sabato 15 ottobre 2011

Lo skateboard volante di «Ritorno al futuro» ora esiste

Corriere della sera

 

Si chiama Magfly e si solleva grazie al principio della superconduttività magnetica

 

MILANO - Chi non si ricorda del mitico skateboard «volante» di Marty McFly (ovvero, Michael J. Fox) in «Ritorno al futuro»? Ora esiste. I ricercatori dell'Università Paris-Diderot lo hanno realizzato per la ventesima edizione della Festa della Scienza a Mulhouse (città francese nella regione dell'Alsazia). La tavola è gravitazionale, come funziona? Il Magsurf, così lo hanno chiamato, ha al suo interno un magnete che lo fa sollevare e volare grazie al principio della superconduttività, «un fenomeno fisico - spiega Yann Gallais, docente dell'università Paris VII - secondo cui alcuni particolari materiali, detti superconduttori, assumono resistenza nulla al passaggio di corrente elettrica al di sotto di una certa temperatura ed espellono (completamente o in parte) i campi magnetici presenti al loro interno». Non si tratta di magia, ma di fisica. Magfly (questo è il suo soprannome) «"scivola" in levitazione se nel suolo esiste un campo magnetico di carica opposta - continua -. Funziona a basse temperature. E abbiamo utilizzato dell'azoto liquido per raffreddarlo».

 

 

CINEMA E ARTE - Michael J Fox usa uno skateboard rosa per scappare da un inseguimento. Al lancio del film venne fatta circolare la leggenda che la Mattel ne realizzò uno basato su un cuscinetto d’aria, ma che fu eliminato perché troppo pericoloso. L’artista Nils Guadagnin lo aveva realizzato realmente e chiamato Hoverboard. Tramite un sistema di magneti lo skateboard riusciva a rimanere sospeso nel vuoto, un po’ come fanno alcuni treni ultra veloci, ma non a supportare il peso di un uomo. Era soltanto questione di tempo. Ci hanno pensato i giovani ricercatori francesi a realizzare il sogno di tutti ragazzi degli anni Ottanta pazzi per «Ritorno al Futuro».

Rossella Burattino
15 ottobre 2011 17:56

Nomi improbabili ai figli, un genitore su dieci si pente della scelta

Corriere della sera

Prima imitano le star di Hollywood e i calciatori ma poi tornano all'anagrafe perchè non è più di moda



Flavio Briatore ed Elisabetta Gregoraci
Flavio Briatore ed Elisabetta Gregoraci
MILANO. Diamoglielo strano, il nome al pargoletto. In fondo, anche Gwyneth Paltrow ha chiamato sua figlia come un frutto, Apple, e Nicole Ritchie ha scelto il nome di un uccello, che è anche il cognome di un celebre pirata cinematografico, per il figlio Sparrow. Ma se per la prole hollywoodiana crescere con tale originalità stampata sul passaporto va di pari passo con lo status di celebrità, ecco che quando certi nomi improbabili vengono adottati dai meno ricchi e famosi, il discorso cambia, perché passata la sbornia trendy, un genitore su dieci si pente della scelta modaiola e nei casi estremi arriva persino ad avviare le pratiche per il cambio di nome al figlio o alla figlia.

SE PASSA LA MODA- A rivelare la crescente tendenza è uno studio, condotto dal sito yourbabydomainname.com, che ha riscontrato un rimorso genitoriale dell’8% (in aumento del 3% rispetto ad analoghe ricerche precedenti) per come è stata chiamata la prole, con oltre la metà degli intervistati che ha ammesso di essersi lasciata influenzare dalla moda al momento della decisione e un terzo che ha motivato l’infausta scelta con il fatto che quando è nato del figlio il nome era originale, ma poi si è diffuso troppo fra i comuni mortali.

SI TORNA ALL'ANAGRAFE- Da qui la decisione di voler tornare sui propri passi anagrafici, manco il nome fosse un abito ormai demodé e, quindi, da chiudere nell’armadio. «I genitori non si rendono conto di quando rapidamente cambino le tendenze relative ai nomi dei bambini – ha spiegato al «Daily Mail» Pamela Redmond Satran che gestisce il sito nameberry.com – e quindi un nome che inizialmente poteva essere davvero originale, può poi diventare comunissimo e così, quando le mamme arrivano dal pediatra o vanno al parco giochi e si rendono conto di quanti bambini ci siano con lo stesso nome del loro figlio, si fanno prendere dal rimorso». C’è poi chi si pente perché magari ha dato retta ai consigli di altri o ha ceduto alle pressioni della famiglia o dei suoceri e non ha avuto il coraggio di fare di testa e ascoltare il proprio cuore».
LA CONFESSIONE DI UNA «PENTITA»- Cosa che invece ha fatto la giornalista del tabloid, Lucy Cavendish, anche se in questo caso l’originalità a tutti i costi è andata forse un tantino oltre, visto che la donna ha chiamato Ottoline la prima e unica figlia, salvo pentirsene quando il figlio maggiore le ha fatto notare che si trattava «di un nome davvero stupido». Risultato: ora la piccola è soprannominata «Sparkle» (ovvero, «splendore») anche se la Cavendish sta seriamente pensando di cambiarle legalmente nome. E in Italia? Sebbene la stragrande maggioranza delle mamme non ammetterebbe mai pubblicamente di aver sbagliato il nome del figlio (e la conferma arriva dal mini-sondaggio condotto dal sito bebeblog.it dove su 36 partecipanti, solo 3 hanno confessato di aver fatto un errore), anche da noi qualche esempio fin troppo stravagante esiste: da Chanel (nome scelto da Ilary Blasi e Francesco Totti per la loro bambina) a Swami (figlia di Elenoire Casalegno e del dj Ringo), da Nathan Falco (il piccolo Briatore) a Maelle (figlia di Antonella Clerici), passando per Oceano e Leone (figli di John Elkan e Lavinia Borromeo). Tutti nomi a dir poco originali: ma la penseranno allo stesso modo anche i diretti interessati?


Simona Marchetti
15 ottobre 2011 14:35



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Cuba, è morta Laura Pollán La leader delle "Damas de Blanco"

La Stampa

Era a capo del movimento i famigliari dei dissidenti imprigionati dal regime



Laura Pollan aveva 63 anni

GORDIANO LUPI

La leader delle Damas de Blanco, Laura Pollán Toledo, è morta ieri alle 19 e 50, all’Avana, per un arresto cardiaco, come riferiscono fonti della dissidenza interna e blogger indipendenti. Aveva 63 anni.

Laura Pollán era ricoverata dallo scorso 7 ottobre, in terapia intensiva, all’Ospedale Calixto García per una grave insufficienza respiratoria, aggravata da problemi di diabete e ipertensione dei quali soffriva. Martedì l’ospedale aveva informato la famiglia che esami realizzati dall’Istituto di Medicina Tropicale Pedro Kourí avevano rivelato che Laura Pollán soffriva del Virus Respiratorio Sincitial (VRS). Giovedì i medici avevano aggiunto che la leader delle Damas de Blanco soffriva anche di dengue tipo 4. Per tutta la settimana le condizioni di salute di Laura Pollán sono state definite “molto gravi”. I medici l’hanno mantenuta sempre sotto sedativi e con la respirazione artificiale. Venerdì le hanno praticato una tracheotomia.

Pollán era moglie del’ex prigioniero politico Héctor Maseda, uno dei 75 dissidenti condannati nella Primavera Nera del 2003. Dopo quella ondata repressiva, lei e altre donne familiari di oppositori incarcerati fondarono le Damas de Blanco, che negli ultimi otto anni si sono dedicate a denunciare la situazione dei prigionieri politici e a pretendere la loro liberazione. Nel 2005 il Parlamento Europeo le ha insignite del Premio Sacharov per la libertà di coscienza. Il governo cubano, invece, ritiene le Damas de Blanco uno strumento fondamentale della sovversione statunitense sull’Isola. Pollán, insieme alle colleghe che fanno parte del gruppo, ha subito numerosi atti di ripudio organizzati dal regime, minacce, persecuzioni e percosse.

L’ultimo episodio violento che l’ha vista protagonista è avvenuto lo scorso 24 settembre, davanti alla porta della sua casa, quando insieme ad altre Damas de Blanco cercò di assistere alla messa per il giorno della Merced e decine di paramilitari glielo impedirono. Yoani Sánchez ha comunicato su Twitter che la veglia funebre si terrà nella casa di Laura Pollán e subito dopo il suo corpo sarà cremato.

Gordiano Lupi www.infol.it/lupi




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Gava: "Resto per la pensione"

Il Tempo

L'ex onorevole del Pdl non si è presentato al voto di fiducia al Cav. Ma vuole restare alla Camera fino al 2013 per poter prendere il vitalizio.


Fabio Gava Evviva la sincerità. Fabio Gava, il deputato appena espulso dal Pdl che ieri non si è presentato al voto di fiducia sul governo, lo ha detto a chiare lettere: «Mi piacerebbe arrivare al vitalizio». Cosa? Ci deve essere un errore. Un'interferenza radiofonica durante le dichiarazioni rilasciate a Radio 24. Invece no. È tutto vero. Fabio Gava, parlando di un ipotetico voto nel 2012, si è sfogato: «È una fuga e non è utile al Paese. Sarebbe giusto utilizzare questo ultimo periodo della legislatura per fare delle cose».

E magari, «facendo delle cose», arrivare al 3 aprile 2013 quando maturerà le condizioni per ottenere il vitalizio. Infatti i Regolamenti stabiliscono che «un deputato, dopo 5 anni di mandato effettivo, riceve il vitalizio a partire dal 65° anno di età». In altre parole se Gava riuscirà a finire il quinquennio iniziarà a prendere la pensione da parlamentare tra poco più di tre anni essendo nato il 26 ottobre 1949. E quando prenderà? Il Regolamento spiega che «l'importo dell'assegno varia da un minimo del 20% a un massimo del 60% dell'indennità parlamentare, a seconda degli anni di mandato parlamentare».

Facendo due conti quindi, se Gava non dovesse tornare in Parlamento dopo i primi cinque anni di legislatura, dovrebbe prendere la «minima», ovvero il 20% dell'indennità. E visto che con una delibera dell'Ufficio di Presidenza della Camera del 2006, l'importo dell'indennità è stato stabilito in 5.486,58 euro mensili, il deputato potrà godersi un vitaliazio di 1097,32 euro al mese. Decisamente un bel gruzzolo per buttare tutto all'aria proprio ora che mancano al traguardo solo 536 giorni. Problema che invece non si pone la collega di partito Giustina Destro.

Anche lei ieri non era presente in Aula e per questo è stata espulsa, ma a differenza di Gava la Destro è parlamentare dal 2006 e quindi ha già maturato i requisiti per incassare la pensione. Ma questi sono problemi marginali, quello che più preoccupa la maggioranza è il pericolo che le diserzioni all'interno del Pdl continuino soprattutto dopo che a mollare sono stati due deputati vicini a Claudio Scajola ma berlusconiani della prima ora. I loro maldipancia suonano come un campanello d'allarme e in tanti temono nuove «fughe».

«C'è il rischio che la prossima settimana ci troviamo a contarci di nuovo», dicono a mezza bocca tanti deputati azzurri. E il Cav vede il «nemico» prepararsi all'Armageddon: le truppe terzopoliste, spiegano nel Pdl, sono in movimento da tempo, e le sirene di Luca Cordero di Montezomolo si fanno sentire sempre più forti. E il «tradimento» dell'ex responsabile di Popolo e territorio Luciano Sardelli e dei parlamentari Destro e Gava sono chiari segnali in questa direzione. E si racconta che perfino Catia Polidori sia stata convinta a non ascoltare il «richiamo montezemoliano» grazie alla «promozione» a viceministro dello Sviluppo.


Alessandro Bertasi
15/10/2011





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Adesso all'Onu non hanno più nessun dubbio: gli ayatollah stanno preparando l’atomica

di

L'epoca dell'ambiguo El Baradei, agente Onu per il controllo della proliferazione nucleare, è finita. Secondo Le Figaro il mese prossimo la minaccia nucleare iraniana sarà documentata




La vera bomba sta per lanciarla l’Aiea. A due anni dal congedo di Mohammed El Baradei, l’agenzia Onu per il controllo della proliferazione nucleare prepara una rivoluzione. Tutto inizierà il 17 novembre con la presentazione del nuovo rapporto sul nucleare iraniano. Secondo un articolo del quotidiano francese Le Figaro, ispirato da fonti vicine ai vertici dell’Aiea, il rapporto «sarà uno dei più importanti sull’argomento» e dimostrerà, una volta per tutte, come Teheran punti solo all’arma atomica.

Le fonti non chiariscono quali siano le novità, ma fanno capire che le ambiguità dell’era El Baradei appartengono al passato e che l’Aiea è decisa a tutto per dimostrare la reale consistenza della minaccia nucleare iraniana. La svolta segnala anche la definitiva affermazione del gruppo di scienziati protagonisti per anni di duri scontri con un’ex direttore generale sempre pronto a silenziare le prove contro Teheran. Questo mentre Obama ribadisce che gli Usa hanno «prove schiaccianti che l’Iran sponsorizza attività destabilizzanti».

Le prime avvisaglie della svolta erano già contenute nel rapporto dello scorso settembre,che segnalava il trasferimento di alcuni impianti nucleari nei bunker fortificati scavati nelle viscere di una montagna presso Qom. L’esistenza di quell’impianto fortificato, sfuggito per anni alle ispezioni dell’Aiea, era stata svelata nel 2009 durante una drammatica conferenza stampa congiunta organizzata da Barack Obama, Nicolas Sarkozy e dall’allora premier inglese Gordon Brown. Il rapporto di settembre segnala anche altri indizi preoccupanti.

Il primo è la progressiva sostituzione delle vecchie centrifughe - fornite in origine dallo scienziato pakistano Abdul Qadeer Khan - con il nuovo modello IR 2 costruito grazie ad acciai speciali che Teheran sarebbe riuscita a procurarsi nonostante controlli e sanzioni. Proprio quelle nuove centrifughe hanno consentito, secondo l’Aiea, di incrementare il livello di arricchimento di grosse partite di uranio dalla soglia del 5 per cento, sufficiente per scopi civili, a quella del 20 per cento giustificata solo per scopi scientifici. L’arricchimento si può però ottenere con passaggi successivi e dunque l’Iran può già oggi contare su ingenti quantità di combustibile atomico facilmente innalzabili a quel livello del 90 per cento indispensabile per scopi militari.

«Se l’Iran rompesse gli indugi potrebbe arrivare all’atomica in meno di sei mesi», avvertiva dopo la lettura del rapporto David Albright, un ex ispettore nucleare responsabile dell’Istituto per la Scienza e la Sicurezza Internazionale di Washington. I vertici iraniani continuano però a smentire tutto. «In Occidente parlate di noi, ma dimenticate le 400 atomiche israeliane – fa notare al Giornale l’Hojatoleslam Mohammad Tahir Rakbahr, leader di una fazione conservatrice del parlamento di Teheran – noi non solo non vogliamo dotarci di armi nucleari, ma non ne abbiamo bisogno. Le armi convenzionali ci bastano ad infliggere una durissima lezione a chiunque pensi di attaccarci».

Il riesplodere della questione nucleare iraniana segnala però uno scenario geopolitico sempre più agitato. Washington teme infatti le interferenze della Repubblica Islamica in Irak, dove è previsto il totale ritiro americano entro la fine dell’anno, e in Bahrein dove la rivolta della maggioranza sciita mette a rischio una delle più importanti basi Usa del Medio Oriente. Il presidente francese Sarkozy, protagonista di una dura politica anti iraniana conseguenza anche delle ottime relazioni con il Qatar, teme invece che il ritorno sulla scena internazionale di Vladimir Putin allontani la Russia dall’Occidente rendendo arduo il contenimento della potenza iraniana.




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La scuola di orologiai che ci invidia anche la Svizzera

Il Giorno

Al Capac si formano i tecnici delle multinazionali della lancetta. La Regione: una perla, lo finanzieremo almeno fino al 2013



orologi



Milano, 15 ottobre 2011 - Scordatevi la figura dell’orologiaio ricurvo sul tavolo da lavoro, alle prese con un ingranaggio da riparare nella penombra della sua bottega. Oggi gli artigiani del quadrante hanno cambiato pelle: tecnici iperspecializzati, richiestissimi dai grandi marchi, capaci di interfacciarsi con clienti esigenti, spesso collezionisti. La scuola del Capac, il centro di alta formazione professionale della Camera di Commercio, ne sforna sedici l’anno. Chi li assume? Lorenz, Richemont, Rolex. E l’elenco potrebbe continuare. In poche parole, il top mondiale.

Il corso dura ventiquattro mesi: mille ore
e passa di corsi intensivi, compreso l’approfondimento delle lingue (inglese e francese), più altre quattrocento di stage professionali. Tutto gratuito, grazie al contributo di Assorologi e al finanziamento del Pirellone, che nel 2007 ne ha approvato in toto finalità e linee guida. «I fondi sono garantiti almeno fino al 2013 - fanno sapere dall’assessorato all’Istruzione - perché la Regione considera questo percorso di studi un’eccellenza assoluta».

Proprio tre giorni fa, i dirigenti lombardi
hanno fatto visita al Politecnico del Commercio, in zona Lotto, che quest’anno festeggia i cinquant’anni di attività: «Abbiamo dato un’occhiata ai laboratori e al lavoro svolto dai ragazzi - continuano i tecnici -. Si tratta, senza dubbio, di un patrimonio da preservare, una perla nel suo genere». In effetti, negli ultimi anni, la fama della scuola ha conquistato ribalte nazionali: basta scorrere la lista degli iscritti, si fa fatica a trovare un milanese tra i banchi. Selezione con un test attitudinale importato dagli Stati Uniti e un colloquio motivazionale: «Non ha senso fare domande tecniche per scegliere chi frequenterà l’istituto - afferma il docente Enrico Mazzola, un’autorità nell’ambiente -. Lo scopo dell’esame preliminare è capire chi ha davvero le motivazioni giuste per arrivare fino in fondo».

A settembre si sono presentati in 103
:
alla fine, sono rimasti in sedici. Quindici ragazzi e una ragazza: «Arrivo dall’Aquila - confessa Cecilia Ranalletta - e al termine della scuola tornerò a lavorare nella gioielleria di mio padre». Come lei, almeno una buona metà della classe ha già un posto assicurato nell’attività di famiglia. Poi, ci sono quelli che «mi piacerebbe lavorare alla Rolex». Per loro, ci sarà spazio anche Oltralpe, dopo aver fatto la gavetta nelle filiali italiane delle multinazionali della lancetta.

Profeti nella patria degli orologi? «Sì - sorride Mazzola - perché anche in Svizzera fanno fatica a rimpiazzare gli esperti che vanno in pensione». Ovviamente, il corso del Capac è solo il primo step di un lungo addestramento, che poi proseguirà in azienda. «L’altro giorno c’erano qui i massimi rappresentanti delle imprese leader - rivela il presidente Simonpaolo Buongiardino -. Sa cos’hanno detto ai rappresentanti della Regione? “Noi scegliamo i migliori. E i migliori sono qui”». In viale Murillo 17, a due passi da San Siro. E se dovessero venir meno i contributi pubblici? «Saremmo costretti a far pagare una sorta di tassa universitaria - conclude il direttore Stefano Salina - ma verrebbe meno uno dei nostri capisaldi: il talento prima del censo».


di Nicola Palma




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Bogotà, ubriaco alla guida travolge passante 700 dollari di multa e 900 anni senza patente

di

Ubriaco alla guida per le strade di Bogotà uccide una passante 87enne. Il colpevole, un uomo colombiano, è stato condannato a pagare una multa di 700 dollari. In aggiunta alla sanzione, gli è stata ritirata la patente, per 9 secoli...


Una decisione davvero "assurda". Così Deiby Rodriguez ha commentato la decisione con la quale il governo colombiano ha deciso di ritirargli la patente per 900 anni, dopo avere investito e ucciso una donna, mentre guidava in stato d'ebbrezza.

L'uomo non potrà più circolare al volante della sua quattro ruote per nove secoli, in pratica fino al 2911, dopo avere investito per le strade di Bogotà una passante 87enne. Una misura che, su questo ha ragione Rodriguez, ha un che di "assurdo", ma che di certo - anche se in maniera del tutto simbolica - calca la mano su un problema fondamentale sul quale bisognerebbe forse intervenire più seriamente, ossia quello della sicurezza alla guida. Di recente in Colombia è iniziata una campagna contro gli ubriachi al volante e lo scorso fine settimana sono state multate 1.500 persone.

Dal canto suo, l'uomo ha commentato la sentenza sostenendo di non avere ucciso nessuno, non tanto perché la cosa non era premeditata, ma perché la donna, questa la giustificazione di Rodriguez, "soffriva da tempo di cancro". In aggiunta alla sospensione della patente, Rodriguez si è visto addebitare una multa di 700 dollari. La durezza della misura dipende dal fatto che l'uomo era ubriaco alla guida per la quarta volta.




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Mangia frutti di mare e invecchia: da 26 a 70 anni

Quotidiano.net

Vietnam, si chiama Nguyen Thi Phuong e non riesce a curarsi


Ha 26 anni, ma ne dimostra 70. Ed è invecchiata in un paio di giorni: improvvisamente il suo viso si è riempito di rughe, il corpo è diventato flaccido .L’ipotesi è che a trasformare la ragazza sia stata una reazione allergica ai frutti di mare



Nguyen Thi Phuong: ha 26 anni, sembra ne abbia 70 (The Sun online)
Nguyen Thi Phuong: ha 26 anni, sembra ne abbia 70 (The Sun online)




Roma, 14 ottobre 2011 - Ha 26 anni, ma ne dimostra 70. Ed è invecchiata in un paio di giorni: improvvisamente il suo viso si è riempito di rughe, il corpo è diventato flaccido.

E’ l’incredibile storia di Nguyen Thi Phuong, vietnamita, a cui i medici non sanno dare una spiegazione. L’ipotesi è che a trasformare la bella ragazza in una settantenne anzitempo sia stata una reazione allergica ai frutti di mare.




E’ l’incredibile storia di Nguyen Thi Phuong
, vietnamita, a cui i medici non sanno dare una spiegazione. L’ipotesi è che a trasformare la bella ragazza in una settantenne anzitempo sia stata una reazione allergica ai frutti di mare.

Dal 2008, quando tutto è cominciato, la donna è costretta a indossare una maschera per nascondersi dagli sguardi curiosi della gente, fin quando i medici non stabiliranno la causa esatta dell’invecchiamento precoce. Per la prima volta Nguyen Thi Phuong, che vive con il marito nella provincia di Ben Tre, sul delta del Mekong, ha accettato di parlare con i media e di farsi fotografare, mostrando com’era prima e come è oggi. E la storia sta rimbalzando su diverse testate online internazionali, tra cui il britannico ‘Telegraph’.

All’inizio di ottobre i medici di un ospedale locale hanno detto di voler visitare la donna gratuitamente, promettendo di mandarla all’ospedale dermatologico di Ho Chi Minh se dovessero fallire nel stabilire la diagnosi. La coppia, infatti, non ha i soldi per rivolgersi alla struttura specializzata della capitale. Intanto sulla stampa locale è fiorita una gran varietà di diagnosi da parte di diversi camici bianchi interpellati.

Alcuni sostengono che possa trattarsi di lipodistrofia, una rara sindrome che causa la degenerazione del tessuto adiposo. Phuong, invece, fa risalire tutto a una grave reazione allergica ai frutti di mare nel 2008, curata con alcune medicine comprate alla farmacia locale, prese per un mese. Poi è passata alla medicina tradizionale: “L’orticaria che avevo è scomparsa, ma la mia pelle ha cominciato ad afflosciarsi e a riempirsi di rughe”, racconta.





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