lunedì 17 ottobre 2011

Beccato

di

Abbiamo selezionato una a una le foto degli scontri di sabato scorso a Roma e abbiamo evidenziato tutti gli "incappucciati" riconoscibili. Aiutateci a trovarne altre inviando le vostre foto all'indirizzo segnala@ilgiornale.it. Abbiamo deciso di mettere a vostra disposizione il materiale fotografico per farvi vedere quello che è successo nella Capitale e rendere possibile il riconoscimento di chi ha commesso dei reati. . Chiunque riconosca i violenti contatti le forze dell'ordine. GUARDA LE FOTO E sul web spuntano le foto del poliziotto infiltrato, ma è un giornalista






Era su tutte le prime pagine dei quotidiani. Il "simbolo" della rivolta, il ragazzo biondo che accanto a un'auto in fiamme scaglia in aria un estintore è stato molto probabilmente "scappucciato". Grazie alle segnalazioni dei lettori siamo entrati in possesso di un'immagine di un ragazzo davanti a un'auto avvolta dalle fiamme e a volto scoperto. I tratti del viso e il bracciale al polso destro sono identici a quelli del ragazzo con l'estintore. Giudicate voi. 




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Le facce dei violenti

Il Giornale


Ecco le immagini dei violenti che hanno distrutto Roma


























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Caccia all'acquerello.... finto

Corriere della sera

In giro a Firenze tra i pittori che vendono i quadretti della città facendoli pagare anche fino a cento euro. E che spesso, sono delle vere e proprie truffe


FIRENZE - Scorci di Firenze, dei suoi lungarni e dell'immancabile Cupola del Brunelleschi. Oppure dolci colline toscane, con i classici filari di cipressi e girasoli. Immagini impresse in centinaia di acquerelli in vendita in tutto il centro storico. «Fatti a mano libera», recitano i cartelli. Ma come a Roma, anche a Firenze l'arte dei pittori di strada non è sempre frutto dei loro pennelli. A volte si tratta, piuttosto, di banali stampe a computer poi ritoccate con qualche tocco di colore. Una vera e propria truffa per tutti i turisti che pensano di acquistare il made in Florence.

Abbiamo deciso di fare un viaggio alla ricerca dei falsi. Siamo andati proprio su Ponte Vecchio, dove ogni giorno artisti dipingono quadri sotto gli occhi dei passanti affascinati dal loro lavoro. Esposte ci sono le loro opere, che vanno da un minimo di 20 a un massimo di 100 euro. «Per fare questo – dice uno degli artisti – ci ho messo 2 ore e mezza». Qualcosa comincia ad apparire strano quando ci imbattiamo in una pittrice: «Stia attenta signorina – avverte – non tutti vendono cose fatte a mano. Ci sono quadri che sono semplicemente stampati a computer».


Come fare a riconoscere un falso da un acquerello vero? «Basta guardare le linee di alcuni soggetti - spiega - come ad esempio la Cupola del Duomo: quando è netta, innaturale, si tratta di una bufala». Continuiamo il nostro tour e seguiamo le indicazione dell'esperta per acquistare quello che potrebbe sembrare un acquerello falso. «Questo costa venti euro, fatto da me», dice il pittore. Basta poco per dimostrare che non è un acquerello originale, ma soltanto un falso.

Prendiamo un acquerello vero e con una spugnetta bagnata cominciamo a strofinare. Risultato: il colore scompare completamente, non rimane alcuna traccia di colore o matita. Poi prendiamo l'acquerello acquistato su Ponte Vecchio. Stessa prassi: versiamo l'acqua e cominciamo a strofinare. Il colore si scioglie e scompare come in precedenza, ma sotto rimane un disegno. Chiaramente stampato con un computer. Un imbroglio.

Sono 150 i pittori di strada a Firenze, regolarmente autorizzati dal Comune. «Saremo una ventina a produrre solo opere fatte a mano», dice un pittore. Tutto questo accade nonostante la lotta del Comune in difesa del made in Italy, accade mentre la politica discute sulla qualità dei prodotti in vendita ai turisti. E nonostante le regole dicano qualcosa di diverso: «Nel mio permesso rilasciato dal Comune c'è scritto non è autorizzato l'uso di processi meccanizzati pena la revoca della licenza – sostiene un altro pittore – trovo veramente ingiusto che le persone siano truffate a questo modo».

Federica Sanna
17 ottobre 2011

Due pesi e due misure: Penati non va in carcere Ma Papa è ancora in cella

di


I pm di Monza titolari dell'inchiesta sul sistema Sesto hanno rinunciato a chiedere l’arresto per Penati e il suo ex braccio destro Vimercati, mentre a Napoli Papa resta in cella. Cicchitto: "Condizione kafkiana"




Due pesi e due misure. Eppure Napoli e Milano sono nello stesso Paese e vigono le stesse leggi. Walter Mapelli e Franca Macchia, i pm di Monza titolari dell’inchiesta sul cosiddetto "sistema Sesto", hanno rinunciato a chiedere al tribunale del riesame di Milano l’arresto per Filippo Penati e il suo ex braccio destro Giordano Vimercati.

I pm ritengono che non sussistano più le esigenze cautelari e hanno inviato ai giudici del tribunale del riesame di Milano la rinuncia all’appello contro l’ordinanza del gip che aveva respinto la richiesta di custodia cauterlare per entrambi. Nel frattempo, nel carcere di Poggioreale, il deputato Alfonso Papa resta ancora agli arresti. Una condizione che il capogruppo Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto definisce "leggermente kafkiana" dal momento che "può alterare gli equilibri politici del Parlamento".

Come si legge nell’atto in cui rinunciano all’appello contro il rigetto dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere deciso lo scorso agosto dal gip Anna Magelli, nel ritenere che non sussistano più le esigenze cautelari per Penati e Vimercati i pm di Monza hanno fatto una serie di considerazioni. Innanzitutto l’ex sindaco di Sesto San Giovanni e il suo ex braccio destro si sono rispettivamente presentati "spontaneamente" per l’interrogatorio (Penati il 9 ottobre e Vimercati il 14 ottobre) "senza limitarsi a generici dinieghi di responsabilità ma fornendo una propria articolata ricostruzione dei fatti" indicando peraltro "persone" e producendo anche dei documenti "a sostegno delle rispettive versioni".

Versioni sulle quali ora sono in corso accertamenti. In più gli inquirenti ritengono che "le scelte operative" dei due indagati e cioè la loro sospensione o autosospensione dagli incarichi ricoperti, siano assieme al lasso di tempo intercorso tra il deposito dell’appello al Riesame e l’udienza per discuterlo fissata per venerdì prossimo "consentono di escludere in generale il rischio di reiterazione del reato".

Infine gli inquirenti osservano che "nello specifico, non è più attuale o comunque è fortemente ridimensionato il pericolo di inquinamento istruttorio" relativo alle sole imputazioni illustrate nella richiesta di misura cautelare inoltrata al giudice delle indagini preliminare lo scorso 24 giugno. Il rinunciare ad insistere con il carcere per Penati e Vimercati, accusati di corruzione, concussione e finanziamento illecito ai partiti, non significa però che la Procura abbia fatto un passo indietro in quanto inquirenti e investigatori ritengono di aver raccolto già elementi sufficienti a supporto della ricostruzione effettuata sul presunto sistema di tangenti.

Sistema per cui l’inchiesta va avanti anche su altri fronti come quello che riguarda l’affaire Milano-Serravalle e su "Fare Metropoli", l’associazione che sarebbe stata fondata da Penati con lo scopo di raccogliere i finanziamenti per la sua campagna elettorale.

Sulla condizione di Papa, Cicchitto ricorda, invece, che "il codice prevede tre casi perché un cittadino venga ristretto in carcere", ma "nessuno di questi riguarda Papa, che ha il processo fissato al 26 ottobre prossimo. E' evidente che la continuazione del regime carcerario vuole portarlo con i ceppi al processo".

Per Cicchitto, l’attuale condizione dell’ex magistrato merita attenzione da parte dell’ufficio di presidenza della Camera: "Senza nessuna forma di interdizione gli viene impedito di esercitare le sue funzioni di parlamentare". Cicchitto e Quagliariello riferiscono che Papa ha più volte chiesto chiarimenti al presidente della Camera Gianfranco Fini senza ricevere risposte. L'ex deputato del Pdl vive la condizione carceraria con estremo disagio, e viene descritto in uno stato di profonda depressione, sotto osservazione farmacologica per l’uso di psicofarmaci, con barba lunga, 18 chilogrammi in meno, conumatore di 50 sigarette al giorno e spesso con difficoltà nei movimenti e nell’espressione 




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Yoga dietro le sbarre: la storia di Francesco

Corriere della sera

Nel carcere di Bollate, una speranza per i reclusi: «Questa disciplina mi rende una persona migliore»



MILANO - La situazione delle carceri italiane è allarmante: 150 morti di cui 51 suicidi solo nei primi nove mesi del 2011. Sovraffollamento, strutture fatiscenti, soprusi. In questo contesto la Casa di reclusione di Bollate è una mosca bianca: aperta nel 2000, è un istituto a custodia attenuata. I detenuti firmano un «patto» con la direzione e s’impegnano a seguire un percorso fatto di studio, lavoro, sport.

LO YOGA - In questo contesto che sembra «privilegiato» - ma dove in realtà si mettono solo in pratica i dettami costituzionali - si può anche praticare yoga. E proprio questa disciplina ha aiutato il detenuto Francesco Tonicello a «diventare una persona migliore», secondo quanto lui stesso racconta. Perché lo yoga, spiega, non è una semplice ginnastica, implica una presenza mentale, acuisce la consapevolezza di sé, pone questioni etiche. La storia di Francesco dimostra come lo yoga possa aiutare a ritrovare il bandolo della matassa della propria esistenza. Una storia di recupero, determinazione, redenzione.

Silvia Icardi
17 ottobre 2011 16:37

Bagnasco: «Non si tema per la laicità dello Stato, ma la religione non va negata»

Corriere della sera

Il presidente della Cei: «La Chiesa non cerca privilegi». E condanna le violenze di Roma


MILANO - Non c'è motivo di temere per la laicità dello Stato». Lo ha detto Bagnasco a l forum delle associazioni cattoliche di Todi. «Il principio di laicità inteso «come autonomia della sfera civile e politica da quella religiosa ed ecclesiastica -ma non da quella morale - è un valore acquisito e riconosciuto dalla Chiesa e appartiene al patrimonio di civiltà». Il cardinale ha proseguito: «La religione non può essere negata e non riconoscerne la dimensione pubblica è un grave errore». E ha aggiunto: «La Chiesa non cerca privilegi, nè vuole intervenire in ambiti estranei alla sua missione, ma deve poter esercitare liberamente questa sua missione». I cristiani «sono diventati nella società civile massa critica,capace di visione e di reti virtuose, per contribuire al bene comune».

ASSENTEISMO SOCIALE - «Alla politica, che ha la grande e difficile responsabilità di promuovere il bene comune, la Chiesa in ogni tempo ha guardato con rispetto e fiducia, riconoscendole la gravità del compito, le conquiste di volta in volta raggiunte per il bene della società, e sostenendo con la forza della preghiera coloro che hanno abbracciato questo servizio con onestà e impegno». «Se per nessuno è possibile l'assenteismo sociale, per i cristiani è un peccato di omissione» - ha proseguito Bagnasco.


LE CONDANNE - «Il nostro animo è ancora segnato da quanto è accaduto sabato scorso a Roma, e non possiamo non esprimere la nostra totale esecrazione per la violenza organizzata da facinorosi che hanno turbato molti che intendevano manifestare in modo pacifico le loro preoccupazioni». Il cardinale Angelo ha ringraziato le forze dell'ordine: «Alle Forze dell'Ordine - ha scandito il presidente della Cei - va la nostra rinnovata gratitudine e stima per il loro servizio, che presiede lo svolgimento sicuro e ordinato della vita del Paese».

IL SEMINARIO - Il Forum delle associazioni cattoliche è chiamato a discutere e a dare concrete indicazioni sul tema «La buona politica per il bene comune: i cattolici protagonisti della politica italiana». Una fumata bianca si è levata dal camino del convento francescano di Montesanto, alle porte di Todi, pochi minuti dopo la fine della Santa Messa celebrata nella chiesa interna al convento da monsignor Vincenzo Paglia, vescovo di Terni e presidente della Conferenza episcopale umbra. Poco dopo, ha fatto il suo ingresso nel grande salone del convento il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, salutato dagli applausi di tutti i partecipanti, circa una cinquantina, fra i quali i presidenti delle sette associazioni che compongono il Forum: Raffaele Bonanni per la Cisl, Andrea Olivero per le Acli, Bernhard Scholz per la Compagnia delle Opere, Sergio Marini per la Coldiretti, Giorgio Guerrini per la Confartigianato, Luigi Marino per la Confcooperative e Carlo Costalli per il Movimento cristiano lavoratori.

17 ottobre 2011 15:16

Bazzoni, l'operaio che ha messo in mora l'Italia

Quotidiano.net

Sicurezza lavoro, l'Ue ha aperto procedura d'infrazione



Il metalmeccanico fiorentino ha scritto all'Europa per denunciare l’inadempienza italiana in materia di sicurezza sul lavoro. La Commissione europea lo ha ascoltato


Lavoro: retribuzioni giugno quasi ferme


Roma, 17 ottobre 2011 - "Marco Bazzoni, un operaio metalmeccanico di Firenze scrive all’Unione europea per denunciare l’inadempienza italiana in materia di sicurezza sul lavoro. La Commissione europea passa al setaccio le carte, approfondisce la denuncia e decide di aprire una procedura d’infrazione contro l’Italia’’. A riferirlo è il direttore di Articolo21 Stefano Corradino.

"Bazzoni - scrive Corradino - è un collaboratore di Articolo21 e da anni, pressocché quotidianamente ci segnala notizie e cronache di infortuni sul lavoro, questo vero e proprio bollettino di guerra giornaliero che è uno dei tanti primati negativi del nostro Paese. Pochi giorni fa Bazzoni ha ricevuto una lettera dalla Commissione europea che gli comunicava, un fatto senza precedenti e cioè che dalla Ue, sulla base della sua denuncia, e’ appena partita la messa in mora dell’Italia che ha due mesi di tempo per porre fine alla situazione che configura l’infrazione".

"Un operaio - afferma Corradino - un cittadino comune che da solo, senza associazioni o partiti alle spalle conduce da anni una estenuante battaglia affinche’ la politica, le istituzioni, l’informazione smettano di ignorare la tragedia quotidiana delle morti sul lavoro, ha spinto la Commissione europea ad aprire una procedura d’infrazione contro l’Italia’’.

"Neanche io ci credevo più", spiega lo stesso Bazzoni ad Articolo21. ‘’Erano passati due anni da quando il 27 Settembre 2009, ho redatto la denuncia alla Commissione Europea, sulle difformità di alcuni articoli del Dlgs 106/09 (decreto correttivo al Testo unico per la sicurezza sul lavoro: Dlgs 81/08) rispetto alle direttive europee. Invece oggi, mi e’ arrivata un’email, con una comunicazione ufficiale della Commissione Europea Occupazione e Affari Sociali, che mi comunica che il 29 Settembre 2011 e’ stato approvato il progetto di costituzione in mora, e che il 30 Settembre la lettera di messa in mora e’ stata inviata alla Repubblica Italiana’’.

Bazzoni si toglie qualche sassolino dalla scarpa: ‘’nonostante io abbia chiesto aiuto ai sindacati e ai partiti politici per questa denuncia, non c’è stato nessuno, ripeto nessuno che mi abbia aiutato a redigerla. Potevano supportarla se non volevano redigerla, neanche quello. Già far aprire una procedura d’infrazione contro uno Stato è difficilissimo, ed in genere sono sempre associazioni a fare denunce del genere, mai un singolo cittadino, per quale diventa un’utopia riuscirci, invece c’è l’ho fatta"




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Di Pietro riesuma la legge Reale: "Pene più dure" Ma pochi giorni fa fomentava il popolo anti Cav

di


Il leader Idv propone nuove figure di reato: "Arresti e fermi obbligatori, riti direttissimi con pene esemplari e condanne per i reati già esistenti". Ma fino a pochi giorni fa flirtava con il popolo anti Cav e minacciava che se Berlusconi non si fosse dimesso ci sarebbe anche scappato il morto




Adesso chiede la repressione. Dopo aver cavalcato, infiammato e incitato la piazza, adesso Antonio Di Pietro chiede politiche più dure per punire gli indignados che sabato pomeriggio hanno messo a ferro e fuoco il centro di Roma. Solo qualche settimana fa  flirtava in piazza con gli indignati del Popolo viola, solo qualche mese fa annunciava che se Silvio Berlusconi non si fosse dimesso da presidente del Consiglio ci sarebbe scappato il morto, solo qualche giorno fa paragonava il Cavaliere a Benito Mussolini e invocava una nuova lotta di lliberazione.

Oggi, invece, il leader dell'Italia dei Valori chiede l'inasprimento della giustizia per combattere i criminali. Insomma, vorrebbe tornare alla legge Reale. Legge giustissima che anche il pdl Osvaldo Napoli aveva chiesto ieri pomeriggio, ma che si sarebbe anche potuta evitare se, negli ultimi mesi, gli anti Cav avessero abbassato i toni.

"Si deve tornare alla Legge Reale. Anzi bisogna fare la 'legge Reale 2', alias Di Pietro, contro atti criminali come quelli di Roma. Si devono prevedere arresti e fermi obbligatori e riti direttissimi con pene esemplari". Per far fronte a una "situazione d'emergenza come l'attuale", l'ex pm propone di usare la legge approvata nel 1975 e che porta il nome dell'allora ministro della giustizia, appartenente al partito repubblicano italiano, Oronzo Reale.

La disposizione conferiva alle forze dell'ordine il diritto a usare le armi anche nei casi di ordine pubblico; estendeva il ricorso alla custodia preventiva anche in assenza di flagranza di reato, di fatto permettendo un fermo preventivo di 96 ore; normava l'uso del casco e di altri elementi potenzialmente atti a non rendere riconoscibili i cittadini. "Il parlamento - aggiunge Di Pietro - invece di continuare a perdere tempo con le leggi ad personam, deve mettere a punto una legislazione penale adeguata a fronteggiare emergenze come quelle degli scontri di sabato scorso". Il che, per Di Pietro, significa "specificare nuove figure di reato, prevedere arresti e fermi obbligatori, istituire riti direttissimi con pene esemplari" e "aggravare le condanne per i reati già esistenti".

"Di Pietro è un grande scopritore dell’acqua fresca. Non avendo idee sue, scopiazza quelle degli altri". Napoli non usa mezzi termini e rivendica di aver proposto, giusto ieri, di riesumare la legge Reale per contrastare la situazione di emergenza e punire gli indignados. Al di là della "scopiazzatura", un inasprimento della normativa è più che auspicabile. Dispiace, tuttavia, sapere che una emergenza del genere avrebbe potuto essere evitata. "Di Pietro è ridicolo - tuona la senatrice Maria Pia Castiglione - prima istiga i violenti e poi chiede la legge Reale". Per troppi mesi, infatti, la politica ha fomentato e coltivato certi sentimenti anti casta che hanno covato a lungo finché non sono esplosi nella piazza degli indignati. 




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Vivono in sei in un bilocale e lo condividono con i topi

Corriere della sera

A due anni e mezzo dal terremoto, la storia di Elvis: vive (abusivamente) con la famiglia in una casa degradata


In fuga dai topi. La storia di Elvis, 44 anni, un infarto alle spalle e altri problemi di salute in corso, è una storia di ordinario orrore, oggi, a L’Aquila, a due anni e mezzo dal terremoto. Elvis vive con la moglie Rita, 43 anni, due figli di diciassette e diciotto anni, la compagna di uno di questi e il bimbo di otto mesi della giovane coppia, a Monticchio, una frazione del capoluogo nelle vicinanze di Onna. In sei in un bilocale di appena 55 metri quadrati. Abita qui da quando, cinque anni fa, ha occupato abusivamente uno dei 72 appartamenti di un imponente e malmesso casermone dove, in seguito al terremoto, sono arrivati la muffa e i topi. Ratti, più che semplici topi, grandi e aggressivi. Per stessa ammissione dell’Ater, intervenuta con la Asl già una prima volta ma, almeno finora, con esito parziale.


Per questo Elvis, che nonostante sia abusivo versa regolarmente all’Ater l’affitto (un forfait di 75 euro al mese, previsto in virtù di una norma che da una parte riconosce gli inquilini di fatto e dall’altra ne obbliga lo sfratto), pochi giorni fa è stato costretto a fuggire dal bilocale al piano terra e, in fretta e furia, a cercare riparo in un appartamento vuoto al primo piano.

Soluzioni diverse non ne ha trovate: i topi, attraverso le lesioni dei muri, le condutture e le prese della corrente elettrica, erano riusciti a penetrare in casa e a raggiungere la minuscola stanza dove dormiva il piccolo di otto mesi. «Vivo con una pensione sociale di 275 euro – ci ha raccontato Elvis – e non potrei mai permettermi un affitto normale. Ho anche pensato di riprendere a lavorare, facevo lo stuccatore prima, ma la mia cardiopatia e gli altri disturbi che ho non me lo consentono, mi affatico subito».

La moglie invece lavora, fa le pulizie in un ente pubblico e, grazie anche agli aiuti alimentari della Caritas, si riesce a tirare avanti fino alla fine del mese. La casa assegnata è ancora un miraggio. Elvis dice di aver fatto domanda ma di essere ancora in attesa. Per il momento ci sono l’abitazione occupata abusivamente e il problema dei topi. «Quando ce ne siamo accorti, ho lasciato l’appartamento al piano terra e ne ho occupato un altro al piano superiore. Prima, però, ero andato ad autodenunciarmi all’Ater. Li avevo avvertiti che l’avrei fatto.


Ora chiedo solo di poter rimanere qui, continuando a pagare l’affitto, e di avere l’allaccio del riscaldamento». E l’Ater cosa dice? «Purtroppo, per noi Elvis resta un abusivo – ci ha spiegato l’avvocato Piergiorgio Merli, commissario straordinario dell’Ater dell’Aquila dal 5 agosto 2009 – ed è questo il motivo per cui pendono nei suoi confronti un procedimento giudiziario e una procedura di sfratto.

Pur tuttavia, pagando un affitto, ha diritto sicuramente alle tutele di un qualsiasi altro inquilino, a partire da quella igienico-sanitaria». E il problema dei topi? «Si è presentato mesi fa. Non tutti gli alloggi di quel palazzo, dopo il terremoto, hanno potuto ottenere l’agibilità parziale (come quello occupato da Elvis, ndr) e, quindi, a causa dello scarso numero di abitanti, c’è stato un proliferare dei ratti.

Come sta avvenendo, ed è sotto gli occhi di tutti, in alcune zone dell’Aquila e in particolare in centro storico per la situazione di abbandono». Il commissario Merli si dice rammaricato per i topi («Nessuno dovrebbe trovarsi in una situazione del genere», ammette) e promette derattizzazione e interventi di ristrutturazione. Alcuni giorni fa, ci assicura, «c’è stata la consegna dei lavori per il recupero dell’edificio di Monticchio. Il primo intervento riguarderà le condutture fognarie e il ripristino di condizioni igieniche adeguate».


La storia di Elvis è una storia di emarginazione e dolore, una delle tante che si registrano a L’Aquila, venuta alla luce dopo la denuncia di un video blogger e giornalista, Francesco Paolucci, che insieme al fotografo Andrea Mancini l’ha resa pubblica sul sito del Quotidiano d’Abruzzo

Nicola Catenaro
16 ottobre 2011(ultima modifica: 17 ottobre 2011 11:20)

Velista tedesco forse divorato dai cannibali

Quotidiano.net

Stefan Ramin è scomparso a Nuku Hiva, Polinesia francese


La compagna ha raccontato che la guida locale è tornata da sola da un viaggio all’interno dell’isola insieme al 40enne, dicendo che era ferito. Poi ha legato e abusato della donna. La polizia locale ha trovato i resti dell'uomo in una valle


Stefan Ramin
Stefan Ramin



Roma, 17 ottobre 2011 - Un velista tedesco sarebbe stato divorato dai cannibali in una remota isola del Pacifico del Sud, Nuku Hiva. Stando a quanto scrive oggi il Times, l’ipotesi sarebbe avvalorata dal ritrovamento di resti umani in un fuoco ancora attivo nell’area dove l’uomo è scomparso una settimana fa.

Stefan Ramin, 40 anni, originario di Amburgo, è scomparso a Nuku Hiva, nella Polinesia francese, dopo essersi unito a una guida locale per visitare le zone interne dell’isola.
Ramin era in giro per il mondo con la sua ragazza, Heike Dorsch, a bordo di un catamarano dal 2008. La coppia era arrivata a Nuku Hiva, l’isola che tante storie ha ispirato a Herman Melville, a metà settembre.

La donna ha raccontato che la guida locale è tornata da sola dal viaggio all’interno dell’isola, dicendo che Ramin era rimasto ferito e che aveva bisogno di aiuto. Haiti avrebbe quindi legato Dorsch a un albero e ne avrebbe abusato; solo quando la donna è riuscita a liberarsi ha potuto dare l’allarme alle autorità.

Secondo la stampa locale, da allora si sono perse le tracce della guida, mentre un’unità composta di 20 agenti di polizia e soldati avrebbero ritrovato resti umani e brandelli di vestiti in una vallata a circa due ore di cammino dalla costa. I resti saranno ora sottoposti al test del Dna a Parigi per accertare se siano o meno di Ramin.




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Lampedusa, nel cimitero dei senza nome

Corriere della sera

Le vittime anonime dei viaggi della speranza seppelliti



Le tombe senza nome di Lampedusa
Le tombe senza nome di Lampedusa
LAMPEDUSA - Esath Ekos ha 18 anni, è nigeriana, ed è arrivata a Lampedusa il 16 aprile del 2009. Da quel giorno è sull’isola, non se ne è più andata. Ha varcato la porta d’Europa più vicina all’Africa, con una paura e un sogno. La paura di essere rimandata indietro, lei, sans papier, verso quella terra da cui era fuggita, e il sogno di farcela, di arrivare in Italia e poi magari, andare oltre, raggiungendo la famiglia. Esath invece è rimasta a Lampedusa. I suoi sogni e le sue paure sono sepolte con lei nel cimitero di Cala Pisana, nella «zona dei senza nome».

IL VIAGGIO - Ad aprile di tre anni fa è salita sopra uno di quei barconi azzurri che a Lampedusa trovi accatastati proprio dietro al porto. Poi, la sua storia la possiamo solo immaginare in una tragica traversata in mezzo al mare. Eppure, nella tragedia, Esath, conserva la dignità di un nome e un cognome, di una colomba con un ramoscello di pace nel becco disegnata sulla sua lapide, di un vaso che accoglie un fiore. Dei tanti cadaveri di migranti sepolti nel cimitero di Lampedusa, lei e un uomo, Achile Ezebel, sono gli unici ad avere un’identità. Gli altri sono numeri e date: extracomunitario numero uno; tre cadaveri, 8 maggio 2011. Altre volte sono lettere: F/2000, A/2008, B/2008, C/2009… Gli anni sembrano scorrere su queste tombe improvvisate, raccontando un’isola che da sempre è terra di migrazione e da sempre raccoglie vita e morte di chi ha preso il mare per salvarsi. Passeggiando in quel lembo di terra che sta sopra un collinetta e guarda verso il mare, ci si imbatte nelle scritte di vernice blu accanto alle tombe dei lampedusani.

LE PROMESSE DEL SINDACO - Il sindaco Bernardino De Rubeis ha promesso di costruire un apposito spazio per gli immigrati senza nome che muoiono cercando di raggiungere l'isola. «Abbiamo avuto un finanziamento di 67mila euro per la riqualificazione del cimitero - ha spiegato a maggio - quindi abbiamo pensato di creare un'apposita area per i migranti anonimi che meritano una degna sepoltura». Ma ancora quei numeri aspettano la lapide «per ricordare il loro sacrificio in nome della libertà», come ha detto il sindaco. L’ultima cerimonia funebre il 13 maggio di quest’anno. Cinque giorni prima, un barcone rimane incagliato davanti all’isola. Pescatori e guardia costiera riescono a salvare la maggior parte delle persone a bordo, ma non tre ragazzi. I loro corpi affiorano dal mare poche ore dopo. Due sono morti annegati, il terzo ha dei segni di violenza. I lampedusani ne restano scossi perché fino all’ultimo avevano creduto di essere riusciti a salvare tutti i componenti della barca. Al funerale partecipano una cinquantina di persone tra istituzioni, isolani, associazioni e forze dell’ordine.

L'OMELIA - Padre Stefano fa una lunga, bella omelia. Poi le tre casse di legno vengono benedette e seppellite. Il primo agosto i corpi di 25 migranti, morti nella stiva di un barcone salpato dalla Libia, arrivano a Lampedusa: sei salme vengono accolte nella «zona dei senza nome» grazie alla disponibilità del sindaco. Qualche giorno dopo viene costruita una cappella per ospitarli, ma nel cimitero non c’è più posto; così la cappella promessa dal sindaco sorge proprio dove erano stati sepolti i tre immigrati del naufragio dell’8 maggio: ora in quel posto la vernice blu indica sei numeri e una data diversa, quella del primo agosto. Dove sono finiti i tre corpi seppelliti con tanto di cerimonia pubblica a maggio? «Quando sono andato al cimitero ad agosto – racconta un operatore sanitario – lo spazio dove erano stati seppelliti i primi tre morti non c’era più: al suo posto ho trovato una cappella e sei salme identificate da alcuni numeri.

Ma le altre tre?». Nei giorni successivi, sul basamento della cappella compare un’altra scritta con la vernice azzurra: «Numero 3 cadaveri, 8 maggio 2011». Il capogruppo del Pd nel Consiglio comunale di Lampedusa, Giuseppe Palmeri, ha scritto un’interrogazione al sindaco chiedendo spiegazioni. Il sindaco non ha mai risposto, così come non ha risposto alle nostre telefonate nei giorni scorsi. Su Famiglia Cristiana, a giugno, è stata pubblicata una lettera che chiede al premier Silvio Berlusconi di occuparsi proprio di questa realtà di nessuno: «Vada a trovarli presidente quei morti – si legge nella lettera – non hanno un nome e riposano nella nostra terra di frontiera, accarezzati dalla pietà e dalla misericordia. Forse ci vorrebbe un cimitero solo per loro. Tuttavia potrebbe essere sufficiente sistemare almeno un poco quell’angolo che già c’è».

IL TENTATIVO - A settembre qualcuno ci ha provato, ma il sindaco ha risposto che ci avrebbe pensato lui. L’associazione locale Askavusa ha chiesto di conoscere – quando noti – i nomi e le date di morte dei migranti sepolti nel locale cimitero, per curare le tombe e apporvi dei segni identificativi. Un modo per restituire ad ogni Esath la propria dignità di essere umano. La risposta dell’amministrazione è stata la diffida a compiere qualunque intervento sulle sepolture.



Alessandra Bravi
17 ottobre 2011 13:01



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Bocchino e il trans Manila La macchina del fango di nuovo in moto su Rai3

di


In circolazione foto che li ritraggono insieme, aperta un’inchiesta E la Gorio dichiara: "Ho avuto una relazione con un politico"




Le frequentazioni pericolose, o almeno inopportune, di Italo Bocchino salgono ancora una volta agli onori della cronaca. Ora si tratta del vicepresidente di Fli e di Manila Gorio, celebre trans amica dell’escort Patrizia D’Addario.

Ci sarebbero in giro varie foto che li ritraggono insieme, offerte ad organi di stampa o sottratte ad essi a pagamento. Una vicenda che puzza di manovre e ricatti e sulla quale la procura di Roma starebbe indagando, dopo la denuncia per truffa del fotografo Giancarlo Marrocchi, che avrebbe commissionato le foto ad un’agenzia per poi perderne le tracce: non sarebbero state vendute e lui avrebbe perso la percentuale.

Il procuratore aggiunto Alberto Caperna, non avrebbe individuato né il reato né gli indagati, ma non si sa mai dove possono portare certe indagini. Per non parlare del gossip attorno. Marrazzo insegna, Sircana pure.

Dopo la liason fotografatissima con Sabina Began, l’Ape regina del "bunga bunga", dopo il legame con il ministro Mara Carfagna che ha dato una spallata al suo matrimonio, Bocchino inciampa così in un’altra storia a luci rosse.

Ne ha parlato ieri sera il programma di Raitre Presa diretta di Riccardo Iacona, in una puntata dedicata alla "Macchina del fango". All’intervistatore Alessandro Sortino la Gorio dichiara: "Ho avuto fino a poco tempo fa una storia importante con un politico che mi ha conosciuto ad una convention e corteggiata. È una storia documentabile, ma non rivelerò mai il suo nome".

Quel "documentabile" a qualcuno certo fa venire i brividi e, d’altronde, la conduttrice e produttrice trans di un’emittente privata ama far parlare di sé. Già a dicembre dell’anno scorso ha "confessato" di avere un video hard su una notte di fuoco con un politico misterioso. E secondo il fotografo Marrocchi sarebbe stata lei a dargli la dritta sull’incontro con Bocchino. Un "agguato"? Comunque riuscito, se davvero le foto ci sono.

Anche se il deputato Fli nega di essere caduto nella "trappola" e assicura che le immagini (che non ha visto) possono solo testimoniare "un incontro tra un parlamentare con un giornalista: non c’è materia per un ricatto".

Eh sì, perché "Manila Gorio - dice Bocchino, senza tema di cadere nel ridicolo - è iscritta all’Ordine dei giornalisti. Mi ha chiesto un’intervista e non v’è alcuna ragione per cui uno che non è affetto da omofobia non vada".

Il vicepresidente dei futuristi sottolinea che, "guarda caso, il fotografo è lo stesso che adesso è sotto processo per una presunta estorsione contro Fini". Marrocchi, per l’esattezza, sarebbe sotto inchiesta per estorsione per la storia di una escort emiliana che dichiarava di essere stata con il presidente della Camera.

Per non essere tirati dentro storie così poco edificanti, certo, sarebbe meglio fare più attenzione alle frequentazioni e Bocchino incomincia a capirlo. Dopo le scuse familiari per la Carfagna e il mea culpa opportunistico per la Began, arriva la sua terza autocritica, con l’assicurazione di aver "cambiato vita e la sera sto a casa".

La promessa è: "Basta uscite serali. Ho preso atto che c’è una certa attenzione della macchina del fango e per un po’ si sentirà parlare di me solo per il mio lavoro politico". Per un po’: vedremo quanto durerà.




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