lunedì 16 gennaio 2012

I saldi arrivano anche al bar, tazzina di caffè in offerta contro la crisi

Il Mattino


GIUGLIANO - Anche i baristi tentano la carta dei saldi, per attirare i clienti. Un buon caffè si può pure vendere al ribasso, addirittura quasi la metà di quanto si sborsa sulle autostrade o nei locali più accorsati del centro città o della periferia alla moda. Ed avviene a Giugliano , dove nella trafficata via Cataste, la via divisa a metà carreggiata con Villaricca, si può sorseggiare ‘a tazzulella ‘e cafè in saldi, 60 centesimi, anziché 80 o 90 come avviene in molti esercizi pubblici. Un risparmio considerevole – fino a tutto febbraio - per chi in una giornata fa abuso dei classici “sorsi” napoletani.




Davanti al bar, che apre i battenti nella grigia arteria giuglianese, è comparso da qualche giorno il cartello con “l’occasione” da cogliere al volo. Alla periferia delle due cittadine è possibile gustare un buon caffè napoletano al ribasso. Provare per credere. Buona la miscela e modi garbati, la giovane barista serve con naturalezza la bevanda, la cui preparazione fu tanto decantata da Eduardo.

Il piccolo locale è frequentato dagli abitanti e dagli automobilisti di passaggio, ma anche dai clienti di un adiacente supermercato o addirittura dal personale scolastico della vicina struttura cittadina. Ligi al dovere dei buoni commercianti, non appena sborsi le monete al banco-cassa, ecco lo scontrino a comprovare che qui è tutto in regola.

«Abbiamo pensato di attivare questa promozione in un periodo di forte crisi per tutti. Con un piccolo sforzo ed un po’ di sacrificio è possibile, sia pure per alcuni mesi, vendere la classica tazzina di caffè leggermente al di sotto del prezzo di mercato». Al Cafè de Paris dimostrano che non tutto il mondo è paese. Esempi di buona volontà da portare avanti, nella generale corsa al rialzo dei prodotti.


Domenica 15 Gennaio 2012 - 12:29



Powered by ScribeFire.

Sofri libero, fine pena dopo 22 anni

Corriere della sera

L'ex leader di LC detenuto per l'omicidio del commissario Calabresi. «Come sto? A modo mio, ma non parlo»


MILANO - Adriano Sofri da oggi è un uomo libero. A 22 anni dalla prima condanna, che lo ha visto imputato e poi condannato definitivamente, con Giorgio Pietrostefani e Ovidio Bompressi per l'omicidio del commissario Luigi Calabresi, l'ex leader di Lotta Continua ha terminato di pagare il suo conto con la giustizia. Da sempre dichiaratosi estraneo alla vicenda, Sofri da anni era agli arresti domiciliari per motivi di salute e beneficiava di permessi per uscire.

Nel 2005, infatti, l'improvvisa rottura dell'esofago lo aveva costretto a subire diversi interventi chirurgici: per questo aveva goduto della sospensione della pena e poi della detenzione domiciliare nella sua casa all'Impruneta, nei pressi di Firenze. «Come sto? Sto a modo mio ha risposto ai cronisti che erano andati a suonare alla sua porta _, ma non parlo. Magari tornate fra qualche giorno ma solo per offrirvi un caffè, mi spiace».


IL PROCESSO - Con il fine pena di Sofri si chiude una delle più complesse vicende giudiziarie degli ultimi decenni, un processo durato 12 anni, passato attraverso ben 14 sentenze: mai concessa (nè richiesta dal condannato) la grazia, al centro di numerosi dibattiti politici di questi anni. Il primo arresto di Sofri avviene nel 1988, a ben 16 anni dai fatti contestati (Calabresi viene assassinato il 17 maggio del 1972), a seguito delle confessioni del pentito Salvatore Marino, ex militante di Lotta Continua. Marino chiama in causa Sofri, Bompressi e Pietrostefani, sostiene di essere stato lui a guidare la macchina servita per l'attentato, mentre, a suo dire, a uccidere il commissario fu Bompressi.

La responsabilità di Pietrostefani e Sofri, invece, secondo la ricostruzione di Marino, sarebbe di «ordine morale», ossia quella di «mandatari». Versione sempre negata dagli imputati, condannati in via definitiva a 22 anni di reclusione, senza mai ottenere la revisione del procedimento. Sofri ha scontato la sua pena, Bompressi ha ottenuto la grazia nel 2006, mentre Pietrostefani è latitante in Francia nel 2002.

Redazione Online16 gennaio 2012 | 18:04

Tassisti e orafi, redditi sotto i 16 mila euro

Corriere della sera

Gli esercenti degli stabilimenti balneari hanno un reddito medio annuo pari a 13.600 euro, i baristi di 15.800 euro



MILANO - I tassisti hanno un reddito medio annuo di impresa di 14.200 euro, gli esercenti degli stabilimenti balneari 13.600, i baristi 15.800, gli orafi 12.300. È quanto risulta dalle ultime statistiche fiscali sugli studi di settore pubblicate dal Dipartimento delle Finanze del ministero dell'Economia. Le dichiarazioni sono relative ai redditi dei lavoratori autonomi e delle piccole imprese che fanno riferimento agli studi di settore dell'anno di imposta 2009. Nel lungo elenco figurano chiaramente molte delle categorie ora al centro dell'attenzione per l'atteso provvedimento sulle liberalizzazioni.



MENO DI OPERAI E IMPIEGATI - Dai dati emerge una lunga schiera di autonomi e professionisti che dichiara meno di operai e impiegati. Tra coloro che vendono le barche, per esempio, il reddito medio di impresa o di lavoro autonomo è di 14.400 euro l'anno. I pasticceri se la passano meglio con 19mila euro di reddito. Per gli istituti di bellezza il reddito medio è di appena 5.300 euro l'anno. Accanto alla casella degli esercizi alberghieri e affittacamere appare un reddito di soli 11.900 euro, mentre tintorie lavanderie avrebbero - almeno secondo quanto emerge dalle dichiarazioni dei redditi - un giro d'affari mediamente pari a 8.800 euro.

Giro d'affari sotto i 18mila euro anche per i giocattolai (11.900 euro l'anno), gli autosaloni (12mila euro), i giornalai, appunto a 18mila. I fiorai hanno un reddito di impresa poco superiore ai 12.000 euro l'anno e non cambia molto se hanno il negozio (12.600 euro) e se vendono fiori e piante sulla bancarella (12.300 euro). Tra i professionisti - anche loro al centro del provvedimento sulle liberalizzazioni - si registrano redditi di impresa mediamente più alti: per gli avvocati 58.200 euro l'anno, per gli architetti 30.500, per gli studi medici 68.300.


Redazione Online
16 gennaio 2012 | 17:18




Powered by ScribeFire.

Ritratto del capitano coniglio Nave affonda, lui scappa

Libero

Schettino ha lasciato la Concordia prima che tutti i passeggeri fossero al sicuro. Il comandante ha lanciato il mayday in ritardo




Francesco Schettino, 52enne di Meta di Sorrento, forse passerà alla storia come il comandante coniglio. L'uomo che riuscì a far affondare una nave gigantesca con a bordo oltre 4000 mila persone solo per fare un favore ad Antonello Tievoli, capo maitre nato all'Isola del Giglio. Il comandante avrebbe ordinato al timoniere di puntare la prua verso l'isola per fare il saluto della sirena agli abitanti. Quello che in gergo chiamano "l'inchino". Una decisione costata cara, visto che a quel punto lo scafo era a 150 metri dalla riva e il naufragio è stato inevitabile. Uno dei tanti errori che si sono susseguiti nella tragica notte di venerdì.


L'allarme lanciato in ritardo -  "L'allarme - ha detto ieri il procuratore Verusio - è stato lanciato alle 22.42 - 22.43, mentre l'impatto si è verificato circa un'ora prima". Il mayday non sarebbe mai partito se non quando la Guardia Costiera contattò l'imbarcazione. I primi segnali d'allarme non sono arrivati dalla nave, bensì dalle chiamate concitate dei passeggeri ai carabinieri di Grosseto. Le notizie che giungevano dall'interno hanno fatto sì che la Guardia Costiera chiamasse la Costa Concordia.

La risposta però era che a bordo c'era solo un blackout e che la situazione era sotto controllo. Forse il comandante pensava di riuscire a risolvere il suo errore per questo ha evitato di chiedere da subito aiuto. La confusione in quei momenti si fa sempre più acuta. Lo dimostra la richiesta fatta dalla Concordia ad una motovedetta della guardia di finanza. " Dalla nave ci chiesero di agganciare un cavo per essere trainati. Cioè come chiedere ad una formica di spostare un elefante".

Le accuse al comandante - Stando alle prime ricostruzioni, Schettino avrebbe abbandonato la nave prima di assicurarsi che tutti i passeggeri fossero al sicuro. Il comandante pretendeva di coordinare l'evacuazione dalla riva. Un comportamento disonorevole per chi guida una nave che secondo il codice della navigazione dovrebbe essere l'ultimo ad abbandonare l'imbarcazione. Anzi alla richiesta della Guardia Costiera di ritornare a bordo lui pose un  netto rifiuto. Alle 5 del mattino il comandante chiamò sua madre "E' successa una tragedia, ma stai tranquilla, ho cercato di salvare i passeggeri. Per un pò non ti potrò telefonare". Una delle tante bugie del comandante in quella notte maledetta.
16/01/2012




Powered by ScribeFire.

La sonda russa è precipitata nel Pacifico

Corriere della sera

A 1.250 chilometri a ovest dell'isola Wellington, in Cile


MILANO - I primi frammenti della sonda russa Phobos-Grunt sono precipitati nell'oceano Pacifico meridionale intorno alle 18:45 ora italiana. Lo ha annunciato un portavoce del ministero della Difesa russo, il colonnello Alexei Zolotukhin, all'agenzia Interfax. Anche l'Agenzia spaziale europea (Esa), i cui esperti stavano controllando i dati relativi all'impatto e all'eventuale caduta di frammenti, ha confermato.


CILE - «Secondo i nostri calcoli la caduta dei frammenti di Phobos-Grunt deve essersi verificata alle 21:45, ora di Mosca, nell'oceano Pacifico». Il punto d'impatto annunciato da Mosca si trova 1.250 chilometri a ovest dell'isola Wellington, in Cile.

Le proiezioni di caduta per Phobos (Roscomos)Le proiezioni di caduta per Phobos (Roscomos)

PREVISIONI - Le prime previsioni, fornite dall'agenzia spaziale di Mosca, la Roscosmos, riguardavano incece l'oceano Atlantico anche se la finestra d'incertezza indicava una zona più ampia.

I LUOGHI - Mosca aveva assicurato che il punto medio di caduta della sonda riguarda l'oceano Atlantico, ma le previsioni riguardavano comunque un'ampia parte del globo: l'America meridionale, l'Africa occidentale e settentrionale, l'Europa, la maggior parte dell'Asia, l'Australia e, appunto, i due oceani maggiori.

200 CHILI - Sempre secondo le stime della Roscosmos, il carburante tossico è stato distrutto da calore prodotto al contatto con l'atmosfera, ma sarebbero potuti cadere sulla superficie terrestre da 20 a 30 frammenti di una massa complessiva di circa 200 chilogrammi.

AVARIA - La sonda diretta a una delle lune di Marte era stata lanciata lo scorso 8 novembre, per una missione di due anni e mezzo su Phobos, satellite di Marte, dove avrebbe dovuto raccogliere campioni per riportarli sulla Terra. Per un'avaria al sistema di propulsione «Fregat» non è però mai riuscita a lasciare l'orbita del nostro pianeta, scatenando le illazioni di Mosca.

IL COSTO - Phobos-Grunt fa parte di un progetto costato circa 165 milioni di dollari. L'operazione indicava il ritorno della Russia nella corsa allo spazio e all'esplorazione interplanetaria, abbandonata 15 anni fa dopo il fallimento della sonda Marte 96, precipitata a sua volta nel Pacifico.

Redazione Online15 gennaio 2012 (modifica il 16 gennaio 2012)

Vigile ucciso, le mille identità del serbo fermato in Ungheria per omicidio

Corriere della sera

Abitava a Busto Arsizio, dichiara quattro nazionalità. Un'équipe di esperti ha raccolto indizi preziosi sul Suv


MILANO - Goico Jovanovic, tedesco di 24 anni o Reni Nicolic, di 17 anni francese? O forse Goico Nicolic di 21 anni? O invece si tratta del palermitano Davide Jovanovic di 26 anni? Difficile se non impossibile, per ora, dire qual è la vera identità del giovane fermato ieri in Ungheria e che per gli investigatori milanesi è l'assassino del vigile urbano Nicolò Savarino, 42 anni, travolto e ucciso giovedì pomeriggio da un grosso Bmw X5 in via Varé, alla Bovisa. A Kelebia, 206 chilometri a Sud di Budapest, il ricercato ha mostrato un documento con la sua faccia da ragazzino per bene ma con dei dati anagrafici che lasciano molto perplessi gli investigatori della squadra Mobile e della polizia locale.


Il perché è presto detto. Solo due anni fa «Goico Jovanovic» era stato fermato a Milano per un controllo. Non aveva documenti con sé. Aveva fornito un nome e un cognome che non avevano convinto nessuno e, proprio per quella ragione, i poliziotti avevano deciso di portarlo all'ospedale di Niguarda per sottoporlo al test osseo.

I medici di radiologia erano stati precisi: «Il ragazzo sottoposto a radiografia ossea ha un'età di 17 anni». Ecco perché oggi tra gli investigatori ci sono molti dubbi su quel nome e cognome mostrato alle autorità ungheresi dal ragazzo fermato prima che potesse recarsi in Serbia. «Se è vero quello che dicono i medici - sottolineano alla squadra mobile - l'omicida oggi avrebbe solo 19 anni e non 24, come scritto nel documento di identità». Le indagini sono quindi tutt'altro che terminate.

Lacrime in via Varè

Vigile investito e ucciso da un Suv

Che Goico Jovanovic sia tutto tranne che uno stinco di santo lo dicono i pochi particolari in mano agli investigatori. Negli archivi di polizia e dei carabinieri ci sono numerosi controlli nei quali l'uomo che era alla guida del Suv in via Varé è incappato. «Cose di piccolo conto», tiene a precisare un agente della squadra Mobile.

Che poi specifica: «Una volta è stato fermato perché guidava senza patente, un'altra volta perché sull'auto aveva arnesi atti allo scasso, un'altra ancora perché c'erano dei valori dei quali non ha saputo spiegare la provenienza». Insomma il classico nomade di origini serbo-bosniache borderline pronto a sbarcare il lunario raggirando gente. Un uomo che sino a pochi giorni fa viveva in un appartamento di Busto Arsizio con altri zingari che, quando è arrivata la polizia, erano tutti spariti.


Ma Goico Jovanovic, se è stato incastrato e finito in galera, lo deve a una piccola équipe di specialisti «scientifici» dei «ghisa» (che ha lavorato a stretto contatto con i colleghi della polizia di Stato). Due uomini e una donna che hanno preso in carico il Suv ritrovato in via Lancetti e lo hanno passato letteralmente ai raggi X. Accorgendosi che sul cofano c'era un bozzo, una sorta di ammaccatura, fatto con ogni probabilità dal gomito del collega che stava cercando di non farsi investire.

I tre specialisti si sono improvvisati anche meccanici: hanno sollevato la Bmw trovando un piccolo pezzo di plastica mancante e delle tracce di sangue umano. Ed era il sangue di Nicolò Savarino. E ancora: hanno scorso delle striature verdi compatibili con i colori della bicicletta finita sotto le ruote. Infine hanno trovato le impronte dell'assassino sul lato guida. Per Goico Jovanovic non c'è stato scampo.

Alberto Berticelli e Michele Focarete16 gennaio 2012 | 9:21