domenica 30 ottobre 2011

Deputato paga 100 euro per una pizza «Gli rimarrà per sempre sullo stomaco»

Il Mattino


NAPOLI - Sergio D'Antoni, parlamentare Pd, è il primo onorevole a pagare la pizza a prezzo maggiorato, come promesso dai pizzaioli napoletani che hanno aderito alla nuova campagna contro la "casta". È successo nella pizzeria Sorbillo, in Via Tribunali nel Centro antico di Napoli, dove una pizza agli onorevoli costa 100 euro.




«Sabato 29 ottobre intorno alle 22.30 - raccontano il commissario regionale campano dei Verdi, Francesco Emilio Borrelli, e lo speaker radiofonico Gianni Simioli, ideatori della nuova campagna contro la casta - Sergio D'Antoni si è recato nella nota pizzeria ai Tribunali.

Forse non sapeva del prezzo per i deputati o forse ha ritenuto giusto pagare di più. Fatto sta che i clienti del locale l'hanno riconosciuto e hanno chiesto al titolare, che non lo aveva notato, di praticare il sovraprezzo per i deputati che è segnalato in grande evidenza all'ingresso del locale». D'Antoni, raccontano Borrelli e Simioli, «non ha battuto ciglio e ha pagato il salatissimo conto per una pizza "salsiccia e friarielli", che probabilmente gli rimarrà per sempre sullo stomaco. Siamo solo all'inizio».

«Questa vicenda dimostra - continuano Borrelli e Simioli - che se il popolo vuole la casta paghi. In tre giorni già 30 locali hanno messo i sovrapprezzi per i deputati, dai caffè a 90 euro ai panini a 350, fino ai pastori di San Gregorio Armeno a 1.200 euro. Ovviamente, qualora i deputati italiani si riducessero i benefit e gli stipendi, la nostra campagna si fermerebbe subito».

«I primi 100 euro - racconta Gino Sorbillo - li donerò a un centro per il sostegno ai poveri. Mi spiace per l'onorevole D'Antoni, ma finchè non si leveranno i privilegi della casta io e tanti altri commercianti li 'bastoneremò con il conto. Adesso aspetto il ministro La Russa. Se si presenta gli chiedo mille euro per un pizza perché in piena crisi economica ha acquistato con il suo Ministero 19 Maserati. Questi personaggi vanno fermati perchè non hanno ritegno», conclude.


Domenica 30 Ottobre 2011 - 12:35    Ultimo aggiornamento: 12:40



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Imprenditore nudo per protesta: «Ogni giorno uno di noi rischia....»

Corriere della sera

«...di restare in mutande»: manager trevigiano compra una pagina del Corriere e si spoglia


Enrico Frare copra una pagina del «Corriere» e si spoglia per protesta
Enrico Frare copra una pagina del «Corriere» e si spoglia per protesta
MILANO - Come Luciano Benetton 18 anni fa. Ma se in quel caso il patron della griffe di abbigliamento agì solo per pubblicità, in questo caso la storia è assai diversa. Già perché il giovane imprenditore trevigiano Enrico Frare, titolare della E-Group ha voluto comprare una intera pagina del Corriere, posando nudo, e lo ha fatto per provocazione, per manifestare il disagio della categoria di fronte alla crisi. La sua azienda è specializzata in abbigliamento sportivo invernale.

«Ogni giorno in Italia - recita lo slogan che accompagna la foto di Frare - un imprenditore rischia di rimanere senza mutande». «Per chi come me cerca di portare avanti il made in Italy - spiega oggi dalle pagine del Corriere del Veneto - la situazione non è più sostenibile. C'è chi mi chiede perché non delocalizzo: ma io voglio investire qui». È anche un problema di liquidità. «Le banche - denuncia Frare - anche a fronte di garanzie non concedono più nulla. La conseguenza sono meno investimenti in ricerca, sviluppo del prodotto, ritardi nella consegna e produttività in calo». La soluzione, ammonisce infine il giovane imprenditore, è una sola: «Il governo deve muoversi subito per non rischiare la fuga delle imprese che hanno fatto la fortuna del nostro territorio». Redazione Online








30 ottobre 2011 12:37



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Ingroia si confessa dai comunisti: "Io mi sento un partigiano"

di

Al VI congresso del Pdci, il sostituto procuratore di Palermo fa un comizio e dice: "Non mi sento del tutto imparziale, anzi, mi sento partigiano. Partigiano non solo perché sono socio onorario dell’Anpi, ma soprattutto perché sono un partigiano della Costituzione". Il Pdl insorge: uno scandalo




Lo abbiamo visto partecipare ai convegni di partito, stringere la mano al presidente della Camera Gianfranco Fini, intervenire alla manifestazione dell'Idv di Di Pietro e Travaglio contro il bunga bunga per sbeffeggiare Berlusconi, sedersi sullo scranno di Annozero insieme con Ciancimino, parlare dal palco delle festa bolognese della Fiom. E il dubbio che il sostituto procuratore di Palermo Antonio Ingroia fosse, diciamo così, "di parte" era balenato nella mente.

Ma poi questo dubbio si scontrava con le rassicurazioni e le dichiarazioni dello stesso pm che ha più volte sottolineato come “agli occhi del cittadino il magistrato non soltanto deve essere imparziale ma deve anche apparirlo”. Ma quando poi sempre lo stesso pm ammette la sua vera inclinazione politica, ecco che ogni dubbio viene spazzato. Il palco dal quale arriva la confessione è quello di Rimini, precisamente quello del VI Congresso nazionale del comunisti italiani.

Ingroia fa il suo comizio. Dichiara che "siamo in una fase critica. Le parti migliori della società devono impegnarsi dentro e fuori le istituzioni per realizzare un’Italia migliore. La magistratura deve essere autonoma e indipendente. La politica deve essere ambiziosa: deve fare la sua parte. C’è tanta stanchezza fra gli italiani. La politica con la ’p’ minuscola chiede alla magistratura di fare un passo indietro. C’è bisogno invece di una politica con la ’p’ maiuscola. Senza verità non c’è democrazia. Fino a quando avremo verità negate avremo una democrazia incompiuta. Legalità senza sconti per nessuno, in armonia con i principi costituzionali. Abbiamo bisogno di eguaglianza. Un’Italia di eguali contro un’Italia di diseguali".

E poi ancora parole in difesa della Costituzione: "La Costituzione è sotto assedio. Che fare? Resistere non basta. I magistrati non possono essere trasformati in esecutori materiali di leggi ingiuste".  Infine viene fuori il vero Ingroia: "Un magistrato deve essere imparziale quando esercita le sue funzioni -e non sempre certa magistratura che frequenta troppo certi salotti e certe stanze del potere lo è- ma io confesso non mi sento del tutto imparziale, anzi, mi sento partigiano. Partigiano non solo perché sono socio onorario dell’Anpi, ma sopratutto perché sono un partigiano della Costituzione.

E fra chi difende la Costituzione e chi quotidianamente cerca di violarla, violentarla, stravolgere, so da che parte stare". Insomma, parole destinate a far scalpore, ma pronunciate comunque, nonostante il pm fosse consapevole di ciò che avrebbero provocato. "Ho accettato l’invito di Oliviero Diliberto pur prevedendo le polemiche che potrebbero investirmi per il solo fatto di essere qui - ha infatti esordito il magistrato di Palermo dal palco dell’assise del Pdci - ma io ho giurato sulla Costituzione democratica, la difendo e sempre la difenderò anche a costo di essere investito dalle polemiche".

La previsione sulle critiche è stata azzeccata. Infatti, dal Pdl sono giunte affermazioni di biasimo nei confronti del reo confesso. Il capogruppo del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchito, ha ringraziato ironicamento il "dottor Ingroia per la sua chiarezza. Sappiamo che le vicende più delicate riguardanti i rapporti tra mafia e politica stanno a Palermo nelle mani di pm contrassegnati dalla massima imparzialità".

Più dure le parole del presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri. "Sono gravi e inquietanti le parole di Ingroia che confermano l’animo militante di alcuni settori della magistratura. Da persone così invece che comizi politici ci saremmo attesi le scuse per aver fatto di Ciancimino jr una icona antimafia quando invece organizzava traffici illeciti e nascondeva tritolo in casa. Ingroia conferma i nostri dubbi.E sul caso Ciancimino dovrebbe spiegare molte cose. Porteremo questo scandalo e il suo comizio odierno all’attenzione del Parlamento dove sarà anche il caso di discutere dlla nostra mozione sul 41 bis che fu cancellato per centinaia di boss al tempo di Ciampi e Scalfaro e che anche ora il partito di Vendola vorrebbe abolire".

"Non era mai accaduto che un magistrato in servizio, già esposto mediaticamente su più di un fronte, prendesse la parola a un congresso di partito per attaccare maggioranza parlamentare e governo. Oggi il dottor Ingroia lo ha fatto con il suo intevento al congresso dell’ultimo partito comunista rimasto,congresso che naturalmente lo ha applaudito in sfregio a qualsiasi principio di separazione dei poteri", sottolinea Giorgio Stracquadanio, deputato del Pdl.




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Nel tunnel del Bianco come al Gp L'autovelox lo "becca" ai 197 km all'ora

La Stampa

Mentre il turista volava in galleria la donna al suo fianco riprendeva la pazza corsa con un telefonino. Arriva la multa da 3000 euro



L'uomo ha dovuto lasciare la patente nelle mani della polizia


S. SER.
Un turista tedesco di origini israeliane ieri notte ha scambiato il tunnel del Monte Bianco per quello, tanto caro agli appassionati di Formula 1, di Montecarlo. I radar disseminati lungo la galleria italo-francese hanno fotografato a più riprese l'Audi A6 su cui viaggiava in direzione di Courmayeur a una velocità che ha toccato i 197 chilometri orari, contro un limite dei settanta all'ora. L'uomo è stato poi fermato dalla polizia italiana all'uscita del traforo.

Ne dà notizia Le Dauphiné Libéré. Nelle immagini registrate dagli autovelox dell'Audi lanciata a folle velocità, gli agenti hanno anche trovato una sorta di spiegazione al gesto delirante: mentre l'uomo pigiava sull'acceleratore della berlina, la donna che era seduta al suo fianco riprendeva il tutto con un videofonino. Il filmato però costerà caro alla coppia, che ha accumulato multe per 3 mila euro, mentre l'uomo ha dovuto lasciare la patente nelle mani della polizia. La riavrà, ma con tempi assai meno veloci di quelli registrati dalla sua Audi.




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L'ultima battaglia di "Capitan Uncino"

La Stampa

E' morto a Piacenza Giampiero Steccato: ha lottato per sette anni contro la sindrome di Locked-in.
Completamente paralizzato poteva comunicare con gli occhi



Giampiero Steccato con la figlia in un fotogramma tratto da Youtube


Piacenza
è morto a Piacenza Giampiero Steccato, 62 anni, conosciuto da tutti come "Capitan Uncino", che lottava coraggiosamente da anni con la "sindrome di Locked-in", malattia che lo aveva "sepolto" nel proprio corpo: cosciente ma completamente paralizzato, riusciva ad esprimersi solo muovendo una palpebra o un angolo della bocca.

Accanto a lui fino all'ultimo la moglie Lucia, che era la sua voce, avendo creato il canale di comunicazione che permetteva a Steccato di esprimersi: lei recitava l'alfabeto (scorporato in vocali o consonanti, e sequenze) e lui con un quasi impercettibile movimento della bocca dava il segnale che quella era la lettera giusta. E via via, alla solerte ricerca della seconda lettera.

Nonostante la malattia Steccato, ex impiegato delle Ferrovie, non ha mai rinunciato alla voglia e al diritto di vivere: meno di un anno fa con l'amico Alessandro Bergonzoni, artista, comico e scrittore, era stato in cattedra a Genova e quindi alla Bicocca di Milano parlando di comunicazione. Già inchiodato alla sedia a rotelle e non vedente - la malattia lo colpì quando aveva 48 anni - ha scritto libri (firmandosi Capitan Uncino) e tenuto conferenze. L' 11 marzo di due anni fa, accompagnato dai familiari, volò con un C-27J dell'Aeronautica militare a Roma per partecipare all'udienza generale a San Pietro e consegnare a Papa Benedetto XVI un messaggio per il «diritto alla vita».

Solo una delle sue ultime sfide non andrà in porto: doveva salire su un'imbarcazione speciale e veleggiare sulle onde ospite della Capitaneria di porto di Genova, ma non ne ha avuto il tempo. I funerali si svolgeranno domani alle 9.30 a Piacenza nella chiesa parrocchiale di San Corrado.




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Fermiamo l’invasione" Atene costruisce l’ultimo muro d’Europa

La Stampa

Con canotti e salvagenti gli immigrati attraversano l’Evros



I clandestini sorpresi dalla polizia greca vengono portati ai commissariati e poi a una sorta di Centri di identificazione ed espulsione





NICCOLÒ ZANCAN
INVIATO A NEA VYSSA (Grecia)

Un nuovo muro in Europa. Hanno deciso di costruirlo qui. Nella boscaglia fitta dove senti urlare: «Go, go, go!». Dove qualcuno sta scappando anche adesso. In mezzo ai campi di pannocchie. Fra i cacciatori greci che sparano alle lepri e i pescatori turchi che lambiscono il confine con le loro piccole barche di legno. In questo angolo di frontiera. Dove 130 immigrati in media al giorno attraversano il fiume Evros in qualche modo. Canotti gonfiati a bocca. Braccioli da bambini. Ciambelle gialle.

Corde e preghiere. Oppure affidando i soldi stropicciati alle solite mani dei trafficanti. Non importa come. Youness Faisall, per esempio, mette le scarpe da ginnastica e la tuta Adidas dentro un sacchetto di plastica. Poi lega il fardello al collo con le stringhe, e si butta. In jeans e maglietta. L’acqua è gelida, ma sa nuotare bene. Sette minuti. E adesso un po’ ride e un po’ piange, cercando l’ultimo raggio di sole per scacciare via i brividi. «Questo è il giorno più felice della mia vita - dice Faisall -: evviva l’Europa. Ho 26 anni, arrivo da Casablanca, andrò a lavorare a Parigi. Il mio piano è riuscire ad aprire un ristorante».

Il piano della Grecia, invece, è difendersi dietro a tre metri di cemento e filo spinato, con telecamere, sensori termici e nuovi centri di detenzione. Il muro sarà lungo dieci chilometri e trecento metri. Dai villaggi di Kastanies e Nea Vyssa alle campagne, dove l’ansa del fiume è più stretta, il confine più indefinito e la via per l’Europa apparentemente più agevole. Dunque non era una minaccia. Neanche un modo per attirare l’attenzione della comunità europea. Il ministro dell’Interno greco, Christos Papoutsis, fa sul serio. Il 4 ottobre è scaduto il bando di gara. Quattordici imprese hanno i requisiti per la costruzione del muro. Sta per essere annunciato il vincitore.

Poi incominceranno i lavori. L’obiettivo è finire prima della prossima estate. Sono già pronti 6 milioni di euro, in un piano complessivo da 275 milioni (200 arrivano dall’Europa). La Grecia considera la costruzione del muro un’opera prioritaria. Ha i confini più porosi dell'Unione: 132.524 migranti nel 2010, 47 mila solo nella zona dell’Evros.

Ma arrivare al fiume passando dal confine turco fa uno strano effetto. Il concetto d’Europa appare ormai relativo. Da Istanbul c’è un’autostrada a tre corsie. Edirne - la vecchia Adrianopoli - brulica di vita. Le bambine vanno a scuola con il grembiule delle Winx. Ragazze e ragazzi si tengono per mano nelle strade del centro, fra i minareti della moschea Selimiye. Ovunque, banche e negozi di telefoni cellulari. I turchi non invidiano i greci. Ma Youness, Rached e gli altri non è qui che vogliono stare, anche se è stato facile ottenere il visto per turismo.

La Turchia accoglie chiunque. Afghani e pachistani arrivano a piedi dal’Iran. I bengalesi rimbalzando da diversi aeroporti. I nordafricani comprano i voli in Algeria. Stanno arrivando anche dalla Libia e dal Corno d’Africa. Molte donne dalla Repubblica Dominicana. Sono ondate continue di gente senza valigia. Anche famiglie con bambini piccoli. Vogliono andare dall’altra parte del fiume. Dove li attende un’altra Lampedusa.

La zona è già militarizzata. Quotidianamente battuta da un contingente di Frontex, l’agenzia europea per il controllo dei confini. In questi giorni il capo è un agente islandese. Studia nuove strategie con i colleghi greci. I mezzi militari percorrono la sponda del fiume. Gli agenti usano grossi binocoli a raggi infrarossi. In tutta l’area è vietato fare fotografie. Solo i cacciatori hanno libero accesso, con vecchi fuoristrada per non impantanarsi. A noi ci porta un ragazzo di Nea Vyssa, ma dopo averci fatto vedere le torrette di avvistamento, le barche dei trafficanti e i salvagente ancora gonfi sulle rive, è preoccupato per il fango che abbiamo sulle scarpe. «Se ti vedono così, capiscono dove sei stato».

Eppure anche oggi gruppi di ragazzi guadano l’Evros. Alcuni aspettano il buio. Altri si spostano verso Sud. Sbucano dai boschi bagnati fradici e si incolonnano sulle strade. Accolti e spesso salvati dagli operatori di Medici senza frontiere. Distribuiscono kit di sopravvivenza, coperte e cure, informazioni preziose. Perché sono ragazzi che non sanno nulla. Quando scoprono che Atene è lontana ancora 1000 chilometri, sgranano gli occhi e riprendono a camminare.

Il capo della polizia di Orestiada si chiama Georgios Salamagkas. Madonne e bandiere nel suo ufficio. A tutti i giornalisti mostra un video in bianconero: un motoscafo affianca una piccola barca a remi, che trasborda uomini e donne da una sponda all’altra. «Abbiamo arrestato 73 trafficanti nel 2010 e 49 nel 2011 - spiega - nel 50 per cento dei casi sono turchi». Poi Salamagkas tira fuori un plico di foto impressionanti. Cadaveri devastati dall’acqua. È difficile passare l’Evros. Il fiume è profondo, pieno di correnti e mulinelli.
E la fine di tutte le speranze è uno spiazzo di terra, nel piccolo villaggio di Sidiro: definirlo cimitero non sarebbe giusto. Oggi arrivano quattro cadaveri. Li hanno trovati i cacciatori. Il medico legale ha già fatto l’autopsia e prelevato un campione di Dna a futura memoria. Ora due funzionari aprono il cancello di ferro e scavano l’ennesima buca.

Non ci sono lapidi. Neppure croci. I morti dell’Evros sono considerati musulmani per definizione. «Arrivano qui con un cartellino attaccato alla busta di plastica - spiega Enes Domadoglu, che aiuta a scavare -. Niente nome, nemmeno la nazionalità. C’è scritto soltanto un numero». Nessuno conosce l’esatta contabilità dei morti dell’Evros. Lo spiazzo è grande. Tantissimi cumuli di terra. File disordinate. Le erbacce ricresciute indicano l’anno di sepoltura.

«Quello che stiamo verificando - dice Ioanna Pertsinidou di Medici Senza Frontiere - è che i migranti sono disposti a fare viaggi sempre più complicati, pericolosi e dispendiosi, pur di raggiungere la loro destinazione finale». Quando arrivano in Grecia vengono portati in centri di detenzioni in condizioni pessime, come quello di Fylakio.

Disumani per stessa ammissione del Governo: «Non abbiamo fondi». Ne escono con un permesso di soggiorno valido per 30 giorni. Una specie di foglio di via. Con il divieto di passare dai porti di Patrasso e Igoumenitsa, quelli dove si può tentare di salpare verso altri pezzi d’Europa. «Ma stanno già aprendo nuove vie attraverso l’Albania - spiega Ioanna Pertsinidou -. Oppure passano dalle isole minori. Il muro non farà altro che aumentare i rischi di viaggi già decisi».

Il commissario Salamagkas non è il tipo che si scompone di fronte alle critiche: «Avevamo bisogno di chiudere quel tratto di 10 chilometri e lo faremo. Il muro servirà. Il 70 per cento degli immigrati è passato di lì». Come Youness Faissal. Che intanto se la ride. Ride e piange. Le stazioni sono piene di ragazzi come lui. Infreddoliti, stremati, commossi. Si dividono i biscotti. Di nuovo in partenza. Faysall ripensa al suo ristorante e ti abbraccia: «Lo chiamerò “Sogni per tutti”».




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Video denuncia choc sulla Cgl. dal lavoro nero alle vessazioni

Libero




La Cgil fa le barricate in difesa delle pensioni e dell'articolo 18. La Cgil fa le barricate in nome del lavoro regolare. Peccato che oggi spuntino come funghi i casi di ex dipendenti del sindacato che denunciatno gravi irregolarità. Il campionario riguarda maltrattamenti, vessazioni, mobbing, licenziamenti illegittimi, finti contratti e lavoro nero.

Nel mirino, spesso, ci finiscono le donne, soprattutto del Sud italia. In Sicilia, giusto per avere il polso della situazione, si è recentemente costituito il 'comitato dei lavoratori licenziati dal sindacato'. In Campania - altro esempio - lo scorso dicembre la vertenza di Ciro Crescentini (licenziato dalla Fillea Cgil anni fa) ha registrato una svolta importante: il giudice di secondo grado ha infatti dichiarato "l'inefficacia del licenziamento" dell'uomo, e ordinato alla Fillea Cgil nazionale il reintegro "nel precedente posto di lavoro occupato o in mansioni equivalenti".


Il portale - Sul web è addirittura nato un portale che si chiama Lavoratori licenziati dalla Cgil. "Questo spazio - viene spiegato sul sito - vuole essere strumento di sintesi, di confronto e denuncia, nel rispetto non solo di chi è vittima di licenziamento da parte della Cgil, ma anche dei tanti compagni e delle tante compagne che, dentro e fuori la Cgil, ci mostrano ogni giorno la loro vicinanza e la loro solidarietà". E così, on line, vengono raccolte le sentenze del tribunale del lavoro e diversi video a dir poco impressionanti. In uno di questi, che potete vedere su LiberoTv, vi è un incredibile collage di testimonianze.

Il video - "E' inaccettabile imbracciare la bandiera rossa, scendere in piazza per il diritto dei lavoratori quando poi tra quei lavoratori ci sono persone che di diritti non ne hanno". Quindi le confessioni. "Per tanto tempo non ho parlato. Vedevo la Cgil più grande di me. Mi sentivo sola". Oppure: "Hanno fatto tutto per licenziarmi". Quindi Giovanni Sapienza spiega: "Ho lavorato per 13 anni alla Cgil di Catania in nero". Quello che svela Romina Licciardi è terribile:

"Ho lavorato due anni, dal 1998 al 2000 in nero, per conto della Cgil di Ragusa. Nel 2000 ho avuto un contratto part-time, dopo di che ricevo una tentata violenza da parte di un mio superiore. Denuncio i fatti, ma il mio superiore inizia una serie di azioni vessatorie nei miei confronti e vengo allontanata per un periodo dalla Cgil". E come questa altre drammatiche testimonianze sul sindacato che, in teoria, dovrebbe essere in prima linea nella difesa dei lavoratori.



29/10/2011

Stuprò una studentessa Adesso in tutto il mondo è braccato dalla polizia

di

Il sudamericano accusato della violenza nel sottopassaggio di Treviso beffa gli agenti. Punta su Bogotà, dove non c’è estradizione




La caccia all’uomo punta oltreoceano. La destinazione di quello che la polizia ha soprannominato «mostro di Treviso» sarebbe la Colombia, suo paese d’origine. Julio Cesar Zoluaga Aguirre, 26 anni, è accusato di aver stuprato una studentessa di 21 anni lunedì scorso nel sottopassaggio della stazione della città veneta. Gli inquirenti sono sicuri che sia stato lui. E hanno spiccato un mandato di cattura internazionale.

Aguirre è scappato da Treviso subito dopo lo stupro, braccato dagli agenti della Squadra mobile. Ha preso il treno per l’estero. Inizialmente si è pensato alla Francia, via Torino, ma poi la polizia ha trovato le sue tracce a Madrid. Il ricercato aveva in tasca un biglietto aereo per Bogotà, in Colombia, e la guardia civil spagnola aveva preparato una trappola per catturarlo all’aeroporto della capitale.

Ma all’imbarco del volo delle 5.34 di venerdì Aguirre non si è presentato. Il timore è che abbia deciso di raggiungere il suo paese in nave. In questo caso le speranze di prenderlo si azzererebbero, visto che la Colombia non prevede l’estradizione per reati sessuali. «Dobbiamo prendere il mostro. Sono ottimista», ha assicurato il questore di Treviso, Carmine Damiano.

Lo stupro del sottopassaggio ha sconvolto la città. Pochi minuti prima delle 7 la vittima camminava dalla macchina verso la stazione per andare all’università di Padova. L’aggressore l’ha seguita nel tunnel buio, l’ha afferrata alle spalle e l’ha trascinata in un cortile vicino. L’ha minacciata di morte puntandole un coltello alla gola. Si è tolto le scarpe e i vestiti e l’ha violentata. Un’altra giovane di 18 anni, anche lei diretta a scuola, ha sentito le urla della ragazza e ha messo in fuga Aguirre, che nella fretta si è allontanato semi nudo e ha lasciato scarpe e slip.

«Erano dietro a dei cespugli - ha raccontato al Tgr la 18enne -, ho sentito lei che urlava. Quando mi sono avvicinata, l’ho visto scappare. Si vede che ha sentito che stava arrivando qualcuno. La ragazza era in piedi, sconvolta. Ho cercato di confortarla e l’ho abbracciata». Un’altra persona aveva sentito la grida d’aiuto. «Un ragazzo del condominio di fronte si è affacciato al balcone, ma si è subito chiuso in casa in preda alla paura - ha aggiunto la soccorritrice -. Poi ci ha chiesto scusa e ci ha chiesto di salire, ma abbiamo detto di no».

La vittima dello stupro, definita dal capo della Mobile Roberto Della Rocca «forte e di carattere», ha subito ricostruito l’incubo vissuto. E ha fornito alla polizia molti particolari utili. Gli indumenti dell’aggressore sono stati mandati alla Scientifica di Roma per estrarre il Dna.
Inoltre un poliziotto ha riconosciuto le scarpe di Aguirre, che aveva visto pochi giorni prima e che conosceva perché il colombiano ha diversi precedenti, uno anche per violenza sessuale. A quel punto è stata diffusa la sua fotografia e sono scattate le ricerche.

Anche la vittima l’ha indicato senza dubbi, mentre almeno tre testimoni l’hanno visto vicino al luogo dello stupro poco prima e poco dopo. A incastrarlo c’è infine un filmato delle telecamere della stazione. In un fotogramma delle 6.41 di lunedì si vede un uomo di spalle, con la corporatura del ricercato e la testa rasata, che punta verso una donna e prova a prenderla per un braccio. Lei però se ne accorge in tempo e scappa via. Poteva essere la sua preda, la polizia la sta cercando.

Aguirre ha la cittadinanza italiana, è disoccupato e secondo gli inquirenti vive di piccoli furti e di spaccio. Nella sua fuga potrebbe essere stato aiutato da qualche amico. Viveva a Montebelluna, non lontano da Treviso, in casa della madre. Lo cercano in tutta Italia e oltre, poliziotti in borghese lo aspettano nelle stazioni e negli aeroporti. «Quello che posso dire è che a Treviso non c’è», ha dichiarato Della Rocca.




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La satira racconta l'Italia nel segno dell'irriverenza

La Stampa

In mostra a Torino le caricature sul nostro Paese dei grandi vignettisti di oggi



L'esposizione "Fratelli d'Italia" sarà visitabile presso il Museo regionale di Scienze Naturali sino al 23 novembre



Maurizio Ternavasio
Torino

Garibaldi un po' in tutte le salse, Mazzini pensieroso, il re Vittorio Emanuele II ancora più in miniatura, Berlusconi travestito da Mao. La mostra che ha aperto ieri i battenti al Museo regionale di Scienze Naturali di Torino è probabilmente uno degli ultimi atti dei festeggiamenti per l'Unità d'Italia. E, forse, anche il più allegro e giocoso, visto che ha come protagonista il mondo della satira, della parodia e del fumetto.

Si chiama «Fratelli d'Italia - Il 150° anniversario celebrato per immagini». Titolo evocativo di una manifestazione strutturata attorno ad un concorso a premi per i migliori artisti italiani e stranieri che si sono espressi, a colpi di matita dissacrante e di toni caricaturali, sull'attuale capacità evocativa di concetti fondamentali come quelli relativi a unità, identità nazionale, autonomia e libertà. In pratica i presupposti filosofici e politici che stanno alla base del Risorgimento.

Ne viene fuori una curiosa rassegna itinerante, che toccherà 72 città italiane e le principali capitali del mondo, organizzata dalla Regione autonoma della Sardegna e dalla Fasi, la federazione delle associazioni sarde in Italia. E infatti alla regione insulare è dedicata una delle otto sezioni della mostra. Ma tra i «protagonisti» non mancano ovviamente simboli quali la bandiera e la figura femminile turrita, l'onnipresente Garibaldi e i ritratti di tutti i «grandi» che hanno fatto con fatica la Storia di un Paese spesso frammentato.

Gli autori delle 140 tavole esposte (ma quelle in gara erano circa 1200, realizzate da 500 diversi artisti provenienti da 53 diversi Paesi) coincidono con le più prestigiose firme dei maestri italiani delle arti visive: da Chiappori a Giuliano, da Bruna a Superbi, passando naturalmente per Mannelli, Origone e Staino. A questi si aggiungono, tra i più famosi caricaturisti a livello internazionale, lo statunitense Ruth Greg, l'albanese Agim Sulaj, il tedesco Kurtu e l'argentino Horacio Guerrero Fidel Cardo. Tutti riuniti sotto il cappello dell'irriverenza, «per raccontare - ha detto il curatore Luca Paulesu - che tipo di vita in comune noi italiani abbiamo avuto nella nostra storia dopo il 1861, compresa quella recente».

Curiosamente quel collage di immagini, tra uno Sgarbi scollacciato e baffi improbabili in serie, tra luccicanti mostrine di generali e reali e un Andreotti che mostra il dito medio, s'arrestano nei tre-quattro decenni successivi alla seconda guerra.

Niente boom economico, legge sul divorzio, Tangentopoli, referendum del 2 giugno '46, quindi. Quasi come se la storia «da ridere» ad un certo punto si fosse fermata e arresa, per riprendere il suo corso nell'ultimo decennio, quello in cui Berlusconi è ritratto con in mano una pastorale da Papa taroccata (una donna in posa languida al posto del crocifisso), oppure nelle vesti di arbitro di calcio tra Calderoli in versione Hulk e La Russa vestito da marines, ma mai come uomo di stato in rapporto al tema trattato. Forse perché, come ha spiegato il curatore, «il desiderio di un'Italia unita non si libera dal periodo risorgimentale per trovare contraltari nella contemporaneità: i simboli della fratellanza celebrata dall'inno di Mameli continuano ad essere personaggi come Mazzini, Vittorio Emanuele e Cavour».




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Anche Ruotolo lascia la Rai Sarà con Santoro a «Servizio Pubblico»

Corriere della sera

L'annuncio in un video: «Mai più partiti che decidono la vita e la morte di un programma


Ruotolo: «In Rai comandano i partiti»

MILANO - Anche Sandro Ruotolo lascia la Rai e partecipa a Servizio pubblico, la nuova trasmissione di Michele Santoro, al debutto giovedì 3 novembre su una multipiattaforma tv e web. «Il 31 ottobre si conclude il mio rapporto di lavoro con la Rai», annuncia Ruotolo in un video pubblicato sul sito del nuovo programma di Santoro, spiegando di essere pronto a sposare la «nuova avventura» con Marco Travaglio e Vauro.


IL MESSAGGIO - «Michele, Travaglio, Vauro, volevate partire senza di me?», esordisce Ruotolo nel video. «Mica mi potevo perdere questa nuova avventura? Il 31 ottobre si conclude il mio rapporto di lavoro con la Rai, ma certamente non si conclude il mio rapporto sentimentale con un'azienda che mi ha dato tanto, ma alla quale anche noi abbiamo dato una parte fondamentale delle nostre vite». «Quanti ricordi», continua il giornalista. «Libero Grassi con la sua battaglia contro la mafia, le guerre, i minatori del Sulcis, gli operai della Fincantieri, le nostre battaglie per la libertà di informazione. Noi abbiamo sempre detto che solo il pubblico è il nostro padrone, invece in Rai sono i partiti che decidono la vita e la morte di un programma, l'avvenire di un comico, di un giornalista o di un autore.

La nostra scelta di lasciare la Rai deriva dal divorzio che si sta consumando tra i cambiamenti del Paese e il servizio pubblico. L'informazione - spiega ancora Ruotolo - è diventata un bene comune e milioni e milioni di persone pensano che questo bene venga loro sottratto sempre di più, un pezzo alla volta. Come si spiega altrimenti che più di 90 mila persone decidano donare 10 euro per vedere un programma, mentre farebbero volentieri a meno di pagare il canone della Rai». «È il sogno della mia vita: lavorare solo per il pubblico, per un vero servizio pubblico. Ti ricordi, Michele, dei telesogni, della tv libera senza editori, senza politici che ti rompono le scatole. Forse finalmente ci siamo, facciamo sul serio, e se questa sfida avrà successo, il futuro della Rai potrà cambiare. In bocca al lupo Servizio pubblico, ci vediamo giovedì», conclude Ruotolo.

(Fonte Ansa).
29 ottobre 2011 21:42

I più cafoni? I bambini italiani secondo gli albergatori Ue

La Stampa

I più maleducati? Romani e milanesi: troppa vivacità, urla, capricci, corse e oggetti rotti. I bimbi "preferiti": gli svedesi



Troppo "rumorosi" i bambini italiani secondo gli albergatori Ue


Roma

Un po'  lo si sospettava, ma ora un'indagine lo conferma: i bambini italiani in vacanza sono considerati i più cafoni e indisciplinati. Uno studio dell'associazione Donne e qualità della vita, condotto su un campione di 500 albergatori europei, fornisce un giudizio impietoso: per il 66% del campione i marmocchi italiani in vacanza sono giudicati più maleducati, incivili e irrispettosi di bambini e adolescenti degli altri paesi.

A contendersi la palma della maleducazione sono, quasi a pari «merito», i figli dei romani (19%) e dei milanesi (17%), seguiti dai pargoli dei napoletani, malgiudicati dal 14% degli intervistati, dei torinesi (13%), dei bolognesi (11%), dei baresi (10%), dei palermitani (8%) e dei calabresi (7%). Tra i più educati i fiorentini e gli umbri, che incassano appena il 3% dei giudizi negativi, seguiti dai veneziani con il 5%.

Ai marmocchi italiani gli albergatori europei rimproverano di essere irrispettosi e incivili, spesso molesti per gli altri ospiti dell'albergo. Viene contestata nel 22% dei casi l'eccessiva vivacità fuori luogo: urla, parolacce, schiamazzi e capricci nelle stanze e negli spazi comuni. Nel 20% dei casi gli albergatori denunciano corse nei corridoi e nella hall, nel 17% danni alla struttura (scritte sui muri, oggetti rotti, ecc). A tavola, secondo il 15% degli intervistati, i bambini italiani sono maleducati e capricciosi: voce troppo alta, lamenti, corse tra i tavoli. Per il 12% del campione i bambini italiani trovano divertente giocare con l'ascensore, mentre il 9% condanna l'abitudine di tenere alto il volume di tv e radio nelle stanze.

Quali sono, invece, i bimbi più amati? Secondo gli albergatori europei i figli degli svedesi sono i più educati e rispettosi (27%), seguono i danesi e gli svizzeri. Ben giudicati per buon condotta anche gli irlandesi (19%) e i figli degli inglesi (15%). Meno bene, ma comunque giudicati meglio degli italiani, i bambini spagnoli e russi, che condividono il 12% dei consensi.

Ma quali sono le buone regole da seguire durante un soggiorno in albergo? Al primo posto c'è la guerra ai rumori molesti. Quindi, anche all'interno della propria camera, niente televisione e radio al massimo, niente grida, strilli, lamenti, mugolii. Stessa regola negli spazi comuni dell'albergo: tenere a bada l'esuberanza dei propri figli e limitare gli schiamazzi nei corridoi e in ascensore. Vietato urlare e parlare a voce alta nella hall. Limitarsi anche al cellulare e non urlare mai dentro la cornetta.

Seconda regola: non si corre nei corridoi e non si gira per l'hotel in pigiama. Terzo: tutto ciò che si trova nella camera è di proprietà dell'albergo e va considerato come tale. Quindi non va rubato nè tantomeno rotto. Non dimenticare di essere cordiali con il personale. Evitare di contattare la hall per qualsiasi cosa, ma limitarsi a segnalare eventuali disservizi quando necessario. In sala da pranzo, non è di buon gusto abusare del buffet e riempirsi ripetutamente il piatto immergendosi in tremende abbuffate. Ricordarsi inoltre, di tenere a bada i propri figli, non farli urlare e giocare a tavola, non lasciarli correre e bighellonare tra i tavoli.




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Deng, lo strano comunista che ha cambiato il mondo

La Stampa

Una biografia del leader cinese: feroce nelle repressioni, visionario nelle riforme



Deng Xiaoping: a Pechino manifesti col suo volto per ricordare ai passanti il ruolo di Deng. Dopo la morte di Mao ha cambiato la Cina


GIANNI RIOTTA
Quale leader del XX secolo ha, a vostro giudizio, migliorato la vita del maggior numero di esseri umani? E quale leader ha più a lungo mutato le sorti del mondo? Il presidente Roosevelt, che batte la crisi del 1929 e Hitler, il pacifista dell’indipendenza indiana Gandhi, Mandela, il reverendo King, Watson&Crick del Dna, Jobs del computer, i pionieri di femminismo ed ecologia, Wolf e Bateson?

Nelle 876 pagine della sua biografia «Deng Xiaoping and the transformation of China» il professor dell’università di Harvard Ezra Vogel propone il leader della nuova Cina come campione del Novecento. Centinaia di milioni di cinesi devono a Deng il passaggio, in una generazione, dalla fame, la miseria e la fatica dei campi al benessere, la ricchezza, standard di vita occidentali. Se il XXI secolo è già definito - forse con un pizzico di fretta patriottica - dallo studioso di Singapore Kishore Mahbubani «Secolo asiatico», il merito è di Deng, che muta la Cina della ciotola di riso al giorno nel gigante economico, diplomatico e militare profetizzato da Napoleone: «Quando la Cina si sveglierà, scuoterà il mondo».

Mao chiamava Deng «Ago in un batuffolo di cotone», il soprannome dei compagni nel Partito comunista cinese era più grigio, «Fabbrica d’acciaio». Per tutta la vita diede poca confidenza, non strinse amicizie profonde, si tenne chiuso dentro il cuore e l’anima. Vogel, 81 anni, riesce a raccogliere pochi aneddoti sui 92 anni del leader cinese, riservato e schivo, tipico quadro comunista, senza archivio di carte, appunti, diari.

Nato al tramonto della Dinastia Qing, fuma e beve, adora il pane e i formaggi (gusti acquisiti a 16 anni, emigrato in Francia dove si converte al comunismo con il futuro primo ministro Zhou en Lai), gioca a bridge e userà fino all’ultimo le sputacchiere care ai cinesi della sua generazione. Niente università, solo un anno alla Scuola di partito a Mosca. Non si apre neppure in famiglia, la prima moglie muore giovane, la seconda lo lascia, la terza, Zhuo Lin, gli dà tre figlie e due figli. A uno di loro, Deng Pufang, le Guardie Rosse, durante la Rivoluzione Culturale, spezzano la schiena buttandolo dal quarto piano: resta paraplegico.

Per tutta la vita la sua sola ossessione è sviluppare la Cina, creare le fabbriche, le scuole, le strade, i palazzi, la vita che ha visto brillare a Parigi e che nella fame, le guerre, le persecuzioni dell’antico impero sembra perduta. Lavora con metodo e, non appena la morte di Mao apre alle caute riforme di Hua Guofeng, per vent’anni guida i cinesi al futuro, ammonendoli «Arricchitevi!». Non ha gli slogan di Mao, Rivoluzione culturale, Grande Balzo in Avanti, tutti finiti in tragedia. Deng accetta e scarta le idee con pragmatismo da «Fabbrica d’acciaio», quel che funziona si usa, quello che non funziona si rottama. I risultati sono formidabili: «In Occidente nessuno, nel 1978, immaginava che il Partito comunista cinese potesse guidare la nazione a una crescita economica più rapida dei Paesi capitalistici. Neanche gli studiosi ne avevano la più pallida idea», riconosce Vogel.

Il paradosso della Cina di Deng, gigante economico che usa gli strumenti del mercato in uno Stato comunista a partito unico, azzera ogni ideologia del ‘900, liberale o socialista, e vale qui la risposta di Vogel alla domanda «Quale leader ha migliorato la vita di più persone nel secolo?»: Deng Xiaoping.

Dove invece gli storici delle prossime generazioni dibatteranno è sulle contraddizioni di Deng, prima del famoso viaggio in America del 1979, quando il minuscolo leader cinese si cala sulle orecchie da Topo Gigio il cappellone Stetson dei cow-boy e saluta come a un rodeo. Perché dei massacri del maoismo Deng è corresponsabile, fin dall’epica Lunga Marcia che salva l’esercito popolare nel ‘34. Durante la riforma agraria 1949-1951

Deng epura i piccoli agricoltori, la classe di suo padre, e riceve l’elogio macabro di Mao «Hai avuto successo, ne hai liquidati un bel po’…». Vogel stima le vittime fra i due e i tre milioni. Altrettanto brutale il padre della nuova Cina è nel capeggiare la «Campagna contro la Destra» del 1957, che stermina 550.000 intellettuali e dissidenti, gli scienziati, i tecnici, la classe culturale indispensabile al boom cinese. E ancora nel Grande Balzo in Avanti del 1958-1961, un crimine che scatena per le assurde scelte di Mao la carestia dei 45 milioni di morti, Deng è fedele alla linea.

Toccano poi a lui gli arresti domiciliari nel 1966 come «neocapitalista», il campo di lavoro nello Jianxi a spalare letame, le torture inflitte al figlio. E ancora nel ‘75-‘76, tra la morte di Mao e la sconfitta dei radicali della Banda dei Quattro, Deng è costretto all’autocritica e emarginato. Nell’esilio rurale in Jianxi, solo e in silenzio, capisce che le forze produttive del capitalismo, della scienza e della tecnologia batteranno il modello socialista. Finito il lavoro nei campi, stila tra un mozzicone e l’altro il piano che, una volta arrivato al potere dopo Hua Guofeng, imporrà al Paese sterminato.

Resta a suo carico la strage degli studenti che chiedevano, oltre al benessere, libertà, a piazza Tiananmen, nel 1989: «L’Occidente se ne dimenticherà presto» commenta cinico e realista e anche stavolta, purtroppo, vede bene. Vogel non lo assolve, ma inquadra storicamente la tragedia: senza il partito unico la Cina non si sarebbe sviluppata, ricadendo nelle faide dei signori della guerra.

Prevarrà nel futuro l’immagine dello stoico Deng che nel campo di lavoro progetta la salvezza della Cina o il complice delle stragi? Per ora, il piccolo figlio del possidente Deng Wenming è il leader del ‘900 che più influenza il nuovo secolo: quando le navi da guerra cinesi incrociano nell’Oceano Indiano, quando Pechino rileva debito americano ed europeo, quando compriamo scarpe a buon prezzo, perdiamo posti di lavoro, esportiamo beni di lusso alla borghesia cinese. E’ stato Deng Xiaoping a svegliare la Cina e il mondo non finirà a lungo di scuotersi.

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Dieci cose che mi ha insegnato mio nonno Luigi Einaudi

La Stampa

A mezzo secolo dalla morte, le lezioni del Presidente nel ricordo del nipote ambasciatore: la base di partenza per quasi tutto era la lettura



Luigi Einaudi nel 1952 nella sua tenuta di San Giacomo, a Dogliani, attorniato da otto nipoto ai quali legge le Georgiche di Virgilio


LUIGI ROBERTO EINAUDI

Gli insegnamenti che mi ha lasciato mio nonno, Luigi Einaudi, si possono riassumere in dieci lezioni. Supplirò ai difetti della memoria citando brani di lettere che mi scrisse quando era Presidente della Repubblica e io facevo il liceo e l'universita negli Stati Uniti. Lui aveva fra i 78 e gli 81 anni, mentre io avevo fra i 16 e i 19 anni.

Prima di parlare di lezioni, però, bisogna dire che per Luigi Einaudi la base di partenza per quasi tutto era la lettura. Poche sono le sue foto nelle quali non ha qualcosa de leggere in mano. Dall'età di dieci anni io divoravo le avventure di Emilio Salgari. Così ho anche letto Jules Verne, prima in italiano e, solo dopo, in francese. Ma di letture più serie poche.

Il nonno non era del tutto contrario: «Quella tua era l'età in cui io divoravo libri; pur di leggere, senza discernimento talvolta, ma avendo cura si trattasse per lo più di scrittori grossi, quelli che dissero qualcosa. Nacque un gran disordine, ma qualcosa rimane sempre. Non consiglio il disordine, ma importa fare escursioni extravaganti fuor del campo assegnato, è utile ed eccita la mente in un'età in cui questa è pronta a ricevere. Regola: non leggere libri di gente mediocre o di pura attualità».

Nel 1952 avevo compiuto sedici anni e il nonno mi permise di dormire a San Giacomo fra gli scaffali della biblioteca, un ricordo che mi rende felice ancora oggi. Quell'estate mi fece leggere Virgilio con lui in latino, spiegando che la lettura era per imparare un'altra lingua, ma anche per meditare sulla sostanza. Quel Natale mi mandò il Dizionario moderno del Panzini con la dedica: «A Luigino, perché nello scrivere italiano abbia una guida alle parole moderne che è bene usare il meno possibile».

Nel 1954 abbiamo letto assieme L'Ancien Régime et la Révolution di Tocqueville in francese. Poi mi fece leggere i commentari dell'inglese Arthur Young che aveva viaggiato in Francia negli anni prima della rivoluzione registrando le condizioni economiche e sociali.

Nel 1945, al ritorno dall'esilio svizzero per assumere la carica di governatore della Banca d'Italia Luigi Einaudi aveva 71 anni. Mio padre diceva che il nonno «era affamato» di rimettersi al lavoro. A quante persone è dato avere l'opportunità di mettere in pratica le conoscenze e le teorie di tutta una vita?

Ma la situazione era tutt'altro che facile. La guerra aveva peggiorato le condizioni economiche, e creato un vuoto istituzionale. E nel 1948 ricevette il massimo incarico dello Stato, il primo a essere scelto dalle Camere come Presidente della nuova Repubblica italiana. Non era una carica che aveva cercato. Anzi, avendo votato per la monarchia nel referendum del 1946, si potrebbe dire che era una carica contro la quale aveva votato. E adesso era lui a rimpiazzare il Re.

Il protocollo repubblicano era tutto da inventare. Non c'erano precedenti. Il personale del Quirinale era composto in molti casi da chi aveva servito il Re. Ricordo persino un autista che aveva fatto l'autista per Mussolini. E poi l'Italia era divisa. La retorica si riferiva alle bellezze del trionfo della democrazia e della Repubblica. Ma la realtà era che c'erano vincitori e vinti. E, come al solito in Italia, molte correnti. In Inghilterra la monarchia dava un senso di unità nazionale al di sopra delle liti politiche. In Italia la monarchia era stata bocciata, ma la Repubblica era da costruire. Il nonno temeva che sarebbero sorti momenti di crisi che avrebbero potuto precipitare senza una figura di riferimento nazionale al di sopra delle parti.

La prima e forse la più importante lezione imparata in questo ambiente era che «bisogna dare il buon esempio» . Sottolineo il buon esempio, perché chi occupa la massima carica dello Stato non può soltanto dare un buon esempio. Anzi, ha la responsabilità di individuare le prassi migliori da trasmettere ai concittadini e ai propri successori. Dunque deve sempre dare il buon esempio. E darlo in tutto, anche nei dettagli meno importanti. Questo abito mentale diventò una parte essenziale della nostra vita quotidiana. Non presumere mai.

La seconda lezione, «fare le cose bene anche se non sarai ringraziato» , era sempre stata una delle sue regole. Il primo sistema italiano di previdenza sociale, la Cassa nazionale di previdenza per l'invalidità e la vecchiaia degli operai (Cnas), era un'assicurazione volontaria. Ben prima della guerra del 1914, il nonno pagò il suo contributo come datore di lavoro, aggiungendo anche il contributo che spettava alla donna di casa, Maria Granda. Non fu mai ringraziato; il commento lapidario della domestica riferitomi anni dopo fu infatti: «Se lo fa il professore, vuol dire che qualcosa ci guadagna».

La terza lezione è stata capire che «per trovare una soluzione bisogna accettare che la politica può talvolta interferire con una logica tecnica - e viceversa» . Una lezione maturata nelle discussioni di Trieste e delle frontiere dell'Italia con la Francia. I conflitti di territorio non si possono risolvere come fecero le potenze coloniali in Africa, tracciando linee geometriche senza riguardo per gli abitanti e le culture o persino la geografia. I maggiori esiti della mia vita diplomatica sono tutti dovuti a questa lezione.

Una quarta lezione è stata: «Presta attenzione alla tua base» . In sette anni come Presidente della Repubblica, Luigi Einaudi non ha mai lasciato l'Italia, nemmeno per andare in un vicino paese europeo. Aveva viaggiato molto prima di assumere la Presidenza della Repubblica e fatto quasi due anni di esilio in Svizzera. Quando gli chiesi perché non viaggiò mai all'estero da Presidente, mi disse semplicemente che il suo dovere era di essere in Italia.

Una quinta ed essenziale lezione era «non scordare mai l'uomo comune» . L'intellettuale e l'uomo politico non hanno diritto di decidere cosa va bene per il contadino o l'operaio. «L'unica persona che sa se le scarpe gli vanno è chi le porta». Questa frase tagliente fece parte di molte nostre discussioni. Riflette una profondissima convinzione del valore individuale della persona e il rispetto che gli è dovuto al di là della condizione sociale, e senza settarismi politici. Per Luigi Einaudi l'Italia non poteva essere concepita solo in base a classi sociali, etichette politiche o titoli formali.

La lezione numero sei: «Anche noi sappiamo contare» . Un giorno a cena in famiglia al Quirinale Luigi Einaudi era soddisfattissimo. Quel giorno aveva visto Barbara Ward, scrittrice ed economista inglese diventata più tardi Lady Jackson. La Ward da poco aveva scritto un articolo che conteneva qualche calcolo sbagliato. Einaudi le aveva spiegato l'errore, la Ward lo aveva accettato. Dopo averci raccontato lo scambio disse, sereno, «anche noi sappiamo contare».

La lezione numero sette: «Le cose non sono sempre come appaiono» . Era comune durante gli anni del fascismo vedere un ritratto di Mussolini in case di contadini. Molte volte era appeso vicino alla porta di casa. Quando passavano le autorità fasciste tutto sembrava in ordine. Ma il contadino aveva messo il ritratto vicino alla porta così che, vedendolo mentre stava varcando la soglia di casa, poteva sputargli contro senza che lo sputo finisse in casa. Fra le note per il testamento, riferendosi all'azienda agricola: «Se c'è un reddito un anno, non credere che si ripeterà l'anno venturo».

Una simile ma ottava lezione sarebbe: «Evita le prime impressioni» . Un giorno gli ho portato un libro appena pubblicato che avevo letto nel corso dei miei studi a Harvard ma che lui non aveva. Non mi ricordo se glielo avevo offerto come regalo o come prova di un argomento. Credevo di avere capito che per lui i libri fossero la massima espressione della civiltà e che, circondato dai libri come era, lo avrebbe apprezzato. Lo rifiutò. Come mai? chiesi sconcertato. «Prima di comperare un libro bisogna sapere se vale o no. Io, se posso, non compro mai un libro se non 40 anni dopo la sua pubblicazione. Solo allora si saprà se vale qualcosa o no». Immaginate la mia reazione. Non avevo ancora 20 anni!

Molto difficile da mettere in pratica la nona lezione: «Non dire mai oggi qualcosa della quale ti vergognerai domani o fra dieci anni o anche vent'anni dopo d'averlo detto» . Non so come o dove avesse imparato questa lezione. Forse da giornalista. Nel 1960 mi scrisse una massima un po' diversa: «Se si scrive qualcosa, lasciarlo stare a riposo per 15 giorni o un mese, e poi rileggerlo». In ogni modo cercare di parlare e scrivere sempre sub specie aeternitatis è molto difficile. Se nella mia vita diplomatica mi sono ostinato nel cercare di seguire questa regola essenziale, lo devo al nonno.

La decima lezione è una lezione di limiti . Da Caprarola, il 23 agosto 1953, il nonno rispose così a una serie di esiti miei dei quali mi ero molto vantato con lui: «Il desiderare sempre il meglio è una delle ragioni di vivere. [...] Ed adesso ti dico di una mia fissazione. La gioia per i risultati ottenuti deve essere sempre accompagnata da una tacita riserva mentale. Quel che so, che ho imparato, è niente in confronto a quel che non so. [...]. Quel che occorre è imparare il metodo di distinguere il vero dal meno vero; il metodo di ragionare. Ed a questo fine servono in primissimo luogo la matematica, per porre bene i problemi, ed il latino per esprimersi bene. Con il quale latino - for ever - ti bacia ed abbraccia il tuo nonno».




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Da Garibaldi a Prodi la Storia vista dalla satira

La Stampa

Presente anche il ritratto dell'unica donna che partecipò all'impresa dei Mille


Una vignetta dedicata allo statista Alcide De Gasperi, fondatore della Democrazia Cristiana e primo presidente del Consiglio

Franca Cassine
Torino



C'è Cavour con il suo panciotto e gli occhialini, ma anche Prodi con l'inseparabile bicicletta, D'Alema con i suoi impertinenti baffetti e l'immancabile Andreotti. Non mancano nemmeno Spadolini, Vittorio Emanuele II, Mazzini, Di Pietro, Gianni Agnelli e molti altri, Silvio Berlusconi compreso, per un vero e proprio viaggio nella storia attraverso la caricatura.

Si intitola proprio «Dalla storia alla satira. Cronache ed eventi in caricatura, da Cavour ad Andreotti», la mostra promossa dal Consiglio regionale del Piemonte in occasione dei 150 anni dell'Unità d'Italia che si inaugura oggi alle 18. Ospitata fino al 15 dicembre nella sala sotterranea delle sezioni riunite dell'Archivio di Stato di Torino in via Piave 21 (ingresso libero, dal lunedì al sabato dalle 10 alle 18), presenta più di 400 vignette satiriche firmate da grandi autori.

«Abbiamo selezionato il materiale - spiega Dino Aloi che ha curato la mostra insieme con Aldo A. Mola e Paolo Moretti - spulciando tra i giornali d'epoca a partire dal 1848, data di pubblicazione delle prime incisioni satiriche, fino ad arrivare ai giorni nostri. "Dalla storia alla satira" è testimonianza e omaggio ad alcuni dei principali personaggi degli avvenimenti italiani».

Un modo tutto particolare e pungente di raccontare quello dei vignettisti, che nella mostra sono presenti a partire dall'ottocentesco Redenti fino al contemporaneo Forattini, per un totale di oltre cento autori. Tante le curiosità proposte, come ad esempio il ritratto della Garibaldina, al secolo Tonina Marinello, l'unica donna che partecipò alla spedizione dei mille travestita da uomo pur di combattere al fianco del marito. C'è poi il viaggio da Torino a Roma capitale tratteggiato dal grande vignettista piemontese Casimiro Teja e a completamento dell'esposizione è allestita una galleria di ritratti caricaturali disegnati dai migliori professionisti italiani, come i torinesi Franco Bruna, Achille Superbi, Benny (Benedetto Nicolini) e il milanese Fabio Sironi.




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Le cure a domicilio aumentano e funzionano

Corriere della sera

Una «formula» a vantaggio soprattutto dei malati cronici


Cure a domicilio

MILANO - Continuare a ricevere a casa l'assistenza necessaria dopo un incidente o un ictus, oppure se si soffre di una malattia cronica o non si è più autosufficienti. Potendo scegliere, gli italiani preferirebbero essere curati tra le mura domestiche. E, laddove sono presenti, le cure domiciliari funzionano davvero.

A segnalarlo è un recente rapporto realizzato dall'Osservatorio sulle Cure a Casa della Fondazione Istud, in collaborazione con la Confederazione delle associazioni regionali di distretto (Card) e Cittadinanzattiva. All'indagine hanno partecipato più di duecento cittadini e i distretti sanitari di 15 Regioni, soprattutto del Centro Italia. Circa il 93% dei distretti interpellati dichiara di fornire assistenza domiciliare integrata, l'87% assicura dimissioni «protette» al paziente, cioè la continuità dell'assistenza gratuita dopo la fase acuta curata in ospedale e, nei distretti più virtuosi, uno su tre, si forniscono anche prestazioni complesse: dalle cure palliative in fase di fine vita all'assistenza ai malati oncologici e a chi ha una disabilità motoria o neurologica.

«La casa rimane il luogo ideale in cui ricevere trattamenti medici, terapie o cure di riabilitazione da personale qualificato — riferisce Maria Giulia Marini, direttore dell'area sanità della Fondazione Istud —. I cittadini sarebbero disposti anche a pagare un contributo al Servizio sanitario pur di evitare il ricovero in ospedale». «Nel loro ambiente consueto i malati cronici e non autosufficienti stanno meglio, si sentono meno soli e si allevia così anche il peso della malattia e la sofferenza — aggiunge Francesca Moccia, coordinatrice del Tribunale dei diritti del malato-Cittadinanzattiva —. In un contesto di costante aumento degli anziani, e quindi delle patologie croniche correlate con l'invecchiamento, i cittadini non devono sentirsi abbandonati: per questo, quando serve, hanno bisogno di assistenza continua e di tutto il supporto necessario, anche psicologico».

Non più pazienti da «trattare», quindi, ma da «prendere in carico» in base alle loro necessità. «Se fino a pochi anni fa per assistenza domiciliare s'intendeva il medico che fa la visita a casa o l'infermiere che va a somministrare la terapia, oggi in molti casi l'ospedale, quando deve dimettere il paziente, concorda le dimissioni con il servizio territoriale di cure domiciliari» sottolinea Marini. E a prendersi cura dell'assistito è un’équipe multidisciplinare, composta da medici, infermieri, operatori socio-sanitari, psicologi. «Come rileva il rapporto, accade sempre più spesso, non ancora dappertutto, che il distretto sanitario abbia un ruolo centrale nell'organizzare le cure a casa - conferma Gilberto Gentili, presidente di Card, che raggruppa le associazioni dei distretti — . Tuttavia, per facilitarle occorrono canali di comunicazione ancora più efficaci».

Anche se le cure domiciliari si stanno diffondendo, secondo il rapporto sono ancora inadeguate in alcune regioni. «Il Nord e il Centro "viaggiano" più in fretta — afferma Gentili —, ma alcune regioni del Sud, come Puglia, Campania e Sicilia, stanno recuperando». Altre note dolenti segnalate dall'indagine riguardano la telemedicina, che aiuterebbe a seguire i pazienti a distanza (è attivata solo in un distretto su quattro); la carenza di personale, soprattutto di infermieri; la scarsa integrazione tra servizi sanitari e socio-assistenziali, confermata anche dall'assenza quasi totale di convenzioni tra distretti e Comuni per reperire assistenti familiari o badanti.


Maria Giovanna Faiella
29 ottobre 2011 16:39



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Economisti euroscettici proprio come il Cav Ma la sinistra non lo sa

di

Il Nobel Krugman idolo di Repubblica dice le stesse cose. Però i faziosi si scatenano soltanto contro il premier




Il premio Nobel per l'economia, il progressista e keynesiano Paul Krugman, scrive sul New York Times un giorno sì e un giorno no, ripreso con titoli camuffati da Repubblica che usa il copyright del giornalone americano, che l'euro è una ben strana moneta, e non convince, perché non risponde a un'autorità politica comune ai Paesi che la adottano, e perché non ha una vera banca centrale a sostegno come il dollaro con la Fed, la sterlina con la Banca d'Inghilterra, lo yen con la Banca centrale giapponese. Berlusconi dice esattamente la stessa cosa, testimoniata da un video.

Ma non una cosa simile, esattamente la stessa cosa. Appena ha finito di parlare il premier italiano, invece di domandarsi se abbia detto una cosa giusta, sulla quale concordano il presidente della Università Bocconi e cento altri economisti di grido nel mondo, i nemici di Berlusconi si mettono a strillare: Berlusconi attacca l'euro!, vergogna!, e il presidente del Consiglio in poche ore è obbligato a una correzione di prammatica, di patriottismo monetario, sicché l'euro, com'è ovvio, ridiventa anche una bandiera dei Paesi che l'adottano. Ci mancherebbe.

Che cosa significa questo fatto di cronaca politica, che si ripete invariabilmente da anni quando parla il capo del governo italiano? Non c'è dubbio che i giornalisti italiani siano un po' asini, siamo un po' asini. La faziosità implica quella che Carlo Fruttero chiamerebbe la «risorgenza del cretino», un fenomeno pericoloso e attualissimo. Guareschi parlava di «cervello all' ammasso», come le merci inerti quando, appunto, si ammassano in un magazzino, che in questo caso non è di grano o colza ma di sciocchezze. Scegliete voi, ma di asinità in primo luogo si tratta.

Però la spiegazione è anche troppo semplice. C'è qualcosa di più sottile, oltre alla «risorgenza». C'è un rapporto malato, come avrebbe detto un celebre filosofo francese che se ne intendeva, Michel Foucault, tra le parole e le cose. Se il titolo di un editoriale di Repubblica è: «L'ultimo strappo di un Cavaliere disperato», e il titolo è stampato senza alcun pudore a stigmatizzare come una stecca una dichiarazione intelligente, fatta sulla scia di un intelligentone come Krugman e del senso comune condiviso dalla maggioranza degli intelligentoni, a parte il consenso dei cittadini investitori e risparmiatori e contribuenti ( questo è ovvio), vuol dire che non siamo nel teatrino della politica, come direbbe il Cav., ma in pieno melodramma.

La stonatura, il sovracuto scemo e ispido, segnalano che si tratta però di musica di serie B, non il magnifico melodramma interpretato dal Cav. sulla scia di Donizetti e del suo «Elisir d'amore»: siamo in ascolto di cattiva musica, di una roba che dovrebbe far rimbombare le redazioni di fischi, con lancio di gatti morti e pomodori e altri ortaggi come nel«Roma»di Fellini.

C'è una frase della gente che piace a me odiosa: «Mi vergogno di essere italiano». Parla proprio e inconsapevolmente di questo linguaggio, di questo oltraggio alla coerenza logica, alla semplicità di pensiero, al buonsenso elementare che anche un bambino piccolo e disinformato comincia a disegnare nelle sue parole come mappa per il suo rapporto con le cose.

Non è l'Italia, non è l'italianità, è un italianismo o un italianese fradicio. Krugman aggiunge sempre nelle sue note fulminanti che il guaio è il moralismo, lo spirito autopunitivo delle classi dirigenti europee, l'incapacità di capire che la crisi da debito si cura con misure di difesa della moneta, e naturalmente con riforme di struttura, non con la lagna declinista e catastrofista.

È precisamente la linea esposta ieri da Berlusconi nella lettera che il Giornale ha riprodotto integralmente, in cui l'austerità, vecchio arnese ideologico di un tempo in cui danzavamo intorno all'idolo della lotta di classe, è messa all'angolo e respinta come vocalizzo moraleggiante da rimpiazzare con un programma di sviluppo fondato sull'ottimismo della volontà e della ragione.

Abbiamo dunque un presidente del Consiglio che ha un pensiero progressista e liberale, con una punta di paradossale spirito keynesiano, e un' opposizione di carta che, mentre i giovani del Partito democratico e il buon Renzi si sgolano per spiegargli come stiano effettivamente le cose, stecca e prende tormentosi lapsus per dire delle scemenze reazionarie, per imporre protocolli di facciata, per invocare la menzogna contro il senso di realtà. Non è un motivo in più per tenere duro?




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La vera storia dell’"eurotruffa" Così Prodi & C. ci hanno svenduto

di

Una valuta figlia della tecnocrazia. Attaccano Berlusconi perché ha detto la verità: la moneta unica è stata un fregatura. Ma ora dobbiamo tenercela. All'epoca di Prodi e Ciampi vennero sottovalutati il virus Grecia e il ruolo della Germania sui debiti. Ma chi governava allora creando guasti adesso non si chiami fuori




La nave non deve limitarsi a uscire dal porto con la banda e navigare bene per un po’, ma deve arrivare sana e salva a destinazione, se ciò non accade e fa naufragio, è doveroso indagarne le cause e se è il caso cercare i responsabili. Può anche essere che la responsabilità sia dei progettisti che hanno sbagliato la costruzione.

Nel caso dell’euro ci vuole davvero poco a capire che il problema risiedeva proprio nell’architettura di base, in quello stesso progetto disegnato dall’Europa dei tecnocrati di sinistra che ha visto Ciampi e Prodi come nostri rappresentanti nazionali, e per il quale essi hanno goduto di ampi onori ed applausi finché la nave andava.

Eh sì, perché Berlusconi, costretto a smentire intenzioni antieuropee quando venerdì ha citato i difetti dell’euro, in realtà ha detto molte cose assai vere che abbiamo ripetuto su queste pagine sin da tempi non sospetti. Il premier ha solo sbagliato una cosa: ha eccessivamente sintetizzato un concetto giusto citando semplicemente il nome della moneta invece di citare il problema a monte e che a quella moneta dà valore, vale a dire il debito sovrano denominato in euro. La moneta in sé e per sé non ha colpe è solo uno strumento.

Le nostre banconote, per brutte che siano, decorate solo da ponti e finestre (due luoghi dai quali in tempi grami ci si butta di sotto), una volta scelte diventano la bandiera di un popolo, e dietro alle bandiere si deve stare uniti, però sono anche semplici pezzi di carta. Quello che dà loro valore (anche se molti lo dimenticano) è il debito che essi possono legalmente ripagare, primo fra tutti quello fiscale.

Il fatto di aver del tutto staccato la capacità di emissione di moneta dalle autorità nazionali, che a quella moneta danno valore tramite l’imposizione delle tasse, è il peccato originale dell’eurosinistra.
Si tratta di una struttura molto coerente con un’impostazione ideologica che vede il governo ideale nelle mani di un’aristocrazia di tecnici e sottratto alla volontà popolare che, nella sua insipienza, potrebbe persino (orrore!) eleggere qualcuno diverso da loro.

Peccato, però, che alla prova dei fatti questo sistema non abbia retto. I mercati si reggono su certezze assolute e il pensiero che un debito possa non esser ripagato e che il fatto di poter essere onorato dipenda da estenuanti trattative fra i capi di Stato e i padroni della moneta è, per un creditore, intollerabile. Tutti i debitori rispondono con i loro beni delle proprie obbligazioni altrimenti nessuno presterebbe nulla, per gli Stati così non è perché la Banca centrale li tutela. Obama potrebbe fare tutte le sciocchezze di questo mondo, ma il suo debito è garantito dalla Federal Reserve.

L’economia inglese è un disastro, ma nessuno specula contro quel debito perché la Banca centrale lo potrebbe acquistare senza limiti. Noi no. Abbiamo disegnato un sistema dove le garanzie sul debito non esistono. In questo progetto fallato, poi, abbiamo inserito degli ingredienti pessimi quali ad esempio economie chiaramente non allineate come la Grecia (trattato del giugno 2000, presidente Ue Prodi, presidente del Consiglio Amato, presidente della Repubblica Ciampi, tutti all’epoca entusiasti), oppure debiti già fuori limite sin dall’inizio come il nostro e quello del Belgio in eccezione a regole appena scritte.

Ma, si dirà, forse la colpa non è degli architetti dell’euro, ma di quei paesi indisciplinati come l’Italia che non hanno approfittato dei vantaggi (innegabili) dei tassi bassi per ridurre il proprio debito. L’obiezione però cade se si guarda ai paesi caduti prima, vale a dire Irlanda e Spagna, che avevano virtuosamente un indebitamento fra i più bassi d’Europa, ma anch’essi subito caduti davanti alla sfiducia.

La Cina ci disse quest’estate: «Ma se la vostra Banca centrale non compra il vostro debito perché dovremmo farlo noi?». Verissimo, e il fatto che ora lo stia acquistando quasi con schifo, mettendo ben in chiaro che lo farà solo per breve tempo, ha messo una pezza ma di certo non restituisce la fiducia. Prodi ha dichiarato che «i giudizi di Berlusconi sono una follia» ma prima o poi bisognerà fare il punto sulle cause profonde e lontane dell’attuale crisi. Troppo comodo prendersi solo gli applausi e chiamarsi fuori davanti al disastro.

twitter: @borghi_claudio




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