard, ma anche un buon taglio dei capelli. Qualcosa che li faccia apparire meglio agli occhi degli altri, e che possa anche servire ad accrescere la loro autostima".

GALLERIA TONALE - Il primo taglio dei capelli avrà luogo domani, lunedì 3 ottobre alle ore 14 presso la sede dei City Angels in Galleria Tonale, il tunnel che passa sotto la Stazione Centrale. Saranno presenti Mario Furlan, Fabrizio Labanti e lo staff di Benesserecapelli. I clochard entreranno nella sede con i capelli arruffati, ne usciranno ordinati e profumati. E chissà, magari, con più voglia di stare in mezzo agli altri.




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Le follie di Stato

 Il federalismo targato Ds ci costa 1,6 miliardi

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Gli sprechi nei trasferimenti agli enti locali: si paga ancora per l’attuazione della legge Bassanini del ’98. Regioni "autonome": oltre 10,5 miliardi per Sicilia, Val d'Aosta, Friuli, Sardegna e Trentino. Più di 2,4 miliardi usati per pagare gli assunti dopo le calamità naturali


Per la diga foranea del porto di Molfetta (Bari) ci sono 6 milioni. Per l’accoglienza dei pellegrini di Padre Pio a Pietrelcina 450mila euro, stessa cifra anche per l’illuminazione pubblica delle Tremiti. Alle infrastrutture scolastiche di Reggio Calabria vanno 1,2 milioni. I mutui per l’organizzazione del G8 del 2001 costano ancora 824mila euro.
Il nostro percorso nel bilancio dello Stato si conclude com’era iniziato. Con una serie di spese di dettaglio che mai immagineremmo esserci. Il ministero dell’Interno offre la possibilità di spostare l’analisi verso il futuro delle finanze pubbliche: il federalismo fiscale. Gli ultimi decreti attuativi della riforma sono stati approvati. Oggi più che mai è necessario conoscere le cifre anche per evitare spiacevoli sorprese nella rimodulazione delle imposte.
Il federalismo fiscale vale 115 miliardi. Cioè alla vigilia della riforma delle compartecipazioni di Iva e Irpef e dell'introduzione dell'imposta municipale unificata che graverà su immobili destinati a seconda casa o commerciali. Più della metà di questa cifra (65 miliardi) concorre al finanziamento del Servizio sanitario nazionale con le compartecipazioni Iva e Irpef per le Regioni.
Il resto è amministrazione, servizi e investimenti. E per capire come lo Stato si muova nei confronti degli enti locali bisogna guardare al bilancio del Viminale. Il dicastero gestisce 15,1 miliardi di trasferimenti agli enti locali. E più si entra nel dettaglio più si comprende come il federalismo fiscale fosse necessario.
Oltre il 90% di questa cifra concerne la redistribuzione del gettito fiscale. Ci sono 5,1 miliardi per il finanziamento del Fondo ordinario per i bilanci degli enti locali (proveniente dall’addizionale sui consumi elettrici) e ci sono i 2,4 miliardi del Fondo consolidato che trasforma le tasse in stipendi del personale assunto dalla Pa in seguito a varie calamità naturali (una legge del 1986).

Altri 4,3 miliardi coprono la soppressione dell’Ici sulla prima casa e proseguono l’opera di perequazione per i Comuni più svantaggiati. Infine 1,1 miliardi sono destinati alla compartecipazione di Comuni e Province al gettito Irpef. Ci sono pure 272,4 milioni di residui per il Fondo di sviluppo degli investimenti di Comuni e Province destinato a pagare i vecchi mutui.
E non è finita qui. Tra Tesoro e Interno si spendono 1,6 miliardi per l'attuazione del federalismo amministrativo, quello del ’98 che ha trasferito sul territorio molte competenze. Ottima intenzione quella dell'ex ministro Bassanini, peccato che centralizzato sia rimasto il pagamento. Altro capitolo sono i 600 milioni destinati agli investimenti dei quali 15 milioni alle Comunità montane e 42 milioni assegnati specificamente. Poteva mancare il trasporto pubblico locale, oltre al miliardi del ministero delle Infrastrutture? No, ci sono altri 180 milioni.
Ora spostiamoci per un attimo a Via XX Settembre e vedremo che al Tesoro ci sono altri soldi per le autonomie. Ben 10,5 miliardi sono destinati all'attuazione dell’ordinamento delle Regioni a statuto speciale. Altri 12,5 miliardi sono destinati alla regolazione delle entrate erariali a favore della Sicilia (8,8 miliardi), del Friuli (3,2 miliardi) e della Sardegna (500 milioni). Mancano Trento e Bolzano che l’anno scorso hanno ottenuto 7,5 miliardi enel 2011 lo Stato non si dimenticherà di loro.
Mancano ancora alcuni «spiccioli».

Alla Sicilia vanno 141,6 milioni come contributo di solidarietà nazionale fissato dallo Statuto regionale per colmare il gap generato dai minori redditi da lavoro. Altri 86 milioni sono versati come anticipo sull’imposta regionale sull’Rc Auto per finanziare i piani economici 2002-2004 e 65 milioni per definire i rapporti pregressi al dicembre 2001, mentre 10,8 milioni coprono l’aumento dei costi delle pmi sicule, la crisi del settore agrumicolo e il sostegno ai Comuni sede di impianti petroliferi.

In Sardegna, invece, sono destinati 25,8 milioni per l’abolizione della tassa di concessione governativa e 3,6 milioni per sistemare in Regione il personale proveniente da istituti di beneficienza.
Non è solo il Tesoro a occuparsi di assorbire «esuberi», ma anche il Viminale.

Sommando voci simili nei due bilanci si ottiene che circa 21,5 milioni sono destinati alla stabilizzazione dell’ex Ente tabacchi comandati ad altre amministrazioni e 2,5 milioni vanno per assumere personale civile già occupato in basi Nato (più 134mila euro alla Asl di Olbia per gli ex dipendenti della Maddalena). Nel bilancio del ministero della Difesa figurano inoltre 27,7 milioni per le forniture idriche delle isole minori da parte della Marina militare.

La base sulla quale dovrà funzionare il federalismo fiscale è questa. È già stato fissato un criterio di «perequazione» per sostenere le realtà più svantaggiate. Il problema è un altro: chi fa cosa, come lo fa e quanto spende.



Giustizia italiana indebitata per le intercettazioni Nel 2010 è costata al contribuente 270 milioni


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La spesa per captare le conversazioni degli indagati copre quasi la mmetà del disavanzo del ministero di via Arenula: 165 milioni di euro. nel 2010 l'ascolto delle telefonate è costato 270 milioni di euro al contribuente



Investireste in una società i cui costi sono sempre superiori ai rica­vi? Probabilmente no, anche se gli amanti del rischio ci sono sempre. Il contribuente italiano, invece, non può sottrarsi dal finanziare at­traverso le imposte il sistema della giustizia. E poiché, salvo nelle teo­rie liberiste più radicali, privatizza­re la giustizia non si può, dobbia­mo «socializzare» i 340 milioni di debiti a fine 2010. Una cifra che si mangia quasi il 5% dei 7,2 miliardi destinati al budget del ministero fi­nora guidato da Angelino Alfano.
Eppure un primo risparmio già si potrebbe ottenere se ogni anno lo Stato non incorresse in dolorosi risarcimenti legati tanto agli errori giudiziari (16,8 milioni nel 2011) quanto all’ingiusta durata del pro­cesso (41,5 milioni comprese le cause pendenti alla Corte Ue dei di­ritti dell’uomo). Il totale fa 58 milio­ni, ma la Corte dei Conti ha rilevato debiti pregressi per 95 milioni. La magistratura se ne preoccupa? No, i soldi li paga il Tesoro, ma 153 milio­ni risolleverebbero un po’ le casse di Via Arenula.
La maggior parte della spesa, in­fatti, riguarda il personale (1,1 mi­liar­di per i 9.120 magistrati e 1,3 mi­liardi per i 40mila addetti all’ammi­nistrazione). Il resto sono le cosid­dette «spese di giustizia», un calde­rone nel quale fino pochi anni fa si «infilava» tutto. Poi, Alfano e Tre­monti hanno istituito il capitolo 1363 e la verità è venuta a galla. Del miliardo di costi vivi dell’ammini­strazione giudiziaria fino a qual­che anno fa, il 37% era rappresenta­to dalle intercettazioni. Lo stru­mento senza il quale i vari Boccassi­ni, Woodcock e Ingroia si perdereb­bero in un bicchier d’acqua costa al­lo Stato, cioè a noi, oltre 180 milio­ni.
La realtà è diversa dalle previsio­ni per il 2011. La Corte dei Conti ha certificato che nel 2010 le intercetta­zioni sono costate 270 milioni con un debito di 90 milioni che va a som­marsi ai 75 dell’anno precedente per un totale di 165. Quindi la metà dei debiti del ministero è determi­nata dall’uso ( e dall’abuso)delle in­tercettazioni. Il monitoraggio di Al­fano, rileva la Corte, ha comporta­to «risparmi tra il 25 e il 30%». Se le spese aumentano, è perché le Pro­cure intercettano a go-go.
L’«operazione trasparenza» del ministero della Giustizia fornisce altri elementi: nel 2010 la Procura della Repubblica di Milano con tre distinte aperture di credito ha otte­nuto 16,5 milioni per intercettare (anche il Rubygate sarà probabil­mente compreso in queste). La Pro­cura­di Palermo ha utilizzato il con­to per 28,5 milioni e quella di Napo­li per 13 milioni, più dei 700mila per la Procura di Santa Maria Ca­pua Vetere, che ha competenza su Gomorra.
La Procura di Milano ha tenuto a far sapere alla stampa «amica»che, a fronte di 8 milioni spesi per il pro­­cessoAntonveneta, sono stati recu­pe­rati nei patteggiamenti 340 milio­ni di euro. Il fine, perciò, giustifiche­rebbe i mezzi. A proposito, lo sape­te qual è il sequestro di maggior va­lore in capo all’Agenzia nazionale per i beni confiscati? Si tratta delle holding di Massimo Ciancimino, la superstar di Annozero, un com­plesso di società stimate tra i 300 e i 500 milioni che spaziano dalla ge­s­tione dei rifiuti in Romania alla me­tanizzazione di Belgrado.
La conseguenza? Il taglio degli in­vestimenti: l’edilizia carceraria lan­gue, non si possono assumere altri addetti di Polizia penitenziaria e gli istituti traboccano con somma tri­stezza di Pannella. I risultati? Per la giustizia sono i processi: tra cause sopravvenute e pendenti a fine 2009 si superava quota 1,7 milioni, circa il doppio di quelle concluse. Ma si sono prescritti 143.825 prov­vedimenti, il 70% dei quali con de­creto del gip, senza arrivare in aula. Ma non parlate ai magistrati di pro­cesso breve. Per carità.






Aiuti agli atenei privati: un salasso da 89 milioni Vengono elargiti fondi pure ai corsi di gattologia



Il grosso dei fondi per Cattolica, Bocconi e Luiss. Facoltà-fantasia nelle università statali: "Scienza e cultura alpina" e "Lingua sarda". Sviluppo formativo: spesi 45 milioni, anche se ci sono 5mila materie. E i senatori si regalano due milioni: evviva i diritti umani


Ogni contribuente italiano nel suo piccolo devolve qualcosa alle università non statali. Merito della legge 243 del 1991 che stabilizza le erogazioni anche per gli atenei privati. Così l’anno scorso sono stati assegnati 89 milioni (62 milioni lo stanziamento del 2011) a queste istituzioni. Nell’ordine la Cattolica di Milano ha ricevuto 42,5 milioni, la Bocconi 14,9 e la confindustriale Luiss 5,2 milioni, appena poco più dell’Istituto suor Orsola Benincasa di Napoli (5 milioni).

Tra i destinatari delle risorse anche le università di Bolzano (2 milioni) e della Val d’Aosta (883mila euro), la Lum di Bari 772mila euro) e l’Università delle scienze gastronomiche, emanazione «intellettuale» di Slow Food. Nessuno si è mai scandalizzato nonostante questi sussidi rappresentino il 25-30% del rimborso (245 milioni) che lo Stato intende destinare nel 2011 alle 12.500 scuole paritarie. Con una differenza: l’istruzione primaria è obbligatoria e quella universitaria no
.
In ogni caso, si tratta di una goccia nel mare. Il sistema universitario italiano costa circa 8 miliardi di euro. Gli stanziamenti per la ricerca tecnologica valgono poco più di due miliardi. Cifre minori rispetto ai grandi numeri del bilancio del ministero dell’Istruzione. Si potrebbe pure credere che non sia poi eccessiva la spesa per un capitolo fondamentale per il Paese.
Il problema è che alcuni atenei spendono questi denari «sistemando» parenti e affini dei soliti baroni o creando cattedre come «Igiene e benessere del cane e del gatto», «Sociologia del turismo» e «Lingua e letteratura sarda». O interi corsi di laurea come «Scienza e cultura alpina» o «Scienze del fiore e produzione vegetale». Qualche anno fa suscitò indignazione la fattoria gestita dalla facoltà di Agraria di Firenze. Un’esperienza che potrebbe avere pure significato se l’università toscana non fosse stata in deficit.
L’istruzione superiore si regge sul Fondo di finanziamento ordinario dell’università (7 miliardi nel 2010, 6,13 miliardi per il 2011). La Corte dei Conti ha spiegato che queste risorse, includendo i circa 120 milioni per l’assunzione dei ricercatori (154 milioni nel 2011), sono impiegate al 94% circa per il personale.

Dunque, circa ben 6 miliardi quest’anno dovrebbero essere assorbiti dalla spesa corrente degli atenei. Queste le statistiche ministeriali relative al 2009: 57.748 docenti di ruolo, 41.074 docenti a contratto, 23mila unità di contratti per tutoring e attività integrative, 57.477 collaboratori (ricercatori precari, borsisti, medici specializzandi), 1.909 collaboratori linguistici (i vecchi lettori) e 65mila unità circa di personale tecnico amministrativo. Se ne ricava che circa 180mila persone nel 2009 siano impegnate nell’attività didattica a fronte di 1,8 milioni di iscritti (fonte Istat).
Considerando che il numero degli iscritti regolari, cioè non «fuori corso», è di circa 900mila e che ci sono insegnamenti con sì e no tre frequentanti, il rapporto tra docenti e iscritti potrebbe oscillare fra uno a 30 e uno a 50 con punte di uno a 15.

Sono gli stessi valori forniti dal ministero. Con una differenza: a Viale Trastevere prendono come unità di misura il «docente equivalente», cioè il lavoro svolto da un’unità a tempo pieno. Quanti sono? Solamente 42.549. È sufficiente per affermare che l’università, prima della riforma Gelmini, era un immenso parcheggio per professori e studenti. La selezione meritocratica nell’assegnazione dei finanziamenti dovrebbe fare la differenza.
Bisogna avere fede e sperare che le «vecchie volpi» non trovino una scappatoia. In Italia ci sono circa 5mila insegnamenti universitari, eppure sono stanziati circa 45 milioni per la programmazione dello sviluppo che comprende anche la possibilità di individuare nuove «iniziative didattiche». Certo, nel nostro Paese tutto va un po’ a rilento. Basti pensare che c’è un bello stanziamento di 22 milioni per le borse di studio dei medici specializzandi del periodo 1983-1991 che hanno presentato un ricorso al Tar l’hanno vinto e grazie a una sentenza della Consulta hanno bypassato la prescrizione. La «velocità» è una costante della burocrazia.
Tant’è vero che altri 58 milioni se ne vanno per i mutui contratti dagli atenei negli anni passati, dei quali 16 milioni per le tre università di Roma. Non trascurabili nemmeno i 3,5 milioni dedicati all’Ateneo Jean Monnet, scuola di formazione europea a Caserta. La vera tragedia, infatti, è l’esiguità degli stanziamenti per la ricerca, impegnati per 1,7 miliardi dalle assegnazioni al Cnr e agli altri enti. Poi ci sono circa 205 milioni del Fondo investimenti dedicati ai progetti meritevoli.

All’aerospazio solo 24 milioni e 20 milioni per il sincrotrone di Trieste e Grenoble. Ma non bisogna dimenticare i 4,5 milioni a Cnr ed Enea per lo «sviluppo produttivo del Sud» e i 500 milioni per un osservatorio sul mercato creditizio regionale.

Se l’Italia vuole continuare a essere «grande», non può continuare a investire in ricerca l’1,1% del Pil. Le risorse ci sarebbero: basta toglierne un po’ a cani e gatti.


55 milioni per i mondiali del ’90


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Nel bilancio di Palazzo Chigi ancora fondi stanziati per pagare i mutui dei Mondiali organizzati 21 anni fa. Enti soppressi: quello per la montagna non esiste più dal 2010 ma riceve 490mila euro. C'è una commissione pure contro gli sprechi: brucia 82mila euro



Vi ricordate le «notti magiche» del 1990 quando Totò Schillaci segnava con ogni parte del proprio corpo? Bene, stiamo ancora pagando il conto di quei fasti!


Il dato è contenuto nel bilancio di previsione 2011 di Palazzo Chigi si comprende che la realtà è ben diversa. Agli eventi sportivi di rilevanza internazionale sono dedicati 1,8 milioni. Ai mutui della legge 65 del 1987, quella che ha dato il via alla costruzione degli stadi per il mondiale di calcio, tutto il resto, cioè 55 milioni. Che sono sempre meno dei 60 pagati l’anno scorso. L’Italia funzionava e in parte funziona ancora così: si sa quando si comincia e non si sa quando si finisce. D’altronde, quei 1.248 miliardi di vecchie lire (645 milioni di euro) spesi per gli stadi rappresentavano una cifra superiore dell’84% rispetto al preventivo iniziale.
Il budget della Presidenza del Consiglio è superiore ai 363 milioni stanziati dal Tesoro per il funzionamento di Palazzo Chigi e copre solo una parte degli impegni di spesa che complessivamente ammontano a 2,8 miliardi relativi ad altri capitoli. Alla Protezione civile, infatti, competono 1,9 miliardi. A scanso di equivoci occorre specificare che il personale costa meno di 40 milioni di euro (più o meno come il Fondo emergenza rifiuti Campania da 30 milioni), 110 milioni vanno alla manutenzione dei mezzi aerei e 1,1 miliardi per i mutui contratti dalle Regioni a seguito delle calamità. All’emergenza abruzzese sono destinati 350 milioni e 145 milioni alle infrastrutture antisismiche.
Gli altri 900 milioni circa sono destinati al funzionamento di una macchina kafkiana, lontana anni luce dalla mentalità del premier. Infatti, una delle prime osservazioni della nota preliminare al bilancio è che mancano 75 milioni per far fronte alle spese strutturali per il personale, considerato che l’applicazione dei nuovi regimi contrattuali per dirigenza e vice dirigenza costeranno oltre 7 milioni di euro. Ma questa non è la «casta», non è un privilegio della politica. È il costo vivo della «tecnostruttura». Serve una commissione intergovernativa per la Tav (330mila euro) e un commissario di governo (558.500 euro) per gestire il contenzioso relativo all’edificazione abusiva del villaggio Pinetamare di Castelvolturno, in provincia di Caserta.


Poi c’è una struttura di missione per il Dal Molin di Vicenza che costa 40mila euro. E abbiamo anche una commissione per la lotta gli sprechi che intanto «brucia» 82.800 euro, mentre le spese per aumentare l’efficienza valgono 2 milioni.
La Convenzione delle Alpi, che già pesa per circa 450mila euro sul ministero dell’Ambiente? Ne costa altri 2mila alla Conferenza Stato-Regioni che ha già una segreteria da 160mila euro. Il dipartimento Politiche Ue, per aprire «Una finestra sull’Europa», spende 121mila euro: tanto costa il progetto di formazione dei futuri operatori dell’informazione europea svolto dalle Università di Perugia e Teramo. Si spende di meno (33.660 euro) per il forum telematico sulle riforme istituzionali.

Presso gli Affari regionali sono istituite le commissioni paritetiche con le Regioni a Statuto speciale, organi intermedi composti da parlamentari (talvolta) e da dirigenti della Presidenza. Palazzo Chigi spende 194mila euro perché se si riuniscono almeno tre volte l’anno i componenti percepiscono circa 800 euro al mese. Di competenza del ministro pugliese Fitto i fondi per le zone di confine (17 milioni) e le politiche per la montagna: 235mila per le cautele volte alla prevenzione degli infortuni da sport invernali e 490mila euro per l’ex Ente italiano montagna (Eim), soppresso l’anno scorso. Il salentino Fitto non deve preoccuparsi: l’ultimo presidente dell’Eim è nato a Capo d’Orlando, in provincia di Messina.
Restano da esaminare le sovvenzioni alla stampa, quest’anno dimezzate a 85 milioni (ma ci sono ancora da distribuire i 170 milioni del 2010) cui si aggiungono 50 milioni di rimborsi alle Poste per vecchie agevolazioni tariffarie, 40 milioni per i servizi stampa e informazione e 7,5 milioni per le convenzioni con agenzie di stampa. Poteva mancare la Rai? No, si becca 40 milioni per i servizi speciali.


Palazzo Chigi conta, infine, di impiegare 150mila euro per l’addestramento della polizia locale a fini turistici. Meglio così: un vigile che aiuta un forestiero fa qualche multa in meno.



Insegnare italiano agli emigranti? Da New York al Sud America ci costa 105 milioni


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La Farnesina spende una barca di soldi ogni anno per la nostra cultura. Il personale delle scuole pubbliche di lingua all'estero vale 62 milioni di euro. Se ne bruciano altri 650 milioni nella diplomazia. Gli interpreti per i documenti dell'Ue sono a carico dei singoli Stati: una vera Babele di scartoffie


Mtv, la televisione musicale giovanile, ha esportato in tutto il mondo un particolare tipo di reality. Si chiama Jersey Shore ed ha per protagonisti otto ragazzi del New Jersey e di New York di varia ascendenza italiana. Italiana si fa per dire, giacché il loro slang contiene pochi termini della nostra lingua e il loro senso estetico è molto molto diverso da quello che abbiamo in patria.

Eppure per promuovere la cultura italiana all'estero nel 2011 il ministero degli Esteri prevede di spendere 105 milioni. Si tratta del servizio offerto alle nostre comunità fuori dai confini nazionali. Il personale delle scuole italiane pubbliche nel mondo costa 62 milioni di euro. Si tratta di una retribuzione aggiuntiva, perché sono reclutati docenti di ruolo vincitori di un apposito concorso.

A essi spettano anche un milione di euro per i trasferimenti all'estero e 1,5 milioni per la sistemazione. Per i supplenti e gli insegnanti reclutati in loco sono stanziati 8 milioni. Altri 2 milioni vanno per la fornitura di materiale didattico alle scuole non governative, mentre 1,2 milioni vanno a istituti e università straniere che intendano promuovere l'insegnamento dell'italiano. 


D'altronde la rete educativa è molto vasta, e comprende 183 istituti statali nel mondo e 111 sezioni italiane presso scuole straniere. Vi lavorano circa 500 persone comprese un'ottantina di dirigenti scolastici. E nonostante nello Stato di New York la presenza sia ben articolata, Jersey Shore è una bella realtà televisiva.

La finalità formativa è talmente prioritaria per il ministero che metà dei contributi agli italiani nel mondo se ne va in sostegno didattico e culturale (14,85 milioni su 28,6). Non bisogna poi trascurare i 13 milioni per gli istituti italiani di cultura che dispongono di altri 1,3 milioni per l'organizzazione di manifestazioni artistiche e culturali. Né vanno dimenticati i 2,3 milioni all'Accademia delle scienze del Terzo mondo e gli 1,3 milioni al Collegio del mondo unito di Trieste.

Ma se ci sono denari che non sono mal spesi sono i circa 10 milioni per il sostegno alla minoranza italiana di Istria e Dalmazia, oppressa da circa 70 anni di «slavizzazione» forzata. In particolare, 7 milioni sono stanziati per fiumani, polani e capodistriani, mentre 3 milioni circa sono spesi per la conservazione della memoria storica degli esuli, costretti all'esilio dalla furia dei partigiani titini.
La cultura, infatti, gioca un ruolo fondamentale nel bilancio della Farnesina.

Basti pensare che tra i percettori di contributi ci sono la Maison de l'Italie (150mila euro) nella città universitaria di Parigi, una residenza per i concittadini che si recano Oltralpe per motivi di studio e Villa Vigoni di Menaggio (278mila euro), che ospita un'associazione che promuove gli scambi culturali tra Italia e Germania.

Molto meno piacevole è sicuramente la spesa di 1,1 milioni di euro per il servizio «request and pay» dell'Ue. I servizi di interpretariato per i documenti scritti nelle lingue dei Paesi entrati nel 2004 nell'Unione sono a carico degli Stati. A Bruxelles e a Strasburgo chi necessita di una trascrizione dal ceco, dal polacco o dall'estone fondamentalmente la mette a carico dei contribuenti italiani. Un po' come sono a carico di tutti noi i 450mila euro quota di partecipazione all'osservatorio europeo dell'Audiovisivo e i 2 milioni di contributo speciale all'Istituto italo-latino-americano.

I costi vivi della diplomazia ammontano a circa 650 milioni di euro. Circa 490 milioni sono stanziati per le retribuzioni del personale e sono così suddivisi: 96 milioni di competenze fisse, 382 milioni di competenze accessorie e circa 10 milioni di rimborsi per i trasferimenti. Secondo la Corte dei Conti al 31 dicembre scorso risultavano in servizio fuori dai confini 2.592 unità (528 diplomatici, 12 dirigenti e 2.052 funzionari). Ne deriva che il costo medio per unità dovrebbe avvicinarsi ai 188.500 euro. Altri 67,4 milioni rappresentano le dotazioni per rappresentanze diplomatiche e uffici consolari, mentre 93 milioni sono destinati al personale assunto a contratto.

Un'altra spesa di rilevante entità è rappresentata dai 15,7 milioni riservati alle testate giornalistiche italiane con attività di servizi esteri. Del nostro passato di emigranti nel bilancio degli Esteri, fuorché i sussidi culturali, è rimasta poca traccia: 750mila euro per le associazioni di assistenza e 120mila euro a finanziare lo sconto del 50% sulle tariffe del traghetto per coloro che sono impossibilitati a utilizzare il treno per raggiungere la destinazione quando rimpatriano temporaneamente. In Italia non si volta mai pagina: c'è sempre qualche buon motivo per volgere il capo indietro e ricordare il tempo che fu.



FOLLIE DI STATO Riforma sanitaria in Burundi, paga l’Italia


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Alle Ong 34 milioni di fondi pubblici. Soldi perfino al Polo Sud: 132mila euro per gli studi nei ghiacci. 852mila euro per sostenere la riforma sanitaria del Burundi. Risorse anche per tutelare il piatto principe della dieta mediterranea: gli spaghetti


Il sostegno della riforma sanitaria nel Burundi? Nel 2010, rivela la Corte dei Conti, è costato 852mila euro. Lo Stato italiano si occupa anche di questo, anzi per la precisione è il ministero degli Esteri a ottimizzare le politiche per la cooperazione sulla base di quanto previsto dalla legge approvata nel 1987.
Nello stato di previsione 2011 della Farnesina le risorse finalizzate a questo tipo di intervento si attestano a 165 milioni di euro. Cifra che scende a 158 milioni se si scomputano i costi degli uffici esteri (4,75 milioni) e quelle per esperti e consulenze (2,25 milioni). Contenzioso (un milione) e formazione (4,8 milioni) ed emergenze idrico-sanitarie (11,3 milioni) portano a 140 milioni le risorse per i tre fondi principali. Quello di minore importo (33,8 milioni) è per le organizzazioni non governative «idonee», ossia riconosciute dalla Farnesina.
L’elenco è lunghissimo e comprende oltre 200 beneficiari: dalla Comunità di Sant’Egidio a Emergency (che nel 2009 però non ne ha usufruito), Cesvi (4,1 milioni nel 2010) e Wwf per giungere fino all’associazione Differenza Donna e alla Federazione italiana maricoltori che tutela il mondo della pesca ma si occupa anche di aiuti. Lo status di onlus inoltre consente a molte di loro di accedere pure alla ripartizione del 5 per mille.

Oltre al fatto che quelle più attive a livello internazionale (Emergency e Cesvi sono tra queste) ricevono contributi dall’Onu e da altre organizzazioni internazionali. Queste ultime, a loro volta, sono finanziate anche dall’Italia. Il capitolo vale 45,6 milioni ai quali bisogna aggiungere anche i 10 milioni di stanziamenti del Tesoro per questi organismi. In primis, Banca Mondiale, Fao e Programma alimentare mondiale.
L’impegno maggiore, circa 62 milioni, è destinato al fondo che finanzia direttamente la ricerca scientifica e la costruzione di infrastrutture nei Paesi in via di sviluppo. Queste risorse però sono anche impiegate per iniziative finanziarie delle imprese italiane che assumono partecipazioni di rischio per avviare business in queste terre. Il che significa che se un imprenditore vuole assumersi rischi in Paesi-obiettivo e relativamente «tranquilli» come Mozambico e Angola può usufruire della finanza del ministero degli Esteri e anche degli incentivi del ministero dello Sviluppo.
Basta rischiare e lo Stato ti dà una mano. L’ironia è superflua, la trasparenza no. Sebbene l’Ocse abbia elaborato un modello di valutazione degli aiuti e nonostante il ministero degli Esteri invii al Parlamento ogni anno una relazione dettagliatissima sulla distribuzione degli aiuti (dei quali la cooperazione rappresenta solo una parte), «toccare» materialmente l’efficacia degli interventi non è semplicissimo.
Paradossalmente è più facile leggere questi dati sul multiforme budget del Tesoro che su quello degli Esteri. Nel 2011 Via XX Settembre ha già versato 25,5 milioni di euro all’Iffim, un’organizzazione dell’Onu che si occupa di vaccinazioni nel Terzo Mondo. Alla cancellazione del debito, inoltre, vanno 50 milioni. Nel bilancio della Farnesina i 625 di contributi a organismi vari sono stanziati un po’ frammentariamente. Per esempio, 8 milioni sono destinati all’Istituto agronomico per l’Oltremare di Firenze e all’Istituto agronomico mediterraneo di Bari che si occupano di cooperazione in agricoltura (pure del miglioramento della qualità dell’olio di oliva palestinese), mentre 31,2 milioni se ne vanno tra Onu, Ifad e Fao, e 5,1 milioni all’Organizzazione
Onu per lo Sviluppo industriale. Altri 26 milioni sono distribuiti, tra l’altro, per il Wto, l’Ocse, la Convenzione sull’ozono e per gli organismi di studio su refrigerazione, gomma e legni tropicali. Chiarissimo, però, il milione destinato al Fondo per lo sminamento umanitario. Ma su 2 milioni per la solidarietà internazionale: 310mila euro sono stanziati per consulenze, 833mila per organismi vari e 322mila per la fornitura diretta di beni e servizi.
Non è un’inutile pignoleria. Basta considerare che su 447 milioni di altri contributi obbligatori figura ancora la Convenzione dell’Aja del 1899 e poi una sequela di ottemperanze legate ai trattati sul disarmo, sulla non proliferazione delle armi batteriologiche, sulla limitazione di alcune armi convenzionali e, infine, sulla protezione delle vittime dei conflitti armati. Altri 42 milioni sono destinati all’Unesco e ai trattati collaterali come quello per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale (come la pastasciutta, parte integrante della dieta mediterranea). E 131.697 euro sono stanziati per la protezione e gli studi nell’Antartide. Pinguini compresi. Ovviamente.


Ci costano anche i vecchi sommergibili russi


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Per lo smantellamento della flotta nucleare di Mosca il ministero per lo Sviluppo spende 62 milioni di euro. Per avvicinare il Mezzogiorno ai Balcani spendiamo 350mila euro. Stanziati ancora due milioni per i danni dell’alluvione del 1987


Proteggere la qualità delle ceramiche artistiche come quelle di Sesto Fiorentino e come quelle di Capodimonte e stilare un disciplinare di produzione. Nel lontano 1990 il governo guidato da Giulio Andreotti sponsorizzò questa lodevole iniziativa di legge. Che a tutt’oggi è in vigore e che nello stato di previsione del ministero dello Sviluppo economico vale 200.600 euro.

Quattrocento milioni circa di vecchie lire non sono pochi. Magari si lamenteranno i componenti del Consiglio nazionale ceramico, istituzione di tutela di una delle più belle creazioni made in Italy, a cui vengono corrisposti 600 euro di gettoni e forse si lamenteranno anche i ceramisti che si dibattono sempre tra mille difficoltà. Anche perché a ben vedere il punto di contatto Ocse, una struttura che illustra alle aziende le linee guida dell’organizzazione parigina destinate alle imprese multinazionali, costa 600mila euro. E a voler scrutare il budget ancora più a fondo si scopre che per e la «cooperazione interorganica» tra ministero dello Sviluppo e ministero del Lavoro sono stanziati 157mila euro.

In realtà, il vero core business del ministero è la gestione dei fondi per sostenere le industrie e anche il Mezzogiorno. Due competenze che molto spesso si intersecano. Da una parte ci sono i fondi per la finanza di impresa (90 milioni) e per gli interventi agevolativi (255 milioni). A questi si aggiungono quelli per i distretti produttivi (25 milioni) e anche 2 milioni per le infrastrutture delle fiere. 

Dall'altra parte i «famigerati» (perché oggetto di contestazioni e critiche da parte dei governatori meridionali) Fondi Fas da 4,6 miliardi e il Fondo per la competitività e lo sviluppo che assomma i vecchi incentivi della 488 per 360 milioni. Con il prossimo via libera della Commissione Ue torneranno sotto l'egida del ministero anche i crediti di imposta per le nuove assunzioni nel Mezzogiorno, che saranno prevalentemente finanziati da risorse comunitarie. Sempre che a Bruxelles non venga in mente di dire che sono «aiuti di Stato».

In questo caso non si tratta di sprechi o cattiva gestione perché i circa 5,5 miliardi dei vari fondi sono utilizzati per progetti di infrastrutturazione varia (anche energetica) e per la promozione della cultura e del turismo. E, accoppiati alle risorse comunitarie, generano una vera e propria potenza di fuoco. Casomai, si tratta di «pizzicare» le varie Regioni quando li usano per sponsorizzare sagre o avviare progetti inutili. L’autonomia dei governatori è stata limitata solo di recente con un decreto legislativo: lo Stato potrà sostituirsi alle autonomie se queste non saranno in grado di impiegarli a dovere e vigilerà più da vicino che siano impegnate su grandi progetti infrastrutturali.

Ci sono voluti oltre 15 anni ma alla fine a Roma hanno capito che l’andazzo non poteva continuare. Certo, resteranno da spiegare alcuni capitoli come i 2 milioni per l’ammodernamento della pubblica amministrazione al Sud, i 350mila euro per avvicinare Mezzogiorno e Balcani e i 2 milioni per la ricostruzione valtellinese in seguito all’alluvione del 1987. Un’altra storia tragica la cui fine è stata messa tra parentesi poiché frazioni come Sant’Antonio Morignone, stanziamenti o no, non esistono più.

Il ministero dello Sviluppo non è solo industria, commercio e comunicazioni. Si occupa anche di gestire i fondi destinati per i programmi di difesa. Ben 510 milioni per le unità navali Fremm e 1,5 miliardi di agevolazioni per l’industria aeronautica. Questi ultimi non saranno spesi tutti giacché le imprese del settore usufruiscono degli aiuti solo nella fase esecutiva dei progetti.
E al settore internazionale fanno riferimento anche due voci di spesa piuttosto consistenti: 62 milioni per lo smantellamento dei sommergibili nucleari russi e 57 milioni per i sistemi di controllo elettronico da affidare alla Libia.

Ovviamente, si tratta dell’esecuzione di trattati dell’Italia con i due Paesi. E certamente la prima a beneficiarne è l’Italia stessa perché i due partner (anche se la Libia è in stand-by causa guerra) sono fondamentali per l’approvvigionamento energetico. In secondo luogo perché sono imprese italiane a occuparsene (Fincantieri ha pure ottenuto una commessa russa per costruire una nave portascorie). Il problema è un altro: sono 120 milioni che lo Stato dà a imprese a partecipazione pubblica per assolvere a obblighi con l'estero.

A proposito del capitolo energia. C’è una chicca: i 350mila euro per l’efficientamento del parco generatori di elettricità prodotta nei rifugi di montagna. Che sono molto di più dei 759 euro per l'espletamento dei compiti ministeriali nel settore nucleare. Segno che purtroppo non ci si credeva fino in fondo, referendum a parte. Molta fiducia è invece riposta nelle tv locali che sono destinatarie di 54 milioni di contributi. Ben più dei 20 milioni stanziati per lo sviluppo delle reti di comunicazione.

A parte vanno considerati i 9,9 milioni a Radio Radicale per la trasmissione delle sedute parlamentari. L'emittente pannelliana le segue tutte, ma proprio tutte e in virtù di questo sussidio non può mandare in onda spot perché svolge un servizio pubblico. Benissimo, ma considerato che esiste anche la Rai, forse sarebbe meglio detrarre questo importo dagli 1,6 miliardi di canone che il Tesoro assegna a Viale Mazzini.

L’insana passione italica per la burocrazia è confermata anche al ministero dello Sviluppo. Non c'è solo il comitato per la ceramica, esiste anche uno stanziamento di 490mila euro per le attività promozionali del Consiglio nazionale consumatori e utenti, l’organismo che funge da interfaccia tra ministero e associazioni dei consumatori e che collabora nell’elaborazione di politiche di tutela dei cittadini sul mercato.

Altri 938mila euro vanno alla lotta alla contraffazione. La tutela della proprietà intellettuale è necessaria a tutti i livelli. Ci si impegnano le forze dell'ordine quotidianamente, il Parlamento con le sue proposte di legge a getto continuo e anche il comitato. Risultato: i venditori abusivi di falsi sono ancora sulle strade.






Quel tram pagato 2 volte Ci costa un miliardo di euro all'anno...


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Macché trasporto "locale". Le aziende di mobilità pubblica oltre ai proventi della vendita dei biglietti possono contare su 902 milioni versati dallo Stato.


«Tpl» è l’acronimo di trasporto pubblico locale. L’aggettivo stesso implicherebbe che i costi di questo servizio ricadessero sugli enti e sulle comunità. Invece non è così. Il Tpl lo paghiamo due volte: come cittadini dei Comuni e come contribuenti dello Stato. Il bilancio di previsione 2011 del ministero delle Infrastrutture destina 100 milioni alle Regioni per il ripiano al disavanzo delle aziende del settore ai quali si aggiungono altri 82 milioni di contributi. 

Altri 157 milioni sono stanziati come contributo per l’acquisto di autobus (1,5 milioni per quelli Euro 4 ed Euro 5), altri 47,5 milioni vanno al fondo sicurezza e 37,6 milioni al fondo di sostegno. Senza contare che il Tesoro prevede di finanziare con 15 milioni i mutui contratti dagli enti locali per questo tipo di investimenti. Non è finita ci sono oltre 250 milioni per i dipendenti del comparto ripartiti in 248,2 milioni per i rinnovi contrattuali e 5,1 milioni di rimborso all’Inps delle minori aliquote contributive praticate.
La lista prosegue. Mancano all’appello 775mila euro per il Tpl sui laghi d’Iseo e Trasimeno e 203 milioni per il trasporto rapido di massa oltre a 11,5 milioni di sovvenzioni per i servizi non di competenza delle Regioni (inclusi funivie e ascensori) e 7,2 milioni per metropolitane e parcheggi. Senza questi 902 milioni il trasporto pubblico locale si bloccherebbe. Il federalismo fiscale dovrebbe consentire di vedere quanto pesino gli investimenti e quanto finisca in spesa corrente o inutile.

L’unica speranza è che sia restituita un po’ di libertà di scelta tanto ai cittadini quanto alle imprese. L’equazione è molto semplice. Se, come ha più volte ribadito Tremonti, la riforma fiscale dovrà essere a costo zero, bisogna stabilire se sia più conveniente abbassare le imposte o continuare con i regimi di incentivazione che impediscono di valutare se un servizio sia efficiente o necessario. È il caso del comparto della navigazione e di quello armatoriale. È giusto concedere 270 milioni di contributi agli armatori?
È giusto pagare 8,5 milioni per il potenziamento del trasporto marittimo sullo Stretto? È giusto assegnare 12,3 milioni per la rottamazione delle navi cisterna? Se la risposta è affermativa, allora è inutile interrogarsi sui 141 milioni per la cantieristica navale (ai quali bisognerebbe aggiungere i 18 milioni che ogni anno il Tesoro garantisce per la ricapitalizzazione di Fincantieri). Inutile porsi domande sui 22 milioni stanziati per i servizi di navigazione dei laghi.
In realtà, a voler considerare proprio indispensabile il ruolo dello Stato, si potrebbe riflettere sull’opportunità di aumentare i finanziamenti per le infrastrutture nei porti (515 milioni circa) o per la navigabilità del Po (43,2 milioni per l’Idrovia padano-veneta). Insomma, occorre pensare, vista la crisi, se sia opportuno - nell’ambito di 50 milioni di stanziamenti per il settore autotrasporto - concederne 15 per quelle imprese che utilizzano le «autostrade del mare».

Ecco, la sostanza è tutta qui. Realizzare infrastrutture è il migliore antidoto contro la recessione , ma bisogna stabilire se, accanto a queste operazioni, lo Stato possa continuare ad assumere su di sé i costi delle trasformazioni sociali ed economiche. Come spiegare altrimenti i 9,6 milioni destinati all’Autorità portuale di Genova per la valorizzazione delle aree siderurgiche dismesse?

Così come è lecito avere qualche dubbio sui 4 milioni che vengono destinati ancora alle infrastrutturazione delle Fiere di Padova, Verona, Foggia e Bari in un’epoca in cui le campionarie vivono un momento di difficoltà (in questi casi un’eccezione si può fare per il Vinitaly e la Fiera del Levante). Il rigore di bilancio non è un’invenzione. Il ministero delle Infrastrutture ne è la testimonianza più evidente.
Il budget si attesta attorno ai 7 miliardi di euro, ma dallo scrutinio dei vari impegni di spesa si ottiene una cifra che si avvicina molto agli 8 miliardi. Il miliardo di differenza si trova nella lettera «R» che viene posta tra parentesi accanto ad alcuni capitoli. Significa «rimodulabile», cioè nel corso dell’anno lo stanziamento può essere ridotto se l’evoluzione della spesa pubblica rende urgenti nuove revisioni al ribasso.
Considerato che gli stipendi sono intoccabili, possono verificarsi situazioni spiacevoli come le vedette della Guardia costiera senza benzina o come i pagamenti di alcune opere rinviati per esigenze di bilancio. La politica deve fare una scelta e, tenendo aperti tanti micro-capitoli, creati per il quieto vivere o per ragioni elettoralistiche, rinvia di anno in anno l’assunzione di queste responsabilità.


Gli sperperi di Stato: stiamo ancora pagando i danni arrecati dalla seconda Guerra mondiale


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Ogni anno il ministero delle Infrastrutture versa più di 2,4 milioni di euro per ricostruire edifici distrutti oltre 60 anni fa: gli indennizzi post bellici varanti nel '53, poi prorogati nell'82 e nel '93. E non è la sola spesa assurda...


Se lo Stato continua a finanziare capitoli di spesa per i riconoscimenti ai combattenti della Grande Guerra, è ovvio che nel bilancio dei ministeri qualcosa dev’essere pur rimasto del conflitto 1940-45. Lo troviamo nel budget del ministero delle Infrastrutture e riguarda i provvedimenti per la ricostruzione. Sono contributi trentennali per opere in concessione (739mila euro), per la ricostruzione dell’isola di Pantelleria (812mila euro) e per la ricostruzione o riparazione dei fabbricati distrutti (922mila euro) per un totale di oltre 2,4 milioni ai cui si devono aggiungere i 400mila del Tesoro per il Fondo indennizzi.

Il 2011 dovrebbe essere l’ultimo anno nel quale saranno erogati ma in Italia una proroga è sempre possibile. E anche se qualcuno continuasse a usufruirne non sarebbero soldi mal spesi giacché metterebbero un po’ in moto il settore edile. Ciò che stupisce, però, è come gli effetti della legge 968 del 1953 per gli indennizzi dei danni di guerra si siano protratti per quasi sessant’anni sia per effetto della legge 526 del 1982 (un «regalone» agostano del governo Spadolini con spese a destra e a manca) che per effetto della legge 317/93 (governo Ciampi) che a quarant’anni di distanza dalla prima regolava il completamento della ricostruzione post-bellica.

Non bisogna scandalizzarsi più di tanto. Il ministero delle Infrastrutture ha una dotazione finanziaria di tutto rispetto, ma a differenza di altri dicasteri (Tesoro escluso) ha più soldi da destinare agli investimenti che agli stipendi del personali. Su 7 miliardi circa di budget solo uno se ne va in spesa corrente. Il costo del personale delle capitanerie di porto, cioè la Guardia costiera, rappresenta poco più del 30% di questo ammontare. La valutazione della spesa, quindi, è positiva perché sono soldi che muovono l’economia. Certo, si può e si deve obiettare sui tempi di realizzazione che per troppi motivi si allungano allargando i costi.

La vera critica, però, non può che essere di natura politica. Il perché è presto detto. Se consideriamo la sola costruzione di strade, su 500 milioni in preventivo solo 280 circa sono articolati in due capitoli specifici: 147 milioni per le infrastrutture strategiche dell’Anas (che riceve altri 368 milioni dall’Economia) e 129,3 milioni per il sistema autostradale.

Il resto è ripartito su più capitoli sia sotto forma di contributi diretti che come ammortamento mutui. Ritroviamo la pedemontana di Formia (5 milioni), la Statale 238 della Valtellina (2 milioni) e oltre 49 milioni per la Variante di Valico e il completamento della Bologna-Firenze. C’è pure un «ricordino» di Prodi: circa un milione per la progettazione e l’avvio del Passante grande di Bologna.

D’altronde, la proprietà della rete stradale e autostradale è pubblica e quindi allo Stato competono molti oneri. Tra i quali i 10mila euro per il ponte sul torrente Settimana nelle Dolomiti che collega le province di Belluno e Pordenone.

Non cambia la sostanza anche per quanto riguarda i circa 400 milioni dedicati al capitolo «ferrovie». Le Infrastrutture si fanno carico soprattutto degli investimenti a livello locale (342 milioni). Per i grandi interventi ci pensano le Ferrovie che dal Tesoro ricevono oltre 5 miliardi a vario titolo. Sorprende tuttavia che alla tratta reggina Rosarno-Melito sia destinato il doppio per i passanti ferroviari di Milano e Torino (8 milioni contro 4).

Osservando i sistemi infrastrutturali ci si trova dinanzi allo stesso andamento. Da una parte 1,7 miliardi di stanziamento per le grandi opere della Legge Obiettivo, dall’altra parte 300 milioni per spese di «nicchia»: 80 milioni per progetti urbani integrati che comprendano anche il trasporto ferroviario a fronte dei 69 per l’Expo di Milano, 40 milioni per garantire la continuità della Malpensa e 25 milioni per il Pon Trasporti 2000-2006, il programma di infrastrutturazione realizzato in parte con contributi Ue e in parte grazie al Fondo rotativo statale che fa capo al Tesoro.
Il problema, come detto, non è lo spreco di risorse, ma ritrovare una coerenza interna, un fil rouge in questa serie di investimenti.

La Finanziaria 2001 del governo Amato ha prolungato fino al 2017 gli effetti del decreto del 1989 che istituiva un contributo straordinario per lo sviluppo di Reggio Calabria, voce che vale oltre 13 milioni. Così come ogni anno 6,5 milioni vanno alle infrastrutture di Parma, sede dell’Agenzia europea della sicurezza alimentare e 2,5 milioni a Como e Varese in quanto sedi universitarie. Idem per i circa 7,7 milioni destinati alla mobilità ciclistica, una legge approvata nell’ottobre ’98 pochi giorni dopo la prima caduta del premier emiliano su due ruote. Una dinamica che si ripete in ogni settore. Le reti idriche? Cinquanta milioni a livello nazionale, trenta per le aree depresse e quindici per i mutui dell’Acquedotto pugliese.

Non si possono, infine, trascurare i 400 milioni complessivamente stanziati per l’edilizia popolare, incluso il sostegno agli affitti. Non sono tantissimi ma il governo ha giustamente scelto di affidarsi per il social housing anche ad attori privati a partire dalle Fondazioni bancarie.

Le ultime parole di questa analisi possono benissimo essere spese per descrivere il ruolo di «supplenza» del ministero delle Infrastrutture. Ben 145 milioni circa sono spesi per la manutenzione di immobili pubblici (inclusa la loro eventuale costruzione), compresi quelli degli organi costituzionali. Una voce inattesa perché a ogni ministero competono somme per la manutenzione dei propri immobili.
Oltre ai 282 milioni per la salvaguardia di Venezia della quale abbiamo già parlato, al dicastero guidato da Altero Matteoli competono piccoli interventi di cura del patrimonio storico-artistico: 210mila per Siena, 1,5 milioni a Genova nel complesso, 433mila euro alle Regioni, 266mila euro per il Duomo di Monreale e la Cattedrale di Palermo e 3 milioni per l’Archivio storico dell’Ue di Firenze. Non è tanto, ma aiuta giacché gran parte del budget dei Beni Culturali se ne va in stipendi.


Se la Lega "anti casta" alza le barricate per le Province inutili


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Può apparire incomprensibile l’ostinazione con cui la Lega continua a difendere l’esistenza delle Province, ossia del più inutile tra gli enti inutili. Tale difesa dell’esistente riesce tanto più irragionevole in una fase storica che obbliga a tagliare


Può apparire incomprensibile l’ostinazione con cui la Lega continua a difendere l’esistenza delle Province, ossia del più inutile tra gli enti inutili. Tale difesa dell’esistente riesce tanto più irragionevole in una fase storica che obbliga a tagliare le pensioni e a innalzare l’età pensionabile, mentre il tessuto produttivo della Lombardia e del Veneto soffre come non succedeva da tempo a causa di una tassazione senza eguali al mondo.

Un’analisi politica di taglio realista, però, può aiutare a capire la situazione.

Se oggi la Lega si mette di traverso dinanzi al più serio progetto di sfoltire l’apparato amministrativo italiano e se addirittura difende a spada tratta l’esercito politico-burocratico che dissangua i conti pubblici e pesa come un macigno sulle piccole imprese del Nord, la ragione va trovata nel fatto che il partito di Bossi considera suo interesse primario il controllo delle amministrazioni provinciali.

L’idea - certamente da vecchia politica, e in qualche modo assai «democristiana» - è che se un leghista è alla guida dell’amministrazione provinciale di Vicenza o Novara il movimento può orientare in maniera più efficace la vita economica e sociale, accrescendo il proprio radicamento.

Per giunta, a seguito delle ultime riforme le fondazioni bancarie sono gestite da uomini nominati appunto dalle Province: e cioè dai partiti che le controllano. Ne discende che Bossi ritiene di poter utilizzare tutto ciò per orientare secondo i suoi progetti la vita economica.

Se la Lega fosse in grado di vincere nei capoluoghi forse non avrebbe tanto a cuore le province, ma le cose non stanno così, poiché una parte significativa del voto leghista è concentrata proprio nei piccoli centri. Raccogliendo più voti in Brianza e in Valcamonica che non a Milano o a Padova, il Carroccio è forte soprattutto nelle elezioni provinciali. Tanto più che si tratta di competizioni che non hanno mai nulla di amministrativo (date le pochissime competenze di questi enti) e sono sempre giocate in termini politici. Sono competizioni nelle quali il sogno dell’indipendenza pesa assai più della qualità dell’asfalto.

L’abolizione delle «cadreghe» provinciali potrebbe aiutare a ridurre le imposte e dare una boccata d’ossigeno alle aziende. Tagliando poltrone e posti pubblici si potrebbe inoltre avviare davvero quel processo di liberazione della società italiana che, vent’anni fa, era al primo posti nei programmi leghisti.

Perché qui sta il paradosso. La Lega piace nei piccoli comuni della montagna e della pianura, proprio dove resta viva la speranza della secessione e dove più forte è la volontà di lasciarsi alle spalle la solita Italia, ma poi tale consenso è utilizzato per difendere quello statalismo che la base leghista desidererebbe, giustamente, veder spazzato via una volta per tutte. Se c’è urgenza di un vero dibattito all’interno della Lega, è su questi temi che deve svilupparsi, assai più che sul nome del prossimo capogruppo alla Camera, o sui conflitti tra i fedelissimi di Bossi e quelli di Maroni.


L’albero genealogico della "mucca Carolina" ci costa 7,5 milioni


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Le voci di bilancio del ministero delle Politiche agricole: 81 milioni di euro liquidati per l’irrigazione dei campi


L’albero genealogico della mucca Carolina? L’imprenditore agricolo è in grado di realizzarlo. Può approfittare dei circa 7,5 milioni che il ministero delle Politiche agricole mette a disposizione delle associazioni e dei singoli operatori per adottare tecniche che consentano di migliorare la qualità delle razze come i libri genealogici.

È un errore pensare che l’Unione Europea sia il solo soggetto a finanziare la nostra agricoltura tramite la politica comune. Che per l’Italia vale ogni anno circa 4 miliardi. Ed è altrettanto erroneo pensare che al nostro ministero delle Politiche agricole, pertanto, spetterebbe solamente un compito di coordinamento e di ulteriore difesa delle produzioni italiane in un ambito ormai soggetto alla concorrenza globale. Basti pensare agli attacchi concentrati del «Parmesan» sul nostro Parmigiano Reggiano.

La tradizione e la storia prevalgono su tutto il resto. Può un ministero sopravvissuto al referendum abrogativo limitarsi all’ordinaria amministrazione? Ovviamente no. C’è sempre quella straordinaria. Come l’infrastratturazione delle reti irrigue. Un capitolo di bilancio che vale complessivamente 81 milioni di euro. Chi mette in pratica il piano irriguo? I vecchi consorzi di bonifica che però sono di competenza delle Regioni, cioè di quelle che li hanno mantenuti in vita.

Contribuisce all’assegnazione di questi interventi anche l’ex Agensud, la parte ancora vivente sebbene commissariata della Cassa per il Mezzogiorno. A queste cifre si devono poi aggiungere i contributi per l’Ente irriguo di Puglia, Lucana e Irpinia e quelli per l’Ente Umbro Toscano che valgono complessivamente 319mila euro.

Circa 24 milioni di fondi sono poi destinati alle Regioni a statuto speciale perché li impieghino per le politiche di settore. E poi c’è la voce più importante (117 milioni circa): il fondo di solidarietà nazionale. L’assicurazione contro le calamità naturale porta il totale di queste risorse a 227 milioni.

Non è finita. Il ministero è dotato di una serie di agenzie e commissioni che si occupano dei problemi agro-zootecnici. C’è l’Agea (120 milioni nel bilancio del Tesoro) che funge da organismo pagatore dei contributi comunitari. Si era anche diffusa la voce di un commissariamento, vista la propensione tremontiana ai tagli, ma il presidente leghista Fruscio ha fatto fuoco e fiamme in Parlamento e per ora ha evitato la chiusura. Lamentandosi ovviamente della diminuzione delle risorse. 

C’è il Consiglio per la ricerca in agricoltura (100 milioni circa) che si occupa soprattutto di studiare il menoma e le patologie di frutta e verdura. E infine c’è l’Unire (150 milioni) che si occupa dei cavalli sia della loro selezione che dell’allevamento e infine del loro impegno nello sport compresa previdenza e assistenza di fantini e allenatori. Unire è pure la concessionaria delle frequenze sulle quali si trasmettono le corse e beneficia pure di parte dei proventi delle scommesse ippiche. Il totale è di 370 milioni e forse, visti i tempi, qualche ulteriore risparmio si potrebbe conseguire.

Non poteva mancare il settore ittico che tra uno sgravio e l’altro assomma oltre 57 milioni di euro. La spesa maggiore è per gli incentivi per la salvaguardia dell’occupazione (44 milioni) che servono a evitare le periodiche rivolte che si organizzano nei nostri porti quando la domanda cala oppure quando la normativa europea diventa più restrittiva e ostacola l’attività tradizionale. Altri 4,5 milioni vanno ai programmi di sviluppo della pesca e 3,4 milioni alle imprese che la esercitano.

Tutto normale, si direbbe, ma fuori da questo calcolo restano alcune voci di spesa un po’ singolari. Come definire, infatti, i 475mila euro per la promozione dell’associazionismo sindacale? E i 775mila euro per lo sviluppo dell’associazionismo? E gli 1,1 milioni per la realizzazione di centri servizi promossi dalle organizzazioni sindacali? Sono 2,3 milioni di euro dedicati alla funzione «cuscinetto» del sindacato. E sono oltre il doppio dei 900mila euro dedicati alle statistiche e alle rilevazioni congiunturali del mercato ittico.

In fondo, gli operatori del settore primario sono per la maggior parte microimprese, come le aziende industriali. Più restano tali più questa invasività del ruolo di supplenza dello Stato resterà tale.



Ecco dove l'Italia butta i soldi Quegli sprechi bestiali per balene e pipistrelli...


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Continua l'inchiesta del Giornale sulle follie dello Stato. Le strane spese del ministero dell’Ambiente: per "Ciro", il dinosauro vissuto attorno a Benevento, servono 243mila euro. Quanti soldi buttati pure sui binari morti: nell'ultima Finanziaria del governo Prodi 2 milioni per le tratte ormai dismesse


Attenzione! Rischiamo di perdere il Santuario dei mammiferi marini, altrimenti detto dei cetacei. L’allarme è stato lanciato nel maggio scorso dagli assessorati all’Ambiente di Liguria e Toscana perché il segretariato esecutivo dell’organizzazione si sta trasferendo a Montecarlo.

L’appello è rivolto al ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, già incalzata più e più volte sul tema da Legambiente. Eppure ben a guardare lo stato di previsione 2011 del ministero non si può dire che l’Italia non faccia niente. Ci sono oltre 119mila euro per questo capitolo: 94mila euro per la sua attuazione e 25mila euro per il comitato di pilotaggio.

D’altronde si tratta dell’esecuzione di un accordo internazionale per preservare lo spazio marittimo compreso tra Sardegna, Toscana, Liguria, Costa Azzurra, Provenza e Principato di Monaco. L’area più densa di cetacei del Mediterraneo: delfini, capodogli e similari. E il ministro è così sensibile che l’anno scorso ha pure bloccato una competizione motonautica in Toscana per evitare che il rumore delle imbarcazioni disturbasse i mammiferi marini...

Pacta sunt servanda, dicevano gli antichi romani. «Gli accordi si devono rispettare». Come l’accordo Eurobats che all’Ambiente costa altri 45mila euro. Cos’è Eurobats? Lo dice la parola stessa: è l’accordo europeo per la tutela e lo studio dei chirotteri, cioè dei pipistrelli. Sapevate che in Italia ce ne sono 34 specie? Dal Molosso di Cestoni all’Orecchione sardo. Grazie a Eurobats, ai ricercatori e ai volontari italiani lo sappiamo. D’altronde, gli obblighi connessi alla sottoscrizione di accordi internazionali pesano per circa 48 milioni di euro. Non sarà certo Eurobats a mandare in rovina i conti pubblici. Siamo un Paese ambientalista, lo hanno dimostrato i referendum sul nucleare.

Quindi cosa importano i 32 milioni di partecipazione al Fondo per il protocollo di Kyoto o gli 1,5 milioni per le campagne di informazione e sensibilizzazione sull’accordo per la biodiversità di Rio de Janeiro? E poi non sono proprio pochi 163mila euro per il trattato sulla conservazione degli uccelli acquatici migratori?

Conservare la natura ha il suo costo. Che non è poi così eccessivo. I contributi agli enti parco ammontano a poco più di 12 milioni di euro. Il Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise riceve 2,3 milioni ché la tutela dell’orso marsicano e del lupo è un fiore all’occhiello dell’ambientalismo «made in Italy». Ma tra gli enti che ricevono sovvenzioni c’è anche il Parco geominerario del Sulcis-Iglesiente, una sorta di memoria storica delle miniere dismesse.

Tra le prime delibere del 2011 del commissario straordinario dell’istituzione 3mila euro per il Terzo torneo nazionale di balestra antica, 5mila euro al comune di Orani per la partenza della tappa del Giro di Sardegna e l’acquisto di 100 copie del volume Le laverie delle miniere di Monteponi dal 1960 al 1965 per 2.028 euro Iva compresa. Alla fine sembra quasi un’ingiustizia che all’Ente geopaleontologico di Pietraroja, provincia di Benevento, vadano solo 243mila euro. In fondo, si deve preservare «Ciro», il nomignolo affibbiato al fossile dello Scipionyx Samniticus, un piccolo dinosauro morto dopo poche settimane di vita e uno dei pochi resti al mondo visibile nelle sue parti molli. Altro che balestre!

Ambiente vuol dire anche mobilità sostenibile. E mobilità sostenibile vuol dire recupero delle tratte ferroviarie dismesse, una «genialata» dell’ultima Finanziaria del governo Prodi che trovò 2 milioni per dodici tratte ferroviarie dismesse compresa la Gioa del Colle-Palagiano e la Lagonegro-Castrovillari. In cassa risultano 500mila euro e in quattro anni risulta avviato il recupero ciclopedonale della Voghera-Varzi. Altra eredità dei tempi di Pecoraro Scanio è il fondo per la potabilizzazione delle acque di rubinetto. Lo stanziamento 2011 è di un milione: servirebbe per bere meno acqua imbottigliata e inquinare meno. Infatti si finanzia in parte con un contributo di 0,005 euro su ogni bottiglia di materiale plastico.

La tecnologia delle celle combustibili, rivoluzione «verde» del futuro? A disposizione un milione di euro che sono meno dei 7 milioni per il fondo rotativo per la riduzione delle emissioni di gas serra, ma bisogna pur accontentarsi. Non sono grandi cifre ma sono pur sempre significative.

Il fondo per la mobilità sostenibile nelle aree urbane, invece, vale 40 milioni di euro. Con questi si possono promuovere il car sharing, il bike sharing, l’utilizzo di veicoli a basso impianto ambientale e anche le piste ciclabili e la pedonalizzazione di alcune strade. Poi ci sono 24 milioni circa per l’efficienza energetica dei quali 20 milioni destinati al solare termodinamico.
Con tutto questo daffare bisogna anche pianificare gli interventi. Infatti ben 1,8 milioni sono destinati agli studi e alle ricerche per la riduzione dell’inquinamento e 1,7 milioni alla «progettazione di interventi ambientali e promozione di figure professionali».

E poi c’è l’Ispra, l’istituto che per conto del ministero si occupa delle tematiche ambientali. Costa circa 78 milioni di euro e lo ha creato la manovra triennale tremontiana del 2008 accorpando tre enti e dunque risparmiando. Si occupa di tutto ciò che ambiente: dal bollettino dei pollini alla cartografia alle certificazioni ambientali europee (Emas ed Ecolabel). E c’è pure un Comitato ecolabel ed ecoaudit per il quale sono stanziati 300mila euro. D’altronde, adeguarsi alle normative europee ha un costo.

E poi quell’1,35 milioni per l’Agenzia per la sicurezza nucleare in cassa non saranno spesi tutti. Magari si recupererà qualcosa per altri capitoli come corsi di formazione e convegni attualmente a quota 341mila euro o per rifinanziare l’attività del Magistrato alle acque di Venezia per quanto riguarda Garda e Mincio (883mila euro). Anche se volendo si potrebbero trovare un po’ di risorse per i musei sommersi di Baia e La Gaiola nelle acque napoletane. Con gli attuali 235mila euro non si può certo scialare.


Dove buttano i soldi: adesso paghiamo pure i calciatori e gli artisti


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Pensioni per artisti, sportivi e perfino per i reduci del ’15-’18: l’assistenzialismo ci costa 27 miliardi Tremonti: non faccio tagli da Masaniello. Ma è meglio abolire le Province che tassare i risparmiatori


Ieri il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, illustrando la manovra finanziaria, sui costi della politica ha detto delle cose ragionevoli e altrettanto impopolari. Riportiamo: «Naturalmente c’è sempre la possibilità di fare atti alla Masaniello o di cambiare tutto perché tutto non cambi. Ma un governo deve fare le leggi: se vuoi fare una riforma devi fare la riforma per legge». Il riferimento è alle prerogative del nostro Parlamento, «repubblicano e antifascista» che ha una sorta di protezione da parte degli atti di imperio decisi dal governo.

Per questo l’esecutivo ha proceduto con cautela. È una risposta a chi chiedeva maggiori tagli sui costi della politica già in questa manovra.
Il Giornale continua a battersi per una riduzione del peso dell’apparato pubblico. E più volte ha sottolineato come tagli degli stipendi, delle pensioni e degli appannaggi del club Montecitorio sia non solo doveroso in sé, ma obbligatorio quando si chiedono sacrifici alla totalità della popolazione. Mutuando la terminologia del ministro utilizzata per il pareggio di bilancio, sosteniamo la necessità civile ed etica di tagliare i costi della politica. Sappiamo che non si realizza il pareggio di bilancio con la sola riduzione dei costi della politica. Ma crediamo anche che se il governo non si dà una mossa, di Masanielli in giro ne vedremo parecchi.
Non vogliamo dunque un governo Masaniello (ci basta quello di Napoli) ma ci si permetta una domanda non retorica. Un governo così rispettoso delle prerogative del Parlamento, davvero crede che lo stesso Parlamento che pochi giorni fa ha bocciato in modo bipartisan l’abolizione delle Province, sia in grado di tagliare qualcosa che lo riguardi?

Poco prima della conferenza stampa del ministro, i parlamentari hanno infatti votato più o meno compatti contro il taglio di un ente inutile, che molti, degli stessi onorevoli, in campagna elettorale e suoi propri programmi avevano promesso di abolire.
«Cambiare tutto perché nulla cambi» è sottile ipocrisia della storia e della politica italiana, che oggi però sembra essere sostituita da una più pragmatica «non cambiare nulla perché nulla cambi». Ne acquistiamo in chiarezza, ma il risultato finale è il medesimo. Con tante Maria Antonietta che da una parte chiedono rigore e dall’altra reclamano rispetto e prerogative istituzionali. Mentre nel Paese la guerra della farina è stata sostituita con quella dei bolli.

E pure la Grande guerra ci costa due milioni


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Nel bilancio del Tesoro c’è ancora una quota per i vitalizi dei reduci del conflitto mondiale ’15-’18


«Il Piave mormorò: non passa lo straniero!». Con questa strofa i nostri antenati hanno celebrato la vittoria italiana nella Prima guerra mondiale. Ma la memoria storica è stata giustamente accompagnata da un riconoscimento economico per tutti coloro che si impegnarono nelle trincee resistendo agli attacchi delle fanterie austriache e tedesche. Con una legge del 1968 la Repubblica ha riconosciuto un assegno vitalizio e la medaglia dell’Ordine di Vittorio Veneto ai reduci e anche alle «portatrici della Carnia», eroiche volontarie che si caricavano sulle spalle gerle di 30-40 chili con i rifornimenti per i reparti avanzati.
Tutto questo dovrebbe appartenere ai libri di storia e alle commemorazioni civili. E invece no.
Nel bilancio del ministero dell’Economia c’è ancora una specifica voce per gli assegni vitalizi ai militi del ’15-’18 e delle guerre precedenti oltreché per le portatrici. Quanto vale questo capitolo? Circa 1,8 milioni di euro (3,5 miliardi delle vecchie lire). È uno stanziamento di modesta entità ed è confermato per lo stesso importo fino al 2013 per un totale di 5,4 milioni.
La loro spesa effettiva è un’ipotesi molto molto remota, tuttavia sono stanziamenti per cassa e dunque sono impegnati. La legge istitutiva dell’onorificenza (la 263 del 1968) è in vigore e non prevede che questi trattamenti siano reversibili. L’ultima portatrice, Lina Della Pietra, è morta nel 2005 all’età di 104 anni. Forse nel corso dell’anno, con l’assestamento del bilancio, la somma si ridurrà come accaduto nel 2010 (da 1,3 milioni a 91mila euro), ma la voce di spesa si riproporrà comunque.

Certo, è solo una goccia nel mare del complesso degli stanziamenti del Tesoro riguardanti il capitolo previdenziale. Sempre per restare in tema va ricordato che per le pensioni di guerra e medaglie al valor militare erogate a vario titolo sono appostati 848,9 milioni di euro. Niente da dire, per carità, ma il sistema appare costoso o, per lo meno, antiquato. Le commissioni mediche per il riconoscimento e la verifica comportano una spesa prevista in 17,5 milioni di euro, mentre altri 500mila euro se ne vanno per le spese di notifica.
Si tratta di dettagli, sebbene evocativi di un’organizzazione statale basata ancora su modelli ottocenteschi piuttosto che sulla contemporaneità. D’altronde, l’Italia è stata pensata, voluta e disegnata come uno «stato sociale» che accompagna tutti dalla culla fino alla bara ed è sempre presente anche perché - e i vitalizi di guerra ne sono un esempio - può chiedere, in cambio dell’assistenza, la vita stessa dei propri cittadini per motivi di difesa. In virtù di questo scambio sociale è direttamente lo Stato a rispondere per il rischio di guerra e a eventuali danni. È il caso dei 5,1 milioni che il Tesoro destina all’Inail e alle soppresse casse mutue marittime (Adriatica, Tirrenica e Meridionale confluite da quindici anni nell’Ipsema) per questo tipo di assicurazione.

Ed è proprio in virtù di questo principio fondativo che bisogna «ingoiare» o quantomeno accettare i 18,856 miliardi assegnati all’Inpdap, l’ente previdenziale dei dipendenti pubblici che rappresentano le mille articolazioni dello Stato.

Di questo ammontare 10,4 miliardi costituiscono il «contributo aggiuntivo» e 8,456 miliardi le anticipazioni sul fabbisogno, ossia le cifre che la Tesoreria «presta» alle gestioni previdenziali per garantirne i pagamenti anche perché i 59 miliardi di sole entrate contributive non sono sufficienti per far fronte ai circa 70 miliardi di uscite correnti. Basterebbe questo conto per giustificare i «giri di vite» - veri e presunti - sui trattamenti previdenziali dei dipendenti pubblici che Tremonti e Sacconi stanno studiando con la prossima manovra.
Ultimo ma non meno importante è il capitolo relativo alle Gestione assistenziale (Gias) dell’Inps a carico del Tesoro. La parte principale è nel bilancio del ministero del Lavoro, ma anche Via XX Settembre contribuisce al ripiano degli squilibri di alcuni fondi pensione. In particolare, il capitolo di spesa più consistente è il contributo per il ripiano del disavanzo del Fondo pensioni delle Ferrovie dello Stato, stimato per l’anno in corso a 3,9 miliardi di euro. Senza questo «aiutino» gli 813 milioni di contributi non basterebbero per erogare circa 4,8 miliardi di pensioni.
Lo stesso discorso vale, seppur in misura più limitata, per i circa 60 milioni destinati agli squilibri della previdenza degli enti portuali di Genova e Trieste. Di natura più assistenziale il capitolo relativo ai 3 milioni di euro per il pensionamento anticipato dei lavoratori portuali in esubero.
È il portato di un decreto legge del 1997 che concesse alle Autorità portuali di Genova, Trieste, Napoli e Venezia il pensionamento anticipato di 500 dipendenti con relativo «scivolo». Nel 2011 l’onere è ovviamente a bilancio.
Bisogna tornare indietro con la memoria pure per comprendere due altri stanziamenti giustificati dal fatto che fino a una ventina di anni fa Poste e Telecomunicazioni erano enti interamente pubblici. Si spiegano così i 40 milioni di euro destinati all’Inps per la posizione assicurativa del personale Iritel.
Senza dimenticare un miliardo di euro a carico del Tesoro per il trattamento di quiescenza (la liquidazione) del personale di Poste Italiane.

Adesso è il momento di scegliere: più si cercherà di difendere questo tipo di welfare - al di là delle prestazioni individuali che in alcuni casi sono esigue - più aumenterà questo tipo di spesa.
E per sostenerla ci sono solo due modi: aumentare la pressione fiscale e contributiva oppure vendere a prezzi di saldo il patrimonio per recuperare la liquidità necessaria a soddisfare le spese correnti. In quel caso, lo straniero potrebbe varcare la linea del Piave.


Calciatori e attori di provincia? Paghiamo noi le loro pensioni


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Lo Stato copre per quasi 95 milioni di euro le prestazioni previdenziali di sportivi e lavoratori dello spettacolo. Altri 27,5 miliardi per puro assistenzialismo all’Inps


Le pensioni dei peones del calcio, quelli che calcano i campi di quella che una volta si chiamava Serie C, e quelle degli attori e dei musicisti che bazzicano teatri «off» di provincia? Le paghiamo anche noi. Lo Stato con le sue entrate finanzia numerose prestazioni previdenziali tra le quali anche una quota parte dei trattamenti dell’Enpals, l’ente previdenziale per lo spettacolo e lo sport.
Lo rivela il bilancio di previsione del ministero del Lavoro che assegna all’Enpals 94,5 milioni. Dal budget di questo istituto, invece, si può desumere che 304.710 euro andranno al Fondo sportivi professionisti, tra i quali i calciatori, e la restante parte dello stanziamento ai lavoratori dello spettacolo e alla varie forme di decontribuzione.
Se l’Enpals grazie ai maxistipendi di star come Nesta, Gattuso, del Piero e Pazzini può chiudere i propri bilanci in attivo bisogna domandarsi che cosa sarebbe l’Inps senza i 90 miliardi di trasferimenti dello Stato? Un pozzo senza fondo perché sono proprio quelle risorse a garantire l’equilibrio economico dell’istituto di previdenza.
Nel preconsuntivo 2011 dell’ente guidato da Antonio Mastrapasqua la realtà è spiegata nel dettaglio. Per 62 miliardi di euro si vanno a coprire oneri pensioni pensionistici, con 9,5 miliardi circa si coprono le forme di integrazione salariale, mentre altri 3,5 miliardi sono destinati agli assegni familiari. Circa 16 miliardi, infine, sono dedicati agli sgravi fiscali e contributivi. Il nome di questo «motore» che garantisce dinamismo ai conti dell’Inps è Gias, un acronimo che indica la «Gestione degli interventi assistenziali e di sostegno alle gestioni previdenziali». Nei bilanci dei ministeri si può osservare specularmente il fenomeno?
Sì. E, in un certo senso, anche meglio perché, sebbene diluite tra Economia e Lavoro, quelle risorse si ritrovano più o meno tutte e con l’indicazione della loro specifica destinazione. Un rendiconto che consente di distinguere due diverse facce dello Stato. Da un lato l’organismo che spende per aiutare coloro che hanno veramente necessità e per sostenere le imprese che creano lavoro. Dall’altro lato, un colossale ente benefico che utilizza l’assistenzialismo come forma di mantenimento della pace sociale.

Inutile girarci attorno. Ci sono 27,5 miliardi di euro nel budget del Lavoro che sono vero e proprio assistenzialismo d’antan. In particolare i 17,2 miliardi delle «quote di mensilità di pensione e di sostegno alle gestioni previdenziali». Un obbligo derivante dalla riforma dell’Inps e dell’Inail del 1989 che assegnò allo Stato il compito di finanziare quota parte del fondo pensioni lavoratori dipendenti, delle gestioni dei lavoratori autonomi, la gestione speciale dei minatori. Colpa della Finanziaria del 1988, approvata in ritardo nel marzo dello stesso anno causa debolezza endemica del «governicchio» Goria.
Ai cittadini tocca riequilibrare e farsi carico pure degli oneri pensionistici di coltivatori diretti, mezzadri e coloni anteriori al 1989: una voce da 3 miliardi di euro che tappa i buchi di una particolare categoria soggetta a una discontinuità contributiva endemica causa lavoro nero, stagionale e via discorrendo.

Altri 1,6 miliardi vanno a coprire i pensionamenti anticipati, mentre con 4,5 miliardi si sostengono le pensioni di invalidità erogate prima della riforma del 1984. Infine 1,2 miliardi vanno alla rivalutazione delle pensioni d’annata, una sorta di «scala mobile» applicata ai trattamenti pensionistici degli anni ’70-’80 e precedenti che hanno sofferto l’erosione dovuta agli elevati tassi di inflazione di quel periodo.
A questo complesso devono poi essere aggiunti gli 1,2 miliardi di finanziamento statale al Fondo ex-Inpdai dell’Inps, la gestione dell’ente per i dirigenti d'azienda soppresso nel 2003. Altri 874 milioni sono costituiti da anticipi per il fabbisogno Inps.

Questa «macchina» si muove gratis? No. Il ministero copre anche le spese di funzionamento del Gias che nel 2011 sono stimate in circa 395 milioni.
E così brucia una parte degli 1,8 miliardi di contributi che vengono dal finanziamento privato della cassa integrazione e della mobilità. Altri 16,7 miliardi vanno alle pensioni di invalidità civile sperando che la riforma Brunetta con l’intensificazione dei controlli eviti forme di spreco come quelle che si sono verificate in alcune aree del Mezzogiorno.
Discorso diverso, invece, per gli oltre 12,7 miliardi di sgravi contributivi. Non sono uno sperpero perché compensano l’Inps dei mancati introiti legati agli incentivi. Forse varrebbe la pena ragionare sulla possibilità di passare dal regime di decontribuzione all’abbassamento della pressione fiscale. La palla passa a Tremonti e Sacconi. Chissà se faranno gol.

La spesa per i forestali calabresi? Il doppio dei ranger del Canada


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Sono sempre lì quei 160 milioni. Sono una costante di tutte le leggi di bilancio quelle due parentesi che contengono lo stanziamento relativo alla vecchia Unità previsionale di base e che suonano un po' anonime con il loro burocratese: (22.2.1) (4.2.1). Ma quando si legge il titolo, tutto si fa più chiaro: «contributo speciale alla regione Calabria per l'attuazione degli interventi straordinari di competenza regionale nei settori della silvicoltura, della tutela del patrimonio forestale, eccetera».

Sì, avete capito bene sono i «famigerati» forestali calabresi, un esercito di circa 10.500 persone deputato alla sorveglianza e alla tutela di un'area boschiva di 6.500 chilometri quadrati. Due volte e mezzo i ranger canadesi che sovrintendono a un patrimonio forestale di 400mila chilometri quadrati. Ma si tratta di un'eredità del passato, dei tempi dell'intervento straordinario per il Mezzogiorno, quando un socialista alla Mancini o un democristiano alla Misasi con un'alzata di sopracciglia elargiva un posto pubblico o una pensione di invalidità.

Ci aveva provato pure il severissimo Roberto Calderoni a risolvere il problema nel 2004 ma senza successo. Si sono succeduti due governi Berlusconi e un governo Prodi, nel frattempo sono passati tre governatori regionali (Chiaravalloti, Loiero e Scopelliti) e il contributo è sempre lì, uguale a se stesso 160 milioni necessari per coprire i due terzi del costo del pattuglione (gli altri 80 milioni li mette la Regione).

Perché nessuno ha fatto niente? Molto semplice: il mero effetto annuncio produce automaticamente un blocco sine die della Salerno-Reggio Calabria «occupata» dai protestanti. E così l'unica corsia per senso di marcia (giacché i lavori lì sono perenni) è inutilizzabile. Insomma, si tratta anche di una tassa sul quieto vivere anche se prima o poi bisognerà smettere di pagarla. Certo, c'è sicuramente uno squilibrio considerato che il ministero devolve 160 milioni alla punta dello Stivale per i forestali e solo 4,157 milioni a tutte le altre Regioni.

Comunque il contributo per i forestali calabresi fa parte di un ambito più complesso del bilancio del ministero dell'Economia che è quello dei trasferimenti agli enti locali che vale circa 650 milioni (745 milioni considerando pure i trasferimenti per Venezia che vedremo in seguito). A fare la parte del leone è il contributo per il risanamento finanziario del Comune di Roma con 300 milioni di euro per agevolare il piano di rientro.

Si potrebbe affermare che quel denaro è necessario per non bloccare finanziariamente la Capitale prostrata dai 12,4 miliardi del «buco» lasciato in eredità da Walter Veltroni. Non l'ha creato tutto l'ex sindaco sia chiaro ma è l'eredità di una cinquantennale gestione allegra delle casse capitoline e che comprende ancora somme inevase relative agli espropri per le Olimpiadi 1960. In ogni caso, lo Stato anticipa a Roma il denaro per pagare i mutui sul debito e al tempo stesso non azzerare l'ordinaria amministrazione.

Sul capitolo in questione il sindaco Alemanno e il ministro Tremonti hanno più volte battibeccato, ma fino a quando il Comune non riuscirà a dismettere parte del proprio patrimonio immobiliare per fare cassa e sgravarsi di alcuni oneri, l'impressione è che i contribuenti italiani pagheranno un pezzettino della mondanità veltroniana, degli interventi per il Giubileo e anche delle Olimpiadi del 1960 che vi abbiano assistito oppure no.

Roma beneficia poi di parte dei 50 milioni per i Comuni in gestione commissariale straordinaria e nel 2012 riceverà altri 30 milioni per le infrastrutture. C'è poco da lamentarsi visti i tempi di magra.
La singolarità di questo capitolo del bilancio dello Stato, tuttavia, è la sua vocazione puramente assistenziale. Si respira in tutte queste voci un odore di vecchia politica: l'arte di costruire il consenso garantendo un po' di mance a tutti quanti.

Ecco perché vi si ritrovano i 18 milioni di annualità ventennali per gli interventi edilizi del Comune di Napoli che di qualche metro cubo di cemento in più ha sempre bisogno perché c'è gente che vive ancora nei «bassi». E poi ci sono 47,5 milioni di annualità quindicennali per gli interventi sul patrimonio idrico degli enti di bonifica e dei consorzi, altra pagina «storica» del keynesismo all'italiana.

Infine 40 milioni per il trasporto pubblico locale nelle Regioni dei quali 35 allo scopo di sostenere il settore e 5 milioni per acquistare veicoli a basso impatto ambientale come possono essere bus a metano o elettrici o altre amenità del genere. Tanto pagano i cittadini.

Alla «storia d'Italia» i nostri politici sono proprio affezionati, altrimenti avrebbero rimosso da tempo quei 2,5 milioni per gli interventi nel bacino idrico dell'Arno, ma siccome un altro 1966 è sempre dietro l'angolo avranno pensato che anche un micro-stanziamento può esorcizzare una nuova sciagura.

Questa carrellata non poteva non concludersi con due voci dal gusto un po' retrò. Si tratta di due contributi per l'assunzione dei dipendenti di istituti finanziari meridionali disciolti: 485mila euro vanno all'Arsial Lazio e 765.551 alla Regione Campania. In totale fanno 1,25 milioni di euro per conservare alla patria alcuni dipendenti pubblici che altrimenti avrebbero rischiato di perdere il posto. C'è poco da dire, la morale è sempre la stessa: la spesa pubblica improduttiva impoverisce lo Stato e i cittadini, ma evita le rivolte sociali. Fino a quando questa equazione sarà ritenuta valida da parte della classe dirigente?







Per Torino 2006 paghiamo ancora 144 milioni l’anno


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Nel bilancio di previsione 2011 del ministero dell’Economia il programma di spesa per la salvaguardia di Venezia comprende anche gli interventi per le Olimpiadi invernali di Torino 2006. Le annualità quindicennali per questo capitolo ammontano a 144 milioni di euro.


Significa che quest’anno lo Stato prevede di spendere tale cifra per le infrastrutture realizzate per consentire lo svolgimento dei Giochi. Che furono un successo - come molti eventi sportivi organizzati in Italia - ma a costi poco competitivi. Molte strutture realizzate per le Olimpiadi, infatti, sono state praticamente abbandonate terminata la kermesse. A inizio 2010 il trampolino per lo ski jumping di Pragelato, costato 34 milioni, era inutilizzato.

La pista di bob di Cesana, costata 61,4 milioni, è finita nel mirino della Procura di Torino ed è chiusa da febbraio per motivi di sicurezza. Ma grazie all’intervento della presidenza del Consiglio sono stati sbloccati 40 milioni di euro avanzati all’Agenzia Torino 2006 per consentire all’attuale gestore degli impianti di proseguire la propria attività trasformando le strutture in una «Coverciano della neve» per l’allenamento degli atleti azzurri degli sport invernali. Se non altro, pur a fronte di una spesa elevata, è stato evitato l’effetto «cattedrale nel deserto» di alcuni impianti realizzati per Italia ’90.







Come è cara Venezia Un vanto che ci costa 386 milioni di euro


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«Com’è triste Venezia soltanto un anno dopo, com’è triste Venezia se non si ama più», cantava con la sua voce inconfondibile Charles Aznavour.


Ma per i contribuenti italiani bisognerebbe cambiare aggettivo e usare «cara». Nel senso di «costosa» perché conservare una delle città più belle del mondo costerà nel 2011, secondo gli stati di previsione dei ministeri interessati (Economia, Infrastrutture, Ambiente e Beni culturali) la bellezza di 386.725.597 euro. E non stiamo parlando del Mose, il sistema di dighe elettromeccaniche per le quali il Cipe stanzia ogni anno una cifra più o meno analoga.

Il discorso è molto diverso e merita un breve prologo. Quasi tutti questi denari - eccettuato lo stanziamento del dicastero guidato da Giancarlo Galan - si riferiscono a una stratificazione di leggi (ben 5 dal 1963 al 1995) che hanno come scopo quello di garantire la salvaguardia del capoluogo veneto. Per mettere in pratica questo corpus sono serviti numerosi decreti ministeriali, quattro leggi regionali del Veneto e varie ordinanze provinciali e comunali.

Per governare il processo amministrativo occorrono ben due distinti organi. Il primo è il famoso «Comitatone» che riunisce sotto l’egida della presidenza del Consiglio tutte le autorità che si interessano della difesa della laguna (incluso il Comune di Cavallino-Treporti). Il secondo è il concessionario pubblico che per conto del ministero delle Infrastrutture si occupa della realizzazione materiale degli interventi: il Magistrato delle Acque di Venezia, erede di un istituto della Serenissima.

Tale ammasso di burocrazia spiega da solo perché sia stata necessaria la legge Obiettivo per avviare il Mose, un progetto elaborato tra gli anni ’70 e ’80 e avviato dal premier Berlusconi nel 2003. Resta però da comprendere quali processi siano alla base degli interventi di ordinaria e straordinaria manutenzione di Venezia.

E occorre partire dal ministero delle Infrastrutture per comprendere quale crescendo rossiniano di spese si celi dietro questa macchina complessa. Il primo stanziamento che si incontra sono i 34mila euro per il Centro sperimentale di modelli idraulici di Voltabarozzo, in provincia di Padova, che si occupa di elaborare i sistemi di difesa. 
 
Seguono i 235mila euro per l’Ufficio di piano del Magistrato delle Acque, cioè l’ufficio tecnico che definisce e calendarizza i progetti. Seguono i 7,97 milioni destinati alle associazioni private che si occupano di difendere Venezia. E poi la spesa di maggiore entità: i 135 milioni di annualità quindicennali per l'aggiornamento degli studi sulla Laguna (un campo che spazia dalle procedure anti-inquinamento alla battaglia contro le alghe fino alla realizzazione di interventi vari anti-degrado).

Superata la fase progettuale si passa a quella esecutiva. Che cosa c’è sul piatto della bilancia? Altri soldi. Alla Provincia di Venezia sono destinati 6,5 milioni di euro per il restauro dei beni di pertinenza dell’ente a Venezia e a Chioggia. 

Al Comune - giustamente - va la fetta di torta più grande: 123,4 milioni che sono destinati alla manutenzione di ponti e canali e alla prosecuzione delle normali attività socio-economiche, ma in gran parte finiscono per essere destinati come contributi in conto interessi e in conto capitale ai privati e agli enti che restaurano i propri immobili. Risulta esaurito - per cancellazione del capitolo di bilancio - il contributo ai mutui per l’acquisto della prima casa a Venezia.

Seguono 1,3 milioni di euro di annualità quindicennali per la conservazione del Comune di Cavallino-Treporti e 6 milioni per gli interventi di competenza del Comune di Venezia e di quello di Chioggia. All’Autorità portuale di Venezia vanno 4,75 milioni per i canali navigabili mentre a quella di Chioggia 805mila euro per le opere portuali. 

Dal ministero dell’Ambiente arrivano altri 11 milioni. Il servizio di polizia lagunare del Magistrato costa 10 milioni. Un altro milione è destinato al Comitato di vigilanza sull’uso delle risorse idriche (Coviri) ed è così suddiviso: 470mila euro di spese di funzionamento del Coviri, 470mila per la segreteria tecnica che si occupa di migliorare gli standard dei processi e 85mila euro per il sistema di coordinamento e controllo degli interventi finalizzati al riequilibrio idrogeologico.

Ultimo ma non meno importante il ministero dell’Economia che per 81,5 milioni finanzia gli interventi della Regione Veneto per la salvaguardia e destina altri 9,2 milioni al governatore Zaia per la manutenzione dei rii. Secondo il Comune, da qui al 2030 servirebbero circa 43 milioni all’anno (38 a carico dello Stato) anche per gli impianti fognari considerato che la legge speciale per Venezia prevedeva oltre 1,2 miliardi in trent’anni, ma Tremonti ha tagliato i fondi. Senza quei 760 milioni circa è a rischio la sopravvivenza stessa della città. Sarebbe a dire che Venezia sarebbe condannata a morte se lo Stato, per un motivo o per un altro, non potesse provvedere al fabbisogno.

In quest’ottica sembrano noccioline i 2 milioni che ogni anno il ministero dei Beni culturali destina alla Biennale, l’ente che si occupa di organizzare manifestazioni artistiche inclusa la Mostra del Cinema. Questi 386,7 milioni sono ben spesi oppure no? Una cosa è certa: finanziano microinterventi e in qualche misura contribuiscono all’economia di Venezia. Ma senza questo «respiratore artificiale» la città sarebbe in grado di vivere o continuerebbe a spopolarsi come negli ultimi anni?

E considerato che numerose associazioni internazionali a carattere privato si profondono per salvare il patrimonio culturale di Venezia, non sarebbe il caso di pensare come accaduto di recente per il Colosseo con Diego Della Valle che sia meglio affidare a uno sponsor questi interventi? Ci si potrebbe pensare anche per consentire a Stato, Provincia e Comune di svolgere meglio il loro rispettivo ruolo.






Ecco dove buttano tutti i nostri soldi


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Paghiamo ancora per i terremoti di decine di anni fa o per i mutui contratti nell’altro secolo. Questa è la vera bomba ad orologeria. Il terremoto che ci svuota le tasche


Un’inchiesta dettagliata, voce per voce, del mostruoso bilancio dello Stato. Ecco cosa ci siamo proposti di fare. Un grande economista liberale di inizio ’900, Amilcare Puviani, sosteneva come i conti dello Stato rappresentino una gigantesca illusione finanziaria. La loro scarsa trasparenza dà l’illusione che i nostri governanti, di qualsiasi ordine, grado e colore, perseguano l’interesse pubblico, ma nella realtà tutelano le molteplici caste che negli anni si sono succedute.
La caratteristica principale dei bilanci pubblici (oltre alla loro scarsa trasparenza) è il cosiddetto effetto trascinamento. Se per qualche motivo, in qualche epoca storica, si decide di destinare delle risorse ad un comparto, ad una combriccola, ad una finalità, tagliare ciò che è stato elargito è difficilissimo.
I casi di cui scrive oggi Gian Maria De Francesco sono clamorosi: 
Paghiamo ancora per i terremoti di decine di anni fa o per i mutui contratti nell’altro secolo. Non solo ci trasciniamo la pesante eredità del debito pubblico, ma anche leggi di spesa i cui effetti si protraggono nel tempo.
Questa è la vera bomba ad orologeria, che è già scoppiata e tra le cui macerie viviamo ogni giorno. La politica, indipendentemente dal suo colore, ha una straordinaria incapacità di intervento. Si mischiano interessi particolari, diritti acquisiti (nel lontanissimo passato), e circoli di interesse che non hanno alcuna intenzione di mollare la presa. Una politica forte dovrebbe intervenire senza indugio. E nelle prossime settimane, in più puntate della nostra inchiesta, indicheremo nome, cognome e indirizzo dei capitoli di bilancio sui quali esercitare le forbici.
Ma una politica è forte quando su di essa non cadono sospetti. Prima di disboscare le follie del passato, deve tagliare dentro casa sua. Il ridimensionamento dei costi della politica (come abbiamo abbondantemente sostenuto ieri) non è risolutivo dei saldi complessivi. Ma gli uomini del Parlamento non possono chiedere un penny alle tante corporazioni che li circondano, se prima non hanno la coscienza pulita. Nella nostra inchiesta documenteremo bene anche i conti che riguardano gli uomini pubblici.
Ma la lotta alla casta (come ora si usa definire) ha un senso solo se essa è lotta nei confronti di tutte le caste. E il bilancio dello Stato è la perfetta fotografia di questa Italia medievale. In cui ognuno ha un pezzetto di bilancio che in qualche maniera lo riguarda. Si tende in genere a pensare che la forbice vada usata solo per il vicino e ci si considera immuni dallo spreco e dall’elargizione. Non è così.
Con un bilancio dello Stato che vale in termini numerici più della metà della ricchezza prodotta in un anno in Italia, questa è una comoda illusione in cui i presunti virtuosi fingono di accomodarsi. Godetevi, senza farvi il sangue troppo amaro, la lettura. 






Perseguitati dai mutui eterni: bruciati 4 miliardi ogni anno


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Gravano ancora i prestiti accesi nel 1992 per liquidare l’Efim e per privatizzare il Banco di Napoli nel ’96. Ma anche per colmare i buchi nella sanità di 20 anni fa


Il modello «pay over time» è stato messo a dura prova dalla crisi recessiva degli ultimi anni. Le formule di pagamento ultradilazionate e ultrafacilitate che hanno spinto le famiglie statunitensi a indebitarsi senza essere sicure di poter onorare i propri impegni (vedere alla voce «mutui») sono state giudicate con severità da analisti ed economisti. Noi italiani ci siamo difesi meglio perché da decenni ormai l’indebitamento è guardato con grande diffidenza e l’acquisto di una casa o di qualsiasi altro bene è rinviato se le risorse disponibili non lo consentono.
Per gli italiani funziona così. E per l’Italia? Non proprio. Visto che nello stato di previsione del ministero dell’Economia ci sono oltre 4 miliardi di mutui e altri prestiti da onorare annualmente. Non è poco. È in pratica una manovra correttiva. Certo, rivedere questo capitolo di spesa al ribasso sarà molto difficile.

Anche se per più della metà si tratta di prestiti che lo Stato ha fatto con se stesso, cioè con la Cassa depositi e prestiti (Cdp) che, pur essendo stata privatizzata, è ancora a maggioranza pubblica (70 per cento al Tesoro, 30 per cento alle Fondazioni bancarie). Ma è il principio di fondo che va rimesso in discussione anche per il futuro: se si deve spendere, meglio farlo utilizzando prevalentemente ciò che si ha in cassa piuttosto che far ricadere per anni sulle spalle dei contribuenti gravami dei quali nessuno vorrebbe ricordarsi.
Come l’Efim, ad esempio. Un buco di 6 miliardi di euro tappato faticosamente dal 1992 in poi con la sua faticosa liquidazione che procede ancor oggi attraverso Fintecna che gestisce gli ultimi contenziosi. La terza holding di Stato dopo Iri ed Eni impiegava nei fulgidi anni ’70 circa 50mila dipendenti e le sue aziende spaziavano dall’avionica, alla costruzione di autobus, dalla metalmeccanica fino al vetro, dall’alluminio e ai surgelati. Oggi non esiste più ma si continua a pagare 183 milioni di mutui, residuati di un passato che fu.
E altri 40 milioni ci costa il Banco di Napoli, la banca del regno delle Due Sicilie che fu statalizzata con l’unificazione, utilizzata come veicolo di finanziamento della politica e degli amici della politica meridionale per tutta la Prima Repubblica. Quasi fallita fu salvata con un’abile idea: scorporare gli attivi di pessima qualità e tenere il resto. Se la aggiudicò per la cifra irrisoria di 60 miliardi di vecchie lire la cordata Bnl/Ina che poi lo cedette al San Paolo di Torino (oggi Intesa San Paolo).

Ma lo Stato continua a pagare le scelte sbagliate del passato, proprio con quei 41 milioni, finalizzati alla privatizzazione di un istituto semi-decotto dopo la belle epoque di Ferdinando Ventriglia.
Un’altra eredità del passato è rappresentata dai mutui contratti per finanziare le infrastrutture del Giubileo 2000: una serie di realizzazione per le quali tutti i contribuenti pagheranno quest’anno 142 milioni di euro. E bisogna pensare che non si tratta solo di miglioramenti per Roma e il Vaticano, ma anche di opere realizzate nel resto d’Italia per facilitare l’afflusso verso gli altri luoghi di culto. E che continuano a pesare sul bilancio pubblico.
Osservati nel loro complesso questi mutui contratti con Cdp rappresentano «bruscolini» se paragonati ai 500 milioni che si spendono per i vari finanziamenti concessi per il ripiano del deficit sanitario delle Regioni ai quali lo Stato contribuisce. È difficile, perciò, non pensare che dietro ogni mutuo si nasconda uno spreco più o meno mascherato. Da un lato, gli «stipendifici» delle holding di Stato, dall’altro le spese folli dell’intervento nel Mezzogiorno e dall’altro ancora le inefficienze del settore sanitario.
È solo la punta di un iceberg: giacché risultano 38 milioni impegnati per i disavanzi del Servizio sanitario nazionale nel 1989 e nel 1991 (con annesso sbilancio della Croce Rossa nel 1991), mentre altri 5 milioni sono destinati al finanziamento della spesa sanitaria nel 1987 e nel 1988. Niente da aggiungere: è solo la fotografia di un’Italia che per tanti, troppi anni ha vissuto al di sopra dei propri mezzi.

Tutte incrostazioni di un passato contrassegnato da una gestione finanziaria discutibile: 521,5 milioni di mutui per le aree depresse, 42 milioni per ripianare il deficit del settore trasporti e 15 milioni per i mutui del trasporto pubblico locale e 535 milioni per i finanziamenti accesi per l’Alta Velocità da Infrastrutture spa. Altri 15, 5 milioni sono stati destinati alle comunità montane per sostenere il Fondo nazionale per la montagna.
Oltre quattro miliardi vanno via così. Come i prestiti da 3,5 milioni per la stabilizzazione dell’Unire, l’ente che si occupa di razze equine. Dai cavalli fino ai supertreni agli aerei. Ecco, l’Italia continua a essere un po’ tutto questo: un Paese dove lo Stato fa un po’ di tutto, tranne che i panettoni. Solo perché costretto a privatizzarli.



Il metano dà una mano al deficit Soldi ai comuni che non lo adottano


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«Il metano ti dà una mano» recitava un vecchio slogan pubblicitario.

Ma se si guarda al budget del ministero dell’Economia si scopre che è vero il contrario: se un Comune montano vuole il metano, lo Stato gli dà una mano. Tra i mutui erogati dalla Cassa depositi e prestiti ci sono anche 5 milioni di euro per la metanizzazione dei comuni montani sia al Nord che al Sud. Si tratta del combinato disposto di varie leggi di spesa approvate dagli anni ’80 ai giorni nostri. L’ultimo documento a quantificare le risorse impegnate è stata la Relazione previsionale e programmatica del Tesoro per il 2010.

E i dati sono significativi: dal 1980 al 2007 lo Stato ha speso oltre 2 miliardi di euro per la metanizzazione dei Comuni. Occorre sottolineare che si tratta di spese in conto capitale, investimenti per l’infrastrutturazione che in sé non sono improduttivi. Ma anche questo capitolo del bilancio avrebbe potuto essere gestito meglio considerato che in alcuni casi il Tesoro ha dovuto coprire importi ascritti ai Fondi europei che non sono stati spesi (oltre 3,6 milioni a fine 2008). 
Il risultato finale è che in alcuni piccoli Comuni del Sud si continuano a usare le vecchie bombole di gas con tutte le difficoltà che esse comportano. La domanda da porre è sempre la stessa: perché in Italia gli interventi necessari comportano quasi sempre ritardi e surplus di spese? Ah, saperlo...


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