venerdì 28 ottobre 2011

Jobs cambiava auto ogni sei mesi, svelato il mistero della mercedes senza targa

Corriere della sera

Il metodo legale (e molto costoso): acquistava una macchina nuova sempre identica



MILANO - Per anni è stato visto scorrazzare per le strade californiane su una Mercedes SL55 AMG priva di targa e i fan della Apple hanno formulato le ipotesi più assurde per spiegare come riuscisse a viaggiare senza infrangere la legge. C'è chi ha sostenuto che l'ex Ceo dell'azienda di Cupertino avesse sostituito la targa con un codice a barre e chi invece assicurava che avesse acquistato un permesso speciale dalla polizia locale. Altri, ancora più fantasiosamente, ipotizzavano che Jobs pagasse ogni mese un numero imprecisato di multe pur di non mettere a rischio la propria privacy. Ma a poche settimane dalla scomparsa del guru della mela morsicata, il mistero della Mercedes di color argento e senza targa è stato svelato da Jon Callas, ex collega di Jobs, oggi amministrazione delegato del gruppo tecnologico Entrust. Callas ha confessato al sito itWire che Jobs aveva trovato un metodo semplice e legale per guidare sempre senza targa: cambiare auto ogni sei mesi

ACCORDO SINGOLARE - L'attuale Ceo di Entrust ha affermato che tutte le spiegazioni presentate fino ad oggi dai seguaci di Jobs sono molto fantasiose, ma nessuna si è avvicinata alla verità. La legislazione californiana - ha spiegato l'attuale Ceo di Entrust - impone agli automobilisti di apporre la targa sul veicolo entro sei mesi dall'acquisto. Jobs, rifacendosi al celebre slogan della Apple «Think different» aveva concluso un accordo davvero singolare con una società di leasing californiana: ogni sei mesi rivendeva la sua Mercedes SL 55 AMG alla compagnia di leasing e ne acquistava una nuova, identica e naturalmente dello stesso colore. Grazie a questo geniale e costoso stratagemma (l'auto costa intorno ai 150 mila euro) il guru informatico non era costretto a mettere la targa al veicolo e poteva tranquillamente viaggiare su tutte le strade della California senza incorrere in sanzioni.


Francesco Tortora
28 ottobre 2011 18:32



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Etecsa: dalla vigilanza all'indiscrezione

La Stampa





YOANI SANCHEZ

Quanti telefoni credi che siano ascoltati e controllati dalla polizia politica?, mi ha chiesto una persona che un tempo ha lavorato per i servizi segreti e che adesso è uno dei tanti collaboratori messi a riposo. Ho azzardato un numero a tre cifre, un modesto centinaio, che ha provocato uno scoppio di risa su quel volto solcato da rughe. “Fino a metà degli anni Novanta erano circa 21 mila le linee controllate, ma adesso devono essere il doppio perché i telefoni mobili sono aumentati”.

Il dato mi è stato confermato anche da un altro signore che per lavoro spiava le conversazioni altrui e installava microfoni nelle abitazioni di dissidenti, funzionari statali e persino artisti scomodi. Quando sono venuta a sapere che le intercettazioni telefoniche erano così numerose, ho passato la giornata a immaginare l’occhio del Grande Fratello su ogni albero e in ogni angolo della mia casa, ma anche pensando alle orecchie indiscrete appostate per ascoltare il telefonino che tengo in tasca. ETECSA, l’unica impresa telefonica del paese, utilizza la sua condizione di monopolio statale sulle comunicazioni per offrire al Ministero degli Interni servizi di intercettazione. Non è un delirio partorito dalla mia mente malata.

Ho provato a smontare il mio telefono mobile, togliendo persino la batteria, e quindi sono uscita dalla città; il nervosismo delle “ombre” che controllano la mia casa non si è fatto attendere. Quando invio messaggi di testo a qualcuno per dirgli che in breve tempo sarò in un certo luogo, al mio arrivo incontro gli inquieti ragazzi che mi seguono ovunque. Confesso che a volte questa cosa mi fa divertire, perché con il mio cellulare invito diversi amici a presentazioni di libri ufficiali e a eventi organizzati da istituzioni governative. Il successivo spiegamento di forze di polizia sarebbe quasi comico, se non fosse evidente un esagerato impiego di risorse - che dovrebbero servire alla sicurezza pubblica - invece che per futili necessità.

In ogni caso qualche volta il controllato può trasformarsi in controllore. Impiegati di ETECSA hanno fatto trapelare alle reti alternative un dettagliato database sui numeri telefonici del paese. Senza dubbio è una violazione della riservatezza che una compagnia dovrebbe tenere con i dati forniti dai clienti. Tuttavia, questa cosa è stata utile per scoprire i numeri telefonici degli incaricati di controllare e denigrare. Giornalisti del Granma, membri del Comitato Centrale e persino alti ufficiali della polizia politica sono registrati con numero di carta d’identità e indirizzo privato. Alcune brevi sigle rivelano quando il telefono è pagato da un organismo statale e quando è privato, cosa che mette allo scoperto il legame ufficiale di molti che si dichiarano indipendenti. Per una volta, il minuzioso inventario realizzato su ogni cittadino ci è servito per avere notizie sul loro conto, per renderci conto che chi ascolta all’altro capo della linea ha un nome e non soltanto uno pseudonimo. Adesso ognuno di noi è in grado di chiamarli, di inviare un messaggio, un breve e diretto sms per dire: “Ora basta!”.

Traduzione di Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi




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Smascherati gli anti casta Pranzi low cost al Senato Una bufala: guarda la foto

di

Da giorni sul web gira uno scontrino in cui si denuncia che i prezzi del ristorante del Senato non sono stati alzati. In realtà lo scontrino è di un dipendente. I senatori pagano il prezzo pieno: vi spieghiamo il perché...


Una bufala. Tutto qua. La denuncia dell'anti casta contro i costi della politica e, in particolar modo, sui prezzi del ristorante di Palazzo Madama è un vero e proprio flop. A dimostrarlo è stato, nei giorni scorsi, il senatore leghista Cesarino Monti pubblicando lo scontrino fiscale del proprio pranzo: gli indignati del web hanno preso una vera e propria cantonata scambiando la mensa del Senato (riservato ai dipendenti) col ristorante del Senato (riservato, invece, agli onorevoli). Una semplice svista che, però, è stata usata per giorni per gettare fango addosso alla politica.




Andiamo con ordine. A causa di una violenta ondata di indignazione generale, che è degenerata in proteste e scontri davanti alle Camere, a settembre il prezzo dei piatti è stato parificato al costo dei ristoranti del centro capitolino. Morale della favola: i prezzi sono più o meno triplicati e gli onorevoli hanno smesso di farsi pranzi luculliani sborsando un euro e sessanta centesimi per un primo e 3 euro e 55 centesimi per un secondo di pesce. A deciderlo è stato il Collegio dei questori che, per arginare la rivolta anti casta, hanno messo mano al menù. E così, di ritorno dalle vacanze, i senatori si sono trovati a pagare fino a 18 euro per un piatto di gli spaghetti all'astice. Il pasto completo? E' lievitato tra i 25 e i 30. Subito i quotidiani hanno denunciato il fuggi fuggi dal ristorante di Palazzo Madama. Numeri alla mano. Si è subito registrato un calo del 50 per cento delle presenze.

Un decina di giorni fa, però, ha iniziato a circolare la foto di uno scontrino in cui si dimostrava che in realtà i prezzi della mensa del Senato non erano affatto cambiati. Anzi. Un pasto completo per soli 7 euro e 50 centesimi: trofie asparagi e speck (0,87 centesimi), insalata spinaci e parmigiano (1,75 euro), tagliata con rucola, grana e aceto balsamico (3,41 euro), ananas (0,43 centesimi), torta della nonna (0,67) e bevande (037). Uno scontrino falso? Alcuni dicono così. Tuttavia, a prenderlo per vero, salta subito agli occhi che non è uno scontrino del ristorante, ma della mensa e che è stato pagato con un badge. Nono solo: sullo Il mistero? E' stato svelato nei giorni scorsi da Monti che, al termine di un pranzo, ha pensato bene di fotografare il proprio scontrino e postarlo su Facebook.




"Vi faccio notare un paio di particolari - spiega l'esponente del Carroccio - la mensa del Senato è adibita per i dipendenti e non per i senatori". E chiede, provocatoriamente: "Secondo voi quanto deve pagare un dipendente a pranzo? Nello scontrino caricato da me trovate la scritta ristorante del Senato, infatti nella parte in basso, sulla sinistra, trovate anche il mio nome e cognome". E sbotta: "Basta con le informazioni sbagliate". Basta guardare i prezzi per capire che Monti ha perfettamente ragione: una bottiglia da mezzo litro di Ferrarelle costa 67 centesimi e un filetto alla griglia 24,06 euro. Prezzo pieno, insomma.



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Gb, anche le figlie femmine saranno regine E i sovrani potranno sposare un cattolico

di

Riuniti in Australia i quindici paesi membri del Commonwealth hanno approvato le modifiche delle regole di successione al trono britannico. Finisce la supremazia dei maschi. Il cambiamento epocale vedrà la luce prima delle prossime elezioni politiche




Londra - La "legge salica" prevede che le figlie femmine non possano ereditare. Fu promulgata in Francia, quando la linea diretta dei Capeti si interruppe e i Valois furono chiamati al trono, perché le leggi dei Franchi escludevano le donne dalla successione alla "terra salica" (con cui si indicavano la terra e il patrimonio della casa). Ne sono scaturite dispute secolari, con l'esclusione della discendenza femminile in molte case regnanti.

Ora, nel terzo millennio, le cose cambiano per i 15 paesi membri del Commonwealth a cui fa capo la Regina Elisabetta d’Inghilterra. Riuniti in Australia hanno approvato le modifiche delle regole di successione al trono britannico. In questo modo - ha spiegato il premier britannico David Cameron - finirà la supremazia dei maschi pee l'accesso alla corona. E anche le primogenite femmine potranno diventare sovrane, senz alcuna limitazione di sorta. Tutti, ovviamente, pensano già ai futuri figli di Kate e William.

Le modifiche alle regole dinastiche consentiranno all’erede al trono di sposare anche un cattolico, senza per questo motivo dover rinunciare alla corona (misura sino ad ora necessaria perché il re è anche capo della Chiesa anglicana). Spetterà a Cameron introdurre le nuove leggi. Il cambiamento, per certi versi epocale, vedrà la luce prima delle prossime elezioni: così potranno essere applicate ai figli del duca e della duchessa di Cambridge.





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Ponte di Messina? Avanti tutta, si fa" I soldi spesi per nulla|Videorubrica

Corriere della sera


Contrordine: la mozione alla Camera che blocca i fondi pubblici non ferma il progetto. Lo dice la Presidenza del Consiglio. Il sindaco di Messina: fatto formale
La vittoria del partito del ponte che non si farà mai
di Pierluigi Battista

Decifrato codice segreto del Settecento Per oltre 20 anni è stato un mistero

Corriere della sera

Il Copiale Cipher: in un linguaggio finora mai decrittato riporta i riti di una società segreta tedesca


Il Copiale Cipher
Il Copiale Cipher
MILANO - Per vent'anni era stato un rompicapo sul quale si erano cimentati i migliori scienziati al mondo esperti di decrittazione e linguaggi segreti. Senza riuscire a decifrare il linguaggio segreto con il quale era stato scritto il Copiale Cipher, un documento di 105 pagine risalente al XVIII secolo (1760-1780) scritto in una lingua e in caratteri sconosciuti, ritrovato alla fine della guerra fredda all'Accademia di Berlino Est.

RITUALI - Ora, grazie all'aiuto determinante di sistemi computerizzati, il codice è stato decifrato, ha annunciato l'Università della California del Sud (Usc). I 75 mila caratteri manoscritti - in parte composti da lettere romane e greche, in parte simboli astratti - descrivono le pratiche iniziatiche di una società segreta tedesca del Settecento. Il Copiale Cipher, rinchiuso in una copertina di prezioso broccato verde ricamato in oro, ora in una collezione privata, rivela i rituali di una comunità affascinata dagli occhi e dall'oftalmologia. Gli esperti che sono riusciti a decrittare il testo - Kevin Knight di Usc insieme a Beáta Megyesi e Christiane Schaefer dell'Università di Uppsala (Svezia) - hanno provato con 80 lingue diverse prima di rendersi conto che i caratteri alfabetici romani erano privi di significato e servivano solo per disorientare i lettori occasionali che non erano autorizzati a capire il significato del testo. Il vero messaggio era contenuto nei simboli astratti. E le prime parole che sono emerse, scritte in tedesco del Settecento, sono risultate: «Cerimonie di iniziazione» e «Sezione segreta».


Redazione Online
28 ottobre 2011 15:36



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E Vendola rende precari 2mila assunti nella sanità

Libero




Chissà quanto vale elettoralmente promettere la stabilizzazione di 2mila precari, tra medici e infermieri, e la internalizzazione dei servizi della sanità assorbendo il personale delle cooperative di ausiliariato, portieriato, pulizia: a tutti il governatore della Regione Puglia, Nichi Vendola,  aveva promesso un contratto a tempo indeterminato con le Asl pugliesi.

Peccato che a distanza di pochi mesi dall’esito elettorale la Corte costituzionale abbia bocciato le due leggi regionali e messo sulla strada quelli che avevano creduto al miraggio di un posto pubblico a vita. Il risultato è il collasso del sistema sanitario regionale, con medici e infermieri che si sono visti stracciare l’assunzione a tempo indeterminato e il personale ausiliario che vive oggi un paradosso: finché lavorava per le cooperative, aveva il posto fisso, ora non lo avrà più. Come dire che Vendola ha reso precari coloro che prima non lo erano.

In realtà, non c’era alcun motivo di internalizzare se non per ragioni ideologiche: uno studio commissionato all’Università del Salento, dimostra che la spesa di una Asl piccola come quella di Lecce passerà dai 16,7 a 19 milioni di euro l’anno. Figurarsi quelle più grandi. Come se non bastasse, a Foggia e a Lecce le Procure stanno indagando sulle modalità di assunzione. Nel capoluogo dauno, dove il primo atto della srl era stato l’acquisto di un Suv da 46mila euro, la Guardia di finanza ha trovato uno schema in cui accanto a ciascun nome di lavoratore da assumere era appuntato lo sponsor politico.

A Bari è andata perfino peggio: il manager nominato da Vendola si è suicidato l’estate scorsa, secondo il direttore generale della Asl per le «pressioni» che aveva subìto. Insomma il caos su tutti i fronti, che ora il presidente della Regione prova a risolvere coinvolgendo il centrodestra in una complessa exit strategy.

Nichi Vendola aveva giurato: «La lotta alla precarietà per me non è stata una bandiera elettoralistica». Sarà. Certo è finora si è rivelata un fallimento.

di Antonio Cantoro

28/10/2011




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Contributi cumulabili, solo se l'anzianità non supera i 35 anni

La Stampa

Via libera al cumulo dei contributi, purché l'anzianità contributiva del lavoratore resti comunque al di sotto dei 35 anni. A precisarlo è la Cassazione, che - con la sentenza n. 6031/11 – rigetta il ricorso proposto da un lavoratore, affinché gli fosse riconosciuta la somma degli accrediti figurativi.


Il Caso


Nel caso in esame, la Suprema Corte chiarisce: il lavoratore non ha diritto di fruire dei contributi figurativi di "scivolo" concessi dalla normativa sul pensionamento anticipato di cui al d.l. n. 516/94 ai fini della maturazione dei 35 anni di contribuzione prescritti per il conseguimento della pensione di anzianità, ove sia già in possesso di tale requisito per effetto di contributi figurativi risultanti dall'ottenimento del prepensionamento concesso per l’esposizione all'amianto.

Ma non è tutto. I giudici di legittimità chiariscono anche che il prepensionamento di cui ha fruito il lavoratore ricorrente non può mai comportare il calcolo, ai fini pensionistici, di un periodo complessivo di contribuzione superiore ai 35 anni (costituenti il periodo minimo per il conseguimento della pensione di anzianità). Quindi, il cumulo dei due accrediti figurativi si giustifica solo se e in quanto, l'anzianità contributiva del lavoratore, accresciuta per effetto del beneficio legato all'esposizione all'amianto, resti comunque al disotto del "tetto" dei trentacinque anni. Infine, il Collegio ribadisce anche l’irrevocabilità delle domande di prepensionamento anticipato: una volta domandato, non può rinunciarsi al prepensionamento, che comporta l'applicazione della disciplina di legge che gli è propria e che consente soltanto l'attribuzione di un'anzianità contributiva complessiva massima pari ai trentacinque anni necessari per il pensionamento di anzianità.



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Lombardia: record di pensionati, anche quelli baby

Il Giorno

Ce n’è uno ogni tre abitanti, più di tre milioni in tutto


E gli under 50 sono 110mila, il 21% del totale. C'è una gran differenza di trattamento nelle varie province.

Baby pensioni, i numeri della Lombardia
Baby pensioni, i numeri della Lombardia



Milano, 28 ottobre 2011 - Un lombardo su tre non ha alcuna ragione di temere l’innalzamento dell’età pensionabile messo nero su bianco nella lettera d’intenti spedita dall’Italia all’Unione europea, semplicemente perché in pensione c’è già. Sono più di tre milioni, per la precisione 3.141.877, le pensioni erogate quest’anno dall’Inps dalle Alpi al Po e dal Garda al Maggiore: il 17,5 per cento dei 18.323.234 distribuite in tutto lo stivale. Ma il vero record, che oggi ci fa balzare agli onori delle cronache in base a un’indagine della Confartigianato, è quello dei baby pensionati.

Quel mezzo milioni di privilegiati che - almeno formalmente - ha salutato il lavoro prima di compiere cinquant’anni e, calcolando l’aspettativa di vita, prenderà la pensione per più di quarant’anni, quasi metà della sua esistenza terrena, pesando sullo Stato per 279.582 euro a testa più di un pensionato normale, per una spesa monstre di 148,6 miliardi di euro. Ebbene, non solo abita al Nord il 62,5% di questi signori e signore (sono metà e metà) che adesso molti chiedono di tassare per risanare i conti pubblici, ma più di uno su cinque è lombardo.

Lo dicono le tabelle della Confartigianato: sono tra noi 110.497 pensionati under 50, il 20,8% del totale, a fronte di una popolazione che equivale al 16,3% degli italiani. Se, perciò, non vale accampare la scusa della «regione più popolosa», neppure ci si può rifugiare nei “baby lavoratori” che rendono le pensioni d’anzianità più diffuse da queste parti. Dei nostri 110 mila e rotti nonni nel fiore degli anni, infatti, sono solo 26.080 i pensionati Inps (l’ente previdenziale che si occupa del settore privato) a fronte di 84.417 pensionati Inpdap. In altre parole, il 76,4 per cento della torta va ad ex dipendenti pubblici, quelli che più hanno beneficiato di leggi ad hoc per lasciare in fretta la popolazione attiva, e rappresentano in Lombardia una percentuale di poco inferiore a quella nazionale (78,6%).

E intanto, dei 9,45 miliardi di euro spesi ogni anno dallo Stato per mantenere i baby pensionati, quasi due miliardi vengono risucchiati dalla Lombardia, che svetta in cima alle loro regioni di provenienza seguita a debita distanza dal Veneto (56.785 ritirati prima dei 50, il 10,7% del totale), Emilia-Romagna (52.626, il 9,9%) e Piemonte (48.414, 9,1%). E «Roma ladrona»? Sta indietro di parecchie lunghezze, con 41.820 baby pensionati nel Lazio (di cui ben 36.490 “pubblici”), il 7,9% , mentre Sicilia e Campania stazionano a fondo classifica rispettivamente col 3,9 e il 4,3 per cento di chi si è messo a riposo prima d’ingrigire.

Tornando ai congedati dal lavoro “normali”, che sono sempre il 31,5 per cento dei lombardi - tenendo presente soltanto i dati dell’Inps, che lasciano fuori gran parte degli ex dipendenti pubblici) -, va precisato che per quasi due terzi (1.956.440) si tratta di pensioni di vecchiaia (cioè non sociali, d’invalidità, revertite e così via) che valgono, in media, 1.131,19 euro l’una, e, di queste, ben 1.380.649 sono erogate dal Fondo pensioni dei lavoratori dipendenti, con una media di 1.257,21 euro l’una. Quasi un terzo del totale va a residenti di Milano e provincia (501.896 pensionati ex dipendenti privati), seguono Bergamo (149.661), Varese (140.443), Monza/Brianza (127.768), Brescia (121.413), Como (84.764), Pavia (70.520), Lecco (53.699), Cremona (44.138), Mantova (40.188), Lodi (28.533) e Sondrio (17.626). I più “ricchi” sono i pensionati milanesi (1.455,23 euro l’importo medio), i più “poveri” quelli della Valtellina, i soli a percepire, in media, meno di mille euro al mese.


di Giulia Bonezzi




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Manichino insanguinato nella Milano di Pisapia L'arte? Uccidere Silvio

di

Un gruppo di attivisti incappucciati ha trascinato ieri un manichino insanguinato e con il volto del premier: "E' il primo Art-tentato e ne seguiranno altri, a Milano e in altre città"




Avvertono che è il primo «Art-tentato» e «ne seguiranno molti altri, a Milano e in altre città». Un gruppo di attivisti incappucciati ha trascinato ieri un manichino insanguinato e con il volto del premier in Galleria e sono scappati tra la folla. Subito sequestrati dalla Digos i volantini che inneggiano al «Suicidio di Berlusconi» come «primo passo per superare la crisi». Sono firmati dalle «Brigate artistiche»




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Scontri al corteo degli Indignati preso il black bloc che bruciò il blindato

Corriere della sera


Nuovo arresto dopo quello dei giovane di Sriano Irpino
Ventottenne riconosciuto dai video e fermato a Pisa. Custodia cautelare per 5 minorenni romani


ROMA - Dopo la conferma della custodia cautelare in carcere per Leonardo Vecchiolla, il 23enne di Ariano Irpino fermato sabato 22 - ritenuto tra i partecipanti all'assalto al blindato dei Carabinieri a Roma, durante la manifestazione degli Indignati del 15 ottobre - nuovo arresto giovedì per il rogo della camionetta in piazza San Giovanni.

A San Miniato, in Toscana, i carabinieri hanno bloccato un giovane antagonista, 28 anni, riconosciuto grazie ai video: è il black bloc che nelle foto viene immortalato mentre butta benzina all'interno del veicolo dove si trovano due militari dell'Arma. Per lui come per l'universitario Vecchiolla, l'accusa è di tentato omicidio.

MINORENNI AI DOMICILIARI - Sempre giovedì, cinque minorenni romani e del Lazio - già denunciati all'indomani degli scontri a San Giovanni del 15 ottobre - sono stati arrestati all'alba dalla polizia: nei loro confronti il gip Adele Simoncelli ha disposto gli arresti domiciliari. Nelle abitazioni di questi ragazzi di sedici anni - studenti non collegati con i centri sociali, ma pronti a sfidare in piazza le forze dell'ordine con bombe carta, sassi e bottiglie - sono stati sequestrati maschere antigas, manici di piccone con il nastro adesivo usato come impugnatura, e volantini inneggianti alla rivoluzione: «Liberiamo il 15 ottobre. Comunisti per l'organizzazione di classe».


L'assalto al blindato dei carabinieri

TUTTI INCENSURATI - Per i minori, tutti incensurati, le accuse sono di «resistenza pluriaggravata a pubblico ufficiale e danneggiamento seguito da incendio. Si tratta di Matteo C. e Nicolò B., entrambi di Guidonia, Samuele S. e Giuliano T., tutti e due residenti a San Paolo, insieme con Matteo C., di Ardea.

Secondo il rapporto di polizia, i cinque, di famiglie medio-borghesi, «dopo aver lanciato sassi, bottiglie e ordigni artigianali in direzione dei contingenti delle forze dell'ordine e dopo aver dato alle fiamme alcuni cassonetti della spazzatura per impedirne l'intervento (e forse per assicurarsi la fuga), venivano bloccati dagli operatori di polizia in via Merulana».

Proprio in quella strada, nell'ultima parte degli scontri, successiva all'assalto al blindato, gli agenti avevano già fermato altri sei ragazzi che sono stati subito arrestati. Ed è stato sempre allora che sono saltate fuori armi e maschere antigas. Un'altra maschera è stata sequestrata nell'abitazione del sedicenne di Ardea.

Redazione online
28 ottobre 2011 10:24

Quella gomitata a Luis Enrique «Ero pentito dopo un minuto»

Corriere della sera

Tassotti: «È nel suo diritto non accettare le mie scuse»



Luis Enrique protesta con l'arbitro dopo la gomitata ricevuta nel finale di Italia - Spagna del 9 luglio 1994
Luis Enrique protesta con l'arbitro dopo la gomitata ricevuta nel finale di Italia - Spagna del 9 luglio 1994
Il 9 luglio del 1994 a Boston Mauro Tassotti fu schierato da Arrigo Sacchi nell'Italia che, battendo la Spagna per 2-1 al termine di una tiratissima gara (gol decisivo di Robi Baggio all'88'), si guadagnò la semifinale del Mondiale americano contro la Bulgaria. Con lui, quel sabato, c'erano tra gli altri l'allenatore della Juve Antonio Conte, il vicepresidente federale Demetrio Albertini, l'opinionista di Sky Billy Costacurta, l'ex c.t. azzurro Roberto Donadoni e l'icona (in attesa di adeguata sistemazione) Paolo Maldini. Nella Spagna di Javier Clemente giocavano invece Miguel Angel Nadal, zio di Rafa, il tennista, e Luis Enrique.

Pep Guardiola era in panchina. Mauro aveva 34 anni e vestiva la maglia numero 9, Luis ne aveva dieci di meno e portava il numero 21. Nel concitato recupero concesso dall'arbitro ungherese Puhl una gomitata di Mauro in piena area di rigore ruppe il naso a Luis, senza che il direttore di gara facesse una piega. Da quell'istante la vita e la carriera di Mauro (Tassotti) e di Luis (Enrique) si sono inscindibilmente intrecciate, colpa di quell'episodio cruento che il primo pagò con una squalifica di 8 giornate. Domani all'Olimpico di Roma Luis Enrique, allenatore giallorosso, e Mauro Tassotti, vice di Allegri, si incroceranno in occasione di Roma-Milan.

Mauro, ha più incontrato Luis Enrique da quel pomeriggio americano di 17 anni fa?
«Ci siamo rivisti una volta in occasione di un'amichevole estiva tra Milan e Barcellona. Lui giocava ancora, io ero assistente di Ancelotti. L'allenatore del Barcellona era Rijkaard. Mi pare fossimo a Washington».

Le dà fastidio che ogni tanto questa storia torni a galla?
«Purtroppo è una cosa che è diventata parte integrante della mia carriera. Ho fatto una stupidata... Una grossa stupidata di cui ero già pentito un minuto dopo. Sapevo che questa vicenda sarebbe uscita visto che ora lui allena la Roma. Ero pronto».

Ma quale fu la ragione di quel gesto?
«Nella carriera di un calciatore ci sono episodi fortunati ed episodi sfortunati. Non potrai mai sapere come andrà a finire un'entrata su un avversario. Di sicuro non c'era premeditazione, è stata una cosa istintiva. Cercavo di guadagnare una posizione in area, ricordo che il finale di quella partita era concitato, gli spagnoli volevano il pareggio a tutti i costi. Mi sono sentito tenere per la maglia e ho allargato il braccio».

In maniera pesante.
«Credo di avere pagato per quel gesto. Mi dispiace per lui. So di avere fatto male a un collega in un contesto importante come un Mondiale».

Arrigo Sacchi, il c.t. di allora e suo ex allenatore ai tempi del primo Milan di Berlusconi, le disse qualcosa?
«Nulla. Mi diedero 8 giornate di squalifica, quella fu la prima volta in cui venne utilizzata la prova tv. Può immaginare come possa sentirsi uno che ha preso una mazzata di 8 giornate. E dire che non ero neppure un ragazzino».

Fu in effetti la sua ultima partita in azzurro.
«Quel Mondiale avrebbe comunque significato la fine della mia breve avventura con la nazionale. Quando stavo bene ed ero giovane non mi hanno mai chiamato. Ci sono arrivato a 33 anni perché serviva un giocatore con le mie caratteristiche».

Ma tra lei e Luis Enrique non c'è mai stato un tentativo se non di pacificazione, almeno di chiarimento?
«Ho cercato di chiarirmi con lui quella volta a Washington, non ricordo che anno fosse, ma era arrabbiato e alla fine non ce n'è stata la possibilità. Io lo capisco, è nel suo diritto non accettare le mie scuse».

Domani all'Olimpico, prima di Roma-Milan, potrebbe essere finalmente la volta buona. Una vostra stretta di mano si trasformerebbe in un bel messaggio per questo calcio paranoico.
«Se mi capiterà di incrociarlo, volentieri. Io sono disponibile a fare la pace, a chiedergli scusa. Sono sempre stato disponibile. Però posso comprendere che lui possa rifiutare la mia stretta di mano».

Anche ora che sono trascorsi così tanti anni?
«Anche ora. Quello in torto sono io».

A differenza di Luis Enrique che con la Roma ha spiccato il grande salto, lei ha scelto di rimanere nell'ombra. Un eterno secondo.
«Con l'eccezione dei primissimi anni della mia carriera nel settore giovanile della Lazio, non mi sono mai allontanato dal Milan. Sono sempre rimasto qui, non ho mai cambiato squadra. Ormai sono legatissimo a questo ambiente, a questi colori, alla città. Sono a Milano da 31 anni, non mi va di cambiare».

In pratica si sente milanese a tutti gli effetti.
«Questo è poco ma sicuro».

Ora come si comporterà se qualcuno dovesse chiederle ancora della gomitata a Luis Enrique?
«So che sarà inevitabile, non mi potrò sottrarre. Risponderò le stesse cose che ho appena detto a lei. Sono qui, a espiare le mie colpe».


Alberto Costa
28 ottobre 2011 10:24



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Comprare casa online

La Stampa


Come trovare la propria casa tramite internet evitando le truffe più comuni: i consigli della Polizia Postale e della Polizia delle Comunicazioni
Sono ben quattro milioni gli italiani che ogni mese si connettono a Internet per cercare una casa da acquistare. La maggior parte di loro, però, non sa che spesso anche le offerte all'apparenza più sicure sono in realtà false o non autorizzate, oppure forniscono informazioni non corrispondenti al vero e chiedono anticipi e caparre non dovuti.

Questi dati vengono dalle ultime ricerche effettuate dal portale immobiliare.it insieme alla Polizia Postale e alla Polizia delle Comunicazioni, ricerche realizzate per rendere sempre più sicura e affidabile la compravendita di immobili online. Da questa collaborazione è nato il sito web viadellasicurezza.it, dove si possono trovare le cinque regole fondamentali da seguire e un test per verificare le vostre competenze ed aiutarvi ad agire nel migliore dei modi. 

Il primo dei cinque passi base per comprare casa online in tutta sicurezza è quello di cercare l'annuncio solamente in portali riconosciuti e quindi sicuri. Controllate poi sempre la data di inserimento dell'annuncio: se l'immobile è in vendita da troppo tempo, potreste essere davanti ad un annuncio falso o ad una casa che presenta qualche problema.

Verificate sempre l'identità del venditore, sia che si tratti di un privato che di un professionista (quindi di un'agenzia immobiliare). Questo va fatto perché in caso di vendita avvenuta, l'unico a poter avanzare richieste di provvigioni per la compravendita è il professionista, mai il privato. Esaminate bene qualsiasi documento prima di accettare una proposta formale e, di conseguenza, vincolante: chiedete sempre di visionare planimetrie e certificazioni catastali. 

Infine ricordate che mai, in nessun caso, bisogna versare una provvigione, una caparra o un anticipo per visitare la casa o l'immobile, né ad un venditore privato né ad un venditore professionista: questa è la truffa più comune in assoluto ai danni di chi cerca casa attraverso il web.(LuxRevolution.com)
viadellasicurezza.it, www.viadellasicurezza.it


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Quei Boeing della compagnia che non c'è

Corriere della sera

La missione è trasportare tecnici in basi dove sono sviluppate armi ad alta tecnologia




LAS VEGAS – È la compagnia senza nome. Vola solo in posti segreti ed ha il suo quartier generale in un luogo che adora esibire. Las Vegas, la città del divertimento. Il suo terminal è a poche centinaia di metri dagli hotel Luxor e Mandalay. Alla fine della Diablo Road, si incrocia la S. Haven, una striscia d’asfalto che fila lungo recinzione che protegge l’aeroporto McCarran. Lì su un piazzale sono parcheggiati i jet. Sono gli aerei della «Janet». Ma Janet non è una sigla ufficiale, piuttosto un nomignolo forse nato dal codice radio usato. Tanti misteri sono giustificati dalle rotte della compagnia.

I jet della «Janet» sono usati dal Dipartimento della Difesa e gestiti dalla società EG&G per trasportare il proprio personale e tecnici in basi dove sono sviluppate armi ad alta tecnologia. Tra le destinazioni ci sono l’Area 51, impianto top secret nel deserto del Nevada, poi alcuni poligoni dell’aviazione (Tonopah e China Lake). Si tratta di siti dove l’Us Air Force mette a punto velivoli avveniristici e prova nuove armi.

La Bestia di Kandahar, il drone che ha partecipato alla missione per uccidere Osama Bin Laden – per fare un esempio – è stato testato in uno di questi centri. Così come i razzi impiegati dai velivoli senza pilota impegnati nella caccia ai qaedisti.


Una foto satellitare da Google
Una foto satellitare da Goog
Giovedì mattina ci siamo avvicinati al terminal della «Janet» e c’erano almeno due Boeing riconoscibili dalla livrea bianca con la striscia rossa lungo la fusoliera. Ovviamente nessun nome sul timone o sulle fiancate. Uno lo abbiamo visto arrivare sulla piazzola mentre a poche centinaia di metri si susseguivano atterraggi e decolli degli elicotteri pieni di turisti diretti al Gran Canyon o alla diga Hoover.

La compagnia dispone, secondo alcune informazioni, almeno sei B 737-600s e cinque aerei più piccoli. Una flottiglia che lavora a pieno ritmo per trasferire il personale nelle basi del deserto. Si tratta di installazioni in aree remote e l’alternativa per raggiungerle è un lungo viaggio in auto. Più rapido e sicuro il jet. L’attività della «Janet» non interessa solo agli appassionati di aeronautica ma anche alle spie che a Las Vegas e dintorni hanno molto da fare.

Guido Olimpio
28 ottobre 2011 07:46




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Quando Gianfry sgridava la presidente Pivetti: "La terza carica dello Stato sia super partes"

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Nel 1995 il leader del Fli la attaccò perché anti berlusconiana: "La terza carica dello Stato ha il dovere di essere imparziale e super partes". Adesso deve aver cambiato idea. La sua pensione da giornalista? Lavorati solo sei anni su trenta



«La terza carica dello Stato ha il dovere di essere imparziale e super partes». Chi l’ha detto? Il ministro Gelmini dopo lo scontro con Gianfranco Fini a Ballarò? Il premier Berlusconi dopo che il medesimo Fini ha fondato un nuovo partito? No. Sono parole proprio dell’attuale presidente della Camera. Le disse da parlamentare semplice contro l’occupante della poltrona numero 1 di Montecitorio. Era il 13 febbraio 1995 e l’allora presidente si chiamava Irene Pivetti.

La leghista era in una situazione paragonabile al Fini di oggi. Il Carroccio era uscito dalla maggioranza eletta dalle urne e la Pivetti era tra i più agguerriti critici di Berlusconi. Comprensibile che il neoeletto presidente di Alleanza nazionale, rimasto a fianco del Cavaliere, avesse il dente avvelenato.

L’episodio è ricordato nel libro La corsa per il Colle appena scritto dal vicepresidente del Senato Domenico Nania, uno che Fini lo conosce bene. «Se Irene Pivetti non dovesse correggere le dichiarazioni rese al congresso della Lega, dovrebbe prendere in considerazione l’ipotesi di rimettere il mandato di presidente della Camera - tuonò Fini in aula - le sue dichiarazioni sono oggettivamente gravi perché offensive nei confronti di alcuni parlamentari e del leader del partito di maggioranza relativa». Cioè Berlusconi. «I primi li ha definiti traditori, il secondo addirittura come un uomo che non crede nella democrazia o, peggio, che per la democrazia stessa rappresenta una minaccia». Sembra ieri.

«Non vale dire che parlava non come presidente della Camera, perché Irene Pivetti è il presidente della Camera - proseguiva Fini - la sua è stata una evidente dimostrazione di irresponsabilità politica. La terza carica dello Stato ha il dovere di essere imparziale e super partes». Osserva Nania nel libro: «Oggi che Fini è diventato politicamente corretto, ritiene che chi rivesta un incarico di così alto prestigio può tenere il piede in due scarpe, interpretando un ruolo politico fuori della Camera e un ruolo di garanzia all’interno dell’Aula?».

Il doppiopesismo è un brutto vizio della politica italiana. Predicare bene e razzolare male. Gianfranco Fini ha rimproverato a Umberto Bossi di non voler toccare le pensioni perché la moglie Manuela è a riposo da quando aveva 39 anni. Vergogna. Morte ai privilegi. Eppure Fini, quando raggiungerà l’età della quiescenza, godrà di due vitalizi: quello da parlamentare e quello da giornalista, pur avendo lavorato soltanto sei anni. Al Secolo d’Italia ha prestato la sua opera dal 1977 al 1983, poi si è messo in aspettativa e ha dato le dimissioni nel 2007 con 30 anni di contributi. L’assegno sarà basato in buona parte sui contributi figurativi e per un’altra parte su versamenti all’Inpgi (l’istituto previdenziale della categoria), come prevede una legge del 1999 per i giornalisti in aspettativa perché eletti a cariche politiche.



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Dopo le immagini sul Giornale sulla guerriglia beccato pure l'incendiario del blindato di Roma

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Fermato dai caranbinieri un 27enne di San Miniato: "Quello in foto sono io, ma versavo una bevanda". Un lettore ha riconosciuto il ragazzo e ha chiamato la caserma. Ieri altri 5 adolescenti sono finiti ai domiciliari per i fatti del 15 ottobre




Roma - Incastrato da una foto pubblicata sul Giornale. E fermato dai carabinieri. Avrebbe un nome un altro dei violenti di Roma, il ragazzo immortalato due settimane fa mentre, in piazza San Giovanni, a volto scoperto lanciava il contenuto di una bottiglia - forse liquido infiammabile - all’interno del furgone dei carabinieri che stava già bruciando dopo l’assalto dei black bloc.

Proprio quella foto, pubblicata sull’edizione online del Giornale, è stata notata da un lettore toscano, che ha telefonato ai carabinieri della stazione di San Miniato sostenendo di aver identificato l’autore del gesto in un residente della cittadina. Così i militari, intervenuti insieme ai colleghi dell’Anticrimine di Pisa, hanno rintracciato a casa sua uno studente 27enne, Carlo Seppia, che è stato sottoposto a fermo in quanto indiziato di delitto. Per gli uomini dell’Arma, infatti, Seppia sarebbe corresponsabile dell’incendio del blindato, ed è accusato anche di resistenza aggravata a pubblico ufficiale, ossia al carabiniere pugliese Fabio Tartaglione, che era alla guida del Ducato blu e che è fuggito dal mezzo, tra sassate e colpi di bastone, quando i violenti gli hanno dato fuoco.

Quando i militari ieri hanno bussato alla sua porta, il ragazzo avrebbe ammesso di essere in effetti lui quello ritratto nell’immagine pubblicata sul sito internet del nostro quotidiano, ma al contempo avrebbe precisato agli inquirenti che il liquido contenuto nella bottiglia e svuotato all’interno del furgone in fiamme non era altro che una «bevanda» non meglio identificata. Nel corso della perquisizione, i militari hanno ritrovato gli abiti che il giovane indossa nella fotografia scattata durante gli scontri, un volantino distribuito nel corso della manifestazione e una serie di immagini, tra le quali anche lo scatto pubblicato dal Giornale che lo vede protagonista, un souvenir quantomeno imprudente da conservare.

La notizia del fermo, anticipata ieri sera dal Tg5, non è l’unica di giornata legata alla ricerca dei responsabili delle violenze romane. Altre cinque persone che hanno partecipato agli scontri del 15 ottobre sono finite, ieri mattina, agli arresti domiciliari. I cinque, tutti minorenni incensurati, quattro sedicenni e un diciassettenne, di entrambi i sessi, sono accusati di resistenza pluriaggravata a pubblico ufficiale e danneggiamento seguito da incendio. Il gruppetto di liceali si era «distinto» negli scontri perché aveva creato barricate in strada, rovesciando e incendiando cassonetti e lanciando bombe carta e bottiglie contro le forze dell’ordine. Erano stati fermati la sera stessa in via Merulana insieme ad altri cinque ragazzi, maggiorenni, per i quali era scattato immediatamente l’arresto, mentre i cinque minori erano stati denunciati a piede libero. Avevano con loro due maschere antigas, un manico di piccone e volantini «rivoluzionari».

Ma l’elenco dei presunti responsabili delle violenze assicurati alla giustizia sembra destinato ad allungarsi nelle prossime ore: la digos della Capitale avrebbe infatti individuato diversi facinorosi appartenenti all’ambiente delle tifoserie organizzate di Roma e Lazio, protagonisti già in passato di scontri contro le forze dell’ordine, anche in occasione della guerriglia urbana del 14 dicembre scorso, nel centro storico di Roma.



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Pressioni dal Cav per chiudere Annozero? Tanto rumore per nulla: chiesta l'archiviazione

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I pm di Roma hanno chiesto al gip di archiviare l'inchiesta che vedeva indagati per abuso d'ufficio Silvio Berlusconi, Mauro Masi e Giancarlo Innocenzi sulle presunte pessioni per la chiusura di Annozero



Vi ricordate tutto il clamore per la chiusura del pulpito televisivo del telepredicatore più chic della sinistra catodica? Lacrime, grida e piedi battuti. E la caccia al colpevole che, ovviamente, non poteva che essere lui: Silvio Berlusconi. Colpevole di avere telefonato a Masi per lamentarsi dei comizi (questi d'odio, più che d'amore) di Santoro. Così la procura di Trani aprì un'inchiesta per abuso d'ufficio. L'ipotesi era che il Cav avesse fatto pressioni su Mauro Masi, allora direttore generale della Rai, e Giancarlo Innocenzi, ex commissario dell'Agcom, per far sospendere Annozero dal palinsesto del secondo canale Rai.

Oggi la procura di Roma, che aveva ereditato per competenza editoriale il fascicolo dai colleghi pugliesi, ha chiesto al gip di archiviare l’inchiesta. I pm romani avevano ipotizzato a carico del solo Berlusconi, nella veste di premier, i reati di minaccia a un corpo amministrativo dello Stato e di concussione e a quel punto il faldone era passato tribunale dei ministri. Ma il trbunale si era dichiarato incompetente perché il Cavaliere telefonava ai vertici della Rai e dell'Agcom non nelle vesti di Presidente del Consiglio.  Caso archiviato e nuova contestazione da parte dei pm. Questa volta per abuso d'ufficio.

Le indagini sono continuate e i magistrati di piazzale Clodio hanno ritenuto di non poter contestare l’abuso d’ufficio sulla base delle sole telefonate che il premier aveva fatto per lamentarsi del programma di Michele Santoro. Così i pm hanno chiesto al gip di archiviare il caso.

Conversazioni private che, per altro, non hanno sortito nessun effetto. Visto che Annozero non è stato sospeso da viale Mazzini, ma interrotto con un divorzio consensuale firmato dalla Rai e da Michele Santoro. Termina così, nella aule del tribunale, la lunga querelle. E Santoro ora a chi darà la colpa del trasloco (ben pagato) dagli studi della Rai?




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