venerdì 11 novembre 2011

Fini disse: "Mi dimetto quando Silvio lascia" Perché ora non lo fa?

di -

Il 24 febbraio 2011 intervistato da Santoro, il leader Fli disse: Mi dimetto da presidente della Camera quando Berlusconi si dimette da premier". Cosa farà?


 "Il berlusconismo è finito? Mah... E' finito il governo Berlusconi, accontentiamoci intanto di questo...". In piena campagna elettorale, il presidente della Camera (nonché leader di Futuro e Libertà) Gianfranco Fini si fa intervistare da Michele Santoro per tornare ad attaccare l'ex alleato. 

 

Parole al veleno contro Silvio Berlusconi, totale apertura al governo tecnico guidato dal neo senatore Mario Monti e qualche sassolino da togliersi dopo aver tradito il patto con gli elettori e aver lasciato il Pdl per fondare il Fli. Ai microfoni di Servizio pubblico l'ex An ha brindato alla fine dell'esecutivo guidato dal Cavaliere: "Mi auguro che lunedì, alla riapertura dei mercati, avremo un nuovo presidente del Consiglio incaricato".

Eppure Fini sembra non ricordare la promessa fatta proprio a Santoro, nell'allora salotto di Annozero: "Io sono pronto a dimettermi da presidente della Camera nello stesso momento in cui Berlusconi si dimette da presidente del Consiglio". Era il 24 febbraio del 2011


Non ci era riuscito nemmeno Fini con la sua fuoriuscita dal Pdl. Non ci erano riusciti nemmeno i falchi e le colombe che per mesi hanno tramato col centrosinistra per di fare mancare la maggioranza a Berlusconi alla Camera. Non gli era riuscito nemmeno in quel 14 dicembre dell'anno scorso quando il neo leader del Fli aveva tentato la strada della sfiducia per dare la spallata a Berlusconi. Il risultato è stato che i finiani, dopo la vampata iniziale, sono diventati una specie in via di estinzione.

Anche nelle ultime ondate migratorie il solo partito che non è stato toccato da nuovi arrivi è stato proprio il Fli. Dopo mesi a scaldare lo scranno più alto di Montecitorio in attesa che i mercati e i poteri forti facessero quanto Fini non era stato in grado, la maggioranza è venuta meno martedì scorso alla votazione sul Rendiconto dello Stato. Deve essersi fregato le mani, Gianfranco, per la disfatta del governo.

"Non avrebbe senso - ha spiegato ieri sera da Santoro - uscire dalla crisi di questa maggioranza che finora ha retto con tre o quattro voti ed entrare in un altro governo che sta in piedi per tre o quattro voti". Da qui la proposta di "affidare il governo a una personalità affidabile, e Monti ha questa caratteristica, che si presenta in parlamento con una lista scarna di ministri, dodici, di professionalità indiscussa, fuori dalla logica della spartizione partitica, e con un programma che non sia il libro dei sogni".

Terminata la seconda puntata di Servizio pubblico, non si è fatta certo mancare la replica di Berlusconi. Chi, ieri sera, ha parlato con il premier parla di una vera e propria sfida a colpi di dimissioni. "Siccome il presidente della Camera aveva detto che si sarebbe dimesso solo dopo di lui - avrebbe detto il Cavaliere  ai senatori del Pdl - allora qualcuno dovrebbe ricordarglielo". Un promessa che Fini aveva fatto proprio alle telecamere di RaiDue. "Io sono pronto a dimettermi da presidente della Camera - aveva detto il leader del Fli - nello stesso momento in cui Berlusconi si dimette da presidente del Consiglio".

Dunque? Cosa dobbiamo aspettarci? Un passo indietro? Appare difficile. Non è, infatti, la prima volta che Gianfranco promette e non mantiene. Eh già!

Non è, infatti, un mistero che il presidente della Camera sia uscito indenne dalla bagarre legata all'appartamento di Montecarlo che dal patrimonio dell'allora Alleanza nazionale a una società off shore che è risultata essere di Giancarlo Tulliani, nonostante avesse promesso (sempre davanti alle telecamere) che si sarebbe dimesso qualora fosse emerso un legame tra la dismissione della casa monegasca e il fratello di Elisabetta. Il passo indietro non è mai arrivato. Per questo è più che probabile che Fini non lascerà nemmeno la poltrona a Montecitorio quando il Cavaliere lascerà Palazzo Chigi.

Topolino offre 4 mila posti di lavoro

Corriere della sera

Eurodisney si avvia verso i 20 anni e cerca nuovo personale. Dal 15 al 18 novembre le selezioni italiane


dal nostro inviato  ALESSANDRO SALA



La parata «Once upon a dream» a Disneyland Paris
La parata «Once upon a dream» a Disneyland Paris
PARIGI — Nel 1992 Matteo Olivero aveva 23 anni, un diploma di ragioniere in tasca e un impiego in banca nella sua città, Torino. Ma aveva anche le idee chiare e pensava che tutto questo non era sufficiente, che avrebbe voluto riempire la sua vita con un po' più di creatività. Decise allora di mollare tutto. Era il mese di giugno e fu tra i primi italiani ad essere assunti con contratto stagionale a Disneyland Paris, inaugurato solo poche settimane prima.

Vendeva biglietti per uno show ispirato a Buffalo Bill, ma non lo considerava un downgrade perché per lui avrebbe dovuto essere solo un’esperienza estiva, una sorta di Erasmus lavorativo per imparare bene le lingue straniere e conoscere gente di tutto il mondo. Finiti i tre mesi di contratto però non tornò in Italia: accettò altri incarichi a termine, iniziò a lavorare negli hotel, divenne responsabile di reception e approdò infine agli uffici e alle risorse umane.

Oggi, a quasi vent’anni di distanza, è un manager del recruiting e toccherà a lui, dal 15 al 18 novembre a Roma (spazio Cerere, via degli Ausoni 3), gestire le selezioni italiane per la nuova campagna di assunzioni di Eurodisney: 4 mila posti di lavoro che, in vista delle celebrazioni dell’anniversario del parco previste per tutto il 2012, andranno ad aggiungersi ai 14 mila già in essere.

LAVORO E MAGIA - «Cerchiamo figure di vario genere — spiega Olivero —, per lavorare a contatto con il pubblico negli hotel, nei ristoranti, nelle boutique o sulle attrazioni. Ma anche per mansioni amministrative o logistiche». Eurodisney è un resort composto da due parchi, cinque hotel, decine di negozi e da una vera e propria cittadella di supporto che sorge dietro le quinte, invisibile agli oltre 15 milioni di visitatori che ogni anno si affollano sotto il castello della Bella Addormentata e fanno del compound parigino la principale destinazione turistica europea. «Agli occhi dei visitatori questo posto è magico — sottolinea il recruiter —. Per lavorare con noi occorre una buona conoscenza delle lingue, ma soprattutto bisogna essere pronti a far parte di questa magia».


Monica Gobbato con l'abito da parata per l'orsetto Duffy
Monica Gobbato con l'abito da parata per l'orsetto Duffy
ITALIANS DO IT BETTER - Gli italiani alla corte di Topolino in terra francese sono circa 700, il gruppo più numeroso dopo i padroni di casa. «E non è un caso — conferma Osvaldo Del Mistero, 27 anni, di Bari, che dopo aver lavorato negli hotel e perfino come ballerino in una parata, oggi ricopre il ruolo di «ambasciatore» del parco, una figura creata nel 1964 da Walt Disney in persona per accogliere vip, autorità e perfino capi di Stato.

Noi italiani siamo naturalmente predisposti al contatto con il pubblico e questa caratteristica è molto apprezzata dai visitatori». Ma conta anche la professionalità, come dimostra il caso di Monica Gobbato, originaria della Sardegna, a Parigi da 9 anni: sarta professionista, ha iniziato lavorando presso le attrazioni del parco Walt Diseny Studios, in particolare Cinemagique, Animagique e lo stuntshow Action Moteurs.

Ma cinque anni fa è arrivata nel suo ambiente, la sartoria, e oggi è una delle 51 persone che si occupano del guardaroba dei personaggi, di attori e ballerini e perfino dei pupazzi che compongono la coreografia delle attrazioni stesse. «Il lavoro è di alta sartoria - racconta orgogliosa - e il livello è paragonabile a quelli dei grandi teatri». Per il solo abito da parata natalizia dell'ultimo arrivato tra i personaggi del parco, l'orsetto Duffy, sono state necessarie settimane di lavoro oltre ad uno studio accuratissimo sui materiali di prima scelta utilizzati per il confezionamento.


MICKEY COME CAPO - C'è un pezzo di Italia anche nel settore delle pr. Elisabetta Marigliano, napoletana, è responsabile per la comunicazione istituzionale del settore risorse umane di Eurosidney e lavora nell'ufficio stampa della corporate dalla fine del 2000. «Ma anche io - racconta - ho iniziato con un contratto di 8 mesi per un lavoro in una boutique mentre svolgevo un master alla Sorbona. I miei genitori mi davano della matta perché con una laurea in tasca avevo accettato di lavorare in un negozio a quasi due mila chilometri da casa. Oggi invece sono strafelici per me».

MICKEY COME CAPO - Ma torniamo ad Osvaldo. Gli ambasciatori a Disneyland Paris sono due ed è particolarmente qualificante la scelta di un italiano (l'altro è un francese) per una di esse. Monsieur Del Mistero sarà presente alle selezioni romane, a cui nelle prossime settimane ne seguiranno altre a Palermo e di nuovo nella capitale a gennaio. Ci sarà per svolgere pure in patria il suo ruolo «diplomatico». Ma anche e soprattutto per raccontare la sua esperienza a quanti si faranno avanti per uno dei 4 mila nuovi posti di lavoro. Lui alla corte del topo più famoso del mondo ci è arrivato nel 2002- «Avrei dovuto fermarmi 8 mesi, la durata del mio contratto - racconta Del Mistero, una formazione in campo turistico e alberghiero -. Invece sono qui da più di 8 anni e non ho alcuna intenzione di andarmene. Non succede spesso di fare un lavoro che ha il divertimento come base contrattuale. E, soprattutto, non capita a tutti di avere Mickey Mouse come capo».


Alessandro Sala
11 novembre 2011 13:42



Powered by ScribeFire.

Ergastolo al sergente Usa che uccideva i civili afghani

La Stampa

Il militare 26enne, sposato e padre di un bimbo, collezionava le dita delle sue vittime




Il ritratto di Calvin Gibbs in tribunale


new york

È stato condannato all’ergastolo Calvin Gibbs, 26 anni, sergente dell’Esercito americano, sposato e padre di un bambino in tenera età, che fra il gennaio e il maggio dell’anno scorso, quando era di stanza in Afghanistan, guidò la sua squadra a perpetrare, come passatempo, delitti di ogni genere contro la popolazione civile locale.

La corte marziale insediata nella base di Lewis-McChord presso Tacoma, nello Stato di Washington, lo ha infatti giudicato colpevole di tutti e quindici i capi d’imputazione, compresi tre di omicidio aggravato premeditato; per ognuno di essi la pena prevista era appunto il carcere a vita. L’accusa aveva chiesto che fosse esclusa per il sergente la possibilità di ottenere la libertà vigilata, ma i cinque membri della giuria l’hanno invece subordinata all’espiazione di almeno dieci anni di reclusione.

La vicenda, uno scandalo paragonabile a quello del 2004 per le sevizie a danno dei detenuti nel famigerato penitenziario iracheno di Abu Ghraib, ha rischiato di rendere ancora più tesi i rapporti tra l’amministrazione Usa e le autorità di Kabul. Tre subordinati di Gibbs si erano già dichiarati colpevoli e avevano accettato di deporre a suo carico, ottenendo in cambio verdetti relativamente meno pesanti, mentre il sottufficiale in giudizio ha tentato di sostenere di aver agito in combattimento o sotto attacco, e dunque per legitima difesa.

Il procuratore militare, maggiore Drè LeBlanc, ha replicato ricordando come Gibbs e i suoi uomini fossero soliti riferirsi agli afghani come a «selvaggi», e ed è sbottato: «Eccolo il selvaggio, il selvaggio è il sergente Gibbs». L’interessato aveva del resto ammesso di aver mutilato a più riprese i cadaveri delle proprie vittime, tagliando loro le dita o strappandone i denti, per poi esibirli davanti ai commilitoni quali macabri trofei di guerra.

«Per me è come quando a caccia si asportano le corna a un cervo», è stata la sua allucinata auto-giustificazione. «Bisogna venire a capo di quello che si fa». Nel corso del processo, durato una settimana, è emerso inoltre che Gibbs e gli altri erano soliti piazzare armi da fuoco sui resti degli afghani assassinati, per far credere che si trattasse di guerriglieri pronti a combattere e allontanare da sè eventuali sospetti.




Powered by ScribeFire.

Mille cuccioli da adottare a distanza

Corriere della sera


Gatti, cavalli & C.: storie commoventi di chi si prende cura degli animali senza averli in casa.




    Federica Chiesa con Sam
    Federica Chiesa 
    «Vidi Sara con uno dei cuccioli strappati a una vita di stenti su un giornale. Quell'immagine mi commosse a tal punto che dopo poco andai in banca e feci un bonifico». Accadeva quindici anni fa e dall'incontro di Federica Chiesa, 48 anni, archeologa e ricercatore di etruscologia (Dipartimento di Scienze dell'Antichità alla Statale) con Sara Turetta che ha fondato «Save the dogs and Other Animal Onlus» e ha oggi 500 persone che hanno adottato in Italia ( www.savethedogs.eu), la famiglia si è allargata. Federica, che vive con Arturo, micio norvegese, bella copia di Gatto Silvestro, ha adottato a distanza cani, cavalli, ha tenuto animali in affido (sempre a distanza), e regalato adozioni ad amici e parenti. Come lei, Luca Fusaglia, artigiano e titolare di una storica ferramenta del centro, che spiega: «Non ho il tempo di prendermi cura di un animale ma in questo modo so che posso aiutarne almeno uno». Con Federica e Luca solleviamo il coperchio di una realtà dai confini smisurati.


    Luca Fusaglia con Libera
    Luca Fusaglia con Libera
    Solo l'Enpa in città conta al momento sessanta pet adottati tra gatti e conigli (per informazioni, 02-97064222, adozioniadistanza@enpamilano.org ; www.enpa.it). Per molte associazioni di tutela degli animali (www.gattimammoni.it ; www.mondogattosandonato.com, Arca onlus, La grande Cuccia, Dimensione Animale onlus di Rho) i 10 euro al mese di un'adozione sono un modo di garantire il sostentamento di mici, cani, conigli, iguana, volatili, abbandonati e recuperati. In attesa di trovare loro una famiglia.

    Campagne sono proposte dalla Lav (serviziosoci@lav.it, Silvia Felicetti). Il Wwf (www.wwf.it) ha promosso più di una campagna di adozione di orsi, delfini, ricci, utili a recuperare fondi per progetti ritagliati su specie simbolo a rischio di estinzione, come l'orso marsicano. Così la Lipu (www.lipu.it) e la Lega nazionale del cane. C'è chi incontra il proprio pet adottivo andando in vacanza: come non commuoversi di fronte a Alcu e Bagira, i due leopardi delle nevi femmina, strappate ai bracconieri, che vivono in un centro di riabilitazione in Kyrgyzstan? Così un centro di riabilitazione in Indonesia salva e cresce i cuccioli di orangutango rimasti orfani.

    Se amate gli animali, propone il Cts, adottate un delfino. Mentre dall'Abruzzo invitano a diventare pastori a distanza, adottando una pecora. Questa è solo la prima puntata. La prossima vorremmo scriverla con i nostri lettori. Intanto, l'associazione Gaia (segreteria.gaia@fastwebnet.it - tel 02-8646.3111 - www.gaiaitalia.it), suggerisce semplici regole nel box a fianco, perché l'adozione possa andare a buon termine.

    MANDA ANCHE TU LA FOTO DEL TUO AMICO ADOTTATO

    pdamico@corriere.it 


    Paola D'Amico
    08 novembre 2011(ultima modifica: 11 novembre 2011 13:35)



    Powered by ScribeFire.

    Ricordare gli aviatori massacrati a Kindu

    Il Messaggero

    Cinquant'anni fa, l'11 novembre 1961, a Kindu (ex Congo Belga) morirono tredici membri della 46ª Aerobrigata di Pisa. Furono aggrediti (erano disarmati perché Caschi Blu dell'Onu) da mercenari africani, massacrati di botte e poi uccisi e fatti a pezzi.

    Non erano i primi caduti della 46ª e purtroppo non sarebbero stati gli ultimi ma gli altri, almeno, morirono da aviatori quali erano, sul loro aereo.

    Quando in Patria si seppe dell'accaduto (fra il 14 ed il 15 novembre), gli italiani sentirono un colpo al cuore. Ora, dopo decenni, temo che pochi si ricordino di quei poveri coraggiosi ragazzi.

    Chiedo a tutti un momento di riflessione; a chi crede, una preghiera.

    Con stima.

    Giovanna De Canio
    Venerdì 11 Novembre 2011 - 00:00




    Powered by ScribeFire.

    Piccoli Jobs crescono, arrivano i 12enni

    Corriere della sera


    Thomas presenta le sue applicazioni alla conferenza Ted. Dirige una società di software che si chiama CarrotCorp


    MILANO - Thomas Suarez ha appena 12 anni. Non può ancora iscriversi a Facebook perchè l’età minima per aprire un profilo sul social network è di 13 anni. Ciò nonostante, il ragazzino di South Bay, in California, ha già fondato una sua società di software e sviluppa diligentemente applicazioni per iPhone, iPad e iPod touch. In questi giorni è stato invitato a parlare alla rinomata conferenza Ted. Una lezione divertente, coraggiosa e degna di nota.


    MINI JOBS - Camicia azzurra, tablet in mano, auricolare con microfono al collo, padronanza del palco: alla vista di questa straordinaria presentazione è probabile che il fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg, 27 anni, si senta già troppo vecchio. Capirà, forse, che ben presto dovrà farsi superare da uno dei tanti nuovi talenti della tecnologia. Tutti giovanissimi, come il dodicenne Thomas Suarez, già ribattezzato da qualcuno il «mini Jobs». La società che dirige si chiama CarrotCorp e due delle sue applicazioni si possono già acquistare dagli App Store di Apple. «Earth Fortune» è un programma gratuito che mostra differenti colori della Terra e offre agli utenti una previsione sulla fortuna della giornata; il divertente giochino arcade «Bustin Jieber» (a 99 centesimi), invece, è basato sul concetto di whac-a-mole e prende in giro il popolare cantante canadese idolo dei giovanissimi.

    MESSAGGIO - La grande passione di Thomas sono sempre stati i computer. Sin dai tempi dell'asilo è impegnato a sviluppare nuove tecnologie. Il ragazzino non si tira indietro nemmeno quando c’è da parlare di fronte ad un vasto pubblico di adulti. E lo fa con grande capacità. Come peraltro dimostra la sua recente performance ad una conferenza TEDx a Manhattan Beach, uno di quegli eventi indipendenti che si propongono di riunire persone per condividere un'esperienza simile a quella che si vive con i noti TED (Technology, Entertainment, Design).

    Nel corso di questi appuntamenti i relatori sono invitati a raccontare le loro innovative idee in presentazioni di massimo 18 minuti. Il messaggio del giovane americano è chiaro: i bambini che vogliono imparare a suonare il violino, prendono lezioni di musica. I bambini che vogliono giocare a calcio, si allenano in una squadra di calcio. Ma cosa fanno quei bambini che vogliono programmare un’app? «Sviluppare i giochi è assai difficile - ammette il giovane - perchè la maggior parte dei ragazzi non sanno a chi rivolgersi». E sottolinea: «Non sono poi così tanti i genitori che hanno già sviluppato delle applicazioni».

    CONDIVISIONE - Il suo grande idolo, e non poteva essere altrimenti, è Steve Jobs. Non a caso ha dato il nome CarrotCorp (carota) alla sua azienda. Sempre ispirandosi al guru della Apple ha fondato un club per sviluppatori di applicazioni nella sua scuola elementare. Durante il suo discorso il giovanissimo spiega di voler creare ancora molte applicazioni in futuro; oltre a iOS di Apple intende occuparsi anche del sistema operativo Android di Google. La cosa importante però, sottolinea Thomas, è che la conoscenza possa essere condivisa con gli altri studenti.

    Elmar Burchia
    11 novembre 2011 12:54

    Prove di tolleranza

    La Stampa




    Alcuni anni fa avevo l’abitudine di usare un intercalare che mettevo all’interno di ogni frase. Un ripetitivo: “Mi comprendi?” che infastidiva persino i miei amici più comprensivi. Lo dicevo nei momenti meno opportuni, ma un bel giorno una persona mi ha dato una lezione: “Perché pensi che non ti comprenda? Non sarai tu quella che non sa spiegare?”. Il linguaggio può lasciarci senza vestiti in balia delle intemperie; le parole rivelano ciò che nascondiamo sotto lo smalto del buon umore.

    Le reti sociali sono diventate una passerella privilegiata dove ci mettiamo a nudo davanti agli sguardi curiosi dei lettori, degli amici e di una sterminata legione di critici. Ogni monosillabo che scriviamo su questi social network che raccolgono opinioni, mostra ciò che siamo. Ricordo che al debutto su Twitter la mia voce era più impacciata, meno consapevole del pluralismo di opinioni che frequenta un simile spazio.

    Da agosto 2008, quando ho aperto il mio spazio in quel servizio di microblogging, ogni messaggio di 140 caratteri che ho pubblicato mi ha fatto diventare una persona più tollerante e rispettosa. Per questo motivo sono rimasta molto sorpresa dalla replica di Mariela Castro alla domanda che le ho rivolto con un tweet: “Quando noi cubani potremo uscire dagli altri armadi e sentirci liberi in ogni frangente della nostra vita?”. Ha risposto con un attacco personale che mi ha lasciato senza parole. Non mi aspettavo una mano tesa e pronta al dialogo, questo è chiaro, ma neppure tanta arroganza.

    So bene di dover studiare, proprio come lei mi ha suggerito, lo continuerò a fare fino a quando i miei occhi non saranno capaci di distinguere le parole scritte sui libri e le mie dita reumatiche non potranno scrivere sopra una tastiera. A parte questo, riesco già a capire che eludere una domanda aggredendo l’interlocutore per dire che non ha studiato abbastanza è un atto di superbia. Vista la reazione, come sarebbe stato trattato un contadino diplomato alla scuola elementare che avesse provato a rivolgere domande alla direttrice del Centro Nazionale di Educazione Sessuale? Ritengo che l’aggressione verbale sia un’abitudine curabile, proprio come il mio vecchio e fastidioso intercalare di cui mi sono liberata. Si allena il tono, si acquista tolleranza e l’udito si abitua ad ascoltare gli altri. Twitter è una magnifica terapia per apprendere.

    Penso che con il passare dei giorni, mentre Mariela Castro continuerà a pubblicare, capirà meglio le regole del dialogo democratico, senza gerarchie, dove nessuno pretende di impartire lezioni agli altri. Quando arriverà questo momento, la attendo per conversare, prendere un caffè e per “studiare” insieme - perché no? - il lungo e difficile percorso che abbiamo davanti.


    Traduzione di Gordiano Lupi
    www.infol.it/lupi




    Powered by ScribeFire.

    E Borsellino disse alla moglie: non sarà la mafia a uccidermi

    Corriere della sera

    I sospetti del magistrato su «colleghi e altri»






    Il giorno prima di morire Paolo Borsellino confidò alla moglie inquietanti convinzioni sulla propria fine, che considerava imminente: «Era perfettamente consapevole che il suo destino era segnato, tanto da avermi riferito in più circostanze che il suo tempo stava per scadere». Coltivava sensazioni fosche, condivise in uno degli ultimi colloqui con la donna della sua vita: «Ricordo perfettamente che il sabato 18 luglio 1992 andai a fare una passeggiata con mio marito sul lungomare di Carini, senza essere seguiti dalla scorta. Paolo mi disse che non sarebbe stata la mafia a ucciderlo, della quale non aveva paura, ma sarebbero stati i suoi colleghi e altri a permettere che ciò potesse accadere. In quel momento era allo stesso tempo sconfortato, ma certo di quello che mi stava dicendo». A nemmeno ventiquattr'ore da questi cupi presentimenti, alle 16.58 di domenica 19 luglio, dopo una nuova gita nella casa di Carini il giudice saltò in aria insieme a cinque agenti di scorta in via Mariano D'Amelio, davanti all'abitazione palermitana di sua madre.

    Le dichiarazioni di Agnese Borsellino sono contenute in due verbali d'interrogatorio davanti ai pubblici ministeri di Caltanissetta titolari della nuova inchiesta sulla strage di via D'Amelio, nell'agosto 2009 e nel gennaio 2010, trasmessi alla Procura di Palermo che indaga sulla presunta trattativa fra lo Stato e Cosa Nostra. La testimonianza della signora Borsellino consegna altri frammenti di verità su sospetti e turbamenti del magistrato assassinato quasi vent'anni fa.

    Dalla fretta di acquisire elementi sulla strage di Capaci in cui era morto il suo amico Giovanni Falcone, nella consapevolezza che presto sarebbe a toccato anche lui - «prova ne sia che, pochi giorni prima di essere ucciso, si confessò e fece la comunione», dice la moglie - ai dubbi sui contatti fra rappresentanti delle istituzioni e della mafia. Alla domanda se il marito le abbia mai detto di aver saputo «di una trattativa tra appartenenti al Ros dei carabinieri e Vito Ciancimino o altri soggetti appartenenti a Cosa Nostra o a servizi segreti "deviati"», la signora Borsellino risponde:

    «Non ho mai ricevuto tale tipo di confidenza da Paolo, che mai mi riferì di trattative in atto tra Cosa Nostra e appartenenti al Ros e ai servizi "deviati". Non posso tuttavia escludere che egli fosse venuto a conoscenza di una vicenda del genere e non me l'avesse riferita, in quanto era in genere una persona estremamente riservata».

    Ciò nonostante, in un altro colloquio riferì alla moglie l'improvviso indizio su una presunta connivenza con Cosa Nostra dell'allora comandante del Ros, che conosceva da tempo: «Notai Paolo sconvolto, e nell'occasione mi disse testualmente "ho visto la mafia in diretta, perché mi hanno detto che il generale Subranni era punciutu (cioè affiliato a Cosa Nostra, ndr )...". Mi ricordo che quando me lo disse era sbalordito, ma aggiungo che me lo disse con tono assolutamente certo.

    Non mi disse chi glielo aveva detto. Mi disse, comunque, che quando glielo avevano detto era stato tanto male da aver avuto conati di vomito. Per lui, infatti, l'Arma dei Carabinieri era intoccabile». Poi ci furono la frase sul timore di essere ucciso con la complicità o la colpevole indifferenza di altri soggetti, addirittura di «colleghi», e la rivelazione di un ulteriore sospetto: «Ricordo che mio marito mi disse testualmente che "c'era un colloquio tra la mafia e parti infedeli dello Stato". Me lo disse intorno alla metà di giugno del 1992. In quello stesso periodo mi disse che aveva visto la "mafia in diretta", parlandomi anche in quel caso di contiguità tra la mafia e pezzi di apparati dello Stato italiano.

    In quello stesso periodo chiudeva sempre le serrande della stanza da letto di questa casa (l'abitazione palermitana dei Borsellino, ndr ) temendo di essere visto da Castello Utveggio». Mi diceva "ci possono vedere a casa"». Il castello è sul Monte Pellegrino, sede di un centro studi ritenuto una copertura del servizio segreto civile su cui si sono appuntate molte indagini. Ma gli ultimi accertamenti svolti dai pm di Caltanissetta portano a escludere collegamenti tra quella località e la strage di via D'Amelio.


    Paolo Borsellino
    Paolo Borsellino
    Che Borsellino fosse a conoscenza dei contatti del capitano Giuseppe De Donno e del colonnello Mario Mori (all'epoca ufficiali del Ros, oggi indagati nell'inchiesta sulla trattativa) con l'ex sindaco mafioso Vito Ciancimino è un dato acquisito dopo le dichiarazioni dell'ex direttore generale del ministero della Giustizia Liliana Ferraro, che ne parlò allo stesso Borsellino alla fine di giugno del '92. Il colloquio avvenne in una saletta dell'aeroporto di Fiumicino. C'era anche la moglie del magistrato, che ai pubblici ministeri ha dichiarato:

    «Mio marito non mi fece partecipare all'incontro con la dottoressa Ferraro. Anche successivamente, non mi riferì nulla, salvo quanto detto dal ministro Andò (titolare della Difesa, presente anche lui a Fiumicino, ndr ) che, per quello che mi venne riferito da mio marito, disse che era giunta notizia da fonte confidenziale che dovevano fare una strage per ucciderlo, e che ciò sarebbe avvenuto a mezzo di esplosivo. Mi disse che era stata inviata una nota alla Procura di Palermo al riguardo, e che Andò, di fronte alla sorpresa di mio marito, gli chiese: "Come mai non sa niente?".

    In pratica, la nota che riguardava la sicurezza di mio marito era arrivata sul tavolo del procuratore Giammanco, ma Paolo non lo sapeva. Paolo mi disse, poi, che l'indomani incontrò Giammanco nel suo ufficio, e gli chiese conto di questo fatto. Giammanco si giustificò dicendo che aveva mandato la lettera alla magistratura competente, e cioè alla Procura di Caltanissetta. Mi ricordo che Paolo perse le staffe, tanto da farsi male a una delle mani che, mi disse, batté violentemente sul tavolo del procuratore».

    Agnese Borsellino aggiunge che dopo la riunione di Fiumicino «mio marito non mi disse nulla che riguardava Ciancimino». I dissapori tra il magistrato antimafia, allora procuratore aggiunto a Palermo, e il capo dell'ufficio Pietro Giammanco si riferivano anche alla gestione di nuovi pentiti, come Gaspare Mutolo. Ecco perché, a proposito dei timori confessati durante l'ultima passeggiata sul lungomare, la signora Agnese spiega: «Non mi fece alcun nome, malgrado io gli avessi chiesto ulteriori spiegazioni; ciò anche per non rendermi depositaria di confidenze che avrebbero potuto mettere a repentaglio la mia incolumità... Comunque non posso negare che quando Paolo si riferì ai colleghi non potei fare a meno di pensare ai contrasti che egli aveva in quel momento con l'allora procuratore Giammanco».


    11 novembre 2011 10:53



    Powered by ScribeFire.

    English Trap: «No say the cat is in the sac»

    Corriere della sera

    Il mister dell'Irlanda si butta in un inglese tutto suo


    Trapattoni litiga con l'inglese  - Rcd

    Bracciale elettronico? Dipende dal Viminale"

    di -

    Il ministro Palma risponde al Giornale sullo strumento che può svuotare le carceri: i controlli affidati alla polizia

    Caro Stefano, ho letto il tuo articolo dell’8 novembre sull’uso del braccialetto elettronico per i detenuti in attesa di giudizio.



    Nel ringraziarti per le parole di apprezzamento spese nei miei confronti, vorrei fornirti alcune indicazioni sul tema. La normativa vigente prevede che l’autorità giudiziaria, nel disporre la misura degli arresti domiciliari ovvero della detenzione domiciliare, possa prescrivere, con il consenso dell’interessato, l’applicazione del braccialetto elettronico, quando ne abbia accertato la disponibilità da parte della polizia giudiziaria.

    Nel caso in cui venga disposta l’applicazione del braccialetto elettronico, la competenza a verificare l’effettiva disponibilità del mezzo stesso è affidata alla questura o ai comandi provinciali delle altre forze di polizia, così come sono demandati all’ufficio o comando di polizia i controlli sull’osservanza delle prescrizioni connesse all’esecuzione delle misure e l’onere dell’attivazione e disattivazione degli stessi dispositivi.

    La competenza in materia è quindi rimessa interamente al ministero dell’Interno tramite le forze di polizia operanti sul territorio, le quali, d’altronde, espletano il controllo sui soggetti posti agli arresti o in detenzione domiciliare. Nel ringraziarti per il tuo prezioso contributo, ti saluto cordialmente.




    Powered by ScribeFire.

    Gli Ufo che ci spiano da 150 anni

    La Stampa

    DallUnità a oggi una sequenza di avvistamenti: le "verità nascoste" in un convegno a Torino



    La prima volta: un globo bianco e uno arancio nel cielo di Firenze
    La prima volta: un globo bianco e uno arancio nel cielo di Firenze


    MAURO FACCIOLO
    Torino

    Era la sera del 1º novembre 1864. La contessa Henrietta Gertrude Walker in Bandelli alzò gli occhi nel cielo di Montespertoli, cittadina vicina a Firenze, e vide un globo bianco più grande della Luna, sotto il quale apparve una piccola palla color arancio. Dopo un minuto tutto scomparve. È questo, secondo gli studiosi, il primo avvistamento di un Ufo nell’Italia unita.

    Anche l’ufologia rende omaggio ai 150 anni dell’Unità, e per farlo sceglie Torino: con inizio alle 15 presso il Palazzo Capris in Via Santa Maria 1, il convegno «150 anni di Ufo in Italia» ripercorrerà i 150 anni della Storia dell’Italia dal punto di vista ufologico.

    A Torino ha sede il Centro italiano studi ufologici, che da decenni, grazie a una capillare rete di collaboratori, censisce e studia i casi di osservazione di fenomeni aerei non identificati. Enorme la mole di materiale raccolto: secondo gli esperti, si tratta di uno degli archivi europei più ricchi e importanti.

    Ricco e curioso il programma degli incontri: Pietro Torre parlerà di «Ufo del Risorgimento, dall’impresa dei Mille a Roma capitale». Nell’occasione, lo studioso presenterà il suo nuovo libro «Strane luci nella storia d’Italia», nel quale si dà conto di un migliaio di eventi avvenuti nel cielo nazionale prima del XX secolo. Gian Paolo Grassino si soffermerà su «I marziani dell’800», Maurizio Verga su «Torino capitale dell’ufologia» e Edoardo Russo farà il puntosul futuro della materia. Paolo Toselli illustrerà i 15 casi più eclatanti dall’Unità a oggi e riferirà su un episodio eclatante, «L’Ufo (mancato) del Presidente».

    «Il 20 agosto 1963 - ci racconta il ricercatore - un oggetto volante discoidale di colore grigio metallico a forma di piatti sovrapposti venne avvistato a pochi metri dalla tenuta presidenziale di Castel Porziano. I servizi segreti e di sicurezza italiani indagarono a lungo».

    Più indietro nel tempo, si scopre che gli alieni sarebbero intervenuti anche a un momento fondamentale della storia nazionale: a Roma, il 27 novembre 1871, in coincidenza con l’inaugurazione da parte di Vittorio Emanuele II del neonato Parlamento, «diversi gruppi di romani osservarono in cielo, in direzione Sud, una bella, riconoscibilissima, luminosa stella, grossa come uno scudo d’argento», riportano fonti dell’epoca. Venne accolta come un buon auspicio, quasi un segno celeste in onore dell’evento, e la luce venne immediatamente battezzata Stella d’Italia. Al di là del clamore, in questo caso l’Ufo fu facilmente identificabile: era il pianeta Venere.




    Powered by ScribeFire.

    Legge mancia, l'ultimo blitz della casta: più soldi per i collegi degli onorevoli

    Il Messaggero


    ROMA - Povero Mario Monti. Che brutta sorpresa lo accoglierà ora che mette piede a Palazzo Madama, come senatore a vita, e fra qualche giorno quando tornerà in Parlamento come premier incaricato. Monti ha appena detto che bisogna lottare contro i privilegi, e che vanno ridotti i costi della politica, ma il benvenuto che gli si dà è di segno assolutamente opposto a questo sentimento.




    È la legge mancia. Ovvero, la donazione di un po’ di argent de poche, per i parlamentari, in modo che possano usare questi nuovi soldi in arrivo - 150 milioni - per adornare i loro collegi elettorali e farsi belli nei borghi natii davanti ai concittadini. Lo prevede il nuovo emendamento al ddl stabilità, che è stato presentato dal relatore Massimo Garavaglia. Un senatore leghista. Il primo paradosso, anzi il secondo dopo lo strano benvenuto al professor Monti, è proprio questo: la Lega che s’atteggia a partito virtuoso e paladino dell’anti-casta si rivela ancora una volta il più castale di tutti. Mentre il Pd sulla legge mancia, che rifinanzia una norma già esistente, s’è astenuto in commissione a Palazzo Madama, l’Udc non ha partecipato al voto e l’Idv s’è schierata contro.

    Inutile dire quanto la legge Garavaglia sia stridente in maniera quasi provocatoria con l’atmosfera di tagli e di risparmi - lacrime e sangue, dicono i più enfatici - che il Paese si trova a respirare.

    Però c’è coerenza nel rifinanziamento della mancia a deputati e senatori.
    Perchè rientra in maniera naturale nella linea del non dimezzamento del numero dei parlamentari (rinviato alle calende greche), del ritocco minimo e per loro impalpabile degli stipendi degli onorevoli, della beffa della diaria. Che funziona così: se un parlamentare non partecipa all’80 per cento delle sedute in commissione gli viene tolto il 50 per cento della diaria che è di 3.500 euro. Ovvero, chi non lavora quasi per niente viene comunque premiato con 1.750 euro, che si aggiungono ovviamente agli altri quasi 14.000 che compongono lo stipendio degli inquilini del Palazzo.

    E comunque, più soldi per tutti con la legge mancia. A dispetto, a questo punto, non più di Tremonti ma di Monti. Il fatto poi che l’argent de poche ad uso degli eletti del popolo - «Siamo un Paese di santi, poeti, navigatori e sottosegretari», diceva Totò e aggiungeva anche gli onorevoli - sia stato inserito nel ddl stabilità, ossia nel grande sforzo per salvare il Paese dal baratro economico e finanziario, non deve stupire più di tanto.

    Nelle prossime ore potremmo accorgerci che è entrato di tutto, magari di soppiatto, in questo pentolone: codicilli ad personam o ad personas, norme e normucce che nulla hanno a che vedere con lo sviluppo del Paese, altre mance, vari favori, cose che dovrebbero stare altrove relative a materie estranee all’argomento. Ma tant’è, e questo è un classico: anche se nei momenti di particolare gravità ogni tradizione - almeno quelle sbagliate - andrebbe interrotta e mai più ripristinata. Chissà che effetto farà, agli ispettori dell’Ue e della Bce, quando arriveranno a controllare come ci stiamo comportando per non finire come la Grecia, vedere nelle mani di chi finisce il poco denaro che ci resta.

    Intanto, contro l’argent de poche degli onorevoli, dalle zone alluvionate sale la protesta: perchè quei soldi non li date a noi? Roberta Pinotti, parlamentare del Pd, eletta in Liguria, è furibonda: «Nel ddl stabilità non c’è neppure un euro per i nostri Paesi affogati nel fango, e questa maggioranza di governo in agonia come ultimo regalino si concede lo scandaloso rifinanziamento della legge mancia».

    Il colmo è che, per il 2011, la mancia era stata solo di 50 milioni. Ora, per il 2012, è stata raddoppiata: 100 più altri 50 per il 2013. Dovevano lasciare, e invece raddoppiano. E girando per i loro borghi natii, deputati e senatori, se la mancia viene approvata, potranno gloriarsi davanti agli indigeni: vedete quanto è brutto questo monumento inutile? L’ho fatto fare io.


    Venerdì 11 Novembre 2011 - 10:03    Ultimo aggiornamento: 10:15




    Powered by ScribeFire.

    La Vincenzi non si scusa E la claque applaude

    di


    Dopo la tragedia di Genova, il sindaco parla al Consiglio comunale. I militanti di Pd e Idv occupano la tribuna del pubblico. I cittadini restano fuori e protestano: è un soviet


    Genova «Ma si rende conto in che città viviamo e cos’è questo palazzo? Un Soviet. Si sono portati dentro le loro truppe cammellate del Pd e dell’Idv e a noi ci hanno lasciato fuori». Alle 15.50 il cortile di Palazzo Tursi, sede del Comune di Genova, si trasforma in un’arena politica dove esplode tutta la rabbia dei genovesi venuti qui per assistere al consiglio più atteso degli ultimi anni, con il resoconto del sindaco Marta Vincenzi sull’alluvione di venerdì.



    Rappresentanti politici dell’opposizione, come ovvio, esponenti di movimenti cittadini, ma anche gente comune che dopo aver pianto le sei vittime, chiedeva soltanto di poter guardare in faccia il sindaco mentre parlava della tragedia. O esprimere il proprio dissenso, senza accontentarsi delle immagini trasmesse da due schermi allestiti all’esterno della Sala Rossa. Invece non accade nulla di tutto questo e ciò che doveva essere un confronto tra la giunta e la cittadinanza, al termine della prolusione della Vincenzi si trasforma in un’ovazione da stadio con due minuti di applausi. Tutti per Marta, s’intende.

    «Siamo arrivati alle 13.30 come ci era stato detto, ma nei banchi riservati al pubblico c’erano già i supporter del sindaco». Davide Rossi è il capogruppo della Lega in uno dei nove municipi cittadini. Lui, come altri contestatori, si era presentato in Comune per chiedere le dimissioni del sindaco e della giunta. Ma è troppo tardi, quantomeno per riuscire ad aprirsi un varco tra la claque di sinistra che staziona lì da un po’. Alcuni dei «dissidenti» superano i controlli di un Municipio «militarizzato», e occupano i pochissimi posti rimasti vuoti. Una decina. «Appena ci siamo seduti, ci hanno detto di uscire. Ci hanno insultato: “Coglioni, cretini, andatevene via, cosa ci fate qui” - sbotta Maurizio Gregorini del Movimento Civico Merito -.

    Cercavano la rissa e a quel punto cosa fai? Ti sbattono i giornali della sinistra in faccia, ce ne siamo andati. Abbiamo alzato dei bigliettini con la scritta “Non sei il mio sindaco”, i vigili ci hanno chiesto i documenti, neanche fossimo dei pericolosi sovversivi». Mentre dentro la Sala Rossa la Vincenzi passeggia in abito nero come a portare ancora il lutto per i morti dell’alluvione, pronta per iniziare il suo lungo, lunghissimo discorso. Quarantacinque minuti di monologo di fronte alla sua giunta e ai consiglieri comunali, senza che venga pronunciata la parola «scusa».

    Mai. Nemmeno quando con una meticolosità che forse avrebbe dovuto applicare la settimana prima, ripercorre minuto per minuto la cronaca di un disastro. Annunciato per tutti, ma non per lei. «Dalle previsioni meteo non si poteva prefigurare un evento così straordinario da essere definito “tempesta tropicale”» si ostina a ripetere, scaricando le responsabilità sull’Arpal e rimettendo alla magistratura il compito di appurare eventuali responsabilità.

    Peccato che poco dopo arrivi la smentita: «L’allerta 2, come ormai noto anche ai non tecnici, prevede esondazioni, frane ed elevato rischio per l’incolumità di persone e danni alle cose - precisa l’Arpal - e connota eventi di natura eccezionale». Ma poco conta, perché lei è sicura di aver dalla sua una platea docile e amica. «Dipendenti comunali di provata fede, mentre i cittadini della Val Bisagno sono rimasti fuori. Una vergogna», avrà il coraggio di dirle in faccia, Gianni Bernabò Brea, consigliere d’opposizione.

    Mentre fuori si scatena la protesta. Giura Gregorini che loro «son persone civili. Ma da oggi basta, è guerra». Un signore accanto a lui scalpita. Ha una rabbia dentro...«Questi sono bulgari, fascisti rossi. E la pietas non sanno nemmeno cosa sia».




    Powered by ScribeFire.

    I due pinguini sono gay: lo zoo li separa per farli riprodurre

    Il Mattino


    TORONTO - Erano stati trasferiti allo zoo di Toronto per potersi accoppiare con le femmine e riprodursi, ma i due pinguini africani maschi, Pedro e Buddy, hanno finito invece per diventare amici e passare molto tempo insieme tanto da «costringere» i responsabili dello zoo a decidere per la loro separazione forzata, a costo di apparire «anti gay». La storia è raccontata dal quotidiano National Post di Toronto sul suo sito online: Pedro, 10 anni, e Buddy, 20, sono stati trasferiti allo zoo di Toronto all'inizio dell'anno provenienti dal Pittsburgh National Aviary. L'idea era quello di farli accoppiare con due femmine. E invece, dopo un pò di tempo, i due hanno stretto un legame fortissimo e i custodi dello zoo li hanno visti spesso farsi le coccole, chiamandosi e mostrando un atteggiamento da coppia.

    Ieri l'annuncio della zoo: i due saranno separati. «Le due femmine li hanno seguiti, dobbiamo semplicemente far in modo che i due maschi mostrino interesse nei loro confronti», ha spiegato Tom Mason, custode di uccelli e invertebrati allo zoo. Secondo Mason, con la specie di Pedro e Buddy in via di estinzione, lo zoo non può rischiare di far passare la stagione degli amori senza farli accoppiare.

    «Se Pedro e Buddy non fossero geneticamente così importanti allora li lasceremmo fare», ha ribadito Mason. Negli anni '90, i pinguini africani erano stimati intorno ai 250mila. Oggi il numero è di 60mila e continua a scendere. La causa, secondo i biologi, è il cambiamento delle correnti oceaniche che spingono i pesci di cui si nutrono i pinguini sempre più lontano dalla costa africana. Secondo il sindacato internazionale per la conservazione della natura, le colonie di pinguini potrebbero estinguersi prima della fine del secolo.



    Giovedì 10 Novembre 2011 - 12:32    Ultimo aggiornamento: 13:20



    Powered by ScribeFire.

    Dopo 29 anni confessa: ho ucciso io Simonetta, figlia del giudice Lamberti

    Il Mattino





    SALERNO
    - Un pregiudicato di Nocera Inferiore (Salerno), dopo 29 anni, si autoaccusa dell'omicidio di Simonetta Lamberti, la figlia del giudice Alfonso Lamberti, all'epoca procuratore a Sala Consilina, nel Salernitano, assassinata il 29 maggio del 1982 a Cava de Tirreni, mentre era in auto col padre.
    Lo rivela «Metropolis». Secondo il quotidiano, infatti, davanti al procuratore Vincenzo Montemurro un anziano pregiudicato del Nocerino avrebbe raccontato nuovi retroscena di quel delitto che sconvolse l'Italia intera.


    Giovedì 10 Novembre 2011 - 17:54    Ultimo aggiornamento: 18:11


    Powered by ScribeFire.