mercoledì 31 ottobre 2012

Zucca: la reginetta di Halloween è soprattutto un ortaggio salutare

Il Messaggero


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ROMA – L’ortaggio simbolo per eccellenza della festa di Halloween, la zucca, è in realtà un alimento ricco di proprietà salutari. Svuotato, decorato e illuminato da una candela riposta al suo interno, che secondo
 
la tradizione aiuta a tenere lontani gli spiriti maligni, la zucca è depositaria di un prezioso ingrediente specifico per il nostro benessere. Alimento molto utilizzato per chi è a dieta, l’ortaggio autunnale mangiato tipicamente nel modenese, è povero sia di colesterolo che di grassi ed è al contempo ricco di vitamina B1. Come tutti gli ortaggi di colore arancione abbonda di caroteni, sostanze che l’organismo utilizza per la produzione di vitamina A e che hanno proprietà antiossidanti e antinfiammatorie.
 
Nella zucca sono inoltre presenti una buona quantità di aminoacidi e tanta fibra. Quest’ultima è stata anche oggetto di una ricerca che ne ha attestato la proprietà anticancro oltre ad avere la proprietà di farci sentire sazi.
 
I semi della zucca contengono poi la cucurbitina, una sostanza che aiuta a proteggere la prostata e a contrastare patologie dell’apparato urinario maschile e femminile. I semi di zucca sono ricchi di proteine. La reginetta di Halloween fa bene a tutti, a grandi e piccini. In particolare, secondo quanto emerso da un recente studio pubblicato sulla rivista scientifica «Nutrition - Metabolism and Cardiovascular Diseases», a beneficiare in salute cardiovascolare sarebbero gli uomini. Ma non solo.
 
Altri studi infatti hanno suggerito come la prevenzione dalle malattie cardiovascolari sia attiva in entrambi i sessi e nelle diverse età. A questi studi, si aggiungono ricerche che mostrano come l’olio di semi di zucca aiuti a ridurre la pressione arteriosa alta e a p

Il suolo di Marte come quello delle Hawaii ma senza la possibilità di fare surf

Il Mattino


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E' la curiosa prima analisi del suolo marziano: secondo le foto raccolte dalla Nasa l'ambiente è sorprendentemente simile a quello del monte Kea delle Hawaii. Dalle prime analisi dei minerali, infatti, si è scoperta l'incredibile coincidenza tra il suolo extraterrestre e la sabbia vulcanica delle isole. Curiosity, il veicolo spaziale lanciato sul pianeta, usa immagini a raggi X per rivelare la struttura atomica dei cristalli sul suolo marziano. E' la prima volta che si usa questa tecnologia per analizzare un suolo extraterrestre. Curiosity ha scoperto che il terreno su Marte ha cristalli simili con il basaltico suolo di origine vulcanica di alcune regioni della Terra, come le Hawaii. Gli scienziati stanno progettando di utilizzare le informazioni sui minerali del pianeta rosso per capire se il pianeta più simile alla Terra nel sistema solare possa aver preservato la vita microbiologica.

Mercoledì 31 Ottobre 2012 - 15:34    Ultimo aggiornamento: 15:39

Auto di Google Maps disorientata: chiede al vigile le informazioni stradali

Corriere del Mezzogiorno

La macchina incaricata di fotografare le vie e i palazzi perde l'orientamento tra le strade di Nola


La macchina «smarrita» (da Youreporter) - clicca per ingrandire

NAPOLI - Tante volte capita di perdersi in città, in macchina o a piedi. Ma c'è sempre la sicurezza di poter consultare sul proprio telefonino il servizio Google Maps, un semplice meccanismo che consente la ricerca e la visualizzazione di mappe .Ma bisognerà poi fidarsi se persino l'auto di Google Maps, incaricata di fotografare zone, vie, palazzi, si smarrisce e chiede informazioni a un vigile?

È quanto accaduto a Nola, in provincia di Napoli, dove l'auto di Google con a bordo un giovanissimo «autista» - con uno strano dispositivo sul portapacchi che aveva la forma di un autovelox - si è fermato in strada per chiedere ad un agente informazioni sullo stradario cittadino (l'immagine è stata immortalata e pubblicata su You Reporter). Anche Google Maps - incredibile ma vero - può perdere l'orientamento.

Redazione online 31 ottobre 2012

Fiat, addio Lancia Ecco i modelli storici

Luca Romano - Mer, 31/10/2012 - 14:47

Nel nuovo piano del gruppo Fiat ci sarà poco spazio per Lancia. Motivo? "Ha un appeal limitato"

Nessuno stabilimento sarà chiuso in Italia, ma la Fiat è pronta a dire addio alla Lancia.


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Motivo? "Ha un appeal limitato". Per questo, uno dei marchi storici del Lingotto verrà riposizionato e sarà ridimensionato nella fascia della Ypsilon (guarda le immagini dei modelli Lancia).
Per quanto riguarda il resto della produzione, Marchionne ha annunciato che negli impianti italiani saranno prodotti in tutto 17 nuovi modelli tra il 2013 e il 2016. Per il rilancio il Lingotto punta non più sulle utilitarie, ma sui modelli di alta gamma Alfa Romeo e Maserati.
Sono queste le linee guida del nuovo piano del gruppo Fiat, illustrato da Sergio Marchionne nella conference call sui conti del terzo trimestre.
















La Fiat: «A Pomigliano saranno licenziati 19 dipendenti per rispettare ordinanza»

Il Mattino

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NAPOLI - La Fiat metterà in mobilità nella fabbrica di Pomigliano 19 lavoratori per poter rispettare l'ordinanza della Corte d'Appello di Roma che obbliga ad assumere i 19 dipendenti di Fiat Group Automobiles iscritti alla Fiom che hanno presentato ricorso per presunta discriminazione. Lo rende noto l'azienda in un comunicato. La Fiat «è consapevole della situazione di forte disagio che si è determinata all'interno dello stabilimento di Pomigliano, sfociata in una raccolta di firme con la quale moltissimi lavoratori hanno manifestato comprensibile preoccupazione». È quanto si legge nella nota sull'ordinanza della Corte d'Appello di Roma.


Mercoledì 31 Ottobre 2012 - 14:48    Ultimo aggiornamento: 15:00

Sotto le serre casertane i rifiuti urbani milanesi

Il Mattino

di Rosaria Capacchione


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CASERTA - In principio, erano semplici autotrasportatori. Spostavano rifiuti industriali dai depositi delle fabbriche del nord alle discariche del sud. Non era ancora tempo di emergenze, non esisteva ancora una coscienza ecologista, le ecomafie non erano ancora nate. Erano i primi anni Ottanta, e i rifiuti erano semplice immondizia e non ancora oro. Si chiamano Giorgio Marano, Gaetano Cerci, Elio e Generoso Roma. Qualche tempo dopo, sono diventati gli strateghi dell’avvelenamento sistematico delle terre della Campania, quelle terre di cui una frazione è stata sequestrata l’altro ieri a Trentola Ducenta dalla Squadra mobile di Caserta: un’area agricola, ancora oggi coltivata a ortaggi, trasformata in cimitero di veleni.

Di loro ha scritto la Dia - Direzione Investigativa Antimafia - nell’informativa che ha fatto da supporto al sequestro delle società e dei beni della famiglia Roma nel procedimento di prevenzione definito qualche tempo fa dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere: «L’attività investigativa ha comunque portato alla luce l’esistenza di una vera e propria associazione criminosa di tipo camorristico operante prevalentemente nella provincia di Caserta e nei Comuni confinanti, precisamente San Marcellino, Trentola - Lusciano - Frignano - Aversa, con ramificazioni nei comuni di Crispano e Sant’Antimo, nonché nella provincia di Latina (Formia) e Frosinone (Cassino) ma nel contempo ben integrata alla possente organizzazione di criminalità organizzata denominata clan dei Casalesi».

Alla testa del gruppo c’erano Francesco Bidognetti, il cugino Gaetano Cerci, l’avvocato Cipriano Chianese. Racconta Gaetano Vassallo, uno che di quel sistema ha fatto parte fino al 2008, data del suo pentimento: «Roma Elio l’ho conosciuto nel’87/88 dall’avvocato Chianese Cipriano, lui era un trasportatore di Trentola Ducenta, trasportava rifiuti provenienti da fuori regione, prima faceva il trasportatore poi dopo ha incominciato a fare rifiuti per conto proprio». Gli era stato presentato da Cerci e Chianese «come uno del clan, per cui era un nostro amico, era un nostro affiliato con interessi comuni ai Bidognetti». Nella discarica di Vassallo sono finiti anche i rifiuti trasportati da Elio Roma; scorie industriali che erano state fittiziamente trasformate in compost negli impianti della Rfg, società poi sequestrata.

In realtà, per ammissione degli stessi addetti alla lavorazione, per anni il prodotto smaltino in discarica o nei terreni erano rifiuto non trattato. Se di provenienza industriale, arricchito da metalli pesanti altamente tossici: cadmio, cromo, arsenico, finiti nella falda acquifera e nei prodotti, quindi anche sulla nostra tavola.
Lo sversamento di rifiuti è durato in maniera praticamente ininterrotta dal 1988 al 2005. Nel trattamento dei rifiuti, a detta del pentito, era coinvolta anche un’altra società, la Eco Sud di Aversa. Nell’informativa che riassume le indagini del centro Dia di Napoli è citato, quale esempio di smaltimento illegale, il caso dei rifiuti urbani del Consorzio Milano Pulita:

«Dal mese di dicembre 2002 al mese di febbraio 2003 l’impianto della Rfg ha “girato” alla cava della Magest circa 6.000 tonnellate di rifiuti urbani provenienti dal Consorzio Milano Pulita (ritirava i rifiuti con formulario ed emetteva documento di trasporto, secondo modalità illecite». Gli investigatori hanno annotato che il 23 marzo 2003, «alla conclusione di un incontro avvenuto a Licola con Cardiello Luigi e Gattola Toni (altri trasportatori coinvolti nell’inchiesta, ndr), Roma Elio ha dato la disponibilità di far “passare” i rifiuti provenienti da Milano in cambio dello smaltimento dei rifiuti della Rfg nella cava della Magest». Le attività illecite accertate nel processo celebrato a Santa Maria Capua Vetere e conclusosi con la condanna di Elio Roma (lo smaltimento di 40mila tonnellate di rifiuti) hanno prodotto utili per oltre tre milioni di euro (in tre mesi).

Un giro di affari analogo è stato successivamente accertato tra gennaio del 2004 e novembre del 2005 nell’operazione «Madre terra». In quell’occasione i carabinieri del Noe, Nucleo Operativo Ecologico, avevano rilevato che le scorie non finivano in discarica ma nel terreno coltivato, al posto del concime. Meglio, finivano «in numerosi fondi e terreni siti in diversi comuni della Campania cagionando, tra l’altro, a causa dell’imponente quantità di rifiuti smaltiti estremamente inquinanti il terreno e l’ecosistema, un doloso disastro ambientale in un’ampia zona della provincia di Caserta».


Mercoledì 31 Ottobre 2012 - 10:56    Ultimo aggiornamento: 11:15

Bancomat, trappola del «cash trapping» i carabinieri scoprono una nuova truffa

Il Messaggero

ROMA - Si chiama «cash trapping» ed è la nuova frontiera del furto mediante la manomissione degli sportelli bancomat e postamat. Il fenomeno è stato scoperto per la prima volta a Roma dai Carabinieri che hanno anche arrestato tre persone.


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Il «cash trapping» sfrutta una tecnica elementare ma subdola, perché non mostra alcuna alterazione visibile della struttura dello sportello. Si tratta, infatti, dell'inserimento di una forcella metallica appositamente costruita nello sportellino di fuoriuscita delle banconote.
 
Gli sventurati utenti possono concludere tutte le operazioni di prelievo sino alla visualizzazione della dicitura «Operazione completata/importo erogato», ma le banconote non fuoriescono dallo sportellino, che rimane chiuso. A quel punto, il cliente, imputando il disguido a un guasto tecnico, solitamente si allontana, deciso a reclamare il disservizio all'istituto di credito in un secondo momento.
 
Peccato che, una volta girato l'angolo, i malviventi, che stazionano nei dintorni siano pronti a forzare lo sportellino e a recuperare la forcella, estraendola con tutte le banconote trattenute. Così, anche a Roma, i Carabinieri della Stazione Roma Porta Portese hanno sorpreso 3 cittadini romeni di età compresa tra i 27 e i 33 anni, uno dei quali con precedenti, mentre stavano armeggiando freneticamente nei pressi di uno sportello bancomat di via Francesco Grimaldi. Intervenuti per verificare cosa stesse accadendo, i militari hanno scoperto che i ladri stavano recuperando la forcella con il bottino della giornata, circa 1.400 euro.
 
Successivi accertamenti hanno fatto emergere che la banda aveva modificato anche un altro bancomat, ubicato in via Stefano Jacini. I cittadini romeni, arrestati con l'accusa di furto aggravato in concorso, sono stati trattenuti in caserma in attesa di essere sottoposti al rito direttissimo. Le indagini dei Carabinieri su questa nuova tipologia di fenomeno proseguono, fermo restando che gli istituti di credito, a tutela dei propri clienti, si stanno dotando di sportelli bancomat di nuova generazione o, laddove possibile, stanno sostituendo gli sportellini erogatori delle banconote con altri progettati e disegnati in modo tale da non consentire né questo nuovo tipo di manomissione, né quelle più «comuni», come l'applicazione di skimmer e di telecamere atte a carpire la digitazione dei codici pin.
 
Nel caso in cui, dopo un'operazione di richiesta di contante ad uno sportello Bancomat, non dovessero uscire le banconote, non bisogna assolutamente allontanarsi dallo sportello e chiamare i Carabinieri al numero di emergenza «112». I militari provvederanno a constatare l'eventuale presenza del marchingegno e ad interessare i gestori del servizio per ripristinarne il regolare funzionamento.


Mercoledì 31 Ottobre 2012 - 10:26
Ultimo aggiornamento: 14:27

Balkan Leaks sotto attacco: quattro banche bulgare chiedono i danni

La Stampa

federico guerrini


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Come Wikileaks, il suo obiettivo è quello di svelare, in nome della trasparenza, i maneggi poco chiari di istituzioni o enti privati. E come l’illustre predecessore, Balkan Leaks, sito bulgaro sulle cui pagine vengono pubblicati documenti segreti riguardanti l’area balcanica, vede minacciata la propria sopravvivenza da uno strangolamento finanziario.

L’allarme è partito da Forbes, dove il giornalista Andy Greenberg racconta di come, all’inizio del mese, ai redattore del sito Atanas Tchobanov e Assen Yordanov sia pervenuto uno strano reclamo da parte della Banca Centrale bulgara. L’istituto avrebbe minacciato Balkan Leaks e il sito collegato di news Bivol.bg di una multa, di importo massimo di centomila dollari, per aver pubblicato “informazioni e circostanza false”, che rischierebbero di “minare la reputazione e la credibilità” di quattro banche bulgare: la First Investment Bank, la Corporate Commercial Bank, l’Investbank, e la Central Cooperative Bank.

Le informazioni a cui si riferisce la denuncia sono quelle contenute in un cable ottenuto da Wikileaks , e ripreso dall’emulo bulgaro, in cui si faceva cenno alcune “mele marce” presenti nel sistema bancario del paese balcanico. Nel dispaccio l’ambasciatore americano a Sofia, John Beyrle citava in particolare otto banche come partecipanti a operazioni di riciclaggio di denaro e finti prestiti a società amiche. Il documento era stato poi analizzato da Bivol.bg e integrato da un’inchiesta che sembrava confermare quanto sostenuto dal diplomatico.

Prima della pubblicazione sul sito, secondo quanto afferma Bivol, era stata data alle banche, comprese quelle che ora chiedono i danni, facoltà di replica, ma nessuna di esse aveva ritenuto di usufruirne. Uno degli aspetti singolari di questa vicenda è che la denuncia ora inoltrata non è stata fatta in base alle norme del codice civile che riguardano la diffamazione, ma a quelle del codice bancario che, come fa notare l’associazione Reporters Without Borders, autrice di un duro comunicato sulla vicenda , dovrebbero applicarsi agli istituti di credito, ma non certo ai siti di informazione.

“Procedure come quelle usate contro Bivol – commenta l’associazione per la difesa dei reporter – sono totalmente inconcepibili e inaccettabili in un paese membro dell’Unione Europea e devono essere bloccati sul nascere. Se le banche vogliono soddisfazione, possono rivolgersi ai tribunali”. In ogni caso, si tratta di una brutta gatta da pelare per BalkansLeaks e Bivol, le cui risorse finanziare sono ben al di sotto dell’entità della possibile multa e tali da rendere difficile perfino sostenere le spese di un’eventuale difesa legale.
Per questo motivo, in vista di un possibile processo, Tchobanov e Yordanov hanno predisposto una pagina apposita su Bivol , da cui raccogliere donazioni.

Questo matrimonio non s’ha da fare». Perché? L’ha detto il medico

La Stampa


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Il medico di famiglia sconsiglia la celebrazione del matrimonio per le precarie condizioni fisiche e psichiche del paziente. Matrimonio nullo, anche perché lui ha subìto delle pressioni (Cassazione, ordinanza 10480/12).
 
Il caso Nullità del matrimonio confermata in primo e secondo grado per incapacità dell’uomo. Questo il verdetto, ma la moglie, anzi la ex, non ci sta e impugna la decisione avanti alla Corte di Cassazione.

Il ricorso è ritenuto infondato perché la ricorrente finisce per introdurre circostanze di fatto in contrasto con quelle effettuate dalla pronuncia impugnata. Secondo gli Ermellini, infatti, la consulenza del CTU è da ritenersi attendibile. Il protagonista della vicenda era affetto da atteggiamento “distimico” con tendenza alla depressione e spunti fobico ossessivi, quadro clinico aggravato dalla morte della madre.

Sono state fatte pressioni sull’uomo per indurlo al matrimonio. Se è vero che non vi era incompatibilità tra l’incapacità dell’uomo e lo svolgimento di attività lavorativa, il medico di famiglia aveva però sconsigliato la celebrazione del matrimonio per le precarie condizioni fisiche e psichiche del paziente. Tanto, infatti, era bastato ai giudici di merito per dichiarare la nullità del matrimonio. Decisione questa, confermata dalla Cassazione.

Lombardia, consigliere regionale Idv guadagna 50mila euro in una seduta

Sergio Rame - Mar, 30/10/2012 - 22:40

Follie della Casta. L'Idv Franco Spada subentra al consigliere Gabriele Sola, che aveva deciso di fare un passo indietro "per rinunciare al vitalizio". Il risultato? Sta in Consiglio regionale solo sei ore e si porta a casa 50mila euro. E commenta: "Sono state sei ore intensissime"

Una vera e propria follia. Uno spreco che la dice lunga sugli sperperi della Casta.


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Un'unica seduta da sei ore pagata la bellezza di 50mila euro sonanti. Più di 8mila euro all’ora. È successo a Franco Spada, consigliere regionale dell'Idv che è entrato in Consiglio regionale sostituendo il compagno di partito Gabriele Sola che aveva rinunciato al vitalizio.

"Sono state sei ore intensissime". Ma, ai microfoni del programma La Zanzara di Radio24, Spada ci teine pure ad assicurare che non saranno le uniche. E quindi i 50mila euro circa che prenderà fino alle elezioni che si terranno a gennaio "sono né più né meno quelli che prenderanno gli altri consiglieri". Spada, primo della lista dei non eletti dell’Italia dei Valori, ha preso il posto del consigliere Sola che aveva deciso di fare un passo indietro per rinunciare al vitalizio. In molti hanno subito pensato: il dipietrista ha vinto la lotteria.

"Andiamoci piano - ribatte Spada - sono stato 6 ore e abbiamo approvato una legge molto importante come quella elettorale". Non solo. Spada ci tiene a far presente che non si limiterà a lavorare soltanto sei ore. Infatti, come ha detto lo stesso presidente Roberto Formigoni, il bilancio di previsione 2013 verrà approvato dal consiglio seppur dimissionario. "Per approvare un bilancio non credo si faranno né una né due né tre riunioni ma molte di più", insiste l'esponente dipietrista ricordando che, entro la scadenza della legislatura, il Consiglio dovrà anche recepire con legge regionale i provvedimenti del governo sui tagli della spesa pubblica.

"Ieri sono stato tutto il giorno in regione per dare un’occhiata allo statuto, al regolamento, eccetera, l’unica cosa di cui non mi sono occupato è lo stipendio - spiegato Spada - prenderò né più né meno di quello che prenderanno gli altri consiglieri".

Neanche l’altra carica che ricopre, quella di consigliere provinciale a Bergamo, sembra dare a Spada qualche problema. "Le cariche non sono incompatibile - spiega - ma in Provincia arrivo a fatica a mille euro al mese".

Enzo, il primo licenziato del pubblico: “Geometra, non servi più”

Corriere della sera

di Claudio Del Frate



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In 34 anni di onesto lavoro il geometra Enzo Cirrincione a tutto pensava fuorché stabilire un record e diventare famoso suo malgrado: è infatti il primo dipendente pubblico in Italia a essere licenziato perché in esubero. Come un metalmeccanico, come un dipendente di una azienda privata.
Il comune di Carnago (provincia di Varese, 6.400 abitanti, famoso ai più perché ospita il centro sportivo di Milanello), ha deciso di congedare Cirrincione, geometra del suo ufficio tecnico, approfittando di quanto prevede la recente legge di stabilità.

Il provvedimento da un lato farà esultare quanti ritengono che il «posto fisso» nella pubblica amministrazione sia ormai un privilegio insostenibile, dall’altro apre una battaglia giudiziaria perché i sindacati confederali (Cgil e Cisl nella fattispecie) hanno già annunciato il ricorso al giudice.
Sposato, 52 anni, al municipio di Carnago dal 2001, Cirrincione dal punto di vista strettamente giuridico è stato messo in mobilità: per 24 mesi prenderà comunque l’80% del suo stipendio ma se entro due anni non avrà trovato posto nella pubblica amministrazione decadrà dal suo posto di lavoro.

«Dunque per noi è una cosa ben diversa da un licenziamento in tronco»: così il sindaco di Carnago, Maurizio Andreoli, alla guida di un’amministrazione di centrosinistra, difende la sua scelta. Che però ha bisogno di qualche spiegazione in più: «La nuova legge di stabilità — ecco le parole del primo cittadino — consente ai comuni di fare una ricognizione sulla pianta organica e verificare se c’è del personale di troppo. Così è stato nel caso del geometra, nei confronti del quale non abbiamo nulla di personale».

Dati alla mano, tuttavia, nel municipio di Carnago lavorano 13 persone in meno rispetto al previsto. «E’ vero, ma il nostro è come un esercito composto da troppi generali e pochi soldati: ad esempio, abbiamo quattro geometri ma solo due stradini e due vigili. Un ufficio pubblico vive ancora di rigidità assolutamente incompatibili con la qualità del servizio e invece dovrebbe assomigliare sempre di più a un’azienda privata, nei criteri di gestione del personale.

E poi l’inamovibilità del pubblico dipendente mentre ovunque ci sono licenziamenti è vissuta come un privilegio. Siamo certi della nostra correttezza, ci siamo anche consultati con la prefettura. Di sicuro si tratta di una decisione epocale, solo pochi anni fa l’ipotesi di allontanare un dipendente pubblico avrebbe provocato il finimondo».

Stavolta il finimondo non ci sarà, ma i sindacati hanno già indetto per oggi una manifestazione davanti al palazzo comunale di Carnago. Il cui vicesindaco, sia detto per inciso, è il segretario provinciale del Pd, Fabrizio Taricco: «Sono state violate tutte le norme in materia — dichiarano Gianna Moretto (Cgil) e Mauro Catella (Cisl) — e ci chiediamo a cosa serva rinunciare a un tecnico per poi pagargli comunque l’80% dello stipendio. Ma la nostra battaglia non è sul caso singolo ma perché sia garantito un trattamento corretto a tutti i lavoratori. Qui è stata presa una decisione ancora prima che siano state emanate le norme per calcolare gli esuberi della pubblica amministrazione».

L’Halloween Carnival di Derry

La Stampa

Derry: in Irlanda alla scoperta delle radici di Halloween


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L’Halloween Carnival di Derry è un evento che richiama più di 30 mila persone sulle rive del fiume Foyle. Famosissimo in tutta l’Irlanda, è considerato una delle più grandi feste di Halloween d’Europa. Quest’anno è in programma dal 27 al 31 ottobre, come sempre all’insegna della creatività e del divertimento con abitanti e visitatori che si riverseranno nelle strade indossando le maschere e i costumi tradizionali, fra scherzi, dolcetti, fuochi d’artificio, concerti e proiezioni di film (horror, naturalmente).

Il tema di questa edizione, Shape Shifting, evoca miti e leggende irlandesi e avrà uno dei suoi momenti più spettacolari con il Carnival of Light, una suggestiva fiaccolata, e con lo spettacolo pirotecnico lungo il fiume.
L’occasione giusta per scoprire la città murata di Derry, o Londonderry: il secondo nome è quello caro agli unionisti e deriva dal diretto legame con Londra che all’inizio del 1600 ne acquistò i territori. Fra il 1613 e il 1618 vennero costruite le mura che, ancora oggi – perfettamente conservate – ne fanno l’unica città murata d’Irlanda e uno dei più begli esempi del genere in Europa. La passeggiata lungo il cammino di ronda che misura circa un chilometro e mezzo è sicuramente una delle attrazioni maggiori di Derry/Londonderry.

Dall’alto si possono ammirare tutti i maggiori edifici della città medievale, rinascimentale e georgiana come la St. Columbu’s Cathedral costruita fra il 1628 e il 1633. Il centro storico è costruito sul modello di una città militare romana con le due strade principali che si incontrano nel Diamond, la piazza centrale. Ai quattro lati della cerchia muraria sono ancora visibili le quattro porte originarie: Butcher’s Gate, Bishop’s Gate, Shipquay Gate e la Ferryquay Gate. In un vecchio edificio, la O’Doherty’s Tower, è stato ricavato il Tower Museum, pluripremiato allestimento che ripercorre la lunga e tumultuosa storia della città.

Non si può infatti dimenticare che la città è stata fra quelle che più ha sofferto nel conflitto fra le comunità cattolica e quella protestante, anche in anni recenti. Il Bloody Sunday, uno degli episodi più tragici dei troubles, i disordini fra le due fazioni religiose, è accaduto proprio nel popolare quartiere cattolico del Bogside. Il 30 gennaio 1972, le truppe inglesi aprirono il fuoco sui dimostranti provocando 14 morti. Oggi il Bogside è molto più tranquillo e vale la pena scoprire i murales dell’epoca in cui il quartiere si proclamava “zona libera”. Il più fotografato è il murales con la scritta “You now entering Free Derry”, non distante dal memoriale, in Rossville Street, che ricorda le vittime della domenica di sangue.

Da allora la città ha cambiato completamente atmosfera, e il centro cittadino è ora pieno di negozi, pub, ristoranti. London Street, accanto alla cattedrale, è la strada degli antiquari, mentre un buon posto per acquistare artigianato locale è il Derry Craft Village, in Shipquay Street. Appena fuori le mura si incontra la Guildhall, palazzo comunale neogotico del 1887 con le vetrate che raccontano la storia della città. Attualmente l’edificio è in fase di restauro, ma riaprirà nella primavera del 2013 per dare il proprio contributo ad un evento attesissimo a Derry.

Per il prossimo anno infatti è arrivata la nomina a Città della Cultura del Regno Unito e il calendario degli eventi nel campo della musica, teatro, danza, arti visive si sta arricchendo di giorno in giorno. L’evento inaugurale si svolgerà a gennaio e sarà un concerto intitolato “Sons and daughters” a cui parteciperanno nomi importanti della scena artistica irlandese e britannica, come Undertones, Phil Coulter, Paul Brady, The Priests. L’anno della cultura vivrà uno dei suoi momenti culminanti in ottobre, quando la città ospiterà la premiazione e la mostra dei finalisti del Turner Prize, il più importante evento inglese per l’arte contemporanea organizzato dalla Tate Britain.

Buon compleanno Topolino, Mickey Mouse compie 80 anni

Il Mattino


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Con le sue immancabili scarpe gialle, i guanti bianchi a quattro dita e le caratteristiche grandi orecchie a sventola, Topolino si appresta a festeggiare gli 80 anni. Una straordinaria storia editoriale iniziata nel dicembre del 1932 - appena quattro anni dopo la nascita di Mickey Mouse dalla penna di Walt Disney - quando l'editore fiorentino Giuseppe Nerbini dà alle stampe il primo numero del giornale (appena 8 pagine) e l'italianizzato "Topo Lino" arriva nelle edicole italiane. Un successo che continua ancora oggi, 80 anni e 2.973 copertine dopo. Otto decenni di fumetti, in cui il topo più amato delle strisce ha saputo raccontato storie sempre nuove, impersonando anche personaggi storici o divi del cinema.

«Il segreto del successo di Topolino, che si rivolge ormai a tre generazioni, nonni, genitori, figli, è essere in grado di riuscire a interessare tutti con un linguaggio universale - spiega Valentina De Poli, direttrice del settimanale ora pubblicato da Walt Disney Company Italia (e prima da Mondadori) (RPT ora pubblicato da Walt Disney Company Italia e prima da Mondadori). I fumetti raccontano storie vere e in questo modo parlano di noi. Attraverso i personaggi, riusciamo a raccontare quello che succede nella società. In Paperon dè Paperoni che vessa Paperino, tutti possiamo riconoscere un professore o un superiore. Siamo tutti un pò Paperino».

Il via ai festeggiamenti per la ricorrenza sarà dato dalla Walt Disney Company Italia a Lucca Comics and Games, in programma dal 1 al 4 novembre. Uno speciale compleanno festeggiato con tante sorprese, prima fra tutte il libro "80 anni insieme": un volume celebrativo che, di decennio in decennio, ripercorre avvenimenti, episodi e curiosità che hanno fatto la storia di Topolino e lo hanno reso un mito senza tempo. Per ogni decennio, poi, è stata selezionata la storia a fumetti più rappresentativa: si parte da Topolino giornalista, del 1935, fino a Paperino e il risveglio del silente, del 2000. Le dodici copertine più significative, quelle che hanno segnato i cambiamenti e l'evoluzione del giornale, saranno invece raccolte nel calendario Disney 2013 "Topolino anniversary".

Il 26 dicembre, con il numero 2.979, uscirà in edicola il numero celebrativo, con Mickey Mouse protagonista di una storia dedicata alle storie dei fumetti. Dopo la tappa a Lucca Comics and Games, i festeggiamenti per gli 80 anni di Topolino proseguiranno con la mostra "Storie di una storia", in programma dal 15 novembre al 20 gennaio 2013 a WOW Spazio Fumetto - Museo del Fumetto, dell'Illustrazione e dell'Immagine animata di Milano. L'esposizione si propone di illustrare come la creazione del genio di Walt Disney si sia evoluta insieme ai suoi lettori. «È incredibile passare di stanza in stanza e vedere cosa è cambiato in questi anni: tecnica, storie, tecnologia. L'ultima sala è riservata al passaggio di Topolino sull'iPad. Conoscere il passato è importante, ma dobbiamo avere anche un occhio al domani. E in questo modo potremmo festeggiare altri 80 anni. Di storie da raccontare ce ne sono sempre», auspica Valentina De Poli.

Mercoledì 31 Ottobre 2012 - 10:52

I vigili fermano i bus del Vaticano: in servizio con la doppia targa

Il Messaggero
di Elena Panarella

La mattina svolgono attività istituzionale, il pomeriggio con i turisti in giro per la città


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In giro per le strade di Roma circolano quattro pullman dalla «doppia vita». Hanno la targa Città del Vaticano ma risultano immatricolati anche con targa italiana, tuttora registrata come attiva agli uffici della Motorizzazione civile. E cosa fanno? 

La mattina accompagnano persone nei giardini che si trovano all’interno del Vaticano;
il pomeriggio fanno lo stesso giro degli Open Bus dell’Opera Romana Pellegrinaggi e Roma Cristiana per le vie della città. In questo caso i turisti quando salgono mostrano al conducente lo stesso ticket delle associazioni religiose. Ma la cosa ancora più curiosa è che i pullman hanno un libretto di circolazione della Città del Vaticano e, in copia, anche quello italiano.

E non è finita qui: sulla carta di circolazione risulta che questi pullman dovrebbero svolgere «attività istituzionale», quindi non commerciale-turistica («come si fa a portare a spasso i turisti su un mezzo targato SCV?», si lascia scappare un altro autista di pullman). Tutto questo è emerso ieri mattina durante dei controlli eseguiti dagli agenti di polizia giudiziaria del XVII Gruppo, diretti dal comandante Roberto Stefano, e coordinati dal funzionario Bruno Meoli.
 
Facendo una serie di riscontri, utilizzando anche il numero del telaio dei pullman, è venuto fuori che, per la motorizzazione civile italiana, uno risulterebbe addirittura adibito a Ncc (noleggio con conducente) e un altro a trasporto pubblico. In base agli ultimi accertamenti gli agenti invieranno oggi una informativa alla Procura della Repubblica «per alterazione e falsificazione di targhe» e una segnalazione verrà inviata alla Guardia di Finanza, laddove «si ravvisi l’ipotesi di reato di evasione fiscale per lo svolgimento di un’altra attività non riconosciuta». Tutti e quattro i pullman «incriminati» inoltre risulterebbero intestati a una società di trasporti di Palestrina di proprietà di un assessore comunale della cittadina dell’hinterland romano.
 
«Qui poi c’è da capire: le eventuali multe chi le paga? - si chiede un agente durante i controlli - Anche se la cosa più grave è la doppia targa dei mezzi». Un altro particolare curioso è che le targhe sono tutte consequenziali e tutti i bus sono adibiti a servizi istituzionali. «Per ora ne abbiamo trovati solo quattro con queste caratteristiche, ma gli accertamenti vanno avanti. Potrebbero essercene degli altri», si lascia scappare un agente. «Questi bus la mattina caricano le persone dentro il Vaticano - raccontano altri conducenti di pullman - con loro sale un poliziotto della gendarmeria e una hostess che accompagna le persone in visita ai giardini.
 
Alle 14 attaccano servizio come qualsiasi altro bus delle associazioni religiose e portano i turisti in visita alle catacombe e alle maggiori basiliche. Hanno persino la pubblicità come gli altri Open Bus all’esterno del mezzo. Certo è davvero curioso vedere in giro questi autobus di una trentina di posti con la targa del Vaticano in giro come qualsiasi altro mezzo di trasporto turistico». E qualcuno si lascia anche scappare qualcosa in più: «Alla fine poi loro possono fare come gli pare tanto le multe poi a chi arrivano?». Gli accertamenti della polizia municipale sono ancora in corso per verificare «come sia possibile che le targhe italiane risultino ancora in circolazione».


Martedì 30 Ottobre 2012 - 20:07
Ultimo aggiornamento: 20:08

Cinquant’anni dopo c’è ancora bisogno di uno come Diabolik

La Stampa

Novembre 1962, esce la prima storia del ladro a fumetti. Due mostre lo celebrano: “È un uomo del nostro tempo”

Guido Tiberga


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Nero, crudele, determinato e del tutto privo di pietà. Ma non più scandaloso. Per scrivere Diabolik cinquant’anni fa, come facevano Angela e Luciana Giussani, deliziose sorelle milanesi, ci voleva faccia tosta e coraggio.

L’Italia dei Sessanta non era solo la musica dei Beatles, l’eros delle prime minigonne e la voglia di rivoluzione: era chiusura mentale, perbenismo, paura del nuovo. Era il pretore di Lodi che faceva sequestrare i «giornalini istigatori del crimine», erano le denunce, i processi, era il deputato democristiano Agostino Greggi che portava i fumetti alla Camera non per leggerli, ma per montarci sopra un’interrogazione parlamentare: «Diabolik fomenta la nascita dei problemi sociali».

Il personaggio Diabolik compie domani mezzo secolo di vita editoriale, un’età incredibile per un eroe a fumetti. Le sue creatrici non ci sono più da tempo, sceneggiatori e disegnatori si sono alternati nei decenni. Ma scrivere le sue avventure, oggi, non è più un fatto di coraggio, soltanto una questione di talento, di saper innovare nella tradizione. In fondo la storia è sempre la stessa: qualcosa di prezioso da rubare, sistemi di sicurezza raffinatissimi, un’idea per scardinarli, una fuga rocambolesca aiutata da tecnologie sempre più incredibili.

Tito Faraci è uno dei più noti autori italiani di fumetti. Ha scritto di tutto, da Topolino a Tex Willer ai supereroi americani (per i lettori americani). «Diabolik ha un vantaggio non da poco per un personaggio della sua età. È rimasto lo stesso, ma il mondo intorno a lui è cambiato. Nel ’62 era l’unico a poter comunicare a distanza, con una radio nascosta nell’orologio, ma oggi anche i suoi avversari usano i telefonini. È un uomo del nostro tempo: quelli che ruba sono euro come i nostri. Non c’è più scandalo nelle sue storie: il mondo ha avuto “Pulp Fiction”, l’Italia è impazzita per “Romanzo criminale”. Gli eroi neri non fanno più paura a nessuno».

Le imprese di Diabolik sono ambientate a Clerville, immaginaria città-Stato di un’Europa che non esiste. Ma tra le righe della sua storia si può leggere una parte della storia italiana recente. Negli anni Settanta le destre e le sinistre più estreme vedevano in lui un nemico arruolato dagli avversari. Fascista perché violento, comunista perché nemico delle forze dell’ordine. «In fondo è un sessantottino - raccontava Luciana Giussani - Una volta lo abbiamo mandato in Cina e si è rifiutato di rubare (“In questo Paese uno come me non avrebbe ragione di esistere”)». 

Nel bel mezzo della polemica sulla legge Basaglia, si è schierato contro i manicomi, in un numero intitolato «La fossa dei disperati». Negli anni di Tangentopoli si è scontrato con la corruzione politica. Nella sua lunga avventura editoriale, si è imbattuto in terroristi e mafiosi, e li ha sempre liquidati da par suo, aiutando la legge nel momento stesso in cui la mortificava, superandola con la violenza. 

È un personaggio - come hanno detto le sue autrici molti anni fa - che «finirà di esistere solo il giorno in cui questa società non avrà più bisogno di uomini come lui per rilevare le proprie contraddizioni».
Tempi che, evidentemente, non sono ancora arrivati. «Diabolik» è tra le poche serie a fumetti ad avere anche un pubblico giovane. Proprio perché è un uomo di questi tempi e di questi luoghi. «Una volta Clerville era una specie di Montecarlo sospesa chissà dove - conclude Faraci - adesso è una città come le nostre. Io, quando scrivo Diabolik, lo penso a Milano».

I ventuno disastri sportivi che inchiodano il tecnico boemo

Libero

Dal Foggia dei miracoli al Pescara, Zdenek è un maestro (soprattutto nelle rimonte subite)

di Matteo Spaziante



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«Vedrete, la Roma di Zeman farà divertire i tifosi», dicevano in molti quest’estate, alla notizia del ritorno del boemo sulla panchina giallorossa. Peccato solo che i tifosi a divertirsi non sono quelli della Roma, ma più spesso quelli avversari. Come successo domenica ai pochi friulani presenti all’Olimpico, che si sono goduti una rimonta spettacolare della loro Udinese.

«La gara è stata decisa dall’arbitro», ha detto Zeman nel post-partita. In realtà la rimonta è nel sangue del tecnico boemo e delle sue squadre, come già ampiamente dimostrato in questa stagione. Prima della sconfitta dell’Udinese, infatti, la Roma era già stata rimontata dal Bologna, con le stesse modalità: giallorossi avanti 2-0, poi un blackout e il 2-3 dei felsinei.

Non si può quindi parlare solo di cali di attenzione dei giocatori o di una condizione scadente della Roma, perché appunto le rimonte sono parte integrante del gioco di Zeman.  Perché anche l’anno scorso, quando il boemo era alla guida del Pescara, il discorso era simile visto che gli abruzzesi (che nonostante tutto poi hanno vinto il campionato) spesso sono andati in vantaggio, per poi uscire sconfitti in rimonta. Per l’esattezza, cinque partite, contro Modena (finita poi 3-2), Livorno (3-1), Grosseto (2-1), Bari (2-1) e Varese (2-1),  in cui il Pescara ha sempre sbloccato il risultato, senza però portare a casa alcun punto.

Anche col Foggia, in entrambi periodi in cui Zeman ha guidato i rossoneri, non sono mancate le rimonte. Storica è diventata quella contro il Milan, nel maggio 1992, celebrata anche dalla Fifa: pugliesi avanti 2-1 all’intervallo, sommersi poi nella ripresa da ben 7 gol. Nel secondo periodo a Foggia di Zeman, da sottolineare anche Benevento-Foggia in Lega Pro nel 2011, con i pugliesi rimontati dai giallorossi nonostante la superiorità numerica.

Sempre in Puglia, Zeman ha guidato anche il Lecce, esportando la sua capacità di farsi recuperare. Anche qui, sei rimonte subite in un solo campionato, la peggiore contro la Fiorentina, con i leccesi in vantaggio di due reti. Come di due gol un’altra squadra di Zeman, in questo caso la Lazio, si è fatta rimontare dalla Juventus nel marzo 1996, con la sfida poi conclusasi sul 4-2 per i bianconeri.

Insomma, gli esempi sono molti: la colpa forse non è solo della squadra, ma anche delle idee del tecnico. «Non alleno le squadre a gestire il risultato», le parole di Zeman sempre nel post-Udinese. Ed è una pecca, perché una grande squadra non è quella che attacca sempre, ma quella che vince.

I problemi per la Roma inoltre non finiscono con la sconfitta dell’Udinese. Innanzitutto perché ora la zona Champions dista ben 7 punti, inoltre perché restano due grossi punti interrogativi sui giallorossi, che rispondono ai nomi di Mattia Destro e Daniele de Rossi.

Il primo continua ad essere un mistero (contro l’Udinese in campo per soli 7 minuti), “Capitan Futuro” invece resta un problema: lui vorrebbe giocare davanti alla difesa, Zeman non ne vuole sapere, e continua a preferire altri giocatori in quel ruolo. Tant’è che domani, con Tachtsidis (che per ora non sta dimostrando di valere il giallorosso) squalificato, il boemo pensa a schierare Bradley da regista.

Uno strappo tra i due che sembra difficilmente recuperabile, con le conseguenti recriminazioni degli azionisti della Roma. Uno di questi, Angeletti, durante l’assemblea di ieri, ha infatti dichiarato che «è stato un suicidio non aver ceduto De Rossi a certe richieste». La situazione in casa giallorossa diventa sempre più complicata, e il futuro non sembra più roseo, visto anche il rosso in bilancio di oltre 50 milioni di euro. Tocca a Zeman risollevare le sorti giallorosse: sperando che l’unica rimonta di cui si parli da qui in poi sia quella della Roma in classifica.



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Bari, Vendola assolto

Nico Di Giuseppe - Mer, 31/10/2012 - 11:52

Dopo una breve camera di consiglio, il gup di Bari ha deciso per l'assoluzione perché il fatto non sussiste. Il leader di Sel era accusato di concorso in abuso d'ufficio in merito a un concorso alla Asl di Bari e l'accusa aveva chiesto una pena di 20 mesi di reclusione

Assolto perché il fatto non sussiste. Nichi Vendola esce pulito dall'inchiesta per concorso in abuso d'ufficio in cui era coinvolto.


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"Se dovessi essere condannato, mi ritirerei dalla vita pubblica", aveva assicurato il governatore della Regione Puglia, dopo la richiesta di condanna a un anno e otto mesi avanzati dai pm. Una presa di posizione che era subito rimbalzata su tutti i quotidiani nazionali. Gesto "forte" o abile strategia comunicativa? Il sospetto che il governatore della Puglia abbia deciso di ufficializzare la sua posizione dopo essere stato rassicurato dai legali è forte.
Una sicumera che ad alcuni osservatori ha fatto pensare che il leader di Sel sapesse già, informato probabilmente dai suoi legali, quale sarebbe stata la sentenza. Nessun ritiro, comunque. Vendola si salva, il Pd di Bersani no, costretto a fare i conti alle primarie con lui. Così come non festeggeranno l'assoluzione di Vendola i sostenitori del Monti-bis.

Dopo una brevissima camera di consiglio, il gup del tribunale di Bari, Susanna De Felice ha deciso per l'assoluzione. Il governatore era presente in aula e alle 12 incontrerà tra poco i giornalisti. Il leader di Sel era accusato, in concorso con l’ex direttore generale della Asl Bari Lea Cosentino, per la quale era stata chiesta la condanna alla stessa pena, di abuso d’ufficio in relazione ad un concorso per primario. La vicenda è quella della nomina di un primario di chirurgia toracica dell'ospedale San Paolo, Paolo Sardella, che sarebbe stata favorita dal presidente della Regione con un suo intervento presso Lea Cosentino.

Secondo i pm, Nichi avrebbe istigato l'allora dg Cosentino a riaprire i termini per la presentazione delle domande per accedere al concorso, con l'obiettivo di assicurare a Sardelli l'assunzione quinquennale. I fatti si riferiscono al periodo compreso tra settembre 2008 e aprile 2009. Inoltre, il medico che si ritiene danneggiato dalla scelta perorata da Vendola, Marco Luigi Cisternino, parte civile nel processo, ha chiesto la provvisionale sul risarcimento dei danni di 50mila euro per ciascuno dei due imputati.

"Io sono una persona per bene ed è stato per me bere un calice amaro, questo processo, ma l’ho fatto per rispetto nei confronti della giustizia e della Procura della Repubblica": sono le prime parole pronunciate da Nichi Vendola, che poi ha continuato: "Per me è un momento di felicità, sono stato usato in questi anni come contraltare per le più scandalose inchieste che hanno coinvolto un pezzo di ceto politico verminoso". Vendola ha lasciato la procura in lacrime. Assolta anche la coimputata Lea Cosentino, ex manager della Asl di Bari.

"Io ho vissuto un’intera vita sulle barricate della giustizia e della legalità. Oggi mi è stato restituito questo". In merito al suo annunciato ritiro in caso di condanna, Vendola ha spiegato che "quello che avevo deciso era sincero. Non avrei potuto esercitare le mie pubbliche funzioni con quel sentimento dell’onore che è prescritto dalla Costituzione. Mi sarei ritirato dalla vita pubblica. Per me non non era e non è in gioco una contestazione specifica rispetto a cui penso di poter documentare assoluta trasparenza dei miei comportamenti".

martedì 30 ottobre 2012

La moglie di Bersani al vigile: "Multa? Lei non sa chi sono io"

Libero

Il settimanale "Chi" racconta l'arroganza dei potenti: Daniela Ferrari, per evitare la contravvenzione per divieto di sosta, avrebbe pronunciato la più odiosa delle frasi


Cattura
Il più classico, e odioso, dei "lei non sa chi sono io!". Obiettivo della potente di turno, evitare una multa. La protagonista, secondo la ricostruzione del rotocalco Chi, sarebbe Daniela Ferrari, la moglie del segretario del Partito Democratico, quel Pierluigi Bersani "amico del popolo". Ecco la ricostruzione offerta dal settimanale. La moglie del leader del Pd, impegnata a fare shopping in una profumeria di Ponte dell'Olio, in provincia di Piacenza, avrebbe visto una vigilessa intenta a multarla per divieto di sosta.

La Ferrari esce dal negozio, si fionda dall'agente e contestando la multa le scappa quel "lei non sa chi sono io!". Chi cita poi altre testimonianze, secondo le quali il traffico del piccolo centro sarebbe rimasto paralizzato proprio a causa della sosta vietata di Lady Bersani. La vigilessa, però, sarebbe rimasta impassibile davanti alla frase della Ferrari: la sua intransigenza sarebbe stata accolta da un applauso dei passanti. La titolare della profumeria ha poi raccontato al settimanale: "E' tutta colpa del mio pos (il sistema di pagamento elettronico, ndr) perché ha ritardato il pagamento per motivi tecnici. E la signora Bersani, mia cliente, era davvero sulle spine".

La smentita - Subito è arrivata al smentita di Stefano Di Traglia, portavoce di Bersani, che ha bollato come falso l'articolo di Chi sulla moglie Daniela. "E' totalmente falsa la notizia riportata da Chi sulla moglie di Bersani che si sarebbe rivolta a una vigilessa con un lei non sa chi sono io", ha scritto Di Traglia su Twitter.

Arriva il cerotto che non fa male

Corriere della sera

Pensato per i neonati e per gli anziani, si strappa rapidamente e senza lasciare residui né irritare la pelle


MILANO - Finora, il metodo migliore per togliere un cerotto era quello di contare fino a tre e di strappare il più in fretta possibile. Veloce sì, ma niente affatto indolore. Non a caso, da un’indagine nei reparti di terapia intensiva neonatale degli ospedali statunitensi è stato accertato come un simile metodo di rimozione causi un milione e mezzo di lesioni (a volte addirittura permanenti) alla pelle dei neonati prematuri. Ecco perché un team di scienziati del Brigham and Women’s Hospital di Boston, in collaborazione con i colleghi del Massachussets Institute of Technology (MIT), ha ideato il primo «tears without tears», ovvero «il cerotto senza lacrime», che si strappa rapidamente e senza lasciare residui né irritare la pelle, restando oltretutto perfettamente aderente all’epidermide (a differenza invece alle precedenti versioni pain-free, che tendevano a staccarsi quasi subito). Il segreto di questo nuovo cerotto è un terzo strato sottilissimo, composto da derivati del chitosano (un polisaccaride naturale) e posizionato fra lo strato adesivo e la pellicola esterna delle consuete versioni in carta o plastica.

COME ORIGAMI - Come si vede dal video dimostrativo pubblicato dal Daily Mail, quando un nastro adesivo tradizionale viene rimosso (in questo caso da una carta origami, la cui delicatezza è paragonabile a quella della pelle di un neonato), si porta appresso parte della carta, mentre il nuovo cerotto lascia il foglietto intatto e un eventuale residuo colloso viene eliminato semplicemente passandoci sopra un dito, con movimenti circolari. Per ora testato solo sui topi di laboratorio, il nuovo cerotto potrebbe arrivare sul mercato nel giro di uno o due anni, come conferma l’autore dello studio, il professor Robert Langer, sui Proceedings of the National Academy of Sciences (Pnas), spiegando che i test sui bambini sono già stati pianificati e che il nuovo cerotto non è ideale solo per i piccoli pazienti, ma anche per gli anziani, la cui pelle sottile e delicata può essere facilmente danneggiata da uno strappo troppo deciso.

Simona Marchetti
30 ottobre 2012 | 16:29

Alessandria d'Egitto costruita secondo un orientamento astrale

Corriere della sera

Ora potrebbe essere più vicino il ritrovamento della tomba di Alessandro Magno, sogno di generazioni di archeologi

L'allineamento in una vecchia immagine di Alessandria d'EgittoL'allineamento in una vecchia immagine di Alessandria d'Egitto

La ricerca della tomba di Alessandro Magno seppellito dal suo generale Tolomeo, è uno dei sogni degli archeologi. Forse un passo in questa direzione si è compiuto con il risultato di un’indagine che ha portato a svelare uno dei tanti segreti nascosti nella più celebre città fondata da Alessandro, Alessandria d’Egitto, appunto. La pianta della città sarebbe nata con una logica simbolica e la sua strada principale sarebbe stata allineata secondo la posizione del Sole all’alba nel giorno che segna la nascita di Alessandro il 20 luglio 356 avanti Cristo.

ALESSANDRIA - A questa conclusione è giunto lo studio di Giulio Magli e Luisa Ferro del Politecnico di Milano pubblicato sull’Oxford Journal of Archeology di novembre. La costruzione dell’insediamento iniziava nel 331 a. C. e poi la città sarebbe diventata famosa soprattutto per il faro gigantesco e la biblioteca più grande dell’antichità, due opere che magnificavano la potenza del suo fondatore. Ma anche la sua natura divina.

ALLINEAMENTO - «Il fenomeno dell’allineamento è visibile ancora oggi», spiega Magli,«e sullo stesso nell’antichità sorgeva anche la stella Regolo nella costellazione del Leone e nota come la stella dei re già mille anni prima da parte di assiri e babilonesi. Ora questo riferimento è scomparso a causa dello spostamento dell’asse terrestre». Al risultato si è giunti anche grazie a una lunga missione di studio condotta ad Alessandria a cui ha partecipato Luisa Ferro. Diverse, tuttavia, sono le conclusioni. La prima è che un significato simbolico accompagnasse spesso la fondazione delle città nell’antichità, come diversi ricercatori sostenevano; la seconda è che la stessa tomba del fondatore sia collocata secondo un particolare orientamento astronomico e in questa direzione ora si cercherà conferma.

Giovanni Caprara
30 ottobre 2012 | 16:57

L’Arabia Saudita offre 100 mila posti Ma le infermiere spagnole dicono no “Non è vita per donne come noi”

La Stampa


Il salario è di 3.500 euro al mese più i benefit, ma in troppe non rinunciano alle abitudini occidentali

gian antonio orighi
madrid


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In una Spagna massacrata dalla disoccupazione (il 25%, la più alta della zona Ue), è arrivata dall’Arabia Saudita un’ offerta da mille ed una notte: impiego immediato per 100 mila infermiere. Stipendio da favola: 3.500 euro al mese esentasse, viaggio andata e ritorno gratis, alloggio pagato, 54 giorni di ferie annue. Ma il Consejo General de Enfermería (CGE, l’associazione degli infermieri iberici ), ha risposto picche, nonostante le disoccupate siano 16.375. La ragione di un, a prima vista, inspiegabile niet? “La condizione della donna in quelle terre”, ha spiegato Máximo González Jurado, presidente del CGE.

Il divieto non è obbligatorio per professioniste che per ottenere il titolo devono studiare 4 anni all’università più due di specializzazione. E infatti ci sono già infermiere spagnole a Riad e in altre città saudite. Lo stipendio è buono, ma la vita per donne che in patria godono di una grande libertà, è molto diversa. Amaia Ibarrola lavora da un anno nel King Faisal Specialist Hospital di Riad. “Le mie uniche spese sono il vitto, molto economico, e Internet. E, se faccio anche le guardie, arrivo sui 4 mila euro al mese – racconta questa infermiera di 31 anni-. Ma, sull’altro piatto della bilancia, c’è la vita sociale negata. Dobbiamo portare sempre la “abaya” (la tunica nera che copre dal collo al piedi, ndr), con il jihab in testa.

Non possiamo mostrare né le braccia né le ginocchia, e neppure indossare jeans o vestiti strecht. Non solo: non possiamo guidare l’auto né parlare con gli uomini. E la “mutawa”, la polizia religiosa, ci controlla dappertutto”. Se Amaia fa di necessità virtù, anche perchè guadagna in doppio che in patria, tante altre sue colleghe scartano un Paese islamico che nega i diritti delle donne. “ Non ci vado in Arabia Saudita, incontrerei ostacoli che impedirebbero la mia vita personale. Preferisco l’Australia”, dice Eva García, segoviana di 52 anni. 

Che carriera Schulz Per Silvio era un ducetto Napolitano lo fa Cavaliere

Libero

Il presidente del Parlamento europeo, divenuto famoso per un siparietto col Cav a Strasburgo, riceverà la massima onorificenza. Motivo: si è commosso a Marzabotto


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Da "kapò" a Cavaliere della Repubblica. Un bel salto per Martin Schulz, l'eurodeputato tedesco divenuto famoso per il battibecco del luglio 2003 al Parlamento europeo con l'allora premier italiano Silvio Berlusconi, e che proprio da quell'episodio trasse la spinta che lo ha portato a diventare neintemeno che presidente dell'Aula di Strasburgo. Ebbene, l8 novembre prossimo, il "kapò" riceverà la massima onorificenza dal capo dello Stato Giorgio Napolitano.

Riguarda il battibecco su Libero Tv

Il Colle avrebbe deciso di conferire il cavalierato al socialdemocratico tedesco in seguito alla visita a Marzabotto, il 25 febbraio scorso. Davanti al sindaco del comune bolognese, Romano Franchi, e a uno dei superstiti dell'eccidio, Schulz si commosse nel ricordo delle vittime della strage nazifascista avvenuta fra il 29 settembre e il 5 ottobre del 1944, definendola «uno dei crimini peggiori della Seconda guerra mondiale nel quale una divisione dei nazisti assassinò crudelmente 800 persone tra donne, bambini e anziani». Poi, aggiunse: «Non sono qui solo come presidente del parlamento europeo, ma anche come tedesco». E, quasi in lacrime, confessò di essere «sconvolto e confuso per la brutalità dei tedeschi e la crudeltà dell’'evento». Uno come Napolitano, che si commuove ogni due per tre, non poteva che farlo Cavaliere. Chissà che commozione, alla cerimonia.

Apple, il caso Mappe scuote i vertici: fuori in due

Corriere della sera

Se ne va Scott Forstall, l'uomo del sistema iOs, ex "protetto" di Jobs. «Ha pagato le mancate scuse per gli errori nelle mappe»

È un vero terremoto quello che scuote i vertici di Apple. Decisivi probabilmente i problemi registrati con il nuovo software per le mappe su iPad e iPhone e anche una trimestrale ottima ma inferiore alle attese. Il pezzo grosso che esce dal colosso di Cupertino è Scott Forstall, senior vice president responsabile del sistema operativo iOs per iPhone, iPad e iPod Touch. Con lui se ne va anche John Browett, responsabile della divisione commerciale.

CHI È - Forstall paga le conseguenze degli errori lamentati dai clienti nella nuova app Mappe nel sistema iOS, che ha sostituito il servizio di Google Maps. Veterano di Apple, era in azienda dal 1997. Considerato da fonti vicine all'azienda un "protetto" di Steve Jobs, era fra i nomi avanzati da alcuni per succedere al fondatore dopo la sua morte. Ma era anche conosciuto come un uomo dal carattere difficile e, secondo una fonte citata dal Wall Street Journal, «mai entrato nella cultura di Apple». Scott Forstall lascerà l'azienda il prossimo anno e nel frattempo «consiglierà (il direttore generale) Tim Cook», stando a quanto si legge nel comunicato del gruppo.

LICENZIATI - Nonostante Apple abbia dichiarato che i due dipendenti «lasciano» la società, il New York Times puntualizza che a Forstall e Browett è stato dato il benservito. A costare il posto al primo, in particolare, sarebbe stato, secondo il quotidiano, il rifiuto di firmare la lettera di scuse per le mappe sbagliate del nuovo sistema operativo. Lettera concepita e sottoscritta da Tim Cook, che a nome dell'azienda si era detto «molto dispiaciuto per la frustrazione che questa applicazioni di mappe ha causato ai consumatori», aggiungendo: «Stiamo facendo di tutto per migliorarle».

Scuse «esagerate» secondo Forstall, che ha fatto muro, attirandosi le ire degli altri top manager. Browett, invece, che si era unito all'azienda solo lo scorso aprile, lascerà immediatamente. Apple ha fatto sapere di essere alla ricerca di un sostituto. Capo delle operazioni degli Apple Store, Browett aveva tagliato le ore le ore di lavoro e ridotto il personale nei negozi a marchio Apple, decisione poi ribaltata dai vertici di Cupertino e riconosciuta come un errore.

I SOSTITUTI - Le responsabilità di Forstall saranno assunte da altri tre fra i più alti dirigenti Apple. Craig Federighi, responsabile del sistema operativo dei computer Mac, seguirà lo sviluppo di iOS. Jony Ive, capo designer della compagnia, si occuperà ora anche dell'aspetto estetico del sistema degli iPhone e iPad. Eddy Cue, capo dei servizi online e di iTunes, si assumerà invece la responsabilità di seguire l'app Mappe e Siri, l'assistente virtuale presente sui dispositivi mobili di Apple.

Redazione online30 ottobre 2012 | 12:14

Il bimbo uccide il papà nazista Può essere giudicato un killer?

Corriere della sera

Cresciuto nel culto della violenza. Il genitore lo portava ai raduni di destra in cui si professava la difesa della razza

WASHINGTON - Joseph, 12 anni, è cresciuto non proprio in un nido. Fin da bimbo ha visto attorno a lui divise nere da SS, bandiere con la croce uncinata, fucili. Fin da piccolo invece che fiabe ha sentito risuonare il saluto «Sieg Heil», accompagnato dal braccio teso e da lunghe «tirate» del padre neonazista, Jeff Hall. Un uomo severo che volentieri gli riservava trattamenti duri e disciplina. Ma che comunque Joseph amava. Amava. Al passato. Sì, perché all'alba del Primo Maggio di un anno fa, il ragazzino ha fatto fuori il papà a colpi di 357 Magnum sottratta da un armadio. Gli ha sparato alla testa mentre dormiva su un divano. Senza alcuna esitazione.

Ora il caso giudiziario di Joseph è diventato materia giuridica. Per Michael Soccio, procuratore di Riverside, California, il bambino è «un assassino», sapeva quello che faceva, ha commesso un omicidio premeditato, privo di attenuanti. Non la pensa così l'avvocato d'ufficio, Matthew Hardy: Joseph - è la sua tesi difensiva - ha problemi psicologici e neurologici, inoltre ha subito abusi fisici e, soprattutto, è stato «condizionato» dall'ideologia neonazista. Insomma, non poteva distinguere tra giusto e sbagliato. Su questo punto si è accesa la battaglia. L'ambiente nel quale è vissuto il bimbo insieme all'educazione razzista ha davvero favorito l'omicidio del padre? Gli indizi portano a rispondere di sì, anche se Soccio argomenta il contrario.

Nell'esporre la sua accusa, il procuratore ha sottolineatoche Joseph voleva davvero bene al papà. Lo stava a sentire, anche se i metodi imposti tra le pareti di casa erano ferrei. Il bambino ha sparato a Jeff Hall - ha aggiunto - per due motivi: lo aveva sculacciato la sera prima e temeva che se ne andasse per sempre. La fede neonazi del genitore dunque, secondo questa interpretazione, non c'entrerebbe proprio nulla. Poi per dimostrare una presunta predisposizione al crimine del minore ha sottolineato come Joseph abbia alle sue spalle episodi gravi. Dei precedenti. Tra questi l'aggressione nei confronti di un insegnante al quale ha attorcigliato un cordone al collo. Motivi per restare sotto controllo - in prigione - il più a lungo possibile.

La legge in California prevede che i minori di 14 anni non possano essere incriminati, a meno che non esista una prova chiara che fossero consapevoli di fare del male. E Joseph, nella visione del procuratore Soccio, ricade in questa categoria: sapeva, eccome. Un eventuale verdetto di colpevolezza potrebbe tenerlo in prigione, come minimo, per una dozzina di anni. Non sarà facile però per il giudice emettere la sentenza. Impossibile non tener conto della storia personale di Joseph. Madre adottiva, quattro fratelli, denunce, scontri sull'affido, una lista infinita di visite da parte dei servizi sociali. Un inferno familiare.

Dove l'unico punto di riferimento era un uomo - Jeff Hall - che tirava su i suoi figli spiegandogli come «difendere ovunque i diritti dei bianchi» e l'importanza della segregazione razziale. Ma non si accontentava di parlarne nel tinello. Spesso si portava dietro alle manifestazioni un pezzo della famiglia. La seconda moglie e qualche figlio. Uscite pubbliche dedicate alla propaganda dove il padre, in divisa da seguace hitleriano, enunciava il suo piano di battaglia.

Per contrastare chi minacciava la purezza ariana nel cuore d'America o per fermare, con pattuglie armate sul confine, l'invasione degli immigrati dal Messico. Ad una di queste era presente anche un giornalista del New York Times che ha raccontato ieri la storia. Jeff Hall era esploso in uno dei suoi attacchi di rabbia perché alcuni dei suoi figli avevano combinato un pasticcio. Dalle testimonianze e dagli atti giudiziari è emerso che gli strilli del neonazi erano a volte accompagnati dalla mano pesante.

O sarebbe meglio dire calci pesanti. Ma gli amici - probabilmente con il suo stesso credo - hanno giurato che non era nulla di «criminale». È sempre stato un «buon papà», ribattono a chi ricorda le violenze. Un «buon papà» che ha insegnato ai suoi figli a maneggiare le armi. Joseph purtroppo ha imparato a farlo bene. E lo ha dimostrato all'alba del Primo Maggio di un anno fa.

Guido Olimpio
30 ottobre 2012 | 8:52

Ndrangheta in Lombardia, le parole dei boss In un libro vita dei clan e legami con la politica

Corriere della sera

«Dire e non dire», il nuovo lavoro del procuratore aggiunto di Reggio Calabria Nicola Gratteri con lo scrittore Antonio Nicaso


MILANO ­- Parlano anche i silenzi. I gesti e le smorfie. Nei dieci comandamenti della ‘ndrangheta ci sono le parole dei boss calabresi trapiantati in Lombardia. Regole semplici, universali e complesse. Misteri e segreti, a volte incomprensibili. Perché come dice, intercettato dai carabinieri Alessandro Manno alla guida del locale di Pioltello, «loro non ci arrivano perché non sanno...che significa ‘ndrangheta». Parole di boss. Come quelle che Fabio Zocchi dedica a Vincenzo Rispoli, altro capolocale a Legnano: «...è una potenza qua in Lombardia, fa così, si muove, si muovono duemila persone di colpo, proprio di colpo, si girano e corrono». Parlano di morte gli affiliati lombardi e parlano di politica. Come Vincenzo Mandalari, capo a Bollate: «non è importante destra e sinistra a livello locale».

Il volume «Dire Il volume «Dire

I PENTITI - Le loro voci, i loro racconti più nascosti, sono stati raccolti dal procuratore aggiunto di Reggio Calabria Nicola Gratteri, magistrato che dal 1989 vive sotto scorta e tra i più esposti nella lotta alla mafia calabrese, insieme allo storico delle organizzazioni criminali e scrittore Antonio Nicaso nel volume «Dire e non dire» (208 pagine, 17,50 euro) edito da Mondadori. Un’opera che spiega i comandamenti della ‘ndrangheta attraverso la viva voce dei protagonisti. Intercettazioni ambientali e telefoniche, colloqui in carcere e interviste. Unite alle rivelazioni dei pentiti. Come quelle del collaboratore di giustizia Antonino Belnome, ex capolocale di Giussano e Seregno, apripista della nuova stagione dei pentiti al Nord:

«La forza è là, la mamma è là», dice Belnome a proposito dell’Aspromonte. «Perché ­– sottolineano Gratteri e Nicaso – la ‘ndrangheta è una e una sola». Un’organizzazione che in più di 150 anni di storia è stata in grado di colonizzare mezzo mondo. Dalla Lombardia al Piemonte, fino a Lazio, Liguria ed Emilia Romagna estendendosi poi al Sud America, al Canada, all’Australia. Una mafia fondata su regole arcaiche, tramandate a memoria, e dalla struttura non verticistica che lascia a ciascuna famiglia la possibilità di fare affari in autonomia ma senza mai recidere il cordone ombelicale con il «Crimine» di San Luca, ossia la struttura che riunisce i rappresentanti dei clan della Tirrenica, della Jonica e di Reggio Calabria. Regole antiche, dicevamo, come quella che vieta – al di fuori della cerchia degli affiliati – di pronunciare anche solo la parola ‘ndrangheta, bollata dai boss nelle aule della giustizia o nelle interviste come «un’invenzione dei giornali».

LA LOMBARDIA - Se è vero che il cuore delle regole resta ben protetto dai monti dell’Aspromonte, è in Lombardia e in generale nel Nord che secondo Gratteri e Nicaso si concentra (da almeno quarant’anni) buona parte del presente delle cosche: riciclaggio, traffico di droga, appalti e politica. Come dimostrato anche dalla recente inchiesta dei carabinieri di Milano che ha portato in carcere l’ex assessore regionale alla Casa Domenico Zambetti. Perché come spiegò il collaboratore Saverio Morabito negli anni Novanta, la ‘ndrangheta ha bisogno della politica «altrimenti dove andrebbe?».

Importantissima anche l’indagine sulla cosca Valle, fuggita da Reggio Calabria più di trent’anni fa e approdata a Cisliano nell’hinterland milanese. Filone che ha portato all’arresto, oltre che di diversi uomini delle forze dell’ordine, anche di due giudici calabresi: Giancarlo Giusti e Vincenzo Giglio. La violenza - «Perché il sangue è sangue. Non te lo dimenticare», l’avvertimento di Antonio Esposito a Nicodemo Filippelli, boss del Varesotto. Padana o calabrese la ‘ndrangheta ha le sue regole, identiche per tutti. Le cosche a Milano si sono imposte sulla popolazione e sull’imprenditoria facendo leva sulla paura. Oggi si comanda senza sparare. Ma quando serve i boss sanno essere spietati.

Ecco cosa dicono Pio Candeloro, capo del locale di Desio, e Domenico Cannarozzo a proposito dell’estorsione a un imprenditore concorrente: «Gli taglio la testa a un agnello e gliela metto in macchina». «Meglio un botto, un botto che lo sentono fischiare. Un bel botto con un bello scruscio (rumore) che gli vola la porta». «Gli facciamo venire il terrore, gli spacchiamo tutte le finestre». «Bravo. Gli facciamo venire il terrore a quel deficiente, gli armiamo una bomba carta...mezza casa gli vola». Dice Davide Flachi, figlio del boss Pepé, al broker delle cosche reggine a Milano Paolo Martino: «Quando ti siedi al tavolo...meno parole dici e meglio è, in qualsiasi situazione». Perché la regola numero uno è dire. E non dire.

Cesare Giuzzi
29 ottobre 2012 (modifica il 30 ottobre 2012)

La Muraglia ligure che sta crollando

Corriere della sera

Le Cinque Terre sono un’area sempre più a rischio: il 92% delle frane avviene nelle zone incolte

I muretti a secco dei terrazzamenti, sulle colline delle Cinque Terre a picco sul mare, se fossero messi in fila, sarebbero lunghi 5.729 chilometri: poco meno della Muraglia cinese. Negli ultimi due decenni questo serpentone sta franando in mare, portando con sé terra, uomini, animali e anche «vie dell’Amore». I terrazzamenti, comparsi nello Spezzino attorno all’anno Mille, hanno consentito per secoli alle popolazioni locali di vivere coltivando queste terre strappate a pendenze impossibili. Dirupi trasformati in vigneti a picco sul mare: un ecosistema perfetto ammirato nel mondo. Peccato che lo stesso mondo adesso le veda franare in mare, un pezzo alla volta.


Cattura
LIGURIA - Gli uomini fanno e disfano, nella zona delle Cinque Terre male, visto cosa succede ad abbandonare al loro destino zone prima coltivate e curate. Ma tutto il territorio della Liguria, sotto questo profilo, non gode di buona salute: il 98% dei suoi Comuni (232 su 235) «presenta un’elevata criticità idrogeologica» e «155 mila persone vivono o lavorano in aree considerate pericolose», come è scritto nel rapporto Ecosistema a rischio, firmato da Protezione civile e Legambiente. La provincia di La Spezia non manca un colpo: 32 Comuni a rischio su 32. Una terra che prima era curata come un purosangue, adesso è diventata cavallo da tiro, e infatti scalcia di brutto.

ABUSI - Marino Fiasella, commissario straordinario della Provincia di La Spezia, lo spiega così: «Il principale problema in questa zona è dato dalla troppa gente che sollecita un territorio che necessita di manutenzione e cure meticolose». Nel dopoguerra in Liguria c’erano 150 mila persone che lavoravano la terra, oggi sono meno di 14 mila, in gran parte anziani. Delle terra ci si è continuati a occupare, ma nel giro di pochi anni si è capovolto il modo: costruendo ovunque, con una quantità incredibile di abusi edilizi, e poi dighe e ponticelli fuori norma, frane mai messe in sicurezza, boschi e campi in stato di abbandono.

Il cavallo da tiro è diventato pericoloso: il 4 ottobre 2010 straripano quattro torrenti che mandano Sestri Ponente in apnea; nel 2011 le Cinque Terre rimangono tre: Vernazza e Monterosso vengono sommerse di fango e con loro 18 vittime. Un mese fa esatto, se proprio ancora serviva un evento simbolico, è franata la «Via dell’Amore», che una volta rimessa in sesto andrà anche sicuramente ribattezzata, almeno per rispetto alle quattro turiste australiane rimaste ferite gravemente. Non si capisce cosa si debba attendere ancora prima di veder franare in mare un’intera regione.

IL NUOVO STUDIO - Una buona occasione per riflettere sul problema, augurandosi che non sia l’ultima, la offre una ricerca intitolata Terrazzamenti e dissesto idrogeologico: analisi del disastro ambientale delle Cinque Terre. Insieme ad altri ricercatori la firma Mauro Agnoletti, professore associato di pianificazione del territorio e di storia ambientale all’Università di Firenze. Sarà presentata il prossimo 9 novembre a Firenze, durante i lavori di Florens, biennale internazionale dei Beni culturali e ambientali. Nelle Cinque Terre, più che altrove per la particolare conformazione del territorio, si deve fermare la cementificazione e riprendere la cura della terra. «Non c’è via d’uscita », sottolinea Agnoletti, «se non si comprende che la presenza dell’uomo come agricoltore è la migliore difesa contro il dissesto».

DERIVA - Questo è il primo comandamento per invertire una deriva, anche culturale, che sta confondendo tutto, anche il fatto che la comparsa dei boschi dove una volta c’erano terre coltivate sia letto come buon segnale. «È vero il contrario, e nella nostra ricerca emerge dai dati: su 88 frane esaminate nelle Cinque Terre, il 47,7% è avvenuto in zone di colture abbandonate, e il 44,3% in aree boschive non gestite». Se gli alberi tornano a occupare una zona che l’uomo aveva rimodellato, lo fanno a loro uso e consumo e quindi, per esempio, con le loro radici sfondano i famosi muri a secco su cui si regge l’intero sistema dei terrazzamenti.

«Un conto è fare rimboschimento mirato in montagna, che può stabilizzare il terreno», spiega Agnoletti, «un altro è abbandonare alla riforestazione spontanea zone come quelle delle Cinque Terre». Dove, in caso di piogge sopra la norma e su pendenze elevate, il peso delle piante d’alto fusto ha un effetto devastante di sradicamento, non di tenuta. Il concetto è chiaro, e si ripete quando la natura abbandonata si scrolla di dosso qualcuno. «Ogni volta che si va a cercare le cause dei disastri si scopre lo stesso problema: non c’è più gente che lavora la terra, che va in malora. Le conseguenze, purtroppo, sono sotto gli occhi di tutti». Parole di Claudio Burlando, presidente della Regione Liguria.


Stefano Rodi
22 ottobre 2012 (modifica il 30 ottobre 2012)