sabato 5 novembre 2011

La sua Genova è nel caos Beppe Grillo ne approfitta sputando veleno su tutti

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Sul suo blog il comico genovese affronta il tema del nubifragio e se la prende con tutti: maggioranza, opposizione, Napolitano, magistrati, partiti, grandi opere. Nel suo delirio non si salva nessuno


Genova sprofonda nel caos. E Beppe Grillo torna a pontificare. Poteva mancare un commento del comico-politico genovese sull'alluvione che ha colpito il capoluogo ligure? Ovviamente no. "Oggi mi sento impotente - scrive sul suo blog -. La distruzione di Genova era annunciata. E io non ho potuto fare nulla. Ho visto la mia città trasformata in fanghiglia con le auto che cadevano sul porto insieme alla pioggia e ai morti sapendo che si poteva evitare". Fino a qui uno sfogo comprensibile. Poi parte con la filippica contro tutto e tutti.


Inizia spiegando il senso del titolo del suo articolo: "L'Italia del Fango sta mostrando la sua faccia, il suo ghigno, il suo sberleffo. L'Italia senza giustizia che manda in galera chi denuncia. L'Italia Senza Legge con un Parlamento incostituzionale, presidenti di Regione illegittimi, al terzo e al quarto mandato consecutivo, come Formigoni, Errani, Iorio". Avete capito bene: a Genova si spala ancora il fango e Grillo tira in ballo i massimi sistemi prendendo di mira tutti. Magistratura compresa...

"Dove sono i magistrati? - si domanda con ironia -. Dove la Corte costituzionale? Il cittadino è solo, senza riferimenti, senza informazione, senza rappresentanti. L'Italia del cemento lo sta seppellendo vivo. Non c'è governo, non c'è opposizione, ma un comitato di affari che si spartisce il Paese senza vergogna".

Poi va avanti a testa bassa, contro deputati, senatori e Quirinale. "Nel prossimo Parlamento non uno di questi senatori e deputati deve presentarsi. Camera e Senato vanno svuotati come secchi di merda. Il Colle ha detto su Genova Capire le cause!. La causa è una classe politica di cui Napolitano fa parte dal dopoguerra, da 66 anni!".

Non si salva proprio nessuno dalle invettive di Grillo. Nel mirino finisce anche l'opposizione, Pd e Idv in primis: vanno in piazza "per Ricostruire l'Italia con la partecipazione straordinaria dell'ebetino di Firenze. Ricostruire?

Bersani dovrebbe cambiare nome alla manifestazione, chiamarla Distruggere l'Italia. Questa finta opposizione che vuole la Tav, la Gronda, che ha cementificato la Liguria, che ha in Regione Burlando e come sindaco di Genova Marta Vincenzi, ci prende pure per il culo? Il senso di estraniamento, di solitudine del cittadino che non ha più nessuno dalla sua parte non so a cosa porterà".

Poi l'inevitabile accenno polemico contro l'Alta velocità: "In Val di Susa hanno arrestato due ragazze incensurate che prestavano soccorso ai manifestanti. Donne che erano lì, a Chiomonte, per evitare lo sfacelo del territorio. Erano lì anche per i morti di Genova e della Lunigiana. Chi arresteranno ora per disastro colposo? I meteorologi?".

E prosegue la lista menando fendenti contro il governo. "Il maxi emendamento pagliacciata preparato in una notte dal governo per evitare il fallimento economico del Paese prevede agevolazioni fiscali sul project financing per le Grandi Opere.

Persino di fronte al default dell'Italia non si arresta questa bulimia criminale, questo pasto immondo dei partiti sul corpo della Nazione. L'aria è gonfia di pioggia e di rabbia. Genova è tagliata in due come il Paese. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure".

Il delirio si chiude. Almeno per ora. In attesa della nuova omelia non ci resta che osservare che nemmeno in un momento così tragico il comico-politico perde occasione per sputare fango contro tutto e contro tutti. Un vero e proprio gioco al massacro, il suo, condito da insulti e tonnellate di demagogia.




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Svantaggi e costi del figlio unico “all’italiana”

Corriere della sera



Il figlio unico è un privilegiato, uno che ha potuto esprimersi al meglio fin dall’infanzia, quando ha avuto tutti i giocattoli che voleva, la stanzetta solo per sè, l’attenzione esclusiva dei genitori disposti ad investire risorse nella sua istruzione?

Oppure è uno svantaggiato sotto il profilo emotivo, incapace di relazionarsi con gli altri bambini, destinato a diventare un adulto egocentrico, vanitoso, emotivamente avaro di sé?

Il dibattito se il figlio unico abbia una marcia in più o una marcia in meno rispetto a chi cresce fra fratelli (o sorelle) va avanti da almeno un secolo (prima questa condizione era solo oggetto di invettive, Genesi e Levitico inneggiano al “Crescete e moltiplicatevi”, per San Giovanni “ogni figlio non nato griderà dai cieli contro la lussuria dei genitori”). C’è chi propende per la prima ipotesi, chi per la seconda. Un dibattito che per noi italiani diventa assai poco accademico perché ha una sua (quasi) drammatica attualità.


L’Italia ha il tasso di fecondità più basso d’Europa , l’1,4 contro una media europea dell’1,9 e a differenza degli altri paesi non dà segnali di ripresa. L’ultimo dato Istat ci dice che il 46,5 per cento delle famiglie italiane ha un figlio solo e “arranca” già con uno perché gli asili pubblici sono pochi, manca un sostegno economico dello Stato (a differenza di quanto avviene in Francia, in Germania e nei paesi scandinavi) e i bambini costano sempre di più.

Un quarto delle donne dopo la nascita del primo figlio smette di lavorare e difficilmente rientra nel mercato del lavoro (cosa che avviene più facilmente negli altri paesi europei), soprattutto se svolge una professione non qualificata.

Ora una ricerca di una economista dell’università di Torino, Daniela Del Boca, suggerisce che il figlio unico “all’italiana”, unico perché non si riesce ad avere il secondo, soprattutto per problemi economici  si trovi anche svantaggiato sotto il profilo della formazione, visto che in un confronto fra 57 paesi i nostri quindicenni risultano al 33° posto come competenza linguistica, al 38° per abilità matematica.  Ne ho parlato in un articolo uscito sabato nella sezione “Tempi Liberi” del Corriere (cliccate qui per leggere l’articolo).
Sarà perché la mamma costretta a restare a casa senza lavoro, con le sue frustrazioni e la mancanza di stimoli, non è proprio il massimo per la crescita dei figli? Sarà perché gli asili nido pubblici, luoghi importanti per la formazione della personalità, sono pochi? Ma sarà anche perché la nostra scuola non è più quella di una volta?

Gli interrogativi da porsi sono tanti, ma senz’altro qualcosa in Italia non sta girando per il verso giusto. Troppa rigidità sociale, ovvero scarsa flessibilità nella divisione dei compiti all’interno della coppia (dei figli si occupa ancora al 70 per cento la donna), nel funzionamento dei servizi sociali, nell’organizzazione del lavoro.
Da che parte cominciare per migliorare questo stato di cose?
Vero è che la maggior dei sondaggi ci dice che il desiderio di un secondo figlio c’è. Eccome.
E alla nostra società un po’ di natalità in più non può fare che bene.



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Vendite case a Cuba Linea di partenza

La Stampa

YOANI SANCHEZ



Il Paseo del Prado da un paio di giorni è in agitazione, ma non per colpa dei ragazzini che corrono da ogni parte e dei piccoli truffatori che cercano di accalappiare turisti. La confusione è stata prodotta dal nuovo Decreto Legge N. 288  che stabilisce nuove norme per il passaggio di proprietà delle abitazioni.

Una misura a lungo attesa che finalmente vede la luce sulla Gazzetta Ufficiale, tra la soddisfazione di molti e la preoccupazione di altri. Questo Paseo scortato da leoni di bronzo è sempre stato il mercato spontaneo dove permutare appartamenti, mentre adesso i curiosi chiedono i dettagli di una misura importante, che introduce flessibilità ma sembra ancora insufficiente.

Vogliono sapere se il titolo di proprietà che hanno in mano servirà immediatamente a dare il pieno diritto di cedere, ereditare o vendere le loro case. In una nazione che ha vissuto per decenni con un mercato immobiliare congelato, non è facile credere che sarà tutto così facile come ritengono molti, né che le cose si svolgeranno nei limiti della legalità come assicura il Ministero della Giustizia.

Uno dei principali timori che affiorano quando parliamo con le persone per strada riguarda il modo in cui la Banca Centrale valuterà la legittimità del denaro per l’acquisto di un immobile. Per compiere simili transazioni prima si dovrà depositare il contante in un conto corrente. I poco fiduciosi clienti del nostro sistema bancario temono che il denaro possa essere confiscato nel caso in cui lo Stato ritenga che non sia di origine “limpida”.

Sono certa che a ogni rischio la gente risponderà con qualche trucco, per questo immagino sin da ora che gli importi dichiarati e versati in banca saranno la metà o la terza parte di quanto realmente costerà la casa. Il resto passerà da una mano all’altra, da una tasca all’altra. Il passaggio di proprietà degli appartamenti ha avuto luogo per troppo tempo in maniera illegale, quindi non dobbiamo aspettarci che adesso tutto avverrà secondo le 16 pagine del nuovo decreto.

Inoltre potrebbe esserci la possibilità di un’esplosione migratoria, perché “saranno validi gli atti di trasmissione di appartamenti, realizzati dai loro proprietari, in maniera legale, prima di uscire definitivamente dal paese”. Migliaia di cubani attendevano questo segnale, come un atleta che aspetta lo sparo per lasciarsi alle spalle la linea di partenza. I costi esosi delle pratiche migratorie saranno sostenuti grazie alla vendita di appartamenti messi all’asta sul mercato immobiliare. La casa si trasformerà in un’ala, mentre per quarant’anni è stata considerata soltanto un’ancora. Inoltre dobbiamo notare che nella nuova misura è ben evidenziato il tenue filo rosso già presente nel decreto sulle auto .

Il privilegio riservato soltanto ai ristoranti più fidati ideologicamente, questa volta è indicato al punto 110. Il decreto recita: “Il Comitato Esecutivo del Consiglio dei Ministri o il suo Presidente avranno potere decisionale riguardo a certe abitazioni ubicate in determinate zone del paese”. Vedremo la mappa dell’Isola disseminata di asterischi per indicare luoghi dove la compravendita necessita di requisiti che non sono scritti da nessuna parte. Le cosiddette “zone congelate” aumenteranno e le differenze sociali - così spesso negate - verranno alla luce, soprattutto quel profondo abisso che separa le persone affidabili che possiedono denaro dai cittadini che possono contare su risorse non santificate dal potere.


Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi



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La copertina più rara del mondo? E' una versione«speciale» di Sgt. Pepper

Corriere della sera

Lo decreta Record Collector, bibbia dei maniaci del vinile. Altri quattro album dei Beatles nella top ten


Il Sgt Pepper per «discografici»
Il Sgt Pepper per «discografici»
Per molti è il «disco» dei Beatles, quello con cui i quattro rivoluzionarono la storia della musica. E nulla fu più come prima: Sgt. Pepper certo, summa di tutto il nuovo gorgogliante nella Londra swinging e psichedelica del 1967. Grande musica. E grande copertina, con quell' «album di famiglia» entrato nell'immaginario pop di ognuno di noi.

UN SGT PEPPER SPECIALE - Ebbene, come riferisce la Bbc online,
La bizzarra copertina di «Yesterday and Today»
La bizzarra copertina di «Yesterday and Today»
proprio una versione speciale del celebre involucro è stata decretata «la copertina più rara del mondo» da Record Collector, vera bibbia per vinilmaniaci aldilà della Manica. La copertina, che vale 70.000 sterline (circa 80.000 Euro), riporta le facce dei dirigenti della Capitol, allora la discografica dei Fab Four, invece che quelle classiche di Allan Poe o Lennon. Venne stampata in 100 copie nel Natale 1967 e regalata agli executive, per celebrare il successo dell'album.

Primi dunque in questa particolare classifica, i Beatles compaiono altre quattro volte nella top ten. Per esempio, al secondo posto, ci sono le prime dieci copie numerate di quell'altro capolavoro che è il White Album. E altra copertina leggendaria perchè appunto, tutta bianca ( e ufficialmente senza nome, tra l'altro).

BAMBOLE SMEMBRATE E ANDY WARHOL- Mentre all'ottavo campeggia la bizzarrissima facciata di «Yesterday and Today», album uscito per il mercato Usa nel 1966: i quattro espongono arti smembrati di bambole e pezzi di carne. Venne immediatamente ritirata dai negozi, troppo scandalizzata la puritana America dell'epoca. Vi sono poi due copertine di Andy Warhol (al terzo posto): non la leggendaria banana dei Velvet Underground, bensì due semisconosciuti dischi degli anni'50 «Magic Key To Spanish Volumes 1 and 2» e «The Nation's Nightmare», album che pubblicizzava un programma in radio contro droga e criminalità. Da segnalare infine, all'8° posto, «l'album perduto» degli Ac/Dc, la raccolta «12 of the Best», mai uscita nei negozi. Ma i Beatles la fanno da padrone, anche in questo campo.



Matteo Cruccu
05 novembre 2011 19:12



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Scoperto diavolo nei cieli di un affresco di Giotto

La Stampa


È lì, da otto secoli, in uno degli affreschi del ciclo pittorico che segna l’inizio dell’arte figurativa occidentale, e nessuno finora se n’era accorto: nella ventesima scena della Vita di San Francesco, dipinta da Giotto nella Basilica superiore di Assisi (Perugia), c’è il profilo di un demone, con due corna scure, che emerge dalle nuvole sospese fra la scena della morte di Francesco, in basso, e la scena dell’assunzione della sua anima in cielo.

A scoprirlo è stata la storica Chiara Frugoni, grande specialista francescana. Frugoni, che sull’interpretazione di quel particolare avanza alcune ipotesi, è sicura del fatto che questa scoperta è destinata a fissare un nuovo inizio della «manipolazione delle nuvole» da parte di un pittore: «Fino ad oggi, infatti -osserva- il primo pittore che pensò di trattare le nuvole era ritenuto Andrea Mantegna che nel suo San Sebastiano, dipinto nel 1460, oggi conservato nel Kunsthistorisches Museum a Vienna, mostrò sullo sfondo del cielo un cavaliere che emerge da una nuvola. Ora, questo primato del Mantegna non è più tale».

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Star Trek, l'episodio nazista in Germania

Corriere della sera

In onda dopo 43 anni la puntata «Gli schemi della forza» bandita perché considerata «inadatta» per i tedeschi



Spock nell'episodio «Patterns of force»
Spock nell'episodio «Patterns of force»
  Hanno dovuto attendere 43 anni, ma finalmente i fan tedeschi di Star Trek venerdì sera per la prima volta hanno potuto seguire sulla tv di stato ZDF l'episodio "nazista" della serie cult americana. La puntata, intitolata «Patterns of force» (Gli schemi della forza), trasmessa negli Stati Uniti nel 1968, non era mai andata in onda sulle tv teutoniche perché considerata «non adatta» al pubblico tedesco. Nell'episodio infatti la Germania nazista è descritta come «la società più efficiente mai creata» e ciò poteva urtare la sensibilità di un popolo che si era liberato dal giogo hitleriano da poco più di 20 anni.

LA TRAMA - L'episodio racconta lo sbarco della navicella spaziale Enterprise sul pianeta Ekos. Qui, in precedenza, era stato inviato John Gill, uno scienziato storico della Federazione, per studiare l'evoluzione di questo territorio, ma i membri della navicella avevano perso improvvisamente i contatti con lo scienziato. Una volta sbarcati sul pianeta il capitano Kirk e il dottor Spock scoprono che Ekos non solo è diventato un pianeta dominato da un organizzazione che s'ispira al nazismo, ma che il regime ha adottato molte delle caratteristiche e delle istituzioni del movimento guidato da Hitler (il saluto nazista, le camice brune, le SS, la Gestapo).

Gli Ekosiani, inoltre, sono in guerra con gli Zeon, gli abitanti del pianeta più vicino e vogliono cancellare dall'universo attraverso "la soluzione finale" Gli Zeon, che sono un chiaro riferimento, anche nel nome, agli ebrei, sono definiti dagli Ekosiani più volte con disprezzo «maiali». Ma la scoperta più incredibile è che il Fuhrer di questo movimento è proprio lo scienziato John Gill. Spock e Kirk ruberanno uniformi naziste e s'infiltreranno nel movimento per fermare l'azione distruttrice di Gill

COMMENTI - Nel 1970, quando la seconda stagione del telefilm fu trasmessa in Germania, fu deciso di censurare la puntata perché mostrare tutte queste uniformi naziste poteva essere considerato provocatorio. Dopo 40 anni, però, la tv di stato ZDF ha deciso che era arrivato il momento di trasmettere l'episodio: «Mostrando questa puntata i fan tedeschi di Star Trek saranno in grado per la prima volta di vedere la serie completa» ha dichiarato alla Bild Simone Emmelius, direttore editoriale della rete. Tuttavia per evitare polemiche l'episodio è stato trasmesso dopo le 10 di sera e la visione è stata vietato ai minori di 16 anni: «Vogliamo che solo un pubblico capace di mettere in discussione i temi affrontati nella puntata segua il telefilm» conclude Emmelius.


Francesco Tortora
05 novembre 2011 13:07



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Azienda italiana aiuta Assad a spiare i cittadini

di

Quando la tecnologia serve i tiranni: la "Area Spa" di Varese gestisce il 70% delle intercettazioni legali nel nostro Paese. In Siria sorveglierà le e-mail. Il contratto è stato siglato prima dell'inizio della rivolta. L'impresa non rilascia commenti


La Siria è scossa da mesi di proteste represse nel sangue (3000 morti) ed il regime di Damasco si affida ad una società italiana per intercettare la posta elettronica dell'intero Paese. Lo rivela Bloomberg news, l'agenzia di stampa specializzata in notizie economiche, con una dettagliata inchiesta. La società chiamata in causa, Area spa, assieme a poche altre gestiva il 70% del mercato relativo alle intercettazioni autorizzate in Italia.

«Personale dell'Area spa sta installando il sistema (di intercettazione nda) sotto il controllo di agenti della sicurezza siriana» scrive Bloomberg citando una gola profonda che conosce il progetto. Gli specialisti italiani avrebbero affittato un appartamento con tre stanze da letto in una zona residenziale alle porte di Damasco. Il sistema sarebbe già stato montato in un palazzo della compagnia telefonica siriana alle porte della capitale. Una volta a regime sarebbe in grado di intercettare qualsiasi messaggio di posta elettronica nel Paese o in arrivo dall'estero. Secondo le fonti di Bloomberg, gli italiani formeranno i tecnici siriani nell'utilizzo del sistema.

Non solo: la tecnologia fornita da Area spa comprende apparecchiature di una compagnia americana, oltre che due società in Francia e Germania. Il contratto con Damasco è stato firmato nel 2009, ben prima dell'inizio delle manifestazioni contro il regime iniziate anche grazie ad internet e alla posta elettronica. Secondo Bloomberg news, che è in possesso di documenti sull'affare, i computer e l'attrezzatura necessaria sono arrivati al porto siriano di Latakia lo scorso febbraio. La gente ha cominciato a scendere in piazza contro il regime a metà marzo.

Il Giornale ha chiamato la sede della società in provincia di Varese, ma la risposta è stata «no comment». L'amministratore delegato, Andrea Formenti, aveva però specificato all'agenzia Bloomberg che Area rispetta tutte le leggi e le norme per l'esportazione. Poi ha osservato che «la vendita di un sistema di intercettazione legale è un processo lungo e la situazione sul terreno si evolve rapidamente», facendo riferimento alla parabola libica di Gheddafi.

Area spa, assieme a poche altre società, gestiva nel 2008 il 70% del mercato relativo alle intercettazioni telefoniche ed ambientali, legalmente autorizzate dalle procure, in Italia. Lo stesso anno Formenti e altri due amministratori delegati avevano reso noto una lettera/ultimatum al ministero della Giustizia in cui chiedevano che venisse saldato il pregresso di 140 milioni di euro per il loro lavoro. Sul sito di Area si legge che sono stati installati in giro per il mondo oltre 300 sistemi dell'azienda.

Nulla di nuovo sotto il sole: in Irak furono i francesi a fornire a Saddam Hussein la tecnologia e i codici per intercettare i telefoni satellitari americani.

In Libia, dopo la caduta di Gheddafi, si è scoperto che società di Parigi, ma pure inglesi, spagnole e belghe avevano venduto a Gheddafi sistemi di intercettazione per linee fisse, telefonini, internet e comunicazioni satellitari. Non a caso grosse compagnie occidentali hanno mandato in Libia squadre speciali nel tentativo di recuperare i documenti o distruggere le prove fisiche degli affari più imbarazzanti.

L'Europa ha imposto sanzioni su visti e beni dei gerarchi del regime siriano, sul petrolio e sulle armi, ma non ancora su apparecchiature per le intercettazioni legali. Per questo motivo gli italiani potranno continuare a lavorare con il regime di Damasco.

www.faustobiloslavo.eu




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Al Qaeda fa shopping di missili negli arsenali di Gheddafi

Libero


Dalla rivoluzione libica, almeno un aiuto ad Al Qaeda sembra essere venuto. Moltissimi missili antiaerei spalleggiabili, da 5000 a 10.000, sarebbero stati trafugati dagli arsenali dell’ex-regime di Gheddafi finendo nelle mani dei terroristi islamici soprattutto attraverso il contrabbando via Egitto. Allarme non nuovo, ma rilanciato con forza ieri dal giornale tedesco Bild, poiché i servizi segreti di Berlino avrebbero trovato conferme a tali timori. Tanto che l’Ufficio Criminale Federale, o BKA, chiede di aumentare la sorveglianza nei grandi aeroporti mondiali, anche quelli tedeschi di Francoforte, Monaco e Dusseldorf, espressamente citati da Bild.

All’ipotesi che Al Qaeda possa appostare vicino agli aeroporti nuclei armati con questi ordigni, pronti a colpire i velivoli in decollo o atterraggio, se ne aggiunge un’altra non meno inquietante. La stampa tedesca parla di una possibile «catastrofe» se fosse usato anche uno solo di questi razzi contro un treno ad alta velocità carico con oltre 1000 persone e sfrecciante a 250 km/h.

Queste armi, per la maggior parte del tipo russo SA-7 Strela 2, sono  piccole, con un peso totale di 15 kg e un ingombro di 1 metro e mezzo. Facilmente occultabili anche in una valigia, si usano nel giro di pochi secondi, tenendole in spalla come un bazooka e facendo fuoco non appena il sensore all’infrarosso ha «agganciato» le emissioni termiche del bersaglio. L’esercito di Gheddafi ne aveva ben 20.000, peraltro poco utili contro i moderni caccia, ma ancora micidiali contro aerei civili. I raid Nato ne hanno distrutti molti, ma migliaia si sono salvati.


05/11/2011





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Lo scoop di Fabio: "Così ho immortalato Gheddafi ucciso"

La Stampa

marco accossato

Torinese il reporter per primo di fronte al cadavere


Ciò che non vedi è come se non esistesse», dice. E per far vedere le tensioni del mondo attraverso un obiettivo fisso da 35 millimetri ha lasciato il suo lavoro da ingegnere conquistato al Politecnico con un Master per giovani talenti. Ha impugnato una reflex, ed è partito.

L'Iran, la Turchia, la Birmania varcata come un ribelle dopo un visto negato tre volte. Poi la Grecia, l'Egitto, la Tunisia. Fino alla foto - forse - più importante della sua vita, lo scoop che ha fatto il giro del mondo: il cadavere di Gheddafi. Fabio Bucciarelli, torinese, 31 anni appena compiuti, è il fotografo freelance che la sera del 20 ottobre scorso ha immortalato per primo il corpo del Colonnello a Misurata, in una casa dei ribelli.

Un'immagine conquistata con la destrezza di un reporter navigato, nascondendosi tra le aiuole come un disertore, sfidando le guardie armate per un'immagine che fa già parte della storia. «Fotografi e cameramen - commenta Fabio - sono fondamentali per capire che cosa accade realmente nel mondo. La guerra è molto più del "bang bang" che inseguono tante agenzie e testate. La guerra sono anche le storie dei rifugiati, le immagini negli ospedali, le storie delle famiglie che hanno perso mariti, mogli o figli». Così Fabio, dopo qualche scatto in prima linea, sposta l'obiettivo e va oltre. Entra nelle storie. Laureato in Ingegneria delle Telecomunicazioni nel 2006, ha lavorato a Barcellona in un'impresa di automotive.

«Poi ho capito che non era quella la mia strada». Nel 2008 in Spagna frequenta un workshop del fotografo Philip Blenkinsop avvicinandosi al fotoreportage. E' la svolta: nel 2009 è in Iran per raccontare la situazione pre-elettorale, poi gli eventi lo riportano rapidamente in Italia dove il terremoto sconvolge l'Abruzzo, e le sue foto escono sui quotidiani italiani.

Un anno di contratto per l'agenzia torinese «La Presse» gli dà modo di entrare nel mondo della moda, dello sport, della politica. Sue molte foto del G8. Ma tutto questo gli sta troppo stretto, Bucciarelli lascia anche «La Presse» per dedicarsi totalmente al reportage. In Birmania, in occasione delle prime elezioni e della liberazione di San Suu Kyi, gli negano tre volte il visto e lui varca il confine con i guerriglieri karen alla frontiera tra Birmania e Thailandia. Oggi Fabio ha un sito (www.fabiobucciarelli.com) ed è associato all'agenzia internazionale Luz Photo.

Con due reflex e due obiettivi fissi da 35 e 50 millimetri («Lo zoom ti costringe a stare lontano dagli eventi, con un grandangolo invece devi stare sempre molto vicino ai fatti») ha documentato il dramma dei profughi a Lampedusa, prima di «coprire» la Tunisia. Quotidiani e settimanali italiani e stranieri hanno pubblicato molte delle sue immagini. Ma Fabio ha collaborato anche con Pbf - Pubblic Broadcasting Usa, pubblicando i suoi reportage su Front Line. Con le sue due reflex ha «raccontato» a fine agosto la caduta di Tripoli, e a settembre è tornato in Libia, quarta volta in otto mesi.

Non nasconde di aver avuto paura: «La paura è fondamentale per sapere come muoversi, altrimenti prende il sopravvento l'incoscienza». Ma la paura non l'ha fermato quando tutto attorno c'erano i cecchini. Quando, in Tunisia, i poliziotti in borghese hanno cercato di impedirgli di fare anche un solo scatto. Nella casa dei ribelli a Misurata, a fine agosto, non era la paura da controllare. Quando sei davanti alla scena che qualunque fotoreporter vorrebbe avere di fronte «devi soltanto fare in modo che la mano non tremi, e scattare più in fretta che puoi».

marco.accossato@lastampa.it



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I del Mali "Indipendenza o guerra"

La Stampa
DOMENICO QUIRICO

Scade oggi l'ultimatum al governo:«Migliaia di guerrieri pronti a comabattere»


Eccola: è l’onda d’urto delle rivoluzioni maghrebine. Le avevamo date per concluse, noi occidentali, astratti raziocinatori, le avevamo applaudite come semplici sbastigliatrici di tiranni. E poi messe da parte. Era appena il primo scossone.

Mentre si stanno tingendo di islam Tunisia, Libia e domani Egitto, e Marocco, dallo squarcio il seme si sparge al Sahel, immensa striscia di sabbia, terra di nessuno dove si incrociano contrabbandieri e arruffapopoli con nello zaino il Corano, dove scorrono armi droga sigarette clandestini in cerca dell’Europa, dove la tentazione di diventare briganti per finanziarsi è irresistibile.

Dove al Qaeda attende paziente il suo turno. I tuareg sono padroni in questo Sahara per nulla vuoto, anzi, mai è stato frequentato e attivo come oggi. Un mondo intero si è messo irresistibilmente in movimento, scricchiolano regimi già fragili, frontiere, alleanze, la giuntura tra l’Africa araba e nera, uno dei nodi del mondo.

Chi ha badato a quanto accadeva il 18 ottobre a Tacalotte, una immensa china di sabbia e pietre a 35 chilometri da Kidal, nel Nord del Mali? Chi nelle Cancellerie conosce Tacalotte? Il calore qui sale dal suolo, esce dalle rocce, cade dal cielo, le città sono come imbevute di una tristezza opprimente. Il lieto fine quaggiù è raro come la frescura. Eppure i tuareg stagliano la loro audace silhouette sul loro terreno di prodezze. Qui. Terra loro. Nel deserto. Gente che vive senza far rumore.

Doveva essere una festa, negli interessati propositi delle autorità maliane; festa per soldati tornati a casa, superstiti di un sudicio massacro, di un’epopea senza gloria, sconfitti ma vivi. Un invito all’addio alle armi. Nella polvere si schiera una lunga fila di pick-up, zeppi di guerrieri. Li comanda il colonnello Mohamed Ag Bachir, massiccio, brusco, il turbante degli uomini blu che gli nasconde il volto racconta da solo le tempeste di sabbia, i colpi di sole, le siccità apocalittiche, i massacri. Sono tuareg che fino all’ultimo hanno combattuto a fianco di Gheddafi e che sono riusciti a sganciarsi dalla vendetta degli ex ribelli.

Le autorità contano i pick-up, scrutano i volti dei reduci, non nascondono un moto di delusione e di paura. Sì, ci sono 400 reduci dalla guerra di Libia: sono pochi e tutti della tribù Imghad, alleata da tempo dei politicanti di Bamako. E gli altri, gli Ifoghas e gli Chamanamasse, almeno altri duemila combattenti tuareg? Hanno rifiutato e si sono già trincerati nelle colline del Nord-Est, ostili, sospettosi, con le armi in pugno.

Non hanno dimenticato quanto accadde nel 2006, quando la «milizia Delta», formata da imghad collaborazionisti, decapitò le speranze di liberare l’Azawad. Perché dicono che gli uomini blu sono dei raminghi. Non è vero: una terra ce l’hanno, senza confini e senza mura, migliaia di chilometri di dune e rocce di fuoco che va dalla Mauritania al Niger, dove si parla il tamasheq. Loro, i cosacchi del Sahara, vogliono essere liberi.

Pochi giorni dopo la festa mancata di Tacalotte, il «Gruppo tuareg per la liberazione dell’Azawad» ha scoperto le carte su un giornale arabo: «Siamo pronti a dichiarare l’indipendenza del Nord del Mali e, se non ci verrà concessa, inizieremo le attività militari contro il governo». L’ultimatum al governo scade oggi: «Migliaia di nostri combattenti sono ritornati dalla Libia, ora fanno parte delle nostre forze armate». La lotta per l’indipendenza ha, dunque, di nuovo un esercito.

A Minikia, sempre nel Nord, un altro mondo che sembra morto affranto dalla calura, una folla di giovani tuareg, il sangue ribollente di una giusta indignazione, sono già scesi in strada: implorando le milizie tuareg di proclamare l’indipendenza e difendere la loro terra. A Farak, intanto, si riunivano i capi tribù e i politici tuareg cui il regime ha concesso briciole di rappresentanza e di potere. Anche loro intenti a rimetter fronde alla sobillazione indipendentista. Sanno che nella capitale li odiano, li ritengono gente oziosa, attaccabrighe e arretrata.

La crisi libica esporta la sua infezione attraverso i mercenari. Combattere e uccidere, non sanno fare altro. E la libertà del loro popolo è una causa migliore della terza via universale. Spinti dalla carestia e dalla repressione si rivolsero ai reclutatori di Gao: perché Gheddafi non si fidava del suo esercito, voleva un’armata personale. Sono uomini che hanno attraversato il deserto per fare fortuna e sopravvivere. La maggior parte sono nel bello del gioco. Testa o croce? Hanno bisogno di un’altra guerra.



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Israele ha fermato la "flottiglia" per Gaza

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I militari avevano offerto di far arrivare gli aiuti via terra ai palestinesi. Poi è scattato l'arrembaggio della Marina israeliana alle due navi partite dalla Turchia. A bordo 27 tra attivisti e giornalisti, provenienti da 9 Paesi tra cui Usa, Canada, Irlanda, Marocco e Iran. Nessun ferito


Gerusalemme - La marina militare israeliana ha fermato ieri un nuovo tentativo di forzare il blocco navale su Gaza. Una mini flottiglia composta da due navi, l'irlandese Saoirse - libertà in gaelico - e la canadese Tahrir - liberazione in arabo - è partita mercoledì dalla Turchia ed è arrivata ieri in prossimità delle acque territoriali israeliane. A bordo c'erano 27 tra attivisti e giornalisti, provenienti da nove diversi Paesi tra cui Stati Uniti, Canada, Irlanda, Marocco, Iran. Membri della marina israeliana sono saliti a bordo delle navi dopo aver prima contattato gli equipaggi via radio, avvertendo dell'esistenza di un blocco navale.

«L'abbordaggio ha seguito numerose chiamate agli attivisti», ha scritto su Twitter un portavoce dell'esercito israeliano. Agli attivisti, che avevano a bordo con loro materiale medico per 30mila dollari, sarebbe stato proposto di fare rotta verso il porto di Ashdod, in Israele, o verso l'Egitto. Da lì, i rifornimenti medici avrebbero potuto essere trasportati via terra ai palestinesi di Gaza, hanno detto gli israeliani.

Gli attivisti hanno però ignorato gli appelli e la marina è quindi entrata in azione abbordando le navi e forzando gli equipaggi a fare rotta verso il porto di Ashdod dove i passeggeri sono stati consegnati alla polizia di frontiera. Non ci sono stati scontri tra equipaggio e militari. Gli attivisti avevano fatto sapere prima della partenza con video su Internet che non avrebbero opposto resistenza e l'esercito israeliano ha spiegato di «aver preso tutte le precauzioni necessarie per assicurare l'incolumità degli attivisti».

Nel maggio 2010, in un raid israeliano contro la nave Mavi Marmara, che cercava di infrangere il blocco, erano morti nove cittadini turchi. L'operazione frantumò i rapporti con la Turchia, solitario alleato di Israele nella regione. La relazione con Ankara si era già incrinata dopo l'operazione Piombo Fuso israeliana del 2009 contro la Striscia di Gaza controllata da Hamas. Il rifiuto di Israele di presentare scuse ufficiali ha aumentato con il passare dei mesi la distanza fra i due governi. Nelle scorse ore, però, dalla Turchia sarebbero arrivati segnali positivi.

Secondo il quotidiano israeliano Haaretz sarebbero in corso colloqui segreti tra i vertici politici. Il ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu, che ha criticato aspramente Israele in passato, ha chiesto nei giorni scorsi all'organizzazione non governativa turca IHH - Humanitarian Relief Foundation, proprietaria della Mavi Marmara -, di bloccare la partecipazione della sua nave alla flottiglia di ieri. Ankara, inoltre, dopo un primo ambiguo rifiuto, ha accettato a qualche giorno dal forte terremoto che ha da poco colpito l’est del Paese, l'aiuto delle squadre di soccorso israeliane.

La mini flottiglia bloccata ieri è la prima di una serie, hanno avvertito gli attivisti. Per Israele i tentativi di infrangere il blocco navale - che secondo il governo mira a evitare il contrabbando di armi - sono una «provocazione». In seguito all'esito tragico del raid contro la Mavi Marmara, Israele ha rilassato il blocco su Gaza via terra: l'afflusso di beni nella Striscia è comunque regolato da Israele e le esportazioni sono ferme.



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Genova deserta, si scava nel fango

Corriere della sera


Stop alla circolazione e scuole chiuse. La pioggia si sposta nello Spezzino. Temporali su Piemonte ed Emilia


Divieto di circolazione e scuole chiuse. Genova si risveglia nel fango all'indomani del violento nubifragio che ha fatto sei vittime accertate. Ancora rovesci sparsi fino a mezzanotte, durante le primissime ore del mattino fino alle 2 circa e poi di nuovo intorno a mezzogiorno. Dalle sette è in vigore il divieto di circolazione disposto dal sindaco Marta Vincenzi. Deserte le strade, dove circolano solo mezzi di soccorso e delle forze dell'ordine, taxi e autobus. In giro poche le auto private che non hanno rispettato il divieto.

Nelle zone più colpite dalla furia del torrente Fereggiano - quelle del quartiere Marassi - hanno lavorato per tutta la notte i vigili del fuoco e gli addetti alle fognature. Lungo tutta via Fereggiano sono ancora centinaia le auto presenti, trascinate e distrutte dalla piena, che le ha accatastate una sull'altra. Decine i negozi che hanno subito danni.

Si scava nel fango, anche se al momento non risultano alle forze dell'ordine altri dispersi e nel corso della notte non sono state trovate altre vittime. Venerdì sono stati fermati due "sciacalli", due giovani poco più che ventenni di origini tunisine, sorpresi dai cittadini mentre cercavano di approfittare della confusione e «arraffare» oggetti e cose lasciati momentaneamente incustoditi. Sulla A12, intanto, è stato riaperto il casello autostradale di Genova Est in uscita.

Nubifragio a Genova

MALTEMPO SULLO SPEZZINO - Pioggia battente anche nello Spezzino, sulle zone colpite dall'alluvione di una settimana fa. Due frazioni della Val di Vara, Stagnedo e Boccapignone, sono state evacuate pochi minuti dopo le otto per l'apertura di un nuovo fronte di frana causato dalla intensa pioggia. I tecnici hanno chiuso l'Aurelia, tra Beverino e Borghetto Vara, già interessata venerdì dal movimento della grande frana caduta nei giorni scorsi. Un forte temporale si sta abbattendo su Borghetto Vara e Brugnato. La pioggia battente sta portando via il fango delle strade e rappresenta una forte minaccia per le decine di frane che ancora si trovano nella zona alluvionata dal 25 ottobre scorso. I geologi stanno monitorando le frane già attive nella zona in attesa del picco di pioggia previsto per mezzogiorno. Sotto controllo anche gli alvei dei fiumi Vara, Pogliaschina e Cassana. Il secondo picco di pioggia è previsto nel pomeriggio.

MAREGGIATE NEL SAVONESE - E il maltempo si è abbattuto nella notte anche sulla provincia di Savona, anche se fortunatamente non si sono registrati morti e feriti. In tutta la provincia era già stato disposto fin da venerdì la chiusura delle scuole. Le situazioni più gravi si sono registrate a Cairo Montenotte, in Valbormida; a Quiliano, dove diversi cittadini hanno abbandonato le abitazioni ai primi piani, e in diversi comuni della riviera. Ad Alassio le onde, altissime, hanno raggiunto le vetrine dei locali della passeggiata mentre ad Albenga, alla foce del Centa, il mare ha raggiunto forza 7. Mareggiate anche a Varazze e Celle Ligure.

PIOGGIA SU EMILIA E PIEMONTE - E mentre l'Italia guarda con orrore alla tragedia dell'alluvione a Genova, piove in Piemonte e continuerà a piovere nelle prossime ore, con il rischio di esondazione di alcuni corsi d'acqua. Il bollettino di aggiornamento diramato alle 6 dal Centro funzionale regionale rileva che nelle ultime 12 ore sono state registrate precipitazioni con valori generalmente forti su quasi tutta la Regione. In particolare, in provincia di Alessandria si segnalano criticità diffuse per frane ed esondazioni nella zona di Ovada. In Emilia Romagna la Protezione civile ha emanato l'allerta per piogge intense che interesserà soprattutto le province di Parma e Piacenza fino a domenica 6. Le abbondanti piogge previste interesseranno il bacino del fiume Po e potrebbero determinare innalzamenti del livello delle acque.


Redazione Online
05 novembre 2011 12:19

Musica, così finisce il made in Italy

La Stampa

FABIO POLETTI

Sta per chiudere una delle ultime fabbriche di compact disc del nostro Paese: chi fermerà la crisi?

NVIATO A CARONNO PERTUSELLA
Steve Jobs lo aveva previsto. I dirigenti della IMS di Caronno Pertusella hanno fatto il resto. Nell’era del mondo immateriale e della finanza creativa, chiude dopo 50 anni questa ignota fabbrichetta del varesotto che ha sfornato milioni di dischi in vinile e poi decine di milioni di cd e dvd.

«C’è la crisi del settore si sa...», si sono giustificati i vertici dell’azienda che fa capo alla Aletti fiduciaria spa, acuto grido di dolore prima del gran finale visto troppe volte, 132 dipendenti in cassa integrazione a zero ore, anticamera della mobilità, che poi vuol dire zero stipendio.

Davanti a questa fabbrichetta con la palazzina blu, i capannoni grigi e un camion solitario, gli operai hanno piantato le tende, acceso il falò, spianato le bandiere sindacali e steso gli striscioni. Uno grande spicca sullo stradone per Saronno: «Vasco ti aspettiamo».

Vasco è il Blasco. È Vasco Rossi che come decine di altri artisti colava negli stampi sotto forma di policarbonatoin grani, per risorgere come scintillante cd zeppo di note. È a lui - ma non solo a lui, pure a Roberto Vecchioni, Francesco Guccini, Tiziano Ferro, Franco Battiato che si sono rivolti gli operai della IMS chiedendo una mano. E Vasco Blasco ha già risposto via Facebook:

«E’ come se chiudesse la fabbrica dei sogni. Gli operai rischiano di perdere il lavoro e chiedono aiuto a me che canto dentro nei dischi». Impresa quasi impossibile anche per una rockstar: «La faccenda è seria. Ci posso fare poco. Ma posso dare loro visibilità mantenendo viva l’attenzione». Altri, secondo Vasco Rossi, potrebbero ma non fanno: «Il Paese sta andando allegramente a rotoli. Non ne possiamo più dei governi di questo Paese».

Ilenia Mangione che per 10 anni ha imbustato i suoi cd lo aspetta qui davanti: «I dirigenti ci devono un mucchio di spiegazioni. Prima delle ferie avevamo commesse per quattro milioni di pezzi. Dicevano che dovevamo diventare la prima fabbrica in Europa». E invece dopo le ferie si rivedono i piani e si chiude il sipario. Antonio Ferrari, segretario dei Cobas di Varese, aspetta notizie dall’incontro con i vertici dell’azienda di venerdì: «Ci sarebbe un piano per cedere l’azienda a un’altra proprietà». Saperne di più è impossibile. Massimo Zigiotti, l’ad della IMS, fa sapere attraverso una segretaria di non voler parlare: «Nessun commento, c’è la privacy».

In attesa di improbabili novità gli operai fanno due conti su questo improvviso tracollo. «Ci hanno detto che vendevamo il prodotto finito a 28 centesimi a pezzo, sottocosto pur di conquistare il mercato», dice Luca Monti, 16 anni di lavoro all’ufficio distribuzione, otto ore al giorno che non si contavano più quando da settembre a dicembre uscivano le novità e i macchinari giravano a pieno regime. 250 mila pezzi al giorno: era uno spettacolo vedere le presse stantuffare.

«Ci chiedevano di lavorare il sabato e la domenica. Di giorno e di notte», si ricorda Rosi Mineo, otto anni di lavoro senza sosta e adesso futuro ignoto. Soli ma con il Blasco che macina consensi. E intanto già trascina la Emi, una delle major della discografia, un tempo proprietaria pure di questa fabbrica sorta negli Anni 60 qui «dove c’era l’erba ora c’è una città», per dirla con Celentano.

Dalla casa discografica arrivano parole incoraggianti: «Solidarietà e vicinanza ai lavoratori». Ma il mondo oramai è quello che è. Un universo globale sempre connesso come aveva previsto Jobs che inventando la musica liquida pronta a colare dalla rete, sapeva che stava già liquidando la IMS e tutte le fabbriche di supporti musicali del mondo. «Però non è colpa sua ma dei nostri dirigenti che sono stati immobili per almeno 15 anni». Non fanno sconti gli operai della IMS, che ancora sognano che lo show possa andare avanti.



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Colombia, decapitate le Farc Ucciso il leader Alfonso Cano

Corriere della sera

Il guerrigliero colpito nel corso di combattimenti con l'esercito.



Il capo della guerriglia colombiana delle Farc, Alfonso Cano

Il capo della guerriglia colombiana delle Farc, Alfonso Cano, è stato ucciso nel corso di combattimenti con l'esercito. Lo ha annunciato il governatore del dipartimento di Cauca, nel sudovest della Colombia. «Truppe di terra e dell'aviazione militare hanno effettuato operazioni tra i comuni di Suarez e Lopez de Mikay dove è stata segnalata la morte di Alfonso Cano», ha dichiarato Alberto Gonzalez. Una fonte dei servizi di intelligence militari ha confermato la notizia. «Abbiamo confermato la morte di Cano», ha dichiarato sotto copertura di anonimato.

IL GUERRIGLIERO - Alfonso Cano era diventato nel 2008 il capo della guerriglia delle Forze armate rivoluzionarie di Colombia (Farc, marxisti), in sostituzione del leader storico, Manuel Marulanda, stroncato da una crisi cardiaca a marzo. Esercito e polizia colombiana non avevano smesso di seguirlo, per indebolire il comando della guerriglia. Nel settembre 2010 Jorge Briceno, alias «Mono Jojoy», il numero due delle Farc e il loro leader militare erano stati già uccisi.

DECAPITATE LE FARC - Nel 2008, la guerriglia delle Farc, fondata nel 1964 e che conta ancora 8mila combattenti secondo le autorità, aveva inoltre perso altri due dirigenti storici, oltre al suo principale fondatore Manuel Marulanda: i due membri dell'ufficio politico, Raul Reyes, ucciso in un bombardamento in Ecuador e Ivan Rios. Il gruppo aveva tentato di riorganizzarsi e intensificato le sue azioni. Il ministro della Difesa di Bogotà, Juan Carlos Pinzon, aveva annunciato la cattura del responsabile della sicurezza di Cano e segnalato che l'esercito cercava anche di confermare la morte della sua compagna.



05 novembre 2011 08:30



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Un quadro della Pinacoteca di Brera sequestrato in Florida dalla polizia Usa

Corriere della sera

E' un'opera del 1538 di Girolamo Romano. Lo reclamano gli eredi di una famiglia ebrea a cui fu sottratto nel 1941



Un quadro di Girolamo Romano detto il Romanino in prestito dalla Pinacoteca di Brera è stato sequestrato in Florida perchè si sospetta che fosse stato trafugato dai nazisti. Il «Cristo portacroce trascinato da un manigoldo», esposto da maggio al Mary Brogan Museum di Tallahassee, è stato preso in consegna dalla Polizia doganale Usa «per proteggerlo in attesa che ne sia accertata la proprietà».

LA STORIA DEL QUADRO - Il dipinto, risalente al 1538, apparterrebbe alla famiglia ebrea Gentili di Giuseppe che lo avrebbe acquistato a un'asta a Parigi nel 1914. Il quadro era stato acquisito nel 1941 dal governo collaborazionista di Vichy e poi venduto insieme ad altre 154 opere per ripagare i debiti. Una vendita che ora viene denunciata come illegale dai nipoti di Federico Gentili di Giuseppe, morto nel 1940 a Parigi pochi mesi prima dell'invasione nazista della Francia. Il quadro fa parte di 50 opere della pinacoteca milanese attualmente in prestito al museo della Florida. Era stato acquistato da Brera nel 1998 ed è assicurato per due milioni e mezzo di dollari. «Non è mai troppo tardi per riparare a un torto», ha commentato il direttore della polizia doganale Usa, John Morton, spiegando che il quadro non potrà tornare in Italia fin quando non si saranno concluse le necessarie verifiche.



Redazione Milano online
05 novembre 2011 11:25



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Acquista una pagina sul Corriere: «Italiani, compriamoci il debito!»

Corriere della sera


L'appello a pagamento di un cinquantenne di Pistoia: «Acquistare Btp e Bot l'unico modo per tornare grandi»


Giuliano Melani è un cittadino italiano, un cinquantenne di Pistoia che la politica ha provato a frequentarla qualche anno fa animando, nella sua città, una lista civica e di finanza di occupa per lavoro nella sua agenzia di leasing. Giuliano ha pagato di tasca sua un' intera pagina del Corriere della Sera per rivolgere un appello agli italiani: «Concittadini amici e fratelli, compriamoci il debito!» . Come? «Sottoscrivendo i nostri titoli di Stato». Perchè? «Per uscire dalla crisi, per non svendere il Paese, per fare a meno del governo e dell'Europa» sostiene lui che racconta di credere talmente a fondo in questa iniziativa da aver sfidato, tra le altre cose, l' ironia del figlio ventenne che ha (affettuosamente) cercato di evitargli la spesa, l'esposizione mediatica o forse una delusione.


«NON SONO DELLA VALLE» - Spiega Melani citando il recente j'accuse alla politica del patron della Tod's, anch'esso diffuso come avviso a pagamento sui principali quotidiani: «Io non sono Diego Della Valle, ma voglio essere uno dei portatori sani della soluzione. Questo appello mi è costato un botto, per favore non fatene carta da macero!». Melani non è pentito della spesa: «Non si può pensare sempre di fare la "rivoluzione dopo pranzo", ci sono stati uomini e donne che hanno dato la vita per questo Paese e per la libertà, noi possiamo almeno dare un po' di soldi».

«POSSIAMO FARCELA» - «Sono convinto che ce la possiamo fare, basta andare in banca e ordinare Bot e Btp, ognuno di noi per quanto può dare e chi più ha più metta» dice ancora Melani raggiunto al telefono. «L'idea mi è venuta l'altra mattina, mi sono svegliato presto con questo pensiero in testa e una gran voglia di comunicarlo ai miei concittadini». Interesse per la politica? «Beh, domani ho un impegno...A parte gli scherzi sì sono interessato alla politica, nel senso che sento l'emergenza del momento. Non mi sento rappresentato da questo governo e non so se sarò rappresentato dal prossimo».


WAR BOND - I toni accorati ricordano a tratti persino quelli della propaganda per i prestiti di guerra, le emissioni di obbligazioni per finanziare l'esercito viste in tanti Paesi nella prima e nella seconda guerra mondiale, specie là dove Melani invita a comprare Bot, Cct e Btp «al tasso più basso possibile. Compriamoli anche a tasso zero». Il paragone non irrita Melani: «È proprio così e del resto la situazione è drammatica». Niente speculazioni, dunque, ma puro investimento patriottico. «Mandiamo a ruba i nostri titoli di Stato, facciamo uno sforzo, compriamo il nostri debito»

DUE CONTI - La struttura del debito pubblico italiano, 1.900 miliardi di euro circa, ragiona Melani, è tale per cui la scadenza media è a 7/8 anni e ogni anni ci viene richiesto di rinnovare il debito per 260/270 miliardi: «Sono circa 4.500 euro a testa: lo so che le medie ci fanno fessi ma state sicuri che molte persone dispongono di queste cifre» . «Vi giuro che ci conviene, negli ultimi due anni sono state poste in essere manovre per 200 miliardi, sono andati tutti perduti perchè nel frattempo sono saliti i tassi d'interesse sul debito».


«NESSUNO PUO' DIRSI INNOCENTE» - «Il nostro problema sono i debiti» contratti anche a causa dei comportamenti non corretti di ognuno di noi: «Quando non abbiamo pagato le giuste imposte, quando ci siamo riempiti di medicinali che abbiamo regolarmente buttato, quando abbiamo eletto persone inadeguate, quando non ci siamo messi a disposizione». Ma «vivaddio siamo stati anche liberi», «e siamo speciali, anche se ora ci sentiamo invecchiati» e c'è «una sola cosa da fare subito per tornare a salite le nostre azioni e i nostri beni: comprare il debito. Saremo ricompensati mille volte di quel poco che non abbiamo nemmeno speso - conclude Melani - ma prestato al nostro grande Paese, l'Italia»

Paola Pica
04 novembre 2011(ultima modifica: 05 novembre 2011 10:36)

Chiara: "Vi racconto il Bunga con Berlusconi"

Quotidiano.net

Danese: "Con mia madre abbiamo pianto sconvolte"

La ragazza di Gravellona Toce che si è costituita parte civile al processo di Milano, racconta le cene eleganti di Arcore. "Il maggiordomo ha portato una statuetta con un pene enorme e le ragazze hanno cominciato a farsi baciare i seni e a toccare Berlusconi nelle parti intime cantando: Meno male che Silvio c'è"



Chiara Danese all'uscita dal tribunale di Milano


Milano, 4 novembre 2011 - Ieri sera, nella prima puntata di "Servizio Pubblico", è andata in onda l'intervista realizzata da Francesca Fagnani con Chiara Danese, la ragazza che si è costituita parte civile nel processo a Fede, Minetti e Mora, assistita dal suo avvocato Patrizia Bugnano.


Questa è la versione integrale del'intervista, di cui proponiamo anche il video:





Chiara Danese è di Gravellona Toce, un piccolo paesino del Verbano, in Piemonte. Ha 19 anni da poco compiuti, ma ne dimostra ancora meno, forse per quei suoi modi impacciati da adolescente timida. Si guadagna da vivere intrattenendo i bambini in un supermercato, mentre i loro genitori fanno la spesa. Certo sperava altro, le sarebbe piaciuto fare "la presentatrice".

Appena compiuti 18 anni,
Chiara partecipa al concorso di Miss Piemonte. È un inizio, ma non basta. Serve qualcosa in più, anzi qualcuno che la introduca nel luccicante mondo della tv. Ad aiutarla è Daniele Salemi, l'agente che segue lei e la sua amica Ambra Battilana. Come fare? Salemi non ha dubbi, bisogna farsi ricevere da Emilio Fede, che ovviamente non si tira indietro.
 

Che cosa le ha detto Fede quando ha visto lei e Ambra per la prima volta?  Ci ha detto che eravamo bellissime, che andavamo benissimo per fare le meteorine al Tg4.

Vi ha fatto un provino?  Nessun provino, ha detto che ci avrebbe aiutate lui personalmente per la voce e che potevamo andare a casa sua a fare le prove. Quella sera stessa ci ha invitate a cena all'hotel Bulgari di Milano. Eravamo io, Ambra e il nostro agente. Ero contenta, mi sembrava un'occasione per farmi conoscere meglio. Fede si mostrava molto interessato al fatto che io sapessi fare i massaggi e mi diceva che lui ne avrebbe avuto bisogno. A un certo punto, mi ha fatto alzare in piedi e poi girare, tanto che mi è venuto anche il dubbio che dovessi fare la meteorina con il fondoschiena... Mi sono sentita molto imbarazzata, ma non volevo fare scenate, per me era un'occasione importante, 5.000 mila euro a settimana sono tanti.
 

Quando ha rivisto Fede?  Il giorno successivo. Fede ci ha invitate a una festa attraverso il nostro agente. Non sapevo di cosa si trattasse, mi era solo stato detto che lì avremmo incontrato chi ci avrebbe aiutate per il concorso di Miss Italia. Daniele Salemi allora ha accompagnato me e Ambra davanti a una villa e lì mi ha chiesto: "Chiara sai dove ti trovi? Ad Arcore". Ora mi vergogno a dirlo, ma non sapevo cosa fosse Arcore.

Davvero non lo sapeva?  No, l'ho scoperto solo quando siamo arrivati.
 

Ci racconti la serata  Il direttore ci ha portate in giardino, lì c'era Mariarosaria Rossi. Ci fa ha fatto molti complimenti anche lei, dicendoci che andavamo benissimo.
 

Benissimo per fare cosa?  Non l'avevamo ancora capito.
 

Come è andato l'incontro con il premier?  Era in salone con un vassoio di anelli che lui diceva essere di Tiffany, ma che invece erano semplice bigiotteria, tanto che il mio anello è diventato marrone dopo pochi giorni. Il presidente del Consiglio era molto gentile e ci prestava molte attenzioni, tanto che Fede gli ha detto: "Tu mangia nel piatto tuo, ché io mangio nel mio...".
 

Chi erano gli altri ospiti della cena?  Ricordo Nicole Minetti, Roberta Bonasia, le gemelle De Vivo e Marysthell Polanco.

Come è proseguita la cena?  All'inizio sembrava tutto normale, poi sia Berlusconi sia Fede hanno cominciato a raccontare barzellette sconce e Fede ci dava le gomitate per farci ridere. A un certo punto il premier ha raccontato la barzelletta sul bunga bunga e si è fatto portare dal maggiordomo una statuetta con un pene enorme, invitando le ragazze a divertirsi. Le ragazze allora si sono alzate e hanno cominciato a farsi baciare i seni e a toccare Berlusconi nelle parti intime, mentre cantavano "Meno male che Silvio c'è". Eravamo sconvolte e intimidite. Fede intanto ci toccava le gambe. Poi il premier ha detto che era arrivato il momento del bunga bunga.
 

Cioè vi ha invitate a scendere nella sala con il palo per la lap dance?  Sì. Non sapevo cosa fosse questo bunga bunga, mi aveva spaventato la barzelletta raccontata a cena dal premier e tutto quello che avevo visto. Mi si è chiuso lo stomaco, non mi sentivo bene e ho chiesto una camomilla.
 

A chi?  A Fede, che mi ha invitata a rilassarmi in una stanza da sola con lui.

L'ha seguito?No, Ambra si è comportata da amica, mi ha preso per mano e mi ha tirata via, anche perché il presidente voleva farci fare un giro per la casa.
 

Berlusconi è stato gentile con voi?Sì. Poi però, mentre salivamo per le scale, il premier ci toccava il fondoschiena. Eravamo sempre più agitate.

Non poteva reagire?Non sapevo come reagire, ero intimidita dalla situazione. Berlusconi poi ci ha portato in piscina invitandoci a ritornare per divertirci insieme. Tutte queste attenzioni non ci piacevano, tanto che Ambra mi ha detto all'orecchio: "Ma che vogliono, dobbiamo darla?".
 

Vi siete poi riunite al resto del gruppo?Sì, siamo scesi in una stanza in cui c'era della musica alta e le altre ragazze ballavano seminude. Nicole Minetti ha fatto un balletto hot e si è spogliata del tutto, facendo movimenti davanti al premier e facendosi baciare.
 

Come si è sentita in una serata così particolare?Io e Ambra ci siamo messe in un angoletto, con gli occhi bassi. Mi veniva da piangere. Fino ad allora, in tutte le cose più importanti sono sempre stata accompagnata dalla mia famiglia. Mi sentivo sola. Nella mia famiglia c'è molto senso del pudore, io non avevo mai nemmeno visto una donna nuda. Non ce la facevo più e ho chiesto ad Ambra di domandare a Fede se fosse possibile andarcene via.
 

Lui come ha reagito?Non bene, era seccato. Ci ha detto:"Ok andatevene, ma scordatevi di fare Miss Italia e le meteorine".
 

E Berlusconi?Anche lui sembrava infastidito, del resto eravamo lì e non partecipavamo a quel gioco.

Fede vi ha accompagnate in macchina fino a Milano, dove vi aspettava il vostro agente. Che cosa vi ha detto durante il tragitto?Ha cambiato del tutto versione, ci ha fatto i complimenti per come ci eravamo comportate, dicendoci che quella era una prova e noi l'avevamo superata, a differenza delle altre ragazze che erano delle poco di buono. Forse non voleva far sapere all'autista quello che era successo veramente. Ci sono due sms, inviati quella stessa notte dal suo cellulare a quello di Fede, che contrastano con il suo racconto: in uno lei augura buonanotte al direttore del Tg4 e nell'altro lo ringrazia per la fantastica serata... Quando Fede è andato via, il mio agente mi ha chiesto di raccontargli la serata, ma io non ne volevo parlare. Lui allora mi ha chiesto di dargli il cellulare, dicendomi: "Fidati di me! Andrai a Miss Italia". Non conoscevo davvero il contenuto degli sms che ha mandato a Fede.


Ha raccontato alla sua famiglia cosa le era successo quella notte?Non subito: mi vergognavo. Poi ho cominciato a star male, a rifiutare tutti i lavori che mi capitavano, ad avere attacchi di ansia. A quel punto mi sono decisa a raccontare tutto a mia madre. Mi ricordo la sua espressione, era sconvolta, non ci credeva. Abbiamo pianto tutt'e due.

Fede si è più fatto sentire?
No. E ovviamente non ho più fatto né Miss Italia, né la meteorina, né nulla.
 

Ha provato a contattarlo?Sì, quando è scoppiato il caso Ruby ed è uscito anche il mio nome sui giornali come se fossi una delle escort delle feste di Arcore. L'ho chiamato per chiedergli che cosa avrei dovuto dire ai giornalisti che mi assediavano sotto casa. Non volevo raccontare quello che era successo, non volevo fare casini.
 

E lui che cosa le ha risposto?"Vuoi i soldini?". Poi ha fatto finta di non ricordarsi di me.

Lei ha partecipato alla cena di Arcore il 22 agosto 2010 e ha deposto davanti ai magistrati di Milano solo nell'aprile di quest'anno. Perché ha deciso di parlare dopo così tanti mesi? Sai come funziona nei piccoli paesi? Mi parlavano tutti alle spalle e ricevevo continue telefonate anonime con insulti. Perché dovevo passare per una escort? E per aver fatto che cosa, poi? Io mi sono semplicemente trovata in quella situazione e ho deciso di andarmene, per portare avanti i miei valori.
 

Chiara, le fa paura essersi messa contro persone così importanti? Sì, all'inizio non volevo parlare, ma che cosa dovevo fare? Le cose sono andate così, perché non dovrebbero saperlo anche tutti gli italiani? Perché si deve far finta di essere quello che non si è? Le persone, e penso ad alcune in particolare, dovrebbero cominciare a prendersi la responsabilità di quello che fanno.





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L'ossessione e gli indizi trascurati Ecco perchè Stasi va riprocessato

Il Giorno

L’8 novembre sarà battaglia fin dall’inizio al processo d’appello per l'omicidio di Chiara Poggi


Pavia, 5 novembre 2011 - La previsione è facile, quasi scontata: l’8 novembre sarà battaglia fin dall’inizio al processo d’appello ad Alberto Stasi, accusato di avere ucciso la fidanzata Chiara Poggi, il 13 agosto del 2007 a Garlasco, e assolto nel primo processo dal gup di Vigevano Stefano Vitelli. I pm di Vigevano Lucia Muscio e Claudio Michelucci hanno impugnato la sentenza.


L’ha fatto il sostituto procuratore generale Laura Barbaini, che sosterrà l’accusa nell’aula della seconda assise d’appello di Milano, così come l’avvocato Gian Luigi Tizzoni, parte civile per Giuseppe Poggi e Rita Preda, i genitori di Chiara, e il fratello Marco.

I pm vigevanesi, nelle 158 pagine dei loro motivi d’appello, sostengono che Chiara Poggi potrebbe essere stata uccisa nella fascia oraria compresa fra le 9.10 e le 9.35, prima che Stasi apra il computer per lavorare alla tesi di laurea, o nell’ultima parte della mattinata, dopo che, alle 12.20, il giovane ha interrotto la stesura. Le ragioni dell’omicidio affondano nella «dinamica di coppia», negli aspetti più intimi «non trascurando la propensione maniacale di Stasi per la pornografia e la sua ossessiva sensibilità per il tema della sessualità».

Per il pg Barbaini si dovrà riaprire il dibattimento per disporre una nuova perizia che ricostruisca i percorsi dell’imputato nell’abitazione di Chiara e la possibilità di non sporcare di sangue le scarpe. Saranno necessari anche nuovi esami sul computer per ricostruire i tempi degli accessi al sistema informatico la sera di domenica 12 agosto e nella mattinata successiva. Il pg chiederà anche alcune testimonianze.

Il legale della famiglia Poggi, è attestato su alcuni caposaldi. La bicicletta nera avvistata dalla vicina Franca Bermani attorno alle 9.30 di quel 13 agosto. Secondo Tizzoni ci si è troppo concentrati sulla bicicletta di Alberto, da uomo, bordeaux, trascurando invece la bicicletta nera da donna della famiglia Stasi, che va acquisita. Deve essere analizzato per ricavarne il dna un capello castano chiaro, munito di radice (e quindi verosimilmente strappato), lungo circa 1,2 centimetri, trovato nella mano sinistra di Chiara. Su 20 frammenti delle unghie della vittima solo 10 sono stati analizzati dal Ris.

La parte civile chiede di includere nell’esame sperimentale della camminata di Stasi anche i primi due gradini della scala della cantina, dove viene scoperto il corpo di Chiara. Tizzoni fa riferimento a uno dei tecnici che hanno esaminato il pc di Stasi. Secondo il tecnico Stasi «avrebbe salvato più volte la tesi senza scrivere materiale nuovo solo per coprire una buona parte della mattinata con detta fittizia attività».


di Gabriele Moroni




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Il rigeneratore di computer: pc vintage con sistemi operativi ultima versione

Corriere della sera

La nuova professione che si è inventato il 39enne milanese Marco Gialdi



  Rigenerare computer per dargli una seconda vita sul mercato, cambiando pezzi di hardware, estetica e sistemi operativi. È questa la professione di Marco Gialdi, 39enne imprenditore milanese che, grazie alla sua visionaria idea di «rigenerazione informatica», in soli tre anni è riuscito con le sue macchine, anagraficamente vecchie ma totalmente rinnovate, a sbaragliare il campo del pc usato. Vendendo computer rigenerati, operativamente come nuovi, a partire da 100 euro. E, conquistandosi una fetta di mercato, quella dei prodotti elettronici riutilizzati, ancora di nicchia nel nostro Paese.

MESTIERE NUOVO - Un mestiere inventato quasi da zero, a parte la formazione da perito elettronico informatico e, come racconta lo stesso Gialdi, «nato per caso nel 2007 davanti a una birra». Una scommessa al buio che, in una manciata di anni, è riuscita a rigenerare anche la stessa sua azienda. Aprendo anche una nuova speranza per l'Italia sul tema del riutilizzo elettronico, una pratica, secondo le direttive europee, ancora più importante del riciclo.

La forza dei sogni e l'etica imprenditoriale - Un’impresa famigliare, la Fastinking di Gialdi, che negli anni Novanta riciclava toner e nastri per stampanti, fiorente e con un trend di crescita del 40% fino al 2004, ma che rischiava di chiudere i battenti e di diventare una delle vittime del Sud-est asiatico e dei loro prezzi concorrenziali. Per poi tornare, nel 2008, sulla cresta dell’onda grazie alla rigenerazione dei pc.

Con l'apertura di un nuovo ramo aziendale, chiamato appunto Rigeneriamoci, cominciato con il passaparola, tra amici e conoscenti, per poi allargare il giro alle compagnie di assicurazione, alle banche e alle multinazionali. E che, a oggi, ha fatturato quasi 300 mila euro. Rendendo Gialdi un temibile competitor sia per i broker europei a caccia di tecnologia usata da rivendere e spedire nei Paesi emergenti, sia per le organizzazioni malavitose che operano nell'esportazione illegale dei rifiuti elettronici.

RACCOLTA E RICICLO - «In Italia, soprattutto per quello che riguarda il business dei computer usati», afferma Danilo Bonato, presidente del centro di coordinamento Raee, ossia dei consorzi che in Italia si occupano della raccolta dei prodotti elettronici, «la situazione, purtroppo, è ancora troppo poco trasparente.

Ben vengano, quindi, imprese pulite come quella di Gialdi che certificano la tecnologia ritirata. La speculazione sulle materie prime», puntualizza Bonato, «ad esempio il rame delle schede madri, è un pericolo insidioso perché genera il traffico malavitoso e incontrollabile dei rifiuti elettronici. Infatti, sono ancora troppi quelli esportati illegalmente, con il rischio anche di drammatiche conseguenze ambientali, visto che la maggior parte finisce in Paesi sottosviluppati come il Ghana e in alcune zone dell'India e della Cina».

RIGENERAZIONE TECNOLOGICA - «Far rivivere qualcosa», afferma Gialdi, «in questo caso i prodotti informatici, è un concetto molto lontano da quello del riciclo. Che prevede principalmente la trasformazione di un oggetto non più usufruibile al suo stato originale in un altro completamente nuovo. Ad esempio», spiega il rigeneratore, «riciclare è convertire una bottiglietta di plastica in una borsetta all’ultima moda.

Invece la rigenerazione – puntualizza Gialdi– è qualcosa di totalmente diverso. Perché far rivivere con la stessa funzione una macchina considerata terminale, vuol dire allungarle la vita con la stessa funzione d’origine». E di vite tecnologiche, il dottore dei computer, in questi ultimi anni, è riuscito ad allungarne veramente tante. Visto che si possono contare più di mille macchine rigenerate. Che, tra cambio di processori, ram e schede video hanno avuto l’opportunità di una seconda vita.

DOCTOR PC - «I vecchi terminali», spiega Gialdi, «dopo un’accurata pulizia che prevede, oltre al ricambio delle componenti interne, il ripristino delle configurazioni e anche l’eliminazione dei graffi in superficie, possono tornare perfettamente funzionali». Spesso, grazie anche all’installazione di sistemi operativi open source, come Linux, che consentono ai vecchi computer con potenzialità di base limitate di appoggiarsi a server esterni per continuare a fare il loro lavoro. «Questa opzione», conclude Gialdi, «è molto richiesta dalle aziende che hanno basato i loro processi e gli impianti industriali su terminali molto vecchi, magari degli anni Ottanta, e che, con questa sistema possono continuare a fare le stesse operazioni senza essere costrette, ogni volta, a rinnovare il parco macchine».

RIFIUTI ELETTRONICI – Una nuova vita per i prodotti tecnologici che, come auspica Danilo Bonato, in futuro potrebbe alleggerire anche il lavoro svolto dal Raee. Attualmente impegnato sul territorio italiano con 3.100 isole di raccolta ecologiche per lo smaltimento dei rifiuti elettronici. «Purtroppo», dice Bonato, «per la raccolta c'è ancora un grande divario tra il nord e il sud Italia. Anche se negli ultimi due anni abbiamo raddoppiato il nostro di smaltimento elettronico, innalzandolo da 2 a 4 chilogrami a persona. Con picchi di 7 chili al nord.

Ancora poco», conclude Bonato, «se si pensa ai 16 kg prodotti per ogni abitante nei Paesi del Nord Europa, ma un cambio di marcia significativo soprattutto, dopo la recente modifica della direttiva Ue». Infatti, la proposta appena presentata dalla commissione Ambiente del Parlamento Europeo, prevede un impegno ancora maggiore sul riciclo dei rifiuti elettronici da parte degli Stati membri. La direttiva, già approvata in seconda lettura e che, a gennaio 2012, sarà votata in sessione plenaria per aprire il negoziato con il Consiglio Europeo, vede infatti tra i nuovi obiettivi oltre al recupero delle materie prime preziose anche la contabilizzazione dei rifiuti elettronici. Da farsi con una raccolta strategica, del 85% entro il 2016 per quelli realmente prodotti, e del 65%, tra il 2020 e il 2022, basata su quelli messi in vendita.


Carlotta Clerici
04 novembre 2011 14:17



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