lunedì 7 novembre 2011

Ecco la vera voce della gola profonda che vuole le dimissioni di Berlusconi

di Francesco Maria Del Vigo -


Da tutto il giorno la telefonata tra l'alto esponente del Pdl e il vicedirettore di Libero Franco Bechis fa discutere il mondo della politica. 

Chi si nasconde dietro la voce che definisce il premier "testa di c..."? Noi siamo riusciti a ripulire l'audio contraffatto della telefonata postata da Bechis sul suo profilo di Twitter. 

In rete c'è già un'idea: il politico è il sottosegretario alla Difesa Guido Crosetto

 

 

 

Ascoltate l'audio originale della telefonata

 

 

 C'è un audio che da questa mattina fa discutere il mondo della politica. E' la registrazione di un colloquio telefonico tra il vicedirettore di Libero Franco Bechis e un presunto alto esponente del Pdl che scarica il premier.


L'audio è stato diffuso dal giornalista attraverso il suo profilo di Twitter per rispondere a chi lo accusava di avere inventato la notizia del Cavaliere prossimo alle dimissioni. Ma le voci della telefonata di Bechis sono contraffatte e quindi irriconoscibili. Noi le abbiamo "decrittate" e ora ve le facciamo sentire. Chi è la gola profonda che se la prende con il presidente del Consiglio? In rete è già impazzata la ricerca: per qualcuno sarebbe il sottosegretario alla Difesa Guido Crosetto. Secondo voi chi è?

Senza Ironi La Littizzetto ride della tragedia Per attaccare i politici usa gli alluvionati

Libero


Va bene che adesso è il momento dei comici che se la prendono con i poltici. E' un trend che c'è da sempre, d'accordo, ma pare che oggi sia davvero più cult che mai: da Enzo Iacchetti a Brignano ognuno fa il suo show che, per quanto divertente, è un po' come sparare sulla croce rossa. Ma che Luciana Littizzetto, che tra l'altro dei teatrini sui politici è regina, ora si metta a scherzare e speculare sulla tragedia dell'alluvione, pare davvero troppo. Perchè, passi anche l'ironia di cattivo gusto sulla politica - infatti non è che l'ultimo suo show sulla lettera alla Bce fosse poi così divertente - ma ridere sulle tragedia e strumentalizzarle per attaccare la politica e il governo, va anche al di la del cattivo gusto.



In trasmissione - E così la comica durante il programma su RaiTre Che tempo che fa di 'Fabio Fazio' divide il suo intervento tra gli attacchi la poltica "La situazione è critica stiamo aspettando l'onda di piena… per misurare l'altezza dell'acqua usiamo Fassino" e "Cota non era verde Lega, sembrava Blade Runner!, per poi concludere con un "Buco nell'ozono, sradicamento degli alberi, cementificazione: E' come se uno a Natale avesse fatto il presepe dentro al water e si lamentasse se qualcuno tira l'acqua". Ma non è finita qui... Non c'è da aggiungere altro, lasciamo ai lettori il giudizio finale. Tu cosa ne pensi?

07/11/2011




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Su tivù e radio test di massima allerta Si teme il panico per i meno informati

La Stampa

In America prove di "apocalisse". Un messaggio di emergenza sarà diffuso per trenta secondi. Ma si tratterà solo di una simulazione. L'effetto Orson Welles in agguato


Gli Stati Uniti fanno le prove per la "fine del mondo", simulando un'emergenza nazionale. L'allarme scatterà alle due del pomeriggio di mercoledì 9 novembre, quando tutte le televisioni e le radio del paese manderanno il messaggio di «Emergency alert system», il sistema di allerta nazionale. Ma si tratterà solo di un test, assicurerà lo stesso messaggio e, soprattutto, stanno ripetendo da giorni i funzionari della Fema, l'agenzia federale per le emergenze, nel tentativo di evitare reazioni di panico incontrollato nella popolazione.

«Molte cose strane avvengono durante questo tipo di esercitazioni» ammette uno dei funzionari delle agenzie di emergenze, esortando i cittadini a non chiamare il 911 - il 113 americano - nè a riversarsi nelle strade nel panico. Durerà in tutto 30 secondi la trasmissione del messaggio di allerta, secondo quanto ha reso noto la Federal Communications Commission che ha organizzato la prima esercitazione a livello nazionale insieme alla Fema - che a sua volta dipende dal dipartimento per la sicurezza del territorio nazionale - e dalla National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA).

Anche i tempi contenuti sono stati decisi appunto per contenere al massimo il rischio di un'ondata di panico, visto che all'inizio le agenzie federali avevano pensato ad una durata maggiore, tre minuti dell'esercitazione per testare al massimo il livello di coordinamento tecnico delle varie emittenti, via cavo, satellitari e su wire. «Tutto deve scattare allo stesso momento», spiegano ancora dall'agenzie interessate.  La simulazione riporta alla mente la celebre guerra dei mondi di Orson Welles,  che scatenò il panico raccontando alla radio lo sbarco degli alieni. Naturalmente era tutta finzione, ma molti vennero presi dal panico.




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Un asteroide "sfiorerà" la terra

La Stampa

Il corpo celeste passerà ad "appena" 300mila km dal nostro pianeta



Quest’anno il cielo d’autunno offre un incredibile spettacolo: l’incontro ravvicinato tra un asteroide ed il nostro pianeta. Il rendez vous, secondo quanto previsto dagli astronomi, comincia domani e andrà avanti per alcuni giorni. Ad incontrare la Terra è l’asteroide 2005 Yu55 che transiterà a poco più di 300 mila chilometri da noi, meno della distanza della Luna, un secondo luce.

Il nostro Pianeta, naturalmente, non correrà alcun pericolo, assicurano gli esperti, si tratterà piuttosto di un avvicinamento spettacolare, con il piccolo astro che sfreccerà rapido tra le stelle, diventando visibile anche attraverso telescopi di medio diametro.

A riferirlo è il Planetario di Roma , che organizzerà una speciale serata interamente dedicata all’osservazione del fenomeno. Venerdì sera al Planetario verrà stabilito un collegamento esclusivo, in remoto con i telescopi altamente tecnologici del Virtual Telescope di Gianluca Masi, per riprendere il passaggio in tempo reale, proiettando le immagini sulla cupola del Planetario.

«È,un appuntamento imperdibile con le meraviglie del cosmo - sottolineano dal Planetario - che vogliamo rendere accessibile a tutto il pubblico di appassionati e semplici curiosi del cielo. Lo spettacolo sarà anche l’occasione per fare il punto sul reale rischio d’impatto tra gli asteroidi e il nostro pianeta, argomento spesso usato in film e libri per alimentare insensate visioni catastrofiste, ma tuttavia sempre di attualità scientifica».




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La 'Ndrangheta e i ComproOro

Il Giorno


Rettifica della società in relazione all'articolo pubblicato il 4 Novembre 2011



Compro oro


La società Orocash SA, attraverso l'avvocato Luca Pardo,  ci chiede la pubblicazione della seguente rettifica.

Con riguardo all'articolo dal titolo "Le mani della 'Ndrangheta sui Compro Oro" apparso sull'edizione on line del quotidiano Il Giorno lo scorso 4 Novembre 2011, si precisa che il marchio "ORO CASH" e le società licenziataria Gens Aurea S.p.A. e Handle Italia s.r.l. nulla hanno a che vedere con i contenuti e le circostanze denunciate nell'articolo. Le società Gens Aurea S.p.A. e Handle Italia s.r.l. sono regolarmente iscritte all'albo degli operatori professionali in oro presso Banca d'Italia e operano secondo la legge e attraverso un modello organizzativo ed un codice etico adottati ai sensi del D.Lgs 231/2001.




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Pastore lega cagnetta alla brandina e la violenta: arrestato in Sardegna

Il Mattino


Solo il tempestivo intervento dei carabinieri ha evitato che un pastore di Villaperuccio, in provincia di Carbonia-Iglesias, arrestato per furto aggravato e maltrattamento di animali, venisse linciato da alcune persone dopo che questi aveva rubato un cane da caccia ed era stato sorpreso mentre lo violentava.

È successo la scorsa notte nel piccolo paese ad una cinquantina di chilometri da Cagliari, dove i carabinieri della Stazione di Narcao hanno arrestato in flagranza Silvano Atzeni, 47 anni, servo pastore pregiudicato. L'uomo poco prima era entrato nei terreni di un allevatore della zona e dopo aver forzato la serratura della cuccia, si è impossessato di un cane da caccia, femmina, di razza «Beagle».

Il proprietario, accortosi del furto, e sospettando del pastore poichè nei giorni scorsi lo aveva visto aggirarsi da quelle parti, è andato insieme ai fratelli a cercarlo in un'abitazione disabitata di cui è custode, sorprendendolo mentre violentava la cagnetta, che era stata legata ad una branda. I carabinieri sono arrivati tempestivamente dopo una segnalazione al 112 della presenza davanti a quella casa di persone con intenzioni tutt'altro che pacifiche.

I militari hanno potuto poi accertare quanto era successo e arrestare l'uomo che domani mattina verrà processato per direttissima in Tribunale a Cagliari. La cagnolina è stata soccorsa e visitata da un veterinario della Asl, che ha riscontrato lesioni dovute alla violenza sessuale.



Lunedì 07 Novembre 2011 - 14:30    Ultimo aggiornamento: 14:31




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La mail del Comune: quel torrente è sicuro

Corriere della sera

DA UNO DEI NOSTRI INVIATI


 La signora Marina Arenari era preoccupata. «Egregio sindaco ha visto in che condizioni è il rio Fereggiano?» scriveva in una email al gabinetto di Marta Vincenzi la mattina del 31 luglio 2011. Da brava cittadina, aveva visto dalla strada quel torrente «diventato un letamaio» e si era presa a cuore la faccenda: «So che sono stati stanziati milioni di euro per la pulizia dei torrenti, ma il nostro è di seconda categoria?» chiedeva. E ancora: «I proprietari dei giardini quando puliscono i muri buttano tutto nel rio... spero che legga questa mia e prenda provvedimenti al più presto».

Il Fereggiano strozzato dai rifiuti, dai calcinacci, dai detriti trascinati a valle dopo ogni acquazzone. Il Fereggiano che fa paura a vederlo correre quando la pioggia è abbondante. Lo teme da sempre la gente che vive lungo le sue sponde e a vederlo dall'alto si capisce bene il perché: basta una sola occhiata per intuire quanto può diventare pericoloso con la sua discesa a precipizio verso il Bisagno, con le strettoie e le curve a margine della strada, con le imboccature che lo costringono nella parte interrata. L'AB 412 del reparto volo dei Vigili del Fuoco sorvola la zona del disastro di venerdì. Si abbassa sui palazzoni costruiti a ridosso dei ruscelli che si tuffano nel Fereggiano, vira su grovigli di viuzze che l'onda ha spalmato di fango.

Davanti alle case e lungo le strade si vedono uomini e donne che spalano, ruspe e mezzi di soccorso al lavoro, non c'è cortile che non abbia il colore della fanghiglia e, seguendo il corso del rio, quel colore porta dritto fino alla foce, si mescola con il verde-grigio del mare. Il cielo plumbeo non aiuta a sminuire la sensazione che tutto sia a rischio fra i quartieri di Quezzi, Calcinara, Fereggiano, Marassi.

Un'impressione lontanissima dalla risposta rassicurante che il Comune ha spedito alla signora Arenari il 26 agosto. «Egregia signora, dal sopralluogo effettuato non sono emerse situazioni di pericolo e/o di degrado ma va precisato che tale controllo ha riguardato solo le parti di proprietà del Comune, mentre la pulizia delle rimanenti aree è a carico dei frontisti privati». E poi la promessa («sarà nostra cura») di occuparsi anche dei privati.

Una lettera che autorizzava a sentirsi tranquilli. Tutto sotto controllo. Proprio come aveva ripetuto un anno fa, in una concitata assemblea di quartiere, il presidente del Municipio Media Val Bisagno, Agostino Gianelli. Qualcuno ha caricato su Youtube un filmato-sintesi di quella riunione. Un cittadino con un microfono in mano dice: «Lungo rio Fereggiano c'è una sponda che è franata, non ci sono lavori in corso. Che cosa vuole fare l'amministrazione per la sicurezza dei cittadini?».

Si vede Gianelli rispondere innervosito: «Per la prima volta il Fereggiano è in sicurezza con una copertura mentre prima c'erano le case sul fiume che rischiavano di venire giù una volta sì e una volta no. Dovete criticarmi quando potete criticarmi però le cose ingiuste non si dicono».
Dopo i morti di questi giorni Gianelli è tornato sull'argomento via Facebook: «Ho sbagliato, chiedo scusa. Mi ero fatto un po' prendere dall'ottimismo».


Giusi Fasano
07 novembre 2011 09:21



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Ecco il ponte «tappo» che ha sommerso Genova

Corriere della sera


Il perito del pm: colpa del Bisagno. Progetti da 41 anni


Le fatalità hanno sempre nome e cognome. C'è poco da tirare in ballo l'ineluttabile, perché poi va sempre a finire che piove, e una volta finiti di piangere i morti dell'alluvione, si torna a una storia molto italiana. Alla nostra incommensurabile capacità di farci male da soli.
E così, scendendo dal rio Fereggiano, si arriva al Bisagno, il torrente che divide il Levante di Genova dal Ponente. Lo vedi, e poi non lo vedi più. Entra nei quattro archi scavati sotto alla massicciata della stazione Brignole e scompare fino alla foce.

L'imbuto è sempre quello. Nell'ottobre 1970 il Bisagno uscì dagli argini al ponte ferroviario, strozzato da un ingresso che limitava la sua portata a 500 metri cubi al secondo, contro i 1.200 trascinati dalla piena. Quel che non ci stava divenne una valanga d'acqua che si portò via la vita di 24 persone e sommerse Genova.

Venerdì scorso quella massicciata ha respinto l'acqua di troppo, alzando il livello del torrente al limite degli argini, e creando un muro liquido che ha impedito lo sfogo al rio Fereggiano, che si getta nel Bisagno appena un chilometro prima del ponte. Ha fatto da tappo, gonfiando l'affluente, che ha rotto gli argini più in alto, trasformando la palazzina al civico 2B in un pozzo che ha inghiottito cinque persone.

Genova in ginocchio, video e immagini


È andata così, dice il professore Alfonso Bellini, il geologo incaricato dalla Procura di cercare le cause del nuovo disastro. Non c'è voluto molto per arrivarci, giusto un paio di sopralluoghi, il problema che è sotto gli occhi di tutti quelli che vogliono vedere. «C'è una eterna spada di Damocle che pende sulle nostre teste» chiosa l'esperto.

L'inchiesta dei magistrati genovesi guarda a valle, verso l'interratura del Bisagno, per ricostruire omissioni ed eventuali responsabilità sulla mancata realizzazione di un'opera che 41 anni fa venne giudicata «prioritaria» per la sicurezza del territorio nazionale. Il governo dell'epoca, presidente del Consiglio Emilio Colombo, chiede a una commissione guidata dal ministro senza portafoglio per le Regioni Eugenio Gatto di stilare un elenco delle cinque più grandi emergenze nazionali.

Al primo posto c'è la messa in sicurezza dell'Arno, esondato quattro anni prima. Al secondo c'è il Bisagno. L'interratura del torrente viene giudicata «insufficiente». È stata progettata nel 1928 e realizzata in dieci anni dal governo fascista, che sull'alveo originario, largo 90 metri, costruisce una strada che nel 1945 diventa l'attuale viale delle Brigate partigiane, e lo circonda di palazzi, stringendo lo spazio del torrente ormai sotterraneo di una trentina di metri.

Nel 1971 Colombo dà alle amministrazioni locali il compito di risolvere il problema. Con calma, che non c'è fretta: passano solo 18 anni, consumati in sfinenti dibattiti. C'è chi vuole deviare il torrente in cima, chi si accontenta di una via di fuga laterale per l'acqua, chi vuole grattare sul fondo, e chi invece si accontenterebbe di allargare la copertura esistente e portarla almeno a 800 metri cubi. Per ingannare il tempo e alleggerire il Bisagno, nel 1989 viene deciso di fare lo scolmatore del rio Fereggiano, che porta ancora il nome di «progetto pilota». I lavori si interrompono con la Tangentopoli genovese. Cade la giunta, il Comune paga 9 miliardi di lire in penali alle ditte appaltatrici. Resta un canale abbandonato lungo 900 metri, a futura memoria.

Nel 1998 tutti d'accordo. Allargamento più scavo del fondo, si parte cominciando dal mare e all'indietro verso la massicciata, dividendo l'opera in tre parti. Con il primo lotto tutto bene. Un po' meno con il secondo, che doveva essere completato nel 2009, ma è ancora un cantiere aperto. La Pamoter, unica azienda titolare, subisce una serie di rivolgimenti societari, i lavori vengono divisi in subappalti, due ditte subentranti falliscono. E i costi si impennano, passano da 50 a 70 milioni di euro, con la Guardia di Finanza che indaga sulle cause del salasso, mentre un'altra inchiesta viene aperta sulla girandola di società.

L'ultimo capitolo della saga porta una firma destinata da lì a poco ad avere una certa notorietà. Il progetto esecutivo del terzo lotto, quello che arriva fino alla massicciata, mestamente ferma a 500 metri cubi di portata, viene approvato nel giugno 2008 dal Consiglio superiore dei Lavori pubblici presieduto da Angelo Balducci, attuale imputato principe nel processo sulla presunta «cricca». Grandi strette di mano, complimenti a mezzo stampa. Ma c'è un dettaglio. Il costo previsto è di 250 milioni di euro, oggi lievitato a 270. Dal ministero dell'Economia fanno sapere che manca la copertura finanziaria, tanti cari saluti al nuovo alveo. E un benvenuto al liberatorio coro sulla fatalità. Le colpe dell'ultima alluvione, quelle sono come il Bisagno. Le vedi, e poi non le vedi più.


Marco Imarisio
07 novembre 2011 09:59

Muore in gara Hickstead, il miglior saltatore del mondo

Corriere della sera


Condotto dal canadese Lamaze aveva vinto l'oro a Pechino 2008. Considerato «il Messi degli ostacoli»


 Lutto nel mondo dell'equitazione. Durante la tappa italiana della Fei Rolex World Cup di salto a ostacoli, a Fieracavalli in corso a Verona, è morto Hickstead, stallone di 15 anni nato in Olanda ma considerato canadese. Hickstead - alla fine del percorso che aveva concluso riportando solo un errore - mentre si avviava all'uscita del campo di gara ha cominciato a barcollare e infine si è accasciato al suolo. Il suo fantino, il canadese Eric Lamaze, è prontamente smontato di sella per evitare di finire schiacciato dall'animale, che è apparso subito grave. Alla notizia della morte la gara è stata interrotta tra le lacrime degli appassionati che hanno dedicato al cavallo un lunghissimo applauso. Nei prossimi giorni sarà eseguita l'autopsia.


CARRIERA - Tra gli appassionati Hickstead era considerato una leggenda nella specialità del salto a ostacoli. Sempre montato da Lamaze aveva vinto la medaglia d'oro alle Olimpiadi di Pechino 2008 nell'individuale e l'argento per il Canada nella gara a squadre, i campionati del mondo e i prestigiosi Gran Premi di Aquisgrana e Calgary, la World Cup a Ginevra, Piazza di Siena a Roma. Nel 2010 aveva chiuso al numero uno del ranking mondiale ottenendo il titolo di cavallo dell'anno. Lamaze puntava su Hickstead per bissare a Londra 2012 l'oro olimpico, un exploit mai realizzato ai Giochi.


IL MESSI DEGLI OSTACOLI - Hickstead veniva considerato il più forte campione di salto nell'equitazione dei tempi moderni, c'era addirittura, chi lo aveva soprannominato «il Messi degli ostacoli». «Hickstead era un cavallo fuoriserie, come ne vengono fuori uno su un milione. Il mio pensiero va ad Eric e a chiunque altro era legato a questo meraviglioso animale. È una perdita terribile, ma Hickstead non verrà mai dimenticato: siamo stati molto fortunati ad averlo conosciuto»: così lo ricorda la Federazione mondiale di sport equestri con un comunicato della sua presidente, la principessa Haya Bint Al Hussein, figlia del defunto re Hussein di Giordania e moglie dello sceicco di Dubai Mohammed Bin Rashid Al Maktoum.

Redazione Online
06 novembre 2011 22:05

Il terrorista Carlos rivendica 2.000 morti

Quotidiano.net

'Lo sciacallo' sara’ nuovamente processato in Francia

Carlos Ilich Ramirez Sanchez, 62 anni, ha dichiataro al quotidiano venezuelano “El Nacional” di aver organizzato e partecipato a centinaia di attentati


Caracas, 6 novembre 2011 - Il terrorista internazionale Carlos, conosciuto come lo sciacallo, ha rivendicato di aver organizzato e partecipato a centinaia di attentati che hanno causato tra 1.500 e 2.000 morti.

Carlos Ilich Ramirez Sanchez, 62 anni, che domani sara’ nuovamente processato in Francia, ha ‘confessato’ i suoi crimini in un’intervista al quotidiano venezuelano “El Nacional”.






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Nel museo dove la Grande guerra non è mai finita

La Stampa

Una raccolta unica apre al pubblico alle porte di Parigi



C'è anche una collezione di bombe, di mortaio, di 
ALBERTO MATTIOLI
INVIATO A MEAUX

Chissà se finiranno in tempo. Giovedì scorso, il nuovo museo dedicato alla Prima guerra mondiale, il più grande sulla Grande guerra, era ancora un cantiere. La visita si fa sulla fiducia e sul catalogo, perché si lavora ancora (anche di notte) per finire in tempo per l’11 novembre, l’equivalente francese del nostro 4 (l’AustriaUngheria chiese l’armistizio una settimana prima della Germania), quando sarà Nicolas Sarkozy a tagliare il nastro.

Siamo a Meaux, un’ora di autobus da Parigi, sulla Marna dove i tedeschi vennero fermati due volte: prima nel ‘14 e poi nel ‘18. Le campagne intorno sono disseminate di cimiteri militari e qui dal ‘32 c’è una statua kolossal, per dimensioni ma anche per retorica, offerta dagli Stati Uniti alla Francia per commemorare l’immane macello.

Ai piedi di questa enorme «Liberté eplorée», cioè dolente (ma sempre popputissima), l’architetto Christophe Lab ha costruito un parallelepipedo di 7 mila metri quadrati che, circondato da 120 cedri, si inserisce nelle dolci ondulazioni del paesaggio. Il conto? Ventotto milioni di euro, ma con la partecipazione di una trentina di sponsor, compresa Disneyland Paris che è poco lontana.

Dentro, una collezione di 50 mila pezzi (20 mila oggetti e 30 mila documenti) che ha la sconcertante caratteristica di essere stata raccolta da un uomo solo. Si chiama Jean-Pierre Verney e ha passato la vita ad ammucchiare tutto quello che riguarda la Grande guerra: dalle fotografie alle protesi per i mutilati, dalle uniformi alle scatolette, dalle maschere antigas alle cartoline, dalle armi ai giocattoli (e alle armi giocattolo).

La sua collezione l’aveva proposta a decine di enti pubblici francesi e l’avevano rifiutata tutti. Stava vagliando un’offerta da Boston, quando è entrato in scena JeanFrançois Copé, che non è solo il sindaco di Meaux, ma soprattutto il segretario dell’Ump, il partito di Sarkò, quindi uno degli uomini più potenti di Francia. E’ lui che nel 2005 ha deciso di comprare la raccolta di Verney e di costruirci intorno un museo.

Detto fatto: ci sono due aerei, un carro armato, un taxi della Marna, un carro speciale per i piccioni viaggiatori e una sezione di trincea ricostruita, da una parte i francesi, dall’altra i tedeschi e in mezzo un’angosciosa terra di nessuno.

Il museo ha due pregi: non è né francesecentrico, come si poteva scommettere, né moralista come si poteva temere. Insomma, non descrive la guerra solo dal punto di vista francese e non ne giudica i protagonisti: si limita a raccontarli. Tutti: gli uomini nelle trincee, ma anche le donne che li sostituivano nei campi e nelle officine, i generali e i soldati, la guerra guerreggiata e quella economica. Fu un conflitto dalle radici antiche e dalle conseguenze profonde, tanto che le viviamo ancora.

E fu l’ultima guerra dell’Ottocento e la prima del Novecento, come del resto si vede plasticamente nella meravigliosa collezione di uniformi. Gli eserciti la iniziarono vestiti nelle fogge dell’Ottocento e, i francesi, anche con i suoi colori: «le pantalon rouge, c’est la France!», aveva sentenziato Joffre, quando gli fu fatto notare che forse era il caso di mimetizzare i soldati, e così nel ‘14 la sua fanteria caricò le mitragliatrici tedesche in calzoni rossi e giacca blu, guidata al suono delle trombe da ufficiali in guanti bianchi (risultato: 300 mila morti in cinque mesi).

Nel ‘18, i soldati sono vestiti in tutte le sfumature del fango. Ci siamo ovviamente anche noi con i manichini in grigioverde di un fante, un bersagliere, un ardito e un ufficiale del corpo d’armata spedito a battersi in Francia. Come il mio bisnonno, ingegnere nella vita civile, colonnello del genio nel ‘15-’18, due anni sul Carso e due in Francia.

E qui è il punto. Perché quella guerra resta la «Grande guerra» anche per chi non saprebbe raccontarne né le ragioni, concesso e non dato che ci fossero, né lo svolgimento? Perché non c’è famiglia che non l’abbia vissuta sulla sua pelle e che non ne abbia una memoria magari confusa ma di prima mano.

Questa guerra civile europea fu così feroce, sanguinosa, spaventosa, insensata e traumatica da restare, a un secolo di distanza, una cicatrice indelebile sul corpo dell’Europa e nell’anima dei suoi cittadini.
Chi si lamenta dei diktat di Bruxelles o dei guai dell’euro faccia un salto qui: l’alternativa è molto peggio.




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Esotiche. La ricetta anti-crisi della Camusso Mandare i pensionati ai Caraibi per 7 giorni

Libero


E' la crisi certo. Ma come resistere all’offerta straordinaria di Susanna Camusso? Fino al sette dicembre per soli 1.600 euro alla settimana il segretario della Cgil offre ai suoi pensionati un soggiorno per sentirsi un po’ Berlusconi. Club Holiday Inn di Aruba, Caraibi, davanti alle coste del Venezuela. Spiaggia di Palm Beach, sabbia bianca finissima, “numerosi servizi per il relax come una piscina a zero entry con ingresso digradante, due vasche idromassaggio, una sauna, centro fitness e centro benessere”.

E ancora, “tre ristoranti tematici con cucina italiana, locale ed internazionale, gustosi cocktail che vengono serviti presso i bar piscina”. Nelle vicinanze, spiega la locandina promozionale firmata dal centro servizi Cgil- Etlisind, ci sono a pagamento “un centro diving, un centro benessere,  un casinò esterno e a tre km un campo da golf”. Se si vuole spendere un po’ meno la Cgil offre dal 19 al 24 novembre un viaggetto a New York. Volo da Malpensa, scalo ad Amsterdam e poi da lì diretti nella Grande Mela con Air France. Quattro notti al Four Points by Sheraton Soho Village, proprio al confine fra Soho e Tribeca, i due quartieri più in di New York. Se non si andasse con la Cgil che ha buoni canali promozionali, una notte nella più piccola delle stanze costerebbe 379 euro.

Se invece si preferisce andarsi comunque andarsi a prendere un po’ di sole al mare, ecco che la Camusso agenzia di viaggi ti può portare a Playa del Carmen, uno dei luoghi più esclusivi del Messico per 1.240 euro la settimana fino al 7 dicembre prossimo. Una cinquantina di km dall’aeroporto di Cancun, su una spiaggia fra le più esclusive del paese in un resort quattro stelle superiore come l’Eden Gold International Occidental Allegro. Vicino a un utilissimo campo da golf da 18 buche.


L’agenzia di Milano - Ci sarà la crisi, ma i pensionati della Cgil devono pure avere messo da parte qualche gruzzoletto e devono avere una voglia matta di investirlo in una settimana di piacere in giro per il mondo. Perché dalla crociera sul Nilo agli ultimi tepori di Hammamet o di Monastir, tutte le offerte della Cgil vanno a ruba come il pane anche quando sono offerte online nel portale servizi riservato agli iscritti del sito Internet lombardo del primo sindacato italiano.

Il business turistico lombardo passa tutto attraverso la Etlisind, una sorta di tour operator interno costituito dalla federazione dei pensionati Cgil insieme alla Camera del lavoro di Milano. La sola agenzia di corso di porta Vittoria a Milano ha fatturato nel 2010, anno della grande crisi, 11,3 milioni di euro, cifra di tutto rispetto.

Tanto più se si considera che i pacchetti vacanze extra messi in vendita si appoggiano su altre società di servizi turistici del primo sindacato italiano. Un business interessante, rivolto soprattutto agli iscritti (che a sorpresa anche in periodi così  spendono volentieri per un viaggio) e concatenato con i servizi delle altre società Cgil, dalla “Sacchi e bagagli” di Lecco e Merate, alla Campo dei Fiori tours, ai Viaggi della Mongolfiera.

Tutti in fila
- A guardare offerte e bilanci delle società di turismo della Cgil c’è quasi da pensare che gran parte della pancia del sindacatone della Camusso la pensa più o meno come il Silvio Berlusconi “unfit” di Cannes: ci sarà la crisi, ma certo è difficile vederla fra le pagine dei cataloghi turistici della Cgil. Ed è una sorpresa vedere in fila per comprare pacchetti turistici fuori stagione perfino i poveri pensionati della Camusso, pronti a investire qualche migliaio di euro (due o tre volte la pensione minima) per sentirsi qualche giorno un riccone pronto per la patrimoniale.

Gli amministratori della Etlisind nemmeno sembrano preoccupati per la situazione economica generale. L’unico loro cruccio è stato quello della primavera araba. Mentre la Camusso e gli altri leader battevano le mani alla ventata di libertà, i manager turistici del sindacato temevano di dovere rimborsare troppi viaggi già pagati verso Egitto e Tunisia, mete fra le più gettonate.

“L’azienda”, scrivono sconsolati, “ha dovuto provvedere al rimpatrio dei turisti presso le location dislocate sulle zone calde ed ha dovuto annullare le prenotazioni per il periodo invernale. Tale flusso turistico è stato solo parzialmente riprotetto su altre destinazioni, ma tuttavia la perdita di traffico conseguita avrà influenza negativa sul conto economico dell’esercizio 2011”. Pace, quest’autunno i pensionati Cgil sono stati dirottati ai Caraibi.


di Franco Bechis via al blog
07/11/2011




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Nei distributori automatici di cibo dove di notte si consuma e si spaccia droga

Corriere della sera


Il caso dei locali di via dei Transiti che al buio diventano zona franca. I proprietari: «Da qui ce ne andiamo»


 Entrano, barcollano, si azzuffano. Soprattutto: maneggiano droga. I distributori automatici di cibo e bevande sono, sempre più, frontiera per lo spaccio e il consumo di sostanze stupefacenti. Per la rabbia e l'impotenza dei proprietari. Come uno dei titolari dello spazio occupato dalle macchinette in via dei Transiti 27, tra via Padova e viale Monza, che dice: «Stiamo provvedendo a trovare un'altra location, perché da qui ce ne andiamo, questo è purtroppo chiaro, siamo costretti ad andarcene. Così non possiamo lavorare, ci rimettiamo dei soldi e la situazione non cambia mai». I distributori, come dimostrano le immagini riprese dalle telecamere interne in via dei Transiti 27, nella notte sono perennemente occupati: nessun cliente entrerà mai.


LO SPACCIO DI DROGA - C'è chi scalda una pipetta per fumarsi eroina accucciato contro le macchinette, senza scarpe, con l'aria di chi farà molta fatica a rialzarsi. C'è un ragazzo che estrae da sotto il vestito una sorta di fazzoletto, lo apre, lo richiude, lo rimette via, nascondendolo. Dentro il fazzoletto, è probabile, ci sono grammetti di droga che lui custodisce come un tesoro, sistemandoli in un angolino, aderenti alla pelle e alla maglietta, sperando che sfuggano a un'eventuale perquisizione delle forze dell'ordine. Poi a volte qualcosa non va bene, e due persone si mettono le mani addosso, uno forse armeggia un'arma ¬- un coltellino? Un taglierino? Non si vede bene ¬-, decidono di risolvere una contesa con lo scontro fisico. Ma non bisogna esagerare, non bisogna perder tempo, invadere lo spazio delle macchinette per altre questioni. Vanno preparate le confezioni di sostanze stupefacenti. Seduti, concentrati affinché non si disperda nemmeno un milligrammo.

Andrea Galli
06 novembre 2011(ultima modifica: 07 novembre 2011 09:57)

Dagli anni di Piombo a Ustica Veltroni sa tutti i segreti Allora perché non fa i nomi?

di Andrea Indini -

Veltroni sa tutto: chi sono i mandanti delle stragi del '93, le collusioni con la Banda della Magliana, i mandanti della Strage di Ustica e della morte di Calvi. Ma non fa i nomi. Perché?



"Questo paese è devastato dal dolore... ma non vi danno un po' di dispiacere quei corpi in terra senza più calore?". Così scriveva, anni fa, Franco Battiato in Povera patria.

Non il primo, non l'ultimo. Dai Modena City Ramblers a Francesco Guccini, fino ai meno noti 270 bis. Tutti a cantare le trame d'Italia, tutti a ipotizzare brogliacci, mandanti e cospirazioni che hanno - tragicamente - unito i vertici dello Stato italiano ai bassi fondi della mala, i boss sanguinari della mafia ai grigi 007 dell'intelligence nostrana.

Quanti libri, poi, sono stati scritto. E quanti articoli! E di pentiti, ne sono stati sentiti a iosa. Una sconfinata bibliografie sulle stragi che hanno ammazzato un pezzo d'Italia lasciando a terra Giovanni Falcone prima, Paolo Borsellino poi. Stessa storia per la Banda della Magliana che, negli ultimi anni, è stata annoverata nella mitologia cinematografica grazie a Romanzo Criminale. E la strage di Ustica. E la (strana) morte del "banchiere di Dio", Roberto Calvi. Tanti misteri, tante incognite.
Ma chi l'avrebbe mai detto che sarebbe bastato fare un paio di domande a Walter Veltroni a smascherare criminali e colpevoli? Ci saremmo risparmiati tanto di quell'inchiostro e avremmo assicurato i malfattori alla giustizia. Ma il mistero e il piagnisteo sono troppo cari all'Italia e agli italiani per smettere di parlare di congiure, trame e collusioni tra i Palazzi del potere e il crimine organizzato. Perché una cosa sono i fatti, un'altra la narrazione. Eppure all'ex sindaco di Roma piace un sacco dire e non dire. Così scrive al Corriere della Sera: "Io so che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino non sono stati uccisi dalla mafia". E ancora: "Io so che lo stato, o pezzi di esso, ha collaborato, coperto, deviato".
E ancora: "Io so che l'attentato dell'Addaura fu organizzata da 'menti raffinatissime', che volevano togliere di mezzo quel magistrato scomodo per tutti". E ancora: "io so che qualcuno mandò lì, per salvare Falcone, due ragazzi, due agenti dei servizi leali allo Stato. Si chiamavano Antonino Agostino e Emanuele Piazza". E ancora: "Io so che non è stata stata la mafia ad ucciderli, l'uno massacrato con sua moglie e l'altro sciolto nell'acido, nelle campagne di Capaci".

C'è dell'altro? "Io so Scarantino ed altri soino accusati di aver assassinato Borsellino e che per questo hanno fatto quasi vent'anni di carcere. Ma non è vero, non sono stati loro". E ancora: "Io so che pezzi dello Stato hanno costruito una falsa verità sull'assassinio di Borsellino e che hanno guidato i falsi pentito nelle loro bugie".Dagli attentati del '93 alla Banda della Magliana, dalla strage di Ustica agli anni di Piombo, l'onniscente Veltroni ripercorre la storia del Secolo lungo.
"So per la breve esperienza di due anni che ho avuto al governo, che non ci sono cassetti da aprire che non siano già stati svuotati - scrive ancora l'ex candidato premier del Partito democratico - so che a chi governa, e lo accetta, è richieesta una cieca continuità". E' la storia di un Paese fondato su una classe dirigente collusa e colpevole. E' la storia di una certa sinistra che presta più fede ai pentiti (chiunque sia) che ai fatti. E' la storia di un'Italia in cui chiunque dia fiato alla bocca viene preso sempre sul serio. Veltroni attacca le mafie che, complice la crisi economica, "stanno conquistando pezzi di Paese" e "comprano politici e funzionari". Oggi come ieri, insomma. "L'Italia, questo Paese meraviglioso e sfortunato, ha bisogno di ritrovarsi e di colmare i buchi neri della sua storia recente". E per farlo, va da sé, c'è bisogno di un nuovo governo.

Non fa nomi, Veltroni. Lancia solo una grande accusa a quell'apparato para statale colluso. Chi sono i colpevoli? Nemmeno "Io so che..." lo sa. O, per lo meno, non lo dice. Eppure di chiacchiere ne abbiamo sentite fin troppe, ci vorrebbe un po' di verità. O di silenzio.




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Svolta nel delitto Pasolini: c'è un terzo Dna

Quotidiano.net

Le tracce non apparterrebbero né allo scrittore né a Pelosi

Lo rivela il Messaggero. Se confermata sarebbe una prova scientifica di una tesi già affiorata nel corso del processo e per anni sostenuta dai difensori de “la rana”


 Ci sarebbe una svolta nel delitto di Pier Paolo Pasolini, ucciso 36 anni fa all’idroscalo di Ostia: lo rivela il quotidinao Il Messaggero secondo cui i risultati del Ris avrebbero trovato tracce di dna di un terzo uomo nelle tavolette trovate sul posto e usate per colpire lo scrittore e dagli indumenti.

 Tracce che non apparterrebbero né a Pasolini né a Pino Pelosi. Sarebbero questi gli esiti delle analisi sui reperti conservati nel museo di criminologia di via Giulia, risultati di cui si attende la relazione finale e che sarebbero stati tenuti segreti dagli inquirenti. Se confermata sarebbe una prova scientifica di una tesi già affiorata nel corso del processo e per anni sostenuta dai difensori de “la rana”.

Il pm Francesco Minisci, che ha disposto il riesame dei reperti, sarebbe ora pronto - secondo quanto riporta il Messaggero - ad ascoltare nuovi testimoni per confrontare i risultati delle prove scientifiche.




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Fini ancora all'attacco: il Cav vada in panchina


Alla convention del Terzo Polo, Fini, Rutelli, Casini e Pisanu chiedono all'unisono un passo indietro del presidente del Consiglio. E propongo la solita ricetta: un governo di unità nazionale per il bene del Paese. Il presidente della Camera: "Il Cav vada in panchina"


Rutelli, Casini, ma anche Pisanu, alla convention del Terzo Polo, espongono la loro ricetta per il Paese. Naturalmente è presente anche il presidente della Camera, nonché leader di Fli.

Tutti all'unisono chiedono un passo indietro del Cavaliere.
"Berlusconi faccia un passo di lato se non gli piace che si dica un passo indietro. Anche i grandi campioni finiscono in panchina se l'esigenza della squadra é un'altra e l'esigenza della squadra-Italia é quella di un nuovo premier", ha sentenziato Gianfranco Fini, intervenendo alla convention "Con il Terzo polo per rifare l'Italia", organizzata dall'Udc al Salone delle Fontane a Roma.
"Anche se alla Camera - ha ipotizzato Fini - il governo ce la fa per un voto, magari per un ripensamento dell’ultima ora, cosa accadrebbe il giorno dopo? Faccio un appello a Berlusconi e agli uomini del Pdl: si può governare un paese così complesso appesi ad un voto? Come si può riconquistare la credibilità se si è perennemente costretti a passare sotto il giogo della fragilità numerica e politica della maggioranza.

Non si è credibili se si vince per un voto, si continua non a governare ma a vivacchiare. Spiace constatare che Berlusconi è totalmente avulso dalla realtà. Resta a palazzo Chigi con il pallottoliere alla ricerca di pecorelle da riportare all’ovile".
Sulla stessa linea il discorso del leader dell'Api, Francesco Rutelli: "L’Italia oggi nel suo versante di sinistra ha solo la prospettiva di buttare giù Berlusconi ma non ne ha una per garantire una pace sociale e lo sviluppo economico, con un equilibrio nelle strategie e nelle misure di riforma". Invece, a detta di Rutelli, questa prospettiva il Terzo Polo ce l'ha.

E si chiama governo di unità nazionale. Ed è lo stesso che invoca anche Beppe Pisanu, secondo il quale: "Nessun normale governo di centrodestra o centrosinistra sarebbe in grado di reggere il peso tremendo della crisi e gettare le basi per un futuro migliore. C'è bisogno di tutti. E un governo di unità nazionale è diventato quasi una scelta obbligata e prima ancora un dovere verso tutti gli italiani".
"L’Italia di oggi sta male, rischia di finir peggio. Il paradigma italiano non sono i ristoranti affollati, ma le mense della Caritas che si riempiono di nuovi poveri. L’umiliazione internazionale non ha precedenti nella storia della Repubblica e l’ostilità crescente dei mercati ce la siamo creata noi con i nostri errori di politica economica", ha continuato il senatore del Pdl Pisanu, respingendo ogni accusa di tradimento.

"Coloro che nel Pdl vedono queste cose e le denunciano e chiedono di cambiarle non sono dei traditori, ma dei traditi - ha tuonato Pisanu - Come tanti di loro sono persuaso che l’Italia ha tutte le risorse necessarie per superare la crisi e recuperare il posto che le spetta nell’Italia e nel mondo".
"Non parlo a nome dei malpancisti del Pdl, anche perché il termine non mi piace - ha aggiunto Pisanu - Ho mal di testa e mal di cuore per la situazione del nostro Paese".




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Bignami: dieci domande all'universo

La Stampa
Piero Bianucci


Fabrizio Bignami
Fabrizio Bignami

Fino a Galileo abbiamo potuto guardare l’universo solo a occhio nudo. Oggi abbiamo telescopi 10 milioni di volte più potenti dell’occhio umano. “Ma la sensibilità a catturare segnali radio è aumentata diecimila volte di più di quanto non sia aumentata la sensibilità dell’astronomia ottica nei 400 anni trascorsi dal telescopio di Galileo a oggi”.

Il sorprendente primato della radioastronomia è uno dei tanti dati poco divulgati che incontriamo in “Che cosa resta da scoprire”, l’ultimo libro di Giovanni Fabrizio Bignami (foto), neopresidente dell’Istituto nazionale di astrofisica. Un altro riguarda la preziosa spazzatura che abbiamo sparso nel sistema solare. Sono 213 tonnellate: in buona parte residuati delle missioni Apollo sulla Luna, ai quali bisogna aggiungere 22 tonnellate di vecchie navicelle spaziali su Venere, 8,5 su Marte, 2,5 su Giove, 350 kg su Titano (il maggiore dei satelliti di Saturno), alcuni quintali sull’asteroide Eros e sulla cometa Tempel.

Curioso è anche il modo con cui Bignami ci dà un’idea dell’estremamente grande e dell’estremamente piccolo: “Raddoppiando per 90 volte un foglio A4, incredibile ma vero, si raggiungono le dimensioni dell’universo a noi accessibile, circa 14 miliardi di anni luce, 10 alla 26 metri. Viceversa, tagliando a metà lo stesso foglio A4 e ripetendo l’operazione 114 volte si arriva alla lunghezza di Planck, 10 alla meno 35 metri.”

Ancora: il volume dell’universo equivale a 3,5 per 10 alla 71 chilometri cubi, ma che cosa c’è in tutto questo spazio? Secondo i calcoli più aggiornati, il 4 per cento è materia che emette luce e che conosciamo, il 26 per cento materia oscura in gran parte esotica e il 70 per cento una ancora più misteriosa “energia oscura”. Una quantità enorme. Eppure, ci spiega Bignami, “l’energia oscura contenuta in un chilometro cubo di spazio corrisponde all’energia consumata da una lampadina da 60 watt in un centesimo di secondo”. Ciò significa che “la quantità totale di energia oscura equivale a 10 alla 52 lampadine sempre accese in cielo, dall’inizio dell’universo.”

Di solito i libri di divulgazione scientifica si occupano di ciò che sappiamo. Ma Giovanni Fabrizio Bignami capovolge il punto di vista. Pur fornendo un quadro preciso delle attuali conoscenze in astronomia, astronautica, energetica, biologia, genetica, neuroscienze, nanotech, informatica e matematica, in questo libro concentra l’attenzione su ciò che ancora ci sfugge e cerca di valutare si possano trovare le risposte entro un anno-simbolo, quel 2062 che vedrà il ritorno della cometa di Halley. Per questo “Cosa resta da scoprire” (Mondadori, 180 pagine, 17,50 euro) è un libro originale e di piacevole lettura. Si sa, le domande sono sempre più suggestive delle risposte, e in più, come bonus, ogni pagina è percorsa da una vena di humour.

Oggi le grandi domande dell’astrofisica riguardano materia ed energia oscure: ne abbiamo già accennato, quindi non ci soffermeremo su di esse, né – in esobiologia – sulla caccia a un pianeta di tipo terrestre, magari abitato da esseri intelligenti. Facciamo un cenno, invece, ai tentativi di scoprire l’origine della vita.

Chi è fermo allo storico esperimento di Stanley Miller (1953) dal quale scaturirono alcuni amminoacidi (i mattoni delle proteine, che a loro volta formano ogni organismo vivente) apprenderà gli straordinari progressi che in California stanno facendo i ricercatori della Scripps Institution of Oceanography. Qui hanno provato a costruire piccoli frammenti di RNA, la molecola “messaggera” che, prendendo “ordini” dai geni contenuti nel DNA, costruisce proteine. Incredibile ma vero, questi frammenti hanno dimostrato la capacità di ingrandirsi e replicarsi, per di più mostrando segni di evoluzione verso frammenti sempre più adatti ad auto-perpetuarsi. E’ difficile dire se si tratta di vita autentica. Probabilmente no, siamo ancora in chimica, non in biologia. Ma certo il risultato è già straordinario e offre un modello convincente di come più di tre miliardi e mezzo di anni fa la vita può aver fatto la sua comparsa sulla Terra primordiale.

Come nel caso dell’origine della vita, il lettore troverà nel libro di Bignami gli ultimi sviluppi di ogni disciplina scientifica, perché è di lì che si deve partire per andare verso l’ignoto. Quindi in tema di energia si parla di reattori ibridi fusione-fissione e di geotermia profonda; la genetica lascia il campo all’epigenetica, la scienza che nei prossimi anni ci dirà come l’ambiente accenda e spenga i nostri geni; in matematica, dopo che il russo Perelman ha dimostrato la congettura di Poincaré, Bignami lancia la sfida dell’equazione di Navier-Stokes per descrivere il moto dei fluidi, dell’ipotesi di Riemann e dell’ipotesi di Goldbach-Eulero.

L’epilogo è di quelli ad effetto: elenca le “dieci scoperte che cambieranno tutto”. Ma la scoperta a cui non pensereste mai è la “carnicoltura”, cioè la fabbrica delle bistecche allo stato puro, la carne che cresce senza l’animale in un mondo che non ha più bisogno di macelli e macellai. Sarebbe davvero un grande progresso. Contro la fame e verso la civiltà.




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Come fare testamento

La Stampa


Il testamento è definito dall’art. 587 del codice civile come l’atto col quale una persona dispone, per il tempo in cui avrà cessato di vivere, di tutte o di parte delle proprie sostanze; infatti, contrariamente a quanto previsto dal diritto romano (nel quale trovava applicazione il principio nemo pro parte testatus pro parte intestatus decedere potest, ossia nessuno può morire avendo fatto testamento soltanto per una parte dei propri beni, per cui se il testamento prevedeva un solo erede, e per una parte dei beni, questi ereditava l’intero patrimonio), il nostro ordinamento prevede che si possa disporre, attraverso questo atto di ultima volontà, soltanto di una parte del patrimonio, lasciando alla successione legittima la destinazione dei beni non compresi nel testamento.

L’esistenza o meno di un patrimonio nella disponibilità del de cuius (dall’espressione latina de cuius ereditate agitur, ossia colui della cui eredità si tratta) non incide sulla validità del testamento, poiché questa condizione non è prescritta da alcuna norma di legge; peraltro, di tale patrimonio possono far parte non solo i beni che appartengono al testatore al momento della morte, ma anche l’eventuale diritto di veder riconosciuta la proprietà su beni che apparentemente appartengono ad altri; nel qual caso l’erede istituito è legittimato a proporre tutte le azioni che avrebbe potuto iniziare il suo dante causa per conseguire la proprietà contestata, nonché a coltivare tutte le azioni che quest’ultimo aveva già proposto (Cassazione 19/3/2001, n. 3939).

Non è detto poi che il testamento abbia sempre, in tutto o in parte, contenuto patrimoniale; esso, infatti, può avere contenuti di altro tipo: si pensi al riconoscimento di un figlio naturale, alla riabilitazione di un indegno, alla formulazione di princìpi morali (cosiddetto testamento spirituale). S’inquadra in questo ambito il testamento biologico (living will secondo la terminologia del diritto statunitense, dal quale è stato mutuato), attualmente allo studio del legislatore, che è quello contenente le disposizioni del testatore sull’attuazione o meno dell’accanimento terapeutico qualora dovesse perdere conoscenza a causa di un male incurabile; esso dev’essere controfirmato da un medico e ha una scadenza prefissata, rinnovabile.

Sempre in questa ottica rientrano lo ius eligendi sepulcrum e le disposizioni in materia di cremazione e dispersione delle ceneri. Lo ius eligendi sepulcrum è il diritto, riconosciuto alla persona, di scegliere le modalità e il luogo della propria sepoltura. La volontà può essere espressa sia in modo formale (appunto attraverso il testamento, giovandosi della possibilità offerta da secondo comma art. 587 c.c.), sia in modo informale: per esempio conferendo mandato a un prossimo congiunto (cosiddetto mandato post mortem exequendum, ossia da eseguire dopo la morte del mandante), come previsto da Cass. 23/5/2006, n. 12143.

Quanto alle disposizioni in materia di cremazione e dispersione delle ceneri, esse non hanno effetto se i familiari presentano una dichiarazione autografa del defunto contraria alla cremazione, fatta in data successiva a quella della disposizione testamentaria (art. 3 L. 30/3/2001, n. 130).

Il testamento è un atto strettamente personale, nel senso che non ammette quel diffuso istituto giuridico che è la rappresentanza: non si può, quindi, delegarne i contenuti ad altra persona. E’, inoltre, solenne, poiché dev’essere redatto seguendo le forme rigorosamente stabilite dalla legge, diverse, come vedremo, a seconda del tipo di testamento. Infine è revocabile, dal momento che il de cuius può, fino all’ultimo, annullare in tutto o in parte le disposizioni contenute in un precedente testamento, parlandosi rispettivamente di revoca totale e di revoca parziale.

La revoca del testamento può inoltre essere espressa (ossia manifestata con apposita dichiarazione del testatore contenuta in un nuovo testamento o in un atto ricevuto da notaio in presenza di due testimoni, art. 680 c.c.) e tacita, vale a dire tradotta in atti incompatibili con una precedente disposizione testamentaria, atti che la legge indica nel testamento posteriore (art. 682 c.c.), nella distruzione del testamento olografo (art. 684 c.c.), nel ritiro del testamento segreto olografico (art. 684 c.c.), nel ritiro del testamento segreto (art. 685 c.c.) e nell’alienazione o nella trasformazione della cosa legata (art. 686 c.c.); quest’ultima forma di revoca tacita del testamento si riferisce, però, alle sole disposizioni a titolo particolare e non a quelle a titolo universale, che non sono assoggettabili a revoca con tale mezzo (Cass. 26/11/1987, n. 8780).

Se il de cuius aveva redatto il testamento in duplice copia, il fatto che ne abbia distrutta una non equivale a revoca del testamento (Cass. 28/12/2009, n. 27395). L’alienazione della cosa legata posta in essere dal testatore in stato d’incapacità naturale non comporta revoca del legato (App. Catanzaro 5/7/1986); legato che non si considera revocato tacitamente per incompatibilità col testamento posteriore neppure nel caso in cui il testatore, avendo disposto dei propri beni a favore dei suoi cugini, nominandoli eredi universali in parti uguali, abbia, con precedente testamento, attribuito un legato a favore di un terzo (Trib. Aosta 2/6/1980).

Il citato art. 684 c.c. precisa che il testamento olografo distrutto, lacerato o cancellato, in tutto o in parte, si considera revocato in tutto o in parte, a meno che non si provi che fu distrutto, lacerato o cancellato da persona diversa dal testatore, o che il testatore non ebbe l’intenzione di revocarlo.

Sempre in fatto di revoca tacita, segnatamente con riferimento al caso in cui fra le disposizioni contenute nel testamento successivo e quelle ospitate nel testamento precedente vi sia incompatibilità, questa (Cass. 2/11/1983, n. 6745) può essere oggettiva o intenzionale. Sussiste incompatibilità oggettiva quando, indipendentemente da un intento di revoca, sia materialmente impossibile dare contemporanea esecuzione alle disposizioni contenute nel testamento precedente ed a quelle contenute nel testamento successivo; si ha invece incompatibilità intenzionale quando, esclusa tale materiale inconciliabilità di disposizioni, dal contenuto del testamento successivo è dato ragionevolmente desumere che la volontà del testatore è nel senso di revocare, in tutto o in parte, il testamento precedente, e dal raffronto del complesso delle disposizioni o di singole disposizioni contenute nei due atti è dato risalire ad un atteggiamento della volontà del de cuius incompatibile con quello che risultava dal precedente testamento.

In particolare, il testamento posteriore che non revochi in modo espresso quelli eventualmente redatti in precedenza annulla, di questi, soltanto le disposizioni che siano con esso incompatibili (Cass. 20/8/2002, n. 12285); pertanto, se si vuole annullare completamente un precedente testamento, questa volontà dev’essere indicata nel testamento successivo in modo chiaro, inequivocabile. Se invece il testamento olografo, che revoca altro testamento olografo, viene poi revocato, riacquista valore ed efficacia il testamento originario (Cass. 7/2/1993, n. 3196).

Qualora, poi, la revoca del testamento sia inserita in un testamento posteriore contenente anche disposizioni attributive, non è sufficiente la successiva, generica revoca di quest’ultimo affinché possa ritenersi revocata anche la revoca in esso contenuta, essendo dubbio, in tal caso, se l’intenzione del revocante sia stata quella di rimanere intestato oppure quella di far rivivere le primitive disposizioni; si deve quindi accertare, attraverso una rigorosa interpretazione delle espressioni usate nell’atto, senza il sussidio di elementi estrinseci, se la dichiarazione di revoca del testamento investa espressamente, o meno, anche la clausola revocatoria in esso racchiusa, con l’avvertimento che, nel dubbio, deve propendersi per la soluzione negativa e ritenersi inapplicabile il disposto dell’art. 681 c.c. (Cass. 3/5/1997, n. 3875), il quale dispone che la revoca totale o parziale di un testamento può essere a sua volta revocata, col risultato di far rivivere le disposizioni revocate. Il rinvenimento del testamento tra le carte di rifiuto non è motivo per dedurne la sua intervenuta revoca (Tribunale di Viterbo 14/4/1987).

In due casi il testamento (ma lo stesso dicasi del legato) è revocato di diritto (art. 687 c.c.): quando le disposizioni provengano da chi, al tempo del testamento, non aveva o ignorava di avere figli o discendenti, e si accerta l’esistenza o la sopravvenienza di un figlio o discendente legittimo del testatore, anche se postumo, legittimato o adottivo, oppure viene riconosciuto un figlio naturale (questa regola non si applica se il testatore aveva previsto, e disposto di conseguenza, questa situazione). Ai fini della revoca di diritto delle disposizioni testamentarie, la dichiarazione giudiziale di paternità, ha precisato la Cassazione con sentenza n. 1935 del 9/3/1996, va equiparata al riconoscimento volontario del figlio naturale.



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Bloccati a 4.000 metri da 5 giorni Poche speranze, accuse sui soccorsi

Corriere della sera

L'intervento, tempo proibitivo: impossibile sia salire in vetta a piedi sia utilizzare gli elicotteri


È un episodio destinato a sollevare lunghe polemiche quello che si sta consumando in questi giorni sul Monte Bianco. Ma per ora l'imperativo è di riportare a valle i due scalatori bloccati ormai da cinque giorni a oltre quattromila metri sotto la vetta delle Grandes Jorasses.

Tutto è cominciato martedì 1 novembre, quando Olivier Sourzac, 47 anni, di Sallanches, guida alpina e istruttore dell'Ecole Nationale de Ski et d'Alpinisme (Ensa) di Chamonix, insieme alla cliente, Charlotte De Metz di 44 anni, di Fontainebleau, ha deciso di partire per scalare la via del Linceul sulla temibile parete Nord delle Jorasses.

Si tratta di un itinerario valutato TD inferiore nella scala delle difficoltà, con passaggi di ghiaccio fino a 80° e un'uscita di misto sulla cresta des Hirondelles. La via è lunga circa 750 metri, ma per arrivare in vetta ne restano da percorrere altri 250 su terreno più facile. In complesso una grande ascensione in quota, non estrema, ma su una delle più severe pareti del Monte Bianco.

I due partono anche se i servizi meteo di tutta Europa annunciano da giorni un'imponente perturbazione, certamente la più pesante dell'estate e dell'autunno. Contano di superare la via in velocità e di uscire in vetta prima che si scateni il finimondo. Per fare questo è presumibile che abbiano scelto un equipaggiamento leggero, in modo da non essere appesantiti dall'attrezzatura. Purtroppo qualcosa non deve avere funzionato già durante la salita, se la guida chiede aiuto mentre ancora si trovano sul Linceul, un ripido nevaio appeso alla parete che ha dato alla via il suo sinistro nome (in francese significa «lenzuolo funebre»).

Certo non riescono a uscire in vetta in giornata, bivaccano in parete e quando raggiungono la cima delle Jorasses nella giornata di giovedì il maltempo è scatenato. La cliente è molto provata e, dopo un primo tentativo di discesa, la guida rinuncia a causa della pericolosità del manto di neve fresca che si è ormai accumulato. La via normale della montagna non è particolarmente difficile, ma con molta neve si trasforma in una trappola. Sono le ultime notizie che Sourzac riesce a comunicare prima che la batteria del cellulare si esaurisca.

Viene lanciato l'allarme, ma il maltempo impedisce agli elicotteri del Soccorso alpino italiano di levarsi. Nel frattempo un gruppo di guide francesi condotte dal fratello di Sourzac, guida pure lui, decide di raggiungere il rifugio Boccalatte per tentare un soccorso dal basso, ma ben presto deve rinunciare. Alessandro Cortinovis, capo del soccorso valdostano, ha escluso subito la possibilità di salire a piedi. Il rischio delle valanghe è altissimo.

E poi, come si può scendere con due persone stremate? La vicenda rischierebbe di aggravarsi ulteriormente, con otto alpinisti da soccorrere invece di due. In queste condizioni o si va in elicottero o si sta fermi. Tra i soccorritori a Courmayeur c'è irritazione per la diffidenza dei colleghi di Chamonix. L'elicottero italiano riprova per due volte in occasione di una schiarita, ma non riesce a superare i 3.000 metri di quota. Stessa sorte tocca all'elicottero francese.

Al momento i due scalatori hanno trascorso cinque notti all'addiaccio con temperature di 25° sotto zero: una prova durissima anche scavando una truna nella neve. Negli annali dell'alpinismo non mancano casi di sopravvivenza in condizioni estreme. Nel 1961 sul Pilone di Freney, sempre al Bianco, solo tre dei sette componenti della cordata che stava tentando la prima ascensione del sesto grado più alto d'Europa riuscirono a sopravvivere al maltempo, alle basse temperature, alla fatica.

Fra loro Walter Bonatti. Dieci anni dopo proprio sulla parete Nord delle Grandes Jorasses e sempre in inverno, mentre tentava di aprire una nuova via insieme a Serge Gousseault, anche René Desmaison venne colto dal maltempo. Dopo dodici giorni di lotta in parete, la cordata rimase bloccata a ottanta metri dalla cima a causa della morte di Gousseault. Desmaison resistette altri tre giorni, fino a che venne recuperato con una delicatissima operazione di salvataggio.

Nella centrale operativa di Aosta gli uomini del Soccorso Alpino consultano senza sosta i bollettini. La prima finestra potrebbe aprirsi martedì pomeriggio o mercoledì mattina. Sperando che non sia troppo tardi.


Franco Brevini
(ha collaborato Enrico Marcoz)

07 novembre 2011 09:39



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Il mestiere dello scrittore

La Stampa

Giuseppe Granieri






Qualche tempo fa, durante il suo intervento ad una conferenza, Richard Nash raccontò che secondo una ricerca ci sono circa sessanta milioni di americani che hanno in programma di scrivere un libro. Il numero lo ricordo a memoria ma, milione più milione meno, siamo su questi ordini di grandezza.

Si tratta di un dato che ha un certo interesse se lo colleghiamo a quanto stiamo vedendo accadere nel mondo dell'editoria. Quello che sappiamo è che ci sono diverse tendenze in atto e la prima -irreversibile- è che i costi di pubblicazione tendono a zero (non «diventano» zero, ma sono affrontabili oggi con facilità da ogni individuo). La seconda di queste tendenze è che la distribuzione, la cui efficacia prima era ciò che distingueva un medio o grande editore da tutti gli altri, oggi ha le barriere di accesso completamente azzerate. E grandi editori corrono alla pari con singoli autori.

A queste due tendenze già in fase avanzata si aggiungono altri processi di cambiamento che con il tempo arriveranno al tipping point, al punto in cui l'equilibrio si modifica definitivamente. Innanzitutto le vendite di libri si sposteranno in maniera molto significativa verso il digitale. Lo spazio sugli scaffali delle librerie tenderà a ridursi (e si tratta di uno dei principali metodi con cui i lettori scelgono cosa leggere dopo) quindi il maggior volume di vendita avverrà online. Sia per il sempre più residuale fatturato della carta, sia per gli ebook. Anche questi processi, sebbene nel quotidiano ci sembrino lenti, sono velocissimi.

Se mettiamo insieme tutte queste considerazioni e proviamo ad immaginare come sarà il mondo «dopo» (un tempo comunque storicamente molto breve, quindi vicino), abbiamo uno scenario interessante per capire come è destinato a cambiare il mestiere dell'autore.

Nel mondo anglofono abbiamo già diversi segnali importanti. Sta sfumando completamente il diaframma che culturalmente separava gli «scrittori veri» da quelli che non avevano pubblicato. La concorrenza per ottenere un po' di attenzione sui libri è diventata ferocissima. Su Twitter, che è uno dei canali più utilizzati nel mondo editoriale, si trovano migliaia di profili di autori, più o meno indie. In moltissimi casi basta cliccare sul pulsante «segui» per ricevere messaggi -automatici o no- che ti invitano a comprare il loro libro. Passive Voice riporta un caso che può essere un buon esempio: uno di questi autori chiede ai suoi follower di metter un like sulla pagina di Amazon. E non è certo un caso isolato.

Si tratta dei metodi più ingenui. La comunità del self-publishing lavora come una comunità di pratiche, condivide dati, buone prassi, consigli e suggerimenti. L'evidenza già dimostra che nel modello digitale, in cui la visibilità di un libro è quella ottenuta attraverso link ed algoritmi, una buona parte del successo di un libro dipende dal lavoro dell'autore, dalla sua capacità di essere riconoscibile online e di far muovere interesse sulle proprie opere.

Il set di consigli base è già completamente codificato: ottenere visibilità sulle reti dei propri contatti (ad esempio con dei guest post, in Italia ancora poco diffusi), ampliare e mantenere interessata la fanbase (con un buon blog regolarmente aggiornato, con un buon lavoro sui social network), eccetera.

Ma questa nuova frontiera, spostata sempre più avanti dalle tecniche aggressive degli autori indie, è diventata oggi un requisito di base anche delle richieste e delle preferenze di agenti ed editori. Tra i consigli per gli «autori in cerca di editore» guadagna popolarità il suggerimento di cercare un editore in grado di supportare il lavoro di marketing online dell'autore.

Gli agenti fanno sempre più spesso «scuola» agli autori affinchè capiscano come funziona questo mondo. Rachelle Gardner, per esempio, dedica post periodici alla costruzione della platform, ovvero di questo sistema di visibilità e manutenzione della rete di lettori. E dice: «Hai già inziato a farlo? Se non hai inziato, cosa aspetti?».

Altrove si tenta di definire cosa sia una platform, quali debbano essere le strategie di marketing. Eccetera.

Siamo ancora nella prima infanzia di un mercato editoriale in cui il numero di libri disponibili sarà enorme rispetto a quello già apparentemente enorme di oggi. La lotta per la visibilità sarà sempre più aggressiva e difficile da sostenere. E i primi ad impararlo sono gli editori, che già oggi hanno chiara la necessità di lavorare con autori che abbiano una buona platform.
Ma questo lavoro di costruzione e mantenimento, per gli autori, è molto impegnativo. Da un lato richiede talento e carisma, oltre ad un set di competenze nuove che vanno acquisite e interiorizzate. Dall'altro lato è un'attività che consuma molto tempo ed energie.

Ma è sempre più parte del mestiere dello scrittore: un mestiere che nel digitale non finisce una volta chiuso il libro, diventa continuo, quotidiano, permanente. Ed è un mestiere che già oggi fa la differenza: la settimana scorsa il Wall Street Journal ha elaborato la prima classifica dei libri più venduti integrando anche i dati degli ebook. E per la prima volta -oltre che nelle classifiche di Amazon e degli store- gli autori indie sono entrati con forza nelle liste ufficiali dei bestseller.

Certo, le dinamiche del mercato digitale sono differenti e cambiano i risultati. Per un autore esordiente, la costruzione di una platform è probabilmente il passaggio naturale. Per pochi autori, quella manciata di nomi i cui libri generano aspettativa ancora prima di uscire (da Stephen King a James Patterson, per avere un'idea) è irrilevante rispetto alla visibilità che si ottiene con i passaggi in televisione e il rumore che si genera sui media di massa.

Ma la platform diventa sempre più strategica per tutti gli altri, i midlist writers, gli scrittori di buona notorietà che hanno già pubblicato qualche libro e che vogliono continuare con il loro lavoro creativo. Anche qui lo scenario è destinato a cambiare in fretta. Michael Stackpole, autore che può vantare di aver avuto libri nella bestseller list del New York Times, dice «Ok, io sono un midlist writer», ma c'è un problema: «questa etichetta è un'etichetta dell'editoria tradizionale. Nel digitale tutto cambia». Il post, che è una buona riflessione di partenza, si intitola: The New Midlist Writers.

Ancora una volta, in Italia queste cose si vedono accadere poco. Ma quello che si osserva nel mondo di lingua inglese è che -come recita un mantra diffuso- per vendere serve un buon libro, ma i buoni libri per vendere hanno bisogno di visibilità.

E i risultati di vendita stanno cambiando la logica dei bestseller (a volte con titoli vecchi che in digitale hanno riacquistato nuova vita) e stanno modificando i parametri con cui si arriva al successo, e quelli con cui gli editori scelgono cosa pubblicare.

Anche questa sarà una sfida interessante. Nei prossimi anni vedremo anche qui da noi una nuova generazione di autori farsi avanti con regole diverse. E personalmente, se devo fare congetture, sono convinto che sia una buona cosa per i lettori, perchè potrebbero aumentare la probabilità di un incontro con i libri destinati ad appassionarli.


Immagine: Young Girl Learning to Write




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Giallo di Garlasco Alberto alla sbarra dopo l'assoluzione

La Stampa

GIOVANNA TRINCHELLA

Domani a Milano comincia il processo d'appello.Il pg: il fidanzato di Chiara un freddo assassino




Alberto Stasi è accusato di aver ucciso Chiara Poggi

Chi ha ucciso Chiara Poggi? A quattro anni dal massacro di Garlasco, 13 agosto 2007, non si sa ancora chi sia l'assassino. C'è un imputato assolto in primo grado che a quasi due anni da quella sentenza martedì si presenterà davanti ai giudici della II corte d'Assise di Milano per essere processato. E' Alberto Stasi, fidanzato della vittima, che sarà in aula domani come i genitori della studentessa. Nel mezzo la pubblica accusa, sostenuta dal sostituto procuratore generale Laura Barbaini, la parte civile, la difesa del bocconiano chiusa nel silenzio da giorni.

Il pg non crede all'innocenza di Stasi, «freddo e calcolato autore dell'omicidio», come aveva fatto il giudice per l'udienza preliminare di Vigevano Stefano Vitelli e ha chiesto tre nuove perizie nei motivi d'appello: la prima per valutare «tutti i possibili percorsi» compiuti dal giovane nella villetta dove scoprì il corpo martoriato Chiara; la seconda sulle suole delle scarpe da ginnastica indossate dal giovane per valutare la loro capacità di «trattenere tracce ematiche»; infine una perizia sul computer di Stasi e sull'apertura dei file la sera prima dell'omicidio.

L'accusa chiederà anche di sentire in aula la registrazione della telefonata con cui il ragazzo chiamò il 118 per dare l'allarme; Alberto disse che c'era «una persona» nella villetta senza dire che a giacere in una pozza di sangue c'era la sua fidanzata con cui la sera prima aveva passato la serata e mangiato una pizza. L'accusa chiederà quindi la condanna – in primo grado il pm Rosa Muscio aveva invocato trenta anni – sostenendo i «vizi di illogicità» delle motivazioni del gup e puntando anche sul fatto che la sentenza di primo grado «non valorizza il dato nuovo della totale assenza di alibi» di Stasi mentre Chiara moriva.

Il pg ritiene che «la sentenza si sviluppa in modo parziale, soffermandosi sulla dimostrazione degli errori degli inquirenti, dimenticandosi di dover dedicare altrettanta attenzione alla parte ricostruttiva» e che «ignora e non analizza le modalità della grave e violenta aggressione, dimostrando di voler prescindere dalla considerazione delle stesse».

Sotto accusa l'atteggiamento di Alberto la mattina del delitto: non si sarebbe comportato secondo «criteri logici di condotta allorché per ben otto volte nel giro di poche ore, chiama intensamente Chiara sul cellulare e sul numero fisso di casa, senza ricevere risposta» restando però inattivo; anzi «è del tutto conforme, sul piano della logica coerenza, che il freddo e calcolato autore dell'omicidio ... scelga deliberatamente di effettuare otto telefonate, senza spostarsi in quanto deve costruirsi l'alibi della permanenza in casa, e scelga deliberatamente di far apparire di essere in grado di lavorare al computer nonostante l'efferato omicidio».

Quanto al movente, il sostituto procuratore generale sostiene sia da individuare nel timore di Stasi di vedere divulgata la sua «propensione maniacale per la pornografia» e, in particolare, che ne venissero a conoscenza i genitori di Chiara. La taciturna difesa di Stasi, presieduta dal professor Angelo Giarda, ha depositato una memoria per controbattere punto per punto ai motivi d'appello dell'accusa. In aula si annuncia una nuova battaglia.




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Twitter osservato speciale della Cia

Corriere della sera

Cinque milioni di messaggi al giorno, da tutto il mondo, passati al setaccio dagli 007


 Si definiscono, con un tocco di autoironia, «ninja da biblioteca». Tipi un po' speciali «capaci di trovare cose che gli altri neppure sanno che esistano». Sono gli analisti della Cia che esplorano i social network , da Facebook a Twitter, alla ricerca di informazioni e sensazioni. In un edificio di mattoni a McLean (Virginia), l'intelligence statunitense ha raccolto centinaia di esperti nelle lingue più disparate (arabo, pashtun, cinese nelle sue varie versioni) che leggono quello che scrive l'uomo della strada e l'attivista.

Cercano di cogliere l'umore dei giovani, di capire se da qualche parte in Cina sta covando una rivolta - lo pensano in questi giorni molti esperti di economia - o se i fermenti in una città del Paese X sono l'avanguardia di una rivolta che infiammerà un'intera regione. E' una professione aggiornata di quella raccontata nel bellissimo film «I tre giorni del Condor», con Robert Redford nel ruolo di un «lettore» di libri e riviste che finisce al centro di un complotto perché si accorge di qualcosa di sinistro nel Golfo Persico.

Chi lavora all'Open Source Center - questo il nome dell'agenzia federale - si sciroppa ogni giorno una montagna di informazioni. Il direttore del centro, Doug Naquin, ha svelato all' Associated Press un numero incredibile: non meno di 5 milioni di «cinguettii» al giorno, i micro-messaggi lanciati su Twitter. Poi ci sono i commenti affidati a Facebook, i servizi delle tv, i giornali e tutto quello che gira sul web. Gli analisti, come dei collezionisti di notizie con l'occhio attento, raccolgono i frammenti, li archiviano e li confrontano con altri «segnali» provenienti da fonti sul campo. Un piccolo episodio può avere ripercussioni globali. Quindi producono dei rapporti che uniti a quanto scoperto dagli 007 arrivano al vertice, fino alla Casa Bianca. Spesso nel briefing sulla sicurezza che viene fatto ogni mattina al presidente c'è qualcosa evidenziato dagli «scavatori» ospitati in un palazzone non lontano da Washington.

La Cia, che da anni esegue un monitoraggio attento dei media tradizionali, ha deciso di aumentare gli occhi puntati sui social network dopo le proteste studentesche in Iran nel 2009. Lo spirito della contestazione, schiantata dalla repressione dei mullah, ha potuto sopravvivere grazie ai messaggi e ai video diffusi sulla rete Internet. Sempre l'Open Source ha un ruolo chiave nel riassumere cosa pensa uno straniero della politica statunitense e, sopratutto, delle sue mosse più importanti. Un caso citato è quello dell'uccisione di Osama Bin Laden con gli analisti che hanno colto, nell'immediatezza, le reazioni negative delle persone comuni. Commenti che sono emersi, qualche giorno dopo, sui giornali e nei cablo dei diplomatici.

Le possibilità di prevedere hanno comunque dei limiti. Dopo la cacciata del presidente tunisino Ben Ali e dell'egiziano Hosni Mubarak, l'allora capo della Cia Leon Panetta ha ammesso che la velocità del crollo ha colto tutti di sorpresa. Per un anno le spie hanno segnalato la «pericolosità» del quadro sociale e politico in Nord Africa, ma i rapporti - redatti a ritmo forsennato - non hanno potuto essere precisi sulle conclusioni. Da una parte ci si è fidati troppo della tenuta dei dittatori, così come dei sistemi repressivi che dovevano vegliare sui raìs. Dall'altra c'erano (e ci sono ancora) «troppi dati da inseguire». Un'onda gigantesca composta da milioni di pagine Facebook, pensieri affidati a Twitter e video su Youtube che ha sommerso gli 007.


Guido Olimpio
07 novembre 2011 10:22



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Iran, i segreti dell'atomica in due misteriose basi

di Gian Micalessin -

Le viscere dei monti nascondono i laboratori dove si arricchisce l’uranio e si prepara l’ordigno. La Francia teme che un intervento militare causi destabilizzazione


Le verità dell’Aiea ora fanno paura. A farlo capire, a 48 ore dalla divulgazione del nuovo rapporto dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica sul nucleare iraniano, ci pensa il ministro degli Esteri francese.


In un’intervista rilasciata ieri Alain Juppé chiede d’evitare l’intervento militare per puntare invece su nuove sanzioni. «Possiamo ancora rafforzarle e far pressioni sull’Iran, dobbiamo fare il possibile - auspica il ministro - per evitare l’irreparabile, un intervento militare creerebbe una situazione totalmente destabilizzante». In queste ore tutta l’attenzione resta però concentrata sulle rivelazioni del nuovo rapporto atteso per domani. Molti passaggi del documento saranno dedicati alle attività svolte dagli scienziati iraniani a Parchin, una base a trenta chilometri da Teheran, e a Fardow, un laboratorio bunker nel cuore di una montagna a nord della città santa di Qom.

La base di Parchin, a trenta chilometri da Teheran, sarebbe - secondo gli esperti dell’Aiea - il centro deputato per il concepimento della bomba. In quella base santuario - dove gli scienziati dell’Aiea non hanno mai ottenuto il permesso di entrare - gli scienziati iraniani lavorerebbero per mettere a punto una testata missilistica e il detonatore dell’ordigno. I sospetti dell’Aiea nascono dalla scoperta di un misterioso container d’acciaio grande quanto un autobus.

Quella struttura sorta dal nulla e fotografata dai satelliti dentro una base in cui si sviluppano componenti missilistiche ed esplosivi ad alto potenziale sarebbe il laboratorio dove si perfezionano le fasi più complesse dell’atomica iraniana. Lì si studierebbe come trasformare in ogiva missilistica il meccanismo dell’ordigno e come spezzare, con l’impiego di esplosivo ad alto potenziale, il nucleo dell’uranio arricchito per innescare la catena della fissione nucleare. Nei lunghi tunnel sotterranei della base verrebbero inoltre simulati gli effetti di una esplosione nucleare, un passaggio fondamentale prima dell’assemblaggio e del primo vero test nucleare.

Fardo, l’altra sospetta culla dell’atomica iraniana, prende nome da un villaggio 60 chilometri a sud di Qom, la città santa degli ayatollah iraniani. Negli anni Ottanta grazie alla morte di 104 dei propri abitanti – su un totale di 2500 - nella guerra con l’Irak, Fardo si conquistò il primato di centro abitato con la più alta percentuale di martiri. Grazie a quel passato il nome di Fardo è stato scelto per battezzare i laboratori scavati nel cuore di una montagna non lontana da Qom, ma distante 80 chilometri dalla cittadina martire.

Lì le compagnie di trivellazione dei Guardiani della Rivoluzione hanno scavato la roccia fino a 90 chilometri di profondità. Dentro quell’alveo sotterraneo, capace di resistere a qualsiasi bomba convenzionale, è sorto un laboratorio bunker rimasto segreto fino al 2009. A quel tempo la sua scoperta fece scalpore e venne annunciata con una conferenza congiunta da Barack Obama, Nicolas Sarkozy e dall’allora premier inglese Gordon Brown. A due anni di distanza Fardo sta diventando il principale centro per l’arricchimento dell’uranio.

Le autorità vi stanno traslocando la produzione concentrata finora a Natanz, allestendovi centrifughe di nuova generazione in grado d’accelerare la lavorazione. Le nuove centrifughe si limitano per ora a portare l’uranio al 20 per cento di arricchimento, la soglia ultima consentita per scopi scientifici. Ma per arrivare a quel 95 per cento, indispensabile per la fissione nucleare, basterebbero solo alcuni passaggi successivi nelle stesse centrifughe.

«Questo gli consentirebbe – dichiarano preoccupate fonti della Difesa britannica citate dal Daily Telegraph - di tenere uranio arricchito al 20 per cento sotto una montagna per trasformarlo poi in materiale per uso militare». La prospettiva preoccupa molto anche Israele. «La più potente bomba convenzionale – ricordava il ministro della difesa israeliano Ehud Barak – non arriva oltre 20 metri di profondità». A quel punto, insomma, l’unica arma in grado di fermare l’atomica iraniana sarebbe un’altra atomica.





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