lunedì 10 ottobre 2011

La nuova suoneria Nokia "inventata" da un dj italiano. Concorso vinto e jingle su 100 milioni di cellulari

Il Mattino


MILANO - È italiano il vincitore della campagna con cui Nokia ha sfidato gli utenti a usare la propria creatività per comporre una versione personale della storica melodia Nokia Tune.
Si chiama Valerio Alessandro Sizzi ha ventidue anni e vive in una piccola città in provincia di Milano. Nokia Tune Dubstep Edition è il titolo della traccia composta da Valerio. È stata selezionata tra oltre 6.200 proposte e verrà inserita nel corso del 2012 in oltre 100 milioni di nuovi smartphone Nokia.



La nuova melodia entra a far parte anche del Brand Book di Nokia e può essere ascoltata all'indirizzo http://nokiatune.audiodraft.com. Il concorso ha riscosso un enorme successo tra il pubblico con oltre 1,4 milioni di utenti che hanno visitato il sito del concorso.

Le proposte sono state ascoltate più di 11 milioni di volte e circa 100.000 persone che hanno visitato il sito hanno condiviso le melodie attraverso i social network come Facebook e Twitter. «Ho pensato che una versione di Nokia Tune allegra, moderna e di tendenza sarebbe stata l'ideale: se vuoi offrire i prodotti più moderni anche il tuo sound dovrebbe essere il più moderno possibile», ha detto il vincitore Valerio Alessandro Sizzi che lavora come dj e come produttore e A&R per un'etichetta discografica indipendente.

Lunedì 10 Ottobre 2011 - 17:24    Ultimo aggiornamento: 17:37




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Na-polentoni» La videoreplica a Telepadania

Corriere del Mezzogiorno

Ecco l'ironica risposta al servizio in cui l'emittente del Carroccio insegna la differenziata ai napoletani


I «Polentoni» danno lezioni di riciclo a Giggino

Muore a 109 anni il giorno del suo compleanno

La Stampa


Un piccolo centro della Locride dà l'addio a nonna Maria Teresa: era tra le più longeve in Italia



Maria Teresa Mercuri è morta a 109 anni
SAN GIOVANNI DI GERACE (REGGIO CALABRIA)

È morta a 109 anni, nel giorno del suo compleanno, Maria Teresa Mercuri, di San Giovanni di Gerace, piccolo centro della Locride. Le condizioni di salute della donna erano peggiorate negli ultimi giorni. Maria Teresa Mercuri, vedova da diversi anni, da tempo aveva perso anche la sua unica figlia, adottiva.

Aveva sempre vissuto in paese conducendo una vita sana e gestendo una proprietà agricola fino a quando la salute glielo aveva consentito. Autosufficiente fino a pochi mesi addietro, negli ultimi tempi è stata assistita dai nipoti. Da quando era diventata centenaria, ogni anno, in occasione del suo compleanno, i concittadini avevano organizzato una festa in suo onore.

A ricordare la scomparsa di nonna Maria Teresa ai tanti sangiovannesi emigrati in Italia è all’estero è adesso il sito dell’associazione culturale attiva nel piccolo comune della Locride.




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Brusca: Riina parlò di trattative tra Stato e mafia dopo la strage di Capaci

La Stampa


Il pentito: «Venni a conoscenza del papello nel '92 in un incontro a casa del boss Guddo. Spatuzza disse che l'attentato allo stadio. Olimpico era una vendetta contro i Carabinieri»



«Totò Riina mi parlò della trattativa con lo Stato dopo la strage di Capaci e prima della strage di via D’Amelio». Lo ha detto il pentito Giovanni Brusca  che ha deposto oggi al processo per favoreggiamento alla mafia, in corso a Palermo, a carico dell’ex generale dei Carabinieri, Mario Mori. L’ex boss era già stato ascoltato sulla trattativa, ma non era riuscito a collocare la data dell’incontro con Riina.


"Venni a conoscenza del papello tra le due stragi del '92" Giovanni Brusca seppe del "papello" durante un incontro avvenuto a casa del boss Guddo nel periodo compreso tra le stragi di Capaci e via D'Amelio. Ad informare Brusca dell'esistenza di una trattativa tra lo Stato e la mafia fu proprio il numero uno di Cosa Nostra Totò Riina. Giovanni Brusca, tornato questa mattina a deporre in qualità di teste al processo che vede imputati a Palermo il generale del Ros Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu, ha ricostruito ancora una volta di fronte alla Corte il periodo compreso tra il 23 maggio e il 19 luglio 1992. «In diverse circostanze in quel periodo incontrai Riina - ha detto Brusca - e mi disse che lo Stato se l'era fatta sotto e mi fece intendere dell'esistenza della trattativa».

"Spatuzza mi parlò dell'attentato allo stadio Olimpico" «Fino a quando Gaspare Spatuzza non me ne parlò non sapevo del progetto di attentato ai carabinieri allo stadio Olimpico. Fu lui a dirmi che serviva per vendicarsi dei carabinieri che non avevano rispettato i patti».  Brusca, che aveva già testimoniato al dibattimento, ha chiesto di tornare in aula per chiarire alcuni particolari della sua testimonianza e, però, ha anche inserito nuovi argomenti tra i quali, appunto, quello della mancata strage del ’94. Il collaboratore ha specificato che anche il capo mafia latitante Matteo Messina Denaro gli parlò di un progetto di vendetta nei confronti dei carabinieri senza, però, fare riferimento all’attentato all’Olimpico.




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L'appello di Amnesty International "La Bielorussia fermi le esecuzioni"

La Stampa

Oggi è la nona Giornata mondiale contro la pena di morte. Gli attivisti si mobilitano contro
la Bielorussia, l’unico paese europeo con la pena capitale



La protesta di alcuni attivisti a Tokyo contro l'esecuzione di un cittadino giapponese (in una foto d'archivio, aprile 2010)

Stop alle esecuzioni in Bielorussia: lo chiede l’organizzazione per i diritti umani Amnesty International in occasione della nona Giornata mondiale contro la pena di morte. «Le attiviste e gli attivisti di Amnesty International di ogni parte del mondo si mobiliteranno per chiedere la fine delle esecuzioni in Bielorussia, l’unico Paese europeo che ancora applica la pena capitale», si legge in una nota.


«Si ritiene - scrive Amnesty - che almeno 400 prigionieri siano stati messi a morte in Bielorussia dal 1991, ma il numero effettivo delle esecuzioni resta sconosciuto a causa della segretezza che circonda l’uso della pena capitale nel Paese. I prigionieri vengono informati solo pochi minuti prima dell’esecuzione, che avviene mediante colpo di proiettile alla nuca. La crudeltà della pena di morte in Bielorussia va ben oltre la fase dell’esecuzione. Le famiglie vengono informate solo settimane o persino mesi dopo, i corpi dei prigionieri messi a morte non vengono consegnati e neanche viene reso noto dove siano stati sepolti», sottolinea nella nota Roseann Rife, esperta di Amnesty International sulla pena di morte.

Amnesty porta alcuni esempi: «Il 23 settembre 2011 la famiglia del condannato a morte Andrei Burdyka ha ricevuto una telefonata dal tribunale regionale di Grodno con cui è stata avvisata che poteva recarsi al registro dell’anagrafe civile per ritirare il certificato di morte del congiunto. Burdyka e un altro uomo erano stati condannati il 14 maggio 2010 per triplice omicidio. Si ritiene che entrambi siano stati messi a morte intorno alla metà di luglio di quest’anno. La famiglia dell’altro uomo ancora attende comunicazioni ufficiali».

«Il 19 marzo 2010, la madre di Andrei Zhuk ha provato a consegnare un pacco di cibo al figlio, condannato a morte. La direzione del carcere ha rimandato il pacco affermando che il detenuto era stato ’trasferitò e l’ha avvisata di non cercare più suo figlio, in attesa di comunicazioni ufficiali dal tribunale. La mattina del 22 marzo, il personale del carcere l’ha informata che suo figlio era stato messo a morte insieme a un altro prigioniero». Nel 2010 Amnesty ha registrato migliaia di esecuzioni in 23 Paesi. Alla fine dello scorso anno, i condannati a morte in attesa d’esecuzione «erano almeno 17.800».




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111 arresti: il più grande furto di identità digitali

La Stampa

Un bottino da 13 milioni dollari, ma la polizia statunitense ha individuato la rete criminale: camerieri, negozianti, bancari
CLAUDIO LEONARDI

Ecco il “colpo del secolo”: non in un casinò, non in una banca, ma, casomai, in una banca dati. "E' di gran lunga il più grande furto di identità digitali in cui le forze dell'ordine si siamo mai imbattute" ha dichiarato l'ufficio del procuratore distrettuale di Queens County, negli Stati Uniti, nel comunicato che annuncia i mandati d'arresto per i 111 presunti responsabili: cassieri di banca, negozianti e camerieri, tutti accusati di avere rubato carte di credito per un valore di 13 milioni di dollari, in un anno e mezzo di attività.

Una rete criminale senza precedenti negli USA, che raccoglieva i numeri delle carte di credito dai posti più lontani: dalle casse dei ristoranti, da negozi, da forum online, e persino da oscuri fornitori russi, cinesi e libici.

Chissà se diventerà un film l'operazione di polizia che ha condotto venerdì alla cattura in massa. Il nome è già suggestivo: operazione swiper, circa due anni di attività di indagine su cinque gruppi di criminali. Un vero e proprio consorzio che ha potuto eseguire tutte le attività necessarie per rubare i numeri dei documenti e poi convertirli in denaro contante. Finora, ottantasei degli imputati sono già in stato di detenzione, e la polizia sta cercando i restanti 25.

"Molti degli imputati sono accusati di spese folli presso hotel a cinque stelle, per il noleggio di auto di lusso e jet privati, e l'acquisto per decine di migliaia di dollari di prodotti di elettronica di fascia alta", si legge nel documento della procura.

Con un raid all'inizio di questa settimana, la polizia ha sequestrato "un camion pieno di prodotti di elettronica, computer, scarpe e orologi, skimmer (strumenti usati per intercettare le carte di credito, ndr), lettori di schede, e varie quantità di materiale grezzo, quali carte di credito in bianco e false identificazioni".

Per funzionare, l'organizzazione si è avvalsa della collaborazione di diversi “insider”, impiegati in società chiave. Sei degli imputati, infatti, sono accusati di aver rubato attrezzature informatiche per un valore di 850 mila dollari da un edificio di Citigroup, a Long Island City, lo scorso agosto. Secondo i procuratori, il furto è stato possibile grazie alla collaborazione di un ex dipendente di Citi, tale Steven Oluwo, e di una guardia di sicurezza, Angel Quinones, anche lui sotto contratto con Citigroup.

Non sono dunque solo i numeri a rendere interessante ed epocale questa operazione, per quanto riguarda sia le persone coinvolte, sia il volume di denaro quantificato. Si tratta, infatti, di una struttura particolarmente complessa e articolata, con varie complicità esterne e organizzata su diversi fronti. Un esempio di quella che potrebbe essere la nuova frontiera della criminalità digitale: non più pochi "hacker" asserragliati in chissà quale bunker, ma un piccolo esercito sparpagliato sul territorio, pronto ad accogliere nuove reclute e a esercitare tutte le forme possibili della truffa elettronica.




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Argentina: c'è Palacio Berlusconi, bar con escort

Quotidiano.net

Dopo il BUnga Bunga bar a Londra, a Rosario il presidente dell'associazione "Insieme Argentina" chiede che il locale cambi nome "perchè riservato alla prostituzione d'alto bordo" e che tolga i simboli del bunga bunga

Il sito della pizzeria Bunga Bunga di Londra
Il sito della pizzeria Bunga Bunga di Londra


Rosario (Argentina), 10 ottobre 2011

Il discredito internazionale causato dalle "cene eleganti" di Silvio Berlusconi ad Arcore e a Palazzo Grazioli e dalle inchieste sulle escort che stanno martellando il premier, attecchisce anche in Argentina. A Rosario, la seconda città del grande Paese sudamericanondove vive una grandissima comunità di emigrati italiani,  ha aperto Palacio Berlusconi, bar che è subito diventato un punto di ritrovo delle escort locali. Il titolare è Juan Cabrera, proprietario di una catena di night club. Oltre all'insegna, ci sono anche espliciti simboli del Bunga Bunga

Ma la comunità italiana è insorta. Antonio Bruzzese, presidente dell’associazione Insieme Argentina, ha scritto al sindaco Roberto Lifschitz e al Console generale Rosario Miccichè, spinto “dall’indignazione per l’uso di un nome che rappresenta la nazione italiana da parte di locale di prostituzione d’alto bordo”.

Un’ispezione nel locale hanno veriricato che  tutte le licenze sono in regola per la whiskeria, ma la prostituzione in Argentina non è legalizzata. Bruzzese chiede di eliminare qualsiasi riferimento al Presidente del Consiglio Berlusconi perché rappresenta un’offesa per gli italiani. “Il locale esiste da tempo, ma all’inizio, probabilmente, era solo un bar. Poi ho visto la pubblicità del bordello su La Capital, il principale quotidiano locale e ho reagito con la denuncia.

Fuori dal locale c’è una bandiera con una ‘B’ al centro e chi c’è stato mi ha confermato l’esistenza di alcuni riferimenti ad hoc, tra cui il famoso palo della lap dance emerso dalle intercettazioni. Non mi disturba che le autorità propongano questo tipo di affari.  Ma trovo offensivo che ci sia il nome di Berlusconi che, personalmente, ritengo a capo del fallimento del nostro paese. Che lo vogliamo o no, rappresenta ancora un’istituzione, questo è il problema. E non intendo affatto difendere l’uomo che ritengo se ne debba andare il prima possibile”.

 “Mi interessa il buon nome dell’Italia  -  prosegue in una dichiarazione rilasciata al Fatto Quotiidano -  Sappiamo che la classe politica che sta a Roma, sempre più disinteressata alla salvaguardia dell’immagine pubblica, ha ridotto l’Italia a un’opera d’arte devastata. Bisogna reagire all’assuefazione su cui troppo spesso si ride e si scherza. Basta essere invidiosi perché il premier ha donne, soldi e potere. Questa logica ha sedotto il nostro paese per troppo tempo”. Al centro c’è il rispetto delle istituzioni, di cui i cittadini si devono preoccupare per primi vista la noncuranza di chi siede a Palazzo Chigi. “E’ evidente che non abbiano nessuna considerazione dei ruoli che ricoprono altrimenti non saremmo arrivati a questo livello”.
redazione




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Via i Lucchetti di moccia dal Centro di Roma

Il Tempo

Rimossi 1.500 catenacci da Ponte Sant'Angelo. Per i prossimi 3 giorni le squadre Decoro faranno piazza pulita per vie e piazze storiche. Si "salverà" solo Ponte Milvio".

L'assessore Visconti armato di tronchesi rimuove i lucchetti Due iniziali e la data scritti con un pennarello su un lucchetto, la promessa di un amore eterno e indissolubile, come la catena alla quale rimarrà avvinghiato. Ma il rito d'amore Moccia-style ora sarà possibile solo dove è nato, a Ponte Milvio. Il Campidoglio dichiara guerra infatti ai lucchetti "fuori sede", cioè in tutte le altre location storiche del centro di Roma e solo oggi me ha rimossi 1500 da Ponte Sant'Angelo. I prossimi giorni le squadre Decoro faranno pulizia anche nelle ville e piazze storiche, eccettuato Ponte Milvio, unico posto concesso per scambiarsi eterno amore come Babi e Step in "Tre metri sopra al cielo", ovvero assicurando un lucchetto all'inferriata del ponte e gettando la chiave nel Tevere.

Non usa mezzi termini l'assessore capitolino all'Ambiente Marco Visconti quando definisce quei pegni d'amore da teen ager "ferraglia che va a deturpare un patrimonio storico-artistico inestimabile: monumenti, opere d'arte, gioielli architettonici, come ad esempio Ponte Sant'Angelo, Fontana di Trevi o Villa Borghese, i monumenti meritano il massimo rispetto e non devono essere soffocati dal metallo". Insomma, amatevi ma non a spese dei monumenti storici di Roma, suggerisce Visconti. 

"È una battaglia per il decoro che sono convinto verrà apprezzata da tanti cittadini che amano Roma - afferma - Sul mio blog ho ricevuto molte segnalazioni di persone che si lamentavano per il dilagare di questo fenomeno".

Plaude all'iniziativa anti-lucchetti anche il sottosegretario ai Beni culturali Francesco Giro che chiede di fare un ulteriore passo in avanti: "Adesso via anche i lucchetti da Ponte Milvio". E non si fa mancare un commento sul libro di Moccia imparato a memoria da migliaia di teenager, "un romanzo che personalmente considero assai scadente".

Dovesse passare la proposta del sottosegretario gli amanti "incatenati" troverebbero rifugio in un sito nato sulla scia del romanzo di Federico Moccia www.lucchettipontemilvio.com: grazie ad una sofisticata simulazione è infatti possibile effettuare una realistica visita "virtuale" sull'antico ponte romano, ed è anche possibile attaccare un 'lucchetto digitalè con la propria dichiarazione d'amore. Intanto c'è già chi si fa avanti per ospitare il rito Moccia-style. Il presidente della commissione cultura del IV municipio, zona periferica di Roma, Giuseppe Sorrenti: "Troveremo noi gli spazi per i lucchetti". Gli innamorati sono avvisati: promettetevi eterna devozione ma solo negli spazi appositi.


08/10/2011




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Pedopornografia, è allarme mondiale

Quotidiano.net

Telefono Arcobaleno: individuati 54.000 siti internet


Al 30 settembre 2011 il numero dei siti rilevati supera già quello dell'intero 2010. Un'escalation che parte dall'Europa e ha nell'Olanda il suo epicentro. L'evoluzione hi-tech favorisce la piaga. Arena: "Più collaborazione dagli Isp"

Polizia postale, indagini sulla pedofilia


Roma, 10 otttobre 2011 - Nei primi nove mesi del 2011 sono stati rilevati sulla rete internet ben 54.000 siti a contenuto pedopornografico. Lo rende il rapporto di settembre dell'Osservatorio internazionale di Telefono Arcobaleno che evidenzia la drammatica la drammatica crescita del fenomeno: il numero di siti individuati nei primi nove mesi dell'anno supera infatti le segnalazioni dell'intero 2010.

TRISTE PRIMATO - La maggior parte della pedopornografia parte dall'Europa, in particolare dall'Olanda che, oltre ad ospitare più del 35% dei siti pedofili segnalati da gennaio a settembre (19.107), è lo Stato che registra l'aumento più significativo rispetto all'anno precedente. Per individuare le sorgenti di emissione non basta la straordinaria attività della polizia postale, in Italia, e delle forze di polizia dei Paesi più attivi nella catalogazione e repressione del fenomeno. "Fondamentale è la collaborazione degli Internet Service Provider - spiega Giovanni Arena presidente di Telefono Arcobaleno -. Sono gli Isp che possiedono tutte le informazioni relative agli accessi ai siti". E sono quindi gli Isp a poter favorire l'attività di repressione, nell'auspicabile "attesa - prosegue Arena - di una legislazione completa e omogenea che ne definisca in maniera chiara i ruoli e gli obblighi''.

IL RUOLO DELLA TECNOLOGIA - A fruire di un'offerta così vasta sono pedofili tecnologicamente attrezzati ed evoluti: dall'analisi di un campione degli accessi ad uno dei numerosi siti illegali individuati dagli operatori di Telefono Arcobaleno emerge che circa 1/3 degli utenti fa uso di smartphone oppure adopera hardware e sistemi operativi di ultima generazione. Non basta - prosegue Arena -: più della metà degli utenti accede al sito preso in esame dalla ricerca proprio per la sua particolare configurazione attraverso due siti di discussione, utilizzati dal pedobusiness come punti assolutamente stabili di promozione e di accesso ai siti pedofili a pagamento e di divulgazione promozionale di materiali pedo-pornografici gratuiti.

IMPULSO INVESTIGATIVO - "Queste prime informazioni ricavate dall'analisi dei file di log di un singolo sito - dichiara Arena - evidenziano le potenzialità di tali tecniche e l'impulso che potrebbero dare alla ricerca criminologica e all'attività investigativa in materia di pedofilia''.




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Jobs mi fece a pezzi perché il programma non funzionava"

La Stampa

L'ex manager Jolley: "Scartò il mio prodotto e mi cacciò Il lunedì faceva la revisione dei progetti, era un incubo"
PAOLO MASTROLILLI
INVIATO A SAN FRANCISCO

E allora Steve mi disse: sei licenziato Charles, non ti voglio più vedere qui». Non capita spesso di sentire qualcuno che parla allegramente, quasi con orgoglio, della propria cacciata da una compagnia. Se però la compagnia si chiama Apple, chi ti mette alla porta è Steve Jobs, e dopo qualche giorno ti riassume, il gioco può diventare curioso. Charles Jolley, ex JavaScript guru di Cupertino e responsabile del progetto MobileMe, è stato vittima per due volte delle celebri sfuriate di Steve, che in genere si concludevano col licenziamento. Entrambe le volte è stato riassunto, fino a quando ha lasciato lui la Apple per fondare la propria compagnia, Strobe.

Ora che è fuori, può infrangere la leggendaria riservatezza di Cupertino, e portarci direttamente nella stanza di Jobs.


Com’era lavorare con lui?
«Straordinario, davvero. Per l’intensità che ci metteva, la creatività, la cura per ogni dettaglio. Spingeva sempre tutti a dare il massimo».

Quante ore lavoravate?
«Quante ne servivano. Se stavi finendo un prodotto, non c’era bisogno che qualcuno ti dicesse di fare le nottate».

Che clima c’era nel campus?
«Colleghi pronti all’amicizia e alla collaborazione, ma anche severamente esigenti. Faccio un esempio pratico. Nelle altre aziende, quando prepari un prototipo, in genere è sempre un po’ ammaccato. Alla Apple non avresti il coraggio di farlo vedere, se non funzionasse già alla perfezione».

Jobs lo vedevate spesso in giro?
«Era molto gentile e gioviale tutta la settimana, veniva anche a pranzo con noi. Il lunedì, però, cambiava tutto».

Cioè?
«Ogni lunedì faceva la revisione dei prodotti: quello era il momento più atteso e più temuto da tutti noi. Quando entravi nella sua stanza, cercava come un laser qualcosa che non gli piacesse del progetto che presentavi. Se non la trovava, diventavi un eroe: ti trattava come la persona che aveva appena inventato la ruota e decantava tutte le potenzialità straordinarie della cosa che gli avevi portato. Se invece trovava un minimo dettaglio, anche solo il colore, che non andava, eri finito. Non parlava più di altro, fino a quando il problema era risolto. E se non lo risolvevi, ti faceva a pezzi. Letteralmente: ti lanciava i pezzi del prodotto. Non c’erano mai vie di mezzo. Non esisteva una cosa che fosse semplicemente ok: o era sublime, o faceva schifo».

È capitato anche a lei?
«Certo. Il mio team era incaricato di sviluppare MobileMe, il predecessore di iCloud, che francamente non funzionava: mi fece a pezzi. Però si prese tutte le sue responsabilità, e una volta distrutto il prodotto che avevo portato, mi diede indicazioni precise e chiare su come ripartire. Ecco, la sua forza era questa: si poteva cadere, ma l’importante era sapersi rialzare».

Perché la licenziò la prima volta?
«Non gli era piaciuto un prodotto, mi cacciò».

E la seconda?
«Avevo fatto un’intervista autorizzata da Steve per presentare un nuovo progetto. Ma lui, come sapete, era molto riservato con i media. Il giornalista scrisse delle mie frasi fuori contesto, che a Jobs non piacquero. Mi fece chiamare da un vice presidente che mi chiese: “Charles, Steve dice che ti devo licenziare, cosa è successo?”. Risposi: “Ho rilasciato l’intervista che mi aveva chiesto di fare. E lui: peccato, non gli è piaciuta”».

E poi?
«Mi fece richiamare dal vice presidente e mi disse: stai un po’ a casa a riflettere, e vediamo come aggiustare le cose. Qualche giorno dopo mi riassunse».

Perché è rimasto?
«Si lavorava un sacco e si guadagnava poco, ma tutto quello che facevi aveva un impatto sul mondo».

Poi però lei è andato via e ha fondato Strobe, che distribuisce applicazioni e rappresenta anche una sfida intellettuale ad Apple.
«Loro sono i migliori a fare prodotti originali chiusi e devono restare così, ma poi arriverà sempre qualcuno che li aprirà al mercato».

Su cosa si butteranno, adesso?
«Hanno prodotti nuovi già pronti per i prossimi due anni, e iPad ha ancora possibilità infinite di sviluppo. La prossima sfida, però, sarà la televisione. Apple Tv è già interessante, ma provate ad immaginare una televisione che unisce tutte le qualità dei prodotti di Cupertino, Internet e le applicazioni. Sarà una cosa unica, che cambierà di nuovo il mondo».

La Apple sopravviverà senza Jobs?
«Sul piano organizzativo Tim Cook, il nuovo ceo, è il migliore che ci sia, mentre il capo del design, Jony Ive, è un fenomeno. Steve, però, aveva un ruolo unico: capiva cosa voleva il pubblico e decideva come produrlo. La disciplina che ha instillato nella compagnia continuerà a farla muovere, ma Apple dovrà trovare in fretta una persona o un meccanismo che indichi la direzione».




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Iran, condannata a 90 frustate per aver recitato in un film

La Stampa

L'attrice incriminata per il ruolo interpretato in "My Teheran for Sale", che racconta la battaglia dei giovani per la libertà culturale nella Repubblica islamica




L'attrice iraniana è Marzieh Vafamer è stata condannata a un anno di prigione e a 90 frustate per il ruolo interpretato nel film 'My Teheran for Sale', che racconta le difficoltà incontrate dagli artisti nella Repubblica islamica. La notizia è stata diffusa da un sito internet di opposizione.

«Marzieh Vafamer è stata condannata a un anno di prigione e 90 colpi di frusta», si legge su Kalame.com, secondo cui l'avvocato della donna ha presentato appello contro la condanna, emessa sabato. Marzieh Vafamer era stata arrestata lo scorso luglio dopo essere apparsa nel film 'My Tehran for Sale', molto criticato dagli ambienti più conservatori. Il film, prodotto in collaborazione con l'Australia, racconta la storia di una giovane attrice che vive a Teheran, a cui le autorità vietano di lavorare in teatro.

La donna è quindi costretta a vivere in clandestinità per potersi esprimere artisticamente. Secondo l'agenzia di stampa Fars, il film non aveva ricevuto l'autorizzazione per essere proiettato in Iran ed era stato distribuito illegalmente. L'attrice è stata rilasciata a fine luglio dopo avere pagato una cauzione di cui non è stato rivelato l'importo.



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Il mistero dello chef scomparso in crociera

Corriere della sera


Di Angelo Faliva, 31 anni, cremonese, cuoco sulla «Coral Princess» non si sa più nulla dal 25 novembre 2009



Angelo Faliva
Angelo Faliva
WASHINGTON (USA) — Partiamo dalle ultime due tracce. Un nome scritto all’interno del cappello da chef. Capilla del Mar. E’ un hotel di Cartagena, Colombia. Combinazione: lo stesso albergo compare nell’ultima ricerca fatta al computer da Angelo Faliva. Era il 25 novembre 2009. Da quel giorno nessuno ha più visto Angelo, cremonese di 31 anni, primo cuoco sulla «Coral Princess», gigantesca nave da crociera, diretta proprio a Cartagena, la città dell’hotel. Che fine ha fatto Angelo? Lo hanno buttato in mare? E perché? Un mistero duro da scardinare nonostante la coraggiosa indagine della sorella Chiara, rimasta la sola a combattere contro muri di gomma e indifferenza.

LA VICENDA - Una storia segnata dall’incompetenza degli investigatori, l’insensibilità della compagnia di navigazione - la famosa Carnival - ed episodi inquietanti. Come la manipolazione del portatile di Angelo. Ripartiamo dall’ultimo flash. La nave da crociera lascia la Florida il 23 novembre e la sua meta finale, dopo diverse tappe, è Los Angeles. A bordo quasi 2 mila persone che vogliono godersi la vacanza. Tra loro molti ricordano Angelo, un ragazzo estroverso.

E il «primo cuoco» italiano, la sera del 25 novembre, è al tavolo con alcuni di loro. Poi all’improvviso lascia la sala. Sono le 20.15. Passa diverso tempo e nessuno sembra accorgersi della sua assenza. Strano, perché Angelo è di turno fino alle 22. Solo un suo collega e compagno di cabina, l’italiano A.P., dopo circa 40 minuti avvisa il responsabile delle cucine, uno chef filippino con il quale Angelo ha litigato di brutto qualche giorno prima. Altra stranezza. Lo chef si guarda bene dal dare l’allarme. Che scatta solo la mattina dopo, attorno alle 9. Ma è tardi per fare ricerche in mare e poi la compagnia ha fretta di chiudere. Vengono fatte girare voci su un possibile suicidio, si parla di un salvagente sparito. Teoria respinta dalla famiglia. Testimonianze poco attendibili segnalano Angelo sul ponte della nave il 26.
BERMUDA - Il gigante del mare riprende la sua rotta. Ora la palla passa alle Bermuda. Sì, perché la nave è americana ma è registrata sull’isola dove un poliziotto - con nessuna preparazione - dovrebbe indagare sul giallo avvenuto in alto mare. E infatti il fascicolo resta sulle scrivanie. La vera inchiesta la conduce Chiara, la sorella dello chef, che viaggia dall’Italia alla Colombia e da qui negli Usa. Quando riesce a tornare in possesso del computer del fratello fa eseguire una perizia. E spuntano le sorprese. Per diversi giorni, all’indomani della scomparsa di Angelo, qualcuno (poliziotti? membri dell’equipaggio?) è “entrato” nel portatile, ha cancellato email, scaricato file, stampato documenti. In particolare sono stati distrutti messaggi di posta inviate da un certo «Tony».

Una violazione grave. In Chiara si rafforza il sospetto che suo fratello sia stato fatto sparire perché ha visto qualcosa di strano. E, infatti, sei mesi dopo la scomparsa riceve alcune telefonate anonime. Qualcuno in un inglese con accento dell’Est le dice che Angelo è stato assassinato. Tornano i sussurri su traffici di droga . Tutti però restano abbottonati. E anche il compagno di cabina di Angelo non ha molta voglia di collaborare con la famiglia. Gli hanno chiesto perché non ha avvisato i suoi superiori quando il cremonese non è rientrato di notte in cabina.

Lui ha risposto: pensavo fosse andato in discoteca. Vestito da cuoco? E siamo di nuovo all’inizio. Al cappello da chef. E all’hotel «Capilla del Mar». Forse Angelo ha ricevuto una chiamata al cellulare da qualcuno che gli ha dato l’indicazione dell’albergo. Non avendo un pezzo di carta lo ha scritto all’interno del cappellone bianco. Ma al «Capilla del Mar» non è mai arrivato. Il destino di Angelo Faliva è identico a quello di dozzine di persone scomparse dal 1995 sulle navi da crociera. Per l’esattezza 165. Un fenomeno che ha spinto un avvocato di Miami a creare un’associazione con le famiglie delle vittime. L’ultima speranza per chi ha perso i propri cari in un angosciante Triangolo delle Bermuda.


Guido Olimpio
09 ottobre 2011 20:30



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Oggi il mondo s’unisce contro la pena di morte

Corriere della sera

Pena di morte 
In Georgia, con una decisione dell’ultimo minuto, un giudice ha ordinato la sospensione dell’esecuzione di un condannato a morte sulla cui colpevolezza, alla luce di nuove prove emerse dopo il primo processo, sussistono molti dubbi.
Avrei voluto che l’inizio di questo post riguardasse Troy Davis. Ma possiamo dire che l’esecuzione di Troy Davis ha consentito, alcuni giorni dopo, che si sospendesse quella di Marcus Ray Johnson e di questo siamo felici.

Questa notizia infonde speranza alla nona Giornata mondiale contro la pena di morte. Oggi, in tutto il mondo e in tante città italiane, Amnesty International e le decine di organizzazioni che fanno parte della Coalizione mondiale contro la pena di morte, ribadiranno le ragioni del no alla pena capitale, racconteranno i progressi fatti in questi anni verso il traguardo dell’abolizione.


Non è una celebrazione, anzi. Se, da alcuni anni, la domanda non è più “se” ma “quando” la pena di morte verrà abolita, fino a quel giorno sapremo che il boia continuerà a lavorare. Alla fine del 2010, erano almeno 17.800 i prigionieri in attesa dell’esecuzione nel mondo. Secondo dati non ufficiali, in Iran quest’anno vi sono state almeno 460 esecuzioni.

Con le dieci  decapitazioni del fine settimana che abbiamo raccontato ieri su questo blog, le esecuzioni in Arabia Saudita sono salite a  56. Negli Usa la pena di morte è stata applicata tra gennaio e settembre  37 volte.  Centinaia, forse migliaia, sono state le esecuzioni in Cina, dove il segreto di stato impedisce di conoscere la reale dimensione dell’applicazione della pena capitale ma non di lanciare campagne e appelli.

Uno degli obiettivi della Giornata mondiale contro la pena di morte di quest’anno è di far sentire il fiato sul collo al governo della Bielorussia. L’Europa dei diritti umani tollera ancora che al centro del continente vi sia un paese dove si abbattono i prigionieri con un proiettile alla nuca: è successo oltre 400 volte dall’indipendenza del 1991.

Il 19 marzo 2010, quando la madre di Andrei Zhuk ha tentato di consegnare un pacco di cibo alla prigione di Minsk dove era recluso suo figlio, il pacco le è stato restituito dalle autorità carcerarie, che le hanno detto che il detenuto era stato “trasferito”. Le hanno detto anche di non venire più in cerca di suo figlio, ma di attendere una notifica ufficiale da parte del tribunale.

La mattina del 22 marzo, la donna è stata informata dal personale del carcere che suo figlio e un altro prigioniero, Vasily Yuzepchuk, erano stati messi a morte. E, come nel caso della madre di Andrei Zukh, le famiglie non sono informate dell’esecuzione se non dopo che questa è avvenuta; non viene comunicato nemmeno il luogo di sepoltura del condannato.

Insieme all’organizzazione non governativa bielorussa “Viasna”, Amnesty International ha promosso un appello per chiedere al presidente Lukashenko di sospendere immediatamente le esecuzioni e commutare tutte le condanne a morte nel paese.



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Ai vertici internazionali con l'amico Gran Bretagna, in bilico il ministro Fox

Corriere della sera

Portava ai meeting l'ex coinquilino non autorizzato. Lo inchioda il video scovato da un blogger italiano



MILANO - Anche un blogger italiano aggrava la posizione Liam Fox, il ministro della Difesa britannico che rischia la poltrona a causa di un giovane amico diventato troppo ingombrante. A partire da uno scoop del Guardian dello scorso agosto, l'esponente conservatore è finito sotto inchiesta, accusato di aver più volte permesso all'ex coinquilino e testimone di nozze Adam Werritty di entrare nel quartier generale della Difesa (14 visite in 16 mesi, secondo l'opposizione) e di averlo lasciato partecipare a una serie di incontri internazionali, in cui si presentava come «consigliere» senza avere alcun incarico ufficiale. Episodi su cui Fox riferirà lunedì in Parlamento, per chiarire se con la sua condotta possa aver compromesso la sicurezza nazionale e infranto il codice di comportamento richiesto a un ministro.

Proprio uno dei meeting al centro dell'inchiesta - a Londra, nel dicembre 2010, con il presidente dello Sri Lanka Mahinda Rajapaksa - è stato ripreso in un video da una tv locale ed è stato scovato in Rete dal giornalista romano Filippo Sensi, curatore del blog Nomfup. Un filmato (guarda le immagini sopra) che testimonierebbe la presenza (negata invece dal ministro) dell'amico Werritty e che per questo è finito come prova sulla prima pagina dell'Observer, il settimanale britannico dello stesso gruppo del Guardian.

IL BLOGGER ITALIANO - «Il video è stato dato all'Observer dal blogger italiano Nomfup - si legge nell'articolo del giornale inglese -. Tre differenti fonti lo hanno visto e ritengono che Werritty vi appaia». Il blog italiano pubblica anche un altro filmato di un incontro con il presidente dello Sri Lanka, cui avrebbe partecipato di nuovo l'amico di Fox: un video del 2009 questa volta, quando l'esponente conservatore non era ancora ministro. «Abbiamo trovato le immagini facendo un lavoro di setaccio e di ricerca sul web, poi i media britannici ci hanno contattato per pubblicarle - spiega Filippo Sensi al telefono con il Corriere (ascolta l'intervista audio). «Nessuna spiata o segreto, abbiamo trovato i due video su YouTube - aggiunge -. È bastato solo mettere insieme le cose. E magari adesso questi filmati potranno dare un contributo in più per capire se è vero o meno quello che dice il ministro».



DUBAI - Ma non ci sono solo i nuovi video a inchiodarlo. I media britannici svelano anche nuovi dettagli sul rapporto di Fox con Werritty, che rendono la posizione del ministro sempre più delicata. Tra di essi, un altro incontro internazionale cui l'amico Adam ha partecipato: a Dubai, lo scorso giugno, con l'uomo d'affari Harvey Boulter. Il ministro si è difeso dicendo che è avvenuto per caso. Lo smentiscono però una serie di email pubblicate dal Guardian, da cui emerge che a organizzare l'incontro è stato proprio Werritty. E una lapidaria dichiarazione dello stesso Boulter: «L'incontro era in programma da aprile. Un incontro con un ministro della Difesa non avviene per caso».

IN BILICO - Dopo le nuove rivelazioni, l'opposizione va subito all'attacco: «Non è solo una questione di sicurezza nazionale e di accesso a informazioni altamente sensibili - dice alla Bbc Harriet Harman, numero due del Partito laburista -. È anche una questione di onestà». Pure il premier David Cameron conferma formalmente la fiducia a Fox - suo ministro fin dall'insediamento nel maggio 2010 - ma nel contempo chiede che i primi risultati dell'inchiesta arrivino sul suo tavolo già lunedì mattina. Tanto che nella serata di domenica è costretto a intervenire lo stesso Fox. Con un messaggio in tv, per scusarsi, ma anche per assicurare che non si dimetterà: «È stato un errore lasciare che si confondessero le mie responsabilità professionali e la mia personale fedeltà a un amico». Ma «da questa esperienza, ho imparato la lezione».
Alessia Rastelli
arastelli@corriere.it
09 ottobre 2011 19:59

Spintoni e tessere strappate Critiche al leader: basta capetti

Corriere della sera

Malumori e forti tensioni all'assise E il capo: ho portato i figli nella Lega e hanno avuto gravi difficoltà nella vita

DA UNO DEI NOSTRI INVIATI


Bossi con il figlio Renzo
Bossi con il figlio Renzo
VARESE - «Per il bene della Lega, dichiaro Maurilio Canton segretario...». Andrea Gibelli, negli scomodissimi panni di presidente dell'assemblea, non riesce a finire la frase. Perché la platea del congresso varesino esplode in un coro duro, insistito: «Voto, voto, voto». L'inimmaginabile accade, l'inaudito si verifica: Umberto Bossi è contestato apertamente nella sua Varese, culla del movimento e cuore di Padania. Il capo minimizza: «Ho visto in seconda, terza fila dei fascisti...». Ma difficilmente ricorderà il congresso provinciale di ieri come una tra le pagine migliori del Carroccio: addirittura, tra alcuni militanti si arriva al contatto fisico. E se la rissa, sfiorata, non esplode, di certo un partito sotto choc ha poco da festeggiare.

Sono in molti coloro che sottoscriverebbero l'amarezza del sindaco di Castronno varesino, Mario De Micheli, all'uscita dal congresso: «È il giorno più brutto da quando sono in Lega». Un delegato esce a grandi passi dal congresso: «La tessera, questa volta, la brucio».
Alla fine, certo, Umberto Bossi porta a casa il risultato. Riesce a far nominare il segretario da lui prescelto per Varese. Eppure, non può farlo votare: Maurilio Canton viene «dichiarato». Perché è Bossi il primo a rendersi conto dei rischi e chiede a Gibelli, appunto, di non mettere ai voti l'indicazione. Non solo. Il «non eletto», come già lo chiamano gli avversari, si aggiudica un record: è probabilmente il primo segretario politico nella storia dell'Occidente a non pronunciare nemmeno una sillaba durante il congresso che lo elegge. Troppo alto il rischio di nuove contestazioni. Non avrà di che annoiarsi. Per il consiglio direttivo, infatti, il voto c'è stato: il suo gruppo, quello dei vicini a Marco Reguzzoni, si aggiudica soltanto tre dei nove eletti (tra cui la sorella del capo dei deputati).

Il congresso parte subito in salita.Domenica scorsa, Umberto Bossi aveva indicato come segretario in pectore Maurilio Canton, il sindaco di Cadrezzate. Venerdì scorso, il segretario lombardo Giancarlo Giorgetti era riuscito a persuadere i due candidati alternativi a ritirarsi. Ma il movimento, persino nella sua culla, è troppo diviso. E allora, i primi interventi al congresso sono di fuoco. Stefano Gualandris, capogruppo in Provincia, distingue tra autorità e autorevolezza. Certo, quella di Umberto Bossi è pacifica: «Sei il capo indiscusso e lo sei sempre stato. Oggi però in questo congresso quell'aura del Bossi autorevole non l'ho percepita». Poi tocca a un altro militante: «In questo congresso c'è qualcosa che non quadra.

Questa non è la Lega». Troppi «nepotismi», troppi «amici degli amici». Ma il più duro di tutti è un sindaco. Richiama un ricorrente discorso di Bossi sulle «tre "c" necessarie alla politica: cervello, cuore e cogl...». Eppure, prosegue, «non vedo nessuno di questi elementi. Vedo piccole lobby interne che portano avanti interessi di bottega». Il sindaco osa ancora di più: «Non ho capito perché sia Canton il candidato. Tutti in giro dicono «Canton chi?». Sempre più spietato: «Bossi ci ha insegnato la distinzione tra capi e capetti. I capi uniscono, i capetti dividono. Secondo me, Bossi ha intorno troppi capetti». Poi, un invito pesante. Quello che probabilmente spinge Bossi a rinunciare a far votare il suo candidato: «Scrivete Umberto Bossi sulla scheda. Perché è per lui che si fa questo». Gran finale con citazione di Jim Morrison: «Meglio alzarsi e morire che vivere strisciando».

Gibelli vede la mala parata, chiude le iscrizioni a parlare, e mette al voto il direttivo tra le proteste dei delegati che vogliono votare anche il segretario. Come peraltro prevede una risoluzione del consiglio federale del marzo scorso. Ma finalmente, il vicepresidente della Lombardia può asciugarsi il sudore, tocca a Umberto Bossi. «I maroniani non ci sono, aveva ragione Roberto - esordisce -. La verità è che i burattinai di tutto questo casino sono i giornalisti». Poi, il leader spiega le ragioni di una scelta: «Meno male che alla fine si è trovata una via.

Canton non era nel vecchio gruppo di Varese, è come spalancare la finestra per fare entrare aria fresca». Di più: «Il nuovo segretario deve far entrare le associazioni nelle sezioni, rompere la continuità, dare nuove energie». Poi, il mea culpa: «Si doveva intervenire prima, non lasciar peggiorare la situazione come è peggiorata». Quindi, partono le accuse alla precedente gestione: «Pensate che i miei figli non ottenevano la tessera della Lega. Io li ho allevati per essere leghisti, li portavo con me alle feste. Anche se, per questo, loro hanno avuto gravi difficoltà nella vita». Arriva l'appello a stare con i militanti: «Voglio i parlamentari tutti i lunedì nelle sedi della Lega». Bossi torna su Maroni: «Leggevo sui giornali dei maroniani, ma io sapevo che non ci sono. Io e lui siamo amici. Lui era uno di quelli che c'era all'inizio. In consiglio dei ministri ci basta un'occhiata».

In chiusura, però, arrivano le turbolenze. «Spero che voterete Canton...». I militanti lo prendono in parola e cominciano a scandire «vo-to, vo-to, vo-to». Bossi se ne va, qualcuno giura che avesse le lacrime agli occhi per il clima dell'assemblea. La parola torna a Gibelli, che cerca l'acclamazione. Ma il coro non cambia: «Vo-to, vo-to, vo-to». È il manicomio, la sala ribolle. Un delegato fa per fotografare la scena, il presidente s'infuria: «Vedete, dove sono i problemi? La gente viene qui a registrare...». Meglio chiudere e in fretta: «Per il bene della Lega, dichiaro Maurilio Canton segretario...».



Marco Cremonesi
10 ottobre 2011 08:58



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Se lo spot è un pugno nello stomaco

La Stampa


Ecco come 40 anni di Pubblicità Progresso hanno cambiato il nostro sguardo sulla società




EGLE SANTOLINI
MILANO

Un certo giorno del 1971, l’Italia di Calimero il pulcino nero e di Susanna tutta Panna si ritrovò sul giornale la faccia impietrita di un medico che chiedeva sangue. L’inizio dell’avventura tutta italiana di Pubblicità Progresso fu un piccolo choc nazionale. Quarant’anni dopo, la pioniera della comunicazione sociale nel nostro Paese ha celebrato un compleanno importante con una mostra all’Università Cattolica di Milano (Chiostro di via Sant’Agnese 2, fino a oggi): e via che sfilano pezzi del nostro costume nazionale e frasi entrate nel lessico quotidiano oltre che nei titoli dei giornali, come «chi fuma avvelena anche te, digli di smettere» oppure «adotta un nonno».

Dalla difesa del verde in anni pleistocenici, quando «ecologia» era ancora una parola misteriosa, fino all’invito alla lettura e all’ascolto, da Superman simbolo del volontariato alle immagini coraggiose con la bambina down (e queste sì che mettono un brivido, pensando a chi la bambina down ora la vuole cancellare dalle foto di classe), si delinea anche una meravigliosa utopia: la voglia di fare del nostro un Paese migliore.

Se la Pubblicità Progresso arrivò a inizio anni Settanta, non fu certo casuale, ricorda il professor Edoardo T. Brioschi, ordinario alla facoltà di Economia della Cattolica e presidente onorario Italy Chapter dell’International Advertising Association: «c’entrò il ruolo di svolta del ’68 nel campo della comunicazione. Le certezze erano state poste in discussione e la pubblicità, messa in croce dagli studenti che l’accusavano di essere il diavolo, capì di avere responsabilità sociali».

L’idea forte fu quella della cooperazione - senza alcuno scopo di lucro e per un commendevole fine comune - fra tutti quelli che lavoravano nel campo: concessionarie, agenzie, creativi, committenti, media. L’intera filiera: un caso unico al mondo. Funziona così: le associazioni che fanno parte di Pubblicità Progresso (oggi organizzata nella Fondazione) individuano il tema, che dev’essere condiviso, di interesse nazionale e senza carattere commerciale, politico e confessionale. Poi indicano le agenzie, i centri media, le case di produzione che lavoreranno al progetto in modo assolutamente gratuito. In modo analogo, i giornali, le radio e le tv pubblicano o trasmettono i messaggi senza guadagnarci un centesimo.

Le campagne sono cambiate insieme all’Italia, ma il loro compito è statoquello di essere sempre un passo più avanti del Paese. Ci hanno fatto digerire temi sgradevoli come la prevenzione del tumore al colon e i pregiudizi nei confronti dei disabili. Non hanno avuto paura di darci un cazzotto nello stomaco, mettendo in pagina topi, rifiuti maleodoranti, amorevoli mani femminili che porgono profilattici al partner; e soprattutto volti non omologati ai canoni estetici correnti. Una versione nazionale del «think different», ironica al punto giusto, immune dalle melensaggini del politicamente (troppo) corretto.

La prossima sfida, dopo la prevenzione degli infortuni sul lavoro, è la donazione degli organi. E, in prospettiva più generale, una giornata di studio allo Iulm di Milano, in programma il 18 novembre, sui modi per misurare il livello di benessere di un Paese: dal Pil alla Fil, la Felicità Interna Lorda.




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Andrea Zanzotto "Che imbroglio la Padania"

La Stampa

Il più padano dei poeti italiani compie oggi novant'anni e non rinuncia all'indignazione: "I leghisti fabbricano spettri"




MARCO ALFIERI
INVIATO A PIEVE DI SOLIGO

Qui nell’alta marca trevigiana ci sono piccole zone incontaminate che resistono. Posti dimenticati come Refrontolo che hanno una felicità in sé e conservano un loro incanto. Ma ormai non si può più nemmeno pensarlo, il vecchio Veneto. In giro c’è una ferocia tale che si esprime in un impulso alla velocità, alla fretta…» dice il poeta Andrea Zanzotto. Oggi compie 90 anni e per l’occasione verrà presentato un libro celebrativo intitolato Nessun consuntivo con un saggio di Carlo Ossola, contenente una lettera del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.

Da Pieve di Soligo, da quel mondo collinare che ha fatto da fondale ai quadri eterni di Giorgione, Tiziano e Tintoretto, poi devastato dall’industrializzazione selvaggia e dai capannoni del mitico Nord Est, il più cosmopolita dei nostri poeti continua a guardare alle cose del mondo e a tutti noi. Non senza rovelli e nuovi spettri. Zanzotto, a casa sua, è seduto al centro di un piccolo divano, coperto da un berretto rosso e un plaid marrone. Il suo viso è scavato dall’età e dagli acciacchi, ma gli occhi si muovono vispi. La testa mobile e curiosa, da indignato cronico.


È vero che segue da vicino la crisi finanziaria mondiale?
«Questa modernità cannibale mi ossessiona. La stoltezza che circola si palpa come un vento».

«In questo progresso scorsoio, non so se vengo ingoiato o se ingoio…», scrisse qualche tempo fa. Aveva forse previsto tutto?
«La mia cultura è soprattutto letteraria. Per questo mi trovo a inseguire delle realtà con il dubbio di non raggiungere nessuna e benché minima formulazione di un quadro attendibile. C’è qualcosa di azzardato e di friabile in questo nostro presente che sento di non poter controllare».

Se per questo anche gli economisti non hanno previsto nulla. Zanzotto lei è in buona compagnia…
«Questo è vero. In alcuni momenti credo di poter formulare qualcosa di abbastanza stabile. Forse è soltanto il potere della poesia a far sì che riesca a mantenere un contatto con il mondo nonostante il senso di disappartenenza in cui mi trovo costretto a vivere, anzi a sopravvivere. Ma poi mi accorgo che anche questa è un’illusione. Tutto è pressappoco e ci si trova con il fumo nelle mani…».

Lei parla di illusioni. Però le sue battaglie contro la cementificazione selvaggia che si sta mangiando mezza pianura del Piave, sono fatti molto concreti. Qui a Pieve di Soligo si ricordano tutti quella, vinta, a difesa del prato di via delle Mura. Doveva nascere un mega palazzetto, lei è riuscito a fermare le ruspe…
«La mia non è una battaglia antimoderna ma un fatto di identità e civiltà. La marcia di autodistruzione del nostro favoloso mondo veneto ricco di arte e di memorie è arrivata ad alterare la consistenza stessa della terra che ci sta sotto i piedi. I boschi, i cieli, la campagna sono stati la mia ispirazione poetica fin dall’infanzia. Ne ho sempre ricevuto una forza di bellezza e tranquillità. Ecco perché la distruzione del paesaggio è per me un lutto terribile. Bisogna indignarsi e fermare lo scempio che vede ogni area verde rimasta come un’area da edificare».

Un’altra battaglia che combatte da anni è quella contro l’imbroglio della cultura leghista…

«Mi ha fatto molto piacere sentire il Capo dello stato riaffermare l’unità d’Italia e liquidare certi giochi di parole che negli anni avevano creato un imbroglio. La Padania non esiste, il popolo padano neppure. Questa è una storia più che ventennale di equivoci e spettri. La riaffermazione di Napolitano potrà darci il senso di una tregua. E sono convinto che piano piano questo fantasma sparirà».

Eppure nei comuni qui attorno, in questi luoghi del quartiere del Piave sacro alla patria – Moriago e Nervesa della Battaglia, il Montello degli ossari dove correva la linea del fronte della Grande Guerra, l’isola dei morti dove il 26 ottobre 1918 gli arditi sfondarono le linee austriache - la Lega e la sua retorica anti italiana fanno il pieno di voti da anni, com’è possibile?

«Perché esiste una contraddizione molto forte tra la tradizione dell’Italia una e indivisibile e un paese reale diviso dal punto di vista economico. Questo dualismo lasciato marcire per anni ha confuso i piani producendo l’imbroglio di due paesi altri tra loro. Arrivando all’equivoco padanico».

Invece riaffermare nel corso del suo 150esimo anniversario l’unità d’Italia è stato come un urlo liberatorio. Come se Napolitano avesse gridato: “il re è nudo”, sgonfiando d'incanto la retorica secessionista.
«Il viaggio in Italia di Napolitano in occasione del 150˚ anniversario dell’unità ha come riscoperto un patriottismo sopito. In precedenza si era sottostimato quel che era il bisogno di proclamazione unitaria».

In effetti anche l’ex sindaco di Treviso, Giancarlo Gentilini, al dunque si rimette in testa il cappello da alpino e sventola il tricolore. Il sindaco di Verona Flavio Tosi pure. Continua però l’abuso del dialetto, strumentalizzato a fini politici dai dirigenti leghisti…

«La riaffermazione di Napolitano spero dipani anche questo grande equivoco identitario. Come ci ricorda Gian Luigi Beccaria nel suo splendido libretto Mia lingua italiana , per prima è venuta la lingua. Non è stata una nazione a produrre una letteratura, ma una letteratura a prefigurare il desiderio e il progetto di una nazione italiana. A partire da Dante, Petrarca e Boccaccio. Naturalmente ci sono mancanze e ritardi in un processo forse non del tutto riuscito che ha portato all’Italia unita».

In che senso?
«Storicamente le lingue erano frazionate, c’era una radicalità di dialetti, questo è vero. I mille sbarcati in Sicilia non si capivano, Cavour e la classe colta piemontese parlavano francese. Pittoreschi contrasti che però convergevano verso l’unità del paese, perché la lingua e la nostra tradizione letteraria ci hanno insegnato cosa significasse essere italiani e non soltanto fiorentini, lombardi, veneti, piemontesi o siciliani...». Una lezione che i novant’anni di Andrea Zanzotto, veneto di Pieve di Soligo, la vandea leghista, ricordano a tutti a futura memoria.



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La sinistra nostalgica ora celebra il Che anche su Repubblica

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Lo spietato guerrigliero sudamericano osannato come un eroe in un necrologio sul giornale di De Benedetti





Con l’atto capitalista per eccellenza, e cioè pagando, qualcuno ieri ha voluto ricordare Ernesto Che Guevara. Nel quarantunesimo anniversario di morte del guerrigliero pluriomicida di fronte a cui chinò il capo, con tutto quello che c’era dentro, mezza intellighenzia del Novecento, un anonimo «EC» ha voluto dedicargli un necrologio. E lo ha fatto sulle pagine di Repubblica, l’house organ del miliardario Carlo De Benedetti.

Schizofrenie della storia a parte, il testo pubblicato è di quelli meditabondi e universali. «Quel giorno», cioè quando Guevara fu ucciso, «anche gli uccelli si fermarono in volo e versarono lacrime di pietra». E si fece buio su tutta la terra, vien da ripetere sull’onda. E infatti, prosegue l’ «EC» che pare conservare anche nel nome un’empatia col guerrigliero, si celebra il dovuto omaggio «all’Uomo straordinario che ha speso la sua esistenza nella lotta per le cause più nobili». Come il saccheggio, l’internamento del nemico politico, l’omicidio di massa. In ogni caso, assicura EC, «ancora oggi, ovunque, enormi moltitudini vivono nel suo incancellabile ricordo».

Soprattutto nelle carceri cubane, tra quei cristiani, omosessuali, persone che inseguono la semplice soddisfazione esistenziale, insomma in tutta quell’umanità variegata il cui minimo comune denominatore è la contraddizione, con la propria stessa vita, della regola prima della Costituzione cubana: «Nessuna libertà può essere esercitata in contrapposizione agli obiettivi dello Stato socialista».

Eppure, questo necrologio all’assassino custodisce una sua logica involontaria. È un culto necrofilo, in fondo, l'idolatria che ha fatto del Che un’icona pop con cui nutrire la gadgettistica, come fosse Elvis o Marilyn Monroe. Che risponde all’atmosfera necrofila che inghiottì la sua esistenza. Flirtare con la morte, evocarla e mostrare la propria indifferenza. Questo era il vero comandamento del rivoluzionario secondo Guevara. «Dobbiamo ripetere qui una verità che abbiamo sempre detto davanti a tutto il mondo: fucilazioni; sì, abbiamo fucilato; fuciliamo e continueremo a fucilare finché sarà necessario».

Lo disse alla nona sessione dell’assemblea generale dell’Onu, l’11 dicembre 1964, il pluriomicida alla cui scomparsa gli uccelli versarono lacrime di pietra, secondo il necrologio di Repubblica. Migliaia di fucilati, parecchi per ordine diretto del Che, durante i primi anni del regime castrista, e indubbiamente per loro nessun volatile si fermò in cielo a piangere. Non erano guerriglieri chiccosi, davanti a loro non si prostravano filosofi europei in cerca del brivido, nessuno tiene in casa una spilla con il loro volto. Erano cadaveri necessari «nella lotta per le cause più nobili», e nessuno di loro avrà mai un necrologio su Repubblica.



GioSal




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Troppa libertà all’individuo E il Pci oscurò don Benedetto

di

Il pensiero di Croce faceva troppa paura a Togliatti, che già a partire dall’immediato dopoguerra demonizzò il filosofo (antifascista...). Il suo richiamo alla libertà era persino peggio del cattolicesimo. Uno studio su come il marxismo censurò l’intellettuale




Una vera e propria congiura del silenzio, è quella che colpì Benedetto Croce, padre nobile della cultura liberale e insieme a Giovanni Gentile il più grande filosofo italiano del Novecento. Un oscuramento che iniziò nell’immediato dopoguerra e che si protrasse fino oltre la sua morte, dal 1952, anno della scomparsa, fino agli anni Ottanta. A decretarla, il Partito comunista italiano e l’apparato egemonico di cui Botteghe Oscure disponeva nella cultura italiana. L’atto di scomunica fu l’intervento che Palmiro Togliatti pronunciò all’Assemblea costituente il 27 marzo del 1947, quando in perfetto stile stalinista avvertì: «Vorrei dire, dell’onorevole Benedetto Croce, che è passato in quest’aula come un’ombra, l’ombra di un passato molto lontano!».

Un anatema che non tardò a trasformarsi in atti concreti, i comunisti temevano le idee di Croce molto più del pensiero cattolico, il suo metodo liberale fu giudicato pericoloso, soprattutto quel richiamo alla libertà dell’individuo che rifugge da principi assoluti. Croce e il metodo liberale (Libro Aperto ed., pagg. 158, euro 15) è il saggio di Ernesto Paolozzi, riconosciuto studioso del pensiero crociano, che scandaglia proprio quel valore della libertà affermato dal filosofo abruzzese. Un testo che spiega bene perché il liberalismo metodologico crociano faceva paura alla sinistra comunista.

Palmiro Togliatti appena tornato in Italia, dopo un lungo esilio, palesò subito due fobie: una per Amadeo Bordiga, l’ingegnere napoletano che era stato segretario del Pci e che temeva potesse insidiargli la leadership (gli fu rivolta l’accusa, assolutamente falsa, di collaborazionismo col fascismo), l’altro era Croce, con quelle «fastidiose» idee di libertà e sull’autocoscienza dei singoli.

Eppure, Benedetto Croce era stato un coraggioso interprete dell’antifascismo, colui che nel maggio del 1925, quando Mussolini si consolidava trionfalmente al potere, aveva promosso e pubblicato sul Mondo il «Manifesto degli intellettuali antifascisti». Un’iniziativa che contrastò con l’atteggiamento di quei tanti intellettuali che scrissero lettere deferenti al Duce e poi sarebbero diventati comunisti. Per Palmiro Togliatti diventa «don Benedetto», dove quel «don» suona come dispregiativo, la sostanza è ancora peggiore perché per il capo comunista il filosofo è colpevole di essersi «schierato con i tiranni che difendono un mondo che tra crisi spaventose va in rovina, contro uomini e popoli che operano per costruire un mondo nuovo».

L’attacco a Croce è contenuto addirittura nel primo numero della rivista Rinascita. È il primo di una lunga sequela e di fronte al loro ripetersi, a freddo e senza possibilità di repliche, il 31 dicembre 1945, Benedetto Croce, con il suo stile da galantuomo, ritenne di dover scrivere direttamente al segretario comunista: «Le dirò che provo un curioso effetto tra di meraviglia e di filosofico sorriso, nell’udirmi talvolta designare dai suoi come “reazionario” o anche “filofascista”. La modestia, il pudore, mi vieta di rammentare che io sono stato il più radicale, e con ciò sempre liberalissimo, rivoluzionario nella vita mentale e culturale d’Italia...».

Croce è tornato negli scaffali delle librerie solo negli anni Novanta, con le eleganti edizioni di Adelphi. La sua critica al marxismo, come rivela Paolozzi, era stata la più insidiosa, perché afferma con chiarezza che «i tragici eventi della vita» non sono riducibili in «una unica soluzione positiva», e sferra un pugno a una visione ideologica che afferma «un principio assoluto». Ed è curioso notare come l’antipatia comunista per Croce avesse radici molto lontane, fosse datata addirittura a prima dell’ascesa del fascismo, ai tempi della rivista torinese Ordine Nuovo, quando pur esprimendo apprezzamento per l’idealismo, il duo Gramsci-Togliatti preferiva Gentile a «don Benedetto».

Croce è «fastidioso» perché la sua filosofia nel tratto più politico individua una questione centrale per il futuro dell’Italia: non basta essere democratici, occorre che la democrazia sia anche liberale. Non solo, individua nel miscuglio fra cattolicesimo radicale e comunismo un pericolo per la libertà. «Il liberalismo - ricorda infatti Paolozzi - è considerato, come è noto, la dottrina che pone al centro della sua concezione della vita l’idea che l’individuo sia il fulcro della storia stessa, il termine ultimo verso il quale è necessario commisurare ogni altra attività umana. Da qui l’esaltazione della creatività dell’individuo, la difesa delle sue prerogative essenziali... la critica ad ogni forma di statalismo, di potere superindividuale che potrebbe conculcare la libertà individuale».



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Morto da 2 anni, ma gli arriva lo stipendio nonostante gli avvisi del fratello

Il Mattino


SESSA AURUNCA - È morto da due anni ma percepisce ancora lo stipendio. Accade a Sessa Aurunca (Caserta). Ad Antonio Salerno, ex impiegato dell'ufficio del giudice di pace di Sessa Aurunca , deceduto nel 2009 a causa di un tumore, viene tuttora corrisposto uno stipendio mensile di 1.400 euro. L'ultimo solo qualche giorno fa. A nulla sono valse nel tempo le richieste del fratello, Gianpaolo, che, dall'accredito del primo indebito, ha provato a bloccare la macchina del Tesoro.

«Abbiamo fatto il possibile». Sempre questa la risposta alle continue segnalazioni effettuate all'ufficio del giudice di pace a cui Gianpaolo Salerno si è affidato per mesi, aspettando pazientemente che il problema venisse risolto. Comunicazioni orali, lettere, e-mail per chiedere che i versamenti del Ceiiss di Latina sul conto corrente postale del fratello venissero interrotti. Perchè Antonio era morto, perchè quei soldi non gli spettavano più. «È evidente che dette retribuzioni non competono - si legge in una raccomandata inviata - quindi si prega di valutare la mia segnalazione».

Circa 40 mila euro in un conto bloccato. Non può essere chiuso a causa dei pagamenti e la somma non può essere nè prelevata nè rimborsata fino alla presentazione della dichiarazione di successione da parte degli eredi. «Quei soldi non sono stati toccati e incontreremo molte difficoltà nel restituirli - dichiara Gianpaolo Salerno - Ma è soprattutto una questione di giustizia. In Italia la gente è disposta a tutto per il denaro e chi reclama per non averlo non viene ascoltato. Ho riscontrato comportamenti di disinteresse totale. Questo Paese si muove al contrario». «Danno ciò che non è lecito avere ma non è possibile avere ciò che spetta di diritto - continua il fratello dell'impiegato defunto - Invece dello stipendo lo Stato dovrebbe corrisponderci tutte quelle competenze che derivano dai 30 anni del suo lavoro».
Gianpaolo nel novembre del 2010 ha, infatti, contattato nuovamente l'ufficio del Comune casertano richiedendo la liquidazione del compenso sostitutivo delle ferie maturate e non godute, la tredicesima mensilità per l'anno 2009 e l'equo indennizzo delle cause di servizio in corso. Dall'Inpdap pretende invece l'indennità di buonuscita. Ancora una volta nessuna risposta. Da lì una lettera, lo scorso 3 giugno, al ministero di Giustizia. Per ribadire che le ulteriori segnalazioni non erano state ascoltate, che lo stipendio continuava ad essere accreditato e gli emolumenti non corrisposti. In qualità di erede e per conto degli altri aventi diritto, il padre Nicola e la sorella Chiara. Sollecita la richiesta dei documenti da compilare ma, una volta inviati, di nuovo il silenzio.

«Non ho mai accelerato i tempi perchè in famiglia non abbiamo bisogno di soldi - sottolinea Gianpaolo Salerno - ma se ne avessimo avuto saremmo caduti in disgrazia». Intanto l'impiegato dell'ufficio del giudice di pace che ha curato la causa si giustifica. Negli ultimi tempi è stato il solo a lavorare in quella sede a causa dei tagli al personale e non aveva le qualifiche per occuparsi della questione. «Io ho inviato il certificato di morte al ministero di Giustizia, Ufficio V e alla Corte di Appello di Napoli - spiega- ma nessuno mi ha mai detto che avrei dovuto mandarlo anche al ministero dell'Economia. Comunque non ho mai ricevuto risposta da entrambe le istituzioni». «Solo lo scorso settembre ho provveduto ad inviare quanto necessario alla direzione provinciale del Tesoro - aggiunge l'impiegato dell'ufficio casertano - Mi hanno riferito che adesso la pratica è stata avviata». Ma Gianpaolo non ne sa nulla. I soldi sono ancora sul conto e lo stipendio di settembre è stato corrisposto. Degli emolumenti dovuti non v'è ancora traccia.

Domenica 09 Ottobre 2011 - 18:23    Ultimo aggiornamento: 18:32




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La nostra vita felice con un figlio down»

Corriere della sera

Mamma Stefania: impatto duro, ma ora siamo una famiglia normale



Valerio con i genitori
Valerio con i genitori

ROMA - «Io? Sì, sono una persona felice. E anche mio figlio credo che lo sia. Ma non sono così ipocrita da negare di avercela col mondo, ogni tanto. Però poi passa, certo che passa».
Stefania Bernardini è la mamma di Valerio, ragazzo down di 25 anni. Col marito Roberto, formano quella che ci tengono a definire una famiglia «normale»: «Non ci siamo mai negati niente, viaggi, feste, amici. E Valerio è sempre stato con noi. Anzi, gli amici, sia nostri che suoi, sono stati fondamentali per definire la nostra serenità di oggi. Discriminazioni, esclusioni? Mai. Non c'è stata neanche una volta che mio figlio sia stato scansato o maltrattato. E quando leggo sul giornale di casi di disabili umiliati e allontanati, mi chiedo sempre se siamo stati fortunati o se invece abbiamo saputo scegliere le situazioni e le persone giuste».

Domenica 9 ottobre tutti e tre hanno partecipato alla Giornata nazionale delle persone con sindrome di Down, celebrata in 200 piazze italiane. Da anni Stefania è molto impegnata con l'Aipd, l'associazione italiana delle persone down. Aiuta anche gli altri genitori a imparare a vivere con un figlio che è certamente differente da come lo si era immaginato.

Della sua vita con Valerio, Stefania infatti ricorda con dolore solo il primo anno: «L'impatto è stato duro. Non avevo fatto l'amniocentesi, ero giovane e a quei tempi era un esame pericoloso per il bambino. Ma le ecografie erano perfette, e io non avevo mai pensato che mio figlio potesse avere dei problemi. Il mio ginecologo non ha avuto il coraggio di dirmelo in sala parto, ne parlò soltanto con mio marito. E poi, un mese dopo, un'altra mazzata: Valerio doveva essere operato al cuore. L'intervento lo abbiamo fatto che aveva dieci mesi, ma è andato benissimo. E poi è cresciuto normalmente».

Alle elementari («un periodo stupendo», ricorda la mamma) Valerio ha avuto un'insegnante di sostegno bravissima, non altrettanto bene è andata alle medie. Ma è riuscito a fare l'esame di licenza. Poi i genitori hanno preferito iscriverlo ad un centro specializzato semiresidenziale: dalle 8,30 alle 14,30 Valerio fa giardinaggio, musica, pittura (col suo gruppo ha partecipato alla creazione dei murales della Casa del jazz e della sede della Comunità di Sant'Egidio, a Roma), ceramica. E tanto sport: «Lui adora la vela, nuota benissimo, e da qualche anno ha scoperto il bowling - racconta la mamma -. Si allena con l'Associazione sportiva Lazio, fra ragazzi disabili e normodotati. E l'anno scorso è stato campione italiano della sua categoria». Proprio lo sport è stato il tema della Giornata di ieri: «Fare sport da disabili è una doppia sfida - spiegano all'associazione -. Con se stessi e contro i pregiudizi».

«Per Valerio lo sport è stato importante. Lo ha aiutato ad aprirsi, lui che è sempre stato un po' chiuso di carattere, come suo padre, del resto», spiega Stefania, che ha da poco lasciato il suo lavoro, mentre suo marito, dipendente Eni, è prossimo alla pensione. «L'unica cosa che mi fa paura è il futuro - aggiunge -. Ma quello che dico sempre agli altri genitori dell'associazione, è che in questo momento il futuro è nero per tutti, non solo per noi». Stefania e suo marito si sono organizzati: vorrebbero che Valerio restasse a vivere nella casa in cui è nato, magari con altri ragazzi come lui. E hanno preso un altro piccolo appartamento, perché abbia una piccola rendita. «Ho imparato che dobbiamo pensarci soprattutto noi a nostro figlio. Che non possiamo dare niente per scontato. Quello che per gli altri genitori è normale, per noi è una conquista. Un esempio? La prima volta che Valerio ha preso la metropolitana da solo, beh, è stato uno dei giorni più belli della mia vita».



Ester Palma
10 ottobre 2011 08:02



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