sabato 22 ottobre 2011

Preso uno dei black bloc di Roma Stava andando in Val di Susa

di

Il ragazzo è stato bloccato dai carabinieri del Ros di Roma È accusato di tentato omicidio per avere partecipato all'assalto del blindato dei carabinieri durante gli scontri di Roma del 15 ottobre scorso LE IMMAGINI - IL VIDEO. E' stato riconosciuto attraverso l'analisi di immagini e video delle manifestazioni, il ragazzo è accusato di tentato omicidio



I carabinieri del Ros hanno bloccato a Chieti una persona ritenuta tra i responsabili dei disordini di Roma del 15 ottobre. Il ragazzo avrebbe partecipato all'assalto del blindato dei carabinieri, che era poi stato dato alle fiamme durante gli scontri di piazza S. Giovanni. Il mezzo era stato attaccato con pietre, molotov e altri oggetti e i carabinieri avevano dovuto lasciare il blindato, rischiando di morire nel rogo.

Riconosciuto attraverso l'analisi di immagini e video delle manifestazioni, il ragazzo è accusato di tentato omicidio, devastazione e saccheggio . È stato fermato mentre tentava di raggiungere la Val Susa, in vista della manifestazione di domani. L'indagini e l'arresto sono stati eseguiti dai carabinieri del Ros di Roma, coordinati dal procuratore aggiunto Pietro Saviotti, insieme ai militari dell'Arma di Chieti e di Ariano Irpino.

Originario di Ariano Irpino (Avellino), il 23enne è uno studente universitario a Chieti e voleva raggiungere la Val Susa. È caduto nella trappola tesagli dai carabinieri, che lo hanno intercettato mentre telefonava al suo spacciatore. Il ragazzo si sarebbe tradito vantandosi con il fornitore di droga. "Hai visto cosa ho combinato a Roma?", avrebbe detto al telefono. Confrontando foto e video le forze dell'ordine sarebbero poi risalite al nome.

Il giovane aveva già partecipato ad altre azioni violente durante altre manifestazioni, ma non sembrerebbe appartenere a frange violente organizzate. Con questo fermo sale a dieci il numero degli arrestati per i disordini di Roma.

Del ragazzo fermato oggi non sono stare rese note le generalità. In precedenza erano stati emesse misure di custodia cautelare contro Giovanni Caputi, 22 anni di Terlizzi (Bari), Giuseppe Ciurleo, 20 anni di Roma, Alessandro Venuto,24 anni di Subiaco (Roma), Giovanni Venuto, 30 anni di Tivoli (Roma), Lorenzo Giuliani, 19 anni di Genzano (Roma), Robert Scarlett, 21 anni, romeno, per il quale è stato firmato il decreto di allontanamento dal ministro Maroni, Ilaria Ciancamerla, 21 anni di Sora (Frosinone), Valerio Pascali, 21 anni di San Pietro Vernotico (Brindisi), e Stefano Conigliaro, 22 anni di Catania. 

Si trovano invece ai domiciliari Alessia Catarinozzi, 26 anni di Alatri (Frosinone) e Alessandra Orchi, 29 anni di Roma. L'unica persona ad essere tornata in libertà è il romano Leonardo Serena, 21 anni, per il quale il pm aveva chiesto gli arresti domiciliari.


Powered by ScribeFire.

Ucciso anche Mutassim Gheddafi In un video la sua ultima sigaretta

Il Mattino


TRIPOLI - Un frame tratto dal sito web telegraph.co, mostra l'immagine di Mutassim Gheddafi, uno dei figli del rais libico, mentre fuma una sigaretta prima di venire ucciso. Mutassim, militare di carriera e ex capo del Consiglio di sicurezza nazionale del regime, è stato ucciso a Sirte nelle stesse ore in cui moriva il padre. Un video ritrae i suoi ultimi minuti di vita, con la maglietta coperta di sangue, presumibilmente nelle mani dei ribelli. Dopo di che si vede il suo cadavere. Un altro video choc sulla fine di Gheddafi e della sua famiglia.



Sabato 22 Ottobre 2011 - 11:29    Ultimo aggiornamento: 11:30



Powered by ScribeFire.

Gheddafi, in fila per vedere il corpo. Il Cnt: no autopsia sul suo cadavere Jibril: elezioni entro otto mesi

Il Mattino


TRIPOLI - «Gheddafi ha provato ad offrirci denaro, pregandoci di non ucciderlo». Lo rivela il comandante ribelle, Hammad Mufta che, parlando con il 'Corriere della Serà, racconta gli ultimi istanti di vita del Rais. «C'era molta confusione. Gheddafi era attorniato dai nostri uomini. L'ho visto spintonato, venire trascinato sul selciato. Tanti gridavano, lui farfugliava che era disposto a regalare soldi a tutti, purchè lo lasciassero andare. Perdeva sangue, tanto sangua. A 69 anni il corpo non regge. Per me è morto dissanguato».

Spiega ancora il comandante ribelle: «io non ho visto che Gheddafi stava nascosto nel buco per il drenaggio dell'acqua. Quando sono arrivato l'avevano già buttato a terra dopo che era stato catturato. Ma ho visto che era ridotto molto male: per le schegge, i proiettili, ma anche le botte. Sono rimasto sbalordito. Noi tutti sapevamo che a Sirte stava nascosto suo figlio Mutassim. Eravamo quasi certi di trovarlo. Ma non Gheddafi in persona. Ero convinto fosse da tempo nel deserto, nel cuore del Sahara, magari già fuggito in Nigeria o Ciad».

Racconta ancora Alì che «Gheddafi era confuso, chiaramente spaventato. Ripeteva che avrebbe dato soldi a tutti, che avrebbe pagato per le scuole dei nostri bambini. A un certo punto qualcuno gli ha gridato che al posto di parlare di soldi avrebbe dovuto pregare, da buon musulmano, affidare l'anima a Dio prima di morire. Lui invece ha continuato a dirci che era pronto a darci tanti soldi e oro».
Il corpo di Gheddafi non sarà sottoposto ad autpsia. Lo ha ha reso noto il consiglio militare del cnt.



Le elezioni per un nuovo congresso nazionale dovrebbero tenersi entro 8 mesi. Lo ha detto il premier del Consiglio Nazionale di transizione libico, Mahmud Jibril. I libici dovrebbero poter votare entro otto mesi per eleggere un consiglio nazionale che rediga una nuova costituzione e formi un governo ad interim, ha spiegato Jibril sottolineando che comunque ora la priorità è di rimuovere le armi dalle strade e ripristinare la stabilità e l'ordine. «Le elezioni - ha detto parlando in Giordania al Forum economico mondiale - dovrebbero svolgersi entro un periodo di otto mesi, al massimo, per costituire un congresso nazionale della Libia, una sorta di parlamento: questo congresso nazionale avrebbe due compiti, redigere una costituzione, sulla quale ci sarebbe un referendum, e formare un governo ad interim fino alle prime elezioni presidenziali».

Sabato 22 Ottobre 2011 - 10:25    Ultimo aggiornamento: 11:31




Powered by ScribeFire.

Andreotti: "Io non ho fretta di morire" Il Divo Giulio batte la morte a copi di ironia

di


Andreotti smentisce con classe le voci sul suo ricovero in una clinica romana da dieci giorni. Il senatore a vita scrive al sito Dagospia: "Sto bene, ringrazio il Signore per la proroga. MOlti attendono un mio passaggio a miglior vita". L'ex Dc ha portato un po' di elegante humour nella politica da trivio




«In questi giorni mi giungono voci insistenti su un mio ricovero per aggravamento di salute. Capisco che molti attendono un mio passaggio a “miglior vita”, ma io non ho... fretta e ringrazio tutti coloro ai quali sta a cuore la mia salute e in particolare il Signore per l’ulteriore... proroga ».Così«parlò»Giulio Andreotti a Dagospia e d’improvviso nella politica italiana, dove invece di salutarsi ci si dà dello stronzo, è tornato per un momento il profumo di un tempo ormai passato, gozzaniano quasi per le sue «buone cose di pessimo gusto»...

A gennaio di quest’anno Andreotti ha compiuto novantadue anni, da tempo non appare più in pubblico. La Sfinge, Belzebù, la Volpe, il Gobbo, la Salamandra, il Papa Nero, il Divo Giulio sono solo alcune delle definizioni che l’hanno accompagnato per il mezzo secolo di storia patria che lo ha visto protagonista. L’immagine di lui che si è incisa nella mente degli italiani è stata quella di un potere inafferrabile e astuto, silenzioso e attento, moralmente cinico, ovvero con un’etica particolare in cui si mischia lo spirito di una romanità popolare e clericale, la consapevolezza che siamo tutti peccatori e che quindi non ci si deve meravigliare di nulla...

«Il mio film preferito è Il dottor Jeckyll e Mr Hyde » ha detto una volta e più che un motto di spirito è la chiave di volta di un modo di essere e di pensare, quello che poi ha reso per decenni la Democrazia cristiana un potere immarcescibile, pervasivo eppure quasi evanescente, di cui non si riusciva mai a cogliere il nucleo duro, l’essenzavera. Francamente non ne rimpiangiamo la scomparsa, ma in quelli come Andreotti è sempre rimasta l’eco di un Paese che si ricordava di essere stato povero e si vergognava di apparire sbracato.

Il miglior giudizio politico su di lui l’ha dato una donna, e per giunta straniera, Margaret Thatcher, e vale la pena riportarlo per intero: «Sembra avesse una reale avversione per i princìpi, anzi la profonda convinzione che un uomo di princìpi fosse condannato a essere ridicolo. Vedeva la politica come un generale del XVIII secolo vedeva la guerra: un vasto e complesso scenario di manovre di parata per eserciti che non si sarebbero mai impegnati in combattimento, ma avrebbero invece dichiarato vittoria, capitolazione o compromesso a seconda di ciò che dettava loro la forza apparente. Per poi collaborare nel vero e proprio affare di dividersi le spoglie».

Andreotti non si è mai atteggiato a statista: «La Storia è una cosa seria, io appartengo alla cronaca » ha detto una volta e questo in una classe politica, e in una nazione, va da sé, dove abbondano i millantatori, suona ancora più significativo. E ancora: «Non mi sono mai considerato particolarmente intelligente, ma certo, se mi guardo intorno, non è che mi veda circondato da geni». Pur non essendosi mai negato alla folla, pur godendo di grande popolarità, Andreotti ha sempre ispirato soggezione.

Pur senza avere la fumosità cerimoniosa di un Aldo Moro, l’irruenza beffarda di un Fanfani, l’ascetismo di un Berlinguer o la fisicità sanguigna di un Craxi, da quel volto, da quelle orecchie e dall’ingobbimento delle spalle, dallo stesso incedere come se pattinasse, veniva un che di curiale e al tempo stesso di libertino, una compassione temperata, come dire, da una sottile derisione.

In una delle sue ultime apparizioni televisive, improvvisamente rimase immobile e senza replicare alle domande della conduttrice. Essendo l’immobilità sempre stata una sua caratteristica, lì per lì nessuno ci fece caso, e ci volle un po’ per rendersi conto che Andreotti non era più compos sui . Venne data la pubblicità, la trasmissione riprese senza di lui e poi, di lì a qualche minuto, il Divo Giulio rientrò in scena per scusarsi dell’imprevisto e rassicurare sulle sue condizioni di salute.

Lo fece con la consueta impassibilità e allora ci venne il dubbio che, trasportato per un momento nell’aldilà, avesse fatto a tempo a dire a chi di dovere che preferiva ancora «tirare a campare piuttosto che tirare le cuoia». Ha scritto Indro Montanelli che quando nel dopoguerra Andreotti accompagnava in chiesa il suo maestro De Gasperi, mentre quest’ultimo parlava con Dio lui parlava con il prete. L’impressione è che in seguito con «il principale» si sia instaurato un colloquio.



Powered by ScribeFire.

La storia di Matteo Tutti i giorni a scuola nel bagagliaio dell'auto

Il Giorno


Il piccolo ha una malattia rara, sta migliorando ma il Comune non ha soldi per un mezzo nuovo o per il seggiolino speciale


Matteo con i genitori Milena e Giorgio
Matteo con i genitori Milena e Giorgio


Castelnuovo Bocca d'Adda, 22 ottobre 2011



Matteo, un bambino di 4 anni e mezzo affetto da una rarissima malattia metabolica, va e viene dalla scuola d’infanzia del paese nel baule di un Fiat Doblò. Più o meno come un pacco! Il trasporto è a cura di una associazione di volontariato in convenzione con il Comune. Il Doblò, utilizzato anche per altri servizi socio-assitenziali, arriva davanti ai cancelli di via “Del Don” alle 8,45 (salvo ritardi). Il ritorno in famiglia è previsto alle 15.30. Si va avanti così da un mese e mezzo.

Al momento non c’è via d’uscita: o Matteo entra con tutto il suo passeggino ortopedico nel baule della autovettura, oppure viene accompagnato a piedi dai volontari, anche se dovesse piovere o fare freddo. Una situazione a dir poco allucinante per un bimbo invalido al 100 per cento che non parla, non riesce a stare in piedi, né a camminare. «Eppure una soluzione ci sarebbe — sbotta Milena Badiini, la mamma di Matteo —. Me l’ha suggerita Fabiano, un giovane che si occupa di espletare diversi incarichi per conto del Comune. La proposta consisteva nell’acquisto di un seggiolone speciale da agganciare al sedile del Doblò, sul quale Matteo avrebbe potuto viaggiare in maniera sicura e dignitosa. Ma la cosa è finita in nulla. Pare che nelle casse del Municipio non ci siano soldi per il seggiolone. Io mi sono documentata e ho scoperto che il costo d’acquisto non superebbe i 1.200 euro. Troppo caro? Del resto — aggiunge mamma Milena — anch’ io utilizzo un seggiolone speciale quando porto Matteo in automobile. I sussidi mi sono stati riconosciuti gratuitamente dall’ Asl di Lodi».

Matteo, che fino a poco tempo fa veniva indicato come “bambino triste” dalla sua stessa famiglia (mamma Milena 34 anni, papà Giorgio Guaragni 35 anni, artigiano) da un anno e mezzo è sottoposto a una terapia sperimentale con un coordinamento in rete tra centri specializzati a Padova e al “Besta” di Milano. E come primo progresso ha ritrovato il sorriso.

Un piccolo miracolo testimoniato anche dai nonni materni Ausilia e Giovanni, da zii e zie, dalle insegnanti della scuola d’infanzia, soprattutto Patrizia, sempre disponibile anche per qualche aiuto extra. L’anno scorso il piccolo è stato invitato a Telethon come testimonial di uno dei numerosi progetti di ricerca medico-scientifica. Nel suo caso, gli studi sulla “encefalopatia etilmalonica” di cui si occupa anche il dottor Massimo Zeviani. I genitori di Matteo si sono accorti dei problemi del loro figliolo dopo i primi 5 mesi di vita per un susseguirsi di crisi epilettiche. Sono stati momenti terribili, poi superati con l’aiuto di tanti medici. In famiglia, un anno e mezzo fa è arrivata anche la piccola Eleonora, una bimba tutto pepe.

«Matteo avrà sicuramente un posto nella letteratura e nella ricerca medica — riprende mamma Milena —, con la terapia che sta seguendo è migliorato tantissimo. Ora il suo sguardo è vivace, mi parla con gli occhi. Ci intendiamo. Ma quello che maggiormente mi irrita non è tanto il trasporto nel baule del Doblò, quanto la mancanza di un dialogo tra istituzioni e famiglia. Eppure non sto chiedendo privilegi. Rivendico solo diritti sacrosanti».


di Pietro Troianello




Powered by ScribeFire.

Assicurazioni negate agli alluvionati Le compagnie: «Territori indifesi»

Corriere della sera


I cittadini colpiti dal fango non riescono a sottoscrivere le polizze sulla casa. Il consulente della Regione conferma: «Non si assumono il rischio». E scoppia la protesta


VENEZIALe compagnie non sono disposte ad assicurare i cittadini delle zone alluvionate. E questo perchè, come spiega un broker, «ad oggi le istituzioni stanno attuando diverse soluzioni per evitare una nuova alluvione, ma non hanno ancora portato a termine nessuno di questi progetti». A lanciare l’allarme sono quelle stesse famiglie venete che la notte di Ognissanti di un anno fa si ritrovarono con le case spazzate da un’onda di acqua e fango. «Volevo tutelarmi per il futuro e stipulare una polizza sulla casa ma mi hanno risposto che nessuna agenzia è disposta ad assumersene il rischio», spiega Francesca Baratto, architetto di 35 anni che abitava in contrà San Pietro a Vicenza, una delle zone più colpite dalla melma (che arrivò a un metro e mezzo). Oggi vive fuori casa, sta ancora finendo i lavori di ristrutturazione e già teme che una nuova ondata di fango rovini tutto. Altrove, la situazione è la stessa. «Ho contattato la mia Compagnia: per stipulare una polizza con 300 alluvionati, avrebbero bisogno dell’adesione di altre 3mila famiglie che vivono in una zona a rischio quasi zero. Solo così potrebbero ammortizzare la spesa», spiega Fabio Nicosia, di Caldogno. Nicola Biasin, portavoce del comitato locale degli alluvionati, spiega che «diverse famiglie si sono rivolte alle assicurazioni, ma nessuna è disposta a garantire un singolo nucleo familiare».



E il problema riguarda tutti. «Per la mia azienda di Casalserugo (in provincia di Padova, ndr) hanno fatto un’eccezione. Ma quando ho proposto al mio broker di assicurare altre trecento famiglie mi ha risposto che non se ne parla», assicura Alberto Danieli, portavoce del coordinamento veneto dei comitati. La situazione è seria, e non solo per il fatto che migliaia di veneti si sentono indifesi, di fronte al rischio che una nuova alluvione spazzi via le loro case. Il problema è anche politico. Il governatore del Veneto Luca Zaia a luglio aveva scritto una lettera a sedici compagnie assicurative, per avviare «forme di dialogo che permettano ai cittadini di mettere al sicuro la propria esistenza materiale in un momento in cui è vistosa l’assenza di risorse da parte dello Stato». A giugno si era presentato speranzoso ai giornalisti: «Ho scritto alle Generali, per sapere quanto mi costerebbe assicurarmi contro trombe d’aria e altre calamità. Ebbene: la polizza per gli eventi atmosferici è all’interno di quella contro l’incendio, e il premio assicurativo complessivo è di 150 euro all’anno. La parte "eventi atmosferici" è un’estensione dell’assicurazione contro l’incendio che costa 37,5 euro. Vale la pena...».



Era così certo della soluzione, che tre mesi prima aveva nominato l’ingegner Mario Martinuzzi soggetto attuatore per uno «Studio di fattibilità per la copertura assicurativa dei rischi da catastrofi naturali». Ma ora è lo stesso Martinuzzi a doversi scontrare con la realtà dei fatti. «Lunedì consegnerò la mia relazione - anticipa il consulente - dalla quale emerge che, alle condizioni attuali, nessuna Compagnia assicurativa è disposta a stipulare, in modo sistematico, polizze di questo genere per le aree alluvionate». Martinuzzi rivela che delle agenzie interpellate da Zaia «la quasi totalità non ha neppure risposto. Un paio ci hanno invece chiaramente detto che, senza obblighi, non sono disposte ad assumersi il rischio». La soluzione che il consulente prospetterà alla Regione, è quella di creare un «regime semi- obbligato»: «In pratica occorre imporre una nuovo sistema attraverso una legge nazionale o per lo meno una normativa locale. L’idea è di rendere obbligatoria, per le assicurazioni, l’estensione della garanzia in caso di alluvione per quei cittadini che lo richiedono, a patto che già dispongano di un’assicurazione contro gli incendi. Inoltre, per rendere economicamente sostenibile il rischio che si assumono le agenzie, ai nuovi clienti che vogliono stipulare un’assicurazione sugli incendi dev’essere imposta anche quella contro le alluvioni».



Andrea Priante
Giulio Todescan

22 ottobre 2011



Powered by ScribeFire.

Ubriaco di colluttorio: neanche il certificato medico lo salva

La Stampa


Un giovane, fermato per guida in stato di ebbrezza, non è riuscito a farsi assolvere come aveva fatto un rugbista qualche mese fa. Neanche presentare il certificato medico che provava il dovere di utilizzare un colluttorio dal contenuto alcolico, in vista di un intervento chirurgico, ha convinto il giudice a non condannare un ventiquattrenne sorpreso a guidare con un tasso alcolemico 3 volte oltre il limite.



Il Caso


Un ragazzo di 24 anni, fermato alla guida dell’auto con un tasso alcolemico pari a 1,5 g/l, viene condannato dal gup di Milano al pagamento di 11 mila euro di ammenda e alla pena accessoria della sospensione della patente per 2 anni. Il giudice ha ritenuto «davvero insolito» che il ragazzo, durante la festa del paese, abbia effettuato i risciacqui prescritti dal suo medico in un bar, utilizzando il colluttorio che si era portato da casa. Il colluttorio alcolico lascia tale sostanza nella bocca solo per pochissimi secondi. Il gup, nella fattispecie, oltre a sottolineare sia la veloce dispersione dell’alcol in bocca a chi utilizza questi colluttori, sia il fatto che il certificato medico presentato non costituisce una prova idonea, ha, anche, rilevato che il giovane ha ammesso di aver bevuto del vino alla festa. Questo ha portato alla condanna del giovane automobilista. Qualche mese fa, infatti, in un caso simile, sottoposto all’esame del Tribunale milanese, era stata presa una decisione diversa: un rugbista, astemio, che aveva bevuto sciroppo e si era sciacquato i denti con un po' di colluttorio alcolico, era stato assolto.



Powered by ScribeFire.

Colombia: sciopero a oltranza nelle piantagioni di palma da olio

La Stampa

TRADOTTO DA ELENA INTRA


Nel comune di Porto Wilches, dipartimento di Santander, in Colombia, 3500 lavoratori delle piantagioni di palma da olio sono entrati in sciopero per chiedere il miglioramento delle condizioni di lavoro.

I lavoratori sono stanchi dello sfruttamento subìto negli ultimi 20 anni, e quasi due mesi fa hanno deciso di iniziare uno sciopero pacifico per rivendicare i loro diritti, dato che le condizioni e le forme contrattuali della regione violano i diritti umani e lavorativi di questi 3.500 uomini e delle loro rispettive famiglie.

Le irregolarità che si vivono tra gli addetti del settore sono impensabili in un mondo dove teoricamente la schiavitù è stata abolita, e invece questi uomini lavorano almeno 10 ore al giorno sotto un sole cocente con una retribuzione giornaliera che nel migliore dei casi raggiunge i 40.000 pesos (circa 15 euro), e nella prospettiva peggiore si aggira attorno ai 17.000 pesos (6,50 euro circa).

Occorre tra l'altro ricordare che a questa cifra vanno tolti i costi per la salute, la pensione, gli strumenti e i vari pagamenti richiesti dalle cooperative, finendo così per ridurre drasticamente il reddito dei lavoratori, ai quali rimangono a malapena i soldi per nutrirsi.

Esistono diverse forme di contratti, ma a essere sinceri, nessuna di queste è corretta. Ci sono dipendenti diretti dell'impresa, che non hanno né stipendio né orario fisso, e vengono pagati in base alla quantità di sementi raccolte durante il giorno.

Poi vi sono i soci delle cooperative, che sono divisi in due classi: coloro che hanno una giornata fissa (10 ore al giorno) e vengono pagati 40.000 pesos, da cui si devono detrarre le varie spese che li lasciano con una media giornaliera di 15.000 pesos, e coloro che sottostanno a un nuovo tipo di contratto, nato in seguito alla negoziazione dell'accordo di libero scambio con gli USA e l'esigenza di porre fine alle cooperative, con il quale l'azienda ha introdotto borse di lavoro per cui questi lavoratori ricevono 17.000 pesos al giorno con una giornata lavorativa di 10 ore.

A completare il quadro disastroso, non esistono investimenti sociali nella zona, i bambini di queste famiglie non vanno a scuola, come racconta uno dei lavoratori: "si guadagna solo il minimo per mangiare, e a volte neanche per quello". Ancora, i lavoratori che hanno preso o anche solo richiesto giorni di permesso per infortuni sul lavoro vengono licenziati e spesso vengono fatte circolare voci negative sul loro conto in modo da non essere assunti da nessuna azienda.

Questo sciopero è portato avanti da uomini e donne coraggiose, al contrario di quanto afferma qualche giornalista da quattro soldi: "... si tratta di individui estranei alla produzione di olio, infiltratisi in queste zone portando avanti campagne di indottrinamento politico e associazioni a fini terroristici". Terrorismo non è rivendicare i propri diritti, non è opporsi alle barbarie dei datori di lavoro e all'iniquità della società.

Terrorismo è affermare falsamente che i lavoratori hanno rapito degli ingegneri, come è successo sabato 8 ottobre quando il Generale Palomino si è recato personalmente nella zona per verificare le condizioni dello sciopero, la falsità della denuncia fatta circolare dagli stessi imprenditori e il blocco delle strade.

Popolo di Santander, colombiani, non si può continuare a permettere che questo accada nella nostra terra; chiediamo sostegno e solidarietà per le 3.500 famiglie coinvolte in questo sciopero, esigiamo che il governo nazionale e regionale adottino misure atte a migliorare le condizioni di questi lavoratori, bloccati in una situazione praticamente di schiavitù.




Post originale: Fundación Comité de Solidaridad con los Presos Políticos denuncia que la esclavitud existe en Santander, ripreso da Adital: Noticias de América Latina y Caribe.




Powered by ScribeFire.

Il caso Giuliani diventa fumetto

Il Tempo

Val di Susa: presentato un libro alla vigilia della manifestazione dei No-Tav. La versione di una morte che a tratti diventa apologia.


Uno dei fumetti mostra un carabiniere che lancia pietre Ieri sera i No Tav si sono preparati il piatto: in vista della manifestazione di domani in Val di Susa - dove hanno promesso di tagliare le reti del cantiere di Chiomonte, ma «di non essere violenti» (come dire, fateci fare quello che vogliamo) - hanno pensato bene di presentare a Giglione un libro «Carlo Giuliani, il ribelle di Genova» di Francesco Barilli e Manuele De Carli. È un libro a fumetti e forse la scelta editoriale (peraltro, obiettivamente, ben «vestita» dalla grafica e dal disegno) rivela una realtà molto romanzata e, di sicuro, politicizzata.

A tratti pericolosamente apologa. A pagina 93, ad esempio, si legge nelle quattro scene proposte: 1) «Anche la realtà, se vogliamo, è ugualmente semplice. Solo che faceva meno comodo raccontarla...»; 2) «Tutto si svolge in uno, due minuti. Il breve scontro in via Caffa, la fuga precipitosa dei carabinieri, le due jeep che si ostacolano»; 3) «La pistola spunta dal lunotto quando Carlo è ben lontano. È impugnata con mano ferma, inclinata di lato. La posa è sicura, quella di un killer...»; 4) «Un ragazzo con kway blu e caschetto giallo tira l'estintore che abbiamo visto prima in mano a un carabiniere in ritirata».

Vi risparmiamo le altre pagine, ma per i solerti «ricostruttori di verità a fumetti» il «killer» è il carabiniere e nel frattempo succedono cose incredibili, come quella evidenziata nelle prime due sequenze pubblicate qui a fianco. Ovvero, i gas lacrimogeni fanno piangere Carlo Giuliani che è «costretto», per proteggersi, a indossare il passamontagna... Ora non vorremmo essere fraintesi: la morte di un figlio, per giunta in modo cruento, è una perdita incalcolabile dal punto di vista umano. E merita sempre rispetto.

Ma le circostanze non possono essere violentate, stampate al contrario: la storia (quella che poi finisce sui libri di scuola), quando è documentata con attendibile chiarezza, deve essere lineare, sia pure cosparsa dal dolore e dal sangue. Che senso ha ribaltare l'inverosimile? Nel cuore dei genitori, forse la sete di una giustizia da ricercare tra il cielo e la terra, tra il razionale e l'irrazionale del ragionevole dubbio. Ma per gli altri? Un modo per rimettere le lancette di un ordigno ad orologeria? Da usare quale pertica ideologica per scavalcare le reti del cantiere in Val di Susa, ancora prima di reciderle reclamando l'impunità?

Risposte assolutamete non intonate alla serenità mentre si avvicina la scadenza di domani: un nuovo conto da pagare alla violenza per tanti agenti deputati all'incolumità dei cittadini. Anche loro sono figli, anche loro hanno dei genitori e dei fratelli. Ma il papà di Carlo Giuliani, in questa ottica, pare non farsene ancora una ragione. Ripercorriamo alcuni passi di un'intervista radiofonica da lui rilasciata ieri mattina, a proposito degli scontri di Roma, sabato scorso: «Sembra quasi, in piccolo, la vicenda della scuola Diaz. Alla Diaz rompono la testa a 90 persone che dormono e non c'entrano niente per riparare a dei guasti.

Questi arresti sembrano, in piccolo, una vicenda simile». Poi prova ad «alleggerire»: «Chiederei di non chiamare manifestanti quelli che spaccano le vetrine. Sono teppisti, violenti, idioti perché sostengono di voler spaccare i simboli del capitalismo e il giorno dopo le loro devastazioni aumentano le tariffe assicurative per cui la loro azione è anche una cretinata». Prima di «rilanciare»: «Però chiedo, perché non li hanno fermati?». Di fronte alle immagini del blindato dei carabinieri in fiamme con la scritta «Carlo vive», Giuliani afferma: «È una vergogna.

È stato fatto un uso osceno del nome di mio figlio per giustificare una cosa che non c'entra niente con le manifestazioni pacifiche e con il ricordo di una gestione dell'ordine pubblico, al G8 di Genova, che è l'esatto contrario di ciò che si dovrebbe fare». Quindi, Giuliani ha rivissuto quel 20 luglio 2001, respingendo le accuse che il figlio stesse per compiere un'azione violenta: «Carlo raccoglie l'estintore come un gesto di difesa quando ha visto una pistola puntata da tempo. Il passamontagna? Ma lì tiravano il gas Cs, lei l'ha mai preso?

Ci provi, quando va in una manifestazione, tanto ne lanceranno ancora, è una cosa terrificante. Il passamontagna serviva a difendere in qualche modo la capacità respiratoria, gliel'hanno dato lì, non se l'è portato da casa». Alla replica dell'intervistatore che ha fatto notare come un passamontagna non serva a bloccare il fumo, Giuliani ha detto: «Sì, impedisce l'accesso alla bocca del fumo, non è proprio una maschera ma protegge».


Marino Collacciani
22/10/2011




Powered by ScribeFire.

Professione boia Le altre vittime della Storia

di



Non trema nemmeno adesso. «Ceausescu mi guardò dritto negli occhi, sapeva che sarebbe morto. E iniziò a piangere». Dorin-Marian Cirlan faceva parte di un'unità d'elite dell'esercito rumeno: «Ero stato addestrato per proteggere il mio Comandante supremo, non per farlo fuori». Invece puntò l'Ak47 su Elena e Nicolae Ceausescu da una distanza di meno di un metro, e scaricò tutto il fuoco che aveva. Il dittatore morì sulla quarta strofa dell'Internazionale. Cantava. Cirlan si occupò del trasporto dei corpi: «In elicottero mi sono seduto sul cadavere di Ceausescu perch´ non c'era altro posto.

Mi sono sporcato tutti i pantaloni di sangue e non mi hanno nemmeno rimborsato il conto della tintoria...» Pensava di diventare un eroe, invece è stato un capro espiatorio. «La stampa mi ha messo alla gogna, i politici hanno preso le distanze da me e la Difesa mi ha licenziato». Fa l'avvocato, ma vive isolato, ai margini della società: «Ed è già un dono di Dio che io sia ancora vivo».

È vivo, ma solo perch´ lotta insieme a noi, il poeta Rigoberto López P´rez. Una sera di settembre del 1956 riuscì ad imbucarsi ad una festa al Club Social de Obreros de León, ospite d'onore il dittatore Anastasio Somoza García: «Ho deciso di essere io il principio della fine di questa tirannia». Gli sparò al petto e morì lì, seppellito da una pioggia di colpi sparati troppo tardi dalla Guardia Nacional. La sua vittima gli sopravvisse otto giorni e lasciò il potere al figlio, ma Rigoberto adesso è un eroe nazionale, un monumento, mille vie e una canzone rap dei Dead Prez.

A eliminare il figlio, Anastasio Somoza Debayle, pensò ventitrè anni dopo il capo trotzkista Enrique Gorriaran Merlo, argentino come il Che, ucciso nel 2003 da un aneurisma all'aorta: un'amnistia tre anni prima lo aveva liberato dall'ergastolo. Una carta d'identità nuova, un'altra vita e forse un vitalizio all'estero nasconde quello che il giornale iracheno «Az Zaman» giura sia il boia di Saddam Hussein: Abu Dar, capo di uno squadrone della morte sciita, che nemmeno Moqtada al Sadr ha voluto nel suo esercito, perchè troppo violento persino per i suoi gusti sanguinari. Anonimo ma privilegiato. C'era la fila di volontari per aprire la botola al rais. Molti erano statali.

Solo da noi i carnefici diventano eroi. Il colonnello Valerio che sparò al Duce, ma solo sulla carta, per vent'anni fu parlamentare con il Pci; Michele Moretti, il vero giustiziere, sindacalista e cittadino benemerito di Como. «E se anche fossi stato io a uccidere il Duce cosa cambierebbe?» si schermiva timido. Tranquillo Michele, in Italia niente...



Powered by ScribeFire.

I black bloc tolgono la maschera "Siamo pronti anche a uccidere"

di

L'odio dei "black bloc" continua a fare paura. L'antiterrorismo svela un documento che circola tra gli ambienti anarco-insurrezionalisti in cui i violenti teorizzano: "Le azioni possono andare dal lancio di molotov all'assassinio". Allerta massima in Val di Susa per le annunciate manifestazioni contro la Tav. Gaffe del Pd: il corteo del 5 novembre in una data simbolica per gli antagonisti




Come gli anarchici di fine Ottocento. Gli anarcoinsurrezionalisti rompono un tabù e in un documento recente teorizzano come forma estrema di lotta l’assassinio. Parole agghiaccianti che circolano su internet alla vigilia di una domenica di passione, l’ennesima, in Val di Susa. C’è il rischio che quel che è successo a Roma sabato scorso venga replicato fra i boschi, le montagne e i presidiatissimi cantieri della nascente Alta velocità. È Panorama.it a rivelare il messaggio della Federazione anarchica informale che toglie il sonno agli uomini dell’Antiterrorismo. Il testo è esplicito: «L’azione diretta distruttiva può andare dal lancio di una molotov all’assassinio, senza alcuna gerarchia di importanza, ogni gruppo o individuo deciderà come meglio vorrà, nel rispetto della propria etica rivoluzionaria che sicuramente mai dovrà acconsentire a colpire nel mucchio». Colpire sì, dunque, ma in modo mirato. E ancora: «Noi della Fai italiana continuiamo a percorrere tutte le strade che possano affluire nel fiume rivoluzionario.

Scontri di piazza, lotte popolari, progetti di lotta radicale più circoscritti contribuiscono tutti a dare nuova linfa alle nostre pratiche d’attacco». Basta con i pacchi bomba e avanti con le nuove strategie di lotta, forgiate sui moti di piazza. Gli anarco-insurrezionalisti sono sul banco degli imputati dopo gli incidenti di sabato nella capitale e sono sotto osservazione in vista della manifestazione No Tav di domenica. Sono 400 circa le persone nel mirino delle forze dell’ordine. Il nocciolo duro della protesta dura. Anarchici ma non solo: esponenti dei collettivi studenteschi e universitari, militanti dei centri sociali.

Si andrà allo scontro, magari per via di una rete di recinzione? Il taglio è uno degli obiettivi della rivolta. Facile dunque che s’inneschi l’incendio. La Cub, confederazione unitaria di base, porterà, come «pacifica provocazione» cesoie in gommapiuma. Insomma, c’è chi giocherà sul registro dell’ironia, ma la polizia - almeno 1500 uomini - è mobilitata per fronteggiare le truppe antagoniste pronte a dare battaglia, come è successo più di una volta questa estate. E il prefetto di Torino ha stabilito che tutte le strade intorno al cantiere di Chiomonte saranno chiuse domenica.

Alta tensione, dunque anche se i comitati No Tav provano a non far deragliare le ragioni della protesta: «Domenica andremo a manifestare con i volti scoperti. Vogliamo un meeting pacifico». Le colombe cercano di non essere fagocitate dai duri. Ma il blocco nero, aggressivo più che mai, comincia a far filtrare il proprio punto di vista. E si capisce che i black bloc non hanno alcuna intenzione di fare un passo indietro: «C’è un sacco di gente - spiega un militante anonimo in una videointervista al sito del Fatto quotidiano - che non ce la fa più e vuole mettersi in gioco. Per chi vuole la rivoluzione e subisce la violenza quotidiana della crisi quella di sabato è stata una giornata di rivalsa». Altro che indignados. «Gli indignati - prosegue inarrestabile il giovane, assolutamente irriconoscibile - sono deboli e destinati a sparire. Ci vuole l’insurrezione».

E dopo domenica sul calendario incombe già un’altra data: il 5 novembre. Per quel giorno è il Pd ad aver dato appuntamento ai suoi militanti nella cornice di piazza San Giovanni, uno dei luoghi simbolo delle lotto romane. Ma il Pd rischia di tirare la volata alla cometa antagonista, come ha affermato l’altra sera l’ex direttore dell’Unità Concita De Gregorio, nel corso della trasmissione televisiva Piazza pulita, in onda su La 7. Il punto è che il 5 novembre non è una data come un’altra: no, dalle viscere oscure della storia emerge il 5 novembre 1605 quando un gruppo di cattolici tentò di assassinare a Londra il re Giacomo e di far saltare in aria il Parlamento. La congiura delle polveri fu sventata in tempo e i principali cospiratori, fra cui Guy Fawkes, arrestati, processati e impiccati.

Ma che c’entra questo episodio con le marce di oggi? Il filo è suggestivo e passa attraverso un film uscito qualche anno fa, V per vendetta, in cui il protagonista indossa una maschera di Guy Fawkes. Dal cinema ala realtà il passo è stato rapido e oggi molti indignati e arrabbiati vari portano con orgoglio quella maschera. E preparano, come lo preparò lui, il grande botto contro i Palazzi del potere. La conquista della zona rossa. Così il raduno di piazza San Giovanni rischia di diventare una straordinaria calamita per chi vuole ripetere gli scontri, le violenze, i saccheggi di sabato scorso. I barbari che hanno devastato la città si sentono al centro della scena e non vogliono perdere il palcoscenico. Hanno conquistato la visibilità in tutto il mondo e faranno di tutto per non perderla.



Powered by ScribeFire.

Una famiglia divisa dai violenti

di



RomaChe le colpe dei padri non ricadano sui figli. O viceversa, dipende dal punto di vista. Fatto sta che da sette-otto anni un giovanotto, brillante giornalista, si occupi con passione della benedetta-maledetta Tav in Val di Susa. Capita pure che a furia di occuparsene - dato che «il treno veloce mi piace, mi piace tantissimo» - il giovanotto finisca per trovare «più ragionevole, anzi più convincente» la posizione contraria al mostro su rotaia.

Nel frattempo, però, la questione si complica. Le manifestazioni dei valligiani diventano sempre più violente e le forze dell'ordine - e la magistratura - finiscono in prima linea. Fermi, arresti, perquisizioni, un rigore che i più facinorosi tra i contestatori non esitano a definire «persecuzione giudiziaria». Nel mirino ci finisce il «mandante» dell'ondata repressiva (o legalitaria, dipende): il procuratore capo di Torino, Gian Carlo Caselli. «Icona» della lotta al terrorismo e poi alla mafia, un «eroe nazionale» come lo definisce con deferenza pelosa Beppe Grillo in una lettera di mesi fa. Ma si tratta anche del padre del giovanotto di cui sopra, Stefano, secondogenito di casa Caselli. E se papà Gian Carlo non s'è mai fatto intimorire, n´ dai seguaci di Curcio n´ da quelli di Totò Riina, ora potrebbe vedersi scatenare disobbedienza fin tra le mura domestiche, con evidente disagio intimidatorio. Musi lunghi e minaccia di disertare la partita del Toro, fede familiare, allo stadio?

Stefano, cuore di figlio, un po' minimizza, un po' si preoccupa, perch´ «la questione comunque è delicata». Giura che poi, sulla «No Tav», le opinioni potrebbero «non essere così distanti» tra lui e babbo. E che «chi pratica la disobbedienza civile deve mettere in conto l'infrazione della legge». Se c'è violazione, «è giusto che ci sia chi la faccia rispettare». Insomma, il classico «guardie e ladri» italico con reciproca consapevolezza di ruolo. Eppure sui siti e i blog degli antagonisti il comportamento integerrimo di Caselli, il procuratore, non viene apprezzato come meriterebbe: perquisizioni in piena notte, avvisi di garanzia come se piovesse, accanimento in aula contro alcune scarcerazioni. «Ce l'ha con noi, fa parte del partito degli affari di Violante e di quelli del Pd», sparano ad alzo zero.

«Ho provato anche a spiegarlo, a quelli di Askatasuna (il centro sociale torinese tra i più attivi negli scontri, ndr) - racconta Stefano - macch´ persecuzione, c'è solo la legge da far rispettare. Non mi pare che l'abbiano capito». Non hanno neppure capito bene, sembra, il legame che unisce il giornalista-amico al magistrato-persecutore (almeno dal loro punto di vista). Cosa che se non depone affatto bene sulla perspicacia degli antagonisti, di sicuro testimonia come l'unica «invasione di campo» della singolar tenzone tra consanguinei si sia svolta a fin di bene. Per una volta il figlio - invece di contestare la capriola ideologica di un padre un tempo accusato di essere troppo di sinistra, e oggi addirittura di «stalinismo» da quelli di sinistra - orgogliosamente l'ha difeso. E in incognito. Scusate se è poco.



Powered by ScribeFire.