mercoledì 29 febbraio 2012

Dacci il nastro. Altrimenti...»

Corriere della sera

Aggredita anche Tgcom24

Il censore Saviano imbavaglia chi lo critica

di Gian Marco Chiocci e Simone Di Meo - 29 febbraio 2012, 08:00

Il paladino della libertà di stampa querela un sito scomodo. Ma sotto inchiesta è finito un ignaro postino


È la stampa, bellezza. Dovrebbe saperlo, Roberto Saviano, dopo tutti gli appelli, le comparsate televisive, i monologhi teatrali, le articolesse chilometriche, le manifestazioni di piazza a favore della libertà d’informazione insieme agli evergreen Al Gore e Salman Rushdie.

Roberto Saviano

Ha addirittura tenuto una conferenza alla Svenska Akademien, l’Accademia svedese dei Nobel sul fatto che la parola è un purosangue che non può essere imbrigliato come un ronzino qualsiasi, deve correre veloce sui prati dello sdegno civile e dell’impegno nazional-popolare, e calpestare veloce le praterie dell’Esempio.

Infatti, fedele alla predica, l’eroe dell’antimafia di carta se l’è presa con chi, in terra di camorra, svolge il non facile compito di informare. E così ha querelato il sito d’informazione Casertasette.it mandando sotto processo il direttore della testata, Biagio Salvati (un eccellente cronista che ai tempi riempiva di carte giudiziarie l’ancor acerbo scrittore) e il decano dei cronisti di nera casertani Ferdinando Terlizzi. Si è sentita diffamata, la star di Gomorra, da una serie di articoli che il quotidiano online ha pubblicato da maggio a ottobre 2008, quando ormai il bestseller sui Casalesi aveva superato i confini nazionali per conquistare i mercati europei. Cose forti, attacchi violentissimi. Roba da condanna sicura.

Eh, sì: il paladino della libertà di stampa, ad esempio, non ha digerito il fatto che Terlizzi abbia recensito un libro sulla camorra del bravissimo giornalista napoletano Gigi Di Fiore scrivendo che si trattava di un lavoro più fedele alle fonti e ai fatti rispetto a Gomorra, che contiene invece parecchie vicende inventate di sana pianta. Anatema. E ancora: Salvati e Terlizzi dovranno spiegare com’è che gli è saltato in mente di scrivere che Sua Eccellenza Saviano aveva difficoltà a trovare casa per motivi di sicurezza, dopo che la stessa notizia l’avevano pubblicata – evidentemente, senza ricevere carte bollate – praticamente tutti i quotidiani napoletani.

Affetto da querelite acuta, Saviano ha denunciato il direttore e il cronista/commentatore del sito anche per articoli ripresi pari pari da altri quotidiani e soprattutto dall’informatissimo e gettonatissimo sito Dagospia. La sola decisione di riproporli ai lettori di Casertasette.it, secondo lo scrittore, li rende meritevoli di una legnata in un’aula di giustizia. E poco importa che, prima o in contemporanea al sito casertano, gli stessi articoli avessero fatto il giro del web e della carta stampata. Così la prossima volta imparano a lanciarli nella home page. E il primo che deve pagare per omesso controllo è proprio il direttore Salvati, quello che generosamente forniva al carneade Saviano atti giudiziari e chicche sui Casalesi. La guerra è guerra.

La cosa più incredibile di tutta questa vicenda, però, è un’altra: a causa della querela di Saviano è finita sott’inchiesta la persona sbagliata. Non già il cronista di giudiziaria Ferdinando Terlizzi, 75enne di Santa Maria Capua Vetere, di professione giornalista, ma l’omonimo Terlizzi Ferdinando, 35enne di Lodi, postino, che con Casertasette e il mondo di Gomorra non c’entra assolutamente nulla. Eppure, il poverino è rimasto per tre anni incagliato nel processo e, solo qualche giorno fa, nonostante l’opposizione del pm e dei legali di Saviano, il giudice di Milano si è dichiarato incompetente accorgendosi dell’errore. Così, la singolar tenzone tra Davide e Golia si è spostata dal capoluogo lombardo a Santa Maria Capua Vetere dove l’autentico Terlizzi abita e scrive sul blog indigesto al Grande Scrittore.
 
Si attendono ora vibranti arringhe dei numi tutelari (a senso unico) della libertà di stampa. È sacrosanto difendere Corrado Formigli dal risarcimento-monstre di 7 milioni di euro, ma non guasterebbe una parolina di solidarietà ai piccoli cronisti di provincia che hanno osato scrivere, o riportare cose scritte da altri, sul corregionale Saviano.

L’ha detto pure San Roberto: «Si deve continuare a porre le domande. È legittimo non rispondere ma impedire di fare domande no». Ecco, la domanda è questa: chi si schiererà adesso con Casertasette contro Saviano?

Un'altra amica dei terroristi promossa da Pisapia

Libero


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E due. Dopo il caso dell’ormai celebre Maurizio Azzollini, funzionario  recentemente promosso capo di gabinetto del vicesindaco di Milano, a Palazzo Marino si scopre un'altro dipendente con legami col terrorismo alle spalle, e con una condanna a cinque anni in primo grado. Si chiama Lucia Pizzo e negli anni ’70 faceva parte della colonna Walter Alasia. I compagni che, tanto per citare una delle loro imprese, gambizzarono Indro Montanelli nel 1977.

Al contrario di Azzollini, la Pizzo non ha mai sparato a nessun poliziotto. Secondo i magistrati che la trascinarono alla sbarra, aveva accettato di intestare a suo nome il contratto d’affitto di un appartamento diventato poi il covo di alcuni “amici” brigatisti. Un gesto che in primo grado valse alla donna - che già all’epoca lavorava a Palazzo Marino come semplice messo comunale - una condanna a cinque anni di reclusione. Tre anni in più rispetto alla richiesta del pubblico ministero.

Da allora, tuttavia, la Pizzo è riuscita a riabilitare il suo nome, uscendo del tutto incolume dalle sue disavventure giudiziarie. Per i suoi avvocati, infatti, non aveva mai accettato di fare da prestanome, né partecipato alle azioni che avevano visto protagonisti i “compagni”. Il contratto le era stato intestato  a sua insaputa.

Chiusi i conti con la giustizia,  la Pizzo è riuscita a tornare a lavorare in Comune, sempre con incarichi piuttosto modesti. Negli anni  novanta è diventata funzionaria per i servizi amministrativi, poi è riuscita a farsi nominare responsabile dei gruppi consiliari. Il suo passato e i suoi orientamenti politici, comunque, sono sempre stati noti a tutti, tanto più che per qualche anno è stata la rappresentante sindacale della Cgil in Comune.

Il vero salto di qualità, però, è arrivato negli ultimi mesi. Dopo l’elezione di Giuliano Pisapia, la Pizzo è diventata il braccio destro di Davide Corritore, city manager del sindaco. Una coincidenza curiosa, soprattutto se sommata alla promozione di Azzollini. «Diciamo che misteriosamente tutti questi personaggi che prima non occupavano certo posizioni apicali ora hanno fatto una carriera repentina», commenta oggi l’ex vicesindaco Riccardo De Corato.

In questo caso, comunque, non ci sono state sorprese. Delle Pizzo tutti conoscevano le disavventure, tanto che qualcuno ha conservato gli articoli degli anni ’80 che raccontano le sue vicende processuali. «In tanti erano al corrente di questi fatti, ma io per la verità l’ho scoperto solo un mese fa», continua De Corato, «ovvero quando Corritore l’ha promossa».

La giunta comunale milanese, nel frattempo, da ieri è scesa in campo per provare a smorzare le polemiche. Il vicesindaco Maria Grazia Guida ha promesso di avviare «una riflessione» per mettere al centro dell’attenzione «le vittime del terrorismo e delle mafie» nel dibattito cittadino. Fumosi annunci, che nascondono un fatto: Azzollini resterà tranquillamente al suo posto. Anche perché, assicura la Guida, «è stato scelto per l’attuale incarico in quanto già nell’organico esistente e per le sue competenze e capacità». Le reazioni del centrodestra, quindi, sarebbero «spropositate e indebite».


di Lorenzo Mottola
28/02/2012

Otzi aveva l'arteriosclerosi

Corriere della sera

Dalle analisi risulta che era predisposto alle malattie cardiocircolatorie ed era intollerante al lattosio



Ricostruzione dell'aspetto di Ötzi al momento della morte (da Museo archeologico dell’Alto Adige)Ricostruzione dell'aspetto di Ötzi al momento della morte (da Museo archeologico dell’Alto Adige)

MILANO - È stato pubblicato sulla rivista Nature Communications il genoma di Ötzi, la mummia del Neolitico datata tra il 3.350 e il 3.100 a. C. rinvenuta il 19 settembre 1991 sul ghiacciaio del Similaun, in Alto Adige, e conservata al Museo archeologico di Bolzano.

MALATTIE CARDIOCIRCOLATORIE - Ötzi - così è stato simpaticamente chiamato dalle Ötzaler Alpen, il nome in tedesco delle Alpi Venoste dove si trova il Similaun - era geneticamente predisposto a malattie cardiocircolatorie. Lo ha rivelato lo studio del gruppo di ricerca che fa capo ad Albert Zink e Angela Gräfen dell’Istituto per le mummie e l’Iceman dell’Accademia europea di Bolzano (Eurac), Carsten Pusch e Nikolaus Blin dell’Istituto di genetica umana dell’Università di Tubinga, e Andreas Keller ed Eckart Meese dell’Istituto di genetica umana dell’Università dello Saarland. La mummia evidenzia non solo la predisposizione genetica, ma anche uno dei sintomi della malattia: la presenza di arteriosclerosi. Il dato è interessante perché, 5 mila anni fa, Ötzi non era esposto ai rischi che oggi influenzano l’insorgere di malattie cardiocircolatorie. Ötzi infatti non era sovrappeso e non conduceva una vita sedentaria.

PREDISPOSIZIONE GENETICA - «La conferma che questa predisposizione genetica fosse riscontrabile già ai tempi di Ötzi è rilevante perché mostra che le malattie cardiocircolatorie possono non essere legate alla civilizzazione», sottolineano l’antropologo Zink e il bioinformatico Keller. «Il passo successivo sarà quello di analizzare in maniera più approfondita lo sviluppo di queste patologie».

INFEZIONE BATTERICA - L'analisi del genoma di Ötzi - che al momento delle morte aveva circa 45 anni, era alto 160 centimetri e pesava una cinquantina di chili - ha inoltre evidenziato tracce di borrelia, una famiglia di batteri che causa una malattia infettiva trasmessa attraverso le zecche. Pusch, che ha condotto le indagini genetiche a Tübingen, afferma: «Si tratta della più antica testimonianza di borreliosi, ora sappiamo che questa infezione esisteva già 5 mila anni fa».

IMPARENTATO CON SARDI E CORSI - Un altro aspetto considerato dai ricercatori è stata l’origine genetica dell’Uomo venuto dal ghiaccio. È stato dimostrato che Ötzi appartiene a un aplogruppo Y molto raro in Europa. Questo permette di trarre due conclusioni: gli antenati di Ötzi sono emigrati dal Vicino Oriente nel Neolitico in seguito alla diffusione dell’agricoltura e dell’allevamento; il loro Dna si è conservato fino a oggi in regioni isolate, come Sardegna e Corsica.

INTOLLERANTE AL LATTOSIO - Attraverso gli studi genetici è stato possibile ottenere informazioni anche sulle caratteristiche fisiche dell’Uomo venuto dal ghiaccio: Ötzi aveva gli occhi marroni, i capelli castani e soffriva di intolleranza al lattosio. Quest’ultima scoperta avvalora l’ipotesi che anche 5 mila anni fa, nonostante si vivesse in una società contadina, l’intolleranza al lattosio era molto diffusa. Solo con l’addomesticamento degli animali, gli uomini hanno poi sviluppato la capacità di digerire il latte anche in età adulta.




Redazione Online
28 febbraio 2012 | 17:53


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Blitz anti-Anonymous, arrestati 25 hacker

Corriere della sera

Per attacchi coordinati a siti di istituzioni cilene e spagnole. Hanno tra 17 e 25 anni. Rischiano fino a cinque anni di prigione



MILANO - L'Interpol ha fatto sapere di aver arrestato 25 hacker sospettati di far parte del collettivo Anonymous in Europa e America Latina. Gli hacker, di età compresa fra 17 e 40 anni, sono stati fermati in Argentina, Cile, Colombia e Spagna e avrebbero pianificato cyberattacchi coordinati contro siti delle istituzioni, tra cui quello del ministero della Difesa colombiano. L'Interpol ha il quartier generale a Lione, in Francia.

LE INDAGINI - Il caso è seguito in Cile dal procuratore Marcos Mercado, specializzato in reati informatici, il quale ha aggiunto che i sospetti sono stati accusati di avere alterato siti web, tra cui quello della biblioteca nazionale cilena, e di avere coordinato attacchi di negazione del servizio (NoS) ai siti delle compagnie elettriche Endesa e Hidroaysen. Gli attacchi NoS portano al sovraccarico dei server tramite massicce richieste di accesso al sito, maggiori rispetto a quelle gestibili. Le accuse rivolte agli arrestati prevedono da un minimo di 541 giorni a un massimo di cinque anni di prigione, ha spiegato Mercado. Il sottoprefetto di Santiago, Jaime Jara, ha dichiarato che gli arresti sono il risultato di un'indagine iniziata di recente e che le autorità ancora non sanno se gli arrestati hanno legami con un «gruppi illeciti». Le autorità stanno continuando a valutare ogni possibilità. Immediata la risposta dell'ala brasiliana di Anonymouis: «Interpol, non potrai fermare Anonymous».



(fonte: LaPresse/Ap)
29 febbraio 2012 | 9:27




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Pizzicato il dipietrista furbetto con pass della suocera morta

Libero

Il consigliere provinciale dell'Idv utilizzata il permesso degli invalidi per entrare nella Ztl. "Non sapevo che dovevo restituirlo"


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Non sapeva che quando una persona disabile muore i parenti non possono più beneficiare dei suoi permessi per entrare nella Ztl o nei parcheggi per gli invalidi. Eppure avrebbe dovuto, essendo lui un consigliere provinciale. Lui è Paolo Nanni, eletto nelle liste dell'Idv bolognese, e ha tirato fuori questa assurda scusa quando è stato pizzicato con il pass della suocera defunta mentre varcava il centro storico di Bologna. Il dipietrista non era il solo ad usufruirne: tutta la famiglia ne approfittava. Nanni sostiene che lui ha anche il permesso da consigliere provinciale, ma Palazzo Malvezzi lo ha zittito: i pass dati ai consiglieri sono comunque soggetti a delle limitazioni. I vigili adesso stanno vericando ogni suo accesso nella Ztl di Bologna anche prima della sua elezione.

29/02/2012

Non solo droga: ora i narcos rapinano anche fagioli e mais

Corriere della sera

C'è domanda di alimenti locali e i prezzi sono in rialzo



Un camion di cereali scortatoUn camion di cereali scortato

WASHINGTON - Cocaina, «erba», anfetamine. La droga è il prodotto principale dei cartelli messicani. Ma c’è anche dell’altro. I narcos di Sinaloa, guidati da El Chapo, da oltre un paio di anni si dedicano al furto di mais e fagioli. In quantita’ industriali. Bande armate si sono specializzate nell’assalto ai tir che trasportano granaglie o legumi: infatti c'è una grande domanda per elementi chiave dell'alimentazione locale e i prezzi sono in rialzo, dunque per le gang e' un grande affare. Cosi' tendono agguati, intercettano carichi, assaltano i silos. Un’attività criminale che sta assumendo livelli preoccupanti e che ha spinto le autorità a rafforzare le misure di sicurezza. Ma le pattuglie non bastano a sorvegliare un territorio esteso ed è impossibile vegliare su ogni singolo camion.

«TRE CERCHI» - I «ladri di fagioli» agiscono su più livelli e sono strutturate - secondo la magistratura - in tre «cerchi». Il primo è quello degli informatori. Sanno quando partono i carichi, conoscono le «rotte», raccolgono informazioni sugli impianti. Poi ci sono gli operativi, ai quali spetta l’attacco. Infine i «commercianti», coloro che piazzano la merce. Di solito i criminali aspettano i camion in aperta campagna. Uno scherzo per gruppi dotati di fucili d’assalto, granate e veicoli blindati. Ma a questo tipo di colpi se ne aggiungono altri più clamorosi. Quasi un anno fa un commando è entrato in un deposito di Zacatecas portando via qualcosa come 900 tonnellate di fagioli. Erano una trentina di elementi arrivati su jeep e con un’intera colonna di tir, caricati con un lavoro durato ore. Veri saccheggi di massa ripetuti poi in altre località.

DIVERSIFICAZIONE - Dopo questi raid i proprietari dei depositi hanno cercato di rendere più sicuri i loro stabilimenti. Sono stati scavati fossati, piazzate telecamere, alzato recinzioni e ingaggiato guardie private. Difese che hanno spinto i banditi a dare la caccia ai mezzi quando sono sulle strade. Il governo, raccogliendo l’appello delle associazioni degli agricoltori, ha promesso maggiore impegno nel contrastare i banditi. In particolare si cercherà di risalire la filiera per individuare i «commercianti». La storia dei ladri fagioli è solo l’ultima conferma di come i narcos siano abili nel diversificare le loro attività. Se Sinaloa punta sull’agricoltura, la Familia michoacana si dedica ai sofwtare piratati e i Los Zetas al petrolio.



Guido Olimpio
Twitter @guidoolimpio
golimpio@rcs.it
28 febbraio 2012 | 22:57


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Quelli che rinunciano alle superauto .«Spie per il fisco». Svendute all' Est 800 Porsche al mese

Corriere della sera

Cedute a chi porta in Italia badanti: le richieste più forti da Moldavia, Ucraina ma anche Polonia e Sud America



MILANO - «Ascolta Lorenzo, fammi una cortesia. Voglio sbarazzarmi della Range che mi hai venduto. Mandami a casa uno dei tuoi con una targa-prova e riprendetevela. Non ve la porto io perché ho paura che mi fermino per un controllo». Ecco, è andata più o meno così la telefonata, una delle tante ultimamente, tra Lorenzo Schiatti, concessionario Land Rover e Jaguar di Reggio Emilia, e uno dei suoi ricchi clienti. «Aveva paura di fare anche solo dieci chilometri dalla sua abitazione fino a qui - spiega Schiatti -. Temeva di incontrare un posto di blocco della Finanza».



Quella Range è già partita. Ora è in Moldavia, in Polonia o in Ucraina, chissà. Caricata su un rimorchio e portata via da uno dei tanti commercianti (o improvvisati tali) stranieri che hanno fiutato il business a distanza e sono diventati pendolari dell'usato di lusso. «Chi, come me, percorre tutti i giorni l'autostrada Milano-Venezia - racconta Gianni Oliosi, direttore della comunicazione di Bmw Italia - vede decine di furgoni ai quali è attaccato un piccolo rimorchio. Arrivano dall'Est carichi di badanti e poi ripartono trainando auto usate, naturalmente tutte pregiatissime. Lo scarico (di donne) e carico (di vetture) di solito si svolge nel fine settimana».

Il fenomeno è giovane. L'esportazione di grandi Suv, sportive e ammiraglie di seconda mano ha avuto un'impennata negli ultimi tre mesi. «Stiamo cercando di monitorare la situazione - dice Sirio Tardella, direttore del centro studi Unrae, l'associazione che raggruppa in Italia i costruttori esteri -. Non abbiamo ancora dati definitivi, perché è difficilissimo quantificare, ma da una prima proiezione si parla di migliaia di auto al mese che lasciano l'Italia per un giro d'affari milionario». «Noi invece i dati, purtroppo, li abbiamo precisi - spiega Loris Casadei, direttore generale di Porsche Italia -. Eccoli: fino al 2011 lasciavano l'Italia per l'estero 60 Porsche usate alla settimana. Dall'introduzione del superbollo, a dicembre, sono diventate 120. Poi sono arrivati i brutali controlli della Finanza e in gennaio abbiamo registrato la partenza di 200 vetture ogni sette giorni!».


D'altra parte in Italia queste macchine usate non avrebbero mercato adesso. Il superbollo (in qualche caso la cifra che si paga è addirittura superiore al valore dell'auto) e il rischio di essere fermati dalle Fiamme Gialle obbliga anche gli automobilisti più facoltosi, ma non del tutto in regola con il fisco, a puntare su vetture che abbiano costi di gestione accessibili e diano meno nell'occhio. Risultato: un'auto usata che vale 40 mila euro finisce in mani straniere anche per soli 25, 30 mila euro.


«È così. Ed è logico che noi ne approfittiamo. Il momento è magico e in tutta Europa il passaparola è stato immediato». Pasquale Maione vive a Monaco di Baviera e da 32 anni compra auto usate in Italia. Le rivende in Germania, Austria (le migliori) oppure all'Est (quelle con molti chilometri) o addirittura in Sudamerica («Dove ho piazzato a 50 mila dollari una Mercedes comprata in Italia per 20 mila euro»). La sua attività in questo periodo è frenetica. Una gara quotidiana per battere la concorrenza moldava, polacca, ucraina e ceca (quella che esporta badanti e importa bolidi, per intenderci). «Abbiamo il vantaggio di venire in Italia e fare noi il prezzo, altrimenti quelle belle macchine resterebbero invendute continuando inevitabilmente a perdere valore giorno dopo giorno.



Conosco bene la situazione perché lavoro anche attraverso Internet e compro da privati. Tra loro sono tanti quelli che vendono per paura dei controlli, me lo confessano quando mi metto in contatto per trattare. E allora se chiedono 80, offro 60. Tanto poi alla fine la spunto sempre. Solo che ora in Italia c'è un problema. Io ho sempre pagato in contanti. Trattavo al telefono e poi mandavo un mio uomo giù con i soldi. Adesso la legge che impone di non poter spendere in contanti più di 999 euro complica tutto. Soluzioni? Bonifici bancari. Ma succede anche che qualcuno di noi consegni la cifra intera al venditore e poi questo la depositi in piccole parti nei giorni successivi. Le auto più richieste? I Suv di lusso soprattutto: Bmw X5, Porsche Cayenne, Mercedes ML. Ma anche Ferrari. Io ne tratto molte in questo periodo».


«Non c'è da stupirsi - dice Filippo Pavan Bernacchi, presidente di Federauto, l'associazione di categoria dei concessionari -. Purtroppo possedere auto di lusso ormai sembra essere quasi un reato. Commercianti organizzati e battitori liberi fanno il bello e brutto tempo. Un gioco facile viste le condizioni in cui si trovano oggi i concessionari italiani, strangolati dalla crisi. Intendiamoci, si tratta di un commercio in buona parte alla luce del sole, anche se nelle regioni dove l'applicazione delle leggi non è mai rigorosa i grossi pagamenti cash non sono un problema nonostante la legge li vieti. Resta il fatto che si conclude la vendita, l'auto parte ma spesso, a destinazione, ha molti meno chilometri sulle spalle di quanti ne avesse alla partenza. All'Est sono abilissimi in queste magie».


E sono abilissimi anche nei trasporti. Non solo bisarche e rimorchi. Molte vetture finiscono oltre confine guidate da autisti improvvisati, di solito un paio, che all'andata, pigiati sul furgone con le badanti, sognano già il viaggio di ritorno al volante di una Porsche o di una Jaguar. Nell'altra Europa, quella per cui il fisco non è ancora un problema, c'è chi li aspetta al confine con i contanti in mano.




Maurizio Donelli
29 febbraio 2012 | 8:56




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La fortuna dei figli del giorno bisestile

Corriere della sera

Perché chi è nato il 29 febbraio possiede una patente di originalità


Su Twitter il tormentone è partito ieri sera: #29febbraio. O #29thfebruary per chi cinguetta in inglese, hashtag gettonatissimo soprattutto tra le donne visto che una tradizione scozzese dice che, solo per oggi, possono chiedere al proprio uomo di sposarle e a lui non è concesso rifiutarsi. Ma il vero problema del giorno che ricorre ogni quattro anni riguarda il compleanno. Chi è nato il 29 febbraio, famoso o no, quando festeggia? Il 1° marzo, come la soubrette Sylvie Lubamba «perché prima porta sfortuna», o il 28 febbraio come «Carletto detto Bisestile» di cui racconta Luciano De Crescenzo nel suo libro Tale e quale ? Per quest'anno, almeno, il problema non si pone.

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Caro Bsev, rubo qualche attimo del tuo tempo per richiedere un intervento. Mi spiego. Sono nato il 29 febbraio (del 1956! Siamo quasi coetanei). E quest'anno, finalmente, potrò festeggiare il compleanno nel giorno esatto! Noi del 29 febbraio siamo rari, ma non unici. Sarebbe bello avere, come regalo, un tuo pensiero per noi «bisestili». Quasi nessuno ne parla, eppure ci siamo.
 
Domenico Campanini
domenico.campanini@tin.it


Caro Domenico, oggi ne parleranno in molti, vedrai. Ma un pensiero-regalo te lo offro volentieri, per quel che vale. Non per dirti quello che sai già. E cioè che i calendari sono un gioco (necessario) degli uomini; le date, semplici convenzioni. Non cercherò neppure di consolarti dicendo che voi bisestili siete eterni giovani - i capelli bianchi e le articolazioni non guardano il calendario. Eviterò anche qualsiasi riferimento a scaramanzia, esoterismo e astrologia, materie in cui sono orgogliosamente ignorante.

Ti dirò solo: siete speciali. Nascere il 29 febbraio conferisce una patente di originalità che nessuno può mettere in discussione. Sono certo che il tuo compleanno sia un ottimo tema di conversazione: negli ultimi anni, quando eri stanco di sentir parlare di calcio e di Berlusconi, chissà quante volte hai detto: «Sapete? Io compio gli anni ogni quattro anni» - e poi ti sei messo tranquillo ad ascoltare prevedibili ba nalità (è un po' come nascere a Crema: chiunque tiri fuori «la città dolce» deve sapere che milioni di persone hanno già detto la stessa cosa). Il punto, ripeto, è un altro: voi bisestili siete veramente speciali. Non unici, ma rari e preziosi. Nel XX secolo non erano i cesarei a dettare le date di nascita: siete figli della coincidenza (che, a differenza della scaramanzia, amo molto). Moltissimi italiani, oggi, sprecano soldi e buttano il senno per sembrare originali, interessanti, notevoli. Voi lo siete davvero: gratis. Non è fantastico? Buon compleanno, Domenico.


Beppe Severgnini
29 febbraio 2012 | 8:53

Ehi pecorella, vuoi sparare?» Insulti al carabiniere immobile

Corriere della sera

In un video di Corriere Tv offese e scherno di un manifestante


Guardateli bene il No Tav e il carabiniere, fissate quel video di Corriere Tv, ascoltate le parole intrise di arroganza e disprezzo.






«Ehi, pecorella, sei venuto a sparare? Per quello che guadagni non ne vale la pena... ». Arrivano come uno sputo sulla visiera dell'uomo in divisa, provocano, irridono, sono la gratuita offesa di chi si ritiene impunito nei confronti di un servitore dello Stato chiamato a compiere il proprio dovere.
Non domandatevi nient'altro, adesso, non pensate all'Alta velocità o alla difesa della valle, fermatevi su una sequenza che più di ogni altra mostra dove può sfociare la cieca cattiveria di questi giorni in val di Susa. «Che Pecorella sei?», ripete il giovane manifestante appoggiato a un guard rail. «Hai un numero, un nome? Mi sa che sei illegale... Sei venuto per sparare, vuoi sparare?.. », chiede con una certa tracotanza al giovane carabiniere che lo fissa davanti.

E' difficile non riandare ad altri tempi, alle inquietudini di altre stagioni, agli incubi, alla violenza, alla gratuità di certe minacce, e non si può evitare di pensare a Pierpaolo Pasolini, alla sua invettiva in difesa di altri uomini in divisa, quei poliziotti che più di quarant'anni fa a Valle Giulia, a Roma, vennero presi a botte dai sessantottini con le facce di figli di papà e lo stesso occhio cattivo. Oggi, quarant'anni dopo, facciamo nostre le parole del poeta davanti a questo tracotante no Tav che si abbandona all'insulto nei confronti del giovane carabiniere: «Quando ieri a valle Giulia aveva fatto a botte con i poliziotti, io simpatizzavo per i poliziotti. Perché i poliziotti sono figli di poveri. Vengono dalle periferie, contadine o urbane che siano... ».

Non c'è Pasolini oggi a difendere i poliziotti e i carabinieri schierati sui ponti di un'autostrada o davanti ad un cantiere in difesa della libertà di altri cittadini, ma bastano pochi frammenti del filmato di Corriere tv per capire da che parte stare. Perché è violenza a senso unico quella che si sente e si vede nelle immagini che adesso viaggiano su Internet. E va elogiata la calma del giovane militare, ripetutamente provocato. «Pecorella, ascolta, io pago anche per te. Vi siete divertiti, eh». Silenzio. «Fatti riconoscere. Io non so chi sei. Parla. Noi ci divertiamo un sacco a guardare voi stronzi... ». Ancora silenzio. E' difficile trattenere il fiato, lasciandosi scorrere addosso la lunga sequela di accuse. Il giovane militare ci riesce, e gli va detto pubblicamente grazie, per non aver fatto precipitare una situazione incandescente in un nuovo incidente, in uno scontro.

Era come se qualcuno non aspettasse altro. Gli animi sono surriscaldati in val di Susa. La tensione è alta. Ma certe scene di scherno i no Tav se le potevano risparmiare. Con gli insulti, con le scritte brigatiste nei confronti del giudice Caselli, con la tracotanza esibita in questo modo, si isolano da soli.

Giangiacomo Schiavi
29 febbraio 2012 | 9:28

La Disneyland del minatore

La Stampa

Discesa nella miniera di Lewarde, il più grande Museo a tema della Francia


lewarde,francia,miniera


“La miniera? Voi siete abituati a leggere Ken Follett: grisù che invade le gallerie. Padroni ingordi e senza cuore. Vedove e figli cacciati di casa perché nessuno scava più e il tetto va solo a chi lavora. Bene, qui è stato esattamente il contrario: una vedova diventava improvvisamente una donna  ricca, concupita. Trasformata dalla Compagnie des Houilléres in un ottimo partito perché, essendo in genere ancora giovane, era anche proprietaria di muri e dotata di una gran pensione di reversibilità. La nostra gente con la mine à charbon, ha fatto il salto di classe, è diventata agiata borghesia di seconda generazione. Vada a vedere il Museo di Lewarde, una sorta di Disneyland del minatore: attrezzi, scavi, pozzi, dormitori, cunicoli, vagoncini, una ragnatela di rotaie e camminamenti. I nonni ci accompagnano i nipoti per dire: tuo padre è diventato quello che è grazie a questo”. A parlare è Arlette Debove,  professeur d’école honoraire a Henin Beaumont, in quel fitto presepe di villaggi percorsi fino agli Anni ’70 dal rigoglioso serpente fossile che si snoda da Lens al confine belga, nella Francia del Pas de Calais. Il paesaggio è quello basso, rigato da frequenti raffiche di pioggia, di una canzone di Brel. Punteggiato dai terrils, le piccole colline coniche fatte di materiale estratto che si ergono improvvise per ben 280 volte nel raggio di un centinaio di chilometri. I paesi si susseguono appiccicati uno all’altro e possiedono tutti, indistintamente, un cuore fremente di coron, le case di mattoni affumicati dei minatori che testimoniano un grande epoca industriale che ha modellato un’intera società. Ben restaurate, sono ridiventate un posto ambito.

 La discesa nella miniera di Lewarde (www.chm-lewarde.com) ne è l’esempio più evidente: un flusso ininterrotto soprattutto d’enfant du pays. Li vedi sorridere davanti alle vecchie fotografie, riconoscere antichi volti di famiglia. Li vedi percorrere oltre due chilometri e mezzo di archivi pronti a narrare la storia economica e sociale, l’organizzazione dell’impresa, i piani di sfruttamento, le tecniche, il patrimonio di esperienze, le conquiste. E, più prosaicamente, li vedi annusare i reparti di vestizione, le docce, i magazzini per lampade,  picconi, esplosivi, corde. Solo dopo questo primo bagno di attento ripasso, ci si concede al tuffo nelle viscere. Ed è qui che incomincia la vera Disneyland. Ci si stipa nella gabbia di discesa come veri minatori e si tira il fiato perché tutto prende a traballare vertiginosamente, il pavimento pare precipitare sotto i piedi, l’equilibrio si fa complesso e il respiro ansima come sull’ottovolante. Di colpo, la brusca frenata. E, finalmente, le gallerie: si percorre ogni angolo del dedalo dove ogni funzione viene illustrata, ricostruita e talvolta rappresentata con una gran serie di aggeggi animati, dai manichini agli utensili “lavoranti”. Si può restar sotto per ore, affascinati e silenti. Ma alla fine, la sensazione è una sola: c’è sì un’immagine di immane sudore e pericolo. Ma si ricava anche il senso di una solidarietà profonda, che partiva direttamente dal padrone dalle braghe bianche anche se ammorbidito da qualche sciopero.

Conferma Alain Boulent,  adjont del sindaco di Henin Beaumont: “La verità è che la Compagnie des Houilléres è sempre stata “buona”. Prendiamo i pilastri del loro modo di fare miniera: casa e carbone gratuiti. Bistecche, pesce e vestiti offerti a prezzo stracciato allo spaccio. La scuola per i figli gratuita, una quantità di borse di studi per l’università. Vacanze al castello di La Napoule sulla Costa Azzurra e all’hôtel Régina à Berck-Plage sulla Côte d'Opale. Insomma: la vita non costava e i salari erano alti, tutti finivano per comperarsi la coron. Con in più un paracadute perché, si sa, le disgrazie arrivavano. La silicosi era la spada di Damocle: se alla visita annuale (gratuita) si accusavano sintomi, si passava a un lavoro d’ufficio e si aveva diritto a un’indennità rapportata al grado d’invalidità che poteva persino raddoppiare la paga. Le vedove mantenevamo il diritto alla casa con pensione e indennizzi acquisiti. Per questo molte si riaccasavano senza più sposarsi. Quando il filone si è inaridito nessuno è restato a piedi come invece è successo con la Thatcher. Si è chiuso solo quando tutti sono andati in pensione”.



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Che cosa sono le malattie rare?

La Stampa




A CURA DI PAOLO RUSSO

Roma

Cosa sono le malattie rare, di cui si celebra oggi la Giornata mondiale?
Sono quelle patologie che colpiscono un ristretto numero di persone, difficili da diagnosticare e anche da curare, perché spesso non esistono farmaci adatti. Una malattia si definisce rara, quando i casi non sono più di cinque ogni 10 mila abitanti. In Italia l’Osservatorio delle malattie rare dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss) ha censito circa 7 mila patologie rare, che colpiscono circa due milioni di persone e 30 milioni in tutta Europa. Il 30% di queste patologie sono ancora senza diagnosi. Molte si manifestano già in età pediatrica, hanno una origine genetica e colpiscono più apparati. Il loro percorso è spesso invalidante e richiede continue cure mediche, programmi di riabilitazione e un buon supporto psicologico. «Le patologie rare più frequenti - spiega Domenica Taruscio, direttore del Centro nazionale malattie rare dell'Iss - sono quelle del sistema nervoso e degli organi di senso, che rappresentano il 21% del totale».

Che cosa si deve fare se si ha il sospetto di una malattia rara?
Per i pazienti non è facile ottenere una diagnosi: in media prima si passa per nove visite mediche. Quando il medico curante sospetta una di queste patologie, dovrebbe indirizzare il paziente in un presidio della rete della malattie rare abilitato per la malattia. Ma la loro diffusione non è omogenea «e nemmeno la qualità», ammette la professoressa Taruscio dell’Iss. Un’arma efficace resta quella della prevenzione, poiché molte malattie rare hanno origini genetiche. In diverse regioni si attuano degli screening metabolici sui soggetti «a rischio». In Toscana, Umbria, Emilia Romagna si fanno già screening allargati, in Lombardia, Sicilia, Sardegna e Marche si stanno avviando, in Piemonte dopo un avvio incoraggiante è tutto fermo così come nel resto d'Italia. Di grande aiuto per pazienti, familiari e medici è il portale Orphanet, tradotto in cinque lingue, un progetto internazionale al quale lavorano 12 mila specialisti e ricercatori che hanno realizzato una vera enciclopedia delle malattie rare.

Che politica socio-sanitaria è stata attivata per far fronte al problema?
Dal 1998 i Piani sanitari nazionali hanno sempre posto quella delle malattie rare tra le priorità. Nel 2001 è stata istituita la Rete nazionale delle malattie rare e per 350 patologie è prevista l’esenzione dai ticket. Ancora poca cosa rispetto all’universo delle malattie rare. Il ministro della Salute, Renato Balduzzi, ha annunciato che nei nuovi livelli essenziali di assistenza verranno inserite 109 nuove malattie rare, per le quali sarà dunque garantita la gratuita di cure e assistenza. Il ministro ha anche ipotizzato l’inserimento di uno specialista in malattie rare nelle commissioni mediche per il riconoscimento delle invalidità e l’apertura di sportelli ad hoc in ogni Asl.

Quali diritti hanno le persone colpita da una malattia rara?
Si ha diritto alla totale gratuità delle cure. Però con molti «ma». La malattia deve rientrare nell'elenco delle patologie rare contenuto nel decreto ministeriale «279» del 2001 e molte non vi sono ricomprese. A questo punto serve il certificato di diagnosi di malattia rara emesso da un presidio specializzato. Con questo si richiede l'attestato di esenzione alla propria Asl, che ha validità illimitata. Alcune Regioni hanno ampliato l'elenco delle malattie rare che danno diritto all'esenzione dai ticket.

Cosa si sta facendo per la ricerca in Italia e nel Mondo?
Fino a ieri l'industria ha investito poco per i così detti «farmaci orfani», perché, appunto, orfani di pazienti e quindi con scarsi ritorni economici. Ma la politica di incentivi fiscali e gli alti prezzi dei medicinali orfani hanno fatto girare il vento. Negli Usa grazie ad una normativa di favore dall'83 ad oggi sono stati commercializzati 35 nuove «orphan drug». Prima erano una decina. In Europa siamo andati ancora meglio. Dal 2000 sono 945 i medicinali che hanno ottenuto la qualifica di «orfano» e altri 1400 attendono di ottenerla. E in Italia? Per una volta siamo all'avanguardia nella ricerca con 481 laboratori diagnostici e 443 centri specialistici. «Anche l'impegno dell'industria farmaceutica è cresciuto nel tempo», dice il presidente di Farmindustria, Massimo Scaccabarozzi, che sciorina i dati dell'Agenzia italiana del farmaco: «Gli studi clinici con almeno un farmaco orfano sono quasi quadruplicati negli ultimi 6 anni, passando da 17 nel 2004 a 66 nel 2010. E oltre l'80% delle sperimentazioni sono in fase avanzata di sviluppo». Ma passi avanti si stanno compiendo anche nella chirurgia e nella diagnostica. Proprio oggi per la prima volta al Policlinico del Campus Bio medico di Roma l'uso incrociato di eco-endoscopia e di chirurgia robotica ha consentito di sconfiggere l'insulinoma, un tumore raro del pancreas che provoca gravi scompensi glicemici.



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California Anni 50 l'altra faccia del sogno

La Stampa

Arriva "Lo stravagante mondo di Mr Fergesson". Tensioni razziali, superstrade, proletari che tentano il salto: una realtà da incubo




Un dipinto di Edward Hopper del 1940


PHILIP K. DICK

Sarà in libreria la prossima settimana per Fanucci Lo stravagante mondo di Mr Fergesson , il romanzo di Philip Dick scritto negli Anni Cinquanta e inedito in Italia (a cura di Carlo Pagetti, traduzione di Maurizio Nati). Ne anticipiamo le pagine iniziali.

Mentre guidava Jim Fergesson abbassò il finestrino della sua Pontiac e, sporgendo il gomito, tirò fuori la testa per inalare boccate dell’aria estiva del primo mattino. Colse la luce del sole sui negozi e sul marciapiede mentre percorreva a velocità ridotta San Pablo Avenue. Tutto fresco. Tutto nuovo, pulito. La macchina della notte, la spazzola ronzante della città, gli passò accanto mentre raccoglieva i rifiuti: la scopa che convogliava le loro tasse.

Parcheggiò in prossimità del marciapiede, spense il motore, rimase seduto per qualche minuto fumando un sigaro. Giunse qualche macchina che parcheggiò intorno a lui. Altre macchine si muovevano lungo la strada. Suoni, i primi movimenti della gente. Nel silenzio rimandavano echi metallici dai palazzi e dal cemento. Bel cielo, pensò. Ma non durerà. Nebbia, più tardi. Guardò l’orologio. Le otto e trenta. Scese dalla macchina, richiuse rumorosamente lo sportello e si avviò lungo il marciapiede. Sulla sinistra i negozianti calavano i tendoni con elaborati movimenti delle braccia. Un negro spazzava la sporcizia con una ramazza, trascinandola dal marciapiede verso il tombino. Fergesson si mosse con attenzione in mezzo alla spazzatura. Il negro non fece commenti... una mattiniera macchina per pulire.

Accanto all’ingresso della Cooperativa metropolitana di Oakland si accalcava un gruppo di segretarie. Tazze di caffè, tacchi alti, profumo, orecchini e maglioncini rosa, la giacca 17 gettata sulle spalle. Fergesson annusò l’odore dolce delle giovani donne. Risate, risolini, parole intime scambiate in segreto, escludendo lui e la strada. L’ufficio aprì e le donne entrarono a passo sostenuto in un turbinio di nylon e soprabiti... Fergesson voltò la testa e le guardò con aria di apprezzamento. Va bene per gli affari, una ragazza dietro il bancone che accoglie la gente. Aggiunge classe, finezza. Alla contabilità? No, dev’essere dove i clienti possono vederla. Impedisce agli uomini di imprecare, li costringe a essere spiritosi e gradevoli.

«Buongiorno, Jim». Dalla bottega del barbiere.

«Buongiorno» rispose Fergesson senza fermarsi; teneva il braccio dietro, con le dita che si muovevano per conto loro. Più avanti la sua autofficina. Imboccò la rampa di cemento con la chiave in mano. La girò nella serratura e con entrambe le mani sollevò la serranda, che scomparve in alto con un clangore sibilante di catene. Ispezionò con occhio critico il suo locale un po’ all’antica. L’insegna al neon era spenta. Sulla soglia si erano accumulati i detriti della notte. Scalciò un cartone vuoto del latte e lo mandò a finire sul marciapiede. Il cartone rotolò lontano, sospinto dal vento. Fergesson mise via la chiave ed entrò.

E poi cominciò. Strizzò gli occhi e sputò la prima aria rancida che aleggiava nel locale. Si chinò e accese l’alimentatore principale. Le cose morte presero vita scricchiolando. Spalancò la porta laterale ed entrò un po’ di sole. Avanzò verso la luce notturna e la distrusse con un gesto secco della mano. Afferrò un palo e tirò indietro il lucernario. La radio in alto si mise a ronzare e poi partì a tutto volume. Attaccò il ventilatore in un accesso di eccitazione. Accese tutte le luci, i macchinari, gli espositori. Illuminò lo sgargiante poster della Goodrich, con i suoi pneumatici. Portò colore, forma, consapevolezza al vuoto. Il buio svanì, e dopo il primo momento di attività lui si placò e fece una pausa, e si concesse il suo settimo giorno: una tazza di caffè.

Il caffè era del negozio di prodotti naturali adiacente all’officina. Mentre entrava, Betty si alzò e andò a prendere la caffettiera Silex sul retro. «Buongiorno, Jim. Stamattina sei di buonumore». «Buongiorno» disse lui sedendosi davanti al bancone e prendendo dalla tasca della giacca una monetina da dieci cent. Certo che sono di buonumore, pensò. Ho tutte le ragioni per esserlo. Fu lì lì per dirlo a Betty, ma poi cambiò idea. No, non a lei. Tanto lo verrà a sapere comunque. Era ad Al che doveva dirlo.



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Nasa, un asteroide minaccia la terra

La Stampa

AG5 ha 625  possibilità di colpire il pianeta tra 30 anni



roma


Nasa, scrutando l'orizzonte con i loro potenti telescopi, hanno individuato un altro asteroide capace di colpire la terra.

Si chiama AG5 e, secondo i calcoli riportati dal Telegraph, ha almeno 625 possibilità di colpire il pianeta tra trent'anni, precisamente il 5 febbraio del 2040.

La minaccia, per quanto apparentemente remota nel tempo, non è da prendere sottogamba. Almeno secondo il parere dello specifico team delle Nazioni Unite che si occupa "degli oggetti astrali orbitanti vicino alla terra". Gli esperti del team infatti hanno già iniziato a studiare le possibili tecniche per deviare la corsa dell'asteroide.

Molto più piccolo dell'asteroide che si reputa abbia colpito la terra 65 milioni di anni fa portando all'estinzione dei dinosauri, AG5 è comunque grande abbastanza per radere al suolo un'intera città e uccidere milioni di persone.


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