venerdì 21 ottobre 2011

Salvato il frassino della "piccola vedetta lombarda"

Il Giorno

Grazie ad un intervento della Provincia

 

L'albero, vittima dell'incuria, rischiava di rappresentare un pericolo per gli automobilisti. Ma, oltre alle ragioni di sicurezza, a spingere per l'intervento hanno contribuito le "ragioni di Cuore"

piccola vedetta lombarda
piccola vedetta lombarda



Pavia, 21 ottobre



"Proprio davanti all'aia si drizzava un frassino altissimo e sottile, che dondolava la vetta nell'azzurro". Così Edmondo De Amicis descriveva, nel libro Cuore, l'albero su cui si arrampica e dove trova una morte da patriota "la piccola vedetta lombarda". Ma il frassino, a causa dell'incuria, rischiava di non "dondolare" più.

E' stato necessario un intervento disposto dalla Provincia di Pavia. Non solo per preservare un vero e proprio monumento, a cui gli abitanti del luogo sono molto legati (tanto che nei primi anni '90 fecero deviare il tracciato della tangenziale di Voghera pur di salvare il frassino), ma anche per ragioni di sicurezza. Alcuni grossi rami spezzati a ridosso della tangenziale, nella zona di Campoferro, rappresentavano un pericolo per gli automobilisti.

"Siamo intervenuti spinti innanzitutto dal dovere di non mettere a rischio l’incolumità pubblica - ha spiegato il presidente della Provincia di Pavia, Daniele Bosone -, ma anche sapendo che salvare questo albero storico, cui siamo affezionati anche per le nostre letture scolastiche del libro Cuore, era importante per la nostra memoria. Quella pianta - prosegue - è un pezzo della nostra Storia: è infatti ormai quasi certo che De Amicis si rifece ad un episodio realmente accaduto nella zona di Campoferro per il suo racconto".
di Tommaso Canetta




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Er Pelliccia» resta in carcere «Ma io non volevo fare male a nessuno»

Corriere della sera

Il gip convalida l'arresto del 24enne che lanciò l'estintore in piazza San Giovanni durante il corteo degli Indignati: accusa di resistenza pluriaggravata


ROMA - «Non volevo fare male nessuno, ho tirato quell'estintore preso dalla concitazione del momento, non avevo obiettivi da colpire». Così Fabrizio Filippi, detto er Pelliccia, ha ricostruito venerdì al gip Paola Della Monica quanto avvenuto sabato durante gli scontri in piazza San Giovanni a Roma durante il corteo degli Indignati. Ma non è stato molto convincente all'udienza di convalida e il gip ha deciso di convalidare il suo arresto e tenerlo in carcere. Per lui l'accusa di resistenza pluriaggravata. (guarda la fotosequenza del lancio)

NO AZIONE DI GRUPPO - Filippi è stato rintracciato grazie alle fotografie che lo ritraevano mentre stava lanciando un estintore rosso in piazza San Giovanni durante gli scontri di sabato 15 ottobre a Roma al corteo degli Indignati (guarda la fotosequenza del lancio). Il giovane nel corso dell'interrogatorio di convalida avrebbe detto anche che era sua intenzione presentarsi ai carabinieri spontaneamente, sollecitato anche dalla famiglia, ma la Digos ha anticipato le sue intenzioni arrestandolo lunedì a Bassano Romano. Ma a Filippi non sarebbe stata contestata l'azione di gruppo come, invece, per gli altri dodici arrestati. La difesa del giovane valuterà, alla luce del provvedimento emesso dal gip, se presentare ricorso al riesame.



Redazione online
21 ottobre 2011 17:34




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Spagna, l'Eta annuncia: «Fine irrevocabile della lotta armata»

Corriere della sera

Nota del gruppo separatista armato basco



La schermata sul quotidiano basco
La schermata sul quotidiano basco

MILANO - L'Eta, il gruppo separatista armato basco, ha proclamato la fine irrevocabile della lotta armata che conduce da 50 anni e in cui sono morte almeno 850 persone. È quanto ha fatto sapere il gruppo in una nota diffusa sul quotidiano in lingua basca Gara.

IL COMUNICATO - Nel comunicato, che mette fine a quaranta anni di lotta armata, l'organizzazione terroristica basca invita i governi spagnolo e francese ad aprire un «dialogo diretto» per trovare una soluzione alle «conseguenze del conflitto».

Eta, 52 anni di lotta armata


L'Eta lancia un appello ai governi di Spagna e Francia per aprire un processo di dialogo diretto che avrà come obiettivo la risoluzione delle conseguenze del conflitto e quindi il superamento del confronto armato». L'annuncio arriva tre giorni dopo la Conferenza di pace a San Sebastian, cui hanno partecipato l'ex segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, del presidente dello Sinn Fein, Gerry Adams e l'ex capo di gabinetto di Tony Blair, Jonathan Powell.

ZAPATERO - L'annuncio oggi da parte dell'Eta della cessazione della lotta armata è «una vittoria della democrazia, della legge e della ragione» ha detto questa sera il premier spagnolo Josè Luis Zapatero, che ha definito «di importanza transcendentale» la decisione del gruppo armato.

Redazione Online
20 ottobre 2011(ultima modifica: 21 ottobre 2011 12:30)

La Consulta: no a parlamentari-sindaci

Corriere della sera


Alt al doppio incarico. All'origine della pronuncia il caso Stancanelli, deputato Pdl e primo cittadino di Catania


MILANO - Niente più doppio incarico per i parlamentari-sindaci. La Corte Costituzionale, decidendo sul caso Stancanelli, senatore del Pdl e sindaco di Catania, ha bocciato la legge n.60 del 1953 nella parte in cui non prevede l'incompatibilità tra la carica di parlamentare e quella di sindaco di un comune con più di 20mila abitanti.
IL CASO - A sollevare la questione dinanzi alla Consulta è stato il Tribunale civile di Catania, al quale un elettore, Salvatore Battaglia, aveva fatto ricorso. Candidatosi a sindaco di Catania nel giugno del 2008, quindi dopo essere stato eletto due mesi prima senatore del Pdl, Raffaele Stancanelli aveva mantenuto il doppio incarico. La decisione della Consulta - la n.277 - ha tuttavia valore per tutti quei parlamentari divenuti sindaci di grandi città e che dovranno dunque scegliere quale dei dunque incarichi mantenere.

21 ottobre 2011 15:18




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La Francia lancia l'allarme: «Troppi interventi di allungamento del pene»

Corriere della sera

L'Accademia di chirurgia transalpina: inutili e dannosi




MILANO - Sempre più cittadini francesi ogni anno decidono di sottoporsi a dolorose operazioni chirurgiche per allungare il pene. Lo ha reso noto giovedì scorso l'Accademia di chirurgia transalpina che ha anche rilevato come spesso questi interventi siano inutili e dannosi.

I DATI - Secondo l'istituto di ricerca, molti uomini hanno la sensazione di avere un pene troppo piccolo ma in realtà non avrebbero bisogno di un intervento correttivo. Circa l'85% dei maschi che in Francia si presentano in sala operatoria ha un pene di dimensioni normali. «Una domanda così alta è legata più che altro all'immagine che si vuol avere di se stessi piuttosto che a delle vere e proprie disfunzioni - spiega lo studio -. Il ruolo del chirurgo è allora pedagogico. Bisogna spiegare la realtà al paziente senza respingere la sua richiesta, ma dimostrando la mancanza di fondamento di tale intervento».

LE MISURE - Proprio per rassicurare, l'Accademia pubblica uno studio in cui sono diffuse le misure medie che dovrebbe raggiungere il pene per essere considerato fisiologicamente attivo: a riposo tra i 9 e 9,5 centimetri, in erezione tra i 12,8 e i 14,5 cm. La circonferenza del pene a riposo si dovrebbe inoltre attestare intorno agli 8,5 cm, mentre in erezione può superare i 10,5 cm. L'Accademia afferma che qualsiasi uomo che raggiunge queste dimensioni non ha alcun bisogno di sottoporsi a operazioni chirurgiche e nessuna decisione d'intervento deve essere presa senza prima consultare uno specialista.
DANNI - Gli studiosi avvertono anche che le moderne tecniche di allungamento del pene possono essere controproducenti causando gravi problemi di erezione. Secondo la ricerca l'uso di alcuni materiali come il silicone e la vaselina dovrebbe essere proibita, mentre le iniezioni di grasso autologo hanno un effetto transitorio a causa del riassorbimento del grasso stesso.


Francesco Tortora
21 ottobre 2011 15:00



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Grillo, dal popolare al populismo

Corriere della sera


Beppe Grillo
Beppe Grillo
La puntata di «Icone» su Beppe Grillo calzava a pennello: ancora una volta in Molise il voto dei grillini (il movimento Cinque stelle fondato dal comico genovese) è risultato determinante per la vittoria del centrodestra. E queste sono le stranezze dell’anti- politica. Già ma cos’è un’icona? L’icona è un mito d’oggi, l’inserzione cioè di un frammento di eternità nel convulso racconto della nostra esistenza. Icona viene dal greco eikòn, che significa immagine, e originariamente indicava l’effigie sacra, di gusto bizantino e poi russo e balcanico.

Sono state la semiologia e l’informatica ad arricchire la parola «icona» di una carica simbolica più mondana e insieme più spettacolare, a farla scivolare nella retorica del mito. Anche l’icona, infatti, ha il compito di sostituirsi alle fattezze di un personaggio, di purificarle, di dare loro una nitidezza che non è della spiegazione quanto piuttosto della rivelazione. Marco Ferrante ha intrapreso un curioso viaggio alla ricerca di alcuni di questi personaggi speciali, che hanno costruito sul magnetismo la loro ascesa e la loro consacrazione terrena, come Barak Obama, Maradona, Steve Jobs e, appunto, Grillo (Rai 5, mercoledì, ore 23,03).

Singolare la storia del ragionier Grillo: nasce cabarettista, approda in tv con Pippo Baudo, si fa cacciare dalla Rai per una battuta sui socialisti, finisce nei teatri a raccontare contraddizioni e sprechi delle multinazionali, apre un seguitissimo blog, fonda una sorta di partito politico contro i professionisti della politica. In pochi anni riesce a conquistarsi quel consenso tra la gente che i «vecchi» politici non riescono più a ottenere: una curiosa parabola dal «popolare» al «populismo». Marco Ferrante è un attento osservatore, riesce a entrare negli interstizi dei suoi personaggi con equilibrio e acume, ma è poco aiutato dagli esperti. A parte Carlo Freccero, stimolante come al solito, gli altri tentano di ammantare di scientificità osservazioni di buon senso, al limite del banale.



21 ottobre 2011 08:54




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Berlusconi show da Scilipoti: «Dal '94 aggressioni contro di me»

Corriere della sera

Il premier: «Riformare la giustizia e la Carta. Grazie a Mimmo durerò 5 anni»


MILANO - L'Inno di Mameli e lo slogan «Cristiani, patria e famiglia». Domenico Scilipoti apre all'Eur il primo congresso del Movimento di responsabilità nazionale e accoglie con tanto di hostess e fanfare Silvio Berlusconi. Il premier arriva alle 12 e canta Fratelli d'Italia insieme «all'amico Mimmo». Dal palco del congresso il Cavaliere parla per mezz'ora e ringrazia, a più riprese, Scilipoti e i suoi, il cui appoggio, è la certezza di Berlusconi, «permetterà all'esecutivo di durare cinque anni». Poi il capo del governo snocciola temi già noti, scherza a tratti con la platea, e ripete le cose già riferite giovedì ai deputati del Pdl. «Da quando sono in campo non mi hanno fatto mancare nulla», lamenta parlando di «aggressioni mediatiche, politiche, giudiziarie con 103 indagini e 40 processi». «E se quel duomo di marmo mi avesse preso alla tempia sarei sotterrato», aggiunge il premier, chiudendo il suo elenco di denunce con i «500 milioni al signor De Benedetti, tessera numero uno del Pd» e con «le calunnie che hanno trasformato le mie cene eleganti in cose incredibili e licenziose, cose che io non ho mai visto capitare nemmeno una volta».


LA DISCESA IN CAMPO E LE RIFORME - All'Auditorium Massimo a Roma Berlusconi ripercorre, ancora una volta, la sua discesa in campo, attuata nel '94 «dopo il golpe giudiziario» e per sottrarre l'Italia ai «comunisti ortodossi». Un impegno politico assunto nonostante la contrarietà di amici e parenti (la madre in primis) che non finirà, assicura il presidente del Consiglio, «prima di aver lasciato in eredità all'Italia una nuova formazione moderata che si riconosce nei valori del Partito Popolare Europeo». Di lavoro da fare ne resta parecchio. Tutte quelle riforme non fatte «per colpa degli alleati». Ma il premier non demorde. E, anzi, si dice convinto che il suo esecutivo ha i numeri per mettere mano in primo luogo alla giustizia e alla Carta. Per Berlusconi occorre innanzitutto «rivedere la formazione del Csm per ottenere che i giudici facciano i giudici e non utilizzino la giustizia come arma politica». Quanto alla Costituzione, essa, ha ribadito per l'ennesima volta il premier, va cambiata perché «il governo e il presidente del Consiglio non hanno nessun potere». E c'èè da rivedere anche il istema elettorale: «Alla luce del milione e duecentomila cittadini che hanno firmato il referendum dobbiamo introdurre una variante nella legge che consente di scegliere candidato per candidato», spiega il Cavaliere.

I SALUTI - A fine discorso, il capo del governo cita le parole del '94, quelle della sua discesa in campo. Poi scende in platea e saluta sorridente gli uomini di Scilipoti, che lo abbracciano. Il tutto sulle note della colonna sonora del movimento, l'inno scritto dal cantante Danilo Amerio «Siamo milioni e ci sono anch'io».

C. Arg.
21 ottobre 2011 14:16

Associazione denuncia: a Napoli truffa sul censimento: 50 euro e compiliamo noi

Il Messaggero


NAPOLI - Cinquanta euro per la compilazione e la spedizione dei censimenti che, invece, sono gratuiti: è la truffa che viene denunciata dal presidente dell'associazione «Noi Consumatori» di Napoli, Angelo Pisani, che chiede l'intervento del prefetto e del questore della città.

«A seguito di sopralluoghi sul territorio cittadino e di indagini presso i centri Urp delle Municipalità - è detto in una nota - risulta che alcuni 'furbetti' stanno truffando i cittadini estorcendo loro fino a 50 euro per la compilazione e la spedizione dei censimenti e che addirittura in alcuni Caf vengono richiesti soldi agli utenti per tali adempimenti che per legge sono gratuiti e addirittura pagati a monte dal ministero, proprio per non gravare sulle spalle dei cittadini che si accingono a compilare il questionario del censimento».

Per Pisani si tratta di una «paradossale truffa perpetrata a danno dei napoletani». A fronte del raggiro si chiede al Prefetto di Napoli Andrea De Martino ed alle forze di polizia di «intervenire predisponendo opportuni ed immediati controlli e verifiche al fine di evitare che i cittadini vengano ingannati e fuorviati da chi vuole organizzare un business illegale ed illegittimo sul censimento giocando sulla mancanza d'informazione dei contribuenti partenopei».

«Inoltre, viste anche le grandi difficoltà che si registrano negli uffici postali, chiediamo al Comune di Napoli ed a tutte le istituzioni competenti di fornire più informazioni sulle modalità di compilazione del censimento che i cittadini dovranno poi inviare. Infine - conclude - invitiamo tutti coloro che hanno versato soldi per il censimento, che è gratuito e può essere adempito anche con assistenza presso gli Urp, a richiedere il rimborso e comunque a denunciare qualsivoglia speculatore e truffatore».

Venerdì 21 Ottobre 2011 - 12:51    Ultimo aggiornamento: 12:55




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Il duro lavoro della Casta. Giovedì tornano tutti a casa

Libero




La scena si ripete ogni giovedì (qualche volta anche mercoledì). L’anticamera del ristorante riservato ai deputati, dove si trova il servizio guardaroba fatto da due commessi, si riempie di trolley. Blu, neri, rossi, marroni. Ma ci sono anche porta-abiti, valigette, buste varie. Poi, a fine mattina o nel primo pomeriggio, a seconda che il deputato opti per il pranzo o no, gli onorevoli ritirano il bagaglio. E guadagnano, veloci veloci, l’uscita. Si torna a casa. La settimana (cortissima) per loro è finita. Quattro giorni lavorativi, spesso tre, quando non si vota il lunedì (cioè quasi mai), e inizia il riposo del week-end. Diciamolo subito: la pigrizia c’entra fino a un certo punto. È vero che i lavori d’Aula o di commissione non dovrebbero esaurire il lavoro di un parlamentare, generosamente pagato dal contribuente. E non si può escludere che, una volta tornati a casa, gli onorevoli non dedichino altre ore a ciò per cui il solito contribuente (cioè noi) li paga. Ma resta il fatto che il monitoraggio sui lavori parlamentari e su quello che producono è drammatico.

Dall’inizio dell’anno a oggi l’Aula della Camera dei Deputati si è riunita per 614 ore e 15 minuti. Per una media di circa 64 ore al mese, 16 per settimana. Ipotizzando che il mese di lavoro dei deputati fosse come quello di un lavoratore dipendente, 22 giorni, è come se un deputato lavorasse tre ore al giorno. Poi, certo, ci sono le commissioni. Ma anche tenendo conto di queste, la produttività è sotto ogni media. Dall’inizio dell’anno a oggi le commissioni hanno lavorato per 1631 ore e 15 minuti, per una media di circa 171 ore al mese, 42 per settimana. La statistica, però, è inevitabilmente riduttiva. Guardando commissione per commissione, si scoprono fatti curiosi. Se la Commissione di Vigilanza Rai si è riunita, da gennaio a oggi, 60 volte per un ammontare di 49 ore e 20 minuti, quella per la semplificazione ha messo in pratica la sua intestazione, auto-semplificandosi il lavoro: 15 sedute in oltre nove mesi per un totale di 6 ore e 30 minuti. Subito dopo, nella classifica delle commissioni più “sfaticate”, troviamo il comitato di controllo sull’attuazione dell’accordo di Schengen e vigilanza in materia di immigrazione: 18 sedute, da gennaio a oggi, per un totale di 12 ore e 40 minuti.

La situazione è ancora più deprimente se si guarda a cosa effettivamente il Parlamento ha prodotto. Limitandoci alla Camera dei Deputati, da gennaio a oggi Montecitorio ha approvato solo 24 progetti di legge di iniziativa parlamentare e 3 di iniziativa mista. La parte del leone (si fa per dire perché la produzione è scarsa anche qui) la fa il governo. Dall’inizio dell’anno a oggi, su 69 provvedimenti approvati dalla Camera dei deputati, 29 sono stati disegni di legge di iniziativa governativa e 13 decreti-legge.  Se Montecitorio fosse un’azienda avrebbe dichiarato fallimento da mesi. Colpa del governo che blocca i disegni di legge, accusano i parlamentari. Colpa del Parlamento che rallenta ogni iniziativa, dicono i ministri. Colpa della crisi per cui, mancando le coperture necessarie, le leggi non arrivano in Aula. Colpa dei regolamenti, colpa del bicameralismo. Ma il risultato è questo.

E dire che, a parole, tutti sono perché si cambi musica. Se non altro per dare un segnale al Paese. Visto che le indennità non si possono (o non si vogliono) ridurre e diminuire il numero dei parlamentari sembra un miraggio, almeno si faccia lavorare chi c’è ed è pagato. Gianfranco Fini, quando si è insediato alla presidenza della Camera, aveva fatto propositi rivoluzionari: si lavorerà dal lunedì al venerdì, aveva detto. L’anno scorso, a maggio, ammetteva che «la settimana cortissima è un problema serio» e parlava di situazione «intollerabile». La scorsa settimana, bloccato dalle “Iene” che hanno filmato la “fuga” dei trolley parlamentari in un ordinario giovedì, ha risposto: «Evidentemente non mi hanno dato retta». Evidentemente qualcosa non va.

di Elisa Calessi
21/10/2011




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Napolitano fischiato: "I sacrifici falli tu"

di

Blitz degli antagonisti a Pisa. Il Presidente non si scompone: "Per i giovani è un momento difficile"




Roma - Volantini, picchetti, il grido rilanciato da un megafono: «Vergogna, buuh, non sei il nostro presidente». Il tabù viene infranto a Pisa alle 11 del mattino: incredibile, anche Re Giorgio viene contestato. Sì, pure lui, pure il capo dello Stato. Pure a un personaggio sempre acclamato e sempre in testa nei sondaggi, riverito dalla maggioranza e rispettato dall’opposizione, popolare più del Papa e amato più dei carabinieri, capita di incassare qualche insulto. A sfregiare lo specchio, un gruppone di studenti antagonisti e della Rete dei comunisti, tutti molto indignati: «Complice della Gelmini, falli tu i sacrifici».

Già alle otto al Quirinale capiscono che non sarà una giornata facile. Tuoni, fulmini, acqua da tutte le parti: il nubifragio blocca a Ciampino l’aereo presidenziale e costringe lo staff ad accorciare il programma. Ma la brutta sorpresa arriva alle 11, quando Giorgio Napolitano, appena atterrato a Pisa con due ore di ritardo, mette piedi all’università della Sapienza. Lo accolgono il sindaco, il rettore, il senato accademico e anche la prima dura contestazione del settennato. Centocinquanta ragazzi, appostati all’ingresso dell’ateneo, che lo accusano di essere troppo morbido con il Governo. Sventolano bandiere No Tav. Gridano: «Il debito lo paghino i padroni» e «Sei d’accordo con la Gelmini».

Distribuiscono dei manifestini, dove c’è scritto: «Caro Napolitano, tu non sei il nostro presidente, guerra e sacrifici falli tu. Noi non saremo tra chi festeggia la tua visita a Pisa, il vostro debito non lo pagheremo e le vostre guerre non le faremo». Ce l’hanno pure con il sindaco Filippeschi, «che ha speso milioni per il centro-vetrina e ha lasciato i quartieri popolari andare in rovina».
Ma il capo dello Stato non si sconvolge, non sembra prendersela più di tanto per questo atto di la lesa maestà.

Anzi, commenta così la contestazione: «Non solo l’università, ma tutto il mondo delle giovani generazioni attraversa momenti difficili, e non soltanto in Italia. Le tempeste? La cosa importante è trovare la rotta giusta». Lui intanto trova anche l’entusiamo delle scolaresche e dei cittadini che lo aspettano dietro le transenne. Ci sono i tricolori, ci sono gli applausi, ci sono i cartelli, «presidente, ci rimani solo tu». Entra nell’ateneo e riceve una delegazione del gruppo goliardico, cosa che gradisce molto: «Bravi ragazzi, sono contento che la goliardia sopravviva nelle università».

Poi incontra gli studenti di Sinistra Per, un movimento molto meno antagonista, visto che è rappresentato nel senato accademico e nel cda dell’ateneo, che comunque gli sottopone una sorta di controriforma dell’università. Il colloquio è amichevole, come raccontano i giovani: «Il presidente ha ascoltato con grande attenzione il sunto della lettera che gli abbiamo consegnato e che contiene le nostre proposte».

All’ora di pranzo il capo dello Stato lascia la Sapienza. Ritrova un piccolo bagno di folla e sorride: «Ho ricevuto un’accoglienza straordinaria».




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Sallusti: giusto sparare a Giuliani

Corriere della sera

L'ira di Paolo Ferrero durante la trasmissione Matrix


Un poliziotto su Fb: Giuliani l'avrei schiacciato con la jeep

Quei genitori peggio dei figli teppisti

di

Addolorati, ma non per le vittime: fingono di non sapere niente. Fino al punto di difendere i loro ragazzi violenti




Più vergognoso del comportamento dei ragazzi violenti e devastatori c’è solo quello dei loro genitori. Fuori dal carcere, in attesa, speranzosi, indulgenti. Addolorati. Ma non per le vittime della violenza, bensì per i loro figli. Fino al punto di piangere e difendere l’innocenza di quei mostriciattoli da loro stessi cresciuti. Delle due l’una: o questi non conoscono la vita e le frequentazioni dei figli, o ne sono più o meno consapevoli.

In ogni caso dovrebbero vergognarsi per non avere svolto il ruolo costituzionalmente previsto e garantito, che impone non solo di mantenere, ma soprattutto di educare e istruire i figli.
Educare significa formare le persone, anche impartendo regole e divieti di condotta, secondo i principi condivisi in una società civile. Istruire non vuol dire solamente far rispettare l’obbligo della frequentazione scolastica, ma anche trasmettere l’etica dei diritti e dei doveri, della responsabilità personale, del rispetto degli altri e di quei valori connessi alla convivenza, al progresso, alla cultura.

Non basta teorizzare su questi argomenti per avere la coscienza a posto: i genitori sani e adempienti devono controllare sul campo ogni giorno, anche con fatica e a rischio dell’impopolarità, che il frugoletto di famiglia si stia trasformando in un cittadino rispettoso degli altri e dagli altri rispettato. La trascuratezza, l’indifferenza, la distrazione, la superficialità, infatti, sono peccati mortali dei genitori; la loro inettitudine si riverbera sulla società, che se ne accolla disagi e costi, e danneggia inesorabilmente il figlio. Abituato ad avere sempre e tutto come gli altri e prima degli altri.

Anche nelle famiglie meno abbienti spesso la felicità dovuta (!) ai figli è collegata irreversibilmente al dare, tutto e subito: la caramella, i vestiti, la vacanza, l’i-pod, il cellulare in un crescendo fino all’auto e poi alla casa; il mutuo per la cerimonia nuziale e perfino la parcella dell’avvocato al momento della separazione. In questo accontentare sempre la prole, e tutelarla dalla frustrazione, si risolve e si assolve l’ansia da prestazione genitoriale. Mai un no, mai uno schiaffone, mai un castigo, un sacrificio o un sano «arràngiati».

E così le nuove generazioni, in buona parte, crescono nel lassismo e nella noia, ricercando l’adrenalina nella droga, nel bullismo, nella violenza fine a se stessa.
Con il sedere affondato nel burro, il cervello privo di vitalità e la mangiatoia bassa, questi giovani disgraziati - tali sono, non avendo avuto la fortuna di genitori attenti e severi - vengono del resto facilmente eccitati dall’idea, e dalla pratica, di fare qualcosa contro qualsiasi cosa; con protervia ma di nascosto, per prendere senza chiedere, per distruggere, con le cose e le persone, la noia di un’esistenza inutile. Tuttavia assai dannosa per gli incolpevoli altri.

È, dunque, grottesco, e ingiurioso per le vittime dei danneggiamenti provocati dai loro figli, che questi genitori trascorrano la notte dopo la devastazione a frignare davanti al carcere, nella speranza che il vandalo torni a essere il figlio di cui credere di potere andare fieri. Perché ha avuto tutto. Anche l’impunità. E ciò vale anche nel caso di quei genitori consapevoli dei figli collocati ai confini della legalità. Lo sanno bene, ma non hanno il coraggio del loro ruolo; pertanto non riescono a impedire lo sconfinamento. Non per rispetto alla privacy dei figli, bensì per salvare la propria faccia davanti ad amici e colleghi. E accettano così che i figli li trattino male, non combinino nulla di buono, delinquano.

Ecco perché si devono vergognare non solo i genitori lacrimanti degli arrestati, ma anche i genitori e i parenti di tutti quegli oltre duemila giovani, che sono andati in piazza mascherati e volutamente distruttori: oggi dovrebbero essere tutti sulla porta della questura a denunciare i figli. Invece, mistificano la loro stessa verità: così perdendo l’occasione, finalmente, di riscattare la propria colpevolissima incapacità educativa.



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I verbali choc dei devastatori Il gip: "Violenza premeditata"

di

Confermati gli arresti per 11 manifestanti su 12. Oggi interrogatorio per "er Pelliccia": l’estintore che ha lanciato ha colpito una poliziotta




Roma - Il terrore in differita. A leggere le carte del gip che ha tenuto dentro 9 dei 12 incappucciati bloccati durante gli scontri a San Giovanni a Roma si ha la netta sensazione di rivivere quella piazza, quei momenti, quell’odio diffuso sfociato negli assalti mordi e fuggi, nel tiro al bersaglio ai poliziotti, nel lancio di molotov che hanno incenerito il blindato dei carabinieri.



IL BERSAGLIO DELL’ESTINTORE
Quel che il gip non racconta, perché oggetto di relazioni di servizio consegnate direttamente alla Digos, è la vera storia dell’estintore lanciato dall’esagitato viterbese Fabrizio Filippi, al secolo «er Pelliccia». L’oggetto è finito contro il cofano di un blindato della Celere di Senigallia tra via Filiberto e la piazza, dietro al mezzo, di coordinamento, gli agenti del commissariato Prati. Tra questi la sostituta commissario Anna D.A. che ha rischiato di prenderlo in faccia.

ATTACCO CONCERTATO
Il gip Elvira Tamburelli non ha dubbi: «Si è trattato di un’azione concertata (...). Le indagini offrono uno spaccato di carica di violenza e forza intimidatrice contro la polizia che, per la natura e modalità di sviluppo delle diverse azioni violente (...) nonché per il numero elevato di facinorosi. Le azioni violente non paiono affatto espressioni di iniziative improvvisate, slegate fra loro, ma piuttosto frutto di un’azione comune».

Scontri pianificati, dunque: «A cominciare dallo sfilamento progressivo dei violenti di manifestanti pacifici lungo il percorso su via Cavour sino alle azioni di “sfondamento” per deviare dall’itinerario prestabilito della manifestazione, che hanno determinato le forze dell’ordine ad azioni di sbarramento». Il gip evidenzia anche «il successivo imponente compattamento dei violenti che si travisavano con caschi da motociclista, passamontagna, felpe ed altro, muniti di corpi contundenti, bombe carta e altri ordigni, preliminare ad azioni congiunte di danneggiamenti, incendio ed attacchi contro la polizia».

IL RAZZO È IL SEGNALE
Secondo il giudice il via all’assalto sarebbe stato concordato con l’«esplosione di un razzo che aveva la funzione di mettere in moto, se si considera che analoghi strumenti di segnalazione sono stati sequestrati». Tra le armi ritrovate «9 molotov in un borsone, fumogeni, 4 bastoni, sanpietrini, un tubo di metallo» eccetera.

VIOLENZA IN PRIMA FILA
L’arresto di Stefano Conegliaro da Catania avviene al termine di un blitz cominciato con l’assalto alle volanti Beta Como 60 e Volante 30. I poliziotti, circondati, riescono a uscire dalle macchine e fronteggiare i black bloc. Un agente, colpito da una bomba carta, e gli altri da pietre, non arretrano. Anzi. Puntano un ragazzo con uno scaldacollo nero «tra i più violenti del gruppo». Lo bloccano. I riscontri dei filmati fanno il resto, anche se il ragazzo si dichiara «innocente». Per il gip, Conegliaro «era pienamente e direttamente partecipe dell’azione violenta del gruppo tra cui si muoveva in prima fila lanciando pietre col volto travisato ed atteggiamento accorto per sottrarsi alla polizia».

IL SESTETTO IN TRAPPOLA
Giuseppe Ciurelo, Alessandro e Giovanni Venuto, Alessia Catarinozzi, Lorenzo Giuliani e Alessandra Orchi vengono fermati tutti insieme in via Carlo Botta. Ciurleo «portava una maschera antigas e un casco da motociclista e aveva 25 volantini inneggianti alla rivoluzione»; Giovanni Venuto «al momento dell’arresto «lasciava cadere in terra un manico di piccone di circa 80 cm», a uno dei minori Matteo C. «veniva sequestrata con maschera antigas».

LA CORRIDA DI GIOVANNI
C’è arrivato appositamente da Barcellona per esprimere la sua «solidarietà», Giovanni Caputi, che al gip ha ammesso di far parte degli indignati spagnoli. «Però mostra chiaramente - osserva il gip - non disdegnare il ricorso a forme violente considerando che ha ammesso che la foto lo ritrae nell’atto di lanciare contro le forze dell’ordine quello che a suo dire era un “tubo di cartone”...». Da parte sua vi è «piena consapevolezza e partecipazione all’azione del gruppo rivolta contro le forze dell’ordine come dimostra il lancio di sampietrini e di altri oggetti». Alle contestazioni del gip «si è limitato a stringersi nelle spalle». Per i fermati, conclude il gip, la detenzione è «l’unica misura idonea e adeguata alla forte esigenza di tutela dell’intera collettività».




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Le "fotomulte" sono valide anche senza il vigile

La Stampa


Le multe inflitte per il passaggio di un incrocio con il semaforo rosso sono valide anche se non ci sono agenti sul posto. Secondo la Cassazione (sentenza 21605/11) con la normativa introdotta dal decreto legge 151 del 2003, «i documentatori fotografici delle infrazioni commesse alle intersezioni regolate da semaforo, ove omologati e utilizzati nel rispetto delle prescrizioni riguardanti le modalità di installazione e di ripresa delle infrazioni, sono divenuti idonei a funzionare anche in modalità completamente automatica, senza la presenza degli agenti di polizia».

Il Caso


La Suprema Corte ha convalidato una multa di 300 euro inflitta a un'automobilista per avere attraversato a bordo della sua Fiat Punto un incrocio nonostante il semaforo rosso. Il Tribunale di Pistoia aveva già convalidato la multa; la signora ha fatto ricorso in Cassazione, lamentando che la multa era stata inflitta in assenza di agenti. Ma la multa è stata confermata perchè «dalle fotografie prodotte scattate dal comune con apparecchiatura T Red emergeva che il veicolo ebbe ad iniziare l’attraversamento quando il semaforo proiettava la luce rossa, e ciò era confermato dai dati cronometrici registrati dall’apparecchiatura». Inoltre, «nell’ipotesi di attraversamento di un incrocio con il semaforo indicante la luce rossa non è necessaria la presenza degli organi di polizia stradale qualora l’accertamento avvenga mediante rilievo con apposite apparecchiature debitamente
omologate».



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Dai politici alle hostess i troppi amici italiani

Corriere della sera


Le visite al Raìs di premier, ministri, delegazioni. E Sofri ricorda: «Prese uno scarafaggio con le dita del piede»




«Appuntato Gheddafi, aaattenti!». Francesco Cossiga ci rideva su e giurava che nel passato del Raìs ci fosse non solo una mamma che forse era ebrea ma un papà che aveva vestito la divisa dei carabinieri. Il presidente un giorno raccontò di aver portato lui stesso l’amico Muammar a vedere, tra il confine tunisino e Tripoli, «la casermetta di Zuara dove suo padre, sottufficiale dell’Arma, aveva prestato servizio».

Vero? Falso? Certo è che nessuno quanto Gheddafi è stato per gli italiani «il tiranno della porta accanto ». Italiana era la mina che, scoppiata quando era piccolo, gli uccise due cugini e lasciò a lui una cicatrice al braccio. Italiani erano i ventimila coloni che cacciò dal Paese nel luglio del 1970. Italiani i nemici odiati e incolpati di tutti i crimini commessi dai fascisti e dal maresciallo Rodolfo Graziani contro i quali proclamò la «Giornata della vendetta» scegliendo il 24 ottobre, anniversario della strage del 1911 in cui a Sciara Sciat era stato massacrato con particolare ferocia un contingente tricolore. Italiane erano le donne delle Tremiti che, nel periodo in cui l’isola di San Nicola fu usata dal Duce come confino per i patrioti tripolini, avrebbero ceduto al fascino beduino così da spingere il Colonnello a chiedere a Roma un’analisi a tappeto del Dna degli abitanti delle isole per avere la conferma di quanto aveva scritto l’agenzia Jana. E cioè che «avrebbero sangue libico tutti gli abitanti del posto». Tesi provocatoria raccolta da qualche politico tremitese che di tanto in tanto, in polemica con Roma, proclamava di accettare la rivendicazione gheddafiana sulle isole: «Tripoli è meno lontana di Roma!».

Le hostess di Gheddafi

E ancora italiane le hostess che un paio di volte, durante le passerelle romane del dittatore, furono reclutate con annunci surreali: «Cercansi 500 ragazze piacevoli, tra i 18 e i 35 anni, alte almeno un metro e 70, ben vestite ma rigorosamente non in minigonna o scollate». Gettone di presenza: 60 euro. Incarico: accettare il dono di un Corano e ascoltare una omelia del dittatore che nel novembre del 2009 donò alle fanciulle, una delle quali uscì dal consesso rivelando ai giornalisti d’essere istantaneamente diventata maomettana («che, m’a fate ’na foto? »), indimenticabili chicche come questa: «Gesù non fu crocefisso: crocefissero al suo posto uno che gli somigliava».

E non c’era semestre in cui il Colonnello non ricevesse la visita di un premier di destra o di sinistra, un ministro, un sottosegretario, o una delegazione o un giornalista. Come Oriana Fallaci, che a metà degli anni Ottanta, dopo tre ore e mezzo di attesa a Bab el Azizia davanti a una «biblioteca tappezzata principalmente di "Who’s who"» piantò una grana delle sue per «fare la pipì» e si ritrovò con «un cerchio di kalashnikov puntati contro lo stomaco» e si vendicò scrivendo peste e corna («oltre ad essere un tiranno è un gran villanzone» dalle «labbra maligne e portate al sorrisino compiaciuto, di chi è molto soddisfatto di sé perché oltre a sapersi importante, potente, si crede anche bello») di quell’ospite bollato nei suoi ricordi come «senz’altro il più cretino di tutti».

Per non dire del racconto di Ilaria D’Amico che, a dispetto della bellezza mediterranea, fu fatta aspettare per cinque ore e infine accolta tra dense nuvole d’incenso che forse sarebbero piaciute a Salomè ma costrinsero lei, allergica, a fuggire in cerca d’aria tra le risate delle guardie del corpo. O del meraviglioso ricordo conservato da Adriano Sofri, lui pure ospite anni fa con una delegazione: «Solo una volta Gheddafi, sotto la tenda di Bab-el-Azizia, fu all’altezza del desiderio di esotismo desertico dei viaggiatori nordici: successe che, mentre parlava, uno scarafaggio venne fuori dalla sabbia e avanzò lentamente ma sicuramente lungo il tappeto verso la sua scrivania.

Quando fu arrivato alla sua portata, Gheddafi tolse un piede dallo zoccolo in cui era infilato, afferrò con le dita del piede l’animaletto, senza neanche abbassare gli occhi, e lo gettò da una parte, dove poté tornare a insabbiarsi». Un’immagine che mesi fa, mentre infuriava la guerra, Sofri rievocò auspicando che anche al Raìs fosse riservato un destino simile. Una rimozione non cruenta. Perché si seppellisse nella sabbia. Fatto sta che per anni e anni, dall’acquisto delle quote Fiat nel periodo più duro della casa torinese all’irruzione del figlio Saadi, capricciosamente deciso a giocare a calcio (a sue spese) nel «campionato più bello del mondo» dopo essere stato attaccante, capitano e presidente della squadra Al Ittihad, Muammar e i suoi viziatissimi figli sono stati una presenza fissa nella nostra vita.

Al punto che, ricordò un giorno Filippo Ceccarelli, «si è autocandidato al Quirinale, ha offerto di salvare Venezia, si è proposto di pagare gli avvocati ad Andreotti e di acquistare le quote latte per far cessare le proteste degli allevatori». Senza dimenticare la distribuzione di migliaia di videocassette con l’edizione integrale del suo «Libretto verde». E la stralunata lezione di «democrazia» alla Sapienza di Roma dove, dopo avere fatto aspettare per ore tutti i convenuti, spiegò indifferente a ogni etimologia greca, tra i salamelecchi del rettore Luigi Frati, che «la democrazia è una parola araba che è stata letta in latino.

Demos in arabo vuol dire popolo e crazi vuol dire sedia. Cioè il popolo si vuole sedere sulle sedie». Spiegò la sua idea, davanti ad un mucchio di autorità in muto ma sorridente imbarazzo, anche in Campidoglio: «Il partitismo è un aborto della democrazia. Se me lo chiedesse il popolo italiano io gli darei il potere. Annullerei i partiti, affinché il popolo possa prendere il loro posto.

Non ci sarebbero più elezioni e si verificherebbe l’unità di tutti gli italiani. Non ci sarebbe più destra e sinistra. Il popolo eserciterebbe il potere direttamente ». E aggiunse ridendo: «Non c’è nulla in contrario se l’amico Berlusconi si presentasse per diventare il presidente del governo libico. Il popolo libico sicuramente ne trarrebbe vantaggio. Potrebbe trasferire delle fabbriche e aziende agricole così la Libia diventerebbe industriale. Io non potrei offrire industrie come il mio amico Berlusconi: noi abbiamo il gas e il petrolio e garantiremmo il continuo flusso verso l’Italia». Insomma, una joint venture: Muammar Berlusconi e Silvio Gheddafi.

Del resto, il Colonnello l’aveva detto già nel 1994: «Io e lui siamo fatti per intenderci, in quanto rivoluzionari. Prevedo per lui grandi successi nella gestione dello Stato, così com’è stato nella gestione del Milan. La sua personalità è apparsa all’orizzonte cambiando tutto da cima a fondo». Il Cavaliere sorrideva. Lasciandosi immortalare impettito con l’amico in mezzo ai cavalli berberi. Su giganteschi manifesti incollati su tutti i muri tripolitani.

Perfino in un francobollo celebrativo della rivoluzione. Fino al celebre bacio della mano che sarebbe finito su tutti i telegiornali del pianeta, da Santiago del Cile all’isola di Hokkaido. Uno slancio così compromettente (una sviolinata tra le tante: «Gheddafi è un grande amico mio e dell’Italia. È il leader della libertà») da costringerlo successivamente a una rara autocritica: «Ho un forte carattere guascone, che qualche volta mi porta in modo spontaneo a comportamenti non strettamente conformi alla forma».

E poi c’erano i figli che affittavano ville megagalattiche in costa Smeralda e spendevano diecimila euro a sera a Cala di volpe e si sistemavano nei dintorni di Udine a villa Miotti di Tricesimo al modico canone di 13 mila euro al mese e spalancavano buchi clamorosi negli alberghi più di lusso lasciando detto al portiere «fatevi pagare dall’ambasciata». Fino ai capricci più assurdi, come l’ordinazione alla «Tesco Ts» di Torino, specializzata in fuoriserie, di un’auto disegnata da lui medesimo, Muammar, chiamata «The Rocket», il razzo.

Grati di tanto onore, i costruttori descrissero i due prototipi con parole di ossequio e le lettere maiuscole al posto giusto: «Durante la realizzazione di questa macchina, l’équipe tecnica di Tesco TS ha seguito alla lettera le idee del designer, il Leader, per produrre la vettura perfetta secondo la sua visione». Perfetta in che senso? Una fuoriserie deve essere una fuoriserie.

Non bastavano le leghe ultraleggere e i materiali avveniristici. Marmo: le rifiniture dovevano essere di marmo! Tutte cose che hanno contribuito, probabilmente, all’agghiacciante scempio compiuto ieri sul suo corpo. Una fine che, nella sua arroganza, il Colonnello aveva però messo nel conto. O almeno così pare a rileggere quelle parole scritte dal tiranno stesso nel racconto «Fuga all’inferno e altre storie» del 1990 edito in Italia da manifestoLibri: «Amo le masse e le temo, proprio come amo e temo il mio stesso padre. Nel momento della gioia, di quanta devozione sono capaci! E come abbracciano alcuni dei loro figli! Hanno sostenuto Annibale, Pericle, Savonarola, Danton, Robespierre, Mussolini, Nixon e quanta crudeltà hanno poi dimostrato nel momento dell’ira».



21 ottobre 2011 08:18



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In Svizzera gli statali modello, pochi ma buoni

Il Giorno


Gli impiegati pubblici sono la metà di quelli della Lombardia

Un abitante su 23 in Lombardia lavora nel pubblico impiego, mentre nella vicina Confederazione elvetica il rapporto è di 1 su 47

Dipendenti pubblici: Lombardia vs Svizzera più i dati delle singole province


Milano, 20 ottobre 2011

La Svizzera è lontanissima. Anche se vista dalla Lombardia. Decisamente più vicina alle province lombarde è la Gran Bretagna. Questa la geografia quando si parla di pubblico impiego tenendo Milano come epicentro. Largo ai numeri, per capirsi. In Lombardia i dipendenti pubblici sono in tutto 414.805. La popolazione, secondo l’ultimo censimento, ammonta a 9.545.441 residenti. Tradotto: in Lombardia un abitante su 23 lavora nel pubblico impiego. Che succede altrove?

Tra i Paesi europei di prima fascia, quelli più sviluppati, svetta la Svizzera. Qui il pubblico impiego è diviso tra dipendenti federali e dipendenti cantonali. I primi ammontano a 34.883 unità: un dipendente federale ogni 200 abitanti, un rapporto che esprime senza bisogno di troppe spiegazioni la leggerezza dello Stato centrale svizzero. Ai federali vanno però aggiunti, come detto, i cantonali. Che solo nel Canton Ticino sono 6.521 a fronte di 304 mila abitanti. Fatti i conti del caso, Cantone dopo Cantone, si conclude che in Svizzera lavora nel pubblico impiego un abitante su 47. In sostanza, la probabilità di imbattersi in un dipendente pubblico svizzero del 50 per cento inferiore rispetto alla probabilita di imbattersi in un dipendente pubblico lombardo.

Dopo la Svizzera e ancora prima della Lombardia, ecco il Regno Unito. In questo caso il rapporto è di un dipendente pubblico ogni 29 abitanti. La popolazione britannica ammonta infatti a 60.700.000 residenti e il pubblico impiego dà lavoro a 2.075.000 persone. Ma attenzione: tolte Svizzera e Gran Bretagna, la Lombardia non ha da prendere lezioni da nessuno. I numeri si fanno consolanti se i guarda in casa nostra: la media italiana è infatti di un dipendente pubblico ogni 18 abitanti. Nel Belpaese il pubblico impiego è esercito che conta 3.400.000 unità. La Lombardia è nettamente davanti a Francia (un dipendente pubblico ogni 12.5 abitanti), Olanda (un dipendente pubblico ogni 16.5 abitanti) e Germania (un dipendente pubblico ogni 18.2 abitanti). Come si divide il pubblico impiego lombardo? Prima la spartizione capoluogo per capoluogo.

La voce grossa dell’elenco è la provincia di Milano, con i suoi 197.111 occupati. Solo a Palazzo Marino sono 15.680. A Palazzo Isimbardi 1.625, a Palazzo Lombardia 3.129. Seguono la provincia di Brescia con 48.062 lavoratori nel pubblico impiego e di Bergamo con 35.643 occupati. Quindi la divisione settore per settore. Il 37.3 per cento dei dipendenti pubblici lombardi è impiegato nella scuola: 154.612 lavoratori su 414.805. Il 24.7 per cento è impiegato nella sanità: 102.569 lavoratori. Il 18.4 per cento è impiegato in Regione o negli enti locali: 76.237 lavoratori. Il 7.9 per cento è impiegato nei Corpi di polizia: 33.009 lavoratori. Nelle Università lavora il 3.15 per cento del pubblico impiego lombardo, 13.044 persone. Infine, i 1.125 magistrati fanno lo 0.3 per cento dei dipendenti pubblici lombardi.




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Obiezione di coscienza tutto cominciò con un film

La Stampa

Cinquant’anni fa la battaglia trasversale per "Non uccidere" pellicola antimilitarista di Autant-Lara vietata dalla censura



Laurent Terzieff in una scena di "Non uccidere", il film di Claude Autant-Lara presentato alla Mostra di Venezia del 1961 e subito bloccato dalla censura


ALBERTO PAPUZZI
Cinquant’anni fa, la sera del 20 ottobre 1961, via Quattro Fontane a Roma era chiusa al traffico e paralizzata da una manifestazione di protesta, come allora non si vedeva di frequente. Tra chi manifestava c’erano i volti di personaggi noti: leader politici come il socialista Riccardo Lombardi, il filosofo marxista Galvano Della Volpe, l’archeologo e storico Ranuccio Bianchi Bandinelli, intellettuali militanti tra i quali si riconoscevano Carlo Levi e Pier Paolo Pasolini, scrittori quali Carlo Bernari e Raffaele La Capria, i registi cinematografici Mario Camerini e Francesco Rosi, e diversi attori: Anna Magnani, Gina Lollobrigida, Sandra Milo, Elsa Martinelli, Alberto Sordi, Ugo Tognazzi.

Ma qual era l’oggetto della protesta? Il divieto della questura alla proiezione del film Tu ne tueras point (in Italia Non uccidere ) del regista francese Claude Autant-Lara, organizzata dalla Comunità europea degli scrittori appunto al cinema Quattro Fontane. La questura accampava gravi motivi di ordine pubblico, in realtà il divieto dipendeva dal fatto che il film raccontava la storia di due obiettori di coscienza. Era un’opera dichiaratamente antimilitarista, in un’epoca in cui il servizio di leva era obbligatorio e l’obiezione di coscienza non era riconosciuta. Ma proprio il caso creato dal film innescò la miccia che portò alla deflagrazione della tradizione militarista e pose le premesse per varare una legge che riconoscesse il diritto di non indossare la divisa e di non imbracciare armi.

Autant-Lara (scomparso nel 2000) era un prolifico cineasta francese che aveva già fatto scandalo con la versione cinematografica del romanzo Il diavolo in corpo di Raymond Radiguet. Aveva in testa Tu ne tueras point fin dal 1949, quando l’occhio gli era caduto su un caso di cronaca che riguardava un seminarista processato nel dopoguerra perché era stato costretto a sparare su un partigiano francese. Ma per una decina d’anni nessun produttore aveva accettato il suo progetto, finché alla fine degli Anni Cinquanta incontrò la fiducia dell’italiano Moris Ergas, che dovette però girare il film in Jugoslavia con capitali trovati nel Lichtenstein. Come attore principale si scelse Laurent Terzieff, un giovane e seducente francese che aveva esordito in Peccatori in blue jeans del grande Marcel Carné.

La storia narrava di due giovani che diventano amici in un carcere militare: uno vi è rinchiuso perché rifiuta la divisa in nome del Vangelo, l’altro è il seminarista che ha dovuto fucilare un partigiano. Alla fine il primo sarà condannato e il secondo assolto. Presentata alla Mostra di Venezia, la pellicola provocò polemiche, spaccando la giuria. Subito dopo, non ottenne il visto della commissione di censura, con la motivazione che istigava a compiere un reato. Una visione privata riservata ai politici non ottenne risultati. Vani gli appelli, tra cui un’interpellanza di Sandro Pertini. Il film sembrava destinato all’oblio, i distributori cinematografici non volendo rischiare, quando ci fu un colpo di scena.

Il 18 novembre 1961, Giorgio La Pira, cattolico e democristiano, amico di Dossetti e sindaco di Firenze, fece proiettare il film di fronte a giornalisti e intellettuali, in barba a tutti i divieti. Questo gesto di trasgressione avviò la svolta che fece di Non uccidere la culla italiana dell’obiezione di coscienza.

A quei tempi non era strano che un film avesse guai con la censura. Sospensioni, sequestri e tagli erano stati subiti da opere come All’Ovest niente di nuovo di Milestone o Rocco e i suoi fratelli di Visconti. Orizzonti di gloria , capolavoro di Kubrick uscito nel 1957, dovette attendere il 1975 per essere proiettato in Francia.

Ma nella vicenda di Non uccidere non entrava semplicemente in gioco l’antimilitarismo. Dietro il film e la sua censura c’era un enorme tema culturale, politico e sociale: il riconoscimento o meno dell’obiezione di coscienza. Nel 1949 era stato condannato il primo obiettore non cattolico, Pietro Pinna. Quindi toccò ai Testimoni di Geova. Ma il caso esplosivo fu la condanna a sei mesi del primo obiettore cattolico, Giuseppe Gozzini, un giovane di Cinesello Balsamo, amico di padre Turoldo.

Alla metà degli Anni Sessanta si processano don Milani, il parroco di Barbiana, e un altro prete fiorentino impegnato, Ernesto Balducci. Milani aveva scritto una lettera aperta ai cappellani militari della Toscana in congedo, che avevano parlato di «insulto alla patria» e «espressione di viltà». Erano i semi del movimento che avrebbe ottenuto il riconoscimento dell’obiezione (legge n. 722 del 15/12/1972), anche se solo per motivi di fede. Ci vorranno trent’anni di riforme ma la svolta storica era avvenuta.




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Sinistri. Gli irregolari sul tram e feste per i trans. A Milano Bersani % co fanno le prove generali

Libero




Milano da pazzi. Prima la proposta di Sel: tessere per i mezzi pubblici agli immigrati senza documenti. In più: se disoccupati, per viaggiare non dovranno nemmeno pagare. Quindi la nuova uscita del sindaco Giuliano Pisapia, la cui giunta trova 2.500 euro per finanziare la mostra sui trans nonostante le casse del Comune siano al verde. Considerando anche le aperture all'islam e alle moschee, facile pernsare che la sinistra sotto la Madonnina stia facendo le prove generali per l'eventuale presa di Palazzo Chigi.

Aiutare i deboli, senza se e senza ma. Che poi se ai milanesi con figli non si trova un centesimo per scontare i biglietti del tram, quella è colpa del governo e stop. Ma le fasce sociali in vera difficoltà, gli emarginati, gli esclusi a Giuliano e ai suoi vanno a genio eccome. Soprattutto se clandestini - tanto da regalargli i trasporti gratis, come da ultima proposta che sarà discussa in Consiglio -, o omosessuali (vedi il primo patrocinio del Comune dato dal neo sindaco appena insediato), e - ultimi in ordine di tempo - i transessuali. O meglio i transgender, che altrimenti Luxuria si indigna e parla di “orribile semplificazione sessista”.

La proposta arriva dal Consiglio di Zona 2, passato come quasi tutti sotto l’egida della “marea” arancione, sponda Pd, partito in cui milita il presidente Mario Villa. In pratica si tratta di stanziare la cifra di 2.550 euro per realizzare una mostra in occasione del Transgender day of Remembrance, che cade il 20 novembre. Una ricorrenza molto sentita nel mondo gay e lesbo e che ricorda le vittime di violenza dovute alle discriminazioni sessuali. Nobilissima causa, certo, ma che ai cittadini della Zona 2 serva addirittura una mostra «volta a favorire la sensibilizzazione e l’informazione in considerazione dell’interesse dell’argomento trattato a del suo alto valore sociale», pare un po’ troppo.

E la pensa così tutto il gruppo consiliare della Lega Nord, che ha denunciato lo stanziamento di fondi assieme «ad altre iniziative che mettono in evidenza le reali priorità della giunta Pisapia», secondo le parole del consigliere Alessandro Morelli. «L’iniziativa curiosamente - ha spiegato Morelli - non è figlia della richiesta di nessuna associazione particolare», e dunque solo della solerzia e della sensibilità del presidente di zona. «Per questo ho intenzione di chiedere un’interrogazione per vederci chiaro», ha spiegato Morelli, che ha messo in fila una serie di provvedimenti che dell’obiettivo “priorità ai milanesi” hanno ben poco.

Dalla casa al cavalcavia Bacula in zona 8 «che non si capisce come è stata data ai rom invece che ai milanesi», a un corso di arabo realizzato sempre in zona 8.
E tornano alla memoria numerosi exploit della giunta arancione: dal già citato patrocinio al gay pride, con tanto di sostanzioso sconto sulle tasse per l’uso del suolo pubblico, alle indecisioni e tentennamenti attorno alla visita del Papa la prossima primavera per l’incontro mondiale delle famiglie.

di Edoardo Cavadini

21/10/2011




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Il genio degli italiani in 150 grandi idee

La Stampa

Dalla Vespa all'ombrello, dalla caffettiera all'aliscafo In un libro i retroscena dei brevetti che hanno fatto storia




1949 Il primo esemplare della Vespa fu realizzata da Corradino D’Ascanio per la Piaggio di Pontedera


JACOPO IACOBONI
TORINO

La Vespa, la caffettiera Bialetti, la Cinquecento, lo sappiamo; la lampada Parentesi di Castiglioni, la macchina da scrivere Olivetti, certo. Ma anche cose ignote e decisive come l’ombrello, il forno da cottura o, scusate, la nervatura che rende possibile la costruzione delle scarpe da donna con i tacchi alti (do you know Manolo Blahnik?). Senza quella non sarebbero esistite le dive hollywoodiane, e oggi non potremmo guardare, sgomenti, il décolleté smagrito di Demi Moore, sogno erotico di migliaia di adolescenti Anni Ottanta.

Nel «Seminario IV» Jacques Lacan spiega che gli oggetti - reali o simbolici - sono in strettissimo rapporto con due concetti, narcisismo e castrazione. Attraverso gli oggetti celebriamo, in forme a volte parossistiche, un’immagine di noi stessi, ma esprimiamo anche ciò che ci è stato tolto, una mancanza, quindi un desiderio, legati ai nostri anni più piccoli. Sarebbe discorso lungo, e magari Lacan ha torto, ma non può non venire in mente passando in rassegna gli oggetti grandiosi prodotti in 150 anni da quello che, con retorica da rivedere, si suole chiamare «il genio italiano».

Cos’è, più precisamente, il «genio italiano», se non forse la capacità di truccare delle carte, sparigliare, e aprire altri giochi? In un libro appena uscito, Vittorio Marchis, professore di Storia dell’industria italiana al Politecnico, racconta «150 (anni di) invenzioni italiane» (Codice edizioni), cose che effettivamente hanno a che fare con la proiezione della nostra immagine di italiani, i desideri, i consumi, le ambizioni realizzate e frustrate, il ciò che siamo e quello che, a cavallo del secolo, eravamo. Guardiamo queste «cose» e constatiamo che non sono, appunto, cose, ma «oggetti», cioè relazioni. Parlano di noi.

Ognuna ha dietro di sé vicende fantasmagoriche, al limite dell’incredibile. A volte, come suggerisce Marchis, «il nostro genio consiste nella proiezione adulta di una capacità di gioco quasi infantile», per questo siamo così propensi a costruire oggetti semplici, a volte giocattoli. Tra gli inventori ci sono sì premi Nobel come Fermi e Marconi, ma soprattutto oscuri operai, soldati, ingegneri, profughi, fuggitivi, imboscati. Siamo davvero questo, ammesso che siamo un popolo.

L’inventore dell’ombrello, per dire, era Giovanni Gilardini, semplice lavoratore del Verbano arrivato negli Anni Quaranta dell’Ottocento a Torino. Capì che l’abbigliamento poteva passare dalla semplice cucitura a mano alla standardizzazione. Divenne il fornitore principale di calzature per alpini e vestiario per l’esercito italiano nella Grande Guerra. Se avete presente Monicelli, ecco, dietro c’è Gilardini.

Enrico Forlanini, nato dalla borghesia intellettuale milanese, nel 1912 inventò l’«idrottero», base dei moderni aliscafi: era partito producendo dirigibili, se oggi andiamo velocemente al mare sulle isole lo dobbiamo a lui. Salvatore Ferragamo era un calzolaio avellinese che ebbe la pensata di applicare elementi di scienza delle costruzioni alle scarpe da donne: è stato lui a inventare l’elemento irrigidente per le scarpe da donne, nel ‘23 si spostò a Hollywood, aprì il «Boot Shop» e si fece calzolaio delle stelle. Ma abbiamo anche inventato il missile giocattolo con l’apertura automatica, che tanti di noi ha fatto felici, bambini, e stupirà anche i nostri figli: bene, Alessandro Quercetti, che lo brevettò, era un ex pilota di guerra. Scopriamo, o ricordiamo, che la macchina del film «Ritorno al futuro» - quella che si apre quasi con le ali è di Giugiaro.

Sarebbe stato facile, pensando agli «oggetti italiani», fermarsi al design industriale vanto del Moma, la sedia di Cassina, le cose di Sottsass, le lampade di Castiglioni, i maestri dello stile Munari e Giò Ponti. Ma siamo stati molto di più, bambini, narcisisti, geniali, esperti nel desiderare, sempre aperti all’innovazione, e questo è il nostro autoritratto.


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Manifestanti «gnocche». Ed è polemica

Corriere della sera

Un blog esalta l'aspetto fisico delle partecipanti alle manifestazioni a Wall Street, insorgono le femministe



Una delle manifestanti affascinanti che hanno preso parte alle proteste di Occupy Wall Street
Una delle manifestanti affascinanti che hanno preso parte alle proteste di Occupy Wall Street
MILANO - Dai suoi autori è stato presentato come «il lato sexy della contestazione», ma in poche ore è riuscito a scatenare grandi polemiche in rete. «Hot chicks of Occupy Wall Street» (le ragazze sexy di Occupy Wall Street) è un blog creato recentemente da Steven Greenstreet e Brandon Bloch, due filmaker americani che hanno immortalato attraverso foto e video le più belle giovani che partecipano alla protesta contro la grande finanza a New York. Sebbene la maggior parte degli utenti abbia apprezzato l'idea, diversi magazine e siti web femministi hanno condannato l'iniziativa giudicandola sessista e offensiva verso il gentil sesso.

CONTESTAZIONE - Tutto è cominciato con un video postato in rete e dedicato alle sensuali ragazze che partecipano alla protesta. Come ha raccontato l'autore Steven Greenstreet, l'idea iniziale era goliardica, ma quando «siamo arrivati a Zuccoti Park (il parco diventato quartier generale del movimento ndr) tutto è cambiato». Il regista afferma di aver sentito nell'aria un'energia vibrante, un calore di comunità e di famiglia, delle voci appassionate e piene di speranze: «Mi è venuta voglia di fare i bagagli e montare una tenda a Wall Street» ha scritto l'autore del video.

Belle e indignate

Dopo aver postato decine di foto di belle ragazze sul blog, Greenstreet e il suo collega Bloch hanno sottolineato che la presenza di tante belle ragazze nel movimento è un motivo in più per unirsi alla lotta e partecipare alla contestazione. Alcune giovani presenti nel video sembrano sinceramente entusiaste dell’iniziativa. E’ il caso di Dania, una delle prime ragazze a comparire nel video: «Grazie Steve per aver catturato il lato femminile della contestazione e sappi che non mi dà fastidio se mi hai definito una ragazza sensuale. Anzi lo trovo divertente e mi piace un sacco».


ATTACCHI - Il primo attacco al blog è stato lanciato da Jezebel.com, il sito web dell'omonimo magazine femminile statunitense che ha usato parole di fuoco contro i due autori, definiti «ragazzetti arrapati» che strumentalizzano la figura femminile riducendola a mero oggetto sessuale: «Siamo certe che i creatori del video e del blog definendo le ragazze sensuali, pensano di fare un complimento alle giovani che sono scese in piazza - scrive piccata l'autrice dell'articolo postato sul sito web -. Le ragazze che hanno scelto di protestare non lo fanno per dimostrare di essere belle. Sono lì per cambiare le menti delle persone. E se non si riesce a comprendere il loro messaggio perché si è troppo distratti dai loro impeccabili zigomi non è un vantaggio per il movimento; è solo un fastidio».

REALITY SHOW - Altri siti web femministi hanno lanciato simili accuse al blog, mentre c'è chi già pensa di creare un business sfruttando la sensualità delle ragazze di Occupy Wall Street. Come racconta il New York Observer il canale televisivo Mtv sta organizzando «Real World 27» un reality show al quale dovrebbero partecipare le belle ribelli di Wall Street: «Avete tra i 20 e i 24 anni, siete carine e state partecipando a Occupy Wall Street - recita un annuncio recentemente pubblicato su Craigslist - Real World 27 vi aspetta!».

Francesco Tortora
20 ottobre 2011 17:56

Jobs rifiutò per 9 mesi di farsi operare»

Corriere della sera

Una biografia svela nuovi dettagli sulla malattia del genio Apple, scomparso per un cancro al pancreas


MILANO - Steve Jobs, il genio della Apple scomparso lo scorso 5 ottobre, rifiutò per nove mesi l'intervento chirurgico che, forse, avrebbe potuto salvargli la vita. Scelse piuttosto di curare il suo tumore al pancreas con la medicina alternativa, ignorando le proteste della sua famiglia. E quando alla fine decise di lasciarsi operare, era troppo tardi. A rivelarlo è Walter Isaacson, nel corso di un'intervista alla Cbs in cui presenta la biografia di Jobs (a sinistra, la copertina), in uscita il 24 ottobre, tratta da una serie di interviste con lo stesso fondatore della Apple. «Ha provato con la dieta, ha provato con gli spiritualisti e il macrobiotico» prima di essere operato, testimonia l'autore del libro. Lo stesso Jobs gli aveva commissionato di scriverlo, per aiutare i suoi figli a conoscerlo meglio.


DIETE E BULLISMO- La biografia scoperchia anche altri dettagli della vita di Jobs, morto a 56 anni. Dal fatto che fu vittima di bullismo ai tempi della scuola alle varie diete non convenzionali con cui tentò di dimagrire da adolescente, fino alle tensioni con Eric Schmidt (ex Apple, ora amministratore delegato di Google) quando il gruppo di Mountain View lanciò gli smartphone con Android. Infine, i gusti musicali e la fede: i Beatles furono il suo gruppo preferito mentre decise di non andare più in Chiesa quando vide i bambini che muoiono di fame sulla copertina di «Life Magazine».

Redazione Online
21 ottobre 2011 12:11

Papa, nuova bufera con gli ebrei Vescovo lefebvriano li accusa di deicidio

Il Messaggero


CITTA' DEL VATICANO - Nuove tempeste in vista col mondo ebraico che chiede a Benedetto XVI di rinunciare ad accogliere i lefebvriani. O noi, o loro. A minare il dialogo e guastare i rapporti con l'ebraismo ci ha pensato ancora una volta il vescovo ultra tradizionalista, Richard Williamson, uno dei quattro vescovi lefebvriani ai quali è stata tolta la scomunica nonostante le sue idee negazioniste sull'Olocausto.

Stavolta a sollevare il putiferio è stata l'ennesima presa di posizione politicamente scorretta del prelato inglese: gli Ebrei sono responsabili di deicidio, sono loro ad avere ucciso nostro Signore Gesù Cristo. Sbaglia chi dice il contrario. Monsignor Williamson in un libro apparso in questi giorni in Gran Bretagna «relativo alla problematica del rifiuto del Messia da parte degli Ebrei antichi e moderni» se la prende anche con Benedetto XVI per avere affermato nel suo secondo volume sulla vita di Gesù, pubblicato alcuni mesi fa, che «gli Ebrei non devono più essere ritenuti responsabili di deicidio, cioè dell'uccisione di Dio. Peggio - scrive il vescovo lefebvriano - il 17 maggio, il Direttore esecutivo del Segretariato per il dialogo ecumenico e gli affari interreligiosi della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti, ha detto che nessuno può accusare gli Ebrei di deicidio in nessun momento storico, senza ricadere nell'esclusione dalla comunione con la Chiesa cattolica».

L'opinione di Williamson (e con lui quella di molti lefebvriani) è di bel altro segno. «L'uccisione di Gesù fu un vero "deicidio", cioè l'uccisione di Dio, perché Gesù era una delle tre Persone divine che in aggiunta alla sua natura divina assunse una natura umana». E spiega: «Quale di esse è stata uccisa sulla Croce? Solo la natura umana. Ma chi è stato ucciso sulla Croce nella sua natura umana? Nessun altro che la seconda Persona divina, cioè Dio».

Ma la lettura anticonciliare di Williamson, ampiamente condivisa all'interno della Comunità di San Pio X, non si ferma qui. Le responsabilità di Ponzio Pilato sarebbero limitate, infatti il «gentile più coinvolto, Pilato, non avrebbe mai condannato a morte Gesù se i capi degli Ebrei non avessero incitato il popolo ebraico a reclamare la sua crocifissione». Sicché solo gli «Ebrei (capi e popolo) furono i principali agenti del deicidio, poiché dai Vangeli è evidente». Poi cita San Tommaso d'Aquino e Leone XIII che «considerava che ci fosse una reale solidarietà tra gli Ebrei che reclamarono l'uccisione di Gesù e la collettività ebraica dei tempi moderni». Monsignor Williamson rivolge solo una domanda a Papa Ratzinger: «Come mai il Papa può perdere verità tanto antiche?».

A stretto giro dalla presa di posizione di Williamson, dal mondo ebraico sono partite dirette in Vaticano richieste relative a una presa di distanza. Il Congresso ebraico mondiale ma anche alcuni rabbini inglesi e francesi hanno fatto arrivare al Papa il proprio sdegno. L'accusa di deicidio finisce per alimentare la mala pianta dell'antisemitismo.

In una dichiarazione il rabbino Pinchas Goldschmidt si è appellato a Papa Ratzinger sottolineando che «non dovrebbe esserci nessun tentativo di conciliazione con chi semina il mondo con parole di odio». Il riferimento è ai negoziati in corso tra il Vaticano e la Società San Pio X per cancellare lo scisma provocato da monsignor Lefebvre. «Noi ci appelliamo alla Chiesa cattolica affinché sospenda ogni negoziato con degli estremisti, la cui tendenza è di continuare a coltivare al proprio interno il seme dell'antisemitismo».

Giovedì 20 Ottobre 2011 - 14:49    Ultimo aggiornamento: 15:25




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Roma , corteo Fiom verso piazza del Popolo

Quotidiano.net

Vendola aggredito: "I Black bloc sono eroi, hai capito?"


Il segretario generale della Fiom: "Ed e’ davanti agli occhi di tutti che l'ad della Fiat gli investimenti li sta facendo da un’altra parte". Un 50enne a margine della manifestazione si scaglia contro il presidente della Regione Puglia: "Pezzo di m..., quei ragazzi non sono barbari"

Roma, 21 ottobre 2011

L’atteggiamento de l’a.d. di Fiat, Sergio Marchionne, che non ha voluto svelare i piani del Lingotto “rafforzano le ragioni dello sciopero di oggi”. Lo ha detto il segretario generale della Fiom, Maurizio Landini, conversando con i cronisti poco prima della partenza del corteo delle tute blu che da piazza Brasile sfilera’ per i viali di Villa Borghese per raggiungere piazza del Popolo dove in tarda mattinata si terranno i comizi dello stesso Landini e della segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso. “L’adesione allo sciopero - ha aggiunto Landini - sta andando bene”.

Il corteo dei metalmeccanici di Fiat e della Fincantieri e’ composto da circa un migliaio di persone e si sta mettendo in marcia in questi minuti. Sulla terrazza del Pincio e lungo la discesa che porta a piazza del Popolo sono schierate alcune decine di Carabinieri mentre gli accessi alla piazza sono sorvegliati da un centinaio di agenti della Polizia.

“Il lavoro e’ un bene comune. Da Pomigliano a Mirafiori difendiamo ovunque contratto e diritti. E’ quanto si legge sullo striscione che apre il corteo dei lavoratori della Fiat che partecipano alla manifestazione organizzata dalla Fiom a Roma. I manifestanti stanno sfilando lungo i viali di villa Borghese per raggiungere piazza del Popolo. Su una grande vignetta Sergio Marchionne, ad del Lingotto, e’ ritratto come un bandito: “Mani in alto! O il lavoro o i diritti”, ‘intima’ ai lavoratori.

“In Piazza del Popolo dobbiamo pur arrivarci, non possiamo mica volare”. Lo dice Maurizio Mandini, leader della Fiom, che sta guidando il corteo dei metalmeccanici della Fiat, della componentistica e di Fincantieri verso Piazza del Popolo. La manifestazione indetta contro il Lingotto e’ autorizzata solo per piazza del Popolo.

I lavoratori si sono dati appuntamento a porta Pinciana e da li sono scesi lungo i viali di villa Borghese fino a piazzale Flaminio, da dove entreranno in piazza. Il corteo e’ assolutamente pacifico. “E’ la dimostrazione - aggiunge Landini - che le cose si possono fare in modo democratico e pacifico per difendere il lavoro e i diritti”. Ora i manifestanti, poco meno di duemila, stanno attraversando piazzale Flaminio. Il traffico sul Muro Torto e’ bloccato.

“Occorre che Marchionne accetti di discuterte il piano, che si impegni davvero a fare gli investimenti che ha annunciato e che tenga aperti gli stabilimenti”. Lo dice Maurizio Landini, leader della Fiom, alla testa del corteo dei lavoratori della Fiat che e’ arrivato in piazza del Popolo.
“Sta succedendo esattamente l’opposto - aggiunge -.

Trovo folle che nel nostro Paese non ci sia nessuno, non dico la Fiom, ma nemmeno i sindacati che hanno firmato o il governo, che sappia esattamente cosa vuole fare Marchionne. Ed e’ davanti agli occhi di tutti - conclude - che gli investimenti li sta facendo da un’altra parte, che la cassa integrazione aumenta e che c’e’ il rischio di chiusura degli stabilimenti”.

VENDOLA AGGREDITO, ‘PEZZO DI M... BLACK BLOC SONO EROI’ - “Pezzo di merda. Quelli di sabato non sono barbari, hai capito?”. A margine della manifestazione Fiom di piazza del Popolo, un isolato ‘manifestante’ affronta a muso duro il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola e leader di Sinistra e Liberta’. Accade davanti al bar Canova, mentre Vendola sta lasciando la piazza affollata da migliaia di lavoratori.

Un uomo dall’apparente eta’ di una cinquantina d’anni, capelli bianchi, borsa a tracolla, giubbotto anti vento, gli si fa incontro e gli rinfaccia le parole con cui Vendola ha condannato gli incidenti provocati dai black bloc nella manifestazione di sabato scorso. Il cronista della Dire assiste alla scena. “Non ti devi permettere di dire che quelli di sabato erano barbari, hai capito?”, intima lo sconosciuto a Vendola che rimane spiazzato.

“Perche’ quello che ci fanno a noi e’ giusto? Pezzo di merda, quei ragazzi non sono barbari, urla il ‘manifestante’ mentre si scaglia contro il presidente della Puglia. Riesce a spingerlo e vorrebbe andare oltre se non intervenisse prontamente il servizio di scorta di Vendola.

Il leader di Sel, visibilmente scosso, si allontana di pochi passi, non vuole segnalare l’accaduto alle forze dell’ordine. Si ferma pochi passi piu’ in la’ a prendere fiato. Vicino a lui ci sono il portavoce Paolo Fedeli, il fidato Ciccio Ferrara.

All’Agenzia Dire, il leader di Sel commenta: “Come hai visto quello non e’ un manifestante. Sta fuori, si tiene ai margini della piazza, loro sono cosi’, sono degli speculatori, dei parassiti, degli sciacalli. Oggi i lavoratori chiedono risposte e lo fanno in modo pacifico- dice Vendola- e noi siamo con loro. Questi invece vogliono la guerra, hanno in testa la guerra e noi non dobbiamo rispondergli con leggi eccezionali, la risposta migliore e’ la democrazia, dare la possibilita’ ai lavoratori, ai giovani, ai disoccupati di esprimersi, come sta accadendo oggi. Gli altri, i violenti, non sono eroi, sono barbari”, dice Vendola prima di allontanarsi da piazza del Popolo.




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