martedì 11 ottobre 2011

Il vero sponsor di Santoro? L'Italia dei Valori Tonino scrive a Nichi e Bersani: "Aiutiamolo"

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In soli tre giorni Santoro raccoglie oltre 200mila euro di finanziamenti per la nuova trasmissione. Dopo la stampella di Sky che trasmetterà Comizi d'amore, Di Pietro lancia il nuovo martire e chiede a Vendola e Bersani il sostegno. Nichi accorre subito: "Sottoscriviamo l'abbonamento" 




Prima la stampella di Sky, poi il soccorso rosso della sinistra. Michele Santoro può dormire tranquillo. Dalla combricola di Marco Travaglio ad Antonio Di Pietro, da Nichi Vendola al Fatto Quotidiano: tutti in campo per far funzionare Comizi d'amore, la nuova trasmissione del guru della sinistra che inizierà il 3 novembre. Una vera e propria crociata per sostenere il soldato anti Cav per eccellenza.

Già nei giorni scorsi, il leader dell’Italia dei Valori aveva gridato ai quattro venti che bisognava fare qualcosa per spargere il verbo di Santoro in tutta Italia in modo da educare le truppe anti berlusconiane: farlo passare per epurato della tv pubblica e promuovere la nuova trasmissione che prenderà il posto di Annozero. Ma Di Pietro non si è fermato qui. Proprio oggi ha inviato una lettera aperta ai leader del Pd e di Sel, Pier Luigi Bersani e Nichi Vendola, e a tutte le opposizioni per chiedere un impegno concreto a sostegno dell'ex europarlamentare.

"La vicenda di Annozero merita un’attenzione particolare - scrive l'ex pm - la Rai, servizio pubblico radiotelevisivo, non può continuare a rispondere alla voce del padrone, ignorando le istanze dei cittadini utenti, che sono i veri proprietari dell’azienda". A detta di Di Pietro, "Santoro e la sua redazione sono stati espulsi dalla Rai". Un bufala? Eccome. Ma non importa. Da sempre la sinistra ha bisogno di martiri da esporre al popolo. L'Italia dei Valori ha già fatto sapere che metterà a disposizione tutti i blog e il sito del partito a supporto del nuovo programma. Ma Di Pietro vuole di più e chiede a Bersani e Vendola un'azione coordinata per lanciare Santoro.

L'appello, manco a dirlo, è stato subito accolto a braccia aperte dal governatore della Puglia. "L’asfissiante assedio e il maniacale accanimento da parte del premier e della maggioranza di centrodestra nei confronti dei giornalisti e della libertà di informare gli italiani non conosce pausa", ha scritto oggi Vendola sulla sua pagina Facebook invitando l'elettorato a "sostenere in ogni modo la nuova esperienza giornalistica" di Santoro per "ampliare il pluralismo dell’informazione e arricchire la società italiana". La gran cassa della sinistra funziona, eccome. Nel giro di tre giorni Santoro ha ottenuto mezzo milione di contatti per oltre 200mila euro di sottoscrizioni on line, al netto di versamenti bancari diretti. Tra questi spunta anche il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris. E il consigliere di amministrazione Rai Nino Rizzo Nervo propone ai vertici di vale Mazzini di comprare i diritti di Comizi d'amore. Un'euforia generale, insomma.




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Prodi torna in tv per le lezioni di economia Ma il Wsj: "Truccò i conti per entrare nell'euro"

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Proprio nel giorno in cui torna in tv, piovono critiche sul suo governo. Secondo il Wall Street Journal, l'Italia, allora guidata dal Professore, mascherò come la Grecia lo stato delle finanze pubbliche per poter entrare nella valuta unica




Proprio nel giorno in cui Romano Prodi torna in tv, piovono critiche sul suo governo, accusato ancora una volta di aver truccato i conti per poter entrare nell'euro. E stavolta a dirlo è persino il Wall Street Journal. Secondo il quotidiano economico, i mercati stanno "sottovalutando il livello di difficoltà con cui l’economia italiana dovrà confrontarsi". E questo perché, proprio come la Grecia, il governo italiano è stato "aggressivo nel mascherare lo stato delle sue finanze pubbliche per guadagnare l’ingresso nella valuta unica".

Allora il presidente del Consiglio era Romani Prodi, lo stesso che in un intervista a La Stampa difende la sua caparbietà nel voler entrare nell'area euro e sostiene che la sua fine "sarebbe un disastro non solo per l’Europa ma anche per il mondo: l’euro è un pilastro dell’economia mondiale". Ed è sempre lo stesso Prodi che da stasera torna in televisione per Il mondo che verrà, tre puntate in cui il Professore torna in cattedra e tiene lezioni di economia e geopolitica. Davanti a lui studenti italiani e stranieri che hanno chiesto all'ex premier, tra l'altro, anche il ruolo dell'euro oggi.

Tra gli argomenti sciorinati da Prodi ci sarà, come ci si poteva aspettare, proprio la crisi, quella che il Wall Street Journal riconduce all'ingresso dell'Italia nell'Eurozona, pur apprezzando i punti di forza del Paese, che ha un deficit di bilancio strutturale "non male" e che si aspetto un avanzo primario del Pil di 4 punti.




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Come far scomparire un ponte in 18 ore

Il Mattino


LONDRA - Una squadra di operai inglesi in sole 18 ore ha fatto scomparire un ponte fra Darlington e Dishforth, smontandolo pezzo per pezzo. Tutto prima che la strada venisse invasa dal traffico del mattino.




Martedì 11 Ottobre 2011 - 11:13

La sinistra fa la scandalizzata ma ha votato 13 sanatorie

Libero





Nei 17 anni della Seconda Repubblica il centrosinistra ha governato per 7 anni. Il centro destra per 10. Naturale che i numeri di palazzo Chigi siano a favore di Silvio Berlusconi. Su tutto. O quasi. Perché nei 10 anni alla guida del Paese il centro destra ha approvato 12 condoni di varia natura: edilizio, contributivo e fiscale sopra tutti. Il centrosinistra ne ha approvati 13. Talvolta se ne vergognava e provava a chiamarli con nome diverso: “sanatoria, contenzioso guidato, concordato”, ma di condoni si trattava. Votati anche da insospettabili, da quelli che oggi si stracciano le vesti al solo sentirne parlare.

Chi ne ha votati più di tutti è stata l’attuale capogruppo Pd in Senato, Anna Finocchiaro Fidelbo: 11 condoni. Ma non scherzano neanche i dieci condoni messi in saccoccia da Giovanna Melandri e da uno che il politico non fa più, ma adora moraleggiare via carta stampata come Furio Colombo. Non che avessero una passione particolare per i condoni: semplicemente erano fra i più diligenti in aula e quando il governo di centrosinistra metteva la fiducia sulle manovre, loro votavano per disciplina di schieramento. Non sono gli unici, perché nella storia degli aficionados dei condoni di sinistra ci sono nomi davvero a sorpresa.

Solo sabato scorso il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola si è allontanato per un momento dagli studi televisivi dove commentava la tragedia di Barletta («questi sono i risultati dei condoni edilizi», aveva sentenziato), e ha raggiunto in piazza il segretario della Cgil, Susanna Camusso, tuonando: «La sola idea di un condono è l’indice dell’impudicizia scandalosa della classe dirigente». Vendola da buon cristiano può dire che si indica il peccato al di là del peccatore. Ma prima deve essersi cosparso la testa di cenere: perché di questo peccato in Parlamento si è macchiato ben otto volte. La prima volta vinse perfino un maldipancia che rischiò di spaccare il suo gruppo: era il 16 marzo 1995, e a infarcire la manovra primaverile di condoni era il governo di Lamberto Dini sostenuto da centrosinistra e Lega.

I condoni proposti erano 3: agricolo, edilizio e sul bollo auto (oltre a un aumento di 3 punti dell’Iva), e alcuni leader della sinistra si rifiutarono di votarlo. Disse no Bertinotti. Disse no Diliberto. Disse no anche Cossutta. Vendola invece alzò la sua manina: a lui i condoni andavano bene, pur di non fare tornare al governo Berlusconi. Le cronache dell’epoca ricordano che per questo gesto eroico il futuro governatore della Puglia ebbe anche un premio: un bacio in Transatlantico di Rosa Russo Jervolino. Dal vizio però Vendola non riuscì più a liberarsi: da lì al 2000 di condoni ne avrebbe votati altri cinque: due edilizi (e fanno tre in tutto), uno agricolo, uno previdenziale e anche un bel concordato fiscale.

Come Nichi a quota otto condoni si trovano appaiati l’attuale presidente del Pd, Rosy Bindi, e due leader di primo piano del partito come Massimo D’Alema e Valter Veltroni (che ebbe con i condoni anche qualche guaio da sindaco di Roma). Allo stesso punto della classifica Livia Turco, Vincenzo Visco e Sergio Chiamparino. A quota 6 Romano Prodi, che alla guida del governo di condoni ne ha fatti di più, ma non tutti li ha votati in aula. A quota 5 condoni si trova uno dei nuovi politici di grido del momento: il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia. Mentre a quota 3 (quelli del 1995) c’è perfino il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che non dovrebbe quindi avere problemi di coscienza dovesse mai trovare alla firma un nuovo condono.
11/10/2011




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Leonardo da Vinci, ecco la firma del Genio

Il Giorno

"Io in tesstimonio ut supra scripsi": su un contratto conservato all'Archivio di Stato di Milano l'eccezionale autografo del grande artista e scienziato

Leonardo Da Vinci


Milano, 11 ottobre 2011 - Non vuole farsi notare, in fondo al quattrocentesco cencetto, carta di stracci di lino. Eppure, la firma di mano propria di Leonardo da Vinci produce l’effetto di una visione. L’unica firma finora conosciuta. Unica anche perché vergata in senso normale dal maestro, sempre sinistrorso nei suoi disordinati manoscritti e assolutamente disinteressato a firmare i suoi capolavori.

Un vero coup de cœur persino per l’esperto in conservazione del patrimonio librario e archivistico Luciano Sassi. Un cremonese che non si fa impressionare neppure dall’autografo lungo 16 cm dell’imperatore Carlo V: «Il mio lavoro - spiega - consiste nel restauro, manutenzione, condizionamento in scatole apposite, per prolungare la vita a un documento. Lo guardo, come un anatomopatologo, e vedo quel che gli altri non vedono».

Alle sue cure, l’Archivio di Stato di Milano ha affidato i Cimeli, la più preziosa, fragile memoria del passato. Questa volta ha visto l’eccezionalità di “una firma” proiettata nel Duemila, dove “la firma” è incantesimo sociale, nervatura portante del sistema economico e psicologico.

Nella cartella n.1, un foglio del genere definito “bruttarello” dagli archivisti. Danneggiato da un’infiltrazione acquosa. Staccato, ma parte integrante del contratto rogato a Milano dal notaio Antonio de Capitani, 25 aprile 1483, per realizzare una grande tavola d’altare raffigurante la Madonna, entro l’8 dicembre dell’anno successivo. Commissionata dal priore della Cappella della Concezione, nella chiesa (non più esistente) di san Francesco Grande, dei frati minori, a Leonardo e ai fratelli Evangelista e Giovanni Antonio de Predis, per un compenso di 800 lire. I dipintori dovranno provvedere a proprie spese le materie prime indicate nel capitolato, il foglio sciolto, che elenca minuziosamente i soggetti: la Vergine e Dio Padre vestiti in broccato d’oro (s’intende “fino”) e “azurlo tramarino”... Pigmenti costosi.

Le sottoscrizioni di tutti i contraenti sono “presumibilmente autografe”, si legge nel catalogo della mostra “Leonardo da Vinci. La vera immagine”, all’Archivio di Stato di Firenze (ottobre 2005-gennaio 2006), dove il documento era stato esposto. Dopo la sua scoperta nel 1910 da parte di Gerolamo Biscaro, era anche apparso in una mostra milanese del ‘39, ma solo come testimonianza storica di un momento significativo della carriera del pittore, approdato alla capitale degli Sforza. E Carlo Pedretti, forse il più sapiente leonardista, nel catalogo della mostra fiorentina si concentra soprattutto sull’aspetto “normale”, quindi inconsueto, della scrittura, rilanciando l’ovvia domanda: perché Leonardo scriveva a rovescio? Non è lui infatti a firmarsi nell’unica sua lettera oggi conosciuta, al cardinale Ippolito d’Este, 1507, ma un compiacente scriba, Agostino Vespucci, collaboratore di Machiavelli alla Segreteria Fiorentina. Firmare davanti a un notaio, invece, è una cosa seria.

“Io Lionardo da Vinci in tesstimonio ut supra scripsi”, rilegge la paleografa Alba Osimo, funzionario e docente alla Scuola annessa all’Archivio milanese, rilevando che chi scrive qui in volgare ha qualche difficoltà con il latino. Ipotesi più verosimile di quella che vorrebbe, in base ad altri appunti, Leonardo intenzionato a creare un rivoluzionario lessico mixato. Pare sufficiente che il nostro “uomo universale” sia artista, architetto, musico, scienziato, ingegnere, filosofo, inventore di giochi di corte e persino “mago prodigioso”. Mito sconfinato in un territorio irreale. La verità della sua gloria, non pianificata, s’indovina anche dalla sua negligenza nel lasciare la firma. Se quella sull’atto notarile del 1483 sia sicuramente autentica, hanno chiesto a Daniela Ferrari, direttore dell’Archivio di Stato di Mantova e perito grafologo, di verificarlo: «Sì, lo confermo, dopo averla messa a confronto con campioni di scrittura sinistrorsa, ingranditi specularmente».

Un ensemble di professionalità diverse, contagiate dall’entusiasmo di Sassi, ha collaborato perché Maria Barbara Bertini, direttore dell’Archivio di Stato di Milano, possa dichiarare: «Ancora più evidente si fa la consapevolezza dell’importanza del patrimonio che appartiene a tutti gli italiani, e noi conserviamo. Solo le filze notarili, dal XV secolo ai nostri giorni, sono 58.000. Tutti documenti importanti. Ma non c’è dubbio che la firma di Leonardo, testimonianza indiretta, a distanza di 500 anni, della sua persona, con tutto ciò che rappresenta per la cultura occidentale, può essere valorizzata».

Come? Intanto diventa ufficiale la disponibilità dell’istituzione, con scarse risorse per assolvere il suo compito, a stabilire sinergie e alleanze. Con un’altra grande firma? La risposta si trova, indirettamente, nel dipinto descritto dal documento: “la Vergine delle Rocce”. Due, forse tre, versioni originali, ovviamente non firmate, e tante copie. La grande rivoluzione che Leonardo porta qui in campo figurativo, con una composizione ovviamente diversa da quella commissionata nell’atto notarile, ma che «per la prima volta nell’arte cristiana - riconosce André Chastel - fa oscillare la pittura tra l’uomo e Dio», affascina i giovani colleghi. Al genio, in fondo, bastava stimolare l’immaginazione dei suoi contemporanei. E dei posteri.

di Anna Mangiarotti





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La sposa è in ritardo, il prete non l'aspetta

Corriere della sera

Livorno, il sacerdote ha aspettato 20 minuti. Poi ha dato il via alla messa. «Non era cerimonia privata»



Un'immagine tratta dalla fan page di Padre Nike su Facebook
Un'immagine tratta dalla fan page di Padre Nike su Facebook
LIVORNO – Il Paradiso si può perdere anche per venti minuti di ritardo. Se poi il ritardatario è una sposa, poco importa, la messa deve iniziare. Così padre Maurizio De Sanctis, giovane parroco della chiesa di Santa Rosa da Viterbo, quartiere popolare della Rosa a Livorno, allo scoccare del ventesimo minuto di tempo supplementare ha guardato i tanti fedeli che gremivano la chiesa, ha sorriso ai molti bambini un po’ stufi di stare lì ad aspettare e ha iniziato la funzione davanti a uno sposo esterrefatto e con i parenti che guardavano nervosamente la porta di ingresso sperando di essere illuminati e rassicurati dalla visione di un velo nuziale e magari dalle note immancabili di Mendelssohn.

IL RITARDO - La sposa invece è arrivata alle 11.22, con oltre venti minuti di ritardo. L’hanno vista salire radiosa i gradini dell’ingresso e poi rimanere a bocca aperta nel vedere il prete continuare a dire messa, il futuro marito impalato davanti all’altare, gli invitati allibiti di fronte alla scena. Poi la ragazza ha raggiunto rapidamente l’altare, per fortuna al momento delle letture, e così non si è persa lo scambio degli anelli, il giuramento solenne di fedeltà e il bacio finale con applauso.

DON CONTROCORRENTE - La storia, raccontata sulla cronaca livornese del Tirreno di martedì 11 ottobre, ha fatto il giro della città. Confermata dallo stesso parroco, padre Maurizio, ribattezzato da tempo padre Nike per il suo modo di vestire moderno (anche ai piedi), sacerdote giovane e di base, capace di sorprendere con le sue scelte contro corrente, amico di Jovanotti e Fiorello. Padre Nike è amatissimo nel quartiere della Rosa. Da quando è arrivato, un annetto fa, la chiesa si è riempita di fedeli e anche atei e «mangiapreti» lo ammirano e lo invitano spesso a casa loro o a qualche dibattito.

CERIMONIA PUBBLICA - Il sacerdote ha anche spiegato perchè non ha aspettato un minuto di più la sposa ritardataria. «Non era una cerimonia privata per uno sposalizio – ha detto – ma una messa parrocchiale all’interno della quale due persone si univano in matrimonio. I bambini, che erano in chiesa dalle 10 per il catechismo, erano stanchi e nervosi, non potevo aspettare di più». Durante l’omelia padre Maurizio non ha dimenticato una tirata di orecchi alla coppia raccomandando sempre la puntualità. Il Paradiso non può attendere. La messa e il matrimonio, neppure. Andate in pace e rimettete l’orologio.


Marco Gasperetti
mgasperetti@corriere.it
11 ottobre 2011 14:08



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La dinastia della camomilla litiga per spartirsi l'eredità

Corriere della sera

Alberto Bonomelli, nipote del fondatore, sostiene di esser stato privato di quote di una società immobiliare



Un'immagine dallo spot anni '80
Un'immagine dallo spot anni '80
MILANO - Ci hanno fatto dormire a milioni e adesso ce n'è uno che proprio non piglia sonno. Intrighi e veleni a corte Bonomelli. Alberto Bonomelli, figlio di Adalberto e nipote del patriarca Luigi Amedeo, è andato in tribunale. Ricorso d'urgenza. Deciderà il giudice. Lui sostiene con parole cortesi d'esser stato di colpo e di nascosto privato, per certi versi e in un certo senso scippato, della quota di azioni nell'immobiliare Quadro, gestita dalla fiduciaria Giardini e a suo tempo da papà regalata ad Alberto, a suo fratello e alle quattro sorelle. Una parte dell'eredità. I Bonomelli han venduto l'azienda della camomilla; restano l'enorme patrimonio immobiliare - ville ovunque, dall'Elba alle montagne -, i tesori d'arte e i libri, i libri del pater familias Adalberto, morto nel 1989 e con una tomba, al cimitero Monumentale, per volere dell'oggi 82enne moglie Elena con due sculture di Nado Canuti a rappresentare una un faraone e l'altra un Cristo che effonde luce (sopra il capo corolla di camomilla).

Schivi e riservati, quanto verranno infastiditi, i Bonomelli, da questa pubblica sortita di Alberto, un personaggio, si premetta per chiarezza, di rara simpatia, innamorato perso del babbo («Uomo giusto, ascoltava tutti») e convinto che certe cose vadano dette. Diciamo dunque che, sbirciando nelle vicende dell'immobiliare Quadro, sana società con al dicembre 2010 in bilancio un attivo di 3 milioni di euro, risulta un trasferimento di quote nella quantità del 16,67% avvenuto l'8 settembre scorso. Con la pratica protocollo datata cinque giorni dopo, il 13, e catalogata con numero MI/2011/256380. Ma dove sarebbero finite le quote di Alberto? Alla mamma. Per volontà sua oppure no? E quale il motivo? Forse segreti di famiglia da custodire e rispettare. Forse sorta di recupero crediti, per compensare passate fuoriuscite economiche. Forse, chissà, altro. Di qui le quattro sorelle e il fratello, di là Alberto?

Negli archivi dei quotidiani c'è un'inchiesta del giornalista-scrittore Gian Franco Venè. Titolo: «Hanno inventato l'industria del sonno». Fotografia: Luigi Amedeo Bonomelli seduto, penna in mano, occhi ipnotizzati da documenti da firmare; alle spalle i figli Raimondo, Leonardo e Adalberto. Bonomelli senior arrivò a Milano nel 1908. In tasca un'agenda con per ogni pagina una ricetta per un infuso di erbe. Aprì un laboratorio dalle parti del Duomo, allora erano viette affollate di prostitute e briganti. Cominciò, Bonomelli, a inventare, produrre, commerciare, investire nella pubblicità. Imprenditore di razza, avanti di cento passi rispetto alla concorrenza. Nacquero il bitter (un infuso), il marsalovo (marsala all'uovo), la camomilla in bustine, l'espresso (camomilla più erbe). Le guerre furono soltanto un intervallo. Le bombe gli distrussero una fabbrica, il patriota sfollò in provincia di Lecco e ne aprì una nuova. Arrivarono i discendenti. «Raimondo direttore amministrativo, Leonardo direttore dello stabilimento, Adalberto direttore commerciale».

Non parla la signora Elena, sta sulle sue nell'eleganza della casa di via San Martino, in centro. Ieri non s'è vista in tribunale, per una prima udienza dal giudice; c'era il suo avvocato, c'erano gli avvocati di Alberto, c'era ovviamente Alberto, il quale ha confessato che di mattino presto una delle sorelle gli aveva mandato un bacio al telefono, ha raccontato che in serata mamma forse sarebbe andata alla Scala, e nel mezzo si sarà sentito con uno dei figli che, curiosità, si chiama Adalberto.


Andrea Galli
11 ottobre 2011 11:05



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Il Tir era incollato alla Bmw per evitare di pagare il casello

La Stampa

L’auto finita sotto il pullman del Toro tallonata per sfruttare le barre alzate dal Telepass
Caccia ai killer: dopo il furto del carico di vino avevano fatto la stessa manovra tre volte



Nello scontro hanno perso la vita Lorenzo Ghedi, di 24 anni e Fabio Pozzo, 31 anni


Massimiliano Peggio
Torino
Ascoltavano musica techno quando, l’altra sera, sono piombati alle spalle dell’auto che seguiva il pullman dei giocatori granata, al casello della tangenziale di Torino. Volevano superare la barriera del Telepass approfittando dell’apertura delle sbarre. Un gioco di abilità per ladri di Tir. Seguire le auto che infilano le corsie automatiche pigiando sull’acceleratore. Incollati a non più di due o tre metri di distanza, per non essere rilevati. Un gioco pericoloso. Due morti e un ferito. Un groviglio di lamiere. Un principio d’incendio spento dai calciatori del Toro e dal loro autista, con estintori e bottigliette di acqua. Soltanto per un soffio la squadra è rimasta illesa.

I ricercati sono due ladri di prosecco. Stavano fuggendo con un carico di bottiglie del valore di 60 mila euro. Prima hanno rubato la motrice in una ditta di autotrasporti alla periferia di Asti, poi hanno raggiunto la zona industriale nei pressi dello svincolo Asti-Est, imbocco autostrada A21. All’esterno dell’azienda di autotrasporti «Transma», hanno agganciato un rimorchio in sosta con dentro 16 mila litri di vino. Tre euro a bottiglia. Adesso sono braccati.

Ricercati come assassini. Forse sono nomadi. La polizia stradale di Torino ha acquisito i filmati registrati dall’impianto di video sorveglianza dell’azienda «Transma». Per il rubare il carico, i due uomini hanno dovuto faticare un po’. La motrice non si voleva agganciare al rimorchio. Gli investigatori hanno in mano anche le immagini dei caselli. Tre per la precisione. Quello di Asti-Est, dov’è iniziata la fuga con il bottino, Villanova D’Asti, dove finisce l’autostrada Torino-Piacenza, e poi Santena, alle porte della tangenziale Sud di Torino.

Un’indagine comunque difficile, dicono negli uffici della Polstrada. Per tre volte i ladri hanno provato quel gioco pericoloso, rimanendo incollati alle auto che si infilavano nelle corsie del Telepass. All’ultimo ingresso, qualcosa è andato storto. C’era il pullman del Torino. Subito dietro una Bmw. Lo schianto è avvenuto all’uscita della corsia. Le vittime sono due amici torinesi che rientravano da un weekend a Santa Margherita Ligure. Morti sul colpo. Imprigionati in auto sfigurata, irriconoscibile, schiacciata dietro il pullman dei giocatori granata, reduci dalla vittoria a Verona. Sono Lorenzo Ghedi, 24 anni, stagista all’Intesa Sanpaolo, e Fabio Massimo Pozzo, 31 anni, psicologo. Il ferito è il fratello di Fabio, Paolo, 24 anni, ricoverato in ospedale con un trauma facciale. Ieri si è svegliato. Non ricorda nulla dell’incidente. Non conosce ancora la verità. Amici e genitori, adesso, lanciano un appello. «Prendete quegli assassini».

L’ultima immagine dell’incidente è quella raccontata dai giocatori, scesi dal pullman subito dopo lo schianto. Due uomini in fuga attraverso un cantiere a lato del casello. Di corsa in mezzo alla strada, le sagome illuminate dai fari delle auto, addosso delle felpe scure, incappucciati. Sono scesi dal camion lasciando la portiera spalancata. La radio accessa, il volume quasi al massimo. Gli agenti della scientifica hanno raccolto impronte e tracce biologiche. Gli orari sono stati ricostruiti intrecciando le riprese dei filmati e i dati registrati dal cronotachigrafo del Tir. L’inchiesta è affidata al pm Vito Sandro Destito.

Un Tir dannato. Quel camion era già stato rubato una volta. Lo scorso giugno, per depredare una ditta di metalli, sempre ad Asti. Ma un allarme del deposito aveva messo in fuga i ladri. Pirati di Tir e di merci. Questa volta anche assassini.





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Essere una mamma chioccia e iperprotettiva? Si rischia la condanna per maltrattamenti

di


La Cassazione ha respinto il ricorso di una madre, condannata a un anno e 4 mesi di carcere per maltrattamenti ai danni di un minore a causa dell'"l’iperprotezione e l’ipercura" che ritarderebbero lo sviluppo del bimbo




Ferrara - La Cassazione contro la madre chioccia e iperprotettiva. Motivo? Con le sue eccessive cure e attenzioni nei confronti del figlio ne avrebbe ritardato la regolarità dello sviluppo. E per questo la mamma si è beccata un anno e 4 mesi di reclusione. Insieme a lei è stato condannato anche il nonno del ragazzino. Per la Suprema Corte "l’iperprotezione e l’ipercura" costituiscono reato di maltrattamenti. Il bambino di questa vicenda non aveva ancora compiuto i sei anni.


La signora Elisa G., mamma del bimbo, e il nonno materno, Giggetto G., avevano fatto ricorso in Cassazione contro la condanna per maltrattamenti inflitta loro dal gup del tribunale di Ferrara nel 2007 e poi confermata anche dalla Corte di Appello di Bologna. A loro avviso tutte le cure delle quali circondavano il bambino non potevano essere equiparate al comportamento di chi veramente usa violenza nei confronti dei minori.

Tra l’altro il loro figlio e nipote stava benissimo e non si era mai sentito una "vittima", hanno sostenuto gli imputati. In sostanza, secondo la linea difensiva, di Elisa e Giggetto "gli atteggiamenti di iperprotezione o di ipercura, lungi dal costituire i maltrattamenti, integrano la ripetizione di condotte che nascono come positive e certo ispirate da intenzioni lodevoli, salvo poi riverberare effetti negativi su chi tali condotte subisce a causa della loro eccessiva e patologica esasperazione". Per questo, con il ricorso ai supremi giudici, si chiedeva l’assoluzione di mamma e nonno.

Ma la Suprema Corte - con la sentenza 36503 - ha bocciato il reclamo sostenendo che è possibile che "inizialmente la diade "madre-nonno" possa avere agito in buona fede, sia pur secondo una falsa coscienza, nella scelta delle metodiche educative e nella accurata attenzione ad impedire contatti di ogni tipo al bambino, isolandolo nelle sicure mura domestiche, in seguito hanno sbagliato nel perseverare dopo che c’erano stati ripetuti sinergici interventi correttivi di una pluralità di esperti".

Era stato il padre del bambino, separato dalla madre, a lanciare l’allarme. Il bambino, infatti, era stato educato a respingere e rifiutare anche i contatti con la figura paterna. A causa degli atteggiamenti di mamma e nonno che tendevano a trattare il bambino come se fosse più piccolo dell’età che aveva, il bambino aveva anche difficoltà a camminare.



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Giuseppe Moro detto Bepi, il portiere che neutralizzava i rigori ma non la vita

Il Messaggero

“La vita disperata del portiere Moro”, storia di un calciatore che attraversò mille squadre. L'omaggio di Zoff ai funerali




di Roberto Faben
ROMA

Quando la fanfara attaccò a suonare l’inno di Mameli, il Bepi si mise a tremare, quasi avesse la febbre alta. Non gli sembrava vero di essere proprio lui, Moro Giuseppe, nato a Carbonera di Treviso il 16 gennaio 1921, a ricoprire il ruolo di estremo difensore della Nazionale. A Budapest si giocava una partita valida per la Coppa internazionale, nella quale l’Italia doveva affrontare la difficile sfida contro la fortissima Ungheria di Puskàs, uno dei maggiori talenti della storia mondiale del pallone. Quel giorno, il 13 giugno 1949, allo stadio Ferencvàros, il Bepi, ritto sull’attenti mentre l’inno si alzava («Dov’è la vittoria…»), si sentì davvero se stesso e rivide i momenti vibranti della sua esistenza.

A 11 anni aveva già deciso che il suo sogno non era certo quella scuola che di tanto in tanto marinava,
quanto quel Plànicka che volava in tuffo, raffigurato sulla copertina del suo quaderno preferito. Sfilò così una moneta d’argento da 10 lire dal salvadanaio della nonna e, di nascosto, andò a comprarsi un pallone, mentre con la lira che sarebbe servita ad acquistare il pane, convinse il custode del campetto da calcio di Carbonera ad aprire i cancelli solo per lui: nella nebbia del mattino, diede giù di testa e impazzì di gioia calciando quella maledetta sfera di cuoio nella porta vuota.

Nel repertorio di marachelle del piccolo Bepi, c’era anche la sottrazione di frutta ed uva ai contadini. Tanto sapeva svignarsela con incredibili salti. Un giorno, per sfuggire alle furie del padre, deciso a dare una sonora lezione a quel discolaccio, saltò giù dalla finestra aperta del secondo piano, e anche il suo vecchio, non trattenendosi, lo seguì in tuffo fuori dall’infisso: zero graffi per il monello, ma babbo all’ospedale con femore rotto. Poi venne il primo ingaggio nel Treviso, ma anche la guerra. Il Bepi, chiamato alle armi, in Sicilia, continuava a zompare e, alla guida di un camion militare, per ripararsi dalle mitragliate delle squadriglie aeree, eseguiva tali balzi fulminei fra i cespugli, che i commilitoni non credevano ai loro occhi.

Ora, a 29 anni, non solo era giunto a giocare nella massima serie, ma addirittura era stato convocato per difendere i pali della Nazionale, facendo concorrenza al portiere titolare, Sentimenti IV, e il suo debutto si stava compiendo contro una delle compagini più blasonate d’Europa. Moro, determinato a fare colpo sugli osservatori, non fece risparmio delle sue doti da cavalletta, parando tutto il parabile. Puskàs riuscì a batterlo solo aiutandosi con una mano, ma l’arbitro annullò la rete, e la partita si chiuse con un pareggio, 1 a 1 (segnature di Carapellese e Deàk), risultato considerato ottimo, con pareri entusiastici dei giornali sportivi italiani del giorno dopo circa la prestazione del novello portiere italiano.

Quella che lo stesso Giuseppe Moro considerava la sua parata più «stupefacente» e «inverosimile», «magia» allo stato puro, perché sortita da un incredibile riflesso primordiale, avvenne il 30 novembre 1949, al Wembley di Londra, in Inghilterra-Italia. Mortensen, il celebre calciatore dei tiri ad effetto da corner, stavolta si trovava all’altezza del dischetto del penalty, e scagliò un missile, angolato, a mezzo metro dal palo, a botta sicura. Il Bepi ebbe un guizzo istantaneo e felino, e agguantò la sfera. La partita finì con la sconfitta degli azzurri per 2 a 0, ma il risultato potrebbe aver avuto una ben peggiore consistenza ai danni dell’Italia, se l’estremo difensore veneto non si fosse prodigato in porta, riuscendo a deviare palloni pericolosissimi anche nel secondo tempo, quando, a causa di un imprevisto negli spogliatoi, era calato ormai il buio sul campo e, non essendoci i riflettori, non si vedeva quasi nulla e gli avversari sembravano ombre. Ma si ricorda anche un suo volo portentoso, di sei metri, da un palo all’altro, in un Italia-Inghilterra del 18 maggio 1952 al Comunale di Firenze, finita 1 a 1, quando riuscì a parare una conclusione di Wright che avrebbe trafitto chiunque, forse anche il grande Ricardo Zamora.

Moro era un abile neutralizzatore di rigori:
in carriera ne parò 46 su 62, una percentuale impressionante, il 74 per cento. E chi sa, se in questa statistica, sono compresi anche i rigori che, grazie alle sue tecniche ipnotiche, furono tirati fuori dallo specchio della porta dagli esecutori avversari: come quella volta, a Milano, il 24 aprile 1955, in Milan-Roma (lui allora giocava nella Roma), quando, attraverso una serie di finte, mandò in bambola Liedholm, il quale finì per dare un calcio ad una zolla, spedendo la palla sul fondo, e procurandosi pure una distorsione alla caviglia. In una partita, a tiro del rigorista già partito, con una mano raccolse il cappellino che gli era caduto e con l’altra, parò la sfera, episodio unico nella storia ufficiale del calcio italiano. Per questo Gianni Brera, lo definì «un portiere estrosissimo, capace di prodezze impensabili», «in grado di compiere autentici prodigi».

Per il Bepi, romantico e fatalista, tutto era una questione di «destino». Già, il destino. Il 6 aprile 1947, quando giocava nel Treviso, alla vigilia dell’incontro Treviso-Lucchese, s’incontrò con l’allenatore della Lucchese, che gli promise la somma di 100mila lire dietro assicurazione che, nella stagione successiva, sarebbe passato nei ranghi della squadra toscana. I compagni del Treviso vennero a sapere dell’intesa e il giorno dopo la Lucchese sconfisse i veneti per 2 a 1. Fu così accusato di essersi «venduto la partita», e questo sospetto aleggiò su di lui per tutta la carriera, che comprende circa 270 presenze in serie A e 9 in Nazionale.

Il Bepi non fu ceduto alla Lucchese, ma alla Fiorentina. In Fiorentina-Juventus, del 6 giugno 1948, mentre i viola erano in vantaggio, prese un goal da Boniperti su errore di un difensore, e il direttore sportivo Ugolini, posizionato dietro la porta, gli gridò: «Ecco, questi sarebbero i campioni». Moro si sentì offeso, non ci vide più dalla rabbia, e quando ebbe di nuovo la palla tra le mani, la scagliò incredibilmente nella sua porta, mandando in vantaggio la Juventus, e attirandosi nuovamente pesanti accuse di “combine”.

Poi venne il riscatto, la Nazionale, una meteora che pure ha inciso una scia, l’incarico di essere il portiere del Torino post-Superga al posto dell’indimenticabile Bacigalupo. Ma il Bepi aveva un carattere fragile, ingenuo, condizionabile, probabilmente troppo egocentrico. Continuava a cambiare club (Treviso, Fiorentina, Bari, Torino, Lucchese, Sampdoria, Roma, Verona, dal 1943 al 1956), rincorrendo ingaggi milionari, ma uscendone spesso con le ossa rotte, anche a causa di certe sue debolezze con il poker, e un’inconscia predilezione per gli affari sbagliati. Era sempre combattuto il Bepi, fra contraddizioni laceranti. Cedere alle lusinghe di quelli che gli offrivano un premio per lasciarsi passare un goal, per procurare denaro alla famiglia (era sposato con 3 figli), o fare una vita da cani e, in ogni caso, esporsi alle calunnie di un ambiente ipocrita che ormai l’aveva bollato? Che facesse il puro o si abbandonasse alle pressioni altrui, Moro usciva sempre perdente. Una maledizione.

Un mattino d’autunno del 1965, quando entra nella redazione romana del ”Corriere dello sport ”, è già un completo drop-out, disperato e marginalizzato, avvilito e sofferente: a causa della sua indole un po’ anarchica, del suo spirito libero, della sua tensione etica, il granitico e conformista ambiente del football nazionale lo ha etichettato come un soggetto pericoloso, di cui liberarsi. Dopo aver bussato a tante porte, anche di personaggi molto noti della finanza e delle istituzioni positive, ed essere stato sul punto di farla finita, ha trovato, per il rotto della cuffia un posto un Tunisia, come allenatore, a Ebba Ksour. È solo e dimenticato, e per sbarcare il lunario, allena 5 formazioni di un club che milita in terza categoria. Al giornalista Mario Pennacchia racconta tutta la sua storia, che esce in 10 puntate fra il 16 novembre e il 10 dicembre 1965 (gli articoli sono ora riproposti nel libro La vita disperata del portiere Moro, a cura di Massimo Raffaeli, Isbn, 119 pagine, 14 euro), suscitando reazioni spesso commosse dei lettori, nell’indifferenza generale dei nomi noti del calcio.

Moro si sfoga e racconta di partite scandalosamente truccate
, una Calciopoli ante-litteram, i retroscena di un ambiente crudele fatto di perfidie e infamie, sogni di gloria e umiliazioni, vigliaccate e perfidie, miserie.

«Ci sono momenti in cui spero di sbagliarmi. Che tutto il bello, ma anche il brutto della mia esistenza si dissolvano. Ma non mi sveglio mai da questo sogno che è la vita, un sogno di deliri e di incubi». Questo è ciò che ha dentro Giuseppe Moro, a 44 anni, quando tutti i ponti alle sue spalle sono bruciati. Dopo la gestione fallimentare di un bar a Roma e l’esperienza tunisina, finirà prima a fare il giocatore-allenatore in una squadretta a San Crispino, nelle Marche, fra la precarietà e gli stenti, e poi il rappresentante di dolciumi. Pensate. Chi si trovava davanti un uomo triste con qualche scatola di caramelle, mai avrebbe immaginato che quella persona fosse stato l’eroe di Budapest osannato dai giornali e dai radiocronisti, il ragno della porta azzurra a Londra. E invece era proprio lui.

Dino Zoff, quando Moro morì, dimenticato, a Porto Sant’Elpidio
, sempre nelle Marche, in una mattina gelida del 27 gennaio 1974, inviò ai funerali la sua maglia della Nazionale («fu un gesto istintivo, da parte mia – scrive Zoff all’incipit del libro – perché nel gennaio del ’74 quella era una maglia imbattuta da anni, e Giuseppe Moro, che l’aveva onorata, era degno di indossarla come nessun altro»). Forse il Bepi, omesso perfino dagli almanacchi del calcio, quando ha compiuto l’ultimo salto, verso un mondo migliore, ha avuto un attimo per dimenticare tutto il male, e rivedersi, con la sua zazzera ribelle sulla fronte, mentre neutralizzava il tiro di Wright contro gli inglesi, salvando così la porta dell’Italia, che in quel momento amava certamente più di chiunque altro. 

Lunedì 10 Ottobre 2011 - 21:35    Ultimo aggiornamento: Martedì 11 Ottobre - 12:23




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BlackBerry in tilt in tutta Europa Off line il servizio email

Corriere della sera

Il disservizio, causato da problemi al server, esteso anche in Medio Oriente, Africa e India




MILANO - Milioni di BlackBerry fuori servizio in tutto il mondo: il blackout del servizio mail dello smart-phone più utilizzato del pianeta, ha infatti toccato non solo l'Europa ma si è esteso al Medio Oriente, all'Africa e all'India.

IL COMUNICATO - La conferma del disservizio che dalle ore 11 ha reso impossibile inviare e ricevere posta elettronica da molti BlackBarry, è arrivata alle 16 sul canale ufficiale di Tim su Twitter: «Problemi con servizi BIS BlackBerry: è in corso un disservizio sul server RIM, la compagnia canadese che produce l'apparecchio, che coinvolge tutti gli utenti europei. Vi teniamo aggiornati». Il blackout potrebbe essere dovuto al processo di aggiornamento dei sistemi BIS del produttore RIM, al quale tutti gli operatori si appoggiano per fornire la connettività ai telefonini BlackBerry.


IL PRECEDENTE - Il disservizio si era verificato già la settimana scorsa e aveva riguardato gli utenti Tim. Secondo il Telegraph il problema sarebbe dovuto in particolare a un malfunzionamento in uno dei centri dati a Slough, in Gran Bretagna. Disservizi sono stati segnalati anche in Bahrein, Egitto e Sudafrica. Il Blackberry ha un suo servizio al quale si collega per scaricare la posta sui vari client esterni dei clienti collegati all'operatore telefonico scelto. Questo sistema si chiama BIS. Di recente a livello europeo è stato effettuato un aggiornamento alla versione 4.2 del sistema utilizzato dal BlackBerry.

10 ottobre 2011 22:18

Mistero Gabanelli: ora oscura Penati su Rai3

di

La conduttrice di Report realizza un’intervista imbarazzante per il politico Pd inquisito. Non è "mai andata in onda perché, come spesso accade, il materiale era parecchio e alla fine qualcosa deve rimanere nel cassetto". Ama fare televisione di denuncia, ma poi non trasmette il video-scoop: invece di usarlo nel suo programma la cede al sito del Corriere




Filippo Penati che fa la predica sulla questione morale all’ex ministro Lucio Stanca non è degno della prima serata di Raitre, ma deve «accontentarsi» del sito del Corriere della Sera. Questione di opportunità? Di autocensura? Di spazi e tempi della tv? Chissà.

Quello realizzato da Milena Gabanelli è un piccolo capolavoro. Un puzzle di sinergie. Comunicazione, marketing, promozione: tutto ben dosato, lubrificato, cesellato. Multimedialità, è la parolina magica. Il mantra vincente che scavalca ostacoli e priorità professionali.

L’altra sera la conduttrice di Report era ospite di Che tempo che fa, il programma che su Raitre le fa abitualmente da traino. Dopo le polemiche estive sulla tutela giudiziaria intermittente, domenica prossima Gabanelli torna in onda per la 14esima stagione. Tutto risolto, dunque. E ne siamo sinceramente soddisfatti. Anche se le sue inchieste prediligono una parte politica, Report è comunque un programma d’informazione che ben rappresenta il servizio pubblico.

Purtroppo, però, nessuno è perfetto. Nel salotto di Fazio, per esempio, mentre si apparecchiava per il gran ritorno tra una settimana, con la mano sinistra Gabanelli preparava il tavolo per una nuova promettente degustazione. «Quest’estate - ha svelato - abbiamo deciso di aprire una nostra pagina web...». Che ora, fortunata lei, è diventata una nuova iniziativa del Corriere.it chiamata Reportime.

«Una nuova offerta di informazione multimediale di alta qualità» ha annunciato con una certa enfasi la testata di Via Solferino sia online che nelle pagine del giornale. In sostanza, la redazione di Report gira i filmati e le inchieste. Ma se queste non vanno in onda perché non c’è spazio sufficiente o perché non si ritengono adatte alla prima serata di Raitre, allora verranno dirottate sul sito del maggior quotidiano italiano. «I nostri archivi sono molto ricchi», ha sottolineato Gabanelli tra il compiaciuto e il minaccioso.




Con la videointervista a Penati comparsa ieri sul Corriere.it è andata proprio così, ha spiegato sulla prima del quotidiano l’algida conduttrice tv. Realizzata da Bernardo Iovene nel «maggio scorso per Report», non è «mai andata in onda perché, come spesso accade, il materiale era parecchio e alla fine qualcosa deve rimanere nel cassetto».

Fatalità, ci è rimasta per cinque mesi proprio l’intervista nella quale l’ex presidente della Provincia di Milano, all’epoca incensurato, bacchettava l’ex ministro Lucio Stanca per il doppio incarico (e doppio emolumento) di parlamentare e commissario dell’Expo: «Si è dimesso dopo un periodo in cui non ha fatto niente... Alla fine ha preso anche un compenso molto alto, secondo me indebito... Io non ne faccio una questione legale...

Ne faccio una questione di moralità», pontificava Penati. Il cui pulpito era ancora immacolato e dunque credibile per caricare sulle spalle dell’avversario «il comportamento doloso e dargli addosso, poiché - è la Gabanelli che argomenta, puntigliosa - chi ti ascolta penserà che non ti sbilanceresti tanto se fossi simile a lui». Invece, le inchieste, stavolta della magistratura, hanno individuato qualcosa di poco chiaro nel cosiddetto «sistema Sesto».

E così, ora, rivista alla luce delle indagini che coinvolgono proprio Penati, quell’intervista contro il malcostume di Stanca è diventata un documento ben più interessante sulla doppia morale di certi politici.

Non per la vetrina di Raitre, però. Sarebbe bastato lasciarla nel cassetto solo un’altra settimana (una più una meno) e avrebbe avuto la ribalta della prima serata Rai. Mentre Milena Gabanelli, lungi dal sospetto di autocensura, avrebbe dimostrato di essere bipartisan anche nelle sue videoinchieste.
Infine, un ultimo cavillo. Anzi, una domanda rivolta discretamente a Mamma Rai. Visto che Report dispone di un sito, perché i contenuti che non trovano adeguata visibilità nel programma non possono essere pubblicati lì?




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Quando il super chirurgo non riesce a trapiantare se stesso

Corriere della sera

Paolo Macchiarini, il primo chirurgo al mondo in grado di effettuare un trapianto di trachea bioingegnerizzata, ci conferma che in Italia essere i numeri uno non basta, anzi complica tutto.
La sua vicenda, più di altre, riesce a descrivere una realtà accademica dentro la quale si intrecciano interessi, nepotismi, illegalità e burocrazia.

Trattandosi di medicina universitaria che gestisce in Italia i  policlinici e gran parte della ricerca,  si può intuire la ricaduta sulla qualità della cura . «E’ una opportunità straordinaria per i nostri pazienti», dichiarò l’allora assessore per il diritto alla salute Enrico Rossi, oggi presidente della Regione Toscana.

Era il 2008 e il nome di Paolo Macchiarini riecheggiava nelle cronache di tutto il mondo perché era stato capace di fare il primo trapianto di trachea «anti-rigetto». Spinto dall’entusiasmo Rossi formulò un invito al professore viareggino sulla base della possibilità di “chiamata diretta e per chiara fama” prevista dalla legge n.1 del 9 gennaio 2009.

Macchiarini tradito dal suo amore per la Toscana lasciò il posto (e stipendio) da direttore del Dipartimento di chirurgia toracica dell’Hospital Clinic di Barcellona per migrare al Careggi di Firenze. Questione di poco tempo e avrebbe ricoperto il ruolo di primario,  che in un policlinico di prassi dovrebbe collegarsi a una cattedra. «Chiesi rassicurazioni più volte e mi furono date», ricorda Macchiarini, «dissi che non potevo lasciare un posto così importante senza prima avere la certezza di poter operare come volevo, di avere una struttura per insegnare ai giovani e di portare avanti la ricerca». Si fidò delle rassicurazioni e lasciò Barcellona.


Lui e l’assessore Rossi  evidentemente non conoscevano i meccanismi che regolano i rapporti tra l’ospedale universitario Careggi e la facoltà di medicina di Firenze. Un  sistema dal quale lo stesso Macchiarini fuggì vent’anni fa, all’inizio della sua carriera. Ricorda: «Avevo fatto domanda per partecipare a un concorso da ricercatore ma il professore mi disse che dovevo ritirarmi perché quel posto era destinato a un altro». Se c’è un prescelto che deve vincere null’altro conta, ancor meno il merito.   E' il meccanismo dello scambio di favori tra i commissari (oggi a me domani a te) spesso alla base della selezione della classe accademica (il sistema di reclutamento è stato di recente modificato dalla riforma Gelmini). 

«Non avevo alcuna intenzione di accettare questo sistema e me ne andai in Francia». Nel 1991 Macchiarini inizia il suo percorso nella chirurgia toracica presso l’Università di Paris-sud e da lì lavora ovunque, tranne che in Italia. Intervistato da Agostino Gramigna del Corriere della sera il 31 gennaio di quest’anno Macchiarini dichiara: «Sono ritornato nella mia Firenze e ho trovato gli stessi baroni di un tempo, più forti che mai, circondati da figli, parenti e amici degli amici». 

DUE ANNI SENZA CATTEDRA - Incontro Macchiarini la prima volta all’ospedale Careggi a febbraio di quest’anno. «Ormai sono qui da due anni e ancora non c’è la cattedra. La commissione universitaria si è riunita quattro volte per decidere senza arrivare a una decisione. Il mio curriculum è chiuso in un cassetto».

«E’ prassi comune e poi riguarda la commissione e non solo il sottoscritto», replica il preside della facoltà di medicina dell’università degli studi di Firenze, Gian Franco Gensini che, in un primo momento, aveva proposto l’ingresso del chirurgo. Immerso in un limbo di attese e promesse Macchiarini subisce gli attacchi anche da giornalisti locali che lo descrivono come uomo dal brutto carattere arrivando a mettere in dubbio le sue capacità e i suoi risultati, perfino il suo curriculum.   «Sono calunnie orchestrate,  attacchi pilotati. Io leggo queste cose infamanti sui giornali ma nessuna smentita ufficiale. Io non ho chiesto di venire qui, mi hanno cercato loro. E in questo clima gli unici a rischio sono i pazienti». 

Il rettore dell’università di Firenze Alberto Tesi, uno dei pochi cinquantenni  ai vertici della gerontocrazia accademica replica seccamente alle accuse di Macchiarini sulle baronie: «Ogni ateneo, per poter chiamare un professore a tempo indeterminato deve attenersi a precise normative, e poi servono i fondi per assumere qualcuno». Silenzio assoluto sull’anonimo componente della commissione universitaria che ha prelevato dal cassetto il curriculum di Macchiarini per allungarlo a qualche giornalista animato da spirito “contradaiolo”.

CARDIO GATE - Colpi bassi degni di un palio che lasciano incredulo il chirurgo di fama internazionale, che è stato troppo all’estero per sapere quale scandalo giudiziario incombe sul preside della facoltà di medicina Gian Franco Gensini,  coinvolto insieme ad altri colleghi illustri nel cosiddetto “cardio-gate”. Secondo i magistrati inquirenti i membri delle commissioni esaminatrici dei concorsi si sarebbero scambiati i favori in almeno una decina di concorsi per far vincere i parenti e i loro prescelti. Una fitta rete senza confini geografici dentro cui è finito anche Gian Franco Gensini per il quale  la procura di Bari ha chiesto il rinvio a giudizio con l'accusa di concorso in associazione a delinquere, corruzione e falso.

Lo scandalo di cardiochirurgia è nazionale e il 24 giugno del 2004 finiscono in manette sette medici universitari. Tra questi anche Luigi Padeletti, a quel tempo professore associato e candidato a ruolo da ordinario per la cattedra in malattie cardiovascolari bandito dalla facoltà di medicina di cui Gensini è preside. Era il 2004 e il concorso fu bloccato da un blitz della Guardia di Finanza.

In una intercettazione Padeletti confidava alla moglie che il preside Gensini si stava muovendo per aiutarlo: «Ha seminato bene… ma insomma si dovrebbe stare un po' meglio». Secondo l'accusa lo stesso Padeletti avrebbe collaborato con l'illustre Mario Mariani per pilotare un concorso a Pisa e uno a Palermo. I rinvii a giudizio dei numerosi indagati saranno pronunciati dal Gup presso il Tribunale di Bari probabilmente  nell'udienza fissata il prossimo 24 ottobre.

I colleghi di medicina hanno fatto muro intorno a Gensini: «Io sono stato eletto preside democraticamente per tre volte».  Il rettore dell'università di Firenze Alberto Tesi non vede la presenza di Gensini come una minaccia alla credibilità dell'istituzione: «Finché non c'è la condanna prevale la presunzione di innocenza.

E Luigi Padeletti? Due anni dopo l’intervento della Guardia di Finanza e la custodia cautelare ha vinto (sempre per concorso) il tanto agognato posto da professore ordinario e quello di direttore del dipartimento di Aritmologia presso l'azienda ospedaliera universitaria Careggi. La stessa dove Gensini dirige il dipartimento «del cuore e dei vasi».

Proprio il preside che non è riuscito a convincere quaranta “saggi” a trapiantare nel loro mondo Paolo Macchiarini, quello che per “chiara fama” si era illuso di avere una cattedra senza uniformarsi al “collaudato” sistema del concorso. «Un meccanismo di trasparenza che Macchiarini ignora a causa della sua scarsa conoscenza delle regole istituzionali», come ebbe modo di replicare il preside di facoltà Gensini. Intanto il posto da ordinario lo potrà ottenere presto dall’università che assegna i Nobel per la Medicina,  il Karolinska Institute di Stoccolma.

LA SVEZIA - Incontro Macchiarini pochi giorni fa nella capitale svedese subito dopo  il colloquio sostenuto davanti  alla commissione esaminatrice. Se vincerà la cattedra si allontanerà sempre di più dall’Italia.  Nel corso degli ultimi due anni ha effettuato presso l’ospedale fiorentino quasi duecento interventi, di cui almeno la metà ad alta complessità e tra questi anche cinque trapianti di trachea (due mai effettuati prima in Italia). Ma è in Svezia che lo scorso luglio ha raggiunto l’ultimo importante traguardo sostituendo la trachea di in un giovane affetto di tumore con un impianto completamente artificiale rivestito da un tessuto riprodotto con le sue  cellule staminali. Un’operazione che segna una vera e propria svolta nella storia della medicina rigenerativa. A darne notizia purtroppo è stato il Karolinska. 

Tre anni fa a Firenze gli avevano promesso un laboratorio per fare ricerca nel campo della rigenerazione dei tessuti ma per consistenza equivale alla scatola del “piccolo chimico” che Macchiarini tiene accanto alla scrivania per mostrare lo stato di avanzamento dei lavori del laboratorio. Nonostante tutto Macchiarini spera ancora  nel contratto con l’ospedale Careggi per dirigere il  «Centro europeo ricerca via aeree e torace» voluto con la forza della disperazione (ormai)  dal presidente della Regione Toscana, «però  aspetto da tre mesi questo contratto».

«Noi vogliamo Macchiarini e faremo di tutto per tenerlo», precisa Giovanni Squarci dell’ufficio stampa del Careggi,  «ma il suo contratto richiede accorgimenti particolari quindi stiamo lavorando anche oltre l’orario per trovare al più presto una soluzione giuridica nuova e per certi versi innovativa, ma se sbagliamo ci troviamo contro tutti, la Corte dei conti in primis. Macchiarini è richiesto in tutto il mondo e giustamente pretende un contratto flessibile, ma è difficile fare passare l’eccezione in un sistema dove tutti i primari devono firmare il cartellino».

I FONDI - Cinque milioni di fondi europei che Macchiarini  ha ottenuto grazie alla sua fama e credibilità scientifica dovrebbero bastare per avviare un progetto realmente autonomo di straordinaria importanza per la ricerca nel campo della rigenerazioni del tessuto delle vie aeree. Ma in Italia non basta.  Intanto manca ancora il nome del direttore che prenderà il suo posto nel reparto di chirurgia toracico-polmonare.

Si legge nelle cronache locali che lo starebbe cercando il preside, Gian Franco Gensini: «Perché l’ospedale ha bisogno di quella figura, qualunque cosa faccia Macchiarini». Non c’è dubbio che il Careggi ne ha bisogno dato che ha uno dei più alti tassi di mortalità nazionale in quel segmento clinico secondo gli indicatori di performance del 2009. Ma la decisione di privare i pazienti italiani del migliore sulla piazza non l’ha presa Macchiarini. Chi meglio del preside può saperlo? Addio o arrivederci dottor Paolo Macchiarini: Adjö,  in svedese.

Sabrina Giannini
07 ottobre 2011(ultima modifica: 11 ottobre 2011 08:01)

Ora Repubblica si ricrede Lo spionaggio telefonico non porta mai a nulla

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Il quotidiano elenca tutte le inchieste basate sullo spionaggio telefonico. Il risultato? Nessuna è mai approdata a un risultato concreto.



È la Grande guerra del Cavaliere. Non una ma due volte maiuscola. A raccontarla è Repubblica: Berlusconi è disperatamente impegnato a spegnere i telefoni delle intercettazioni che lo inchiodano alle sue responsabilità. Peccato che il quotidiano non si accorga che molte di quelle accuse sono finite nel nulla. È un autogol, ma non importa.

Per il giornale di Ezio Mauro è dal 2007 che Berlusconi ha l’acqua alla gola per via delle intercettazioni ed è dal 2007 che le sta provando tutte per far approvare la legge «bavaglio». Le escort, naturalmente, con il versante milanese, e quello barese di Gianpi Tarantini e le sue trenta ragazze; poi le pressioni sul membro dell’Agcom Giancarlo Innocenzi, il caso Saccà, con le raccomandazioni sul filo del telefono per un paio di parti in una fiction, i dialoghi dei «furbetti del quartierino».

Senza contare la P3, la P4 e altri verminai in ordine sparso. Massimo Giannini mette tutto sulla pira e compila addirittura due sterminate pagine per descrivere il grande tentativo, peraltro sin qui sempre frustrato, del premier per cancellare con una norma più restrittiva tutti i suoi scandali. È quel che pensa una parte dell’opinione pubblica. C’è però un punto debole, non da poco: molti di questi faldoni, scortati dalla claque assordante dei media, sono spariti senza lasciare traccia. Archiviazione e fine della corsa. Molto, moltissimo fumo. Poco, pochissimo arrosto.

Il caso di Bari è senz’altro il più clamoroso. I primi verbali di Tarantini vengono pubblicati il 9 ottobre 2009, due anni fa. Tutti pensano che quell’inchiesta sarà la tomba per il Cavaliere. E invece il presidente del Consiglio esce senza ammaccature; ci pensa Napoli, con altre intercettazioni, a riaprire la vicenda che poi emigra e si sdoppia con la più paradossale delle situazioni: a Bari s’indaga - con molti dubbi - sul Cavaliere, possibile autore di macchinazioni per far tacere Tarantini, a Roma il premier sarebbe vittima di un eventuale complotto. Insomma, dal punto di vista penale l’affaire Tarantini, che pure ha nuociuto molto a Berlusconi sul piano dell’immagine e, probabilmente anche su quello dei consensi, è al momento prossimo allo zero.

E in niente si è risolta anche l’indagine per piazzare due o tre attricette alla corte dell’ex direttore generale della Rai Agostino Saccà. Archiviata pure quella il 17 aprile 2009. Repubblica lo ricorda, ma aggiunge che Berlusconi nel 2008, «alla vigilia del voto anticipato, ancora non lo sa. Per questo ha già deciso: il giro di vite alle intercettazioni sarà nel suo programma di governo». Dunque, il premier passerebbe il tempo a varare leggi, mai approvate, che servirebbero a far sparire telefonate compromettenti. Ma così compromettenti da essere finite in soffitta.

È uno schema che non vale solo per il Cavaliere. Basta pensare ai nastri del caso Bnl-Unipol, con il celebre scambio di battute fra Piero Fassino e Giovanni Consorte: «Abbiamo una banca». Piero Fassino e Massimo D’Alema, protagonisti di quelle conversazioni, non sono mai stati indagati. E nemmeno Berlusconi è stato coinvolto, anche se Stefano Ricucci nell’ennesima intercettazione afferma di aver ricevuto «un via libera da Berlusconi» per la scalata alla Rcs. Sarà, ma non c’è traccia di approfondimenti da parte dei pm di Milano che, pure, sul Cavaliere non si sono fatti mancare nulla.
È strano, tutte queste telefonate avranno pure provocato un finimondo, ma nella sostanza formano un girotondo penalmente irrilevante.

Certo, l’inchiesta partita a Trani il 12 marzo 2010 è ancora in corso: è passato un anno e mezzo, l’indagine è passata da Trani a Roma e dalle carte di credito a Berlusconi e Minzolini, i dialoghi bollenti per far chiudere Annozero hanno fatto il giro d’Italia e non solo quello, ma ancora non s’è capito bene come andrà a finire.

Si può passare alla P3, ma anche qui il Cavaliere non è indagato, alla P4, idem come sopra, e all’inchiesta sui Grandi eventi, ma anche quella non l’ha toccato, come le precedenti. Certo, quando lo scandalo esplode, a febbraio 2010, «i giornali riferiscono di conversazioni intercettate e di incontri segreti a Palazzo Chigi», con Berlusconi e Letta.

Sarà, pure quello è un terremoto annunciato che però non arriva. E allora risulta arduo seguire Giannini quando scrive che la legge all’esame del Parlamento «è la pretesa di impunità spacciata per diritto alla privacy». Giannini spiega che questo «non è un teorema giornalistico»; no, «sono i nudi fatti». Ma i nudi fatti dicono il contrario. La legge non c’è, o non c’è ancora, le accuse evaporano da anni l’una sull’altra.




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Sistema Sesto, Penati ammette ai magistrati: "Di Caterina finanziò il partito e le elezioni locali"

di


Indiscrezioni sull'interrogatorio fiume di ieri all'ex braccio destro di Bersani. Penati avrebbe ammesso che Di Caterina finanziò l’allora Pds e le elezioni a livello locale. Arrivata parte della risposta alla rogatoria sui due conti correnti svizzeri di Pasini



Il giorno dopo l’interrogatorio fiume in cui Filippo Penati davanti ai pm di Monza Walter Mapelli e Franca Macchia ha negato di aver preso soldi da Piero di Caterina e Giuseppe Pasini, i due imprenditori che con le loro denunce hanno dato avvio all’indagine sul cosiddetto "sistema Sesto", sono trapelate alcune indiscrezioni che sono state liquidate da fonti vicine all’inchiesta con un "no comment".

L'ex braccio destro del leader pd Pierluigi Bersani avrebbe ammesso che Di Caterina finanziò il partito, l’allora Pds, e le elezioni a livello locale. E' questo uno dei pochi particolari filtrati all'indomani delle otto ore e mezza di faccia a faccia tra l’ex sindaco di Sesto San Giovanni e gli inquirenti. Un interrogatorio sul quale c'è il più stretto riserbo da entrambe le parti.

Ricostruendo la genesi dei suoi rapporti con i due imprenditori e suoi accusatori, Penati avrebbe accennato a diversi contributi destinati al partito e a finanziare le elezioni locali dall'imprenditore che, qualche mese fa, ha detto di essere "di sinistra". Che Di Caterina sia stato un "imprenditore di sinistra" lo dimostra, come è risaputo negli ambienti sestesi, il fatto che spesso versava contributi per le Feste dell'Unità o per varie iniziative di partito.

Era stato proprio Di Caterina, lo scorso marzo, a dichiarare, come si legge negli atti dell’indagine, di essere stato "un importante finanziatore 'occulto' del Partito democratico di sinistra, su richiesta di Penati e di Giordano Vimercati". Parole, queste, sempre smentite però dall’ex sindaco di Sesto ed ex presidente della Provincia di Milano. Ma sulle dichiarazioni rese ieri da Penati la Procura di Monza ha intenzione di effettuare accertamenti per poi, a seconda dell’esito, valutare le mosse future.

E' arrivata parte della risposta alla rogatoria sui due conti correnti svizzeri di Pasini. Quello su cui sono state trasmesse le carte presenta parecchi prelievi in contanti per cifre cospicue. Anche su questo i pm e le Fiamme Gialle faranno ulteriori verifiche e sentiranno lo stesso Pasini per capire la provenienza e la destinazione di quelle somme. Altri accertamenti sono in corso sui conti correnti di Nicoletta Sostaro, l'ex dipendente dello sportello dell’Edilizia del Comune di Sesto, anche lei indagata, e sui quali risulterebbe essere stato depositata una "discreta" somma.



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La sentenza del Tribunale: quel bambino è di don Spoladore

Il Mattino di Padova

Il sacerdote padovano, soprannominato "don Rock" per la sua passione per la musica, ha un figlio nato nove anni fa dalla relazione con una psicologa. Lo ha stabilito il Tribunale per i minorenni di Venezia




PADOVA. E' di don Paolo Spoladore, prete padovano soprannominato "don Rock" per la sua passione per la musica, il bimbo nato nove anni fa da una relazione con una psicologa: a stabilirlo, secondo quanto anticipato dal settimanale "Panorama", il giudice del Tribunale per i minorenni di Venezia, Maria Teresa Rossi.

La sentenza, emessa il 28 settembre scorso, stabilisce che il bambino assuma il cognome del padre in aggiunta a quello della madre e lo affida alla stessa, disponendo per il padre l'obbligo di mantenimento oltre al rimborso delle spese processuali. La causa per il riconoscimento della paternità era stata intentata dalla donna all'inizio dello scorso anno e la prima udienza si era svolta alcuni mesi dopo, il 24 maggio, con l'audizione della stessa psicologa che aveva confermato la relazione amorosa e chiesto il mantenimento e il riconoscimento del figlio da parte del sacerdote.

Nelle fasi successive era stato chiesto a carico del prete un test del Dna, al quale però non si sarebbe sottoposto. Un test fatto in casa, però, avrebbe assunto valore indicativo per giungere al riconoscimento della paternità. Don Spoladore - sempre secondo l'anticipazione del settimanale - non si è mai presentato davanti al giudice e la relazione segreta sarebbe durata tre anni a partire dal 1999 e dopo il parto prematuro, nell'aprile del 2002, era andato a trovare il bambino all'ospedale, lo aveva battezzato e poi non si era più fatto vedere.

Nel corso della causa, nel frattempo, il vescovo di Padova, monsignor Antonio Mattiazzo, nel giugno dello stesso anno aveva deciso la sospensione dal ministero sacerdotale con effetto immediato di don Spoladore "in attesa di ulteriori determinazioni". Il vescovo aveva anche preso le distanza dall'attività musicale di "don Rock", precisando che i corsi di formazione e l'attività in ambito musicale da lui svolta "sono iniziative in cui il sacerdote risponde personalmente e non hanno alcuna approvazione da parte dell'autorità ecclesiastica".
10 ottobre 2011




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Un Risorgimento di eroi inquieti

Corriere della sera

Mi affascinano le contraddizioni dei protagonisti di quest'epoca


Quando Mario Martone mi parla del film al quale sta lavorando manca ancora un anno o due alle celebrazioni per il centocinquatesimo dell'Unità d'Italia. Dice che nel suo film non si occuperà di un evento importante come la Repubblica Romana del 1849 ma che sarebbe una storia adatta a me. Un po' come ho fatto in quella dell'eccidio alle Fosse Ardeatine, Radio Clandestina, che debuttò undici anni fa al Teatro di Roma quando era diretto da lui e che nacque da una sua proposta. A me il Risorgimento non interessa e mi fanno tristezza le celebrazioni con le bandiere e le corone dei fiori. Né mi interessa andare alla ricerca di anniversari per pescare finanziamenti. Gli americani infilano la bandiera da tutte le parti e a vederli un po' da lontano pare proprio che ci credano.

Loro ne hanno bisogno per cancellare il senso di colpa per un genocidio che è costato un numero incalcolabile di nativi e per inventarsi un baraccone nel quale si finga di essere tutti fratelli, ex-italiani immigrati con gli ex-schiavi deportati, ex-ebrei-sopravvissuti con ex-galeotti inglesi, eccetera. Ma per noi, che abbiamo imparato a parlare l'italiano perché ci siamo comprati la televisione a rate, la bandiera è un simbolo che sventola allo stadio, sui tetti delle case in costruzione e, ultimamente, sui soldati rimpatriati morti. Ascolto le storie di Mario Martone, sembrano interessanti ma io penso che mi interesserò di qualcos'altro e che il 2011 non lo celebrerò col tricolore e quartetto Mazzini-Garibaldi-Cavour-Vittorio Emanuele.



Poi mi sono messo a leggere con un po' di curiosità e il primo pregiudizio saltato è proprio quello del quartetto. Garibaldi era un eroe quando combatteva per i Savoia a Marsala o a Bezzecca ma diventata un terrorista quando arrivava a Mentana o in Aspromonte (dove furono gli «italiani» a sparargli ad una gamba). Cavour si fece notare quando un pezzo consistente di Risorgimento rivoluzionario e insurrezionalista aveva già segnato un ventennio di storia e fu un antimazziniano e monarchico convinto. Quanto poco fosse rivoluzionario Vittorio Emanuele lo si può immaginare dal fatto che portava la corona in testa. Mazzini, invece, era considerato un terrorista non solo dagli austriaci ma, soprattutto, dai governanti italiani.

Nel 1870, quando i bersaglieri passavano attraverso la breccia di Porta Pia, lui aveva tentato l'ennesima insurrezione (stavolta contro lo Stato Italiano) e se ne stava in galera. Accanto a queste contraddizioni che poco si conciliano con l'infinita parata di monumenti che li raffigura insieme, che li accomuna nel marmo e nel bronzo, che in tanti anni di retorica gli ha attribuito scuole, strade e piazze, ci sono altri personaggi non meno interessanti. Penso per esempio a Felice Orsini e Carlo Pisacane, morti a distanza di un anno, il primo ghigliottinato e il secondo fatto a pezzi dai contadini di Sanza.

Orsini perse la testa per aver lanciato un po' di bombe contro Luigi Bonaparte, quel Presidente che, nonostante fosse a capo della Repubblica Francese, fu l'artefice della distruzione della Repubblica Romana e del ritorno di sua maestà Pio IV sul trono papale. Nel '49 parve strano che proprio un repubblicano francese fosse il primo nemico dei repubblicani romani ma, dopo un paio d'anni, Bonaparte chiarì il suo intento e si incoronò Napoleone III. Ecco perché Orsini cercò di farlo saltare in aria. E Pisacane?

Basti dire che era ateo, considerava democratico uno stato nel quale la democrazia fosse senza deleghe e l'uguaglianza non potesse essere disgiunta da quella economica perché in un paese libero non ci può essere «gente tanto ricca da potere comprare altrui, né tanto povera da doversi vendere». Scrive che il rivoluzionario è come il minatore. Che basta «portare la scintilla dove già c'è la polvere pronta a prendere fuoco». Non a caso è considerato uno dei padri dell'anarchia e, in un recente libro di Pino Casamassima, si dice che Margherita Cagol aveva pensato al nome «Brigata Pisacane» per quelle che sarebbero state poi chiamate BR.


Credo che la scrittura, per essere letteraria e dunque anche teatrale, possa (debba?) essere contraddittoria più che provocatoria perché la provocazione ribalta un punto di vista, mentre la contraddizione lo smonta, lo moltiplica, lo problematizza e lo rende umano. Insomma, mi pareva che in queste storie lontane ci fossero abbastanza contraddizioni e umanità da poterci scrivere un racconto che debutta come spettacolo all'Auditorium di Roma col titolo «Pro Patria».


Ascanio Celestini
10 ottobre 2011 18:54



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Immobile in pedana, tunisina boicotta Israele ai Mondiali

La Stampa

Bebes non tira, la rivale vince e si dispera. E' già il secondo rifiuto: domenica un fiorettista iraniano si è ritirato



La tunisina Sarra Besbes che si è rifiutata di tirare contro l'israeliana
MARCO ANSALDO
INVIATO A CATANIA

Israele scopre le nuove frontiere del boicottaggio nello sport. Non soltanto il Kuwait, l'Arabia Saudita o l'Iran. Ora il confronto con gli atleti di Tel Aviv è rifiutato persino da un Paese come la Tunisia che non si era mai messo di traverso. Ieri, ai Mondiali di scherma di Catania, una delle migliori spadiste africane, Sarra Besbes, è salita in pedana nel girone di qualificazione contro l'israeliana Noam Mills ma è rimasta completamente passiva al punto da subire a raffica le cinque stoccate che le hanno fatto perdere l'incontro.

Un comportamento anomalo che non è sfuggito ai direttori di gara, i quali non potevano prendere provvedimenti perché non si trattava di un rifiuto ma, apparentemente, di una sconfitta. La Besbes, 22 anni, appartiene a una famiglia di schermidori: la madre era una delle specialiste più note in Tunisia, tre sorelle e un fratello fanno parte della Nazionale e il padre è nel direttivo della Federazione. Lei, Sarra, è stata campionessa africana e punta a un posto per le Olimpiadi di Londra. Insomma non è una fuoriclasse ma neppure l'ultima arrivata e c'è più del fondato sospetto che la sua sia stata una scelta ponderata e ispirata dai dirigenti della sua Federazione. Persino la rivale, vincente, ha reagito al successo con un pianto.
La sconfitta per 5-0 è costata alla tunisina anche il ko definitivo, nel turno successivo le è toccata la cinese Li Na, che l'ha eliminata facilmente. La Mills invece ha proseguito il cammino eliminando la messicana Teran ed è entrata nel tabellone principale da cui giovedì uscirà la nuova campionessa del mondo. Sarra e i dirigenti tunisini hanno preferito evitare il commento. Certo che si tratta di una svolta curiosa per il Paese uscito dalla rivoluzione per approdare alla democrazia, quasi che il mondo dello sport si fosse spostato verso il fondamentalismo islamico. Qualche segnale si avverte anche in Egitto. Negli anni scorsi la squadra femminile si presentava all'appuntamento con un abbigliamento decisamente occidentale, oggi molte atlete vestono il velo. Il problema del boicottaggio è più che mai presente. Se quello della tunisina colpisce per la novità ma è stato adottato in una maniera soft, l'Iran continua nella sua politica del rifiuto netto e sbandierato in tutte le grandi manifestazioni sportive.

Domenica Sayyad Ghanbari Hamad, un fiorettista di Teheran, si è ritrovato nel girone di qualificazione l'israeliano Tomer Or e si è ritirato senza tirare con lui né con gli altri avversari che gli erano toccati nel sorteggio. Due incidenti diplomatici in due giorni. Se il boicottaggio mascherato prende piede chissà cosa succederà ai Giochi di Londra 2012.




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Calciatore arrestato in Arabia Saudita: aveva troppi tatuaggi

Corriere della sera

Il colombiano Juan Pablo Pino fermato in un supermercato con una t-shirt. Un monito per i nostri.


MILANO - Ibrahimovic, Materazzi, Lavezzi e compagnia, attenti. Qualora decideste di svernare in Arabia Saudita, a caccia di un ultimo sontuoso contratto ( o di una facile panchina), fareste meglio a passare da un chirurgo. O ad andarci, in barba al caldo desertico, ben imbacuccati. Il motivo? Tutti costoro sono assai istoriati con tatuaggi di tutte le fogge. Ebbene, nel regno di Riyad la cosa non è affatto gradita. Al punto che si rischia la galera. Simil sventura è infatti toccata al povero calciatore colombiano Juan Pablo Pino, 24enne di belle speranze in forza al Nasr.


ARRESTATO - Anch'egli amante di decorazioni cutanee, andava per compere a braccia scoperte, con una banale t-shirt, in uno dei numerosi centri commerciali della capitale saudita, insieme alla moglie incinta. Ebbene è stato fermato ed arrestato dai sinistri agenti della Commissione per la Promozione della Virtù e Prevenzione del Vizio. Con la consorte, Pino è stato trattenuto negli uffici della Commissione, fintanto che non sono arrivati i dirigenti della squadra a "liberarlo". Un arresto in realtà non a sorpresa: la commissione aveva già ammonito i pluritatuati calciatori. «I tatuaggi hanno effetti negativi sulla gioventù saudita. Comunichiamo alle società che devono avvertire tutti i giocatori stranieri con tatuaggi affinché li coprano prima di scendere in campo o di girare per le strade. Con magliette a maniche lunghe e pantaloni altrettanto lunghi, qualora detti tatuaggi fossero sulle gambe». Ora Pino (e moglie) vogliono abbandonare quanto prima il Regno. Istoriati calciatori nostrani, pensateci bene.

Matteo Cruccu
10 ottobre 2011 21:04

Cavour, l'anti-italiano che pensò l’Italia"

La Stampa


La copertina del libro di Giorgio Dell’Arti, edito da La Stampa e Marsilio
La copertina del libro di Giorgio Dell’Arti, edito da La Stampa e Marsilio


FRANCESCO RIGATELLI
Domani esce il libro Cavour di Giorgio Dell’Arti, edito da La Stampa e Marsilio, che raccoglie le puntate sulla vita dello statista apparse in ultima pagina dal 30 gennaio 2010 e che finiranno il 23 ottobre. La biografia si trova nelle edicole di Piemonte, Liguria e Val d’Aosta a 12.90 euro più il prezzo del quotidiano, nelle altre su richiesta o tramite il numero verde 800011959 sul nostro sito.

Un viaggio di due anni e in realtà lungo tutta la vita quello di Giorgio Dell’Arti, giornalista e appassionato di biografie. La prima puntata del suo Cavour è uscita su La Stampa il 30 gennaio 2010. Ma l’incontro col personaggio storico risale al 1979.

Com’è avvenuto?
«Ero giovane, volevo fare carriera e cercavo un libro da scrivere. Mi serviva un personaggio non recente, ma non troppo passato da non trovarne i documenti, potente ma fuori dalla polemica politica. Italiano. Senza saperne nulla, mi trovai immerso in una storia incredibile».

E nel 1982 ha pubblicato il suo primo libro su Cavour da Mondadori.

«Il mio primo libro in assoluto. Che non si trova più, perché le poche copie rimaste le ho fatte sparire. A 66 anni ho riscritto quel libro giovanile, un’esperienza che consiglio».

Così è finito, se esiste, nella categoria dei giornalisti storici. Come ci si trova?
«In effetti esiste come categoria. Però questo libro è talmente strano che forse non c’entra. I giornalisti storici saltabeccano in tutti i periodi. Un po’ come noi con gli argomenti quando facciamo i giornalisti. Invece io vado fiero di aver approfondito un personaggio solo ma bene».

Non sopportava che Cavour fosse sottovalutato?
«Esatto e sa qual è il primo motivo? Perché la nostra formazione di italiani è giuridico-letteraria. Cavour a 18 anni studiava economia. Aveva un talento matematico. Ed era un liberale. Insomma, ci era insopportabile».

Pur di non assegnargli il ruolo di protagonista del Risorgimento se ne son inventate tante. La massoneria per esempio. Che ne pensa?

«Tutte balle! Cavour non era massone, non ne aveva bisogno. Certo aveva dei rapporti, come pure con altri movimenti, per esempio quello segreto dei patrioti. Ma faceva politica, li guidava. Anche la storia dell’influenza della massoneria inglese nell’unificazione dell’Italia è falsa. Gli inglesi remarono contro la Seconda guerra d’indipendenza, tanto che Cavour si voleva sparare».

Detto questo, il Risorgimento resta opera di minoranza.
«Non c’è dubbio. Una minoranza borghese che per i propri interessi si rivolta contro un sistema immobile costruito sull’assolutismo. Immobile anzitutto economicamente, protezionista e basato sui pedaggi per il re».

Oltre a Cavour il Risorgimento è opera dei Savoia, altri dimenticati.
«L’unificazione è avvenuta grazie a tre personaggi che non si amavano Cavour, Garibaldi, Vittorio Emanuele II -, ma che hanno preso le decisioni giuste. Poi il downgrading del Risorgimento è avvenuto perché la classe che lo fece finì in minoranza: il suo posto è stato preso - levando il fascismo - da cattolici e comunisti, nemici dichiarati dei liberali».

Nelle grandi biografie di Cavour di Rosario Romeo e soprattutto in quella di Luciano Cafagna si accenna al conflitto d’interessi all’origine della formazione dell’Italia. Un vizio storico?
«Cavour quando è diventato ministro ha lasciato tutto tranne i mulini, con cui faceva speculazione sul grano, e delle azioni delle banche di Torino e Genova. Quando presentò un disegno di fusione di questi istituti, la sinistra lo accusò di guadagnarci. Vero. Ma l’operazione faceva bene al paese. Era un conflitto sopportabile. Niente di confrontabile col presente».




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