domenica 6 novembre 2011

Ferrari, l'ultimatum di Montezemolo "Restiamo se la Formula 1 cambia"

La Stampa

STEFANO MANCINI

Il numero 1 del Cavallino critica le regole del Circus: «Troppa importanza all'aerodinamica: non costruiamo mica aerei». Alonso e Massa confermati




FIRE
«La nostra pazienza è tanta, ma il nostro impegno in Formula 1 è legato a condizioni precise irrinunciabili». Lo ha detto Luca Montezemolo a margine dei Ferrari Days, la festa di fine anno del Cavallino sul circuito del Mugello. Sono tre i punti sottolineati dal presidente: più test, meno aerodinamica e possibilità di noleggiare una terza auto alle squadre minori. «La Ferrari resta in F1 se la F1 accetta queste sfide. Non siamo qui per costruire aeroplani, non vogliamo essere l'unico sport professionistico in cui sono vietati gli allenamenti e non ci piace vedere monoposto doppiate dopo pochi giri, mentre potrebbero comprare una monoposto più competitiva».

Montezemolo ha anche escluso l'arrivo di Rosberg al posto di Massa o di nuovi tecnici: «Nel 2012 i nostri piloti saranno Alonso e Massa e ho piena fiducia nei nostri ingegneri. Con tutto il rispetto per la Red Bull e Adrian Newey, senza di loro nei vent'anni della mia presidenza abbiamo vinto dodici titoli tra piloti e costruttori». Unico accenno alla politica a proposito dell'alluvione che ha devastato Genova: «Un pensiero commosso alle vittime. Questo evento dimostra la forza della natura e lo scarso rispetto in Italia per la prevenzione. Ognuno deve fare il proprio dovere perché certe cose non accadano più».




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Vincenzi in retromarcia: "Con il senno di poi avrei chiuso la citta"

di

Le lacrime di coccodrillo del primo cittadino di Genova: "Porterò per sempre le vittime di questo disastro sulla coscienza"


Due giorni dopo l'alluvione arrivano le lacrime di coccodrillo del primo cittadino di Genova. "Porterò per sempre le vittime di questo disastro sulla coscienza, la responsabilità ce la prendiamo tutti e io per prima, spero che col tempo si capisca che ciò che è accaduto era da segnalare come disastro e non allerta 2", ha detto il sindaco di Genova, Marta Vincenzi a "Domenica Cinque".

Perché le scuole erano aperte? Sono state prese le giuste precauzioni davanti a una catastrofe che poteva essere prevista? L'opinione pubblica e i giornali hanno acceso i riflettori sul sindaco di Genova dal giorno stesso dell'alluvione e ora la Vincenzi ingrana la marcia indietro: "Col senno di poi, avrei fatto chiudere l’intera città. A seguito dell’Allarme 2 ricevuto dalla protezione civile, quest’anno a noi segnalato 6 volte, abbiamo seguito un protocollo che però non prevede la chiusura di tutte le scuole‚ il blocco di tutta la città". "Chiedo che nel decreto sviluppo - ha aggiunto - i primi soldi predisposti per rimettere a posto Genova, vengano tenuti fuori dal patto di stabilita".

Ma la Vincenzi non ha dubbi: un evento del genere è impossibile da gestire. "Io non ho detto che non ho responsabilità, ognuno si assume le sue responsabilità. Dobbiamo capire che nel giro di 15 minuti il Ferreggiano, dove è capitato il massimo del disastro, è passato da nemmeno un metro d’acqua ad oltre quattro metri. Un’alluvione così, con i mezzi di prevenzioni previsti in essere, non è stata possibile nè da gestire nè da fermare come sarebbe stato giusto". Ma la polemica è ancora aperta.




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Zitti e mosca

Quotidiano.net

Pubblicato da Giovanni Morandi Dom, 06/11/2011 - 08:26


CI MANCAVA solo l’alluvione ad unirsi al coro di quelli che ce l’hanno con il governo. Non è la traduzione del paradosso piove governo ladro, ma quasi. E a ragione. Nel senso che la sola cosa che non possiamo dire, che non possono dire i ministri e nemmeno i sindaci, come quello di Genova, che invece lo ripete da tre giorni invece di andare a spalare, é che non si poteva evitare. Quasi tutto si può evitare e invito a leggere Morleo qui sotto su alcune scelleratezze in Lombardia, che non può dirsi diversa dal resto d’Italia.

A BELLANO si sono rubati un torrente ovvero hanno deciso di prosciugarlo per farci affari con la sua acqua. Poi se un giorno distruggerà per ritorsione tutto quello che vorrà distruggere non meravigliamoci. Non è un gran momento, diciamocelo. Mi fa pensare alla Russia di Eltsin durante il disastro economico seguito alla caduta dell’economia centralizzata, quando ci fu il disfacimento dello Stato e il presidente Eltsin non era in grado di gestire la situazione, anche per colpa dei ladri che aveva attorno.

Allora con l’appoggio degli Usa, il governo di Mosca fu praticamente consegnato al Fondo monetario internazionale, che si incaricò del salvataggio. Evidentemente riuscì nell’intento vista la grande ripresa che seppe imprimere all’economia sia pure pagando con lacrime e sangue. E rammento anche che quel commissariamento affidato all’America scatenò il nazionalismo che poi fu il sentimento che fece la fortuna di Putin. Sono paralleli che forse non è inutile tenere di conto, perché anche da noi il sentimento nazionale oggi si sente frustrato, tant’è che il Presidente Napolitano l’ha subito percepito, avvertendo che i mugugni ora non possiamo permetterceli. Dunque zitti e mosca.

PURTROPPO non andrà così perché è sempre più probabile che ci sarà un cambio di governo e forse elezioni anticipate, il che non ci metterà nella migliore delle condizioni per lavorare sodo come la crisi impone. Ma l’esperienza di Mosca ci offre uno spunto: andare a fine legislatura con la tutela di Ue e Fmi. Chi sia il premier poco conta, tanto quelle sono le cose da fare e può cambiare la confezione ma non la medicina.




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Il Pd difende la Vincenzi: non sia capro espiatorio Però accusava Alemanno

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Il leader del Pd difende la Vincenzi perché "i Comuni non hanno un euro". Ma fu il primo a chiedere le dimissioni di Alemanno quando a Roma si scatenò un nubifragio. Poi annuncia: mozione di sfiducia anche se passa il rendiconto




Il leader del Pd, Pier Luigi Bersani scende in campo per difendere il sindaco Marta Vincenzi. Ospite di In mezz'ora, il segretario democratico ha tenuto a precisare: "In questi momenti si tende a fare dei sindaci il capro espiatorio. Ma vorrei ricordare che i nostri Comuni non hanno un euro". Poi alla domanda di Lucia Annunziata che ha chiesto se ne prendesse le difese, Bersani ha risposto: "Io ora la vedo in un dramma. Non bisogna fare facili sentenze perché stiamo parlando di vite umane".

Non importa che il leader del Pd, così come diversi esponenti del suo partito, abbiano chiesto le dimissioni del sindaco di Roma Gianni Alemanno quando a metà ottobre scorso si scatenò un violento nubufragio sulla Capitale. Alemanno non è mica del Pd. E proprio per questo, Bersani precisa: "Non farei di tutta l’erba un fascio. Comunque anche in questo caso direi che prima di fare sentenze si debba riflettere bene su quanto sta accadendo perché va migliorato il sistema di allerta e bisogna abituarsi a momenti di emergenza". Insomma, è il solito comportamento di due pesi e due misure.

Ma il capitolo dell'alluvione che ha colpito Genova non è stato l'unico che ha trattato Bersani. Anzi, il leader del Pd, ha parlato dell'ipotesi primarie, anche nel caso in cui si dovesse andare ad elezioni anticipate e ha detto: "Siamo vocati alle primarie e cerchiamo le condizioni per farle, dopo di che vediamo come si sviluppano le cose". Il leader del Pd ha invitato poi a non sottovalutare la delicatezza del momento:  "Forse ancora sfugge a qualcuno che viviamo un passaggio di settimane che è il più pericoloso dal dopoguerra a oggi. Partiamo dall’Italia e il resto si decide".

Per quanto riguarda la situazione politica, alla domanda sulla possibilità di preparare una mozione di sfiducia Bersani ha risposto: "Ci stiamo ragionando, stiamo considerando l'ipotesi. Sceglieremo la strada che metterà meno in difficoltà il Paese. La situazione è talmente drammatica che dobbiamo fare una svolta con la consapevolezza che bisogna cominciare un percorso nuovo. Se verrà votato il rendiconto ci sarà una ragione in più per la sfiducia".

E sull'ipotesi di governo tecnico Bersani ha precisato: "Non esistono governi tecnici ma governi guidati da figure tecniche ma con una forte base parlamentare e non ho dubbi che la nostra sia una piattaforma nazionale accettata da tutti perché il nostro non è il punto di vista di una fazione ma di chi si rende conto che a rischiare di bagnarsi non è la terza classe ma tutta la nave".

L'idea di un governo a guida Gianni Letta o Renato Schifani non va bene al segretario: "Non cambierebbe nulla. Nel caso ci fosse, sarebbe un governo di centrodestra. Ma non so con quale forza possa presentarsi al mondo e all’Europa per fare le cose che Berlusconi non è riuscito a fare fin qui. Non è un governo di questo genere che può rappresentare la ricostruzione".


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Il primo multicottero prende il volo

Corriere della sera


Velivolo realizzato con diversi mini elicotteri elettrici e sviluppato da un gruppo di ingegneri tedeschi


MILANO - Un minuto e trenta secondi. Tanto è durato il volo inaugurale del «multicopter», il particolare velivolo formato da diversi mini elicotteri elettrici e sviluppato da un gruppo di ingegneri tedeschi. Sedici eliche rotanti sono necessarie per sollevare da terra l’apparecchio. Il sedile del pilota è una palla per esercizi da palestra così da garantire un atterraggio più che mai delicato.

ELETTRICO - Un giorno ognuno potrebbe avere un aereo privato: da questa visione sono partiti il pilota Thomas Senkel e due amici del team tedesco di e-volo. I tre hanno messo a punto un cosiddetto «multicopter», il primo esempio di mezzo di trasporto aereo a energia elettrica con pilota. Dopo un periodo di sviluppo durato circa un anno e una serie di test senza equipaggio il gruppo è riuscito finalmente a far decollare il prototipo del multicottero e-volo. «Le caratteristiche di volo sono molto buone. Non vedo l'ora di sorvolare il mio quartiere e andare alla ricerca di frisbee perduti sui tetti», ha scherzato il berlinese Senkel.


CARATTERISTICHE - Il multicopter monoposto, che misura 5 per 5 metri, è un innovativo velivolo a decollo verticale costituito da una gran quantità di mini elicotteri. Questi compongono una struttura in grado di reggere il peso di un pilota che governa le eliche mediante un radiocomando e un joystick. Il peso a vuoto è di appena 80 chilogrammi, mentre l'azionamento elettrico è alimentato da batterie al litio. L’apparecchio, dotato di un triplo asse, potrebbe essere il futuro del volo sostenibile.

I vantaggi rispetto a un elicottero tradizionale sono molti: il multicopter riesce infatti a restare in aria anche con problemi ai motori. In aiuto arrivano infatti le sedici eliche rotanti con i motori indipendenti l’uno dall’altro. Inoltre, i costi di manutenzione sono ridotti al minimo così come quelli per farlo partire. Infatti, un'ora di volo costerebbe appena 6 euro. Decisamente insufficiente, invece, è la sua autonomia: circa venti minuti. Tuttavia, «ci stiamo lavorando», promette il trio. Solamente quando il multicopter sarà in grado di completare anche le medie e lunghe distanze potrà (forse) aspirare a diventare un serio concorrente per l'elicottero o persino l’automobile.

Elmar Burchia
06 novembre 2011 16:06

Prima chiedo a Internet e poi vado dal medico

Corriere della sera

Anche per le patologie importanti prende sempre più piede la tendenza a usare la Rete come «esperto»


Web & salute: un binomio sempre più stretto
La reazione è quasi sempre la stessa: «Devo saperne di più». Non appena si scopre di avere a che fare con un tumore la necessità d'informazioni è immediata: che tipo di cancro è? Dove curarsi al meglio? Quali sono le terapie da affrontare? Si può guarire? Uno schema che, stando alle più recenti statistiche, si è probabilmente ripetuto nel solo 2010 ben 13,3 milioni di volte. Tanti sono i nuovi casi di tumore registrati al mondo lo scorso anno, di cui oltre 250mila in Italia.

Uno dei modi più veloci per trovare le risposte è tornare a casa e accendere il computer. «Internet, Facebook, Youtube, Linkedin, Twitter possono aiutare e sono un potentissimo mezzo per lo scambio di notizie — dice Gordon McVie, ideatore e responsabile di ecancerHub, una piattaforma gratuita presentata al Congresso della Società europea di Oncologia medica di Stoccolma come il primo social network su misura per il "pianeta cancro" —. Se i malati vogliono sapere, vuol dire che non ricevono dai medici risposte sufficienti». Secondo quanto riportato nell'Annuario Scienza e Società 2011 di Observa, un italiano su 5 fra i 16 e i 74 anni usa internet per cercare indicazioni mediche, «ma la maggior parte (il 60%) trova difficile valutare l'affidabilità delle informazioni trovate sul web» spiega Massimiano Bucchi, fra i curatori dell’indagine.

Il problema, infatti, sta tutto qui: pescare in rete siti attendibili e aggiornati. Stando ai dati di un sondaggio dell’Università La Sapienza di Roma (condotto nel 2010 nell’ambito di un progetto del ministero della Salute), internet è ormai diventato un sostituto del medico di famiglia per 6 utenti su 10. Negli oltre 2300 questionari compilati online il 58% degli intervistati ha dichiarato di rivolgersi prima alla rete che al medico di base in caso di problemi di salute. Si cercano (e si trovano più rapidamente) notizie sulla malattia propria o di un familiare, su terapie ed effetti collaterali; informazioni sugli ospedali, recapiti per prenotare visite, nomi di medici e specialisti; infine, indicazioni su prevenzione e corretti stili di vita. E al primo posto dei desideri degli utenti ci sono le "pagelle" di Asl e ospedali, richiesti dalla metà del campione. I più propensi all'uso di internet per la ricerca di notizie sulla salute sono le donne, i giovani e i soggetti con un livello socio-economico medio-alto.

Anche dall'Indagine su cancro e informazione dell'Associazione italiana malati di cancro (Aimac) emerge il bisogno dei malati di sapere di più sull'iter diagnostico e terapeutico, sugli effetti collaterali, sul tipo di neoplasia. Necessità che potrebbero essere colmate da un buon dialogo con l'oncologo. Quando si tratta di comunicazione fra medico e paziente, infatti, moltissimo può e deve essere migliorato. Diversi sondaggi hanno dimostrato che, scioccati dalla notizia di avere un tumore, i malati capiscono meno della metà di ciò che viene detto loro durante i primi colloqui.

«Noi oncologi stiamo imparando a modificare il nostro atteggiamento — dice Marco Venturini, presidente dell'Associazioni italiana di oncologia medica —. Prima era frequente che ci chiedessimo: "perché il paziente vuole una seconda opinione, che cosa c'è che non va nella mia?", oppure: "sono certo che malato e familiari hanno compreso quello che ho appena detto, che bisogno hanno di altre spiegazioni?". Ora abbiamo capito che molte domande restano senza risposta perché vengono in mente al paziente solo dopo aver parlato con lo specialista, perché il tempo a disposizione è poco, oppure perché il malato "non vuole disturbare"».

E così i pazienti chiedono e si confrontano sempre di più su Facebook o Twitter e la questione, molto dibattuta, è se ciò che trovano possa essere attendibile. Sarebbe, in fondo, come fidarsi delle risposte che si ottengono dal vicino di casa o dal collega di lavoro. «Che però ci sono già passati, sanno come destreggiarsi, hanno riferimenti utili da darti» ha raccontato a Stoccolma Gilles Frydman, pioniere delle comunità mediche online e fondatore nel 1995 dell'Association of Cancer Online Resources (Acor). La sua storia è il tipico esempio di quanto avviene ogni giorno: in quell'anno a sua moglie fu diagnosticato un tumore del seno.

Dopo aver ricevuto la notizia, Frydman si precipita sul web alla ricerca di informazioni. Trova un gruppo di discussione gestito da pazienti e familiari dove gli spiegano che il tipo di carcinoma di sua moglie non è aggressivo, che non c'è fretta e gli suggeriscono di rivolgersi a un centro specializzato. Ottiene così nomi, riferimenti, numeri di telefono. Happy end: la moglie è guarita solo con un intervento chirurgico mini-invasivo e lui ha creato Acor, che ama definire il portale della "saggezza condivisa".

Serve però che ci sia controllo su quanto viene pubblicato, che gruppi e singole persone siano seri, che i contenuti siano sicuri. «In questi anni ho scoperto — ha detto Frydman — che le persone toccate dal cancro si specializzano sulla loro patologia e arrivano a livelli di conoscenza scientifica elevati. Così siamo in grado, nelle nostre communities, di parlare con un linguaggio comprensibile a tutti. E i moderatori di ogni gruppo, quasi tutti sopravvissuti al cancro, vigilano quotidianamente sui contenuti».


06 novembre 2011



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Succo di mela e benzina, tenta di avvelenare il compagno: arrestata

Corriere della sera


L'uomo era già ricoverato in ospedale per intossicazione


Ha tentato di avvelenare l'anziano convivente, già ricoverato in ospedale per un'intossicazione, facendogli bere un succo di frutta alla mela verde miscelato con della benzina. La donna, una 45enne, è stata scoperta e arrestata dai carabinieri di Locri per tentato omicidio. Stando ai primi accertamenti anche l'intossicazione per un mix di farmaci, che aveva portato al ricovero dell'anziano, sarebbe stata provocata dalla 45enne la sera precedente. Secondo quanto ricostruito dai carabinieri, che hanno acquisito anche i filmati delle telecamere di un bar sotto l'ospedale, la donna ha acquistato un succo di frutta alla mela verde e vi ha poi versato dentro della benzina.


LA MISCELA - Preparata la miscela, si è diretta al reparto di geriatria e ha cercato di propinarla all'uomo. Quest'ultimo, nonostante versasse già in gravi condizioni, è riuscito a richiamare l'attenzione degli infermieri. È intervenuto anche un carabiniere libero dal servizio che si trovava nella stanza accanto per assistere un parente. Ormai scoperta, dopo aver recuperato la borsa, la donna ha cercato di allontanarsi dal reparto ma è stata fermata dal militare. Giunti i rinforzi è stata accompagnata in caserma ed arrestata. Nel corso di una perquisizione è stata trovata nella sua borsa una pistola giocattolo a tamburo calibro 38 con 5 colpi a salve.


Redazione Online
06 novembre 2011 13:56

Era romantico il mio Steve un poeta Beat di 17 anni"

La Stampa

La prima fidanzata di Jobs racconta gli anni della convivenza al college

Chrisann Brennan (*)


A un mese dalla morte (5 ottobre 2011) Steve Jobs è stato ricordato anche dalla prima fidanzata, Chrisann Brennan. Ma nello spazio di poche settimane, sui media Usa, il mito costruito intorno alla figura del fondatore di Apple è passato dall'agiografia alla critica aperta e la sua figura si è ribaltata da quella del santo a quella del tiranno. 

A intaccare l'immagine postuma del «guru di Cupertino» sono state le rivelazioni sulla sua vita privata, sui metodi di lavoro e sul rapporto con i dipendenti, che hanno cominciato a circolare sul web e sui social network. Dalle definizioni di «genio assoluto», «rivoluzionario» e «visionario» si è passati a «diavolo», «avido amministratore», «sociopatico». E dire che, a giudicare dai primi panegirici sulle più prestigiose testate Usa, sembrava potesse essere il «primo uomo dell'anno, postumo» di «Time». Ma, nell'era digitale, gli altarini si scoprono forse troppo in fretta.


Steve aveva una sorta di spigolosa insicurezza, era impulsivo, longilineo e scattante. Appena incontrati c'innamorammo e stavamo insieme da tre mesi quando decidemmo di vivere insieme, nell'estate nel 1972. Gli anni Settanta ci davano qualche libertà e le altre ce le prendemmo.

Cercai sul tabellone del college e trovai una camera in un bungalow ma quando chiamai il tipo che l'affittava, uno studente di cinema alla San José State sui 25 anni, mi disse che era davvero dispiaciuto, non aveva spazio sufficiente per una coppia. Più tardi, quando lo dissi a Steve lui chiamò e la ebbe. Questo mi fece capire che c'era qualcosa di straordinario in lui. Questo ragazzo potrebbe far funzionare le cose. E dal modo in cui aveva preso il controllo della situazione, capii che lo sapeva anche lui.

Quel fine settimana con la piccola auto sportiva arancione di Steve arrivammo fino a quella che era letteralmente l'ultima casa su Stevens Canyon Road a Cupertino, in California, per vedere il posto.
Il bungalow era ammuffito ma ordinato e affascinante, e molto lontano dalla monocultura mortificante della periferia americana che avevamo appena visto. Felici, ci accordammo per trasferirci lì entro due settimane.

Steve appese un poster di Bob Dylan sopra al nostro letto, e ogni sera accendevamo la lampada a petrolio della mia bisnonna e ci reputavamo fortunati ad avere così tanto. In quel tempo che apparteneva ancora alla sua infanzia, Steve era romantico al 100 per cento. Mi diceva che facevano parte di un gruppo di poeti e visionari che chiamava «la congrega del campo di grano» e che insieme, dalla finestra, potevamo vedere il mondo intero. Non sapevo di cosa stesse parlando, ma desideravo vedere le cose in quel modo con tutto il cuore.

Molte notti ci sedevamo con Al, il nostro compagno di stanza, a guardare i film che aveva preso alla libreria della San José State. A quel tempo, guardare film a casa sembrava una stravaganza deliziosamente lussuosa ed esclusiva, una sensazione di intimità, pochi amici e il ticchettare della bobina del proiettore. Spesso dopo le 21,30 non riuscivo a tenere gli occhi aperti e me ne andavo a dormire mentre Steve rimaneva alzato, il più delle volte a scrivere poesie.

Nel cuore della notte sentivo il rumore della sua macchina da scrivere elettrica. Rielaborava le canzoni di Dylan, le personalizzava per se stesso, o per noi, o per me.
Un giorno affisse alla porta d'ingresso una di queste poesie: «Mamma, Please Stay Out» (Mamma, per favore stattene fuori di qui), una rielaborazione di «To Ramona».

Era una risposta alla sconcertante cattiveria di mia madre verso di me e al suo disagio perché me n'ero andata di casa. L'aveva scritto in una sorta di furia silenziosa dopo che lei era stata in casa quando lui non c'era. Più o meno mi ricordo come andò. In parte era indirizzata a mia madre. . . «Così pensi di conoscere noi e il nostro dolore, ma conoscere il dolore significa risvegliare i propri sensi».

Altre parti erano per me: «Vedo che la tua testa. . . è stata distorta e nutrita. . . da inutile schiuma dalla bocca. . . » Dentro di me disprezzavo quel suo modo di rifare Dylan e mi sentivo insultata dalle sue affermazioni sulle condizioni della mia testa. Quello che vedevo erano un sacco di canzoni di Bob Dylan con qualche piccola modifica.

Non riuscivo a capire perché proprio lui, tra tanti, non potesse scrivere in modo più originale. Solo adesso vedo che cosa stesse cercando di fare. Era un solitario e non parlava molto, penso che abbia usato le canzoni di Dylan per descrivere il suo mondo.

Avevamo pochi soldi e nessuna prospettiva in vista. Una sera dopo che ci eravamo dati alla pazza gioia, cena e un film, tornammo alla nostra macchina e scoprimmo che il conto del parcheggio ammontava a 25 dollari. Ero disperata ma Steve non sembrava preoccupato. Aveva un oceano di pazienza a cui attingere quando si trattava di scoraggiamenti.

Guidammo lungo l'oceano vicino a Crissy Field a San Francisco e camminammo sulla spiaggia per vedere il tramonto, e lì cominciai a parlare delle mie preoccupazioni finanziarie. Mi rivolse un lungo sguardo esasperato, si frugò nella tasca, prese le ultime monete e i pochi dollari che avevamo e li gettò in mare.Tutti. L'audacia e la purezza dell'atto eclissarono tutto il resto. Questo era il vero poeta, non la persona che tirava tardi la notte per riscrivere i testi di Dylan.

A 17 anni, Steve aveva molto del raffinato distacco di un poeta Beat. è come se il futuro della tecnologia, per Steve, affondasse le sue radici nella poesia Beat.

Più tardi quell'estate, io, Steve, Al e Woz, che pochi anni dopo sarebbe diventato socio di Steve nella nascita della Apple, trovammo un lavoro interpretando i personaggi di Alice nel paese delle meraviglie in un centro commerciale a Santa Clara. Ci davano 250 dollari ciascuno per due giorni di lavoro e a quel tempo erano un sacco di soldi. Io ero Alice, e i ragazzi, a turno, erano il Cappellaio Matto e il Coniglio Bianco.

I tre non potevano essere riconosciuti perché indossavano queste teste enormi che arrivavano alle ginocchia. Il tempo era afoso quel fine settimana e l'impianto d'aria condizionata del centro commerciale era rotto - i ragazzi riuscivano a malapena a sopportare il costume per 10 minuti e così ogni 10 minuti si precipitavano negli spogliatoi, si toglievano le teste e bevevano un po' d'acqua. Era doloroso da vedere, ma anche divertente.

Gettando uno sguardo all'indietro, sembra così bizzarro e appropriato - le grandi teste e la bambina caduta in un buco lasciavano presagire il futuro come null'altro avrebbe potuto.
Alla luce di ciò che è venuto dopo, e al piglio troppo spesso dispotico assunto da Steve quando sorse per incontrare il mondo, penso che sarebbe bello poter confezionare i miei ricordi in forma di una favola, qualcosa di morbido e luminoso su cui riflettere prima di rimuoverlo e chiudere la graziosa copertina del libro.

Traduzione di Carla Reschia


(*) Chrisann Brennan è stata la prima relazione seria per Jobs. Si sono conosciuti al college quando Steve era all'ultimo anno e Chrisann una matricola e si sono presi e lasciati fino a quando Chrisann ha dato alla luce la loro figlia, Lisa Brennan-Jobs, nel maggio 1978.



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Fini ammette: "Il mio ruolo politico è un'anomalia"

Il Tempo

Per assistere al comizio del presidente a Viterbo richiesti 20 euro a persona. Il numero uno della Camera: Berlusconi si dimetta.


Le idee costano.Gianfranco Fini incontra gli elettori viterbesi, ma per ascoltarlo bisogna pagare 20 euro da versare sotto forma di sottoscrizione a «Libertiamo», l'associazione promotrice, insieme al web magazine «Il Futurista» di Filippo Rossi. Il dettaglio organizzativo non è passato inosservato e ha inasprito ulteriormente il clima, già molto teso, all'interno del locale gruppo di Fli, il cui coordinamento provinciale ha mantenuto le distanze dall'evento organizzato da Filippo Rossi. Un prezzo poco «politico», come già la scelta di far pagare un biglietto di ingresso che in tempi di crisi deve aver contribuito a scoraggiare il pubblico delle grandi occasioni: solo un centinaio le persone presenti ieri mattina ad ascoltare l'intervento del presidente della Camera.

Un discorso, il suo, incentrato sulla figura del premier Silvio Berlusconi e il governo. «La maggioranza – ha detto Fini – non esiste più in termini politici e forse nemmeno numerici. Berlusconi è chiuso nel palazzo a contare i propri parlamentari insieme ai suoi fedelissimi. Ma anche se avesse un voto in più potrebbe solo galleggiare prolungando l'agonia. L'Italia sta vivendo una crisi di credibilità. Il presidente del Consiglio deve fare un passo indietro, o laterale se preferisce, ma deve farsi da parte indicando al Capo dello stato il suo sostituto.

È un suo diritto. Il dopo Berlusconi non deve essere un governicchio del ribaltone, bensì una coalizione che deve comprendere il Pdl, ma anche sapersi aprire a chi ha la volontà e la capacità di mettere in atto la lettera della Bce», continua il presidente della Camera. «Berlusconi – ha detto ancora - non ha la percezione di quanto sta accadendo nel Paese. È sordo anche al grido di Confindustria. Non mi stupisce che abbia detto che i ristoranti sono pieni».

Il governo «di responsabilità o salute nazionale» auspicato da Fini dovrebbe anche occuparsi di riformare la legge elettorale e la giustizia ma «non per uscire dai propri procedimenti» precisa. Riguardo alla sua uscita dal Pdl ribadisce: «Sono stato cacciato». Poi il presidente della Camera ammette: «Riconosco che il mio ruolo politico spinto è anomalo, soprattutto rispetto al passato. Ma si tratta della classica pagliuzza nel mio occhio confrontata con la trave negli occhi degli altri». Io tento di svolgere al meglio il ruolo di presidente della Camera avendo come stella polare il regolamento»


Tiziana Mancinelli
06/11/2011




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Caro lettore ti scrivo a mezzo stampa

Il Tempo

Il trend: acquistare una pagina per farsi sentire. Icasi di Della Valle, Frare

Siamo diventati una Repubblica delle lettere (a mezzo stampa), fondata su carta, penna, calamaio, busta e francobollo o, più banalmente, visti i tempi, su un allegato via mail. Oggigiorno scrivono tutti: lo fanno i dissidenti della politica, i frondisti del Popolo della libertà, i 6 ribelli dell'Hotel Hassler di Roma, Antonione, Stracquadanio, Bertolini, Destro, Gava e Pittelli. Scrive Matteo Renzi, sindaco di Firenze, democratico ma non bersaniano per spiegare la sua idea di centrosinistra e scrivono gli imprenditori, noti e non.

A rompere il ghiaccio, nel settore, è stato Diego della Valle, patron della Tod's, che ha preso una pagina intera sul Corriere del Sera per vergare il suo j'accuse alla casta politica: «Ora basta! (..) Lo spettacolo indecente che molti di voi stanno dando non è più tollerabile da gran parte degli italiani e questo riguarda tutti gli schieramenti politici. Il vostro agire attento solo agli interessi personali e di partito trascurando quelli del paese ci sta portando al disastro e sta danneggiando la reputazione dell'Italia». Annota e si mette nudo, invece, Enrico Frare, imprenditore 37enne di Conegliano Veneto, cuore del Nord est, che ha acquistato una pagina (tanto per cambiare) sul Corriere della Sera.

«Ogni giorno in Italia un imprenditore rischia di rimanere in mutande», questo lo slogan accanto al corpo senza vesti di Frare, titolare di un marchio sportivo. «Per chi come me cerca di portare avanti il made in Italy la situazione non è più sostenibile. C'è chi mi chiede perché non delocalizzo: ma io voglio investire qui». E siccome non c'è due senza tre, una terza missiva è giunta al quotidiano di via Solferino. A scriverla Giuliano Melani, 50 anni, toscano di Pistoia, italiano stufo del piangersi addosso che sembra attanagliare il Belpaese: «Concittadini, amici, fratelli. Possiamo farcela. Compriamoci il debito». Sottoscriviamo - suggerisce Melani - i nostri titoli di Stato per fare a meno del Governo e dell'Europa.

Già, l'Europa. Anche lassù, a Bruxelles e dintorni, amano scrivere, ma direttamente al nostro Governo. Lo ha fatto la Bce, acronimo della banca centrale europea, con una missiva del 5 agosto scorso, restata segreta per un po' (e poi pubblicata sul Corsera), dove si indicavano nero su bianco le misure che l'Italia avrebbe dovuto mettere nella manovra finanziaria per rafforzare i propri conti (secondo la Bce). Scrivere, comunque scrivere. E pensare che il 31 gennaio del 2007, quando su Repubblica apparve la lettera di Veronica Lario, all'epoca signora Berlusconi, la notizia fu enorme: «Egregio direttore, con difficoltà vinco la riservatezza che ha contraddistinto il mio modo di essere nel corso dei 27 anni trascorsi accanto ad un uomo pubblico, imprenditore prima e politico illustre poi, qual è mio marito.

Ho ritenuto che il mio ruolo dovesse essere circoscritto prevalentemente alla dimensione privata, con lo scopo di portare serenità ed equilibrio nella mia famiglia. (…) Ora scrivo per esprimere la mia reazione alle affermazioni svolte da mio marito nel corso della cena di gala che ha seguito la consegna dei Telegatti, dove, rivolgendosi ad alcune delle signore presenti, si è lasciato andare a considerazioni per me inaccettabili (..)». Berlusconi le risponderà il giorno stesso, porgendole le sue pubbliche scuse ma da allora - sono passati poco meno di 5 anni - la passione per le lettere ai giornali pare diventata una moda nazionale da cui tutti sono attratti. Tante, troppe parole e una nostalgia infinita della sintesi, via telegramma, del nostro Giuseppe Garibaldi: «Obbedisco».


Massimiliano Lenzi
06/11/2011






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Altro che "sfasciafamiglie" Adesso la Cassazione sdogana pure l’amante

di

Sono sempre più numerose le sentenze che considerano il terzo incomodo alla pari del coniuge. Per esempio: non gli può essere impedito con la forza di entrare in casa


Da «sfascia famiglie» a parte integrante del nucleo familiare. In una sorta di «menage a trois» più simile a una trama cinematografica che alla realtà. Il passo non è breve, ma a giudicare da recenti sentenze della corte di Cassazione sembra che il ruolo dell’amante sia in piena fase evolutiva. In un processo di riabilitazione che potrebbe addirittura equiparare il terzo incomodo al compagno ufficiale. L’amante può entrare in casa del partner senza che il coniuge possa impedirlo con la forza, hanno sentenziato i giudici. Che poi, in altri procedimenti, hanno aggiunto: se si picchia l’amante si va incontro al reato di maltrattamenti in famiglia. E infine: la moglie che fugge con l’amante non perde il diritto al mantenimento.

«Non possiamo certo dire che dal punto di vista della giurisprudenza un rapporto extraconiugale sia uguale a un matrimonio o a una convivenza - precisa Gian Ettore Gassani, presidente dell’Associazione matrimonialisti italiani - Però è abbastanza evidente che, almeno dal punto di vista dell’opinione pubblica, l’amante sia vista con meno severità rispetto al passato. Anche se rimane un personaggio negativo, che va a intromettersi in una relazione consolidata, rovinandola».

Nonostante questo, i giudici in alcune occasioni hanno ribadito che, negativa o meno che sia, la figura dell’amante va in qualche modo tutelata. E così hanno sancito che chiunque cerchi di impedire con l’uso della forza che il proprio compagno porti l’amante nella casa coniugale incorre in un reato penale. Anche qualora faccia uso di un atteggiamento violento per l’umiliazione subita o per «contrastare la condotta moralmente riprovevole» del proprio compagno.

Così Angelo, un cittadino romano che aveva cercato di impedire che sua moglie Stefania entrasse in casa con il proprio amante, si è visto confermare la condanna per «violenza privata» dai magistrati della Suprema corte. In un altro caso, i giudici hanno decretato che picchiare l’amante integra il reato di maltrattamenti in famiglia. E può costare la custodia cautelare in carcere. È successo lo scorso marzo a un 41enne di Messina, finito dietro le sbarre per avere alzato le mani su una donna con la quale intratteneva una relazione clandestina. Ma c’è di più: perché il marito cornuto oltre al danno può subire anche la beffa finale. Con la benedizione del codice civile.

La Cassazione ha stabilito che una donna che decida di fuggire con l’amante non perde il diritto di essere mantenuta dal marito. In particolare, se la donna decide anche temporaneamente di andare a vivere con l’altro, in caso di divorzio al coniuge può essere chiesto di partecipare al soddisfacimento delle sue necessità. Senza dimenticare che è vietato offendere l’amante del proprio compagno - pena risarcimenti salatissimi - e che è assolutamente consentito raccontare bugie per difendere l’amante e il suo onore.

Eppure per il fedifrago non sono solo rose e fiori. Se lavora per conto dell’amante non può pretendere di essere pagato. Così un idraulico di Trento, che aveva sistemato gli impianti della casa e del ristorante dell’amante per un valore di 30mila euro, una volta terminata la relazione non ha potuto ottenere quanto gli spettava.

I giudici hanno considerato quelle opere niente più che un regalo. «Nessuno ha intenzione di riabilitare i rapporti clandestini - conclude Gassani - anche se il loro numero sta crescendo in modo esponenziale. In Italia il 35 per cento dei matrimoni finisce a causa dell’amante. E a tradire non sono solo gli uomini: su 100 corna 45 sono causate dalle decisioni delle donne, che tradiscono con la stessa naturalezza dei mariti».




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Solo 90 secondi per uccidere Bin Laden"

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Nuova ricostruzione del blitz. Smentita in parte la versione ufficiale. In un libro-rivelazione, i Navy Seals americani raccontano il raid ad Abbottabad. E scoppia la polemica. Si aprì una porta e il capo di Al Qaida sarebbe apparso all'improvviso, da solo


Il libro non è ancora in libreria, ma fa già discutere. A dar retta al suo autore Chuck Pfarrer, un ex comandante delle Seal, i corpi speciali della Marina statunitense, è la prima ricostruzione dettagliata dell’operazione costata la vita ad Osama Bin Laden. Il primo resoconto messo insieme raccogliendo testimonianze e sensazioni dei protagonisti del raid nel covo del capo di Al Qaida. Per il Comando delle Forze Speciali statunitensi è invece un’opera non autorizzata, di cui diffidare.

Il libro intitolato «Seals, Target Geronimo», arriva martedì nelle librerie e promette rivelazioni senza precedenti sull’incursione nella palazzina di Abbottabad. La novità rispetto alle ricostruzioni ufficiali riguarda i tempi e le modalità con cui viene ucciso il capo di Al Qaida oltre a molti dettagli inediti sui piani per gli attentati nelle città europee ritrovati nella cassaforte del covo. A dar retta a Pfarrer in quella notte senza luna gli uomini del Team Six impiegano meno di 90 secondi per impallinare il capo di Al Qaida. Fino ad oggi tutte le ricostruzioni parlavano di un’incursione assai meno rapida, iniziata dal piano terra e proseguita con una serie di scontri a fuoco prima dell’epilogo cruciale.

Nel libro di Pfarrer il blitz prende il via dal tetto della palazzina, dove gli uomini del Six Team si calano con le corde dagli elicotteri. Da lì la squadra incaricata di trovare Bin Laden passa direttamente al corridoio del terzo piano, scandagliandone ogni angolo. Poi l’evento decisivo. «Una porta nel corridoio del terzo piano si aprì, Osama sporse la testa fuori, ci vide e la richiuse violentemente». Nella stanza fanno irruzione in due. Bin Laden è dietro ad Amal Al Sadah, la 27enne moglie yemenita.

Lei grida: «Non è lui, no, non fatelo», tentando di fargli scudo con il proprio corpo. Il primo incursore fa fuoco con il mitragliatore M 4 silenziato e colpisce Amal alla caviglia. Mentre Amal cade, Bin Laden si butta di lato tentando d’afferrare il kalashnikov al lato del letto. Non ne ha il tempo. Un primo proiettile lo centra al petto, un secondo gli entra sotto l’occhio uccidendolo sul colpo.

Ma la vera novità di «Seal Target Geronimo» è la dimensione umana dei protagonisti. Fino ad oggi i componenti del commando erano fredde macchine da guerra senza volto e senza personalità. Il racconto di Pfeffer, che sostiene di aver trascorso lungo tempo in compagnia di alcuni partecipanti al raid, tenta di restituire l’immagine umana di questi soldati, nascondendone l’identità sotto nomi di fantasia. Scott Kerr, comandante del «Team Six», ricorda l’emozione improvvisa, il cuore che batte forte sotto il giubbotto antiproiettile mentre descrive ai propri capi quel cadavere di un metro e 86 ai suoi piedi.

Frank Leslie, comandante dello squadrone Rosso, è il muscoloso marcantonio di un metro e ottanta, con un paio di penetranti occhi verdi e un pezzo di tabacco sempre in bocca che raccoglie uno dei due test del Dna utilizzati per provare l’identità del capo di Al Qaida. Ma Frank Leslie, è anche uno dei componenti della squadra sopravvissuta miracolosamente alla caduta di Razor 1, l’elicottero precipitato durante le prime concitate fasi dell’operazione. Mel Hoyle, il comandante del team imbarcato su Razor 2, sembra un orsone dinoccolato, ma è un cecchino implacabile addestrato dalle forze speciali inglesi delle Sas. Rich Horn, a differenza degli altri compagni imbarcati su Razor 1, ha invece «un fisico smilzo da podista».

Ovviamente su questi e altri dettagli contenuti in «Seal Target Geronimo» infuria già la polemica. Mentre il Comando delle Forze Speciali sostiene che nessuno dei partecipanti all’operazione ha mai incontrato e parlato con l’autore, Pfarrer ribadisce alla Cnn di aver discusso ogni dettaglio nel corso di numerosi colloqui “faccia a faccia”. E per far capire di non poter esser smentito tanto facilmente ricorda la ricostruzione dell’incontro tra un capo della Cia chiamato Mc Raven e Scott Kerr, il comandante del Team Six. Nell’incontro Mc Raven spiega che il satellite posizionato sopra il covo ha confermato l’altezza di Bin Laden misurandone l’ombra. Un dettaglio mai emerso prima d’ora da nessuna ricostruzione ufficiale.



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Genova è in ginocchio E gli sciacalli in agguato Arrestati nove immigrati

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Al momento i carabinieri hanno arrestato nove persone, di cui tre romeni, tre ecuadoriani, due tunisini e una moldava. Altri due minorenni sono stati denunciato in stato di libertà


Gli sciacalli ci sono sempre. Soprattutto quando avvengono tragedia come quella di Genova. Mentre la gente cerca di salvarsi la vita e i negozi vengono distrutti dall'esondazione del fiume, c'è chi si arma di torcia e di borsoni per razziare tutto quel che può.

Con la città in ginocchio e mentre la polizia cercava di verificare le condizioni delle persone travolte dall’ondata di pioggia e di fango e i cittadini si univano in una catena di solidarietà, c'è chi, come tre romeni, ha tentato di approfittare della confusione e "arraffare" oggetti e cose lasciati momentaneamente incustoditi.

Al momento, sono nove le persone arrestate, e altri due minorenni sono stati deferiti in stato di libertà, da quando è scattata l’emergenza alluvione, con l’accusa di sciacallaggio. Si tratta di tre romeni, tre ecuadoriani, due tunisini e una moldava. I minorenni denunciati sono ecuadoriani. I tre romeni, tra i 29 e i 37 anni, e la moldava senza fissa dimora di 32, sono stati sorpresi dai carabinieri in via XX settembre dentro una profumeria.

I tre ecuadoriani sono stati invece fermati in Corso Sardegna, carichi di merce rubata poco prima. In Corso Sardegna sono stati trovati anche i due minorenni che avevano appena svaligiato una cartoleria. In via Granello, infine, un equipaggio della volante ha notato due tunisini ventenni che uscivano da un supermercato, con prodotti vari, tra cui una macchina fotografica, schiuma da barba e calze. Tutta la merce rubata è stata recuperata.

I sette "sciacalli" resteranno in carcere. Il giudice monocratico, Massimo Todella, ha convalidato gli arresti al termine del processo per direttissima. Saranno processati rispettivamente il 22 novembre e il 15 dicembre. Tutti hanno negato di aver avuto intenzione di rubare alcunché.




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Giura di aver pagato in nero l'avvocato: condannata

La Stampa


Giura di aver pagato «in nero» l'avvocato, ma viene condannata, per aver giurato il falso, perché non c'è una prova, seppure minima, del pagamento. La Cassazione (sentenza 22281/11) ha confermato quanto stabilito dal giudice di secondo grado.

Il Caso

Cambiando la sentenza di primo grado, la Corte d'appello di Trento condanna a due mesi e venti giorni di reclusione l'imputata accusata di aver giurato il falso (art. 371 c.p.) nella causa civile nella quale era convenuta in giudizio dal suo precedente avvocato per il mancato pagamento di prestazioni professionali. Nello specifico, aveva dichiarato di aver interamente saldato ogni spettanza al legale.

In appello ritenevano provata la responsabilità penale dell'imputata. Oltre all'inattendibilità della tesi difensiva dell'avvenuto pagamento «in nero», tale responsabilità era fondata sulla base della denuncia dell'avvocato, che aveva inviato una richiesta scritta di pagamento delle parcelle, e della testimonianza della segretaria che confermava il mancato pagamento delle prestazioni professionali.

Il ricorso per cassazione viene presentato lamentando sia la mancata considerazione, da parte della Corte di merito, che il rapporto fiduciario esistente tra le parti avrebbe giustificato un pagamento «in nero», sia la pretesa di ottenere dalla ricorrente una prova di tale pagamento. La pretesa, a parere della difesa, contrasterebbe con il divieto dell'inversione dell'onere della prova e con la logica, visto che il pagamento «in nero» presume l'impossibilità di avere prova dei pagamenti.

La Corte, dopo aver premesso che il controllo di attendibilità delle deposizioni della parte offesa deve essere più rigoroso rispetto a quello cui vengono sottoposte le dichiarazioni di qualsiasi testimone, sottolinea che le doglianze della ricorrente sconfinano inammissibilmente nel merito; per cui, a parere degli ermellini, la valutazione della Corte territoriale in ordine alla tesi difensiva del pagamento «in nero», ritenuta logicamente inconsistente per l'assenza di un minimo riscontro probatorio, è corretta. All'inammissibilità del ricorso segue la condanna al pagamento delle spese di giudizio di 1000 euro a favore della cassa delle ammende.



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Se anche i «Falchi» passano col rosso

Corriere del Mezzogiorno

La rivista «Max» pubblica un reportage da Napoli sui poliziotti motociclisti (in borghese): una vita da «duri»

Il sito di Max
«Al Gp made in Naples i team in gara sono due: i Falchi e i Malamente». Comincia così il reportage dalla città partenopea realizzato da Raffaele Panizza con foto di Gughi Fassino per il numero di Max in edicola e su iPad da domani, giovedì. L’eterna lotta tra il bene e il male, in mezzo ai vicoli più stretti o a 200 all’ora sull’asfalto del Rettifilo, a Napoli si combatte su due ruote. Da un lato loro, gli «sbirri centauri» (in borghese) dai fisici invidiabili. Dall’altro camorristi, scippatori e delinquenti vari, spesso a bordo di Sh. Che sia su sampietrini sconnessi o su basalto scivoloso, il «manto» delle rincorse è roba da veri duri.

La squadra di poliziotti su due ruote è nata negli anni Settanta per inseguire i mariuoli nei vicoli, in mezzo alle bancarelle e se necessario fin dentro alle case. Sedici motociclette su due turni, ciascuna con due agenti a bordo, coordinati dal capo della Squadra mobile Andrea Curtale e dal vicequestore Gianluca Boiano. Per due giorni gli inviati di Max hanno seguito i «Falchi» durante una loro giornata lavorativa, tra Forcella e i Quartieri Spagnoli a bordo di uno scooteraccio 150, cercando di star dietro al loro zig zag nervoso, senza pause. «Come per i ladri, anche per i Falchi la viabilità non ha regole - scrive Max -. Passano col rosso, prendono strade in contromano, fermano il traffico con un gesto della mano e la faccia dura. Coi vigili urbani piazzati a ogni angolo della città si scambiano sguardi di’intesa e poi via, in senso unico, con indosso lo scudo spaziale di un indulto permanente».


Redazione online
02 novembre 2011




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Di qui non si passa, il sensore è impegnato

Corriere del Mezzogiorno

Scritto da: Alessandro Chetta alle 16:51 del 02/11/2011


Stazione del metrò Medaglie d’oro. Edicola chiusa, il biglietto fallo alle macchinette della Metronapoli. Facile, immediato. Selezioniamo il numero di ticket e inseriamo le monete. Facile, immediato. Ops, ci rifiuta la 20 centesimi. La ri-rifiuta. Non la vuole proprio. Tempo scaduto: rigetta tutte le monete. Intanto passa un treno. Uà! Ripetiamo il tutto: ancora flop.

Ce n’è un’altra, laggiù. Più piccola, più facile, più immediata.  Se però metti i soldi ma non digiti con adeguata pressione sullo schermo non otterrai risposte. L’unico oracolo a cui appigliarsi è l’omino nella casupola di vetro. Viene incontro, ha lo sbuffo facile, immediato. Lui sì che esercita adeguata pressione. Così il biglietto spunta. Ma non si tira. La macchinetta lo trattiene col suo beccuccio di ferro. E’ opportuno sputare sui polpastrelli e sfilare con accortezza. Macché. Allora con violenza. Il biglietto viene via ma un po’ ammaccato, con leggeri strappi.

Ora basterà inserirlo nel tornello e saremo nel privilegiato mondo dei passeggeri del metrò. Ma il tornello si agita. Spasmi. Frulla perdinci. La lucetta rossa lampeggia. Sul display si legge: “Il sensore è momentaneamente impegnato”. Rileggiamo meglio, rileggiamo insieme: “Il sensore è momentaneamente impegnato”. Impegnato?? Dov’è mai questo sensore, a piglià ‘o ccafè? Con l’amante? A jucà a bulletta? Facile.

Una guardia giurata – mandata dal sensore – interviene. Smonta (sic) l’aggeggio e tira fuori il ticket. “Passa dalla sbarra facciamo prima”. Passo. Con la coda dell’occhio vedo arrivare il sensore. Sì, era al bar. Deglutisco: chiamare o no Brunetta?




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Rifugiati : ecco il mercato "nero" dei ticket

Corriere del Mezzogiorno


Una cassa d'acqua costa 1 euro in più se sei un migrante, ma sulle tariffe «speciali» non ci sono controlli


Continua a Napoli il dramma dei circa duemilacinquecento richiedenti asilo politico giunti da Lampedusa in estate ed "ospitati" in Campania da ormai quattro mesi. Dopo il video choc della scorsa settimana che ritraeva alcuni rifugiati intenti a ritinteggiare le pareti di uno degli alberghi dove temporaneamente risiedevano a spese della Regione che, in base all'accordo stato-regione per l'mergenza umanitaria. versa per ciascuno di essi una cifra compresa tra i 36 ed 50 euro al giorno per il mantenimento. Insomma, anziché essere trattati come ospiti di riguardo erano ridotti a lavoratori in "nero" per sopravvivere. E se nulla sembra si sia mosso dopo la denuncia di associazioni e comitati ecco che un nuovo capitolo triste si va ad aggiungere alla storia di un accoglienza che non funziona

LA BEFFA DEI BUONI SPESA - Sino alla scorsa settimana, infatti, i 2500 migranti, oltre il vitto e l'alloggio spesso e volentieri malgestito dagli albergatori e poco controllato dal dipartimento regionale della protezione civile, nulla ricevevano come aiuto. Poi la svolta. Ecco i ticket acquisto: buoni spesa da 2,50 euro in blocchetti del tutto simili ai più conosciuti buoni pasto per provvedere all'acquisto di vestiti, sigarette, biglietti autobus ed altri prodotti che gli albergatori non erano tenuti a fornire in base alla convenzione stipulata con Palazzo Santa Lucia. Assieme ai ticket viene assegnato ai migranti anche un elenco con i negozi convenzionati per gli acquisti. Ma sono bastati solo pochi minuti agli aspiranti rifugiati per scoprire che dietro i ticket si celava l'ennesima beffa.

NELLA LISTA SOLO "ALIMENTARI" - Nel lungo elenco, infatti, anche se i migranti hanno bisogno sopra ogni altra cosa di scarpe e vestiti, risultano solo attività commerciali che vendono beni alimentari. Ma a cosa potranno mai servire se gli alberghi forniscono il vitto ed all'interno delle camere non sono previste cucine ? Alcuni provano a scorrere la lista sperando di trovarvi almeno dei market specializzati in prodotti "afro" banditi dalle diete degli albergatori.

Nuova delusione: solo piccole salumerie locali che vendono anche prodotti come le lamette da barba, ovviamente a costi superiori rispetto ad un supermercato. Inoltre l'unca rivenditoria di tabacchi, di schede telefoniche utili a telefonare nei paesi d'origine ed anche di biglietti per circolare a bordo di mezzi pubblici si trova in via terracina, quartiere fuorigrotta. Ovvero nella parte opposta a dove si trovano concentrati i migranti (piazza garibaldi e periferia est della città) . Come a dire: prima di acquistare il biglietto è necessario farsi multare.


IL MERCATO NERO - Ma i problemi non arrivano mai da soli ed i soliti furbi si fanno avanti. Non di rado sta capitando che i negozianti pratichino dei sovraprezzi "riservati" ai migranti. In alcuni dei negozi che abbiamo visitato, ad esempio, una cassa d'acqua della stessa marca viene pagata alle 16:31 1,60 euro da un acquirente italiano ed alle 16:41 ben 2,20 euro solo perchè l'acquirente si presenta alla cassa con i famigerati ticket.

Stessa storia per le lamette da barba: 5,10 per gli italiani, 6,20 euro per lo straniero. Ma lo scandalo non sembra arrestarsi. Secondo fonti certe da qualche giorno a questa parte è iniziato un vero e proprio "mercato nero" dei ticket: alcuni stranieri più esperti e con buona probabilità alla criminalità organizzata del posto hanno iniziato ad acquistare a prezzi ribassati interi blocchi di ticket. Un mercato da migliaia di euro che viene involontariamente alimentato dai richiedenti asilo che, pur di avere liquidità immediata, si costringono a cedere i propri titoli. Una situazione che ha spinto alcuni commercianti a recedere dalla convenzione con la Regione per evitare di restare
coinvolti in una situazione che puzza d'illegalità. Il tutto in barba ai controlli che continuano a latitare

UNA SITUAZIONE ESPLOSIVA - Intanto proprio nelle ultime ore le commissioni preposte a valutare la legittimità della richiesta di asilo hanno respinto ben 97 richieste su 100 adducendo come motivazione, apprendiamo da fonti ufficiose, l'illeggitimità della richiesta perchè "non vi sono i presupposti necessari ad essere riconosciuti come rifugiati politici in quanto giunti in Italia solo per sfuggire alla situazione economica dei paesi di origine". Eppure sembrerebbe che tra i respinti vi siano soggetti di primo piano di alcune sigle di opposizione di diversi regimi africani. Intanto, nei prossimi giorni continueranno a giungere in Campania nuovi richiedenti asilo e la situazione con il passare delle ore assomiglia sempre più ad una bomba ad orologeria.

Stefania Melucci
Luca Mattiucci

05 novembre 2011

Italia 2020, un Paese senza mestieri A rischio 385 mila posti di lavoro

Corriere della sera

Cgia di Mestre: allarme estinzione per sarti e falegnami. Mancato turn over di saperi e competenze


 Trovare un falegname tra dieci anni? Per chi vive in città sarà come cercare un ago in un pagliaio. Andrà meglio con gli elettricisti? Macché. Soprattutto ristrutturare casa diventerà una corsa a ostacoli. Pochi piastrellisti e stuccatori. Rifare la facciata del palazzo? Bisognerà per forza di cose affidarsi alla manodopera immigrata che almeno mitiga questa fuga dai mestieri.

Mancheranno i ponteggiatori. Manovali e carpentieri saranno merce rara. Ma almeno avremo a disposizione chi ci dà una mano con le faccende domestiche? Tutt'altro. Addetti alle pulizie con il contagocce, colf e badanti per i più anziani avranno maggiore potere contrattuale in un mercato in cui la domanda crescerà esponenzialmente (per via dell'invecchiamento della popolazione) e l'offerta comincerà a latitare, se non adeguatamente compensata da una massiccia immigrazione.

Il RAPPORTO – Scrive la Cgia di Mestre che nell'Italia del 2020 c'è il rischio di un mancato ricambio per oltre 385mila posti di lavoro. Una città di piccole-medie dimensioni a rischio estinzione. I saperi e le competenze manuali – tradizionalmente trasmesse per via ereditaria – dilapidate in poco più di una generazione. Dai baby-boomers ai Millennials, da una società che da agricola diventava industriale (e manifatturiera) a una post-terziaria il conto alla cassa sembra poter dare ragione ai detrattori della cosiddetta economia dei servizi. «Tornare alla terra!», il grido che da più parti comincia a sollevarsi per riappropriarsi di uno stile di vita, per così dire, più bucolico, sembra riverberarsi anche sulle dinamiche occupazionali. Mancheranno gli allevatori di bestiame nel settore zootecnico e anche i braccianti agricoli.

FUGA DALL'ARTIGIANATO – Ma sono soprattutto i mestieri manuali dell'artigianato a determinare questo «smottamento» di competenze. Nell'Italia che sul tessile e sul manifatturiero ha costruito la sua crescita economica il risultato è che si troverà sempre più con il lanternino sarti, pellettieri, valigiai, borsettieri. Con inevitabili ricadute sulla produttività e sull'export. Dice Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia, che il problema è culturale: «Bisogna rivalutare il lavoro manuale e le attività imprenditoriali che offrono queste opportunità.

Per molti genitori – prosegue – far intraprendere un mestiere al proprio figlio in un'azienda artigiana è l'ultimo dei pensieri. Si arriva a questa decisione solo se il giovane è reduce da un fallimento scolastico». In attesa di una rivoluzione culturale qualcosa si muove in termini legislativi. Il Testo Unico per l'apprendistato – diventato operativo alla fine di ottobre anche se in attesa di tutti i decreti attuativi – incentiva le aziende assumere giovani con questo particolare contratto di inserimento, consentendo particolari vantaggi fiscali e contributivi. Ancora poco, se mancano i giovani potenzialmente interessati


Fabio Savelli
05 novembre 2011 17:14



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Betori, l'aggressore voleva uccidere «Cercava di parlarmi, non ho paura»

Corriere della sera


Solo gli «addetti ai lavori» sanno che per gli spostamenti in auto l'arcivescovo e i suoi collaboratori escono dal cancello automatico posto sul retro dell'edificio. Al setaccio tutte le pistole calibro 7,65


L'abbraccio di Firenze, della gente comune, della Chiesa; le buone notizie sulla salute del suo segretario. E poi la ricerca della normalità, la volontà di rispettare gli impegni in agenda, nonostante i due «angeli custodi», le guardie del corpo, che da venerdì ha accanto. Un modo - forse - per esorcizzare quei momenti di tensione che venerdì sera hanno portato sangue in arcivescovado, quello di don Paolo Brogi, ferito da un colpo di pistola all'addome esploso da un uomo che voleva parlare con monsignor Giuseppe Betori, uscito illeso dall'aggressione. Il giorno dopo l'agguato, l'arcivescovo di Firenze cerca di riprendere la normale vita di «pastore».

LA DINAMICA DELL'ATTENTATO - Intanto, gli investigatori cercano di ricostruire precisamente la dinamica dell'agguato, mentre sono stati rilasciati i dieci clochard fermato tra venerdì e sabato, dopo essere stati identificati e sottoposti alla prova dello Stub. L'aggressore, dopo aver fatto fuoco contro il segretario dell'arcivescovo, ha puntato la pistola contro la nuca di Giuseppe Betori ma per qualche motivo l'arma non ha sparato, forse si è inceppata. Poi sarebbe fuggito perchè ha visto che si stava chiudendo il cancello automatico da cui si accede, dopo un portone, al cortile del palazzo della Curia dove c'è stato l'agguato.


SI INDAGA NEGLI AMBIENTI INTERNI - Per trovare l'aggressore gli investigatori di polizia e carabinieri stanno lavorando in base a una descrizione non completa (barba bianca e incolta, 60-70 anni, abbigliamento all'apparenza trasandato), nè ci sono ancora elementi sufficienti per classificare il contesto da cui ha mosso. È presto per inquadrare un'ipotesi di movente benchè gli inquirenti stiano gradualmente orientandosi verso persone che abbiano avuto contatti recenti con l'arcidiocesi fiorentina, poi, parrebbe, degenerati in pretese, o addirittura minacce, tali da azionare meccanismi di rivalsa.

L'uomo infatti, conoscerebbe le abitudini e gli orari dell'arcivescovo. L'ingresso principale del palazzo arcivescovile è in piazza San Giovanni, davanti al Battistero. Solo gli «addetti ai lavori» sanno che per gli spostamenti in auto l'arcivescovo e i suoi collaboratori escono dal cancello automatico posto sul retro dell'edificio, nella piccola piazza dell'Olio. L'uomo sapeva i movimenti del vescovo. Quindi, qualcosa di più complesso dell'azione improvvisata, e pur di impeto, di uno squilibrato, come ipotizzato nei primi momenti.



LA RICOSTRUZIONE DI BETORI - Freddezza e lucidità: le ha avute l'arcivescovo di Firenze al momento dell'agguato subito nel cortile della Curia. Lo si intuisce dal racconto di Betori. «Ho avuto il dono dal Signore, mi ha aiutato ad affrontare la situazione con grande padronanza e ho escluso pericoli». «Io obiettivo dell'attentatore? Voleva solo parlarmi, ma quando gli ho detto facciamolo, non ha saputo pronunciare frasi». «Non ho paura e sono sereno - ha continuato -

Il Signore mi fa la grazia di affrontare questo momento con grande serenità», ha aggiunto Betori. «Don Paolo Brogi, è molto sereno e sta bene. Anche la mamma di Don Paolo - ha detto Betori - mi ha detto che suo figlio sente una grande serenità che gli viene dalla fede». L'arcivescovo ha ringraziato i medici e i tanti vescovi che hanno manifestato a Don Paolo e a lui vicinanza. Betori ha rivolto un pensiero anche ai fedeli, ai sacerdoti e alla città. «Ringrazio tutti i sacerdoti e i fedeli che si sono stretti a me e Don Paolo, ma anche tutta la città sento vicina: tutte le autorità cittadine che si sono strette a me. Ringrazio tutti». «Ringrazio il Santo Padre che mi ha fatto avere la sua vicinanza attraverso il suo segretario».

Spari in Curia, ferito segretario di Betori

BETORI AL CONVEGNO IN PALAZZO VECCHIO: «GRAZIE FIRENZE» - Una standing ovation e un applauso lungo un minuto hanno salutato in Palazzo Vecchio l'arcivescovo, che ha partecipato nel Salone dei Cinquecento al convegno «All'origine della gratuità. Uomini grati» organizzato dal Banco Alimentare Toscano e dalla Confraternita della Misericordia di Firenze. «Per me e per don Paolo non è un passaggio facile ma andiamo avanti insieme a tutti voi come il Signore ha voluto e vorrà». «Scusate se prima di intervenire mi prendo un minuto per dedicarlo a quanto è accaduto. Grazie per l'applauso e per i molteplici segni di vicinanza che mi arrivano. Grazie a tutta la città, che sento vicina a me e a don Paolo. Sento l'affetto dei fiorentini ed è per me la cosa più importante dopo la fede. Anche se non avrei voluto aver bisogno di questa manifestazione di affetto che già conosco».

LE INDAGINI - L'inchiesta va avanti. La polizia amministrativa della questura di Firenze sta verificando, partendo dai suoi archivi, tutti i possessori di pistole calibro 7,65 residenti nella provincia. È una delle attività di indagine in corso. Proseguono le attività della polizia scientifica, in particolare sotto il profilo balistico. Dopo i rilievi nel cortile della Curia, la scientifica sta esaminando il bossolo espulso dopo lo sparo dall'arma e trovato sul posto. Un contributo importante sotto questo aspetto potrebbe venire dall'ogiva del proiettile che ha colpito don Paolo Brogi e che al momento non ha potuto essere estratta nel primo intervento chirurgico.

LE TELECAMERE - La squadra mobile, in collaborazione con la Digos, sta visionando filmati di telecamere situate nelle vie adiacenti al palazzo dell'Arcidiocesi, in piazza del Duomo. Si tratta di sistemi di videosorveglianza di negozi e banche da cui ipoteticamente l'aggressore in fuga, o anche in arrivo, potrebbe essere stato ripreso. Nessuna telecamera è invece presente nell'androne della porta carraia da cui l'auto del vescovo accede al cortile. Gli investigatori cercano un uomo sulla settantina, con un po' di barba, che venerdì sera era vestito con una giacca nera e un cappellino di lana. Le ricerche delle volanti sono comunque continuate per tutta la notte



IL PROCURATORE -«Si può pensare a tutto ma valutando modalità e tempi al momento non ci sembra plausibile pensare a una cosa organizzata o strutturata». Lo ha detto il procuratore di Firenze Giuseppe Quattrocchi parlando con i giornalisti dell'agguato. Quattrocchi ha spiegato che al momento «ogni ipotesi sarebbe abusiva». L'ipotesi di reato è tentato omicidio. Alla luce dei primi risultati investigativi in procura si spiega che «si predilige la pista dello squilibrato». A far supporre che l'autore dell'aggressione fosse un balordo lo lascerebbe pensare anche il fatto che Betori avrebbe detto agli investigatori di non aver subito minacce nei ultimi tempi.

DON BROGI STA BENE - Don Paolo Brogi, il segretario dell'arcivescovo di Firenze Giuseppe Betori, ha passato «una notte tranquilla». È quanto spiegano i sanitari dell'ospedale fiorentino di Santa Maria Nuova. La prognosi sarà sciolta lunedì prossimo. Lo ha riferito il direttore sanitario dell'ospedale, dove il sacerdote è ricoverato, Marco Geddes da Filicaia. «Lunedì sarà sciolta la prognosi. La situazione è stata fortunata». Il direttore sanitario ha riferito che Don Brogi è tranquillo e che non c'è stato bisogno di trasferirlo in terapia intensiva. Il sacerdote, che è stato operato dal primario di chirurgia Sergio Cardini, è rimasto ricoverato in reparto. «Successivamente valuteremo se estrarre il proiettile», ha detto il direttore sanitario. L'intervento per suturare la lesione all'addome è durato 90 minuti.

SLITTA L'INTEROGATORIO - Troppo debole, e così è slittato il racconto dell'agguato che don Brogi voleva rendere agli investigatori della polizia. Le sue condizioni non hanno consentito di dare la sua testimonianza. Don Paolo Brogi era intenzionato a fornire subito indicazioni utili agli inquirenti, ma anche su giudizio dei medici dell'ospedale, e considerato l'effetto dei sedativi dopo l'operazione della notte scorsa, è stato ritenuto opportuno rinviare l'incontro con il sacerdote.

05 novembre 2011