domenica 16 ottobre 2011

Israele pubblica la lista dei prigionieri da liberare in cambio del soldato Shalit

Corriere della sera

I detenuti sono 447, tra cui 27 donne. Già cominciato il loro trasferimento. Entro due mesi liberi altri 550


Gilad Shalit
Gilad Shalit
MILANO - Israele e Hamas hanno pubblicato domenica la lista di un primo gruppo di 477 prigionieri palestinesi da liberare entro martedì prossimo in cambio del soldato israeliano Gilad Shalit, detenuto da oltre cinque anni. In questa prima lista israeliana compaiono anche 27 donne. Nell'elenco dei prigionieri spiccano fra l'altro i nomi di Ahlam Tamimi, accusato di essere complice di un attentato suicida in un ristorante di Gerusalemme, e Amneh Muna, che progettò l'omicidio di un 16enne israeliano nel 2001 e condannato all'ergastolo. Un secondo gruppo di 550 palestinesi dovrebbe essere liberato entro due mesi. In tutto la lista israeliana dello scambio comprende 1.027 prigionieri palestinesi.

LA LISTA - La pubblicazione della lista dà ora la possibilità a diversi gruppi in Israele, che rappresentano famiglie di vittime del terrorismo palestinese, di appellarsi alla Corte Suprema contro la liberazione dei detenuti. Stando all'esperienza di passati scambi, però, la probabilità che la Corte Suprema accolga il loro appello è ritenuta pressoché inesistente. La lista, con i dossier di ciascun detenuto, è stata trasmessa la scorsa notte al presidente Shimon Peres, al quale compete il potere di condono della pena. Secondo la stampa israeliana Peres firmerà i condoni, aggiungendo la frase «non perdono e non dimentico».


I PRIGIONIERI - Nella fase successiva alla liberazione di Shalit, Israele scarcererà altri 550 detenuti palestinesi entro i prossimi due mesi. Secondo la radio israeliana, nel gruppo dei 477 detenuti in procinto di riavere la libertà 292 sono della Cisgiordania, 130 della striscia di Gaza, 46 di Gerusalemme est, sei sono arabi israeliani, uno è originario delle alture del Golan, due provengono da stati esteri.

I TRASFERIMENTI - Già poche ore dopo la pubblicazione della lista le autorità israeliane hanno dato inizio al trasferimento dei prigionieri palestinesi coinvolti nello scambio con Hamas che porterà alla liberazione del caporale Gilad Shalit. I prigionieri sono stati trasferiti nella prigione di Ketziot, vicino al confine con l'Egitto e in quella di Sharon, nel centro di Israele, come riferisce la radio israeliana. È previsto che i prigionieri palestinesi che faranno ritorno a Gaza, entrino nella Striscia passando per l'Egitto, attraverso il valico di Rafah.

Redazione online
16 ottobre 2011 18:38

Non clonava Ferrari» assolto carrozziere

Corriere della sera

Il tribunale assolve Maurizio Barbuto, che costruiva monoposto rosse, dall'accusa di contraffazione

MILANO- Costruiva monoposto rosse molto simili alle Ferrari da F1. Ma non avevano motore e nemmeno la tecnologia più avanzata da corsa. E soprattutto non compariva da nessuna parte il logo del Cavallino. Per questo Maurizio Barbuto, carrozziere della provincia di Trapani, è stato assolto dall'accusa di contraffazione. Secondo quanto riporta «Il Giornale di Sicilia», il tribunale di Palermo gli ha dato ragione «perché è stato provato che gli stemmi della Ferrari erano stati apposti sulle auto dai compratori successivamente all'acquisto della vettura».

Le monoposto rosse di un carrozziere siciliano


QUELLA PASSIONE PER LE «ROSSE»- L'inchiesta era partita cinque anni fa dopo una denuncia da parte della casa di Maranello che accusava Barbuto di aver clonato due monoposto F2002. Era intervenuta la Guardia di Finanza a sequestrare gli esemplari e Barbuto si era sempre difeso sostenendo che «erano solo auto artigianali e prive di motore, semplici pezzi d'arredo da sistemare in casa o in garage». Partendo dalle immagini trovate su di un sito, i militari rintracciarono le vetture, una in uno showroom romano l'altra nella provincia barese. Ne esiste anche una terza, che è stata venduta in Germania e viene utilizzata per i simulatori di guida. Oggi Barbuto si gode la vittoria legale e afferma:« Per evitare di incappare nella violazione di normative sulla tutela dei marchi registrati, inviai anche alcune e-mail alla Ferrari, che tengo ancora conservate sul computer. Non mi hanno mai risposto». Ma la sentenza è destinata a far discutere: perché se è stato riconosciuto che le «Barbuto Cars» non sono copie delle Ferrari, è altrettanto vero che nel mondo, soprattutto in Asia esistono centinaia di «taroccatori» in grado di riprodurre repliche non autorizzate dei bolidi di Maranello con tanto di Cavallino rampante «made in China».



Redazione online
16 ottobre 2011



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L'oncologo di Harvard? Manco laureato"

Corriere della sera

Il medico italiano Filippo Cremonini e l'uomo che dice che Jobs avrebbe potuto salvarsi: «Tesi tutte da dimostrare»

dal nostro corrispondente  ALESSANDRA FARKAS



Filippo Cremonini, gastroenterologo all'Harvard Meical School
Filippo Cremonini
NEW YORK- La tesi choc dell’oncologo di Harvard, Ramzi Amri, («Il tipo di cancro che ha colpito Steve Jobs non era letale e se avesse seguito cure tradizionali invece che alternative il padre di Apple si sarebbe salvato») sta facendo da giorni il giro della rete. Ma l’italiano Filippo Cremonini, gastroenterologo al Beth Israel Deaconess Medical Center dell’Harvard Medical School non ci sta. «Mi sento in dovere di precisare, a titolo personale ma da componente della stessa organizzazione» spiega al Corriere.it, «che questo signor Ramdi Amri NON è "l'oncologo di Harvard" come hanno scritto i giornali ma un semplice 'Fullbright scholar' senza laurea in Medicina riconosciuta negli USA, in soggiorno temporaneo a Boston, e non sembra sia nemmeno un clinico. Insomma: persona giovane e scommetto brillante, ma praticamente uno studente in visita».

Le sue tesi sono completamente sbagliate?
«Il signor o dottor Amri esprime un convincimento che può essere comune a colleghi gastroenterologi, chirurghi, internisti ed oncologi, e lo documenta. Ma in primis non ha la conoscenza diretta del caso Jobs, e poi si abbandona ad agghiaccianti semplificazioni. Una tentazione in cui uno che non ha esperienza clinica può facilmente cadere».

Conosce personalmente Ramdi Amri?
«Sembra sia un giovane studente olandese di origini tunisine arrivato in America sei mesi fa. Quando parla del “100% dei ‘suoi’ pazienti guariti da quel tipo di tumore” mente sfacciatamente. In più, e questo è molto più serio, viola una discrezione, un riserbo professionale che neanche il più oscuro dei medici di medicina generale si sognerebbe di fare, figurarsi un oncologo accademico».

Che cosa intende dire?
«L'uso del nome di Harvard per una polemica così non può andare giù ai medici di questa istituzione, che sgobbano anni in corsia e laboratorio prima di poter mettere il logo di Harvard su un biglietto da visita. In fondo, come dice uno dei protagonisti del film The Social Network, questo è l’indirizzo accademico più prestigioso al mondo. Se costui si presentava come lo studente dell’università di Amsterdam (che in effetti era fino a pochi mesi fa) chi gli dava ascolto?».

Che cosa succederà adesso?
«E’ possibile che signor Amri subirà delle conseguenze disciplinari e forse persino legali di qualche tipo. La sua trovata rischia di far perdere importanti fondi per la ricerca all’università. Qui ci sacrifichiamo per evitare conflitti di interesse e pubblicità occulte a vario titolo che ci vengono proposte dal mondo extra-accademico. Tutto questo per contribuire a mantenere il nome di Harvard integro. La credibilità è tutto nell’Accademia. Prevedo nubi dense su questo giovane ricercatore, che, però se l'è un po’ andata a cercare».


15 ottobre 2011 21:44



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Età pensionabile

La Stampa

L'avv. Massimo Goffredo ha trattatoil tema «Età pensionabile: limitie requisiti» rispondendo ad alcunedelle domande giunte dai lettori.




Premesso che la materia previdenziale ed in particolare quella contributiva è complessa anche per gli stessi addetti ai lavori, cercherò oggi con il mio intervento di rispondere alle domande che ci sono pervenute cercando di dare una risposta più chiara possibile, anche se non a tutti i quesiti sarà possibile dare una risposta puntuale giacché i dati riferiti non sono sempre sufficienti per farlo.

In seguito alle riforme delle pensioni il sistema previdenziale italiano è oggi distinto nei cosiddetti “due pilastri”: la previdenza obbligatoria e quella complementare.
Nella previdenza obbligatoria rientrano le prestazioni che sono garantite per legge ai lavoratori: nel caso dei dipendenti pubblici tutti i servizi legati al “primo pilastro” previdenziale vengono gestiti dall’Inpdap, nel caso dei dipendenti privati invece dall’Inps. 

Consiglierei ad ogni lavoratore di recarsi presso lo sportello degli Enti previdenziali (Inps, Inpdap, ecc..) per ottenere informazioni circa la propria posizione assicurativa.
Gli assicurati Inps potranno richiedere presso gli sportelli automatici self-service, o attraverso i servizi on line messi a disposizione dall’Ente all’indirizzo www.inps.it, l’estratto conto, un documento che riassume in una tabella composta da più voci, tutti i contributi che risultano registrati negli archivi dell’Ente a favore di ciascun assicurato. 

On line l’interessato potrà anche ottenere il calcolo della pensione, sulla base dei contributi versati e della simulazione dei contributi previsti.
Per accedere ai servizi on line occorre registrarsi, ovvero l’interessato dovrà richiedere un PIN, di cui una parte verrà rilasciata al momento della richiesta, mentre la seconda parte verrà recapitata a domicilio. Per richiedere l’estratto conto è anche possibile rivolgersi al numero gratuito 803.164.
Se poi l’interessato è prossimo alla pensione potrà richiedere l’estratto conto certificativo, che è un documento analitico della posizione assicurativa, che ha valore certificativo e consente di conoscere in modo dettagliato tutti i contributi accreditati. Esso contiene sia un estratto sintetico che indica, per tipo di contribuzione (lavoro dipendente, contributi figurativi, disoccupazione, malattia, lavoro agricolo dipendente, lavoro autonomo ecc.), le settimane utili per il diritto alla pensione, sia un estratto analitico dei periodi contributivi registrati negli archivi dell'Inps alla data di richiesta da parte dell'interessato, e cioè: 

-i contributi registrati negli archivi (giorni, settimane, mesi);
-le settimane utili per il raggiungimento del diritto alla pensione;
-le settimane utili per il calcolo (misura) della pensione;
-la retribuzione o il reddito;
E quest’ultimo può essere richiesto invece presso tutte le sedi Inps, utilizzando il modello Ecocert.

I servizi on line offerti sono tanti e stanno aumentando, da oggi 1° aprile è ad esempio disponibile quello per effettuare la domanda per l’indennità di disoccupazione ordinaria non agricola, la richiesta di indennità di mobilità ordinaria e tutto ciò che riguarda la gestione del rapporto di lavoro domestico da parte del datore di lavoro.

Tuttavia è consigliabile recarsi allo sportello delle sedi territoriali Inps, quando i calcoli e le valutazioni di opportunità e convenienza diventano un po’ più complesse. Agli sportelli lavora infatti personale specializzato che è a disposizione per ogni tipo di quesito e soprattutto è disponibile a fornire una consulenza specifica, avendo accesso a tutti i dati informatizzati delle singole posizioni.

Tengo a sottolineare l’estrema importanza di aggiornarsi continuamente (sarebbe consigliabile almeno ogni due anni), circa la propria posizione contributiva poichè è l’unico modo per scoprire in tempo, poichè il termine di prescrizione dei contributi omessi è di cinque anni, eventuali omissioni contributive (sforzo che peraltro è a costo zero).
Il datore di lavoro deve infatti pagare dei contributi all’Inps, che verranno poi accreditati sulla posizione del lavoratore consentendogli di maturare il diritto alla pensione. Se però il datore è inadempiente e lascia scoperta la posizione i rischi e il costo degli eventuali rimedi sono elevati. Per cui se si tiene presente che il termine di prescrizione dei contributi omessi è di soli cinque anni e il costo del rimedio (ovvero la costituzione di una rendita vitalizia) è notevole, si consiglia di tenersi continuamente aggiornati!

D: Riscatto laurea sistema misto
Salve, sono nato nel 1970 e la mia posizione previdenziale inizia nel 1995 e quindi rientro nel regime misto. Sono in possesso di due lauree, una ottenuta tra il 1990 e il 1994 e l'altra tra il 2000 e il 2004. CHIEDO: 1-E' corretto dire che il costo di riscatto di questa seconda laurea è proporzionato ai redditi degli ultimi 12 mesi (per me particolarmente bassi)? 2-Qualora fosse più conveniente riscattare la seconda laurea invece della prima, posso scegliere quale riscattare oppure si deve andare in ordine temporale?
GRAZIE
(Paolo D.)

R: In primo luogo occorre fare alcune precisazioni in ordine all’istituto del riscatto.
In generale il riscatto è un’operazione che consente al lavoratore di ottenere, (a proprie spese o a spese del datore di lavoro o eventualmente con trasferimento di fondi da altri enti previdenziali), il riconoscimento contributivo dei periodi durante i quali risulta previdenzialmente “scoperto”.
Per esempio sono riscattabili oltre ai periodi di lavoro per i quali non era ancora prevista l’assicurazione obbligatoria, anche particolari periodi espressamente previsti dalla legge, come ad esempio periodi di congedo, di aspettative non retribuite per motivi privati o di malattia, ecc..
> Ma la forma di riscatto più diffusa è certamente quella del corso legale di laurea.

Le condizioni per il riscatto:
- il riscatto del corso legale di laurea è possibile solo se l'interessato ha conseguito il titolo di studio, ovvero il diploma di laurea o gli altri titoli equiparabili (come ad esempio le lauree conseguite all’estero purché riconosciute in Italia)
- solo se l’interessato è già titolare di una posizione contributiva nell'ordinamento pensionistico in cui viene richiesto il riscatto o anche se non è iscritto ad alcuna forma obbligatoria di previdenza sempreché non abbia iniziato l'attività lavorativa (quest’ultima è una novità introdotta con la l. 247/2007).

R: Se il signore che ci ha scritto ha incominciato a lavorare nel ’95 ed ha conseguito la seconda laurea, continuando a lavorare, egli avrà la possibilità di riscattare solo la prima laurea, poiché, il periodo oggetto del riscatto deve necessariamente coprire un periodo che non sia già coperto da contribuzione obbligatoria o figurativa o da riscatto. Egli se lavorava regolarmente, con accredito di contributi sulla sua posizione assicurativa, mentre portava avanti il suo ciclo di studi universitari, non potrà riscattare tale periodo ai fini pensionistici (e neanche ne avrebbe interesse poiché per tale arco di tempo sono già stati pagati).
Ovviamente non sono riscattabili i periodi di iscrizione fuori corso. 

L’onere di riscatto si calcola secondo il sistema retributivo (attraverso un meccanismo c. d. Riserva matematica) se il periodo da riscattare si colloca anteriormente al 31.12.1995 , mentre si calcola con il sistema contributivo se il periodo da riscattare si colloca successivamente al 31.12.1995. Il signore dovendo riscattare il periodo di laurea dal 1990 al 1994 rientra nella prima ipotesi, ovvero nel sistema di calcolo retributivo, che assume come base di calcolo di riferimento la retribuzione degli ultimi 12 mesi con riferimento alla data della domanda. Per il calcolo preciso si consiglia di rivolgersi agli sportelli informativi dell’ente previdenziale. 

Il signore che ci scrive potrà riscattare il periodo della prima laurea solo però se il titolo di studio conseguito è stato necessario per accedere al lavoro per il quale è stato assunto.
Tuttavia, è bene ricordarlo, anche se dopo il conseguimento della laurea si è stati assegnati ad un lavoro per il quale è necessaria quella laurea, essa non sarà riscattabile se durante tale periodo l’interessato avrà lavorato, sempre per il principio per cui il riscatto vale per periodi non coperti da contribuzione. 

Allorché è richiesta anche una abilitazione professionale, è possibile riscattare anche il periodo minimo di praticantato richiesto per accedere all’esame di abilitazione. Il riscatto, lo ricordiamo, può essere anche parziale. Per dare nuovo slancio al riscatto di laurea, che proprio per i suoi costi non aveva riscosso grandi successi, il legislatore ha introdotto la possibilità a partire dal 1° gennaio 2008 di versare il contributo anche in 120 rate mensili senza l'applicazione di interessi. 

E’ importante ricordare che il contributo per il riscatto è fiscalmente deducibile dall'interessato ed anche nel caso in cui il richiedente non abbia un reddito personale, il contributo è detraibile nella misura del 19% dell'importo stesso dall'imposta dovuta dai soggetti nei confronti dei quali l'interessato risulti fiscalmente a carico.
In altre parole il lavoratore ha la possibilità di recuperare parte della spesa grazie alle minori tasse pagate.

Quando conviene riscattare i periodi di laurea? Secondo l’opinione di chi vi parla, salvo ovviamente l’analisi di ogni specifico caso, generalmente è opportuno riscattarli solo quando essi sono necessari per raggiungere il periodo minimo di anzianità contributiva per poter andare in pensione, non invece al fine di incrementare la misura del trattamento pensionistico, non essendoci un apprezzabile relazione costi/benefici, o comunque essendo assolutamente impossibile prevederlo, soprattutto quando il riscatto avviene quando il giorno del pensionamento è ancora molto lontano.
E ciò dal momento che la misura della pensione è determinata da tante variabili, comprese le novità legislative, e circostanze che non sono prevedibili se non nell’imminenza del momento della pensione.
Tuttavia se si intende riscattare il periodo di laurea si consiglia di farlo il prima possibile, anche prima di iniziare l’attività lavorativa, poichè il conto del riscatto, che si calcola in proporzione alla retribuzione percepita alla data di presentazione della domanda e in base alla valutazione del tempo ancora necessario al godimento della pensione, sarà tanto più salato quanto più tempo si attenderà a farlo...

D: Rendita Vitalizia
Gent. Avv. Groffedo ho 56 anni e 34 anni di contributi versati,ho richiesto la rendita vitalizia per il recupero di 14 mesi contributivi che un mio vecchio datore di lavoro non aveva versato. L'Inps mi chiede 14 mila euro dilazionabili in 60 rate, secondo lei mi conviene ai fini del raggiungimento dell'età pensionabile prima possibile? Grazie per l'attenzione che vorrà dedicarmi.
(Dino Bondi)

Come vi avevo riferito anche all’inizio è utile che i lavoratori verifichino la loro posizione contributiva con largo anticipo rispetto alla data del loro pensionamento per intervenire in tempo nel caso in cui il datore di lavoro abbia omesso di pagare i contributi.

Se i contributi omessi si riferiscono a periodi non anteriori a 5 anni prima, basterà presentare una denuncia all’Inps e anche se quest’ultimo non riuscisse ad incassarli, l’accreditamento sulla posizione contributiva sarebbe garantito, sempreché l’Inps ritenga fondata la denuncia del lavoratore tramite gli accertamenti all’esito dei quali, l’Inps redigerà un verbale ispettivo che notificherà al datore di lavoro.
Nel caso invece i contributi non versati si riferiscano a periodi anteriori a 5 anni prima, essi sono prescritti. 

I lavoratori dipendenti possono richiedere la costituzione della rendita vitalizia (riscatto) se il datore di lavoro ha omesso il versamento obbligatorio dei contributi che non possono più essere versati con le normali modalità e che non possono più essere richiesti dall'Inps essendo intervenuta la prescrizione di legge. 

Suppongo essere questo il caso della persona che ci scrive. In questo caso, al lavoratore, in base all’art. 13 legge n. 1338 del 1962, resta la possibilità di chiedere al datore di lavoro o ai suoi eredi di provvedere al pagamento all’Inps di una somma che gli garantisca sia la misura che la decorrenza della pensione alla quale avrebbe avuto diritto se i contributi fossero stati integralmente pagati. 

In caso di risposta negativa o di mancata risposta il lavoratore potrà chiedere all’Inps di calcolare la somma, allegando documenti di data certa che comprovino la sussistenza del rapporto di lavoro. La legge prevede la necessità di tali documenti per evitare la costituzione di posizioni assicurative false per usufruire fraudolentemente di prestazioni pensionistiche.

È opportuna una precisazione: per documento avente data certa, si intende, ad esempio, una lettera raccomandata con ricevuta di ritorno o un atto registrato all’ufficio del registro, nei quali si faccia riferimento al rapporto di lavoro. Tuttavia, nella fase amministrativa, l’Inps, nell’esaminare le domande ha mostrato un atteggiamento certamente non fiscale, poiché ha ritenuto valido al pari del documento avente data certa, anche le bolle di accompagnamento, i libretti di lavoro, le scritture contabili amministrative tenute dal datore, anche se, a stretto rigore di termini, questi pur essendo documenti scritti non hanno data certa. Tale atteggiamento è stato motivato dal fatto che, trattandosi spesso di periodi molto lontani nel tempo, è difficile trovare documentazione scritta avente data certa.

Se l’Inps dovesse respingere la domanda occorrerà adire il giudice del lavoro al quale si potrà chiedere di provare il rapporto di lavoro ma non sarà sufficiente la prova testimoniale, poichè ai fini della costituzione della rendita la prova della sussistenza del rapporto potrà essere raggiunta solo documentalmente. Se l’Inps invece dovesse accogliere la domanda di costituzione di rendita vitalizia, calcolerà la somma da pagare e il lavoratore valuterà se versarla o meno. Nella risposta dell’Inps è indicato un termine perentorio per provvedere al pagamento della somma indicata, tuttavia se non fosse pagata la somma entro tale termine ciò non impedirebbe di presentare la domanda una seconda volta. Se a contestare la sussistenza del rapporto di lavoro è il datore di lavoro, il definitivo accreditamento dei contributi prescritti sarà subordinato all’accertamento in giudizio della sussistenza del rapporto di lavoro.

R: Tenendo presente che tale somma sarà molto alta, converrà pagarla solo se i periodi prescritti sono necessari per raggiungere i requisiti minimi per andare in pensione, non converrà invece al solo fine di ottenere una pensione più alta.
A tal proposito si fa presente che la richiesta di riscatto per contribuzione omessa può essere presentata senza limiti temporali, per omissioni parziali e per coprire parzialmente il periodo durante il quale vi è stata omissione contributiva (es.: solo le settimane necessarie per il perfezionamento dei requisiti per la pensione).
Il lavoratore può ovviamente richiedere il risarcimento dei danni causati dal mancato versamento dei contributi al suo datore di lavoro, danno che consisterà nel rimborso delle somme versate all’Inps.Tuttavia converrà farlo solo ove vi siano concrete possibilità di recuperare le somme pagate all’Inps poichè il datore di lavoro potrebbe essere nullatenente, ovvero se è una società potrebbe essere fallita, insolvibile, o se si tratta di società di capitali estinta, ecc....

D: quando si aprirà la mia finestra?
Preg.mo Avv. Groffedo,
sono nata il 1° maggio 1953 e sono dipendente dell'ANAS dal marzo 1976.
Nel 1986 ho usufruito di periodi saltuari di aspettativa senza assegni pari a mesi 8-9.
Vorrei sapere quando si aprirà la finestra per andare in pensione e se potrebbe essere utile riscattare solo parzialmente, dato il costo, uno o due anni del corso di laurea in Giurisprudenza.
La ringrazio e La saluto cordialmente
Rosa Ducci

D: Noi degli anni 50...
Siamo ripetitivi, è vero. Nata il 20-12-1952, ho lavorato ininterrottamente presso due aziende private, contributi regolarissimi. La data della prima assunzione è il 1° agosto 1971. Con lo slittamento della finestra, quando andrò in pensione? Grazie.

R: Le uscite programmate, ovvero le cosiddette finestre, introdotte prima per le pensioni di anzianità e dal gennaio del 2008 anche per le pensioni di vecchiaia, di fatto allungano il periodo di attesa tra il momento in cui vengono raggiunti i requisiti ed il momento in cui si comincia a percepire la pensione. 

In luogo di tali finestre periodiche, l’art. 12 della legge 122 del 2010, c.d. cura Tremonti, introduce le cosiddette finestre mobili o a scorrimento, che fissano la decorrenza della pensione a 12 mesi dopo il raggiungimento dei requisiti di maturazione del diritto nel caso dei lavoratori dipendenti, e a 18 mesi, nel caso di lavoratori autonomi.
Ovviamente tali finestre interessano solo chi ha raggiunto i requisiti previsti dalla legge a partire dal 1° gennaio 2011. Sono quindi fatte salve le finestre già programmate riferite a coloro che hanno maturato i requisiti entro il 31 dicembre 2010. Dunque, una volta accertata la sussistenza dei requisiti di età e di contribuzione per andare in pensione, occorre attendere la maturazione di un ulteriore requisito per poter realizzare l’obiettivo, cioè l’apertura delle cosiddette finestre, la riforma del luglio scorso non ha fatto altro che allungare i tempi d’attesa per la liquidazione della pensione. 

Pertanto, chi avrà i requisiti di età e di contribuzione a partire dal primo gennaio 2011, disporrà di una finestra unica e personalizzata dopo 12 mesi dalla maturazione se lavoratore dipendente, pubblico o privato, e dopo 18 mesi se lavoratore autonomo o parasubordinato. Quindi maturati i requisiti, per effetto della finestra mobile, bisognerà aspettare 12 mesi prima di poter accedere alla pensione e 18 per gli autonomi.

Da quest'anno sale poi la cosiddetta quota necessaria per lasciare il lavoro. Tale quota è rappresentativa della combinazione del dato anagrafico e di anzianità contributiva. Dal 2011 passa da 95 a 96 per i lavoratori dipendenti e da 96 a 97 per gli autonomi, con un'età minima rispettivamente di 60 e 61 anni ciò significa che un dipendente può andare in pensione a 60 anni con 36 anni di contributi o a 61 con 35 di contributi, mentre un autonomo a 61+36 o a 62+37.

D: PENSIONE
Sono una dipendente pubblica di 53 anni con 31a 6m di anzianità lavorativa. Si può già sapere adesso quando andrò in pensione? E' vero che negli ultimi anni di lavoro non mi conviene prendere il part-time? Ringrazio e saluto.
Angela Rubiolo

R: Poichè la riforma del luglio 2010 ha introdotto lo “scalone unico” per l’età pensionabile delle donne, introducendo già per il 2012 il requisito anagrafico di 65 anni, la signora che ci scrive potrà andare in pensione quando avrà raggiunto tale età e quindi nel 2023.

Lo svolgimento di un'attività lavorativa part-time comporterà differenze di trattamento, rispetto a quello previsto per il personale a tempo pieno.
Ad esempio riguardo al computo degli anni validi per la determinazione del trattamento pensionistico (ovvero anzianità contributiva), il periodo trascorso con rapporto di lavoro part-time avrà la stessa validità di un analogo periodo compiuto con rapporto di lavoro a tempo pieno. 

Ai fini economici (ovvero la misura della pensione) invece verrà riconosciuto un numero di anni corrispondente alla tipologia di part-time prescelta.
In generale, considerando che le componenti di calcolo della pensione retributiva sono costituite dall’anzianità contributiva e dalla retribuzione media pensionabile, per i beneficiari del sistema di calcolo retributivo, o misto per la parte retributiva, si opera un riproporzionamento dell’anzianità contributiva ai fini della misura del trattamento pensionistico. Tale riproporzionamento consiste nel moltiplicare il periodo di part-time, espresso in giorni, per il coefficiente risultante dal rapporto fra orario settimanale di servizio ridotto e orario di servizio a tempo pieno. 

Alla signora che ci scrive, se dovesse chiedere di lavorare part-time, la pensione sarà calcolata sul periodo di lavoro effettivo. Cosicché se negli ultimi 10 anni, ad esempio, dovesse lavorare con un orario ridotto della metà, l’entità della sua pensione, in relazione solamente agli ultimi 10 anni, sarà calcolata proporzionalmente. In altri termini, l’anzianità contributiva ai soli fini del calcolo della pensione, si ridurrà, nell’esempio proposto, di 5 anni. 

Questo perchè a differenza del sistema pensionistico privato, nel sistema delle pensioni del pubblico impiego il calcolo della pensione contributiva non assume come base di calcolo la retribuzione degli ultimi dieci anni, ma tutte le retribuzioni annue, rivalutate con la variazione dell’indice annuo dei prezzi. 

La signora ha eventualmente anche la facoltà di riscattare, a domanda, i periodi di servizio part time facendo sì che ai fini del diritto e della misura della pensione essi siano considerati come interamente lavorati.
In ogni caso più tardi si fa la domanda di riscatto, ovvero in prossimità della pensione, più costoso risulterà il riscatto, anche perchè l’onere è calcolato sulla retribuzione percepita alla data di presentazione della domanda ed anche perchè si tiene conto anche del momento in cui si godrà del trattamento, dunque anche per tale ragione forse alla signora non converrà riscattare tale periodo ai fini pensionistici.

D: Richiesta di delucidazioni
Gentile signore mi chiamo Panero Juan Carlos, sono cittadino italiano nato all’estero nel giugno 1960 (Argentina) dove ho lavorato per poco più di 10 anni e 3 mesi la cui documentazione è già stata presentata all’Inps alcuni anni orsono. In Italia dal luglio 1988 ho sempre lavorato (e lavoro) come dipendente a tempo indeterminato. Nel mio caso è lecito pensare che potrò andare in pensione con 40 anni di contributi, indipendentemente dall’età anagrafica? L’importo della mia pensione dovrebbe essere (da parte dell’Inps) proporzionale agli anni di contributi che maturerò in Italia (circa 30)?
Ammesso che tutto questo corrisponda a verità: lei potrebbe dirmi indicativamente a quale percentuale della mia busta paga potrebbe ammontare l’assegno della pensione? In attesa di un cenno di riscontro porgo cordiali saluti.
Panero Juan Carlos

D: Posso andare in pensione con questi requisiti?
Egregio avvocato Goffredo, sono un dipendente di una P.A. ente locale dal 1° aprile 1980, nato nel 1953. Ho conseguito una laurea nel 1979 facoltà di quattro anni, riscattata sia come anni lavorativi che come F.T.R. Inoltre negli anni 70 dal 1969 al 1974 ho lavorato negli U.S.A. attestato dal Consolato americano a Napoli conseguendo 19 quaters ai fini lavorativi. Quindi, a tutt’oggi ho 31 anni lavorativi nella P.A. più quattro anni di laurea già riscattati più questi anni lavorativi all’estero. Con questi requisiti posso andare in pensione chiedendo la totalizzazione dei cinque anni lavorativi svolti all’estero - U.S.A. – poichè, l’Inpdap di Caserta riferisce che non possono totalizzarli perchè non hanno convenzioni con Paesi Extracomunitari (Stati Uniti)? Non crede che sarei penalizzato rispetto agli assicurati Inps che possono totalizzare gli anni in U.s.a.? Grazie per l’attenzione.
Simmaco Golino

R: I due signori che ci scrivono hanno entrambi cittadinanza italiana ed entrambi hanno prestato per un certo periodo di tempo la propria attività di lavoro all’estero, e in particolare in due paesi extracomunitari l’Argentina e gli Stati Uniti d’America, il primo però è assicurato presso l’ Inps, il secondo, dipendente pubblico, presso l’Inpdap.

Occorre fare una breve premessa: Lo svolgimento di un'attività lavorativa all'estero pone sempre, sotto il profilo assicurativo e previdenziale, il problema di una esatta individuazione della legislazione di sicurezza sociale e fiscale applicabile. Poichè in questo caso non si tratta di prestazioni rese nel territorio di Paesi comunitari, che sconterebbero l’applicazione di una particolare normativa comunitaria di tutela a garanzia della conservazione dei diritti acquisiti, deve tenersi conto del Paese extracomunitario in cui il lavoratore migrante presta o ha prestato la propria attività e degli accordi stretti con questo Paese.
L’Italia ha stipulato convenzioni bilaterali in materia di sicurezza sociale sia con l’Argentina che con gli Stati Uniti d’America.
Tuttavia la normativa contenuta in queste convenzioni non si estende ai pubblici dipendenti. Per tale ragione la sede Inpdap di Caserta ha escluso la possibilità del dipendente pubblico di richiedere la totalizzare dei cinque anni lavorati negli Stati Uniti, non essendovi ancora una convenzione con gli U.S.A. applicabile anche al rapporto del pubbllico impiego.

Lo scopo di queste Convenzioni Internazionali, che invece trovano applicazione ai rapporti di lavoro privato, è quello di assicurare, alla persona che si reca in uno Stato estero per svolgere un'attività lavorativa, gli stessi benefici previsti dalla legislazione del Paese estero nei confronti dei propri cittadini, nonchè la totalizzazione dei periodi di assicurazione e contribuzione, grazie alla quale i periodi di lavoro svolto nei vari Stati si cumulano, se non sovrapposti, nel rispetto e nei limiti delle singole legislazioni nazionali, per consentire il perfezionamento dei requisiti richiesti per il diritto alle prestazioni.
La totalizzazione non comporta il trasferimento dei contributi da uno Stato all' altro, ma consente di tener conto, ai soli fini del diritto alla pensione, dei contributi maturati nei Paesi dove l'interessato ha lavorato.

La Convenzione tra l'Italia e l’Argentina è stata stipulata il 3.11.1981 ed è entrata in vigore l'1.1.1984. La Convenzione si applica ai lavoratori, indipendentemente dalla loro cittadinanza, che sono o sono stati soggetti alla legislazione di uno o di entrambi gli Stati Contraenti, nonché ai loro familiari e superstiti.
Al signore che ha lavorato in Argentina e che ha maturato 30 anni di contributi nel nostro Paese è sicuramente applicabile la Convenzione, dal momento chè il requisito minimo richiesto per la sua applicabilità è un’anzianità contributiva in Italia di almeno 52 settimane.
Tuttavia per ottenere la pensione di vecchiaia l’accordo bilaterale richiede la sussistenza di due requisiti: -
almeno 30 anni di contribuzione -
il compimento dei 65 anni di età per gli uomini.
Quindi il signore che ci scrive potrà andare in pensione solo dopo aver compiuto 65 anni di età, salvo, ovviamente, il caso in cui i termini dell’accordo tra i due paesi dovessero mutare.

Ad ogni modo consiglierei al signore di rivolgersi agli Enti di Patronato e di assistenza sociale, presenti presso la sede Inps territorialmente competente e riconosciuti dalla legge, che sono abilitati ad assistere gratuitamente i lavoratori nello svolgimento delle pratiche di natura previdenziale e assistenziale e a dare informazioni e delucidazioni in merito.

D: Quando andrò in pensione?
Buongiorno sono nato il 02/06/1953 sono dipendente Inail. Al 31/12/2011 maturo 38 anni di contribuzione di cui 46 settimane come apprendista artigiano riscattati, in più ho un’invalidità civile dell’ 80% dal gennaio 2007. Quando posso finalmente essere collocato a riposo? Cordiali saluti e grazie
Francesco Siciliano

R: La legge prevede per coloro che sono stati riconosciuti invalidi civili in misura non inferiore all’80%, la possibilità di accedere alla pensione di vecchiaia con il requisito dell’età angrafica ridotto, ovvero 60 anni anzichè 65 anni (e per le donne 55 anni anzichè 60).
In virtù di tale deroga ai requisiti anagrafici richiesti per il diritto all’accesso alla pensione di vecchiaia, il signore cui è stata riconosciuta una invalidità pari all’80%, e che oggi ha 58 anni, avendo già superato il requisito minimo di 20 anni di anzianità contributiva, potrà andare in pensione tra due anni.
Ad ogni modo suggerirei al signore di rivolgersi agli sportelli della sede Inps territorialmente competente, presentando tutta la documentazione in suo possesso, in modo da poter valutare con esattezza la sua situazione lavorativa e contributiva.




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Noberto Bobbio, il segreto della democrazia: non avere segreti

La Stampa

Una forma di governo che si fonda sulla piena visibilità del potere, incompatibile con l’esistenza
degli arcana imperii cari agli assolutisti




NOBERTO BOBBIO

In un articolo del 1981, intitolato L’alto e il basso. Il tema della conoscenza proibita nel ’500 e ’600, Carlo Ginzburg prese lo spunto dal passo paolino (Lettera ai Romani, 11, 20), che nella vulgata suona «Noli autem sapere, sed time», interpretato via via sempre più nel senso di un invito alla rinunzia alla superbia intellettuale e quindi come un ammonimento contro la eccessiva curiosità del sapiente, per fare qualche riflessione sui limiti assegnati alla nostra conoscenza dalla presenza di tre sfere invalicabili: gli arcana Dei, gli arcana naturae e gli arcana imperii, strettamente connessi tra di loro.

Chi aveva trasgredito quei limiti era stato punito: esempi classici, Prometeo e Icaro. Ma potremmo aggiungere, forse il più familiare, almeno alla tradizione culturale italiana, l’Ulisse dantesco. Le grandi scoperte astronomiche del Cinquecento rappresentarono una prima trasgressione del divieto di penetrare gli arcana naturae. Quali ripercussioni avrebbe avuto questa prima trasgressione della prescrizione di arrestarsi di fronte a una delle tre terre proibite, rispetto alla analoga prescrizione nelle altre due? Alla metà del Seicento, racconta Ginzburg, il cardinale Sforza Pallavicino acconsentì a riconoscere che era lecito penetrare i segreti della natura perché le leggi naturali sono poche, semplici e inviolabili.

Ma non ammise che ciò che valeva per i segreti della natura valesse anche per i segreti di Dio e per quelli del potere, ritenendo che fosse un atto di temerità violare l’imperscrutabilità della volontà del sovrano non altrimenti che quella di Dio. Negli stessi anni Virgilio Malvezzi ripeté analogo concetto dicendo che «chi per isciogliere i fisici avvenimenti adduce Iddio per ragione è poco filosofo, e chi non lo adduce per iscioglimento di politici, è poco cristiano».

Per contrasto, il pensiero illuministico adottò come suo motto l’oraziano «Sapere aude». Alcuni anni or sono si svolse sulla Rivista storica italiana un dotto dibattito sull’origine del motto (di cui io avevo trovato un altro esempio nel saggio in difesa della codificazione scritto da Thibaut nel 1814) tra Luigi Firpo e Franco Venturi. Firpo risalì a Gassendi, citato dal Sorbière nel suo Diario.
Com’è noto, il motto campeggia nello scritto sull’illuminismo di Kant, che Kant traduce così «Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza».

È in questo saggio che Kant afferma che l’illuminismo consiste nell’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso e che alla base dell’illuminismo sta la più semplice di tutte le libertà, la libertà di far uso pubblico della propria ragione. «Il pubblico uso della propria ragione deve essere libero, ed esso solo può attuare l’illuminismo fra gli uomini».

Conducendo alle logiche conseguenze questa affermazione, si scopre che vengono a cadere i divieti tradizionali posti a guardia degli arcana imperii. Per l’uomo uscito di minorità, il potere non ha, non deve più avere, segreti. Perché l’uomo diventato maggiorenne possa fare pubblico uso della propria ragione è necessario che egli abbia una conoscenza piena degli affari di Stato. Perché egli possa avere una piena conoscenza degli affari di Stato, è necessario che il potere agisca in pubblico. Cade una delle ragioni del segreto di Stato: l’ignoranza del volgo che faceva dire dal Tasso a Torrismondo: «I segreti di Stato al folle volgo ben commessi non sono». Spetta a Kant il merito di aver posto con la massima chiarezza il problema della pubblicità del potere e di averne dato una giustificazione etica.

Affinché questo principio della pubblicità possa essere non solo dichiarato dal filosofo ma attuato dal politico, in modo che, per esprimerci ancora una volta con Kant, non si dia ragione al detto comune «Questo può essere giusto in teoria, ma non vale per la pratica», occorre che il potere pubblico sia controllabile. Ma in quale forma di governo questo controllo può avvenire se non in quella in cui il popolo ha il diritto di prendere parte attiva alla vita politica? Kant certamente non è uno scrittore democratico nel senso che per «popolo» intende non tutti i cittadini ma solo i cittadini indipendenti, ma quale sia il valore che egli attribuisce al controllo popolare sugli atti del governo risulta ancora una volta in tema di diritto internazionale là dove, affermando che la pace perpetua può essere assicurata soltanto da una confederazione di Stati che abbiano la stessa forma di governo repubblicana, ne dà la ragione col celebre argomento che solo con il controllo popolare la guerra cesserà di essere un capriccio dei principi, o, con l’espressione kantiana, una «partita di piacere».

Sino a che il potere del re era considerato come derivante dal potere di Dio, gli arcana imperii erano una diretta conseguenza degli arcana Dei. In uno dei suoi discorsi Giacomo I, principe assoluto e teorico dell’assolutismo, definì la prerogativa, cioè il potere regio non sottoposto al potere del parlamento, come un «mistero di Stato» comprensibile solo ai principi, ai re-sacerdoti che, come dèi in terra, amministrano il mistero del governo. Un linguaggio come questo in cui l’appello al mistero svolge un ruolo essenziale, e si sottrae ad ogni richiesta di spiegazione razionale sul fondamento del potere e del conseguente obbligo di obbedienza, è destinato a scomparire via via che il discorso del governo si sposta dall’alto al basso, e, per restare in Inghilterra, dalla prerogativa del re ai diritti del parlamento.

Il linguaggio esoterico e misterico non si addice all’assemblea di rappresentanti eletti periodicamente dal popolo, e quindi responsabili di fronte agli elettori, pochi o molti che siano, ma non si addiceva del resto neppure alla democrazia degli antichi, quando il popolo si riuniva in piazza ad ascoltare gli oratori e quindi a deliberare. Il parlamento è il luogo dove il potere viene rappresentato nel duplice senso che esso è il luogo dove si riuniscono i rappresentanti e dove, nello stesso tempo, avviene una vera e propria rappresentazione, che in quanto rappresentazione ha bisogno del pubblico e deve quindi svolgersi in pubblico. Coglie bene questo nesso tra rappresentanza e rappresentazione Carl Schmitt quando scrive: «La rappresentanza può aver luogo soltanto nella sfera della pubblicità. Non c’è alcuna rappresentanza se si svolga in segreto e a quattr’occhi [...].

Un parlamento ha carattere rappresentativo solo in quanto crede che la sua attività sia pubblica. Sedute segrete, accordi e decisioni segrete di qualsivoglia comitato possono essere molto significative ed importanti, ma non possono avere mai un carattere rappresentativo».

Con ciò non si vuol dire che ogni forma di segretezza debba essere esclusa: il voto segreto può essere in certi casi opportuno; la pubblicità delle Commissioni parlamentari non è riconosciuta. C’è anche chi, come Giovanni Sartori, nella nuova edizione, aggiornata ed arricchita, della sua teoria della democrazia, condanna la richiesta di una politica sempre più visibile, come poco consapevole delle conseguenze che la maggiore visibilità comporta. Ma non si può non riconoscere con Schmitt che «rappresentare» significa anche «rendere visibile e rendere presente un essere invisibile mediante un essere pubblicamente presente».

Possiamo concludere questa riflessione con Richard Sennett che nel suo aureo libretto sull’autorità, pubblicato nel 1980 (tradotto in italiano nel 1981) afferma: «Tutte le idee di democrazia che abbiamo ereditato dal XVIII secolo sono basate sulla nozione di un’autorità visibile». E cita il detto di Jefferson: «Il dirigente deve agire con discrezione ma non gli deve essere concesso di tenere per sé le sue intenzioni».




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E' questa la Parigi degli indirizzi segreti e bizzarri

La Stampa

Nella guida “My little Paris” una miniera di opportunità. Ristoranti, negozi e servizi per stupire se stessi e gli altri



ALBERTO MATTIOLI
CORRISPONDENTE DA PARIGI

C’è il ristorante con un tavolo solo e il sarto che clona il vestito preferito che, proprio per questo, è irrimediabilmente logorato dall’uso. C’è il sito dove ti automandi una mail decidendo quando ti deve arrivare (fra un anno, dieci, cento) e l’indirizzo del «fish pedicure» con i pescetti che massaggiano i piedi. C’è il fotografo che realizza un libro con tutte le foto dell’appartamento da cui hai appena traslocato e il «crieur de rue» che raccoglie i messaggi degli abitanti del Ventesimo arrondissement e li declama sulla pubblica piazza.

Benvenuti a Parigi, una città dove il terrore è quello di non fare ciò che fanno tutti, ma la speranza è quella di fare oggi ciò che tutti faranno domani. Da anni, la Bibbia della vera parigina, lacerata come un’eroina di Racine fra l’obbligo di seguire le mode e la voglia di lanciarne una, è il sito www.mylittleparis.com , inesauribile miniera di indirizzi segreti, idee insolite, mete particolari, attività bizzarre, quelle che si fanno per poterle poi raccontare. Tanto di successo che adesso il verbo si è fatto libro, «My little Paris», alias «La Parigi segreta delle parigine», che ovviamente vale anche per chi parigina non è, ma aspira a diventarlo o vuol far credere di esserlo. Dunque, l’ideale anche per un weekendino chic dove non si voglia passare tutto il tempo ad apostrofare gli indigeni con «Noio vulevam savuar»...

Peraltro, alcune delle attività proposte sono del tutto adatte anche ai maschietti. Per esempio, mangiare. Il ristorante con un tavolo solo è ovviamente italiano, anzi siciliano, e in realtà è il retrobottega del negozio di Cédric Casanova, il grande specialista dell’olio d’oliva. Infatti si chiama «La tête dans les olives», la testa nelle olive. Prenotazione, più che gradita, obbligatoria. Però c’è anche la cena underground, quella di cui non sai né dove si svolgerà né quando né con chi, usanza newyorchese approdata dall’altra parte dell’Atlantico: ti iscrivi (hkreservations@gmail.com) e aspetti istruzioni, sperando al momento venuto di trovarti seduto accanto a Brad Pitt o ad Angelina Jolie, a seconda del sesso e dei gusti.

Trattandosi però di una guida al femminile, il capitolo vestiti è particolarmente nutrito. Geniale l’idea di quelli di www.jeveuxlememe.fr, cioè «voglio lo stesso»: lo stesso vestito-feticcio, amatissimo ma ormai da buttare. E invece no: un messo lo ritira e lo riporta 48 ore dopo con un preventivo. Se l’accettate, arriverà un clone identico all’originale come la pecora Dolly. E alla «Boutique sentimentale» di rue du Roi de Sicile, nel Marais modaiolo, c’è il calzolaio che rifà pari pari le vostre scarpe preferite e ormai fuori catalogo. Ma le Sophie Kinsella di Parigi butteranno sugli indirizzi degli stock delle grandi griffe, dove lo stesso abitino costa molto meno che nella boutique ufficiale.

Internet, naturalmente, ha moltiplicato le stranezze. Così su www.futureme.org si può mandare una mail a se stessi, decidendo quando dovrà arrivare: ideale per chi pensa di essere il suo miglior amico. Peraltro c’è anche il sito (canadese, per la verità: www.pantybypost.com ) che spedisce la lingerie a domicilio, con varie forme di abbonamento. Per esempio, mensile: così, ogni mese per un anno, due o cento, la mutandina nuova e sfiziosa approderà nella cassetta delle lettere della fanciulla un po’ feticista.

Da non perdere poi la celebre cabina telefonica di Sophie Calle, sul pont du Garigliano. Si tratta di una normale cabina, provvista però di una targa dove madame Calle, un’eccentrica artista autoproclamatasi «agitatrice di pensieri», spiega che conosce il numero e ogni tanto chiama per il piacere di fare quattro chiacchiere con il perfetto sconosciuto che abbia voglia e tempo di tirare su la cornetta e starla a sentire.

E poi, divagando: il «fish pedicure» (al 3 della rue des Fossés Saint-Jacques, nel Quinto) dove i pescetti Garra rufa, alias «pesci dottore», massaggiano i piedi preventivamente messi a mollo; «L’Hôtel» a Saint-Germain, un albergo così discreto e raffinato da non aver nemmeno il nome, dove si può affittare per un’ora una piscina privata; il «Pixel bar» (sempre Sesto, rue Dauphine) dove è il cliente a decidere gli ingredienti del cocktail e poi a dargli il nome (ma in caso di intrugli particolarmente disgustosi interviene il barman)... Fra i mestieri più folli, oltre allo strillatore di messaggi ricordato sopra, c’è anche il «détective de soirée» (www.germainpire.info ) che scova le mitiche feste segretissime frequentate dai soliti noti e, soprattutto, vi ci fa entrare. E l’idea di realizzare un libro fotografico sul proprio appartamento non è male: lui, il fotografo d’interni, si chiama Ricardo Bloch, www.ricardobloch.com.

Morale: sarà vero, come diceva il dottor Johnson, che chi è stanco di Londra è stanco della vita. Ma a patto di riconoscere che la regola vale anche per Parigi (dove tuttavia un tantinello stanchi, non di Parigi ma dei parigini, alle volte, in effetti, si è).




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Buffone,venduto' Pannella cacciato dal corteo

Corriere della sera

Gli insulti al leader radicale: «Vai via, quanto ti ha dato Berlusconi?»

Il padre morì ad Auschwitz, niente pensione

Quotidiano.net

Gli avvocati: "Vergogna, ricorriamo alla Corte dei Conti"

Il padre venne catturato 67 anni fa, nel pieno delle leggi razziali. Ora alla donna, classe '38, è stato negato l'assegno di benemeranza, quale orfana di un perseguitato razziale


Bambini di Auschwitz dietro il filo spinato


Roma, 16 ottobre 2011 - Era il 16 ottobre 1944 - ormai 67 anni fa - quando, nel pieno delle leggi razziali, che toglievano/vietavano i diritti fondamentali della persona agli italiani ebrei, in seguito a una spiata, venne catturato Salvatore S., romano, classe 1895. Il figlio di 10 anni che era con lui riuscì miracolosamente a fuggire. L’uomo morirà ad Auschwitz.

Dopo mezzo secolo la figlia, Lidia S., classe 1938
, dopo aver raggiunto l’età pensionabile, decide di inoltrare domanda alla Commissione per le Provvidenze ai perseguitati politici antifascisti o razziali della Presidenza del Consiglio dei Ministri per usufruire dell’assegno di benemeranza, quale orfana di un perseguitato razziale.

“Ma la Commissione, contravvenendo ai chiari ed ineccepibili dettami dell’art. 3 della L. 932/1980, rigetta la domanda solo perché manca un certificato medico della signora”. Da qui la signora Lidia si è affidata agli avvocati Lorenzo Amore e Giacinto Canzona, che hanno fatto ricorso alla Corte dei Conti, Sezione Giurisdizionale per le pensioni. La prossima udienza udienza è fissata il 19 ottobre 2011.

E’ una vergogna - sostengono i legali, che hanno reso nota la vicenda - non riconoscere alla nostra assistita quanto le spetta di diritto dopo che a soli 6 anni si è vista privare di tutto; è come dimenticare la Storia e le sue vergognose crudeltà, e chi dimentica, ancor di più se rappresenta lo Stato democratico, si rende complice omertoso delle atrocità del passato”.




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La 'supercazzola' originale: l'italiano disperato di Rizzi

Libero







Avete in mente la 'supercazzola'? L'esilarante interpretazione di Ugo Tognazzi che nei panni del Conte Mascetti (Film Amici miei di Mario Monicelli, ndr) incalza in un delirio di frasi sgrammaticate, illogiche e prive di un qualsiasi senso?

Ecco la 'supercazzola' non è nulla al confronto dello show incredibile (proprio in senso letterale) che Antonio Razzi, ex dipietrista ora di Popolo e Territorio, ci ha regalato alla trasmissione di Radio24, la Zanzara. Con una piccola differenza: il Conte Mascetti così come le sue assurdità sono frutto dell'invenzione mentre l'italiano disperato dell'On. Razzi è pura realtà.

E così: "Non ti preoccupare, io me ne avrei andato pure a pagando io" oppure: "quello del libro io non prendo niente perchè devolgo i soldi a ricostruire una chiesa che sta cadendo" e "i cittadini italiani sono abbastanza indelligendi e lo capirà, lo capirà..." poi ancora: "Io non ho mai venuto qui per prendiare la pensione di parlamentare, non me ne frega niente". E questo è solo un assaggio della supercazzola in versione originale che potete godervi nel filmato. Ah dimenticavo, l'On. Razzi è membro della commissione Cultura alla Camera.


La battaglia di San Giovanni

Corriere della sera

 

A metà pomeriggio di sabato 15 ottobre la piazza si sta riempiendo di manifestanti pacifici, quando le forze dell'ordine fanno irruzione con gli idranti. Stanno inseguendo i black bloc che fino a quel momento hanno girato indisturbati per il centro della città distruggendo macchine, vetrine e banche, dando fuoco ad ogni cosa. E' l'inizio di una guerriglia urbana, gestita nel peggiore dei modi. I black bloc attaccano con tutto quello che hanno a disposizione. Polizia e Guardia di Finanza rispondono con cariche, lacrimogeni e lancio di pietre coinvolgendo anche i manifestanti pacifici. Sono in molti a scappare e arrivano a San Giovanni verso le 16.30.

 

 

Luca Chianca
16 ottobre 2011 10:22

Secessionisti del conto all'estero

Quotidiano.net

Pubblicato da Giovanni Morandi Dom, 16/10/2011 - 09:30


Tutte le scuse sono buone per evadere il fisco. Parlo delle gite bancarie del movimento indipendentista “Veneto Stato” che organizza viaggi in Austria e Slovenia cui partecipano presunti secessionisti a cui preme solo aprire un conto nelle banche di quei due paesi. Che cosa aspetta la finanza a bloccare questi viaggi di esportatori di valuta?

Fonte, ilgiorno.it




CONFERMO. Dopo le gite scolastiche, le gite aziendali tipo Fantozzi e le gite commerciali dei pullman che portano i clienti nelle fabbriche di mobili e pentole, hanno inventato anche le gite di esportatori di valuta. Non allarmiamoci però. In genere sono poveracci che hanno messo da parte due euro e che però si sono talmente fissati che l’Italia vada a rotoli da ritenere una buona cosa portare quei pochi risparmi in qualche banca della Carinzia o dell’Istria, dimenticando che la situazione economica là e anche le condizioni dei conti bancari non sono migliori di quelle in Italia. Ho l’impressione che qualcuno si approfitti dei creduloni per giocarsi la propria partitina politica. Se poi gli ingenui si accorgeranno del trucco, se non sarà troppo tardi, meglio tardi che mai.




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Ecco chi appoggiava gli indignados (ma adesso prende le distanze)

di


A settembre Di Pietro sentenziava: "Se Berlusconi non si dimette, ci scappa il morto". Nelle scorse settimane tutto il centrosinistra ha sposato la battaglia degli indignados. Vendola: "La politica stia zitta e ascolti". Ecco chi ha contribuito a scaldare gli animi dei giovani indignati







Sono da poco passate le tre di pomeriggio. Il primo assalto dei black bloc ha già fatto saltare in aria tre automobili, le vetrine delle banche sono state sfondate e i supermercati sono stati saccheggiati. Ed è proprio tra i manifestanti "in nero", quei black bloc che hanno organizzato e messo in atto la guerriglia, la telecamera inquadra un bambino. Non ha più di dieci anni, accanto a lui il padre che ghigna in faccia alle forze dell'ordine. Anche il bambino ha il volto travisato. Una kefiah ne nasconde i lineamenti. E' solo l'inizio di una protesta che un'ora dopo degenererà in scontro a fuoco, negozi devastati, sassaiole e bombe carta. Eppure la guerriglia era già stata prevista. L'intelligence italiana aveva fatto sapere, nei giorni, scorsi che ci sarebbero state alte possibilità di scontri. E alla fine i black bloc si sono infiltrati nella manifestazione e l'hanno monopolizzata.
Solo giovedì scorso il leader del Partito democratico, Pierluigi Bersani, si era presentato a Otto e mezzo a dire di "capire le motivazioni che spingono gli indignati a protestare". Nelle ore a seguire in tanti si sono poi accodati a questa opinione. "Incidenti? - si era chiesto proprio Bersani qualche giorno fa - mi auguro di no, ma capisco che quando nascono movimenti che hanno una piattaforma comune e ospitano presenze organizzate e non... Spero che non avvenga niente, perché se avviene qualche atto di violenza viene deformato il senso di queste proteste". Così non è stato. E nel giro di poche ore il numero uno di via del Nazareno ha preso le distanze dai manifestanti: "Oggi a Roma si sono viste cose incredibili e vergognose. Bisognerà capire come sia possibile che una banda di centinaia di delinquenti abbia potuto devastare, aggredire, incendiare e tenere in scacco per ore il centro di Roma".
Insomma, prima l'appoggio poi la retromarcia. Così in tutti i partiti del centrosinistra. "La dimensione mondiale della protesta degli indignati dice che siamo ad un punto di non ritorno - aveva detto Nichi Vendola poco prima che iniziasse il corteo - dalla crisi si uscirà solo con politiche fondate sulla sostenibilità sociale e sulla conversione ecologica. Una generazione intera denuncia il delitto sociale della precarietà del lavoro e della vita". Per il leader del Sel, la sinistra ha il dovere di "rispondere in modo credibile a questa travolgente domanda di cambiamento". Sulla stessa linea anche il comunista Oliviero Diliberto che aveva parlato di "spinta per lottare ancora di più contro Berlusconi e il suo governo".
Bisogna fare un salto a qualche settimana fa per capire che i politici hanno contribuito ad alzare l'asticella dello scontro. "Prima che ci scappi il morto, mandiamo a casa questo governo", diceva ai primi di settembre Di Pietro. Poi, nei giorni scorsi, il leader dell'Italia dei Valori aveva spiegato che "è impossibile non sentirsi profondamente solidali con i giovani e non condividerne l’indignazione". "Come si fa a non sentirsi indignati e offesi  - aveva tuonato l'ex pm di Mani Pulite - scoprendo che quelli che hanno provocato la crisi, dopo essersi fatti salvare a spese dei contribuenti, si sono arricchiti più che mai mentre intorno a loro la stragrande maggioranza della popolazione s’impoveriva sempre di più?". Eppure, una volta che si sono consumate le violenze nel centro della Capitale, anche il presidente del gruppo Idv alla Camera Massimo Donadi si è limitato a parlare di "un vero peccato". "Ancora una volta - ha spiegato l'esponente dipietrista - la violenza e la stupidità di pochi rischia di appannare e pregiudicare le buone ragioni di una grande maggioranza che sta manifestando pacificamente la propria legittima indignazione di fronte alla drammaticità della crisi".
Già nei giorni scorsi il centrodestra aveva puntato il dito contro le opposizioni che avevano messo in scena una serie di manovre antiparlamentari, a partire da quella di non partecipare ai lavori della Camera. Tanto che Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Pdl a Montecitorio, aveva accusato il Partito democratico di essere in profonda sintonia con gli indignados. "E' uno scenario di guerriglia urbana programmato e progettato - ha detto oggi Cicchitto - evidente che la radicalizzazione dello scontro politico alla fine avrebbe potuto avere anche effetti di questo tipo". Per questo, l'esponente del Pdl si augura che "il Pd e l'Idv si dissocino da queste follie". In realtà, come ha detto bene il ministro della Difesa Ignazio La Russa, gli indignati violenti "si sono sentiti legittimati, hanno trovato alibi, pseudo giustificazioni in qualche atteggiamento della politica dai toni troppo alti contro il governo Berlusconi".




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Incendi, terrore, caccia all'uomo La città dei neri non esiste più

Corriere della sera

A Tawargha, in Libia, teatro della vendetta dei ribelli sui «mercenari»


TAWARGHA - Le palazzine bruciano piano. Un lavoro metodico, svolto senza fretta. Quelle che non si incendiano subito restano dimenticate per qualche giorno: porte e finestre sfondate, tracce di fumo sui muri, stracci di vestiti e schegge di mobili sparsi attorno. Poi gli attivisti della rivoluzione tornano ad appiccare il fuoco aiutandosi con la benzina ed il risultato è assicurato. Nei viottoli sporchi sono abbandonati alla loro sorte cani, galline, conigli, muli, pecore, mucche. Ogni tanto giunge una vettura dalla carrozzeria dipinta con i simboli del fronte anti-Gheddafi e si porta via gli animali. Gli orti sono secchi, è dai primi di agosto che nessuno si occupa di irrigarli. A parte il crepitare sommesso degli incendi, il silenzio regna sovrano. Una calma immobile, minacciosa, inquietante, spaventosa. Un benzinaio sulla provinciale poco lontano ci ha detto che non sarebbe difficile trovare la terra smossa delle fosse comuni. Ma è pericoloso, le pattuglie della guerriglia non amano curiosi da queste parti.

Sono le immagini della pulizia etnica di Tawargha, piccola cittadina una trentina di chilometri a sud-est di Misurata. Ricordano i villaggi vuoti della ex-Jugoslavia negli anni Novanta. L'episodio che con maggior forza due giorni fa ci ha trasmesso la gravità immanente dei crimini consumati in questa zona è stato l'incontro con quattro ragazzi della «Qatiba Namr», una delle brigate di Misurata nota per le doti di coraggio e resistenza dimostrati al tempo dell'assedio delle milizie scelte di Gheddafi contro la «città martire della rivoluzione» in primavera. «Qui vivevano solo neri. Negri stranieri. Nemici dalla pelle scura che stavano con Gheddafi. Ucciderli è giusto. Se fossi in loro scapperei subito verso sud, in Africa. Qui non hanno più nulla da fare, se non morire», affermano sprezzanti. Viaggiano su di una Toyota dalla carrozzeria coperta di fango. Sono tutti armati di Kalashnikov. Portano scarpe da tennis, magliette scure e blu jeans. Dicono di avere diciannove anni, ma potrebbero essere anche più giovani. Brufoli e sguardo di sfida, con il dito sul grilletto si sentono padroni del mondo. «Siamo venuti ad assicurarci che nessun cane nero cerchi di tornare. Devono sapere che non hanno futuro in Libia», sbotta quello che sta al volante. Sostiene di chiamarsi Mustafa Akil, però non vuole essere fotografato, così neppure gli altri.

A Tawargha ci siamo arrivati quasi per caso. Tornando da Sirte verso Tripoli, giunti poco prima delle periferie orientali di Misurata, è stato impossibile non vedere le colonne di fumo degli incendi. Sono almeno una ventina. Si nota in particolare una palazzina a cinque piani divorata dalle fiamme rosse che si allungano dai balconi. Nel parcheggio sottostante sono fermi almeno cinque pick up delle forze della rivoluzione. Ci avviciniamo. Ma i miliziani ordinano di restare lontani. «C'erano circa 40.000 negri. Sono partiti tutti. Tawargha non esiste più. Ora c'è solo Misurata», si limita a ripetere uno di loro, barba fluente e occhiali neri. Sui cartelli stradali il nome della città è stato cancellato con vernice bianca, al suo posto è scritto quello di «Nuova Tommina», un villaggio delle vicinanze che era stato attaccato dai lealisti in aprile.

La storia non è nuova. Le cronache della resa delle truppe fedeli al Colonnello a Tawargha contro le colonne dei ribelli di Misurata sostenuti dai bombardamenti Nato era arrivata il 13 agosto. E quasi subito Amnesty International e altre organizzazioni per la difesa dei diritti umani avevano denunciato massacri, abusi di ogni tipo e soprattutto deportazioni di massa. Unica scusa addotta dai ribelli era stata che proprio gli abitanti di Tawargha erano stati tra i più crudeli «mercenari africani» nelle file nemiche. Ma poi le cronache della caduta di Tripoli e gli sviluppi seguenti avevano preso il sopravvento. Il 18 settembre un inviato del Wall Street Journal citava il presidente del Consiglio Nazionale Transitorio, Mustafa Abdel Jalil, che dava il suo placet alla totale distruzione della cittadina. «Il fato di Tawargha è nelle mani della gente di Misurata», sosteneva Jalil, giustificando così appieno i crimini di guerra.

La novità verificata sul campo è però che la pulizia etnica continua. Nonostante le rassicurazioni contro ogni politica razzista e in difesa delle minoranze nere in Libia fornite a più riprese alla comunità internazionale dai dirigenti della rivoluzione, a Tawargha si sta portando a termine del tutto indisturbati ciò che era iniziato ad agosto. I muri delle case devastate sono imbrattati di slogan freschi contro i «murtazaka», come qui chiamano i «mercenari» pagati dalla dittatura di Gheddafi. Sono firmati in certi casi dalle «brigate per la punizione degli schiavi neri» e trasudano il razzismo più virulento. In verità, molti degli abitanti nella regione di Tawargha sono discendenti delle vittime delle razzie a caccia di schiavi organizzate in larga scala dai mercanti arabi della costa per secoli sino alla metà dell'Ottocento nel cuore dell'Africa sub-sahariana. Libici a tutti gli effetti, figli di libici, sono ora tra le vittime più deboli del caos e delle incertezze in cui è scivolato il Paese. Nessuno conosce ancora le cifre dei loro morti e feriti. Le nuove autorità di Tripoli non rendono noti i numeri dei prigionieri.

E quando la fanno sono spesso contradditori e impossibili da verificare. Di tanto in tanto si viene a conoscenza di ex abitanti di Tawargha arrestati nei campi profughi e nei quartieri poveri attorno a Tripoli. Le voci di violenze carnali contro le donne sono ricorrenti. Molti giovani sarebbero ora tra i combattenti irriducibili negli assedi di Sirte e a Bani Walid. Altri sarebbero riusciti ad unirsi ai Tuareg nel deserto verso Sabha. Sono motivati dalla consapevolezza che la «caccia al negro» non si ferma. Due giorni fa, durante gli scontri a Tripoli tra milizie della rivoluzione e sostenitori di Gheddafi, i primi ad essere arrestati erano i passanti di pelle nera.


Lorenzo Cremonesi
16 ottobre 2011 09:26



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Indignados nel ’68, padroni oggi

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Metamorfosi dei contestatori: gli stessi che scendevano in piazza ora dirigono banche e giornali




A vent’anni ribellarsi è giusto, dopo i quaranta diventa un po’ patetico, e oltre i sessanta è puro folklore: è così dai tempi della jeunesse dorée ateniese che s’innamorava dei sofisti e contestava da sinistra (o da destra?) il governo democratico di Pericle. In fondo, non si tratta che di una replica pubblica del più normale fra i comportamenti privati dell’adolescenza: contestare i genitori per definire la propria identità di persone adulte. Dopodiché, si pensa a far carriera. Non è il cinismo a parlare, ma il realismo: a un certo punto bisogna rimboccarsi le maniche e darsi da fare. Così, molti contestatori hanno fatto carriera all’interno di quello stesso sistema che volevano abbattere: non per opportunismo, ma perché la maggior parte delle persone normali, dopo aver litigato coi genitori, è felice di andarli a trovare la domenica, quantomeno per liberarsi dei figli.

Semmai, la contestazione è un’ottima scuola, spesso la migliore. Dal Dopoguerra agli anni Settanta tutto l’Occidente è stato attraversato da movimenti di protesta giovanili che si sono intrecciati alla nascita o alla riscoperta di un fenomeno culturale di primaria grandezza: la Beat generation e l’esistenzialismo, la Scuola di Francoforte e Lacan, il jazz e il rock. In altre parole, i contestatori erano degli intellettuali: studiavano molto, e la loro curiosità un po’ secchiona li spingeva ad esplorare territori e àmbiti sconosciuti alla ristretta provincia culturale dei loro padri. È per questo che i gruppettari hanno fatto carriera: perché erano fra i più bravi della loro generazione.

Il catalogo è ampio e variegato: dal presidente di Rcs ed ex direttore del Corriere Paolo Mieli all’«infedele» Gad Lerner, dal manager e banchiere Pietro Modiano al superconsulente finanziario Sergio Cusani, poi tra i protagonisti del processo Enimont, da Paolo Liguori ad Erri De Luca, passando da un Massimo D’Alema che confessa di aver lanciato una molotov e da un Giuliano Ferrara immortalato negli scontri romani di Valle Giulia, buona parte dei cinquanta-sessantenni che contano sono stati in gioventù accesi contestatori.

Ma in Italia il Sessantotto è diventato il pretesto per una crescita smisurata della spesa pubblica. È infatti per rispondere alla contestazione che i governi a guida dc inventano l’ope legis, quel meccanismo infernale tuttora tristemente in vigore in base al quale ogni «precario», prima o poi, matura il diritto all’assunzione. Il risultato, come intuirebbe anche un bambino, è la moltiplicazione del precariato, oltreché della pressione fiscale. Ma il trucco, almeno finora, ha funzionato: e «precario» vale oggi molto più di proletario.

E qui veniamo al punto: i contestatori di oggi non vogliono cambiare il mondo, vogliono il posto fisso. Chiedono soltanto di avere per sé i privilegi che i loro genitori hanno ottenuto dallo Stato in cambio del consenso elettorale. Che l’assistenzialismo sia giusto o no, non se lo chiedono neppure. Non gli importa che i soldi siano finiti, o che i mercati siano liberi. E soprattutto non si chiedono che cosa possano fare per se stessi. Ragionano come sudditi, non come cittadini: il principio di responsabilità è loro sconosciuto.

Non per caso si chiamano «indignati». Che cos’è la dignità, e da che cosa è messa a repentaglio? Una battaglia politica, cioè pubblica, non dovrebbe mai ricorrere a categorie etiche, che per definizione sono private. Dignità e indignazione sono oggi divenute armi contundenti a sinistra, dopo esserlo state per secoli a destra. «Indegni» sono stati, nel corso del tempo, le streghe e gli eretici, gli operai comunisti e gli omosessuali, il sesso prima del matrimonio e persino la minigonna. Adesso tocca all’altra parte, alle banche e al governo. Indignarsi è indegno, perché viene meno alla regola fondamentale: sforzarsi di comprendere, e trattenersi dal giudicare. A dirla tutta, dovremmo indignarci soltanto di noi stessi, e comportarci di conseguenza. Manifestare è divertente, e qualche volta è utile: ma lasciamo l’indignazione ai preti e agli spretati.



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La sindrome da G8 L’ordine agli agenti: non dovete reagire

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Lo sfogo dei poliziotti sulle strade: "Hanno paura che ci scappi un altro morto e quindi ci obbligano soltanto ad abbozzare"




«Maledetti! Guardate là il collega ferito, è la fine del mondo, guardate quanti incappucciati circondano il blindato dei carabinieri. Altro che pochi violenti isolati, diamine. È un’altra Genova, questa. E noi stiamo qui a fare le belle statuine mentre in testa ci piove di tutto. Fermi, dietro ai blindati, carne da macello mentre quelli (indica il furgone dell’Arma circondato dai black bloc, ndr) al posto di guida vedono la morte in faccia e magari pensano a quello là, come si chiamava, a quello che ha sparato a Giuliani a Genova.

Una follia, cazzo. Una follia. Questa maledetta politica buonista è una follia. Perché la parola d’ordine sapete qual è? La volete sapere? Abbozzare. Attendere. Ripiegare. Non rispondere. Dobbiamo ab-boz-za-re sempre e comunque! Dal G8 di Genova l’ordine è sempre quello, altrimenti ci danno della polizia cilena e fascista. Obbligati a nasconderci dietro i mezzi, stare fermi come birilli anziché rispondere come siamo addestrati a fare. Guardate che scempio. Guardate gli occhi dei colleghi sotto ai caschi: vorrebbero correre e affrontare quegli scalmanati e invece no, zitti e buoni. Quelli forse arrostiscono là dentro e lo Stato al massimo concede ai blindati i caroselli con sirena, qualche lacrimogeno, idranti obsoleti, rare reazioni di alleggerimento. La solita strategia difensiva a oltranza.

Abbozzare perché sennò ci scappa il morto, ma quale morto? Perché se muore una divisa, chissenefrega. Se muore uno che ti sta lanciando in faccia un estintore, diventa un caso internazionale con quei politicanti che parlano sempre di pochi facinorosi. Non ce la facciamo più: abbozziamo allo stadio, per la Tav, in strada coi black bloc. Scrivetelo, cazzo. Scrivetelo». Detto, fatto. Scritto tutto alla lettera, tra i lacrimogeni e la rabbia. Scritto a imperitura memoria di chi pensa all’italica maniera del meglio non fare per non rischiare di far male. Lo sfogo del poliziotto che stringe rabbioso lo sfollagente, che s’è fatto Genova e che ogni weekend se la rischia con gli ultras, si interrompe al passaggio di un superiore che raccomanda calma.

In piazza San Giovanni, in disparte, c’è gente che si danna l’anima quando serve, vaccinata agli scontri, abituata alla guerriglia, come il dirigente Maurizio Ariemma del contingente Milano oppure il vicequestore Antonio Adornato del gruppo Senigallia, vecchia scuola della Celere romana, uscito indenne non si sa come dal linciaggio che ha colpito i colleghi del Settimo Nucleo guidato dal comandante Vincenzo Canterini, il «famigerato» Canterini della Diaz. Che si fa vivo a sorpresa nel pieno della baraonda romana: «In questo momento torno indietro negli anni, ho un brivido, sento uno spiffero di Genova. Questi teppisti sono meno organizzati rispetto a quelli del G8 ma sono tanti, e da quel che vedo usano tattiche da ultras, penso che provengano in gran parte dell’estero.

La politica del “contenere” non funziona più se si lascia la piazza a un’orda di teppisti che si fomenta di minuto in minuto e fa proseliti, anche tra chi non ha cappucci neri in testa. Occorre una reazione, composta, ma ferma». Canterini, in contatto coi suoi ex uomini in piazza, fa poi un’osservazione ad alta voce. Da non sottovalutare: «Se la manifestazione era pacifica a che servivano decine e decine di “avvocati democratici” a spasso se non a difendere i manifestanti eventualmente coinvolti negli scontri? I disordini, l’input a gettare scompiglio nel corso del corteo, evidentemente è qualcosa che è stato pianificato politicamente dalla stessa organizzazione internazionale di Genova, che ha raccordato antagonisti violenti da tutta Europa».

Poco più in là, piegato su un tenente dei carabinieri con il volto coperto di sangue, il colonnello dell’Arma Pino Petrella predica tranquillità mentre piovono bombe carta e sampietrini. Lui situazioni «bollenti» come queste le ha vissute sulla propria pelle, ferito in Val Di Susa dai black bloc versione No-Tav. Non ha tempo per le reprimende dei residenti del quartiere Monti che al pari di tanti carabinieri e poliziotti si chiedono perché il centro cittadino è pieno di guardie rilassate a guardia dei palazzi istituzionali mentre tutt’intorno regna il delirio. Perché sono stati lasciati per strada cassonetti d’immondizia, puntualmente dati alle fiamme. Perché non si è vietato il parcheggio indiscriminato, là dove i roghi hanno incenerito auto e scooter.

Perché 70 feriti dopo i 120 della Val di Susa. Perché si è permesso l’assalto a chiese, banche, ministeri, supermercati. Perché, soprattutto, non si è intervenuti a difesa del furgone dei carabinieri abbandonato all’inferno sul modello di quanto accadde in corso Torino a Genova sotto lo sguardo compiacente del prete antagonista don Vitaliano. Come certifica lo spray sul portellone annerito dal fumo, «Carlo vive», l’obiettivo era vendicare l’icona Giuliani. Nessuno vuole pensare che serva un morto ammazzato a svegliare gli «attendisti» dell’ordine pubblico. Ma occorre che qualcosa cambi, subito. Perché chi ha schivato sassi, molotov e bulloni, oggi farà nuovamente la bella statuina: allo stadio Olimpico c’è il derby. «Abbozzare» ancora? Auguri.



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Ma su Indymedia era già stato tutto previsto: "Con ogni mezzo dobbiamo prendere la piazza"

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I black bloc hanno trasformato Roma in una città sotto assedio: negozi saccheggiati, auto in fiamme e scontri con la polizia. Sul network della sinistra radicale da giorni si parlava di "prendere la piazza" con la violenza. Un copione già scritto




La manifestazione degli indignati è velocemente degenerata in una vera guerriglia urbana. Come non se ne vedevano da tanto tempo in Italia. Eppure tutto era già stato scritto, programmato e previsto. Il 14 ottobre su Indymedia, un network della sinistra radicale, compare un comunicato anonimo che pianifica la guerriglia che oggi ha paralizzato la Capitale e terrorizzato i romani. Un testo che prevede quasi militarmente come agire durante la manifestazione.

"SICURAMENTE le FORZE di POLIZIA ci ATTACCHERANNO anche non dovesse esserci il minimo intento conflittuale (che comunque ci sarà e DEVE ESSERCI da parte nostra): dobbiamo tutti, rivoluzionari di ogni tendenza, comunisti, libertari e tutto/i coloro che saranno lì per rabbia e coscienza del baratro nel quale ci vogliono gettare DEFINITIVAMENTE, COMBATTERE !!!!! Non come a Gneova nel 2001 ! Non come il 14 Dicembre 2010 ! Non dobbiamo fermarci ! Portare con se' di "tutto" per PRENDERE e TENERE la 'PIAZZA' !", scrive la mano anonima che ha lanciato questo messaggio nel forum del sito internet.

Un post da cui ha preso le distanze anche lo stesso Indymedia ma che - così scrivono gli amministratori del sito -, non è stato rimosso perché "non presenta violazione di policy". Se lo dicono loro... Polemica anche tra i commentatori del network: c'è chi stigmatizza il comunicato e chi invece decide di sostenerne la linea: "Sicuramente questo comunicato è molto violento, è vero! Ma smettiamola di dire che bisogna manifestare in maniera pacifica", scrive un altro commentatore anonimo. Volevano la guerriglia e guerriglia è stata.



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