giovedì 31 maggio 2012

Terremoto capitalista? Bertinotti: "Nel sisma c'è la lotta di classe"

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L'ex segretario di Rifondazione Comunista: "La tragedia rivela la questione sociale aperta"


E' un'ossessione. La scorgono ovunque. Anche nelle tragedie. E non perdono mai l'occasione per riproporla, nonostante il tempo l'abbia regalata nei meandri dell'oblìo.



Fausto Bertinotti
Fausto Bertinotti


Parliamo della lotta di classe. E a citarla è il comunista Fausto Bertinotti.


"Dopo un quarto di secolo in cui si è voluta negare l’esistenza della lotta di classe e proclamare la sua scomparsa, persino il terremoto, nei suoi effetti più drammatici, prende le intollerabili sembianze di classe", ha affermato l'ex segretario di Rifondazione Comunista in una nota pubblicata nella sezione "Rosso di sera" di alternativeperilsocialismo.it. L'ex presidente della Camera ha poi spiegato meglio il suo pensiero: "Il sisma prende le sembianze della lotta di classe in uno dei territori più civili e operosi del paese, quell’Emilia Romagna in cui, per più di un secolo, il movimento operaio e la sinistra sono stati protagonisti di una gigantesca opera di civilizzazione. La tragedia che distrugge la vita rivela immediatamente la questione sociale aperta".

Per Bertinotti "nel primo terremoto 4 su 7 sono state le persone uccise sul lavoro, nel secondo 11 su 17. Molti di loro, per ragioni di prevenzione, non avrebbero dovuto stare lì a lavorare, ma il lavoro non ha più contratti e leggi che lo proteggano. Ci sono edifici dove si lavora e altri no. Quelli dove si lavora, i capannoni, cadono molto più facilmente. Vuol dire che quando gli uomini lavorano sono meno considerati dall’economia, dalla società e dalla politica".

Infine, ecco la soluzione di Bertinotti: "Può darsi che indignarsi non basti, ma bisognerebbe che l’indignazione almeno travolgesse la classe dirigente di questa società diventata ormai insopportabile".




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Adolf Eichmann: 50 anni dalla morte

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Ex gerarca nazista, nel 1950 riuscì a fuggire in Argentina ma nel 1960 fu rapito dagli agenti del Mossad, portato a Gerusalemme e processato. "Non ho mai odiato gli ebrei, ho solo organizzavo la loro deportazione nei lager". Riconosciuto colpevole fu impiccato il 31 maggio 1962


Era giovedì anche quel lontano 31 maggio del 1962. Mancava poco a mezzanotte e il condannato a morte inizia a salire i gradini che l'avrebbero portato al patibolo. «Ho fatto solo il mio dovere» ripete per l'ultima volta poi i boia (due perché nessuno sapesse chi aveva materialmente causato la morte) tirano le leve e Karl Adolf Eichmann cadde dentro la botola. Si conclude così la tragica parabola di uno dei più feroci gerarchi nazisti, al centro della complessa operazione ordinata dalla Germania hitleriana, passata alla storia come «soluzione finale», l'eliminazione fisica di tutti gli ebrei. Per Israele, la prima e ultima condanna a morte eseguita nella sua breve storia.

Eichmann era nato nel 1906 a Solingen, città della Renania Settentrionale-Vestfalia. Dopo un incerto percorso scolastico, abbandonò le superiori senza essersi diplomato, quindi a 17 anni iniziò a lavorare presso l'azienda di estrazione mineraria del padre. Dopo aver cambiato altri impieghi entrò in contatto con il partito nazionalsocialista di cui divenne membro fanatico e disciplinato, specializzandosi presto nella «questione ebraica». Completerà poi la sua formazione nel 1937 visitando la Palestina sotto falso nome fino a quando, scoperto dagli inglesi, venne espulso dal Medioriente. In seguito all'Anschluss, l'annessione dell'Austria alla Germania, nel 1938 si insediò a Vienna dove organizzò in maniera incredibilmente efficiente la cacciata di 50mila ebrei e la confisca dei loro beni. Ripeterà poi la stessa esperienza nel 1939 a Praga, anche se con risultati decisamente inferiori.

Ma fu questo il banco di prova per dimostrare le sue capacità organizzative ed essere messo a dirigere uno dei settori più delicati della complessa macchina per lo sterminio degli ebrei: la loro deportazione verso i campi di concentramento. Un compito che gli farà dire vent'anni dopo durante il processo in Israele di non aver mai ammazzato nessuno ebreo, ma di essersi limitato a organizzare il loro trasporto con i treni blindati. Un lavoro che continuerà a svolgere alla fine del 1944 e Budapest, a guerra ormai persa. Concluso il conflitto riuscì a nascondersi nelle campagne tedesche per ben cinque anni, complice anche il fatto che tutto sommato era una figura poco nota nella dirigenza nazista. Nel 1950 riuscì a passare in Italia e, con un passaporto della Croce Rossa intestato Riccardo Klement, nato a Termeno in provincia di Bolzano, a riparare in Argentina.

Eichmann parte da Genova il 17 giugno 1950 e sbarca a Buenos Aires quasi un mese dopo, il 14 luglio, avviandosi verso Tucumàn, nel nord ovest dell'Argentina. Trova e cambia diversi lavori: come idrologo, allevatore di conigli, proprietario di una lavanderia e operaio alle officine meccaniche della Mercedes Benz. Nell'estate del 1952 si fa raggiungere a Buenos Aires dalla moglie Veronica Liebl insieme ai suoi tre figli e nel 1955 nasce un quarto figlio, Ricardo. Tutti frequenteranno il Collegio tedesco con il cognome Eichmann Klement

In Sudamerica la famiglia vive anni relativamente tranquilli fino a quando nel 1957 il figlio Klaus fa conoscenza con Sylvia Hermann, una ragazza tedesca a cui si presenta col suo vero cognome e con cui si lascia andare ad affermazioni compromettenti sul «mancato genocidio». Senza sapere che si tratta della figlia Lothar, un ebreo di origine ceca, ex internato nel campo di Dachau. L'uomo spedisce una lettera al suo amico Fritz Bauer, procuratore generale presso la Corte d'appello in Germania, che allerta Isser Harel capo del Mossad.

Il servizio segreto manda i suoi agenti a verificare ma, una volta trovate tutte le conferme che si trattava proprio di Eichmann, il governo di Tel Aviv si trova di fronte al grave problema dell'estradizione. Tra i due Paesi infatti non esistono trattati in materia. Ostacolo rimosso, organizzando un clamoroso rapimento da mettere in atto alla fermata del bus che dal centro di Buenos Aires deve scaricare Klement davanti alla sua casa di via Garibaldi.

L'11 maggio del 1960 Eichmann scende dall'autobus e viene affrontato da un uomo fermo con l'auto in panne «un momentito, senor». L'ex gerarca nazista capisce che è una trappola e fugge urlando ma viene raggiunto, immobilizzato e caricato nell'auto. Per dieci giorni Eichmann viene tenuto segregato e interrogato fino a quando ammette la sua vera identità. In quei giorni l'Argentina sta celebrando il 150° Anniversario dell'Indipendenza e tra le altre, viene invitata anche una rappresentanza israeliana, che arriva in Argentina con un aereo della El Al. È l'occasione da non perdere per trasportare il prigioniero fuori dall'Argentina. Il 21 maggio, poco dopo mezzanotte, Eichmann, stordito e vestito da pilota, viene fatto salire segretamente a bordo dell'aereo e trasferito in Israele. Il 10 febbraio del 1961 si apre a Gerusalemme il processo contro il boia nazista che si difende strenuamente sostenendo di non aver mai odiato gli ebrei e di avere solo eseguito gli ordini con ogni buon soldato durante la guerra.

Non nega le sue responsabilità ma, come addetto all'organizzazione dei treni diretti ai campi di sterminio, giura di non aver mai ammazzato nessun. Per tutta la durata del dibattimento si dimostra solo un uomo piccolo e ottuso, tanto da diventare il simbolo della «banalità del male», termine coniato dalla giornalista ebrea Hannah Arendt che segue il processo come inviata del settimanale New Yorker. Riconosciuto colpevole viene condannato a morte e la sentenza fissata per il 31 maggio 1962.

Eichmann rifiuta l'ultimo pasto preferendo invece una bottiglia di Carmel, vino rosso secco israeliano. Ne consuma mezza bottiglia. Poco prima che il cappio si stringa al collo avrebbe detto «Lunga vita alla Germania. Lunga vita all'Austria. Lunga vita all'Argentina. Questi sono i paesi con i quali sono stato associato e io non li dimenticherò mai. Io dovevo rispettare le regole della guerra e la mia bandiera. Sono pronto». Dopo l'esecuzione il suo corpo viene cremato e le ceneri messe in un secchio poi caricato su motovedetta militare. Giunti al largo, i marinai vuotano il contenitore in mare e lo lavano più volte per impedire che anche il minimo granello di quel «mostro» possa tornare a terra. Fu la prima e unica condanna a morte eseguita nello Stato d'Israele.




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Banche e politici gli sciacalli del terremoto

Libero

A noi aumentano la benzina, gli istituti di credito non rinunciano alle commissioni sui bonifici e i politici si tengono il doppio stipendio





Bisogna aiutare i terremotati. Hanno perso tutto. Casa e lavoro. Il sistema produttivo delle zone colpite è in ginocchio e il governo trova subito una soluzione come dire, "montiana" per aiutarli: aumentare le accise sulla benzina di due centesimi e rinviare a settembre, solo per i terremotati, il pagamento di quella miriade di balzelli imposti dal governo. A partire dall'Imu. Insomma, la prima risposta è stata quella di aumentare le tasse. Insomma, il terremoto devono pagarlo tutti gli italiani. Inclusi, alla fine, chi ha perso tutto. Daalle prime misure adottate dal governo si capisce che intende fare tutto tranne mettere mano alla spesa pubblica e agli sprechi. Tra gli sprechi c'è sicuramente il doppio stipendio che molti politici emiliani si portano a casa.

Doppio stipendio  La legge 267 del 2000 permette agli eletti di raddoppiare lo stipendio cumulando l'impegno da consigliere comunale o provinciale con quello che di fatto non esercita più. Nel caso di un insegnante passato in politica, per esempio, in Emilia i Comuni pagano non solo il gettone di presenza ma anche lo stipendio da professore anche se il politico in questione non ha mai messo piede in aula. E poi ci sono le banche. Che, neanche davanti a situazioni di emergenza come questa, neanche davanti alla parola solidarietà, rinuncia ad incassare le commissioni sui bonifici dei donatori. Per cui si crea l'incresciosa situazione di persone che, già sotto pressione per la pesante situazione economica, decidono di fare delle donazioni, ma si trovano costretti a dover versare anche l'obolo della commissione alle banche (soprattutto se sono diverse da quelle in cui donatore ha un conto). Ma almeno in situazioni come queste le banche, e non solo non sempre i cittadini, potrebbero mettere da parte i propri interessi.




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Lo scheletro nel cantiere di via Medina? Potrebbe essere quello di un musulmano

Corriere del Mezzogiorno

La sua posizione è orientata verso la Mecca. L'archeologa Giampaola: «Ipotesi probabile, è rivolto su un fianco come accade nelle sepolture arabe»


Sembra che dorma. Macché: prega rivolto verso la Mecca.Il mistero dello scheletro di via Medina diventa interreligioso. La posizione nella quale è stato rinvenuto durante lo scavo della metropolitana di piazza Municipio, infatti, fa ipotizzare che quel signore alto vissuto - e morto - tra il VII e VIII secolo d. C. a Napoli fosse di religione musulmana.



La supposizione che circola nei dintorni del cantiere dove l'uomo misterioso è diventato una piccola star postuma per la casuale centralità urbana del suo rinvenimento trova conferma nelle parole dell'archeologa Daniela Giampaola della Soprintendenza di Napoli.
In via Medina un devoto di Allah (non fa una grinza).

«Certo potrebbe essere. L'orientamento dello scheletro ricorda alcune sepolture siciliane ed è noto che, sull'isola, la presenza araba è stata rilevante. Il tipo di tomba e questa peculiare posizione potrebbero indicare dunque un uomo di religione musulmana. Ma si tratta solo di due dei tanti elementi che un archeologo prende in considerazione. La verità è che ci troviamo di fronte a un ritrovamento complessivamente ordinario che, probabilmente per la centralità dello scavo, ha destato tanto scalpore. Di scheletri del genere ci capita di trovarne molti, ma questa volta il cantiere era senza paratie, esposto allo sguardo di tutti. Non capisco il perché di tanta curiosità...».

Magari perché uno se lo trova sotto gli occhi mentre va al lavoro. Magari perché la morte è una notizia anche se non freschissima, ma di 1400 anni fa circa. Magari perché a Napoli la morte, i teschi, le «presenze» sono antropologicamente e mistericamente contigue alla vita più che in ogni altro posto d'Italia e forse del mondo. «Certo sarà per questi motivi. Ma ribadisco: di scheletri tardo antichi ne troviamo tanti e quando capita in cantieri privati l'effetto è contrario a questo. Anzi, si occulta la notizia e se interveniamo come archeologi ci fanno anche causa sostenendo che siamo responsabili di ritardi ai lavori».

Ma come mai quel signore, musulmano, pagano o cristiano che fosse, si trovava proprio lì? C'era una necropoli o, diciamo così, l'avevano sepolto in giardino?
«La città tardo-antica è piena di aree con piccoli nuclei di necropoli che occupano spazi inizialmente destinati ad altre funzioni urbane. In questo periodo l'iniziale e netta distinzione greca tra la città dei vivi e quella dei morti sfuma del tutto». E continuerà così per un po'.

Natascia Festa
31 maggio 2012

Parata senza carri, cavalli e Frecce tricolori La cerimonia «sobria» del 2 giugno

Corriere della sera

In testa le Regioni colpite dal sisma. Il Colle: ridimensionato anche il ricevimento

ROMA — Ricevimento al Quirinale e parata militare ci saranno, ma tutto ispirato «a principi di particolare sobrietà ». Non ci sarà, invece, la tradizionale sfilata di mezzi e di cavalli, il numero di militari e civili sarà di gran lunga inferiore agli anni scorsi e gli aerei delle Frecce tricolori resteranno negli hangar. Una decisione sofferta, che è il risultato di un compromesso tra la volontà di celebrare comunque la festa della Repubblica e quella di rispettare, anche simbolicamente, la tragedia del terremoto in Emilia Romagna.

IL DIBATTITO - Il capo dello Stato ne ha discusso per quasi un’ora con i presidenti delle Camere Gianfranco Fini e Renato Schifani e con il premier Mario Monti, e alla fine ha emanato un comunicato che annuncia la decisione. Scelta arrivata dopo una giornata di forti pressioni per annullare la parata militare: inviti venuti dalla rete ma anche da uno schieramento decisamente eterogeneo che ha raccolto uomini politici come Gianni Alemanno, Nichi Vendola e Roberto Maroni e personalità come Dario Fo. Difficile rendere sobria una parata militare che, per definizione, sobria non deve essere. Ma le differenze con le esibizioni passate non saranno da poco. Al Quirinale non erano piaciute alcune dichiarazioni che enfatizzavano la portata bellicista della parata. La decisione di confermare l’evento è stata presa anche per riaffermare i valori repubblicani.

IL COMUNICATO - Nel comunicato si sottolineano «la vitalità e la responsabilità delle Forze dello Stato e dei corpi di Polizia e della Protezione Civile, sempre largamente sorretti dal consenso dei cittadini» e la volontà di rinnovare «il senso di unità e di coesione emerso dalle celebrazioni dei 150 anni della fondazione dello Stato unitario». Che «costituiscono un solido fondamento per il rafforzarsi dell’indispensabile fermezza e fiducia con cui affrontare i problemi dell’oggi e del domani, a cominciare da quelli delle popolazioni colpite dal terremoto ». Questa cerimonia è particolarmente sentita da Giorgio Napolitano, perché sarà l’ultima come capo dello Stato e perché chiude un anno in cui si è impegnato in prima persona per le celebrazioni dell’Unità. Ma il Presidente ha voluto cogliere la gravità del momento, dando indicazioni chiare nel segno della «sobrietà».

LA SOBRIETÁ - Il ricevimento, innanzitutto. Evento istituzionale, che si tiene al Quirinale la sera del 1˚ giugno, dopo il messaggio agli italiani. Ma anche mondano, con duemila invitati, non solo istituzionali. Quest’anno la cerimonia sarà più breve e ridimensionata. Si è deciso di annullare, pagando una penale, il contratto di catering per la cena. Così ai tavoli del buffet resteranno soltanto i prodotti coltivati sulle terre confiscate alla mafia dalla cooperativa «Libera», di don Ciotti, che in origine si era scelto di affiancare alle altre pietanze nel ventennale della strage di Capaci. Poi la parata. Già quest’anno il numero dei militari era sceso dai 4.919 del 2011 a poco più di 2.000. E il personale non militare da 1.581 a 450. Il risparmio stimato era di 1,8 milioni, per un costo complessivo di 2,6 milioni. Ieri si è deciso un ulteriore taglio del 20 per cento del personale.

TAGLI - Tagli anche per le bande militari. Impossibile, invece, cancellare le spese fisse, come i 600 mila euro di transenne e tribune. Come annuncia il ministro della Difesa Giampaolo Di Paola, non sfileranno i mezzi pesanti, ma neanche i lancieri di Montebello e i carabinieri a cavallo. Protezione civile e Vigili del fuoco, impegnati nelle zone terremotate, saranno presenti soltanto come rappresentanza. La sfilata sarà aperta dai gonfaloni delle Regioni e delle Province colpite dal sisma. Restano le dichiarazioni critiche sulla parata di Sel, Idv e Lega. E resta la mobilitazione della rete che — ricordando la decisione del dc Arnaldo Forlani del ’76, dopo il sisma del Friuli, e l’apprezzamento del socialista Lelio Basso — chiedeva la cancellazione della parata. Decisione appoggiata da una folta schiera di intellettuali e uomini del mondo dello spettacolo, interrogati dal sito di Emergency: tra gli altri Dario Fo, Renato Sarti, Paolo Hendel, Dario Vergassola, Ottavia Piccolo e Massimo Carlotto.

Alessandro Trocino
31 maggio 2012 | 7:30

La gaffe del Prof con una sfrattata...

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In visita  alla Comunità di Sant'Egidio di Roma il presidente del Consiglio inciampa in una battuta poco felice. Se l'avesse pronunciata il Cav...


L’avesse fatto il Cavaliere sarebbe partito il can can dei bei tempi. Eh sì, perché la «gaffe» che Monti sfodera durante la sua visita alla comunità di Sant’Egidio è a dir poco poderosa.



Mario Monti alla Comunità di Sant'Egidio
Mario Monti alla Comunità di Sant'Egidio


Una donna lo ferma e gli dice: «Il giorno più bello dopo che mi hanno sfrattato è stato venire qui in comunità». Risposta del premier: «Se non l’avessero mandata via di casa non stava così bene come qui a Sant’Egidio ». Testuale. Parole che fossero uscite dalla bocca di Berlusconi sarebbero avrebbero fatto il giro del mondo. Invece niente, perché nell’era del dopo Cavaliere anche l’informazione è diventata «sobria». E quindi sono per prime le agenzie di stampa a rilanciare il verbo montiano con discrezione. Con il virgolettato incriminato che nella titolazione viene addolcito e interpretato. Si va da «Monti: qui quasi meglio che a casa» a un semplice «Monti: qui si sta bene». Ci fosse stato ancora il Cav la titolazione sarebbe stata questa: «Berlusconi a un senzatetto: se non perdeva casa non stava così bene». Con tanto di «stellette», come si chiamano in gergogli asterischi che evidenziano una notizia importante. E a quel punto lo scoop sarebbe finito su tutti i siti sarebbe stato oggetto di dibattito sui social network fino ad arrivare ai tg. Ma ormai siamo tutti «sobri».



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I politici col doppio stipendio piangono e chiedono gli aiuti

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Errani e gli amministratori della Regione colpita dal terremoto mobilitati per i fondi. Comincino a tagliare i compensi degli eletti


È l’albero delle stravaganze. C’è chi propone di abolire pure la parata del 2 giugno. E chi vorrebbe economizzare sul viaggio di Benedetto XVI a Milano per il week end, anzi impugna la penna come la scimitarra per cancellarlo.


Vasco Errani
Vasco Errani

Vasco Errani, governatore dell’Emilia tribolata dal terremoto, farebbe bene ad attrezzarsi e a guardare quel che succede sotto il suo naso, fra i portici e le torri della città. Errani, alla disperata ricerca di soldi per arginare la catastrofe, dovrebbe leggere i documenti scritti da Lorenzo Tomassini, un consigliere comunale del Pdl che ha studiato quel sistema di potere chiamato Bologna. La scoperta è imbarazzante: nel capoluogo emiliano, ma non solo, ai politici è concesso per legge il dono dell’ubiquità. Sì, di solito l’essere contemporaneamente in due luoghi è prerogativa dei santi, a Bologna, più modestamente dei 16 consiglieri comunali che in questo modo riescono a arpionare non uno ma due stipendi. «Il giochetto - spiega Tomassini - vale solo a Bologna due-tre milioni di euro a legislatura, ma credo che su scala nazionale l’operazione costi allo Stato una cifra stratosferica, senz’altro superiore al miliardo di euro. Per questo invito Errani a cominciare da lì per recuperare risorse preziose in un momento drammatico come questo».

Invece di inseguire questo o quell’evento, la classe politica ha insomma l’occasione per impugnare la ramazza, riguadagnare il consenso dell’opinione pubblica, infine fronteggiare non più a mani nude un’emergenza senza confine. La legge in questione è la 267 del 2000 che permette agli eletti di raddoppiare la busta paga, cumulando il lavoro che c’è - in consiglio comunale o provinciale o altro - a quello che c’era e di fatto non esiste più. Due stipendi per un’occupazione. Niente male nell’epoca degli esodati e dei cassintegrati, e, purtroppo, ora anche dei terremotati. Naturalmente a pagare è lo Stato e Tomassini s’indigna: «Ho appena scritto a Monti che chiede suggerimenti per tagliare gli sprechi. A Bologna c’è anche un caso, ma forse non è solo uno, in cui il Comune apre i cordoni della borsa addirittura tre volte: versa i gettoni al consigliere che può arrivare a incassare, qui da noi, 1.700 euro netti al mese, gli rimborsa il vecchio stipendio da insegnante, anche se lui a scuola non ci va mai. Mai, perché a Palazzo d’Accursio le convocazioni sono permanenti. E infine, visto che il professore virtuale non è ancora in grado di fare lezione deve garantire la presenza in aula di un supplente».


Possibile? Eppure nessuno si è ricordato di questa norma recente, varata dodici anni fa dal governo D’Alema. «Si discute tanto e giustamente - prosegue Tomassini - del finanziamento ai partiti che è costato alle casse dello Stato più di due miliardi di euro in 15 anni, ma quest’altra norma, inserita alla chetichella e difesa gelosamente come un piccolo grande segreto, ha un impatto forse superiore. Anche se i calcoli esatti non li ha fatti nessuno». Un miliardo pare una cifra gigantesca che forse dovrebbe essere ridimensionata: ci sono Comuni in cui i gettoni sono davvero spiccioli e poi ci sono molti consiglieri che non tengono il piede in due scarpe, ma si mettono in aspettativa, lasciando nel freezer la vecchia occupazione. La realtà è assai variegata ma un censimento porterebbe a galla molte sorprese.


Certo è che a Bologna, come ha documentato Affaritaliani, la leggina è un comodo scivolo sempre affollato e il governatore, caso mai gli venisse voglia di scuotere il tappeto, troverebbe sotto i piedi un discreto gruzzolo. Non solo lui: anche il primo cittadino di Bologna Virginio Merola potrebbe dare il buon esempio. Qualcuno dirà che si tratta di polvere negli occhi, contesterà le cifre, difenderà le prerogative della classe dirigente. Il benaltrismo è la risposta tutta italiana al desiderio di cambiare e di migliorare il Paese. Da Bologna si alzano invocazioni di aiuto. Giusto. Sacrosanto. La solidarietà, in situazioni del genere, non è buon sentimento, ma un obbligo. Però non prendiamoci in giro: perde ogni credibilità chi tende la mano e intanto mette in tasca due stipendi. Lasciamo stare le divise e le tonache: la sobrietà deve cominciare dal Palazzo.



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Tasse dopo il terremoto: dalla guerra d'Etiopia al Vajont, l'eterna imposta sulle disgrazie

Il Messaggero

di Michele Di Branco


ROMA - A un certo punto, forse, conviene farsene una ragione. Come se la sono fatta i nostri nonni. L’aumento di 2 centesimi dell’accisa sui carburanti è un dolore. Ma la storia si ripete ormai da 77 anni.Non c’è dramma italiano che non abbia trascinato con sé un sacrificio per i consumatori. E tra alluvioni, terremoti, soldi da trovare all’ultimo per finanziare missioni all’estero e altre improvvise esigenze finanziarie (persino i rinnovi per gli autoferrotranvieri), siamo ormai siamo al ritocco numero 19. Per un totale, al conio attuale indicizzato all’inflazione, di 0,41 euro.





Il viceministro all’economia, Vittorio Grilli, ha un bel dire a promettere che il rincaro avrà efficacia solo per il 2012. Ma l’esperienza insegna che poi, passata l’emergenza, la questione passa allegramente in cavalleria e la gabella rimane sul groppone dei cittadini. I quali, per dire, pagano ancora i residui dell’imposta di 1,9 lire per il finanziamento della guerra d’Etiopia del 1935, parte delle 14 lire per il finanziamento della crisi di Suez del 1956, le 10 lire per il finanziamento del disastro del Vajont del 1963, dell’alluvione di Firenze del 1966 e del terremoto del Belice del 1968. Per non parlare dei 5 centesimi imposti nel 2005 per l’acquisto di autobus ecologici. Agire sulle accise di fabbricazione dei carburanti, peraltro, è un sistema semplicissimo per fare pronta cassa. E senza dare troppo nell’occhio.

L’accisa è poco conosciuta perché non evidenziata nelle fatture, pur essendo quota di rilievo nella determinazione del prezzo. Essa infatti colpisce non il valore del prodotto (come l’Iva che viene espressa in valore percentuale rispetto al prodotto), che concorre a formare, ma la quantità del bene stesso. E quello, in tempi brevi, non scende mai. Così il gettito è assicurato. E infatti, dati di Unione petrolifera alla mano, nel 2011 le entrate, per le casse dello Stato, sono arrivate a quota 37,2 miliardi (più della pesantissima Irap, che finanzia parte del servizio sanitario nazionale), con un aumento del 6,3% rispetto al 2010. E il ministero dell’Economia ha già fatto sapere che, a forza di salassi alla pompa, solo nei primi due mesi del 2012, si è registrata una crescita aggiuntiva di entrate di 800 milioni di euro.

I dati che si leggono sul sito del Ministero dello sviluppo economico dicono che accise e Iva (con un peso triplo della prima sulla seconda) rappresentano circa il 60% del prezzo del carburante. In pratica, in un pieno di benzina da 50 euro, solo 20 euro saranno destinati a rifornire il nostro serbatoio. Di aumento, in aumento, ad ogni modo, la situazione si fa sempre più complicata. Già a dicembre, Confcommercio aveva calcolato, sulla base dell’ultimo ritocco (0,082 euro nel decreto Salva Italia), che la fiscalità di base sui carburanti, in Italia, era aumentata, solo nel 2011, di 0,175 euro al litro per la benzina e di 0,21 euro al litro per il gasolio.
Giovedì 31 Maggio 2012 - 10:42



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