giovedì 27 ottobre 2011

Il "Buon esempio" della Casta: Palazzo Chigi ne assume 33

Libero




Sapere quanti siano i dipendenti della presidenza del Consiglio è un'impresa ardua. Sergio Rizzo sul Corriere della Sera rievoca l'8 settembre del 2001, quando Silvio Berlusconi raccontò di un'esterrefatta Margaret Thatcher, stupita per i 130 collaboratori in più che Tony Blair portò a Downing Street (in totale 200, rispetto a 4.500 di Palazzo Chigi...). Un dato però è sicuro: che i dipendenti della presidenza del Consiglio, oggi, non sono certo diminuiti rispetto a unidci anni fa.


Stipendi a go go - Ad agosto è stata approvata con la manovra una norma che rende tassativo il blocco delle assunzioni e prevede il taglio del 10% degli uffici dirigenziali non generali. Peccato che ora lo stesso Palazzo Chigi con un decreto spiani la strada all'assunzione di 33 persone, 12 dei quali dirigenti. Secondo i dati della Ragioneria generale dello Stato - i più recenti risalgono al 2009 - i dipendenti a tempo determinato erano 2.385, più 14 precari. I dirigenti, il 2 gennaio 2010, venivano conteggiati in 377, escluse le 43 poltrone riservate alla Protezione civile (siamo in totale oltre quota 2.800 stipendi, rispetto al cabinet britannico che ne contra in totale 198...). Altre cifre? Questo profluvio di poltrone, nel bilancio del 2009, pesava sui conti di Palazzo Chigi per 236 milioni. Insomma, la presidenza del Consiglio pagava due anni fa (epoca a cui risalgono gli ultimi dati disponibili) non meno di 4.600 stipendi da 50mila euro.

E Brunetta... - L'Italia arranca, stringe la cinghia e si piega ai diktat di Bruxelles, ma Palazzo Chigi in strepitosa controtendenza assume. E c'è un altro particolare curioso. Tutto ciò avviene mentre dalle colonne del Foglio di Giuliano Ferrara, il ministro Renato Brunetta, tuonava: entro il 2013 la pubblica amministrazione perderà 300 mila posti di lavoro, forse anche di più. Ecco, peccato che la firma sotto il decreto con cui sono state autorizzate le 33 assunzioni a Palazzo Chigi sia proprio quella di Brunetta...
27/10/2011




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Argentina, all'ergastolo Alfredo Astiz l'angelo della morte di Buenos Aires

La Stampa






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Porti il cane dal veterinario? Sei un possibile evasore

Libero




Cani, gatti e conigli come come uno yacht o una Ferrari. Tra le sette categorie del nuovo redditometro sperimentale presentato dalla Agenzia delle entrate, compaiono anche le spese veterinarie per gli amici a quattro zampe. Diventate un lusso che solo i ricchi potrebbero permettersi. 


Cani da compagnia non solo per ricchi - Parecchi anni fa certamente era così. I poveretti adottavano un cane solo se utile per la famiglia, come quelli da pastore, da guardia o da caccia. Se però fico era solo un animale da compagnia, allora quello sì, era visto come un lusso da nobili. I tempi, però, sono cambiati. E ora non solo i ricchi guardano la tv accanto al barboncino.

Le tasse sugli animali
- Il presidente dell'associazione dei veterinari, Marco Meloni, ha denunciato le tasse che già gravano su chi possiede un animale da compagnia, come la riduzione delle detrazioni sulle spese veterinarie per cani e gatti e l'Iva alle stelle sul loro cibo e sulle cure mediche. "E' l'ennesima allucinazione del fisco nazioale - dice Meloni - un quadro visionario degno della ribellione descritta nella Fattoria degli animali di George Orwell".

27/10/2011




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Baby pensioniati, 'tassa' da 6.630 euro a lavoratore

Quotidiano.net

Vivono in media 85 anni, per quasi 41 a carico dei contribuenti

Secondo Confartigianato, costano allo Stato 163,5 miliardi. Il 78,6% di queste pensioni sono erogate dall’Inpdap, l’ente di previdenza del pubblico impiego




Roma, 27 ottobre 2011 - Le ‘baby pensioni’ costano allo Stato 163,5 miliardi. Una sorta di 'tassa' pari a 6.630 euro a carico di ciascuno dei 24.658.000 lavoratori italiani.

Il calcolo è di Confartigianato che ha analizzato quanto pesano sul bilancio statale e sulle tasche dei cittadini, in termini di mancate entrate e maggiori uscite, le 531.752 pensioni di vecchiaia e di anzianità concesse a lavoratori pubblici e privati che sono andati in pensione con meno di 50 anni di età, in alcuni casi addirittura dopo appena 14 anni, 6 mesi e 1 giorno di servizio.

Il 78,6% di queste pensioni sono erogate dall’Inpdap, l’ente di previdenza del pubblico impiego, che registra 424.802 pensioni a dipendenti pubblici ritirati dal lavoro ad una età inferiore a 50 anni: di queste il 56,5% sono erogate a donne.

Il costo di queste pensioni pubbliche ammonta a 7,43 miliardi. Il rimanente 21,4% è relativo alle 106.950 pensioni erogate dall’Inps a soggetti con età di uscita inferiore a 50 anni in relazione a regimi speciali e prepensionamenti, per una spesa complessiva di 2,02 miliardi.

Considerata l’età di uscita dal lavoro dei baby pensionati, la loro età attuale e la speranza di vita, i baby pensionati rimangono in pensione, in media per 40,7 anni. Con una durata media della vita stimata a 85,1 anni, si tratta del 48% della vita trascorso in pensione.




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Gli onorevoli ci fanno fessi. Mangiano a sbafo a 11 euro

Libero




La polemica sui prezzi delle mense della casta avevano tenuto banco per tutta la scorsa estate. Dopo l'ondata di disgusto per le cifre da caritas che i politici pagavano (o meglio, pagano) a Montecitorio e Palazzo Madama, la casta promise un sacrificio: "Pagheremo qualche euro in più per i nostri pasti". Promesse vane, verrebbe da dire. Già, perché su Facebook da mercoledì circola uno scontrino che testimonia come gli onorevoli (del Senato, nella fattispecie) continuino a mangiare a sbafo. La data sulla ricevuta è quella del 19 ottobre 2011: noi, ingenui, credevamo che gli auspicati rincari si fossero già abbattuti sulla mensa degli onorevoli. Eppure. Eppure... Il menù è il seguente (come testimoniato dall'immagine): trofie con asparagi e speck, tagliata con rucola, grana e aceto balsamico, ananas, torta della nonna e bevanda.

Il totale? 11,41 euro. Incrdedibilmente i senatori smentiscono l'evidenza, tanto che Belisario, dell'Idv, racconta che "alla mensa una tagliata costa sui venti euro". Chi sta mentendo? La verità pare stare dalla parte dello scontrino. E francamente non interessa nemmeno andare a verificare se lo stesso menù, ad agosto, costasse un euro in meno: il prezzo resta scandalosamente basso.
27/10/2011




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La carriera da faziosa della zarina Berlinguer

di

La polemica sul Tg3 schiacciato a sinistra non è affatto campata in aria. Ma la direttorissima non ci sta e scatena il Cdr contro Garimberti




Chissà se la passerà liscia il presidente della Rai, Paolo Garimberti, dopo avere ammesso l’esistenza di«un problema al Tg3».Per problema si intende che il Tg diretto da Bianca Berlinguer sta totalmente con l’opposizione e imbelletta le notizie al limite della decenza per appoggiare la sua parte politica. E questo stride col servizio pubblico.

Per chiunque,che il Tg3 sia l’erede straschierato di Telekabul è scontato. Ma se a farlo trapelare è il numero uno Rai che, senza essere un compagno, è buon amico dell’opposizione, l’affronto per la berlinguerina c’è in pieno. La direttorissima, cosiddetta per l’autoritarismo e la vendicatività, si è inacidita, limitandosi però a dire di essere «stupefatta».

Poi però ha sciolto le briglie al-Cdr del Tg3 che ha inneggiato alla virtù della testata e respinto le «accuse deboli e generiche » del presidente. Avere come nemica la quasi cinquantaduenne primogenita di Enrico Berlinguer sono nespole amare per chiunque. È facile alla querela, tende al gros mot e ha creato in redazione un clima di terrore. Diciamo pure che ha l’arrogante sicurezza di chi ha santi in paradiso.

A 24 anni, laureata in Lettere, debuttò a Mixer , poi è entrata al Messaggero , poi di nuovo alla Rai nel Tg3 kabulista di Sandro Curzi. Crebbe in redazione con Michele Santoro e Corradino Mineo, Federica Sciarelli e Giovanna Botteri. Pensate l’allegria. Il suo temperamento emerse fin dagli esordi. Durante uno speciale elettorale, sibilò in diretta «non rompere i c...» al regista che le faceva una raccomandazione. Altri sarebbe stato cacciato, a lei neanche un buffetto.

Uno che l’ha sempre protetta è lo zio, Francesco Cossiga (in realtà cugino del padre). Almeno stando a lui. Qualche anno fa, il presidente emerito rivelò di avere raccomandato Donna Bianca Berlinguer, così chiamava spagnolescamente la nipote, «per una posizione di maggior rilievo » e la sua amica Sciarelli «per un aumento di stipendio ».

Mentre le premure per la Sciarelli ebbero risultato largamente positivo, fallirono quelle per il balzo di carriera di Donna Bianca. Inviperita per l’indiscrezione, la nipote ripudiò lo zio: «L’intervento, non richiesto, non ha per sua stessa ammissione, sortito buon fine. Lo prego di astenersiper il futuro da simili raccomandazioni perché non vorrei che, oltre a rivelarsi inutili, mi procurassero ulteriori danni ». Chissà a quali danni si riferiva, poiché non può ignorare i vantaggi automatici che le hanno procurato tanto il cognome che le parentele quirinalizie. Ingrata.

Molto ambiziosa, Bianca ha anche fama di essere in redazione la classica bulla. Nella primavera scorsa, in Rai sono usciti due dossier. Uno firmato dal Cdr del Tg1 contro Augusto Minzolini, presentato con pifferi e tamburi e largamente diffuso. L’altro contro la Berlinguer, detto Libro Bianca , scritto da Stefano Compagna, responsabile della Cultura del Tg1. Compagna, sindacalista Usigrai, aveva raccolto le testimonianze anonime (per terrore) di redattori del Tg3 sui soprusi della Berlinguer.

La direttorissima reagì definendo il libro, un concentrato di «maleodoranti accuse», querelò l’autore e diffidò l’universo mondo dal pubblicarlo, tant’è che alcuni siti internet, impauriti, cancellarono gli stralci messi in rete. L’Usigrai che, in nome della libertà, aveva appoggiato il dossier che mette alla gogna il Minzo, condannò invece il libro sulla Berlinguer in omaggio alla complicità tra compagni. L’autore,disgustato,si è dimesso dal sindacato. Le accuse del Libro Bianca sono diverse. Il direttore imperversa.

Presenta personalmente tanto il Tg3 che l’approfondimento di Linea Notte , con un presenzialismo che, adottato dal Tg1, sarebbe criticatissimo. Ha fatto trasmissioni e editoriali programmaticamente antigovernativi. Ha instaurato un clima redazionale, comprensivo di urla e sputi, che ha messo in fuga legioni di redattori di ambosessi. Ha svillaneggiato tecnici. Chi non fa pubblica lode alla direttorissima finisce nel libro nero.

Chi la appoggia è promosso,com’è accaduto con membri del Cdr.
Altre testimonianze confermano lo stile padrona delle ferriere della bella Berlinguer. Oliviero Beha, giornalista insospettabile, ha raccontato di essere stato estromesso da una sua trasmissione contro gli accordi contrattuali e con brutalità da Sturmtruppen: fisicamente impedito di entrare negli studi tv per ordine della padrona.

Questo stile stivali e frustino, trasferito nella sfera sentimentale può essere stuzzicante. Donna Bianca è infatti un’ape regina. Per stare al noto: ha avuto un primo matrimonio con un collega; oggi è sposata con Luigi Manconi, ex Lotta continua, ex di Lucia Annunziata, ex deputato; nel mezzo, la sbandata per un noto bellone di cui non rievochiamo il nome per delicatezza. E per dimostrarle che si può essere più gentili di quanto lei non sia.




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Niki Vendola imita il premier: usa il legittimo impedimento

Libero




Il governatore della Puglia, Nichi Vendola, era atteso davanti dal giudice di pace del Tribunale di Lecce, Luigi Piro. Nichi avrebbe dovuto spiegare come mai fino a poche settimane fa l'intera provincia non dispondesse di una Pet-Tac, uno strumento fondamentale per la diagnosi dei tumori. Il leader di Sel ha motivato la sua assenza ricorrendo al legittimo impedimento. Proprio come Silvio Berlusconi. I maligni insinuavano che la sua latitanza dall'aula del tribunale fosse dovuta alla sua presenza a Ballarò, martedì sera. Ma sbagliavano. Nichi infatti aveva un appuntamento alla sede della Regione Puglia a Roma. Cosa doveva fare in quella sede? Questo resta "segretissimo". Una giustificazione che, insomma, fa un po' ridere.


Uno intanto è morto - Vendola era stato citato come teste nell'ambito di un procedimento civile promosso contro la Regione Puglia da cinque persone affette da patologie tumorali, costrette a sborsare tra i 600 e 1.000 euro per sostenere l'esame presso uno studio privato. I cinque - uno dei quali però è deceduto per la malattia - hanno chiesto un risarcimento pari ad alcune migliaia di euro per aver subito una violazione del diritto alla salute. Era stata del resto proprio la giunta Vendola a stabilire nel 2006 che in Puglia fossero necessari otto apparecchi Pet-Tac...

La difesa della Regione - Nel caso, la regione, che si è costituita con la propira avvocatura, si è difesa sostenendo che non ci fossero fondi per dare avvio al servizio. Una tesi non condivisa dall'accusa, che ha evidenziato come per questo tipo di investimenti vi siano fondi dello Stato. Ora toccherà al governatore e al direttore della Asl spiegare perché, tra gennaio e marzo del 2011, i malati oncologici leccesi non abbiano potuto usufruire dell'esame diagnostico, assolutamente fondamentale.



26/10/2011




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I friulani? "Sono cafoni avvinazzati" La Regione porta in tribunale Villaggio

Il Mattino


Furibonda reazione e minacce di querela da parte degli amministratori alle frasi ironiche dell'ultimo libro dell'attore






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Baby pensioni, adesso Fini critica lady Bossi Ma lui ha accumulato privilegi e ben due vitalizi

di

L'altra sera a Ballarò Fini se l’è presa con la pensione baby della moglie del Senatùr. Alla pensione da deputato, però, il leader di An potrà sommare quella da giornalista. E da ex presidente della Camera avrà auto blu, uffici e viaggi gratis




Gianfranco Fini l’altra sera a Ballarò se l’è presa con la pensione baby della moglie di Umberto Bossi, che quiesce dalla verde età di anni 39 al pari di altri 500mila dipendenti pubblici o parastatali che poterono approfittare della legge Rumor. Almeno avesse citato la fonte della notizia, che è il libro Sanguisughe di Mario Giordano. Quando il ministro Mariastella Gelmini gli ha rimproverato la caduta di stile, il presidente della Camera ha risposto parafrasando Caterina Caselli: la verità ti fa male, lo so.

E allora, verità per verità, parliamo della pensione e dei privilegi di Gianfranco Fini. Che non sono paragonabili nemmeno alla lontana con le somme percepite dalla sciura Bossi. Fino a non molti anni fa, i parlamentari prendevano il vitalizio e il cosiddetto assegno di solidarietà (una sorta di liquidazione) anche senza mettere piede nei palazzi del potere, come fece Toni Negri.

Oggi le regole sono più severe. Ma non così rigorose come quelle che il leader di Futuro e libertà invoca per i lavoratori normali, magari sbertucciandoli se hanno un impiego al Nord e votano Lega. E questa severità tocca solo parzialmente Fini. Infatti la riforma del 1997 (vitalizio non prima dei 60 anni e con una legislatura completa alle spalle) ha salvaguardato i diritti acquisiti. Cioè, vale soltanto per chi è entrato in Parlamento per la prima volta nel 2001. E l’ex delfino di Almirante calca il Transatlantico dal lontano 1983.

Per i comuni mortali, Fini propone di elevare l’età pensionistica a 67 anni abolendo la pensione di anzianità. Viceversa, se la legislatura finisse domani, il presidente della Camera (che compirà 60 anni tra due mesi, il 3 gennaio 2012) avrebbe già diritto alla pensione e alla «liquidazione». Immediatamente, a prescindere dall’anagrafe.

Non è il solo a fruire di questo trattamento: per fare un esempio fra i tanti, il suo braccio destro Italo Bocchino, se non fosse rieletto dopo la scadenza naturale di questa legislatura (cioè nella primavera 2013), potrebbe godersi la pensione a 45 anni.

A quanto ammonterà la pensione di Fini? Il calcolo è abbastanza semplice. Considerati i lunghi anni di presenza in Parlamento, il numero di legislature (questa per lui è l’ottava) e l’ammontare delle indennità percepite, il leader del Fli potrà contare sul massimo previsto dalle leggi, cioè al 60 per cento dell’indennità di parlamentare. Il che equivale a 10.631 euro lordi al mese, pari a 6.434 euro netti. Non rientra in questo computo l’indennità di presidente pro tempore di Montecitorio, che è pari a quella di un ministro e che va a sommarsi alle numerose voci dello stipendio di parlamentare.
Al vitalizio si aggiunge l’assegno di fine mandato, quello che una volta i lavoratori chiamavano liquidazione.

Per i nuovi parlamentari tale assegno non può superare l’80 per cento dell’indennità lorda moltiplicata per i cinque anni di legislatura, all’incirca 45mila euro netti. Ma Fini godrebbe di una somma molto maggiore in quanto, come già visto, a un vecchio parlamentare non si applicano le sforbiciate apportate dalle nuove norme. Per avere dei paragoni, nel 2008 Violante incassò 271mila euro, Mastella 307mila, Sanza 337mila e il recordman Cossutta ben 345mila. Fini è sulla buona strada per battere questo primato.

Non è finita. Perché la pensione da parlamentare gode dell’ineguagliabile facoltà di sommarsi ad altri eventuali redditi. E Fini potrebbe cumulare la pensione da giornalista erogata dall’Inpgi, l’istituto previdenziale autonomo. Il giovane Gianfranco fu assunto al Secolo d’Italia, l’organo di stampa del Movimento sociale, nel 1977 come praticante; divenne professionista nel 1980 e si mise in aspettativa nel 1983 dopo l’elezione alla Camera.

Infine, in qualità di ex presidente dell’assemblea di Montecitorio, Fini avrà diritto - come i suoi predecessori - a ulteriori privilegi esclusivi come l’auto blu, la scorta, uffici riservati, personale di segreteria, viaggi gratis per un certo numero di anni.



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Il sosta vietata dal 206 ac. Multa da pazzi in Sicilia

Libero




Chi abita nelle grandi città lo sa, le multe per divieto di sosta sono uno dei peggiori 'incubi' che t'inseguono per tutta la giornata. Ovunque tu metta la macchina, c'è sicuramente un motivo, anche insospettabile, per cui al tuo ritorno ci sarà una contravvenzione ad accoglierti. Ma quel che è successo in Sicilia supera davvero qualsisi tipo di immaginazione. Perchè, una donna si è vista recapitare una multa dove alla voce interessi c'era scritto 32.530,44 euro.  E già, perché nel calcolare la mora, la società di recupero crediti Serit è partita non già dal 2008, anno in cui è stata commessa l'infrazione, ma dal 208 avanti Cristo. Potete immaginare la reazione della donna nell'aprire la busta con la cartella esattoriale: è svenuta.

All'ospedale - La donna - un'impiegata 45enne dell'Ufficio delle Entrare agrigentino - è stata ricoverata all'ospedale San Giovanni di Dio, i medici le hanno diagnosticato un "calo di pressione improvviso conseguente a shock". I caschi bianchi di Agrigento, ovviamente, hanno segnalato l'anomalia alla società di recupero crediti, che dovrà ricalcolare la quota interessi a partire da una data ragionevole.


26/10/2011




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Il conto corrente del Cav dedicato al Bunga bunga

Quotidiano.net

Venti ragazze hanno beneficiato di sostanziosi bonifici

Tra il gennaio 2007 e il giugno 2008 prelevati oltre 14 milioni di euro. Settecentomila solo a Evelina Manna


Evelina Manna nel servizio di Playboy America
Evelina Manna nel servizio di Playboy America



di Gigi Paoli


FIRENZE, 27 ottobre 2011 - Il conto corrente numero 129 della filiale di Segrate del Monte dei Paschi di Siena era il pozzo di San Patrizio. Da quel conto, intestato a Silvio Berlusconi, fra il gennaio 2007 e il giugno 2008 sono stati effettuati bonifici per 14.371.000 euro con ripetute causali "prestito infruttifero", uno per "regalia" e altri due — da 700mila e 100mila euro — senza alcuna motivazione.


 I destinatari? Varie persone, fra le quali il senatore Marcello Dell’Utri e il Circolo delle Libertà, ma anche una ventina di ragazze più o meno già note alle cronache. E non solo. Da quel conto escono altri bonifici curiosi: a una concessionaria d’auto di Monza (il Cavaliere compra otto Mini per un totale di 236mila euro tra il febbraio 2007 e il maggio 2008) e a una nota gioielleria di Milano (sei bonifici per 337mila euro).


QUEL CHE accade sul conto corrente di Berlusconi tra il 2007 e il 2008 è il retroscena che si scorge fra i 64 faldoni dell’inchiesta della procura di Firenze sul Credito cooperativo fiorentino, la banca di cui era presidente il coordinatore Pdl, Denis Verdini. Perché c’entra il conto del Cavaliere? Perché da lì parte il 22 maggio 2008 un bonifico da un milione e mezzo di euro per Dell’Utri sul suo conto al Ccf: il senatore Pdl entra per altri motivi nell’inchiesta sulle presunte appropriazioni indebite che coinvolgono la banca ed è per questo che i carabinieri del Ros acquisiscono i report sul conto di Berlusconi. Finora però erano noti i rapporti economici fra il premier e le ragazze solo dal 2009.
Nelle carte di Firenze, invece, questi "prestiti infruttiferi" partono addirittura dal 2007. E ci sono nomi di tutti i tipi, compresi quelli di alcune protagoniste delle notti di Arcore.

Evelina Manna, ad esempio, autrice di una telefonata intercettata col Cavaliere in cui lo minacciava di rivelazioni imbarazzanti, riceve 700mila euro in un solo bonifico il 17 gennaio 2007: comprando casa a Roma, dirà alla venditrice che i soldi le arrivavano da un amico ricco e potente.

Altre beneficiate fra il 2007 e il 2008? 

L’annunciatrice Rai, Virginia Sanjust (il cui marito aveva minacciato Berlusconi di rivelare i suoi rapporti con la moglie se non lo avesse aiutato a tornare nei servizi segreti), riceve 150mila euro;

la modella Raissa Skorkina ,135mila euro (sua celebre dichiarazione: «A quell’uomo voglio un bene dell’anima, cioè provo proprio un amore»);

l’attrice Isabella Orsini, 325mila euro in sei tranche (Berlusconi è stato suo testimone alle nozze con un principe del Belgio);

le giornaliste Francesca Impiglia e Michelle Nouri, 50mila e 10mila;

l’attuale europarlamentare Barbara Matera, 95mila in tre tranche;

la modella Rasa Kulyte (oggi in Rai) 220mila euro;

l’attrice Claudia Galanti, 10mila;

la showgirl Natalia Bush, 20mila;

l’«ape regina» Sabina Began, 50mila;  
Angela Sozio, già immortalata dai fotografi in braccio al Cavaliere nel 2007, 38mila euro;

più altre già note «Papi-girls» come  
Albertina Carraro (300mila euro),  
Alessandra Sorcinelli (30mila),  
Sabrina Valentina Frascaroli, (40mila)..

Correvano gli anni 2007 e 2008. Del «bunga bunga» ancora nulla si sapeva. E fino a oggi quelle notti si fermavano al 2009.




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Bossi e Merola: la «sceneggiata» padana

Corriere della sera


Politica semi-seria: le liti del Carroccio
L. Gelmini e N. Luca

Pd nei guai, dopo il caso Unipol gli appalti Enac Il vizietto di D’Alema & Co: "Avere una banca"

di

Nelle intercettazioni l’amico di Baffino parla del progetto con un indagato. La rassicurazione: "Sto mettendo in piedi un ambaradam di banche". le opziono: "Tra la Banca di Cesena e la Popolare una la portiamo a casa"




Roma - E due. Dopo la nota intercettazione Fassino-Consorte sul caso Unipol, anche nell’inchiesta sulle tangenti Enac gli amici di Massimo D’Alema inciampano su una banca. O meglio, sulla necessità di «avere una banca» per operazioni collegate al business del volo. I collegamenti aerei con l’isola d’Elba sono infatti solo uno degli obiettivi centrati dal dalemiano Enzo Morichini per conto di Viscardo e Riccardo Paganelli, titolari della compagnia Rotkopf che per cinque volte ha ospitato gratuitamente D’Alema su e giù per l’Italia. Perché il suo lavoro di lobbying, il fedelissimo dell’ex premier, coinvolto in un’inchiesta su false fatturazioni e tangenti che sfiora la fondazione ItalianiEuropei di D’Alema, lo sa fare.

E così i Paganelli - finiti nei guai con Franco Pronzato, ex cda Enac e consulente di Bersani, per una tangente legata al rilascio del certificato «Coa» necessario a effettuare voli low cost verso l’isola d’Elba - non si sono lasciati sfuggire l’occasione di concludere, o provare a concludere, altri affari. Dalle intercettazioni disposte dal pm Paolo Ielo emerge il gran brigare di Morichini&Co e della necessità, appunto, di «avere una banca». Per fare cosa? Ottenere il via libera ai lanci con il paracadute a pagamento, effettuare il trasporto merci da Bergamo, coprire i collegamenti con Lampedusa e Pantelleria, mettere le mani su una gara delle Poste, incassare incarichi politici, chiudere una non meglio specificata questione «con i cinesi» di cui si sarebbe interessato D’Alema. Di tutto di più, insomma.

UN «AMBARADAM» DI BANCHE
Il 25 gennaio Morichini parla al telefono con Viscardo Paganelli. «L’undici andiamo su e vediamo di chiudere sto cerchio...di avere una banca», dice il braccio destro di D’Alema. Paganelli risponde che ne riparlano a voce. Il 4 febbraio Morichini insiste: «Guarda io non faccio sto mestiere però possiamo già comprare un altro aereo...una volta che c’hai gli appoggi...con...chi ti deve fare i contratti con le cose...». Paganelli annuisce: «Certo, certo....ci vuole la banca poi». Morichini lo rassicura: «La banca adesso ce la troviamo non ti preoccupare...questa...se noi andiamo alla Banca di Cesena o la Popolare di Cesena adesso sto mettendo in piedi un ambaradam di banche, non ti preoccupare...una di queste ce la portiamo a casa, vai tranquillo».

I CINESI E MAX
Sfogliando i brogliacci salta agli occhi una curiosa intercettazione, stranamente coperta da omissis. Si riferisce a un interessamento di Massimo D’Alema - così almeno sostiene Morichini - per dei «cinesi». Cosa voglia dire non si capisce, anche perché il magistrato si è preoccupato di «tagliare» il nastro proprio su questo punto. La guardia di finanza, invece, nel sunto dell’intercettazione, si dilunga sulla conversazione monca tra Morichini e un certo Franco, che non si capisce se corrisponda a Pronzato: «Franco poi gli chiede dei cinesi e Morichini risponde che anche D’Alema non ne ha saputo più nulla, poi continuano facendo commenti sulla situazione». Il testo dell’intercettazione non viene sbobinato. Omissis: «Discutono di altra questione non attinente».

INCARICHI POLITICI
Chiacchierando amabilmente, il 25 febbraio, Morichini e il titolare della Rotkopf, Riccardo Paganelli, gioiscono per l’ok al tanto agognato «certificato Coa» che permette alla compagnia di fare business sull’Elba. Morichini: «Ti volevo chiamà per quello...poi siccome m’ha telefonato l’altra persona...m’ha detto che so’ pronti a darci l’incarico». Nuova sforbiciata del pm, che pone un altro omissis, e nuovo sunto della Guardia di Finanza: «Vincenzo dice che l’altra persona lo ha chiamato e gli ha detto che sono pronti a dargli gli incarichi politici». A chi si riferisce?

I POLITICI PD E LE POSTE
Nelle telefonate sono numerosi i riferimenti a esponenti Pd e uomini d’apparato. Si citano incontri con Simona Velo, deputata di Bersani, vicepresidente della commissione Trasporti. Con Paolo Quinto, consigliere politico della capogruppo Pd al Senato, Anna Finocchiaro. Spesso Morichini e Pronzato parlano delle Poste e delle gare collegate. Il 4 febbraio Morichini a Pronzato: «Devo fare un pranzo con l’amministratore, una cena con l’Ad delle Poste, perché loro hanno un’attività da svolgere in Sardegna che è antieconomica per loro».




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Massacrata a coltellate da fidanzato i giudici vanno in pensione, slitta processo

Il Mattino



Giovedì 27 Ottobre 2011 - 10:29



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Il blindato di Formigoni "Mostro" da 272mila euro parcheggiato in garage

Il Giorno

L'auto era stata acquistata anni fa, per garantire l’incolumità del presidente della Regione Lombardia, ma da qualche tempo è ferma nei sotterranei del Pirellone



Milano, 27 ottobre 2011 - Era stata acquistata anni fa, per garantire l’incolumità del presidente della Regione Lombardia, ma da qualche tempo è ferma nei sotterranei del Pirellone. L’auto blindata, una Bmw 760 serie “High Security”, che monta un motore fino a 6mila di cilindrata, fa parte della pattuglia delle auto blu del presidente, ma solitamente non viene utilizzata con la stessa frequenza delle altre. Roberto Formigoni viaggia su altre confortevoli e nuovissime auto (ma predilige sempre tanto le Bmw), così come pure i suoi assessori che sfruttano la dotazione delle auto blu del Pirellone.

Eppure ai tempi, correva l’anno 2005, la vettura blindata fu acquistata in leasing per due anni per 272mila euro, riscattabile al terzo anno. Non noccioline, appunto. Senza considerare che le spese di manutenzione, dal momento del riscatto, avvenuto nel marzo 2008, sono state di circa ventimila euro. Spese che finiscono nel calderone di un capitolo di Bilancio denominato “Spese per la gestione del parco automezzi”. L’auto, secondo le motivazioni fornite dagli uffici è stata acquistata poiché rientra «nel rispetto degli obblighi di legge in materia di protezione delle personalità a rischio».

Eppure, nemmeno il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, che ha recentemente strappato proprio a Formigoni il podio di presidente più amato del Belpaese, ha un’auto blindata. Possiede, invece, un’auto di proprietà ma come sottolinea il suo portavoce, «da quattro anni, dopo le minacce di morte, gode della tutela disposta dal Comitato per la sicurezza e l’ordine pubbliche e quindi di un’auto messa a disposizione dalla Prefettura».

Dal Nord al Sud. Anche il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, «è sotto scorta», dice il suo portavoce «ma in alternativa, per compiti istituzionali usa una Passat di proprietà della Regione». Conserva memoria della vicenda dell’acquisto del blindato per Formigoni, Luciano Muhlbauer, consigliere regionale di Rifondazione dal 2005 al 2010. Fu il primo a presentare un’interpellanza su questo argomento. «Ricordo perfettamente anche la risposta, molto evasiva, degli uffici.

Una scelta determinata, cosi ci fu detto - rammenta l’ex consigliere - da una decisione del Ministero degli Interni che imponeva a tutte le amministrazioni pubbliche un simile obbligo nei confronti di chi fosse a rischio incolumità. Ma quali pericoli correva e corre Formigoni? No, più che una questione di sicurezza, per il Celeste ha sempre contato molto l’immagine. Peccato che a pagare siano sempre i contribuenti lombardi. Tra l’altro è bene ricordare che nei sotterranei marcisce questa auto blindata: ormai il suo valore è quasi nullo ma a maggior ragione, ci sono dei costi da sostenere. Tra l’altro non è una macchina facile da guidare, ai tempi c’era un autista dedicato». Oggi, invece, fanno sapere dagli uffici, «non è previsto l’utilizzo di un autista dedicato all’autovettura».

E quanto alle spese, certo la normativa sul superbollo non esenta le amministrazioni pubbliche dal pagarlo tanto che appunto, dice un tecnico del Pirellone, molte Regioni preferiscono prendere le auto in leasing e non riscattarle perchè così sono comprese le spese di bollo e assicurazione. «Sarebbe bello se in aula Formigoni ci spiegasse quante sono le auto blu della giunta e che costi hanno - interviene Gabriele Sola, consigliere dell’Italia dei Valori - e ci piacerebbe sapere se ha risposto al sondaggio del ministro Brunetta». Ma il governatore da mesi ripete che le auto blu sono state ridotte, «ne abbiamo solo una dozzina». Forse serve un po’ di chiarezza.

di Stefano Consenti




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Il medico fa pubblicità scorretta: sospeso

La Stampa


Con la sentenza n. 11589/11 la Corte di Cassazione si pronuncia in merito alla sospensione di un medico che aveva effettuato pubblicità scorrette sul suo sito, ritenendo infondato il ricorso proposto contro la sanzione.


Il Caso


Un medico è sottoposto a procedimento disciplinare per non aver predisposto la cartella clinica di un suo paziente prima di un’operazione di chirurgia plastica estetica. In seguito vengono riscontrate altre irregolarità, tra le quali l’attivazione di un sito internet autopromozionale dal contenuto non conforme alle prescrizioni di legge. La Commissione disciplinare dell’Ordine dei medici, infligge la sospensione dall’esercizio della professione per tre mesi; la sanzione veniva confermata dalla Commissione centrale e il medico propone ricorso per cassazione.

In tema di pubblicità sanitaria, la Commissione centrale, nel confermare la sanzione disciplinare inflitta in primo grado, ha ritenuto sussistenti le irregolarità contestate: nel sito internet erano prospettati titoli professionali di cui il medico era privo, e venivano mostrate immagini sconvenienti in relazione alla dignità della professione. Il medico, tuttavia non ha allegato, nel ricorso, con sufficiente precisione il contenuto della pubblicità contestata, così limitando il potere della Cassazione di valutare nel merito le decisioni della Commissione impugnate. All’esito, negativo, dell’indagine sulla fondatezza del ricorso, il Collegio condanna il ricorrente al pagamento delle spese.



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Luttazzi inedito e spietato Ecco il film perduto contro la casta dei giudici

di

Arriva al festival di Roma l’opera scritta e girata nel 1972 dal musicista, vittima di un clamoroso errore giudiziario. La pellicola si chiama "Illazione" ed è stata ritrovata dalla moglie




Un film contro lo strapotere dei giudici. Contro la loro impunità. Una pellicola di denuncia che, eravamo nel 1972, la Rai rifiutò di trasmettere. Una lacuna che viene colmata ora, 40 anni dopo. Domenica sera Rai5 trasmetterà L’illazione, film scritto diretto e interpretato da Lelio Luttazzi, dopo che nel pomeriggio il Festival Internazionale del Film di Roma gli avrà reso omaggio proiettandolo come evento speciale.

Girato con pochi mezzi in gran parte in una villa nella campagna romana dove un gruppo di persone si ritrova a cena, L’illazione è un’opera di appena 60 minuti che risente del clima e delle mode dell’epoca, con molti dialoghi e qualche digressione onirica. Il cuore della storia invece - gli errori dei giudici - è di un’attualità sconvolgente (come conferma anche l’ultimo libro di Stefano Zurlo, Prepotenti e impuniti, Piemme).

E conserva la forza di un pamphlet, sebbene girato nel 1972, un anno dopo il proscioglimento di Luttazzi dalle accuse di detenzione e spaccio di droga nate da un’intercettazione tra Walter Chiari e uno spacciatore. Accuse che lo costrinsero a 27 giorni di carcere quand’era uno dei personaggi più amati dal pubblico, musicista sopraffino, presentatore di rara eleganza, simbolo della tv in bianco e nero. Finalmente ora vedremo L’illazione, grazie alla dedizione della vedova Rossana Luttazzi e al restauro realizzato da «L’immagine ritrovata» di Bologna con la supervisione di Cesare Bastelli.

Con tanto di barba anticonformista, Luttazzi è uno scrittore deciso ad aiutare l’amico medico (Mario Valdemarin) caduto in depressione a causa delle lettere anonime che lo accusano di aver praticato l’eutanasia sul figlio neonato e sub-normale. Tra un bicchiere di vino e un disco jazz, lo scrittore sottopone la vicenda a un ambiguo magistrato (Alessandro Sperlì), acquirente del terreno adiacente la villa.

Le cose però non vanno per il verso giusto e il giudice imbastisce a sorpresa una sorta di processo kafkiano in cui le vittime, in un susseguirsi di dialoghi acuminati, si trasformano in indiziati. «Tra noi intellettualoidi e voi magistrati c’è una differenza», osserva lo scrittore Luttazzi. «Mentre voi presumete di conoscere di volta in volta la verità noi viviamo nel dubbio perenne, come Socrate. Un brindisi alla cicuta!».

Il magistrato: «Lei è un artista, il nostro mestiere lo lasci a noi. Il popolo ha bisogno di essere rassicurato da una giustizia energica, severa, dura se serve». E così, in attesa di un caffè anti-abbiocco, il giudice severo e duro mette nel mirino il medico taciturno. «Di che cosa dubita», gli chiede lo scrittore. «Di niente, non sono un socratico. Focalizzo dei concetti». «O dei preconcetti», precisa Luttazzi prima di condensare la sua denuncia: «Quindi, lei che ha il potere di decidere della libertà e della vita di tutti noi si abbandona all’illazione come fanno quelli che stanno massacrando il mio povero amico.

E magari a questo sistema si abbandona anche nella sua professione. Eh già, tanto anche se sbaglia, a chi deve rispondere, eh?». Le battute di Luttazzi fanno pensare anche oggi: «In una società ben organizzata chi ha responsabilità sociali andrebbe psicanalizzato prima di essere immesso nella professione. Certe tendenze negative che fanno parte della nostra natura, sadismo, volontà di potenza, narcisismo, esibizionismo ... possono spingerci a scegliere professioni dove possiamo meglio soddisfarci rimanendo al coperto».

«E perché io dovrei psicanalizzarmi e lei che è scrittore no?», chiede il magistrato. «Perché io non ho il potere di mandare in galera la gente». Fu Rossana Luttazzi a ritrovare nel ’78 durante un trasloco la pizza della pellicola: «“E questa cos’è?”, chiesi a mio marito. “È un film di qualche anno fa. L’ho scritto, girato, interpretato. Ma non se n’è mai parlato perché è contro un giudice”, tagliò corto lui». Tempo dopo, pur di vederlo, la moglie lo fece riversare in una cassetta vhs. «Ma Lelio non volle rivederlo. “Mi fa male... Lo sai che cosa mi ricorda... Non parlarmene più”, protestò.

Così lasciai perdere», ricorda ancora la signora Rossana. Che un anno fa, pochi mesi dopo la morte del marito, nel luglio 2010, diede vita alla Fondazione Lelio Luttazzi. «Era il modo per continuare a occuparmi di lui, come avevo fatto per 36 anni. Mostrai L’illazione a un amico critico cinematografico, che mi spronò assolutamente a fare qualcosa perché il film di Lelio lo meritava».




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La prima donna soldato Usa uccisa in combattimento

La Stampa

Maurizio Molonari

Ashley White, 24 anni, era con i Rangers in Afghanistan
CORRISPONDENTE DA NEW YORK

La prima donna commando è stata uccisa in Afghanistan nella notte fra sabato e domenica, durante un raid delle truppe speciali americane contro i taleban nei pressi di Kandahar. Ashley White aveva 24 anni e la sua morte alza il velo su un segreto che il Pentagono ha gelosamente custodito per quasi un anno. Risale infatti al novembre 2010 l’inizio dell’addestramento del primo gruppo di donne soldato assegnate alle truppe speciali: Delta Force, Rangers, Berretti Verdi e Navy Seals.

Per superare il corso di sei settimane hanno dovuto dimostrare non solo capacità fisiche e militari identiche a quelle dei soldati uomini, ma anche abilità che il Pentagono definisce «mentali e psicologiche» relative al compito cui sono destinate.

Il capitano Adrienne Bryant, che ha fatto parte del primo gruppo di donne-commando arrivato in Afghanistan in gennaio, descrive così la missione: «Dobbiamo perquisire le donne sotto i burqa, entrare nelle case e nelle camere dove si trovano per cercare nascondigli di armi, e interrogarle per ottenere informazioni sui taleban». Poiché in Afghanistan il 71 per cento della popolazione è composto da donne e bambini, ciò significa che le due donnecommando assegnate a ogni unità delle truppe speciali partecipano a pieno titolo ad azioni e perquisizioni, affrontandone i rischi conseguenti. Ashley White faceva parte del secondo gruppo di donne combattenti ed era stata assegnata a un «Support Team» di due donne aggregato a un’unità di 12 Rangers. Sabato notte era appena entrata in un villaggio nei pressi di Kandahar quando l’esplosione di un ordigno-trappola lasciato dai taleban l’ha uccisa, assieme a due compagni.

Fra i 6.230 soldati americani finora caduti in Afghanistan e Iraq dall’indomani dell’11 settembre 2001, le donne sono 135, secondo i dati raccolti dal Washington Post, ma Ashley White è la prima a morire servendo in un’unità combattente. A riconoscerlo sono anche le decorazioni assegnatele: la Stella di Bronzo, il «Purple Heart», il «Combat Action Badge», la medaglia al Merito e la medaglia della campagna afghana.

Ashley era arrivata in Afghanistan in agosto. Laura Dodson, sua compagna di corso nella base militare di Fort Bragg in North Carolina, la descrive come «una persona che credeva in ciò che faceva e voleva essere parte di qualcosa di più grande di lei». In forza al «Combat Team» della 30˚ Brigata pesante della Guardia Nazionale della North Carolina, Ashley era nata ad Alliance, in una delle aree più povere dell’Ohio, e aveva sposato il capitano dell’esercito Jason Stumf, anch’egli di base a Fort Bragg. Le sopravvivono anche i genitori, la sorella gemella Brittney e il fratello Josh con i quali era in costante contatto via e-mail. «Raccontava che le piaceva il lavoro cui era stata assegnata ma le mancava molto la famiglia e aspettava il giorno in cui sarebbe tornata a casa» ha detto una fonte vicina alla famiglia.

Sono frasi e pensieri che la fanno apparire come uno dei tanti soldati caduti, ma in realtà Ashley White consente di ricostruire quanto è avvenuto a partire dall’inizio del 2009 quando il generale Stanley McChrystal, allora comandante delle truppe in Afghanistan e lui stesso veterano delle truppe speciali, si rese conto della necessità di rompere il tabù delle donne in prima linea al fine di affiancarle ai reparti combattenti. Ne discusse con David Petraeus, che in quel momento guidava le truppe sullo scacchiere afghano-pakistano e ora è direttore della Cia.

Fu da quel colloquio che nacque l’idea di creare i «Cultural Support Team», scegliendo una formula tesa sottolineare la specifica missione affidata alle donne - occuparsi dei problemi posti dal burqa - ma addestrandole a combattere e ad affrontare i rischi alla stessa maniera dei soldati uomini. «Da tempo avevamo bisogno delle donne in prima linea per svolgere mansioni che sono impossibili per gli uomini che operano in zona di guerra in un Paese musulmano - commenta il comandante Ledford Stigall, un veterano dell’Afghanistan -. la loro presenza consente di agire con più facilità, senza offendere i costumi locali». Comportando il rischio di cadere durante l’azione.







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La bambina 7 miliardi

La Stampa

Sarà femmina e nascerà in una megalopoli africana l'essere umano che il 31 ottobre ci farà superare quel traguardo. E nel 2100 saremo 15 miliardi. Si apre il dibattito sul futuro dell'umanità



Sarà una bambina africana a far superare il traguardo di 7 miliardi di persone sulla Terra
PAOLO MASTROLILLI
INVIATO A NEW YORK

Non abbiamo ancora fatto in tempo a salutare il bambino che ci porterà sopra la soglia dei sette miliardi di abitanti sulla Terra, e già dobbiamo prepararci per dare il benvenuto all’essere umano numero quindici miliardi. Da tempo i demografi prevedono che entro la fine di questo mese l’umanità supererà il primo traguardo, e quindi già guardano a che cosa accadrà entro la fine del secolo in corso. Per celebrare i sette miliardi di persone, lo United Nations Population Fund (Unfpa) pubblica oggi un rapporto in cui sostiene che quello che abbiamo visto finora è nulla. Il testo, intitolato «The State of the World Population 2011», prevede che alla fine dell’anno 2100 sul nostro pianeta ci saranno quindici miliardi di esseri umani: la popolazione mondiale, dunque, raddoppierà in meno di un secolo.

Un’accelerazione preoccupante, che è destinata a riaccendere le polemiche sulla cosiddetta «Population Bomb», ossia la bomba demografica. La Terra, in altre parole, sarà in grado di sfamare e sostenere ad un livello di vita decente tutte queste persone? E se la risposta a questa domanda fosse negativa, qual è la strategia migliore per affrontare quest’emergenza? La questione è antica e assai dibattuta. La popolazione mondiale cresce nei Paesi in via di sviluppo, perché le nascite aumentano e la mortalità infantile diminuisce, grazie ai progressi della medicina. Nei Paesi ricchi invece la popolazione cala, ma non abbastanza per compensare la crescita nel resto del mondo.

Davanti a questo problema si confrontano due gruppi. Da una parte ci sono i «neomalthusiani», convinti che il pianeta non può sopportare così tante persone. Propongono di frenare la crescita attraverso l’istruzione delle famiglie, il miglioramento delle condizioni di vita nei Paesi poveri e la pianificazione famigliare. Ma questo è il principale punto di scontro con l’altro gruppo, che potremmo definire dei «pro life». Ne fanno parte la Chiesa cattolica e altre istituzioni religiose o laiche, contrarie all’aborto e in generale all’intromissione dell’uomo nelle questioni della vita. I loro esperti sostengono che in realtà l’intera popolazione mondiale potrebbe vivere già oggi agevolmente nel solo stato americano del Texas.

Oltre alla questione demografica c’è quella geopolitica. Per anni l’aumento della popolazione in Paesi emergenti come India e Cina ha fatto supporre che il pendolo del potere globale si stesse spostando, portandoci verso la fine del dominio occidentale e soprattutto degli Usa. Ora ci sono studi di istituti come Bank of America e Boston Consulting Group che sostengono il contrario: l’individuazione di nuove fonti di energia, insieme alla fine del gap produttivo tra Cina e Stati Uniti, starebbero aprendo la strada a un nuovo «secolo americano», nonostante l’impetuosa crescita della popolazione in Asia. Qualunque sia la risposta corretta a queste domande sul piano scientifico, l’importante sarà salutare il bambino (o la bambina) numero sette miliardi senza pregiudizi ideologici, trattandolo come un’opportunità invece che una minaccia.




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Tomba monumentale in vendita al cimitero di Poggioreale. Il prezzo? 800mila euro

Arrestato Giovanni Arena Il latitante ai poliziotti: "Ero qui da 20 anni"

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Dopo 18 anni di latitanza, la polizia ha arrestato il boss Giovanni Arena, esponente della cosca Santapaola, tra i latitanti più pericolosi d'Italia. La sua famiglia controlla lo spaccio nel rione Librino




Una latitanza durata 18 anni e interrotta dalla squadra mobile di Catania. In manette è finito Giovanni Arena, di 56 anni, considerato un esponente di spicco della cosca Santapaola. Era inserito nella lista dei trenta latitanti più pericolosi d'Italia. Nel 1993 riuscì a sfuggire all'operazione Orsa maggiore contro la cosca Santapaola.  Nel 2003 è stato condannato in contumacia all'ergastolo per l'omicidio di Maurizio Romeo, esponente della cosca rivale dei Ferrera, commesso ad Aci Castello il 31 ottobre 1989. Ma era ricercato anche per associazione mafiosa, detenzione di armi e traffico di droga.

Arena venne anche accusato di avere preso parte nell'attentato incendiario che il 18 gennaio 1990 distrusse la sede della Standa, all'epoca di proprietà del gruppo Berlusconi, nella centrale via Etnea a Catania, lo stesso giorno dell' arrivo della commissione antimafia in città. Successivamente, da quell'accusa Arena venne prosciolto. Il blitz della polizia è avvenuto nel quartiere popolare Librino di Catania ed è scattato alle due di notte.

L'ennesima conferma che i boss mafiosi difficilmente si allontanano da casa, al contrario tendono ad usufruire della rete di protezione che il territorio garantisce loro. La polizia ha fatto irruzione in appartamento al secondo piano di uno stabile a poche decine di metri dal palazzo di cemento di Librino. Il superlatitante era nascosto dietro a un letto a ponte che i poliziotti hanno forzato.  Quando si è visto accerchiato dagli agenti, il boss Arena avrebbe detto: "Questa volta siete stati bravi... da vent'anni sono in questa casa...".

Secondo gli investigatori, la famiglia Arena controlla il mercato dello spaccio di stupefacenti nel rione Librino, e in particolare del famigerato "Palazzo di cemento" dello stesso quartiere che produce un giro d'affari illecito con fatturati da capogiro.

E a dimostrazione del fatto che la famiglia sia interamente immersa nella criminalità c'è un passato fatto di arresti e inchieste nei confronti della moglie, Loredana Agata Avitabile, considerata la "zarina del palazzo di cemento", ma anche dei quattro figli.

Infatti,  Agatino Assunto, è stato catturato il 28 febbraio del 1999, e il 27 febbraio del 2010 condannato a 10 anni di reclusione per associazione mafiosa; Maurizio, è stato arrestato con l'accusa di omicidio il 15 novembre del 1999; Massimiliano, è stato rinviato a giudizio per tentativo di omicidio; Antonino è stato arrestato il 26 luglio del 2011 dopo due anni di latitanza e destinatario di quattro ordinanze di custodia cautelare.




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Il modellino traina il fuoristrada

Corriere della sera


Sfida impossibile: un piccolo carrarmato radiocomandato spinge auto da 2 tonnellate

La fine ingloriosa di test drive di un Aston

Corriere della sera


L’italiano Roberto Ricci distrugge una costosissima Rapide, la quattro porte della casa inglese


MILANO - Probabilmente solo l’assicurazione può rallegrarsi di questo test su strada: l’italiano Roberto Ricci, noto designer di tavole da surf, prova la sua nuova Aston Martin Rapide, un bolide da 200 mila euro. Durante il test drive della lussuosa vettura Ricci si fa filmare mentre sfreccia su un’autostrada a tutta velocità. La corsa finisce però contro un guard rail.


LA CORSA - Il video, pubblicato ora, è tra i più commentati sui portali specializzati americani e non solo. Roberto Ricci, riferisce il sito «Jalopnik», vuole portare la sua Aston Martin Rapide al limite; disinserisce (forse accidentalmente) il controllo elettronico di stabilità, e spinge sul pedale del gas. Entrato troppo veloce in una curva, finisce fuori strada. Nemmeno la frenata all’ultimo momento evita lo schianto. La macchina, come si vede dalle immagini, è completamente distrutta. L’intera sequenza della prova su strada, svoltasi a luglio, è stata catturata dalla telecamera del passeggero, un giornalista del portale di sport estremi «Mpora».

Sebbene gli airbag non si siano attivati, nessuno dei due ha riportato ferite nell’incidente. Tuttavia, cerca di sdrammatizzare il pilota a fine prova, sarebbe meglio che nella mia prossima auto Aston Martin non installasse più questo pulsante che consente di disinserire l'ESP. In realtà su quasi tutte le auto di un certo livello è possibile neutralizzarne l'intervento per avere una maggiore resa nell'utilizzo in pista, ma di solito è un'opzione consigliata ai guidatori più esperti. Ricci spiega infatti di aver voluto premere il pulsante «Sport», per aumentare le prestazioni della vettura, ma di aver disinserito per sbaglio il controllo elettronico della stabilità.

Elmar Burchia
26 ottobre 2011

Un'alunna è musulmana Il quadro della Madonna sparisce dai muri dell'aula

di

La famiglia di una studentessa, musulmana, si lamenta dei simboli religiosi in aula e la preside li fa levare. Ma gli altri genitori insorgono: "Preserviamo la nostra cultura"




Niente preghiere in aula. Niente festività religiose. Niente quadri della madonna in aula. La stretta laica arriva anche all'istituto Andrea Sole di Borgo Molara, nel palermitano.

A causare l'eliminazione di ogni simbolo religioso dalla scuola materna ed elementare di Palermo le rimostranze di una famiglia musulmana, preoccupata che la figlia potesse essere discriminata religiosamente dalla presenza dei simboli cristiani nell'istituto. Una decisione che per accontentare una singola famiglia, scontenta di fatto tutti gli altri genitori della scuola, che oppongono alla decisione sostanzialmente la stessa motivazione.

Non è giusto discriminare nessuna posizione religiosa. Sia essa islamica o cristiana. Passi forse l'abolizione delle preghiere all'inizio delle lezioni, ma la rimozione del quadro della vergine dai muri dell'istituto, decisa dalla dirigente del plesso scolastico, si scontra con le idee dei genitori che commentano il fatto e fanno presente che i loro figli hanno diritto a mantenere l'identità religiosa e culturale con la quale sono cresciuti.

Dal canto suo la preside, a capo di di una direzione didattica che comprende 5 plessi, e quindi un migliaio di alunni, spiega che "la mamma della bambina musulmana ha soltanto rivendicato il diritto di non aver impartiti insegnamenti cattolici.

Sono garante di un’istituzione che deve vedere tutti egualmente rappresentati. Avevo persino pensato di realizzare un angolo interreligioso".

Nessun problema, almeno in questo caso, è stato avanzato invece per la presenza in aula del crocifisso, anche perché, spiega sempre la dirigente scolastica, "ci sono sentenze europee che lo consentono" e dell’albero di Natale.






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