mercoledì 19 ottobre 2011

SenzaIdee Dietro l'estintore il nulla assoluto. Spaccava tutto senza nemmeno un perchè

Libero




Non fosse un disgraziato che va in giro a tirare gli estintori in testa alla gente, Fabrizio Filippi detto er Pelliccia farebbe quasi tenerezza. Perché nulla incarna la natura tragicomica degli indignati come Fabrizio Filippi detto er Pelliccia da Bassano Romano, provincia di Viterbo.

Fabrizio Filippi detto er Pelliccia è di buona famiglia e sostiene di non essere un picchiatore di professione: se ha contribuito a scatenare l’inferno è perché si è fatto «trascinare dagli eventi». Fabrizio Filippi detto er Pelliccia non è nemmeno un comunistone tutto d’un pezzo. Su Internet va dicendo di «odiare lo Stato», mette insieme citazioni del rapper de sinistra Frankie Hi-nrg mc e di Adolf Hitler, sostiene di essere «in guerra con qualcuno ma non so chi»: basi politiche, si converrà, non solidissime.

Fabrizio Filippi detto er Pelliccia, a ventiquattro anni suonati, fa il primo anno di psicologia in un’università telematica (non propriamente il Mit di Boston) e ha difficoltà persino a trascrivere correttamente il titolo del proprio film preferito: “Paura e delirio alla svegas”, c’è scritto sul suo profilo Badoo (dove, raccontano le amiche «pubblicava frasi d’amore sdolcinate» per far colpo sulle ragazze). Fabrizio Filippi detto er Pelliccia sabato scorso manifestava insieme a quelli che, dopo avere buttato giù la porta, hanno rubato da un supermercato di Roma bottiglie di aceti pregiati e di champagne (per brindare a uno scontro?). Mica pane e mortadella.

Fabrizio Filippi detto er Pelliccia, agli agenti che lo arrestavano, ha detto che lui l’estintore l’aveva preso per provare a spegnere un incendio. Sulle prime era sembrata la risposta irridente del ribelle che si fa beffe del braccio violento della legge; mano a mano che si delineava l’identikit del giovane, però, quelle parole hanno iniziato a suonare drammaticamente sincere, da pupo beccato con le mani nella marmellata che prova la difesa Bart Simpson: «Non sono stato io!».

Questo è Fabrizio Filippi detto er Pelliccia, suo malgrado simbolo della via italiana agli indignados: uno che il sabato pomeriggio (raccontando alla mamma che andava all’università, non si sa mai) scappa in piazza a giocare al piccolo rivoluzionario in guerra con lo Stato; un borghese col padre bancario che bestemmia un sistema colpevole non di essere sbagliato, ma di non fargli il posto che lui ritiene spettargli; un bamboccione per cui rave party e manifestazioni pari sono (si rimorchia parecchio, alle manifestazioni). Il problema è quando Fabrizio Filippi detto er Pelliccia e quelli come lui pretendono di spacciarsi - seppure con l’entusiasta complicità di media, politici e vippume assortito - come eroi moderni in guerra contro l’ingiustizia, tentando di mascherare la più gretta, consumistica e corporativa delle battaglie da lotta di liberazione dallo sfruttamento. A Pelli’, ma ce fai o ce sei?

di Marco Gorra
19/10/2011




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Internet, un nuovo virus fa paura

Corriere della sera


Si chiama Duqu ed è simile a Stuxnet, usato alcuni mesi nei cyberattacchi contro gli impianti nucleari iraniani


MILANO - Potremmo essere di fronte a un nuovo caso Stuxnet, il micidiale virus usato pochi mesi fa da misteriosi 007 per bloccare gli impianti nucleari di Teheran. Invece che una potenza straniera questa volta però sono nel mirino importanti aziende, tra cui produttori di sistemi di controllo industriali.

CODICE - Una delle aziende più attive nell'Interneet Security, Symantec, ha individuato un malware (una minaccia informatica) che condivide gran parte del codice con Stuxnet. Secondo Symantec gli autori di questa nuova minaccia, soprannominata Duqu (pronunciato diu-qiu, il nome deriva dal fatto che crea file con prefisso "~DQ") hanno avuto accesso al codice sorgente di Stuxnet: un dettaglio secondo cui dietro a Duqu ci sarebbero gli stessi creatori di Stuxnet. O qualcuno che ha acquistato il codice.

PREPARATIVI - A che cosa mira Duqu? A preparare futuri cyberattacchi. «È come un Arsenio Lupin che vuole capire il modello di cassaforte e i sistemi di allarme prima di agire» spiega Antonio Forzieri, esperto di sicurezza di sicurezza e docente al Politecnico di Milano. Gli aggressori sono a caccia di informazioni, come documenti di progettazione, che potrebbero aiutarli a sferrare un attacco futuro ad una struttura industriale. Per questo Duqu viene considerato come il precursore di un possibile attacco simile a Stuxnet.
INDIA - «Il caso - aggiunge Forzieri - è stato inviduato a inizio settembre dopo una segnalazione di un'azienda che era entrata in possesso di un file eseguibile sospetto». Duqu ha colpito per ora in Europa, in Paesi non meglio precisati (non è esclusa l'Italia). I dati carpiti alle aziende vengono inviati in India. «A un server ancora attivo» dice Forzieri. «Preleva i dati e resta il più nascosto possibile. È programmato per funzionare per 36 giorni e poi disinstallarsi». Per ora non è stato individuato il vettore dell'infezione, quello che lo propaga. Potrebbe essere un portale, una pagina web compromessa. Per ora Duqu non tende ad autoreplicarsi e le versioni aggiornate di antivirus sono in grado di bloccare l'infezione.


Paolo Ottolina
19 ottobre 2011 16:11



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L'imam che odiava la Fallaci razzolava male: è evasore fiscale

Libero




Predicava il Corano, ma poi razzolava male l’ex imam della Val d’Elsa, un imprenditore marocchino di 41 anni residente a Castelfiorentino. La guardia di finanza lo ha denunciato per aver sottratto al fisco due milioni di euro e lo ha accusato dei reati di omessa dichiarazione, occultamento di scritture contabili ed emissione di fatture per operazioni inesistenti. L’aveva sempre detto Oriana Fallaci che la moschea di Colle Val d’Elsa non s’aveva da fare. Aveva invocato retoricamente l’aiuto degli anarchici di Carrara, esperti di esplosivi, come mezzo estremo per evitarne la costruzione.


LA MOSCHEA IN NERO Anche senza il ricorso alla violenza, il cantiere risulta fermo da qualche anno. Uno tra i principali fautori del progetto, l’ex imam Feras Jabareen, palestinese con cittadinanza israeliana, è tornato in patria da diverso tempo, abbandonando l’opera a se stessa. Anche i suoi confratelli sembra siano rimasti a corto di quattrini. Allo scopo di procurarsi il denaro necessario, la fantasia dei musulmani devoti galoppa ed escogita un sistema per stornare, a favore dell’islam, gli importi dovuti alle casse dello Stato.

Per ora, l’operazione non è riuscita, perché i proventi dell’attività erano ancora ben custoditi dall’imprenditore su otto conti bancari accesi in sette banche diverse, sui quali erano finiti incassi per un milione e 900mila euro in tre anni, mai contabilizzati.Ma ora occorrerà porsi qualche domanda aggiuntiva sulla reale destinazione dei fondi generosamente stanziati dalle banche locali e dalle amministrazioni pubbliche a favore dell’edificio di culto islamico della provincia di Siena.

Certo, se la sua gestione finanziaria fosse stata affidata all’ex imam, imporre criteri di trasparenza e di legalità ai bilanci della comunità religiosa sarebbe stata un’ulteriore sfida culturale. Rendicontazione, provenienza dei finanziamenti, ma soprattutto le imposte sembravano dettagli di relativa importanza per l’imprenditore, che si occupava di ristrutturazioni di abitazioni e intermediazioni nella vendita di immobili a favore dei propri connazionali. Per rimediare le commissioni, sempre stando alla ricostruzione delle Fiamme gialle, l'uomo faceva fruttare il suo ruolo all’interno della comunità islamica, soprattutto tra i nordafricani, in pratica monopolizzando tutti i lavori.

Tutto si svolgeva all’oscuro dell’agenzia delle Entrate a cui sarebbero stati sottratti, almeno tra il 2007 e il 2009, Iva e Irap non versate per oltre 180mila euro. A dire il vero, i finanzieri sono riusciti a scovare anche un singolo documento fiscale, ma si trattava di una fattura, ritenuta falsa, dell’ammontare di 132mila euro, contabilizzata da una società immobiliare di Castelfiorentino il cui titolare è stato denunciato. Tranne la documentazione extracontabile trovata nella sede dell’imprenditore marocchino, e grazie alla quale è stato possibile ricostruire il volume d’affari della ditta, il resto del business si svolgeva tutto “in nero”. Nonostante i conti a sei zeri, comunque l’ex imam si dichiarava povero e bisognoso dell’assistenza pubblica. Così lo scorso anno, aveva richiesto ed era riuscito a ottenere dall’Inps l’assegno di maternità per la moglie ricevendo 1.556 euro dopo la nascita della figlia.

IL PARASSITA SOCIALE L’imprenditore aveva infatti presentato una dichiarazione sostitutiva unica, idonea per attestare l’Isee, l’Indicatore della situazione economica equivalente, che per l’anno 2009 aveva evidenziato un reddito di soli 25.430 euro. Gli accertamenti, in realtà, hanno fatto emergere che in quell’anno l'uomo aveva percepito 669mila euro, ben oltre il limite previsto per beneficiare dell’assegno di maternità che è di 32.440 euro.

 Il fatto è stato segnalato al Comune per recuperare la somma illecitamente percepita dalla donna. All’imprenditore marocchino sono stati sequestrati un appartamento e un terreno per un valore complessivo di mercato pari a 141mila e 500 euro.

Lui, in realtà pensava di poter sistemare il pasticcio a modo suo.
Raggiunto dall’accertamento, si sarebbe rivolto ai militari dicendo loro: «Nel mio paese avrei dato un po’ di soldi al giudice, a titolo personale, e tutto si sarebbe risolto».


di Andrea Morigi
19/10/2011




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La pagnotta più salata? Si compra a Milano A Bari il forno "low cost"

di

Nel capoluogo lombardo un chilo di ciabatta costa fino a 5 euro al chilo, mentre in Puglia per il pane di Altamura si spendono solo 2 euro al chilo



Il pane, uno degli alimenti base della cucina italiana, è più salato al nord. Non si tratta di gusti, ma del peso che grava sulla spesa degli italiani. A Milano si può arrivare a spendere fino a 5 euro per un chilo di ciabatta, mentre a Bari il tipico pane di Altamura costa 2 euro al chilo.  I dati sono stati diffusi dall'Osservatorio prezzi con l'indagine "Codici sui prezzi del pane" nelle varie città italiane e da cui emerge che le oscillazioni sul prezzo sono molto forti.

Nel capoluogo lombardo - rileva l’Osservatorio - i prezzi del pane non sono certo economici e per un chilo di rosette si spende dai 3,60 ai 4 euro. Un po' meno costosi i panini all’olio d’oliva (tra i 2,50 e i 3,50 euro circa al chilo) e quelli integrali (dai 2 ai 3 euro al chilo). I prezzi schizzano per la classica michetta che arriva a costare tra l'1,50 ai 2 euro al pezzo.

A Roma, invece, per un chilo di rosette si pagano circa 2,80 euro, mentre per il pane casereccio costa circa 3,50 euro al chilo. I panini all’olio viaggiano sui 4,90 euro al kg mentre i panini integrali costano 3,20 euro al kg.

E più si va a Sud, più i prezzi calano: a Napoli il pane di grano si aggira intorno a 1,50 euro mentre per le rosette si paga da 2 ai 2,20 euro. I panini all’olio costano 0,20 cent l’uno, mentre quelli integrali circa 0,25 cent l’uno. Per il pane casereccio la spesa va da 1,40 fino a 1,80 euro al kg.
Bari è però la più economica in Italia: per un chilo di ciabatte di grano si spende circa 2,20, mentre per le rosette circa 2,10 euro.





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Easselunga, la cassiera rubava Altro che mobbing e razzismo

Libero




E' stata licenziata per furto Garazatua Bolognesi, la cassiera peruviana dell'Esselunga che, tre anni fa, aveva denunciato la catena di supermercati per mobbing. Nell'ottobre 2008 la donna era stata colta sul fatto mentre rubava del materiale elettrico (diversi pacchetti di pile) dagli scaffali nel negozio dove lavorava. Eppure allora era nato un vero e proprio caso : la Bolognesi aveva denunciato i metodi dell'azienda, parlando di una «pausa bagno» negata che l'aveva portata a fare pipì sulla sedia della cassa. Aggiunse poi di essere stata aggredita da quattro colleghi come ritorsione. Subito avevano sostenuto la causa della donna i principali organi di stampa del centro-sinistra, dal Manifesto a L'Unità fino a La Repubblica. Anche il Corriere aveva preso le difese della donna, condannando il patron dell'Esselunga Bernando Caprotti. Solo Libero aveva sospettato che, dietro il licenziamento , non ci fosse affatto un caso di mobbing. E infatti, avevamo ragione.   

I titoli erano del tipo: “Di nuovo Esselunga, capo nega permesso pipì”, “Esselunga: picchiata la commessa che parla coi sindacati” oppure “Esselunga, diritti corti” (il copyright è del Manifesto, come confonderlo). Ebbene sì Repubblica, Corriere della Sera, Liberazione, Unità e Manifesto (appunto) avevano pochi dubbi e dal febbraio 2008 hanno pubblicato 62 articoli sull’argomento. La povera cassiera di viale Papiniano, quella che aveva dichiarato di essersi fatta la pipì addosso perché costretta a restare a lavoro e di essere stata successivamente aggredita per le sue rivelazioni, era la vittima, e “il tremendo” patron dei supermercati, Bernardo Caprotti, il colpevole. Caso risolto. Anche perché meglio di così non poteva andare: da una parte c’era l’indifesa dipendente extracomunitaria  e dall’altra il cattivo imprenditore di destra. Esempio di scuola delle storture provocate dagli eccessi del capitalismo. E le indagini? La sentenza? Inutili orpelli, buoni soli a ingrassare le tasche degli avvocati e a confondere le acque.

Assente recidiva-  I fatti però hanno dimostrato il contrario. Dopo un anno e mezzo il tribunale di Milano ha archiviato il caso perché “a seguito di indagini accurate ed esaustive accertava l’inesistenza di comportamenti vessatori reiterati… ai danni della signora Bolognesi Garazatua…”. Ma non solo. Perché poi il cattivo Caprotti non si è vendicato con il licenziamento, mentre la stessa Garazatua, e arriviamo al 24 settembre del 2011, è stata fermata dal personale di sorveglianza per aver sottratto merce dal supermercato. E ancora.  Perché in sette anni e mezzo, secondo i dati Esselunga, su 1355 giorni lavorativi la Bolognesi è stata assente per 626 (quasi il 50%).     

Ci avevamo azzeccato - Cosa dire? Che sarà stato il caso, la tigna da bastian contrario l’impostazione garantista, ma Libero c’aveva azzeccato. Aveva posto dei dubbi. Preso le distanze dalla vulgata generale. E invitato a riflettere sui tanti nemici che Caprotti si era fatto per le sue battaglie anti-Coop. E meno male che la proposta di Basilio Rizzo, attuale presidente del Consiglio Comunale in quota Rifondazione Comunista, non ha avuto proseliti. Era il marzo del 2008 e a pochi giorni dal caso aveva candidato la signora Garazatua all’Ambrogino d’oro…

di Tobia De Stefano





19/10/2011




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Sacerdote del cosentino suona le campane a morto per ogni nuovo aborto

di

La Chiesa è contro l'aborto. Fin qui nulla di nuovo. Nuova è l'iniziativa del parroco di S. Giovanni in Fiore, comune del cosentino. Per ogni nuovo aborto, le campane suonano a morto







Le campane di San Giovanni in Fiore, paese in provincia di Cosenza, suonano a morto per ogni nuovo aborto.
A deciderlo è stato il parroco della chiesa locale, alla ricerca di
un'iniziativa abortista d'impatto. Don Emilio Salatino, riportano oggi
le pagine del "Quotidiano della Calabria", suona le campane a morto ogni
volta che nel reparto neonatale dell'ospedale locale, molto vicino alla
parrocchia, un bambino viene abortito. Un'iniziativa che certo
rischierebbe di "confondere" i fedeli, dato che il suono delle campane
"dell'aborto" è lo stesso utilizzato per annunciare i funerali.


Potrebbero. Perché don Emilio ha pensato anche a questo e per non generare fraintendimenti ha dato istruzioni perché le campane
suonino unicamente al di fuori dei normali orari dei funerali
parrocchiali. Non c'è quindi pericolo che i fedeli possano pensare a un
funerale che si sta tenendo nella chiesa parrocchiale. Ma, anzi, la
certezza che è appena stato compiuto un atto contrario a quanto
predicato dalla Chiesa.





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Walter Rossi, riaperte le indagini su tre omicidi degli anni di piombo

Il Messaggero


Nuova pista dalle testimonianze sulla morte di Valerio Verbano: caccia ai legami con i delitti Cecchetti e Mancia




di Valentina Errante


ROMA - Avanti e indietro in quegli anni bui, quando i ragazzini sparavano per strada per inseguire una follia ideologica. Andando a ritroso, fino all’omicidio di Walter Rossi, freddato da un colpo alla nuca a poche centinaia di metri dalla sezione del Msi Balduina, il 30 settembre ’77. E’ lì che vuole arrivare la procura di Roma, che nei giorni scorsi ha rimesso mano al fascicolo sul delitto irrisolto del giovane militante di Lotta Continua. Per farlo, il pm Erminio Amelio ha chiesto ai carabinieri del Ros un salto nel passato, riannodando un filo rosso che parte dalla morte di Walter Rossi e tiene uniti altri delitti misteriosi: quello di Stefano Cecchetti, 10 gennaio ’79, ucciso davanti a un bar del quartiere Talenti; quello di Valerio Verbano, 22 febbraio dell’80, quando tre neofascisti dopo avere aspettato nell’appartamento dei genitori che tornasse da scuola lo uccisero. Fino all’esecuzione del militante di estrema destra Angelo Mancia, freddato la mattina del 12 marzo ’80 davanti al portone di casa, in via Federico Tozzi.

L’obbiettivo di Amelio è chiaro. Fare luce una volta per tutte su quanto accadde in via delle Medaglie d’Oro, davanti alla sezione del Msi più calda di quegli anni. Walter Rossi, 19 anni, viene colpito alla nuca mentre distribuisce volantini nella roccaforte dell’estrema destra romana. Quel pomeriggio Walter stava sfidando i «fascisti» per i fatti del giorno precedente: Elena Pacinelli, sua coetanea, era stata colpita da tre proiettili in piazza Igea, era con altri ragazzi del movimento che avevano partecipato all’occupazione di una casa disabitata.

Così il 30 settembre era stato organizzato un piccolo presidio. Una provocazione in una zona frequentata dall’alta borghesia, davanti alla sezione del Msi. Il killer di Walter, insieme ad altri attivisti neri, esce per strada, cammina in discesa per alcuni metri sul marciapiede coperto da un blindato della polizia, che è in mezzo alla strada. Sparano in due, racconteranno i testimoni, per tre o quattro volte, nel mucchio, senza un obiettivo preciso. Solo verso i «nemici». Un proiettile raggiunge Walter. Il ragazzo viene caricato su un furgone di passaggio. Muore prima di arrivare all’ospedale.

Adesso che è arrivato a un passo dalla soluzione dell’omicidio Verbano, con i nomi e le posizioni di due sospettati, il pm Amelio ha trovato un filo rosso che unisce quei fatti. Tanto da riaprire gli accertamenti sull’omicidio di Walter Rossi. Ma anche sulla morte di Cecchetti e Mancia. Tutti finiti in archivio senza un responsabile. Nei prossimi giorni il Ros ha annunciato la consegna dell’informativa che ricostruisce e collega i quattro delitti. Poi Amelio riaprirà il fascicolo. A indicare la via sono state le testimonianze rese negli ultimi mesi in procura nell’ambito dell’inchiesta Verbano. Rossi e neri, a decine. Da Francesca Mambro e Valerio Fioravanti agli amici di Verbano. E adesso il quadro è chiaro.

I tre omicidi, Cecchetti, Verbano e Mancia sono legati. La pista è quella della vendetta e della ritorsione, delle rappresaglie che in quegli anni non sembravano avere fine. E anche della lotta tra attivisti di schieramenti opposti che si dividevano i quartieri Trieste e Talenti. L’omicidio di Walter Rossi è avvenuto tre anni prima in un’altra zona della città; ma c’è una sigla a unire quei fatti, quella dei Nar. I Nuclei armati rivoluzionari che nel primo volantino di rivendicazione dell’omicidio accusano Verbano di essere stato il responsabile per la morte di Cecchetti. In una telefonata successiva invece fanno riferimento al calibro 38 della pistola, una circostanza confermata soltanto dopo dall’autopsia. A uccidere Walter, invece, è Alessandro Alibrandi, colonna dei neonati Nar. Un processo però non c’è mai stato. L’imputato è morto in una sparatoria con la polizia nell’81. Ma la sera in cui Walter Rossi fu ucciso, Alibrandi non era da solo.

Mercoledì 19 Ottobre 2011 - 13:16    Ultimo aggiornamento: 13:20



Il processo mai celebrato e i favori a Cristiano Fioravanti, pentito dei neri

Il Messaggero


ROMA - Quello che accadde veramente lo raccontò Valerio Fioravanti la mattina del 10 novembre 1989 a Bologna, nell’aula austera in cui si celebrava il processo per la strage alla Stazione. Giusva era ancora giovanissimo, poteva apparire strafottente, ma era deciso a non mentire su nulla, pur di scrollarsi di dosso l’accusa di stragista che più faceva inorridire lui e la donna che aveva accanto nella gabbia di ferro, e sarebbe diventata sua moglie.

Quindi parlò di tutto, anche di Walter Rossi. E a rileggerlo adesso, quello scambio di battute di 22 anni fa, viene da pensare che probabilmente il pm Erminio Amelio avrà parecchio da lavorare su questa vicenda: «Quel giorno morì Walter Rossi. A sparargli erano stati Cristiano (Fioravanti ndr) e Alessandro Alibrandi», disse Giusva. E il presidente: «Ma questo di Rossi è un omicidio». «Sì - conferma Giusva - ma non si arrivò da nessuna parte perché in realtà la pistola era una e se la passavano l’un l’altro, ed è finita che Cristiano è riuscito ad attribuire il colpo mortale ad Alessandro, Alessandro è morto e il processo è finito lì». E il presidente: «Quindi si è fatto un processo?». «No, non s’è fatto perché Alibrandi è morto. Mio fratello è stato inquisito, ma la questione è ricaduta su Alibrandi che non era più in grado di rispondere. Questo fu il primo delitto attribuibile al nostro gruppo».

Con questa rivendicazione a nome dei Nar, che oggi lega la morte di Walter Rossi a quella di Verbano e ai delitti dei «neri» Cecchetti e Mancia, Giusva Fioravanti avanzò per primo il sospetto che quel processo potesse essere stato aggiustato. E che Cristiano Fioravanti, più basso di lui, ben piazzato, riga da una parte e ciuffo sulla fronte, potesse essere la persona descritta dai testimoni.

Le indagini dopo l’omicidio erano partite subito a singhiozzo. Alessandro Alibrandi, immediatamente indicato come uno dei possibili killer, era figlio di un sostituto procuratore della Repubblica di Roma, Antonio Alibrandi, al quale erano assegnate anche alcune indagini sull’estremismo politico. Il terzo personaggio che era con Fioravanti e Alibrandi, Riccardo Bragaglia, finì nel mirino: era risultato positivo alla prova del guanto di paraffina. Ma poi una seconda perizia gli garantì il proscioglimento: gli accertamenti stabilirono che lo stub lo aveva inchiodato. ma l’esame poteva essere stato in qualche modo falsato dalla presenza di una polvere utilizzata in quegli anni per incendiare la testa dei fiammiferi. E Bragaglia dimostrò che prima di sottoporsi all’esame della paraffina, aveva acceso una sigaretta.

Alla fine, quando le indagini sembravano puntare su Cristiano Fioravanti, il giovane offrì il suo pentimento in cambio dei benefici previsti per i collaboratori. Accusò molte persone, per molteplici delitti. Talvolta in maniera disordinata, inverosimile, maledettamente utilitaristica. Ma all’inizio venne creduto. E proprio in quei giorni Alibrandi fu ucciso durante una sparatoria con le forze dell’ordine. Fioravanti aprì anche il capitolo sul delitto di Walter Rossi, al quale nel frattempo era stata dedicata la piazza Igea, dove tutto era cominciato. Spiegò che a sparare era stato Alibrandi. E nessuno ebbe nulla da eccepire. Esattamente come raccontò Giusva in aula.



Val.Err.

Mercoledì 19 Ottobre 2011 - 13:20





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Cancellate le sedi dei ministeri al Nord per condotta antisindacale

Il Messaggero


Presidenza Consiglio condannata a pagare un terzo spese




ROMA- Il Tribunale di Roma ha annullato gli effetti dei decreti che istituivano le sedi periferiche dei ministeri nella Villa Reale di Monza, a conclusione di una battaglia portata avanti dalla Lega Nord. Il colpo di spugna del giudice Anna Baroncini arriva per condotta antisindacale. Lo annuncia l'AdnKronos.

Il ricorso era stato promosso dai sindacati della presidenza del Consiglio che avevano appreso «dell'istituzione delle sedi a Monza - spiega il presidente del Sipre (Sindacato indipendente della Presidenza del Consiglio dei ministri) Alfredo Macrì - dai giornali e dai tg. La decisione era stata adottata e portata avanti senza coinvolgere le organizzazioni sindacali o attivando, come previsto dalla legge, informazione preventiva e concertazione prima di procedere» al taglio del nastro, trasformatosi l'estate scorsa in una vera e propria festa leghista.

Il decreto del giudice del lavoro, depositato stamani, annulla gli effetti dei provvedimenti «stabilendo la chiusura - sottolinea Macrì - delle sedi periferiche affidate ai ministri Bossi e Calderoli», rispettivamente «un dipartimento e una struttura di missione». Condannando per di più la presidenza del Consiglio al pagamento di un terzo delle spese legali.

La sentenza si limita ad annullare gli effetti dei provvedimenti che sono stati adottati con condotta antisindacale. «Di fatto - precisa Macrì - le sedi periferiche cessano di essere strutture della presidenza del Consiglio. Noi ci eravamo spinti più in là, chiedendo l'annullamento dei decreti istitutivi. Ma questo tipo di decisione è stato rinviato al giudice amministrativo. Tuttavia, la sentenza depositata oggi ci dà ragione e rende inagibili le sedi di Monza».

«Se decideranno di ignorare questa pronuncia e continueranno ad avvalersene - avverte Macrì - siamo pronti a ricorrere anche al giudice amministrativo. Siamo stufi di regole che vengono puntualmente disattese, non ne possiamo più». Il ricorso era stato promosso anche dal Sindacato nazionale autonomo presidenza del Consiglio dei ministri (Snaprecom). I due sindacati esprimono «viva soddisfazione per il risultato ottenuto in un periodo in cui tutto il pubblico impiego è fatto oggetto di provvedimenti legislativi discriminatori e di svariati attacchi denigratori anche da parte di autorevoli membri del governo».

Mercoledì 19 Ottobre 2011 - 13:59    Ultimo aggiornamento: 14:18




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Tassista mummificato in diretta tv

La Stampa

Sul suo corpo applicato lo stesso processo, durato mesi, usato
per Tutankhamon nel 1323 avanti Cristo: messo nell'olio, poi nel sale, quindi posto ad essiccare. Lui prima di morire aveva detto: "Sarò Tutan Alan"



Il sarcofago della tomba del faraone Tutankhamon

LONDRA

Da Alan Bills a "Tutan-Alan". Dopo aver appreso di esser malato di un cancro terminale, un tassista britannico ha fatto un accordo con una tv per essere mummificato dopo morto davanti alle telecamere come un faraone.

Bills, che in vita aveva detto di voler esser chiamato da allora in poi Tutan-Alan, sarà il protagonista di un controverso documentario di Channel 4 in onda lunedì prossimo alle 21 in Gran Bretagna. «Mummyfing Alan: l’ultimo segreto dell’Egitto», questo il titolo dello ’show’. Naturalmente tra gli spettatori mancherà all’appello lo stesso Alan, morto in gennaio con la singolare distinzione di esser la prima persona mummificata in tremila anni con il laborioso processo illustrato nei suoi dettagli nel Museo della Mummificazione di Luxor, sulle rive del Nilo.

Mr. Billis, di Torquay nel Devon, aveva 61 anni quando aveva appreso di avere un cancro ai polmoni inoperabile: si era fatto avanti dopo aver letto un’inserzione su un giornale che parlava della ricerca di un malato terminale pronto a donare il proprio corpo alla scienza: «Se non funziona non è la fine del mondo. Io non sarò lì comunque. Non proverò niente», aveva spiegato.
Una volta morto, il corpo di Bills è stato mummificato presso il centro medico legale di Sheffield con lo stesso processo di mesi usato per Tutankhamen nel 1323 avanti Cristo. A praticare la rimozione degli organi interni (non il cervello e il cuore) del tassista aspirante faraone sono stati Stephen Buckley, chimico e archeologo che ha passato gli ultimi due decenni a studiare come replicare i segreti degli imbalsamatori di Luxor, e il patologo Peter Vanezis.

Il cadavere di Billis è stato quindi coperto di una mistura di olio di sesamo e resine, poi bagnato in una soluzione di Natron, un sale trovato nei letti di fiume senz’acqua dell’Egitto. Dopo un mese in una cassa di vetro il corpo è stato estratto, trasferito in una camera riscaldata a essiccare e avvolto in bende di lino. «Alan è sulla buona strada per assomigliare ai migliori esemplari della diciottesima Dinastia di qui a tremila anni», ha commentato Buckley convinto che il tassista mummificato potrà durare ancora senza decomporsi per parecchi millenni. Felice anche Jan, la moglie di ’Tutan-Alan’, che aveva dato la sua benedizione assieme ai tre figli della coppia: «Sono l’unica donna del Regno che per marito ha una mummia».




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Entrano in una filiale di Citibank per chiudere il conto. E vengono arrestati

Corriere della sera

 

I militanti di Occupy scelgono questa forma di protesta. Ma la banca non gradisce. E chiama la polizia

 

MILANO Entrano in una ventina nella filiale, sono presumibilmente tutti clienti di questo o di quel gruppo bancario, vogliono chiudere simultaneamente i loro conti correnti. E' una delle nuove forme di protesta, del tutto legale, che hanno adottato i militanti di Occupy, la piattaforma in cui si riconoscono tanti indignados americani, contro il sistema finanziario, a loro avviso colpevole di voler «scaricare» il debito sui più deboli.

 

 

ARRESTATI- Nella giornata delle manifestazioni planetarie di sabato, l'hanno dunque messa in pratica. Ma non è andata bene. Se da Chase, grande colosso bancario d'America, non c'è stato alcun problema, il manager della filiale li ha fatti entrare e tutti hanno ordinatamente chiuso il loro conto, ben diversamente è finita dal concorrente di Citibank. Gli impiegati si sono rifiutati di aderire alle richieste dei manifestanti e hanno fatto chiudere le porte dell'agenzia. Finché non è venuta la polizia che ha identificato e poi arrestato tutti i manifestanti. Il video dell' «azione» è stato prontamente filmato e ora gira su tutti i social network del mondo. Un boomerang per Citibank?

 

Matteo Cruccu
twitter@ilcruccu
19 ottobre 2011 13:47

Scontri di Roma, il giallo del video degli arresti

Corriere della sera

Una donna urla ai poliziotti: «Non sono loro che dovete prendere! Quelli stavano buoni...»


MILANO - «Non sono loro che dovete prendere! Quelli stavano buoni...». La voce è quella di una signora romana che dal suo balcone di via Angelo Poliziano urla a gran voce ai poliziotti: «Non sono loro». La voce è impressa in un video che sta girando sul Web, che si conclude con quattro ragazzi scortati e portati via. È la sera del 15 ottobre. Sono circa le 19.

Da poco si è conclusa la sassaiola di piazza San Giovanni. Il video è stato girato da un appartamento di uno dei palazzi che s'affacciano sulla zona vicina agli scontri. La signora teme per la propria auto. Si vedono piccoli gruppi che cercano di far perdere le proprie tracce nelle vie adiacenti a via Merulana. Alcuni invece alzano ancora barricate con i cassonetti e imbracciano bastoni. Ma non è un unico piano sequenza. Bisognerebbe capire se ci sono tagli di montaggio o momenti in cui la telecamera è stata messa in pausa.

Ma ad un certo punto si vedono i poliziotti avanzare in tenuta anti sommossa e poi circondare un piccolo gruppo. Sono pochi ragazzi, sei o sette. I poliziotti chiedono i documenti. Tutto avviene nella più assoluta calma. Arriva la verifica. Due risultano avere precedenti: un fermo ad un'altra manifestazione. «Venite con noi». Così in quattro vengono portati via. Sono Giovanni Venuto, 30 anni, di Tivoli e la sua ragazza Alessia Catarinozzi, 26 anni, di Alatri. Con loro anche Alessandro Venuto, di 23 anni, di Subiaco (fratello gemello di Giovanni) e la sua ragazza Serena Leonardo, 21 anni di Roma.

Nella notte saranno trasferiti in carcere. Attualmente sono detenuti in attesa che (oggi, ndr) il gip Elvira Tamburelli decida se convalidare il loro arresto o se invece disporre la detenzione in carcere, come ha chiesto la Procura, in attesa che si svolgano le indagini. I quattro devono rispondere di resistenza a pubblico ufficiale pluriaggravata. Nel fascicolo del giudice, al momento, figurano soltanto i verbali di arresto stilati dai rappresentanti delle forze dell'ordine, ma i difensori stanno già preparando le contromosse. A cominciare da questo filmato.


L'AUTORE DEL VIDEO - A commento del video oltre alla voce della signora che scagionerebbe gli arrestati anche una testimonianza, un commento scritto. Scrive hugep94 (potrebbe essere l'autore del filmato): «I poliziotti sono arrivati dopo 20 minuti da quando i black bloc si erano (letteralmente) dileguati, scappando verso il parco del colle oppio...

Quindi hanno trovato solo quei ragazzi!». Poi precisa: «Io ho assistito personalmente alle varie scene, che ho filmato, e anche all'ultima...Visto che molti mi state dicendo "che ne sai?, sono stati loro" , posso dirvi che quelli erano dei ragazzi che si erano seduti nella via adiacente (cretini, perché erano andati a vedere cio che era successo... ) e quindi quando sono arrivati i poliziotti sono stati acchiappati perché li hanno trovati lì...».


I LEGALI - I quattro ragazzi si sono affidati al «legal team», il gruppo di avvocati che ha già esordito in altre occasioni a «tutela della serena agibilità e libertà di manifestare». I legali hanno intenzione di esibire al giudice per le indagini preliminari alcuni fotogrammi anche di questo video da cui si evincerebbe che i fermi sono avvenuti a una certa distanza dagli scontri più violenti e che i manifestanti bloccati non indossano caschi o felpe nere, stile black bloc.

«Non è un caso - spiega un penalista - che ci era stata notificata l'udienza per il processo per direttissima. Evidentemente la procura, alla luce dei precedenti del dicembre scorso (anche in quel caso tanti soggetti in manette per gli incidenti nel centro storico di Roma e tutti rimessi in libertà dal tribunale, salvo uno, ndr), ha deciso di cambiare idea e sottoporre il materiale probatorio al vaglio del gip». In totale sono dodici le persone arrestate dalle forze dell'ordine a seguito degli incidenti di sabato scorso: nove uomini, uno dei quali romeno, e 3 donne. Denunciate a piede libero 8 persone. Si tratta di 6 minori, tra cui una ragazza, e due maggiorenni.

Nino Luca
19 ottobre 2011 13:17

Il parroco, il bacio e l'anatema contro le «ar-pie insoddisfatte»

Corriere della sera

Un manifesto sul portone della chiesa per reagire alle voci su di lui



Di PAOLO DI STEFANO


Juan Pablo Esquivel, parroco di San Bartolomeo al mare
Juan Pablo Esquivel, parroco di San Bartolomeo al mare
Certo, dietro quel viso rotondo e in apparenza bonario non deve essere un bel carattere, don Juan Pablo Esquivel, se prima di attizzare gli strali dei fedeli di Pairola ha dovuto lasciare, nel 2007, la parrocchia di Atri, cacciato dal vescovo Michele Seccia per ragioni non facilmente decifrabili. Quel che rimane inequivocabile è la sua furibonda reazione, vergata a futura memoria in una lettera in cui bollava come «ipocrita, cinico e grottesco» il suo superiore, concludendo con una minaccia di querela e un perentorio «si consideri preavvisato». È evidente che al quarantottenne sacerdote argentino, arrivato in Italia da Santa Fe nel 2002, non piacciono le mezze misure nell'esercizio del suo ministero. Tant'è che non si è mai fatto scrupoli nello sferzare le sue pecorelle, comprese quelle non del tutto smarrite, e cioè anche i parrocchiani e le parrocchiane abituati a frequentare devotamente la messa.

E probabilmente è stata proprio la durezza inflessibile delle sue omelie a provocargli più di un guaio anche nella (ridente) frazione ligure di San Bartolomeo al Mare, dove l'ultimo episodio ha acceso in lui una furia di doncamillesca memoria. Del resto, con il personaggio di Guareschi, don Juan Pablo condivide non solo il caratteraccio ma anche il viscerale anticomunismo se è vero che tra i motti che esibisce nel suo profilo Facebook campeggia in maiuscolo la perorazione: «Sì all'introduzione del reato di apologia del comunismo». Che cos'è successo esattamente a questo severo pastore di anime a suo dire irrequiete se non diaboliche? Cose da quadretto di provincia d'altri tempi, dove manca giusto il colore di una plateale infrazione piccante per farne una novella di Boccaccio o almeno un raccontino alla Piero Chiara o una canzone alla Brassens tradotta a scelta da Fabrizio o da Svampa. È successo, per ironia della sorte, che il nostro eroe del culto si è ammalato di mononucleosi, finendo ricoverato a Sanremo. Niente di meglio per scatenare le malelingue dei parrocchiani che, nel porsi una domanda già in sé tendenziosa («Come avrà fatto don Esquivel a contrarre la malattia del bacio?»), senza andare troppo per il sottile hanno trovato lì per lì una risposta bell'e pronta: «Con un bacio, ovvio».


Juan Pablo Esquivel con Giovanni Paolo II
Juan Pablo Esquivel con Giovanni Paolo I
Non c'era, insomma, occasione più propizia per far circolare la maldicenza in un neutrinico battibaleno, poiché, come cantava il giovane De Andrè, «una notizia un po' originale non ha bisogno di alcun giornale, come una freccia dall'arco scocca vola veloce di bocca in bocca». Qualcuno dirà che il sanguigno sacerdote in fondo se l'è voluta. Perché le sue scudisciate al popolo fervente di Pairola non erano mai state leggere, anzi. Basta andare su YouTube per cogliere i toni delle sue accuse: «Qualche volta mi scandalizzo... non sono le debolezze umane a scandalizzarmi, piuttosto l'arroganza di chi crede di essere qualcuno...». E giù una sequela di invettive rovesciate dal pulpito contro non meglio identificati «atteggiamenti balordi e maleducati...», contro la «patetica sfrontatezza e la stupidità», contro le «scelleratezze», contro i «tiepidi che saranno vomitati dalla bocca di Dio», nascosti «dietro la sicurezza vigliacca dei loro salotti», contro quei genitori che «generano bulli e teppisti destinati al più strepitoso fallimento in tutti i campi». E per fortuna in un'altra omelia diceva di essere portato per natura all'ottimismo...

Per chi poi non avesse orecchie per sentire, è arrivato anche un manifestino non proprio sintatticamente impeccabile, appeso sul portone della chiesa e rivolto soprattutto a un «gruppetto di ar-pie donne di Pairola (e qualche maritino dominato)» che «ha provato (inutilmente) a controllare il parroco». E giù ancora una slavina di improperi contro l'imbecillità diffusa. Il dolce pastore di anime pie è diventato un'iradiddio, un terribile fustigatore di arpie, di «ipocrite insoddisfatte» (un'allusione ai maritini?) da smascherare di fronte a tutta la comunità: «Dove si nasconderanno? Vergogna!». A ciò si aggiungono, a detta della stessa comunità, altre ripicche e cattiverie: il rifiuto di portare la comunione a un'inferma, il passaggio alle vie di fatto nei confronti di una vecchina in sacrestia; la processione per la festa padronale, prevista per le ore serali e anticipata a mezzogiorno sotto il solleone agostano. Per tutta risposta, la ridente e (ar)pia comunità ligure insinua ulteriori pettegolezzi su un uomo che vive in canonica con il prete argentino. Poco importa che don Juan Pablo ci fa su una crassa risata precisando che si tratta di suo cugino Ugo.

Non proprio un gregge fortunato di fedeli, per la verità, quello di Pairola: nel 2007 padre Alfonso Maria Parente è fuggito con la cassa della parrocchia. Il frate cappuccino aveva trovato rifugio da quella parti dopo aver partecipato, tra le Nuove Proposte, al Festival Sanremo, falsificando un documento per diminuirsi l'età.


19 ottobre 2011 10:56



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La politica e la prevalenza dello “str…”

Corriere della sera

Bossi e insulti
di Pierluigi Battista
 
«Tosi? Uno str... Porta fascisti nella Lega»

Gian Antonio Stella, il moralista sbugiardato dai colleghi del Corsera

di


Veleni in via Solferino. L’editorialista critica il sindacato del Corriere della sera. La replica: non dia lezioni, proprio lui favorì la cugina della moglie...




Sembra un duello d’altri tempi. Nella brughiera all’alba. Con la liturgia delle regole e dei protocolli. Arma prescelta la spada. O forse il fioretto. Però uccide anche lui, eccome. Stavolta la vittima rimasta sul selciato di via Solferino è nientemeno che Gian Antonio Stella, grande firma del Corrierone e autore di bestseller sul malaffare della casta che hanno segnato la vita politica e civile degli ultimi anni. Chapeau.

Però qualche piccolo scheletro nell’armadio ce l’hanno tutti. E può spuntare quando meno te l’aspetti. Quindi, converrebbe alzare poco il dito indice sui colleghi, magari un tantino irascibili. Guarda un po’ cosa ti va a succedere per una banale storia di rappresentanze sindacali dentro il giornale, sebbene si tratti del più blasonato quotidiano italiano.

Insomma, è accaduto che, causa dimissioni di un sindacalista del Corriere, Sebastiano Grasso, critico d’arte e veterano di tanti Cdr, sia stato particolarmente lesto nell’«accettare il subentro come primo dei non eletti». Si doveva rieleggere tutto il comitato, ha altrettanto prontamente obiettato Stella, prima di assestare l’affondo. «Facciamo quotidianamente le pulci sul giornale ai merlettai del cavillo e poi, su una cosa sostanziale come questa, ne usciamo così senza neppure un’assemblea in cui parlarne? Boh...».

Ma proprio il «boh... E anche la lezione di comportamento» hanno indispettito Grasso. Che è passato al contrattacco con una «lettera aperta» a Stella, sempre per posta elettronica. «Io ti ammiro, sai», il subentrante del Cdr. «Ti ho sempre visto come una specie di cavaliere d’altri tempi; un crociato. Che corre in aiuto dei deboli...». Però, pensa che ti ripensa, il puntiglioso e pungente Grasso è andato a scovare un articolo del 21 settembre 2006 nel quale «il merlettaio del cavillo» difendeva «una dama-architetto» sulla complessa storia di un progetto in un’area di proprietà del Comune di Milano.

Insomma, un’ingiustizia da stigmatizzare, un torto da riparare. «Ed ecco che dal Veneto ti sei catapultato a Milano. Sceso dal cavallo bianco... e hai affondato l’inchiostro sulla prima pagina del Corriere», ha schermagliato Grasso preparando la stoccata finale. La dama bionda vendicata era la cugina della moglie di Stella, alla quale sussurrava al telefono: «Hai sposato un eroe».

Un affondo definitivo. Forse fin troppo per una faccenda di rappresentanze sindacali. La banalità del male. Chissà, magari vecchie ruggini si erano sedimentate tra le stanze di via Solferino. E son venute a galla alla prima occasione buona, senza esclusione di colpi. Un altro collega si è chiesto infatti «che cosa c’entri un articolo di Gian Antonio del 2006 con le modalità di elezione del Cdr». Prima di pontificare anche lui: «La macchina del fango lasciamola ad altri giornali».


«Hai ragione quando dici che la mia risposta non c’entra con la nota di Stella», ha replicato ancora Grasso. «Mi chiedo, però, che cosa c’entri una lezione di comportamento da parte sua. Credo che quando una persona sale sul pulpito debba avere una moralità intonsa». Quanto alla macchina del fango e al «metodo Boffo» che ormai tutti citano, soprattutto a sproposito, «entrambi sono lontani e dalla mia concezione e dal mio modo di essere», ha garantito Grasso. E sarà certamente vero.
Ma come in tutti i duelli che si rispettino, qualche sfregio lo rimediano anche i vincitori.




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Ora arrestate anche lui

di

Grazie alla foto diffusa dal Gior­nale, la polizia ha arrestato il ragaz­zo dell’estintore. ilGiornale.it, grazie alle segnalazioni dei lettori, è stato il primo a smascherarlo. Ora nel mirino c’è anche il violento che ha distrut­to una statua della Madonna. Un video mostra il suo volto. Chi ha devastato Roma. Le facce dei violenti. Mandateci le vostre foto quiGUARDA le foto inviate dai lettori

 


E adesso vogliamo lo stupratore della Madonnina. Quel tizio che tutti abbiamo visto, grazie a un video, mettere a segno la più sconvolgente delle cattive azioni: buttare per terra, sull’asfalto di via Labicana, la statuina della vergine di Lourdes. E farla a pezzi. E calpestarla. Chissà, forse questo antagonista, o chissà in qual modo gradirà essere chiamato, si è convinto che a rubargli il futuro non sia stato solo il solito Berlusconi e nemmeno le banche con annessi gnomi della finanza e della speculazione.

No, lui si è indignato addirittura contro il Cielo. E ha scagliato con rabbia il segno della devozione popolare sotto i piedi. Eh no, questo vandalo non può farla franca. Come Er Pelliccia, suo degno compare di un dramma collettivo che nemmeno il soprannome da mala romana degli anni settanta riesce ad attenuare. Vi avevamo mostrato ieri in prima pagina la foto di questo ragazzo, il volto baldanzosamente scoperto, mentre lanciava un estintore contro le forze dell’ordine. Un gesto orribile e vigliacco, un momento di follia che riecheggiava dieci anni dopo la tragedia in cui tutti noi siamo ancora immersi dal luglio 2001, quella di Carlo Giuliani.

Nel 2011, per fortuna, l’Italia non ha avuto il morto, ma ha trovato, anche fra i nostri lettori, molte sentinelle della civiltà. Uomini e donne che dicono no al sacco di Roma, che non vogliono il ritorno dei Lanzichenecchi e nemmeno quello degli Anni di piombo. Er Pelliccia si è fatto fregare dalla sua «incontinenza»: è andato con la sua faccia contro i flash e i flash ci hanno restituito un’identità. Un nome e un cognome: Fabrizio Filippi. Una storia banale anche se lui in quei momenti deve aver pensato di essere al centro di un avvenimento epocale. Più modestamente i genitori, non i servizi o la spectre, l’hanno riconosciuto e hanno riportato i suoi deliri a terra. Il pavimento di una cella.


video

Ora tocca al suo degno compare. Che con altri energumeni è entrato nella chiesa di san Marcellino e Piero. E ha dato il via a una vera profanazione, di quelle che si vedono solo nei film. Gli incappucciati hanno spaccato la porta della sala utilizzata per il catechismo, hanno occupato il locale, hanno appeso al muro un loro manifesto, poi hanno visto il crocefisso e la statua della Madonna e a quel punto hanno deciso di compiere l’estremo oltraggio.

Il video girato da una giornalista della Stampa, Flavia Amabile, documenta questa agghiacciante sequenza: la Madonnina, un’opera dei primi del Novecento dal modesto valore artistico ma dal grande valore affettivo, è fra le mani del vandalo come un trofeo. Un bottino di guerra. Le immagini sono concitate, ma si spezza il cuore quando si vede il tonfo e i pezzi sparpagliati sull’asfalto. Non basta, perché su quel che resta arriva un calcio per completare l’opera. E poi una seconda pedata, data da un altro illuminato militante, in cerca anche lui del futuro rubato.

Che orrore. Ne abbiamo viste di ogni colore in questi anni, ma una profanazione del genere no, ci mancava. Forse qualcosa di simile è successo in tempo di guerra, forse a Pietrogrado dopo la Rivoluzione d’ottobre. Non nelle strade di Roma, in un pomeriggio qualunque di autunno. «È un gesto blasfemo di profanazione che non ha alcun senso», mormora don Pino Ciucci, il parroco della chiesetta presa d’assalto dai barbari.

Speriamo che il teppista non resti anonimo. Anzi, ne siamo quasi sicuri. Quando è troppo è troppo. Altre immagini ci fanno conoscere il seguito di quell’oltraggio. Alcuni giovani del Movimento, basiti dalla terrificante prova di inciviltà, gli urlano addosso, lo spingono, infine gli strappano il passamontagna che assicurava l’impunità.

Cade la maschera e appare una faccia qualunque cui solo la bardatura poteva dare carisma e regalare ammirazione. Lo stupratore della Madonnina ha un volto, anche se non così nitido come quello del Pelliccia. I capelli sono rasati, gli esperti della polizia troveranno altri elementi. E così consegneranno all’opinione pubblica e anche ai pacifici manifestanti il nome impronunciabile di chi ha cercato di cancellare Roma e la sua storia.

Berlusconi-Bersani avanti e indrè, che bel divertimento

Corriere della sera

Passo indietro e crisi mancata (dopo quella tra Ligabue e Vasco)
di L.Gelmini e N.Luca

Utenti di Facebook, siete tutti clienti paganti

La Stampa

L'iscrizione al social network non costa nulla, ma la presenza sul sito si ripaga abbondantemente. Sul web bisogna abituarsi a essere clienti e... prodotto
CLAUDIO LEONARDI

Molti utenti di Facebook hanno protestato per le modifiche dell'interfaccia operate a fine estate. Ritenevano un oltraggio non essere stati interpellati. Altri, invece, hanno bacchettato gli “indignados” del network perché a caval donato, si sa, non si guarda in bocca. Insomma, Facebook è gratis, e ti lamenti pure? E' indiscutibile che nessun iscritto al social network debba sborsare alcunché per accedere ai servizi, ma è proprio vero che Facebook è gratis? Ira Winkler, presidente dell'Internet Security Advisors Group e autore del libro Spies Among Us (Spie tra di noi) non è di questo avviso.

Secondo l'esperto di sicurezza informatica, gli utenti pagano con due monete preziosissime: il loro tempo e la proprietà intellettuale sui loro dati. E guarda caso, sono esattamente le monete di cui Facebook ha più bisogno, quelle che può trasformare, senza troppo sforzo, in vera moneta sonante. Winkler, in un articolo di Computerworld USA, invita a quantificare il valore del proprio tempo con autentico spirito americano: tutti i minuti trascorsi sul sito di Mark Zuckerberg sono sottratti a lavoro, iniziative, manutenzione casalinga.

Attività per cui, forse, si sarà costretti a pagare altri (lavare un auto, appendere mensole e così via). Si tratta, in ogni caso, di un tempo prezioso, che si trascorre a fare clic sui link di Facebook. E ogni clic fa aumentare il valore delle inserzioni sul social network e frutta dollari su dollari. Ma c'è un altra moneta, secondo l'esperto americano, se possibile ancora più preziosa, che gli iscritti versano con generosità: “tutti i contenuti forniti a Facebook gratuitamente”.

Sono proprio i link, le riflessioni, gli annunci di matrimoni, di fidanzamenti e di lieti eventi che mettono in moto la curiosità delle persone, quindi i clic, quindi le inserzioni mirate. Quando si comunicano i primi vagiti del proprio figlio, si può stare certi che nella pagina del proprio profilo campeggeranno offerte di articoli per poppanti. E siamo stati proprio noi, gratis, a dare questa dritta agli inserzionisti. Una dritta miliardaria se moltiplicata per i 750 milioni di iscritti nella rete sociale. I clic sulla pubblicità, ammette Winkler, non sono mai numerosissimi, ma accendere la curiosità delle persone con i propri messaggi stimola comunque iscrizioni, connessioni, concentrazione di attenzione su quelle pagine col marchio bianco e blu.

Aziende come il New York Times, sottolinea Winkler, “spendono milioni di dollari per ottenere la fedeltà dei lettori con contenuti di ottima qualità generati dal loro staff”. Non così Facebook e altri siti, totalmente dipendenti dal lavoro dei suoi utenti. Anche quando si è utenti svogliati, che aggiornano raramente e raramente consultano il sito, si fa comunque parte dell'esercito di iscritti che permette al sito di Zuckerberg di stabilire le tariffe pubblicitarie e di moltiplicare il valore delle sue azioni. E in effetti, è proprio così. E' una esperienza nuova, come lo è la Internet economy, ma è un po' come se un negozio potesse fare soldi per il solo fatto d'essere sempre pieno di clienti. Chi si iscrive a un social network ne diventa cliente, ma è anche un pezzo essenziale del suo valore economico.

Siamo acquirenti di un prodotto e siamo, allo stesso tempo, il prodotto. Ecco perché la sola idea che Facebook potesse introdurre una tassa sul proprio servizio (circolata sul web poche settimane fa) ha suscitato l'indignazione di tanti. Perché, nel social network, le persone hanno investito tempo e contenuti: hanno creato le proprie impostazioni, archiviato foto, raccolto link, creato gruppi. Insomma, hanno prodotto un valore di cui, tra l'altro, sarebbe improbabile se non impossibile rientrare in possesso qualora si decidesse di migrare su un altro social network.

Facebook non è Google, che ha avviato un'operazione trasparenza perché gli utenti possano impacchettare i propri contenuti pubblicati online e trasferirli sulla piattaforma che preferiscono, senza danni. Quindi, sembrano proprio fuori luogo i complessi di inferiorità: ogni utente è anche un piccolo azionista, che paga la sua quota con tempo e contenuti. Questo è il modello di business che permette a YouTube, Linkedin, Twitter e altri di prosperare, mentre fior di siti giornalistici faticano a far quadrare i conti tra i costi per giornalisti inviati nel mondo a fare un buon lavoro e gli introiti. Facebook è un piccolo Grande Fratello, nato, come sottolinea Winkler, non per controllare, ma “vendere al miglior offerente”. E allora, quando ne saremo tutti consapevoli e il social network stesso saprà ammetterlo, forse si otterrà la cortesia e l'attenzione dovuta ai clienti “paganti”.




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L’esame di coscienza che serve all’informazione

Il Tempo

La lettera. C’è un clima di tensione straordinario non bisogna contribuire a far salire ancora la temperatura. Dopo "l'infiltrato" Di Chio l'intervista anonima a un black bloc.

L' Caro direttore, 

credo che l'informazione, cioè il nostro mestiere, al pari della politica e della magistratura, non possa sottrarsi a quello che tu giustamente definisci «il nocciolo culturale della faccenda» esplosa con la guerriglia di sabato scorso a Roma, e con le polemiche che ne sono derivate. Il tentativo grottesco di rispolverare la vecchia teoria del doppio Stato scambiando il nostro Fabio Di Chio per un agente, o qualcosa di simile, impegnato a sovrintendere alle devastazioni dei teppisti, funzionali a chissà quale vantaggio di chissà quale entità più o meno di governo, non è il solo incidente in cui è incorsa la Repubblica, di carta.

E che tu hai smascherato cercando signorilmente di divertirti, e di divertire i lettori, più che di indignarti, e di indignarli, ritenendo forse non a torto che di indignazione dovesse o potesse bastare ed avanzare quella che è sfilata per le strade della Capitale. E che per un pelo ci ha risparmiato il morto da troppe parti atteso, addirittura annunciato, per tentarne la solita strumentalizzazione contro l'altrettanto solito Cavaliere, ostinato a non dimettersi da presidente del Consiglio. E a non regalare alla già vorace speculazione finanziaria anche il piatto di una devastante crisi al buio, reclamata da opposizioni per il resto divise su tutto, a cominciare dal programma -vero, non per titoli- di un nuovo governo, comunque lo si voglia chiamare.

Ho trovato grottesca, purtroppo sempre sulla Repubblica di carta, anche la cronaca di un tentativo degli agenti di Polizia di identificare subito al Pronto Soccorso dell'ospedale San Camillo, tra le proteste e le resistenze dei medici, e forse anche degli infermieri, i teppisti che vi erano stati trasportati in ambulanza da Piazza San Giovanni e dintorni. Fra i quali, peraltro, ce n'era solo uno con il codice rosso, che potesse oggettivamente consentire, o far comprendere, l'insofferenza di chi voleva trattenere gli agenti dai loro doveri investigativi. La cui rapidità era direttamente proporzionale ai risultati che potevano conseguirne in quelle ore, mentre ancora i complici dei teppisti feriti mettevano a ferro e a fuoco la città.

Da quella cronaca traspariva simpatia, o comprensione, più per le singolari resistenze dei medici, e assistiti, che per la fretta degli agenti. Ugualmente grottesco, infine, per non dire di più, ho trovato l'anonimato concesso e garantito, sempre sulla Repubblica di carta, ad un protagonista della guerriglia. Diversamente non saprei definire l'intervistato - «figlio della buona borghesia», assicuravano gli intervistatori - che si compiaceva dell'accaduto, ne svelava la preparazione per irridere chi avrebbe dovuto sventarlo, e per avvertire che «non è finita», dovesse pure costare la prossima volta il morto mancato sabato scorso.

Sarò vecchio, e magari anche negato per questo mestiere, evidentemente da me esercitato malissimo, ma ho una certa difficoltà ad apprezzare come uno scoop, con tanto di copertura - ripeto - dell'anonimato, questo contributo ad una intollerabile sfida allo Stato e al buon senso. E rimpiango i giorni e gli anni in cui i giornali si dividevano drammaticamente, fra di loro e al loro interno, sulla opportunità o meno di pubblicare i deliranti messaggi dei terroristi. Che ne reclamavano la diffusione come condizione per non ammazzare o per prolungare l'angoscia dei loro ostaggi.

Mi dirai, caro direttore, che non siamo in quegli anni di piombo. Ma temo che ci stiamo avvicinando, immersi come siamo in quello che tu stesso chiami «un clima di tensione straordinario». In cui a nessuno dovrebbe essere permesso, senza protestare, di contribuire a far salire ancora di più il termometro. Il che non avviene solo quando il mio, e forse anche nostro comune amico Valentino Parlato, con disarmante trasparenza si lascia sfuggire sul suo Manifesto, letto da certi fanatici della rivoluzione sicuramente più del nostro giornale, che la guerriglia di sabato scorso a Roma era «inevitabile», e comunque «istruttiva» della «urgenza di uscire dalla crisi». Certo, anche la morte è un modo di uscire da una malattia. Ma vallo a dire a chi vuole guarire.


Francesco Damato
19/10/2011




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Da don Gallo a don De Capitani: preti attivisti Quello strano silenzio sulle violenze di piazza

di

Perché nessuno dei sacerdoti militanti si indigna per la profanazione della chiesa? Don Vitaliano della Seta, il parroco vir­tuale dei centri sociali, apre il suo sito web con un proclama degli indignati: "Il 15 otto­bre costruiamo l’alternativa alla loro crisi"




Sono preti. E sono indignati, indignatissimi. Sui loro siti internet hanno vestito il viola, il colore che nella liturgia della Chiesa simboleggia il dolore. In realtà per loro quella non è la tinta del popolo di Dio, quanto delle masse no global. Non hanno esposto il lutto elettronico per la statua della Madonnafrantumata e oltraggiata sabato in una chiesa di Roma, ma per le cariche della polizia contro il loro gregge: i black bloc, quelli che hanno messo a ferro e fuoco il quartiere tra San Giovanni in Laterano (la basilica del vescovo di Roma, cioè del Papa) e Santa Maria Maggiore, la chiesa più antica della città eterna.

Nella loro sacra indignazione, questi sacerdoti non hanno trovato un momento per sdegnarsi delle profanazioni. Non una parola sui simboli religiosi distrutti, sulle bestemmie urlate in chiesa, sulle botte alla gente che tentava di fermarli: ed erano persone normali, manifestanti come loro, non celerini in assetto antisommossa.

Ma la preoccupazione di questi ecclesiastici era un’altra. Don Andrea Gallo, il «prete da marciapiede» di Genova, ha fatto sapere che sabato avrebbe manifestato con gli indignati. Dopo gli scontri e le devastazioni non ha trovato il tempo di condannare le profanazioni. Egli però dal suo sito si premura di farci sapere che è stato ospite di Fabio Fazio a Che tempo che fa , e che ha premiato tre giornalisti del Fatto quotidiano alla prestigiosa Festa della Grappa di Silvano d’Orba, nell’Alessandrino.

Don Vitaliano della Seta, il parroco virtuale dei centri sociali, apre il suo sito web con un proclama degli indignati: «Il 15 ottobre costruiamo l’alternativa alla loro crisi». La fonte è la bibbia degli anarco-insurrezionalisti, cioè Indymedia. org . Un’omelia antisistema. Ma nemmeno nel suo altarino internettiano c’è spazio per un requiem alla statua in frantumi. Si parla di preti pedofili, Vaticano denunciato, corvi volteggianti nei Sacri palazzi. Si commemora il decennale del 21 giugno, cioè la morte di Carlo Giuliani. Garrisce la bandiera arcobaleno.

L’indignazione è a senso unico anche tra le comunità cristiane di base che si soffermano sulle «ragioni dei 500mila» piuttosto che sulla «stupidità dei 500». Chiamala stupidità, quella ferocia vandalica. I cristiani di base sceverano gli indignati dai briganti, e sarebbe anche una pratica evangelica quella di separare il grano dalla zizzania ma tacciono sulla Madonna fatta a pezzi in mezzo alla strada. E così pure un altro avamposto dei «cattolici dialoganti», cioè il movimento di Paxchristi. Loro il nome di Gesù l’hanno perfino nel logo latino.Sul sito riflettono sui guasti della finanza, i guru dell’economia, le «folle senza speranze, senza prospettive,senza progetti».Piangono il «lutto sociale».

Ma Gesù Cristo dov’è finito? Non ce n’è traccia tra le prediche virtuali nel blog dei preti sposati, i quali tuttavia informano che il banchiere Alessandro Profumo è indagato. Ed è un illustre sconosciuto anche sulle pagine web di don Giorgio De Capitani, il parroco brianzolo che voleva accogliere l’arcivescovo Scola con una manifestazione in piazza Duomo «contro una gerarchia da decapitare». Questo mite pastore d’anime smarrite cerca di«capire la violenza di Roma». Quando avrà intuito perché incendiare auto magari comprate con fatica a rate e devastare parrocchie che portano aiuto a gente bisognosa, per favore lo dica.




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Il medico deve diagnosticare precocemente il tumore

La Stampa


Il medico deve prestare particolare attenzione quando c`è il sospetto di una patologia tumorale ed è tenuto a usare repentinamente qualunque strumento di diagnosi a sua disposizione essendo irrilevante il fatto che spesso questa malattia si manifesta molto più tardi rispetto al suo radicarsi. Lo afferma la Cassazione accogliendo il ricorso di una donna che si era rivolta alla sua ginecologa dopo aver avvertito la presenza di un nodulo al seno. La dottoressa, dopo la visita e l`ecografia, l`aveva tranquillizzata dicendole si tornare dopo un anno perché, quello che si sentiva al tatto era una costola e non il tumore. La signora, però, mesi dopo, si era sottoposta a una mammografia perché le dimensioni del nodulo erano aumentate. L`esame riscontrava un carcinoma già metastatizzato nel fegato e nelle ossa. Di qui la denuncia nei confronti della dottoressa. I giudici di merito hanno assolto il medico perchè era difficile prevedere una malattia che può manifestarsi quando è già conclamata.

Contro la decisione la paziente ha presentato ricorso in Cassazione e ha avuto la meglio. La Suprema Corte afferma che il richiamo della sentenza della Corte d`Appello alle scienze mediche, secondo cui la metastatizzazione del tumore può avere inizio persino alcuni anni prima alla possibilità di diagnosticarne la presenza è generico: "la stessa scienza medica sostiene la necessità di una sollecita diagnosi delle patologie tumorali e rileva come la prognosi della malattia vari a seconda della tempestività dell`accertamento".



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L'Italia dell'odio, ecco i fomentatori: patto no global-Sel dietro gli scontri

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Spunta una ipotesi: le violenze al corteo degli indignati sarebbero nate come rivolta alle presunte candidature offerte da Vendola agli antagonisti. Ma il partito smentisce. Il corteo avrebbe rinunciato a marciare sui palazzi del potere




Roma - Le violenze di sabato a Roma? Frutto dell’indignazione di una fazione degli italici indignati. Non verso lo Stato, non verso le banche, non verso il «sistema». Bensì verso la parte «pacifica» del corteo. Rea, secondo gli incappucciati, di aver stretto un «patto» elettorale più o meno occulto con Sinistra ecologia e libertà, il partito di Nichi Vendola. La lettura «politica» degli scontri, a lungo rimbalzata in rete, è stata rilanciata ieri dal Corriere della Sera: una parte del movimento antagonista avrebbe accettato senza protestare di marciare lontano dai palazzi del potere in cambio di una manciata di seggi alle prossime elezioni, sotto le insegne di Sel. Candidati in pectore in forza del presunto patto sarebbero, secondo siti e indiscrezioni, l’ex disobbediente Luca Casarini e l’antagonista romano Francesco Raparelli. Verità o fantasia?

Il partito del governatore pugliese smentisce, o meglio precisa, a stretto giro di posta, affidando a Nicola Fratoianni, assessore vendoliano e componente della segreteria nazionale di Sel, la replica. «Il nostro unico patto è quello siglato con le centinaia di migliaia di persone di cui siamo stati parte, che hanno manifestato pacificamente la loro indignazione a Roma contro la crisi e le politiche che l’hanno generata», spiega l’esponente di Sinistra e libertà, aggiungendo di «lavorare per il cambiamento» e di essere interessato a «discutere con chi lo vuole costruire». Ma negando l’esistenza di un patto elettorale.

Di certo, alla luce del teorema dei due «blocchi», le parole pronunciate a caldo dal leader di Sel, Vendola, a Rainews24, potrebbero suonare ambigue: «I black bloc avevano un obiettivo politico, togliere la parola agli indignati, prendersi la scena». E, ben prima del giorno del corteo del 15 ottobre, su Indymedia già circolavano messaggi sull’«uso politico» del corteo. È del 16 settembre il sarcastico commento al «call», la convocazione all’assemblea romana «preparatoria» del corteo del 15: «Questo è il call d’un carrozzone che con la spontaneità degli indignati e il loro rifiuto dei partiti non ha niente a che fare (collusione con Sel su tutti i livelli nevvero?)».

Il bis arriva il 25 settembre, all’indomani di quell’assemblea, con un messaggio sul «tentativo del centrosinistra di traghettare una parte del movimento contro la crisi verso sponde istituzionali più o meno “sinistre” in vista delle prossime elezioni». Tentativo che, per l’autore del post, si era esplicitato nel corso di quell’incontro che «doveva essere preparatorio alla grande manifestazione del 15», ma «si è rivelato una trappola elettorale». Illuminante, visto come poi sono andate le cose, la conclusione: «Cari studenti, precari e disoccupati, il 15 ottobre siate delicati con le vetrine e con i blindati, fatelo per De Magistris e Vendola, se non per Bersani, nostra unica speranza (alternativa?) per un altro mondo possibile!».



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Crisi, proteste al Pirellone. Renzo Bossi preso di mira dai metalmeccanici

Corriere della sera

Il figlio del «senatur» contestato da lavoratori di aziende in crisi del territorio. Impedito l'accesso ai consiglieri


MILANO - Mattinata di contestazioni fuori dal Pirellone a Milano, sede del Consiglio regionale, dove i metalmeccanici di alcune aziende in crisi del territorio hanno tentato di impedire l'accesso all'edificio ai consiglieri, prendendo particolarmente di mira Renzo Bossi, figlio del «Senatur», che come altri colleghi ha dovuto accedere al grattacielo da un ingresso secondario, tra le urla e gli insulti. Bossi junior è stato accolto, insieme al collega leghista Giosuè Frosio, dalle urla «vergogna, buffoni», seguite da lanci di uova che però hanno colpito solo dipendenti della Regione e la facciata del grattacielo. Sugli alberi di fronte al Pirellone è stato appeso uno striscione con la scritta «Ministeri, Provincia, Regione, difendete l'occupazione». Il presidio ha poi messo in allarme gli addetti alla sicurezza della Regione Lombardia che, per timore di possibili irruzioni, è arrivata a chiudere per alcuni minuti tutti gli ingressi. I manifestanti hanno occupato l'incrocio tra via Galvani e via Filzi, davanti al palazzo Pirelli. Un cordone di carabinieri in tenuta antisommossa si è posizionato davanti all'entrata della sede del consiglio regionale della Lombardia



LA PROTESTA - Il presidio era stato indetto dai metalmeccanici aderenti ai sindacati di categoria Fim Cisl, Fiom Cgil e Uilm Uil, che in una nota avevano comunicato le ragioni della protesta: «Gli investimenti sulle infrastrutture tecnologiche, le reti informatiche, i centri d’eccellenza per le comunicazioni, rappresenterebbero un valore vero per il rilancio dell’industria d’eccellenza in Lombardia», si legge nel comunicato. In cui i sindacati sottolineano che «tali temi rimangono “fantasma”, non arrivando a un punto di sintesi concreto». «Centinaia di lavoratrici e lavoratori lombardi vengono espulsi dalle aziende che su questo sviluppo industriale possibile, se ci fosse una vera politica di sostegno, potrebbero costruire tanti veri posti di lavoro anziché licenziare», hanno aggiunto le associazioni. Scopo del presidio, sottolineare che il Governatore Formigoni «ha la responsabilità di dare delle risposte urgenti ai tanti cittadini e lavoratori lombardi che in questi giorni non hanno più vere prospettive per il loro futuro».

Redazione online
18 ottobre 2011(ultima modifica: 19 ottobre 2011 08:46)