lunedì 19 dicembre 2011

Auto elettrica parte da sola e falcia i giocatori

Corriere della sera

Momenti di panico in un campo di football americano



Vandalo danneggia portone S.Maria Maggiore

Corriere della sera

Ha colpito le porte in bronzo e legno con un sasso: arrestato

Frignani – Proto
 
ROMA - Un vandalo ha danneggiato il portone della basilica di Santa Maria Maggiore, a Roma. L'uomo ha scavalcato la cancellata ed ha colpito ripetutamente con un sasso le porte in bronzo e legno. Il vandalo è stato sorpreso e arrestato dalla polizia: è un 32enne romeno, senza fissa dimora.
 

 
PATTUGLIA DI RONDA - Lo ha colto sul fatto, intorno alle 4 della notte tra domenica e lunedì, una pattuglia di agenti del commissariato Esquilino, di ronda nella zona. I poliziotti lo hanno bloccato e arrestato in flagranza di reato.

Da quanto emerso nel corso della ricostruzione effettuata dagli agenti, lo straniero, scavalcate le recinzioni e raggiunto il portale, ha danneggiato ben nove oggetti in bronzo, parte dei quadri raffiguranti l'Annunciazione, scardinandoli dalla Porta Santa. Il vandalo ha rovinato anche 5 stemmi divelti dalla porta Santa del Giubileo del 2000 che si trova nella parte sinistra dalla facciata della Basilica.

 
ALTORILIEVI BUTTATI A TERRA - Sul posto i poliziotti hanno rinvenuto gli altorilievi ornamentali divelti, di cui uno, che l'uomo aveva ancora in mano quando gli agenti sono arrivati sul posto, è stato buttato a terra dal vandalo nel tentativo di disfarsene. Dai successivi accertamenti è risultato che gli stessi oggetti sono stati poi utilizzati dal romeno per provocare ulteriori danneggiamenti.
All'arrivo della polizia, lo straniero, che non ha dato spiegazioni sul suo gesto, si è scagliato contro un agente, nel tentativo di scappare. È stato bloccato e accompagnato presso gli uffici del commissariato Viminale. Al termine dei riscontri, è stato arrestato per danneggiamento aggravato.
 
RIPRESO DALLE TELECAMERE - Il gesto vandalico contro il portone è stato ripreso anche dalle telecamere di sicurezza che circondano il perimetro dell'edificio. Lo conferma la gendarmeria vaticana: «Sicuramente il gesto è stato ripreso dalle telecamere - dice un agente della Santa Sede -, sono tante e messe tutte a vigilare il monumento». Le immagini sono ora al vaglio sia della polizia, sia degli inquirenti vaticani. Al momento dell'arresto la piazza era comunque deserta, compresi i bar e i negozi che a quell'ora erano chiusi.
 
Redazione online 19 dicembre 2011 | 15:39

Ecco come comprare gioielli in nero Viaggio nell'Italia che non fa scontrini

Corriere della sera

Dal 6 dicembre 2011è vietato qualsiasi trasferimento in contanti superiore a 999,99 euro. Ma sono in tanti ad accettare gli escamotage. Da Nord a Sud: Napoli, Milano, Roma, la storia è sempre la stessa

 

di Antonio Crispino




MILANO - L'anello che voglio regalare alla mia fidanzata costa 8200 euro. Il gioielliere strabuzza gli occhi quando glielo indico. Non gli pare vero. Da quasi un anno è lì in vetrina a prendere polvere. Nessuno fino ad allora gli aveva chiesto nemmeno di vederlo. La crisi! Anzi, per invogliarmi a comprarlo mi fa uno sconto del 10%, si vuole proprio rovinare.

E se non dovesse andare bene? «Veniamo fino a casa e lo cambiamo». E per il pagamento? Si può fare in contanti? Sa, per ragioni fiscali... «Ma certo, per noi non c'è nessunissimo problema, è proprio l'ultimo dei pensieri. Se vuole può anche dividerli in due tranche... Ma anche tre, quattro, cinque... Insomma, come le fa più comodo, per noi è indifferente».


Tanto indifferente non dovrebbe essere viste le nuove norme antievasione fiscale varate dal governo Monti. Dal 6 dicembre 2011è vietato qualsiasi trasferimento in contanti superiore a 999,99 euro. Tutto, sopra questa cifra, deve essere tracciabile. Dovrebbe. Trovare gioiellieri che applicano la regola è davvero dura. Si deve entrare negli store delle grandi griffe del lusso per sentirsi dire un «No, non possiamo accettare contanti».

Nonostante una sanzione pecuniaria che può arrivare fino al 40% dell'importo pagato, sono in tanti ad accettare gli escamotage. E chi pensa al solito furbetto si sbaglia. Da Nord a Sud l'Italia è unita. Napoli, Milano, Roma. La storia è sempre la stessa. Abbiamo simulato l'acquisto di un anello. Costo: dai 1300 agli 8200 euro. Possiamo pagare in contanti? «Certo, nessun problema» ci hanno risposto nella maggioranza dei negozi. A Roma entriamo in una gioielleria che si trova proprio di fronte palazzo Chigi.

Più che un gioielliere sembra un consulente dell'evasione. «Può pagare in contanti e se non vuole figurare possiamo dividere l'importo in più parti così risulta un prezzo inferiore ai mille euro. Faremo in modo che non dovrà spiegare come ha speso questi soldi». Ci spostiamo nel cuore dello shopping capitolino: via Condotti. Qui l'attenzione dovrebbe essere altissima. Invece accettano il pagamento in contanti di 5800 euro.

Non fa eccezione il centro di Milano: corso Buenos Aires. «Vanno bene i contanti ma lo scontrino fiscale non posso farglielo. Se per lei non è un problema...». La proposta è chiara: l'acquisto in nero di un anello da 5200 euro. Niente carta di credito, niente scontrino e per il Fisco non esistiamo, né lui né noi. Poco più avanti entriamo in un'altra gioielleria che accetta contanti per il pagamento di un solitario da 8200 euro.

Eppure le nuove disposizioni le conoscono tutti. «Ah si, si... Questo è il discorso dei mille euro... lo scontrino... come l'hai comprato... etc... - ci dice un gioielliere napoletano -. Ne parlavo poco fa con un mio amico finanziere e pure lui mi diceva che hanno rotto con tutti questi controlli. Vogliono sapere tutto. Non si lavora più». Che l'Italia sia il Paese dell'evasione fiscale lo sanno anche i turisti, come ci spiega una vecchia negoziante romana.

Da due anni a questa parte nel suo negozio entrano solo cinesi e russi. «Si presentano in negozio con le valigie piene di soldi, pagano sempre in contanti, tutto in nero... Ha capito che voglio dire?».
 
18 dicembre 2011 (modifica il 19 dicembre 2011)

Tem: aziende agricole scompaiono

Corriere della sera

In Lombardia persi dal duemila ad oggi 100mila ettari di terreni agricoli . L'impatto della tangenziale est esterna di Milano.
 
Piero Riccardi



Lei si chiama Ivana Regazzetti, produce latte e le vacche le ha ereditate dal papà. Ma ora la sua azienda agricola sparirà, una delle tante che dovranno far posto all'ennesima autostrada. Siamo a Paullo, comune del parco agricolo sud di Milano. Trent’anni fa la vaccheria era nel centro del paese, poi decisero di trasferirsi fuori in aperta campagna.

Costruirono questo moderno capannone e pensarono di starsene finalmente tranquilli, finchè qualche anno fa si cominciò a parlare di “Tem” , che una volta stava solo per “tangenziale est Milano”. Ora si parla di “tangenziale est esterna Milano”, che intercetterà l’A1 prima del casello Milano sud e si collegherà alla A4. Praticamente una tangenziale della tangenziale.

Così, pezzo dopo pezzo i terreni agricoli lombardi spariscono, dal 2000 ad oggi se ne sono andati 100 mila ettari tra vaccherie, orti e campi coltivati inghiottiti da strade autostrade, capannoni e centri commerciali. E per la prima volta nella sua storia la Lombardia è scesa sotto la soglia simbolo di un milione di ettari agricoli.

Quei 5 secondi di batteria che hanno creato l'hip hop

Corriere della

Nel '69 l'assolo di Gregory Coleman fu la svolta per la musica




MILANO - Cinque secondi e due decimi di musica, la batteria sincopata fino a far esplodere i piatti. Quattro battute di notazione musicale, il tempo di un respiro, un piccolo divertimento in una canzone buttata giù in fretta nel 1969 come «lato B» di un 45 giri che avrebbe poi venduto un milione di copie e vinto molti premi.

Cinque secondi e due decimi di musica che continuano a suonare anche oggi e lo faranno sempre, nascosti in migliaia di canzoni. Il ritmo che attraverso i decenni ha dato il battito del cuore all'hip-hop, l'incedere martellante alla techno, il bu-bùm bu-bùm del drum'n'bass e ha battezzato addirittura un genere, «jungle», è il ritmo battuto da Gregory C.

Coleman sui suoi tamburi in una session realizzata in fretta 42 anni fa, un «a solo» per mettere insieme le parti un po' disgiunte della canzone «Amen, Brother» della sua band, The Winstons, sei ragazzi di Washington, DC, bianchi e neri.


La canzone vera, il «lato A», era un'altra («Color Him Father») e «Amen, Brother» rimase nascosta per due decenni sul retro di quel milione di dischi di vinile finché negli anni 80 l'«a solo» di Coleman, il batterista coi baffetti e il sorriso timido da bravo ragazzo battista cresciuto nel profondo sud della segregazione razziale, non venne scoperto dai ragazzi dei ghetti che stavano lavorando all'alba del rap.
E così grazie a quella che allora era una nuova invenzione rivoluzionaria, il sampler che permetteva di campionare suoni, accelerarli o rallentarli o ripeterli a volontà, le quattro battute di Coleman sono diventate la spina dorsale di una canzone rap dopo l'altra.

Dai «gangsta» di Los Angeles, i NWA che insultavano la polizia (presagio delle rivolte a sfondo razziale che avrebbero bruciato la città qualche anno dopo), ai ragazzacci col gusto della volgarità dei 2 Live Crew.
 
Con il tempo, la creazione di Coleman prese il nome di «Amen Break» e così è conosciuto tra musicisti, dj e appassionati. Ed è appena finito perfino su due pagine di The Economist , spazio nel salotto buono della finanza e degli affari esteri per il frammento che si può ritrovare ovunque accendendo la radio o andando su Internet o in discoteca (da musica importante come quella di Trent Reznor - «The Perfect Drug» - e Aphex Twin e Beastie Boys alla techno più semplice e senza etichette).


Basta cliccare su YouTube per ascoltare l'originale (l'«a solo» arriva dopo un minuto e ventotto secondi) che più o meno rallentato o accelerato si è trasformato in quello che tecnicamente si chiama un «loop», riconoscibile dappertutto nella musica che ci circonda, perfino in una vecchia canzone Britpop degli Oasis («D'You Know What I Mean?»).
 
Coleman è morto nel 2006 a soli sessantadue anni e, per sfortuna sua e dei suoi eredi, non ha mai visto un dollaro di diritti sull'uso globale che è stato fatto della sua esecuzione - venticinque anni fa, quando i primi campionamenti hanno prelevato la sua musica, legislazione e giurisprudenza erano molto diverse da oggi.

Ma Coleman e quel frammento di dna rimixato continuano a vivere e evolversi, darwinianamente, dimostrazione della profezia che un giorno fece Duke Ellington: «La musica un giorno finirà dove è cominciata: con un uomo che batte su un tamburo».
 
Matteo Persivale18 dicembre 2011 | 16:16