martedì 17 gennaio 2012

Schultz è presidente del parlamento europeo

di Raffaello Binelli - 17 gennaio 2012, 15:39

Il socialdemocratico tedesco nel 2003 divenne famoso per un duro scontro verbale, in aula a Strasburgo, con l'allora premier italiano Berlusconi, che gli disse: "La proporrò per un film nel ruolo di kapò"


Il socialdemocratico tedesco Martin Schultz, 57 anni, è il nuovo presidente del parlamento europeo. Succede al conservatore polacco Jerzy Buzek.

Martin Schultz

Resterà in carica per i prossimi due anni e mezzo. Schultz è stato eletto al primo turno con 387 voti. Dietro di lui deputati britannici, Nirj Deva (142 voti) e Diana Wallis (141 voti). Da tempo leader socialista a Strasburgo, subito dopo l'elezione Schultz ha annunciato di voler incrementare il "peso" dell'assemblea. Al contempo ha detto di voler lavorare per una maggiore integrazione europea e più potere politico, per meglio affrontare meglio la crisi finanziaria.

Lo scontro verbale con Berlusconi


Non possiamo dimenticare come Schultz passò agli onori della cronaca. Era il 2 luglio 2003 e a Strasburgo il parlamento era riunito per l'insediamento del semestre italiano alla presidenza dell'Unione europea. A un certo punto il presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi, precedentemente contestato, rivolse una frase di scherno al deputato tedesco:  

"Signor Schultz, in Italia c'è un produttore che sta preparando un film sui campi di concentramento nazisti, la proporrò per il ruolo di kapò". 

Quelle parole non furono mai perdonate a Berlusconi, da parte dei suoi oppositori. E, ovviamente, Schultz divenne un mito per la sinistra italiana... Oggi, a distanza di nove anni, il tedesco nega che questa storia abbia in qualche modo influito sulla sua carriera politica. Ammette, però, di "convivere quotidianamente con questa storia". Ma, ora che ricopre un ruolo istituzionale a livello europeo, pensa di invitare il Cavaliere a Strasburgo? "Non credo che lui se lo aspetti - risponde Shultz -. Il mio interesse a incontrarlo è molto limitato ed altrettanto credo che sia da parte sua".

"Non lo avevo pregato di offendermi e ancora oggi non gli sono grato per averlo fatto - ha risposto Schultz a chi gli chiedeva se Berlusconi avesse aiutato la sua carriera politica - Non è uno scherzo se un capo di Stato definisce qualcuno un kapò. Quando successe, ero già capogruppo ed avevo già una carriera. Oggi non credo di essere stato votato per lo scontro con Berlusconi".

Votato probabilmente no, però una cosa è certa: da quel giorno di luglio Schulz finì di essere un grigio e quasi sconosciuto politico tedesco e divenne, nel bene o nel male, un "martire" dell'antiberlusconismo. Ed è difficile credere che questa notorietà non gli abbia giovato.


Giglio, recuperati cinque cadaveri dalla poppa I sommozzatori aprono varchi con l'esplosivo

Corriere della sera

Le vittime sono quattro uomini e una donna. Trovata l'ultima parte della scatola nera



MILANO - Sono stati recuperati altri cinque cadaveri, di una donna e di quattro uomini, a bordo della Costa Concordia. Si trovavano nella parte di poppa sommersa della nave affondata venerdì notte, nei pressi di un punto di raccolta completamente sommerso, vicino a quello dove domenica erano stati recuperati il pensionato Giovanni Masia e lo spagnolo Guillermo Gual. Le cinque vittime sono persone tra i 50 e i 60 anni. Indossavano tutte i giubbotti salvagente. Lo ha reso noto il comandante della Guardia Costiera Filippo Marini. Le salme sono state recuperate e trasportate a Porto Santo Stefano, facendo salire a 11 il bilancio dei morti accertati nel naufragio. Nel pomeriggio è stata recuperata anche l'ultima parte di scatola nera rimasta a bordo del Concordia. A portarla in superficie, i carabinieri del Nucleo Sommozzatori di Genova insieme al Gis (Gruppo Intervento Speciale).



DISPERSI - Il bilancio ufficiale dei dispersi è attualmente di 24 persone. Tra loro, una barista di bordo peruviana; quattro francesi e sei italiani, tra i quali Williams Arlotti, di Rimini, con la piccola Daiana, la figlia di cinque anni. Ci sarebbero anche dieci tedeschi, seppure i numeri continuino ad oscillare. Proprio nel pomeriggio è stato rintracciato un cittadino tedesco che inizialmente sembrava disperso. Per quanto riguarda la nazionalità degli altri passeggeri che mancano all'appello, la Prefettura non si è sbilanciata.

LE OPERAZIONI - I soccorritori stanno continuando a lavorare attorno e dentro al relitto della nave. Sommozzatori e palombari si immergono senza sosta e in campo ci sono anche gli incursori della Marina che hanno piazzato cariche di esplosivo in alcuni punti dello scafo per aprire dei varchi che permettano di raggiungere le parti ancora non ispezionate. La speranza è che i dispersi possano essere vivi, magari in qualche compartimento non invaso dall'acqua o invaso solo parzialmente.

APPELLI - Intervenendo a Canale 5 e Radio1Rai, il ministro dell'Ambiente, Corrado Clini, ha sottolineato che «bisogna fare in fretta perché le condizioni meteoclimatiche stanno per cambiare e anche per evitare rischi ambientali». Secondo il ministro è «molto elevato» il rischio che a causa di uno spostamento del relitto sul fondale determinato dalle correnti marine si possano rompere i serbatoi del carburante prima che questo venga aspirato e messo in sicurezza. Operazione che però avverrà solo dopo le ricerche delle persone che mancano all'appello.
Sul naufragio, terrà un'informativa anche il ministro dello sviluppo Corrado Passera giovedì 19 gennaio.

L'ONU - Sul fronte dell'inchiesta, intervengono le Nazioni Unite. «Vorrei esortare l'amministrazione dello Stato di bandiera a condurre l'inchiesta coprendo tutti gli aspetti dell'incidente, fornendo al più presto i risultati all'Omi, conformemente alle disposizioni Solas» afferma Koji Sekimizu, segretario generale dell'Organizzazione Marittima Internazionale (Omi), agenzia Onu responsabile della sicurezza del trasporto marittimo.

COMANDANTE A PROCESSO - Martedì è cominciata anche l'udienza del comandante Francesco Schettino davanti al giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Grosseto, Valeria Montesarchio. Si dovrà decidere l'eventuale convalida del fermo con le accuse di omicidio plurimo colposo, naufragio e abbandono di nave. Il comandante Schettino fa sapere che risponderà alle domande che gli saranno formulate dal giudice di Grosseto per chiarire la propria posizione. L'ufficiale, secondo il procuratore capo di Grosseto, Francesco Verusio, intervenuto sul Gr1, «rischia fino a 15 anni di carcere».

Redazione Online17 gennaio 2012 | 19:36

Saviano: fuggito a New York, troppa cattiveria dopo Vieni via con me

Il Messaggero


NEW YORK - «I motivi della mia fuga, perchè nonostante tutto di fuga si è trattato, risalgono ai tempi di Vieni via con me. Dopo il successo della trasmissione, l'attenzione su di me di media e politica e dei media proni alla politica è diventata altissima». «La mia famiglia è diventata oggetto di ricerche, di domande, di curiosità. Ogni giorno sentivo una pressione enorme. Mezze parole, commenti idioti, sorrisi aperti e dietro le spalle schiumanti insulti.

Gli 'addetti ai livorì sono così. Non si interviene su ciò che dici o su come lo dici: si cerca di delegittimarti, o di creare un clima avverso. Un modo per poter dire a se stessi che chi riesce a parlare a molti è corrotto dai media, è una schifezza, un bluff». Così Roberto Saviano, nella storia di copertina da lui firmata nel numero di Vanity Fair in edicola da domani - racconta perchè ha accettato con entusiasmo l'invito a insegnare alla New York University, e come è stata l'esperienza - terminata poche settimane fa - di vivere per sei mesi a New York. A partire dal giorno del suo arrivo.




Un animale in gabbia.
«Sorrido come un bambino. Sono un animale che per tanto tempo dalla sua gabbia, attraverso le sbarre, ha visto il cielo, gli alberi e se n'è stato lì pensando che fosse inutile voler volare. Che volare non serviva a nulla. Che in fondo il volo non esisteva nemmeno. Ecco, mi ero abituato a pensare che la libertà non esisteva e che quindi era inutile cercarla, agognarla, lavorare per ottenerla. Mai avrei pensato che un giorno qualcuno avrebbe aperto la mia gabbia», confida Saviano. «Per cinque anni ho fatto in tutto forse un migliaio di passi. E ho approssimato per eccesso.

Mi sono totalmente disabituato alle file negli uffici, al caos dei supermercati, al caos in strada. Non entravo in una metropolitana, in un treno, da cinque anni e mezzo. Per me, quelli statunitensi sono stati sei mesi di vertigini continue provocate dalle situazioni più banali. Una volta - racconta - per comprare tre arance ci ho messo due ore: paralizzato dalle luci, dalla folla, dalle voci. Lì avevo una protezione molto diversa da quella a cui ero abituato, con margini di libertà maggiori. I tre uomini che mi gestivano, sapendo della mia urgenza di libertà, spesso lasciavano che li superassi, che mi dimenticassi di loro. A volte dovevano rincorrermi perchè sparivo dal loro sguardo».


La libertà e un muffin. «Il giorno dopo il mio arrivo, sotto l'effetto del jet lag, sono uscito alle sette del mattino, ma in realtà già fremevo dalle cinque. In strada non c'era nessuno, solo io e la mia scorta. Senza parlare abbiamo camminato per cinque ore. Ho bevuto un cappuccino e ci ho inzuppato dentro un muffin, ho comprato una cartina di Manhattan e, in quella sola mattinata, sono certo di aver camminato come non avevo mai fatto. E non solo ne sono certo, ho le prove. Sono tornato a casa con le piaghe ai piedi, mi facevano male da morire, ma - dice Saviano - quel dolore che non credevo esistesse più mi rendeva euforico. Avevo la sensazione di essere tornato a vivere completamente, di aver riacquistato l'uso di arti sopiti da tempo. Per la prima volta ho iniziato a vedere le scarpe consumarsi, e ai piedi mi sono venute le vesciche».

Martedì 17 Gennaio 2012 - 18:06    Ultimo aggiornamento: 21:53




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Le telefonate della Capitaneria a Schettino «Comandante che fa, vuole tornare a casa?»

Corriere della sera

«Lascia i soccorsi? Torni subito a bordo». «Ma è buio e non vediamo nulla». «Si è salvato dal mare, ora passerà guai»



MILANO - All'1.46 di sabato mattina il comandante della Concordia Francesco Schettino riceve l'ennesima telefonata dalla Capitaneria di Porto. In linea c'è il comandante Gregorio Maria De Falco. La chiamata è concitata e i toni si scaldano rapidamente. Il Corriere Fiorentino ne ha diffuso l'audio.

Ecco i passaggi più significativi: 


De Falco: «Sono De Falco da Livorno, parlo con il comandante?
Schettino: «Sì, buonasera comandante De Falco»

De Falco: «Mi dica il suo nome per favore»
Schettino: «Sono il comandante Schettino, comandante»

De Falco: «Schettino? Ascolti Schettino. Ci sono persone intrappolate a bordo. Adesso lei va con la sua scialuppa sotto la prua della nave lato dritto. C'è una biscaggina. Lei sale su quella biscaggina e va a bordo della nave. Va a bordo e mi riporta quante persone ci sono. Le è chiaro? Io sto registrando questa comunicazione comandante Schettino...».
Schettino: «Comandante le dico una cosa...»

De Falco: «Parli a voce alta. Metta la mano davanti al microfono e parli a voce più alta, chiaro?».
Schettino:
«In questo momento la nave è inclinata...».

De Falco:
«Ho capito. Ascolti: c'è gente che sta scendendo dalla biscaggina di prua. Lei quella biscaggina la percorre in senso inverso, sale sulla nave e mi dice quante persone e che cosa hanno a bordo. Chiaro? Mi dice se ci sono bambini, donne o persone bisognose di assistenza. E mi dice il
numero di ciascuna di queste categorie. E' chiaro?  Guardi Schettino che lei si è salvato forse dal mare ma io la porto... veramente molto male... le faccio passare un'anima di guai. Vada a bordo, cazzo!»

Schettino: «Comandante, per cortesia...»

De Falco:
«No, per cortesia... lei adesso prende e va a bordo. Mi assicuri che sta andando a bordo...».
Schettino:
«Io sto andando qua con la lancia dei soccorsi, sono qua, non sto andando da nessuna parte, sono qua...»

De Falco:
«Che sta facendo comandante?»
Schettino:
«Sto qua per coordinare i soccorsi...»

De Falco:
«Che sta coordinando lì? Vada a bordo. Coordini i soccorsi da bordo. Lei si rifiuta?
Schettino:
«No no non mi sto rifiutando».

De Falco:
«Lei si sta rifiutando di andare a bordo comandante?? Mi dica il motivo per cui non ci va?»
Schettino:
«Non ci sto andando perché ci sta l'altra lancia che si è fermata...».


De Falco: «Lei vada a bordo, è un ordine. Lei non deve fare altre valutazioni. Lei ha dichiarato l'abbandono nave, adesso comando io. Lei vada a bordo! E' chiaro? Non mi sente? Vada, mi chiami direttamente da bordo. Ci sta il mio aerosoccorritore lì».
Schettino: «Dove sta il suo soccorritore?»

De Falco: «Il mio soccorritore sta a prua. Avanti. Ci sono già dei cadaveri Schettino».
Schettino: «Quanti cadaveri ci sono?»

De Falco: «Non lo so.. Uno lo so. Uno l'ho sentito. Me lo deve dire lei quanti ce ne sono, Cristo».
Schettino: «Ma si rende conto che è buio e qui non vediamo nulla ...».

De Falco: «E che vuole tornare a casa Schettino? E' buio e vuole tornare a casa? Salga sulla prua della nave tramite la biscaggina e mi dica cosa si può fare, quante persone ci sono e che bisogno hanno. Ora!».
Schettino: «(...) Sono assieme al comandante in seconda».

De Falco: «Salite tutti e due allora. (...) Lei e il suo secondo salite a bordo, ora. E' chiaro?».
Schettino: «Comandà, io voglio salire a bordo, semplicemente che l'altra scialuppa qua... ci sono gli altri soccorritori, si è fermata e si è istallata lì, adesso ho chiamato altri soccorritori...».

De Falco: «Lei è un'ora che mi sta dicendo questo. Adesso va a bordo, va a B-O-R-D-O!. E mi viene subito a dire quante persone ci sono».
Schettino: «Va bene comandante»

De Falco: «Vada, subito!»


BUGIE DA COMANDANTE - «Schettino mentiva. Si capiva. E io ho fatto il mio dovere». Il Comandante Gregorio De Falco, capo della sezione operativa della Capitaneria di porto di Livorno, ha spiegato in un'intervista esclusiva al sito de Il Tirreno la ormai celebre telefonata con Francesco Schettino, il comandante della «Concordia», la sera del naufragio della nave al Giglio. «Non è la prima volta che i comandanti di navi, in situazioni di difficoltà, tendono a sminuire e ad essere per così dire silenziosi e reticenti», dice De Falco, che spiega di aver capito dalla strumentazione «che la nave era molto vicina alla costa, che stava rallentando e già procedeva a velocità molto lenta.

Inoltre, il fatto che il comandante parlasse di guasto elettrico non tornava con l'invito ai passeggeri di indossare i giubbotti di salvataggio. Un comandante serio non può far preoccupare inutilmente i suoi passeggeri facendo loro indossare i giubbotti se non è necessario». Per De Falco «più delle parole ci ha preoccupato il tono. Per questo abbiamo approfondito la cosa. Siamo abituati ad andare a fondo alle questioni». Poi sminuisce il proprio ruolo e spiega di aver fatto «solo il nostro dovere, cioè portare a regime il soccorso. La Capitaneria è un'istituzione sana, bellissima, semplice: io sono innamorato del lavoro che faccio». Quanto ai toni duri usati con Schettino il Comandante conclude: «Posso solo dire che il nostro scopo in quel momento era quello di mettere tutti al sicuro: era questa la nostra unica priorità».


«INESCUSABILE » - Per il procuratore capo di Grosseto Francesco Verusio quella che ha portato al naufragio è stata una manovra azzardata. Il magistrato definisce «inescusabile» il comportamento di Schettino. Il comandante detenuto in una cella, e sotto osservazione per il pericolo di atti di autolesionismo, è stato interrogato martedì dal Gip durante l'udienza di convalida del fermo disposto a suo carico. «Abbiamo temuto la fuga all'estero e pensato potesse sottrarsi alle sue responsabilità», ha detto il procuratore Verusio, spiegando che «finora sono stati sentiti centinaia di testimoni tra membri dell'equipaggio, turisti a bordo e soccorritori».

PRONTI ALTRI TRE AVVISI DI GARANZIA - A Grosseto i pm stanno anche verificando «la catena di comando della nave Costa Concordia per appurare se ci sono altre responsabilità oltre quella del comandante». E a tal proposito la procura starebbe valutando l'invio di almeno altri tre avvisi di garanzia per altrettanti ufficiali della nave con gli stessi capi di accusa del comandante.


LA COMPAGNIA - Su quanto avvenuto lunedì era intervenuta anche la Costa Crociere. «La manovra del comandante Schettino non è approvata e autorizzata» da noi, ha chiarito in conferenza stampa Pier Luigi Foschi, presidente e amministratore delegato della Costa. «Non posso negare che ci sia stato un errore umano - ha aggiunto - noi daremo assistenza legale al nostro comandante ma non possiamo negare che ci sia stato un errore umano». La società invece ha assolto il comandante circa la sua condotta nella fase dei soccorsi. «Testimonianze interne indicherebbero che il comandante ha fatto quel che doveva», ha detto Foschi. In ogni caso «l'azienda in questo momento è parte lesa». «Tutti i membri dell'equipaggio si sono comportati da eroi», ha aggiunto poi Foschi, visibilmente commosso.

DANNI PER 93 MILIONI - Prime valutazioni circa le ricadute economiche. «Abbiamo annunciato 93 milioni di dollari di danni, diretti - ha detto Foschi -. Dovremo affrontare ulteriori costi, non quantificati, perché sono di categoria non classificata da assicurazioni. Siamo adeguatamente assicurati sia su responsabilità civile, sia su perdita subita della nave. Dove non c'è copertura interverrà la società Costa Crociere che è società solida». «Sono convinto - ha concluso l'amministratore delegato - che la reputazione dell'azienda verrà ristabilita e che riotterremo la fiducia dei nostri clienti». Quanto al futuro della Costa «potrà avere un impatto nel breve periodo e sulla società, ma non un segno permanente. Le vacanze sulle navi sono sicure».


BRUSCA FRENATA - Dai primi dati raccolti dalla Guardia Costiera emerge che sarebbe diminuita da 15 a 6 nodi in pochi secondi la velocità della Costa Concordia al momento dell'incagliamento sugli scogli delle Scole. Una frenata che avrebbe provocato anche alcuni feriti per i traumi contro pareti o suppellettili della nave. Tuttavia anche questa circostanza sarebbe stata negata durante le conversazioni radio con la Capitaneria di Livorno.

La Concordia, quando ha sfilato di fianco all'isola del Giglio, stava navigando a una velocità intorno ai 15 nodi (28 chilometri orari): al momento dell'impatto sullo scoglio ha rallentato in pochi secondi fino a circa 6 nodi (11 chilometri orari), con una differenza di circa 9 nodi, cioè quasi 17 chilometri orari. La plancia di comando, chiamata e incalzata dagli operatori della Capitaneria di porto di Livorno, che fino a quel momento aveva parlato di guasto tecnico, avrebbe negato il fatto.


Redazione Online16 gennaio 2012 (modifica il 17 gennaio 2012)

La giungla degli scontrini fiscali

Corriere della sera

Chi è obbligato a darlo e a chi si deve chiedere



MILANO -Dopo il blitz di fine anno a Cortina è scoppiata la psicosi da scontrino. Accompagnata da un diffuso richiamo ai cittadini, affinché la ricevuta fiscale venga sollecitata a ogni pagamento. Spesso lo scontrino, non viene chiesto per timidezza, timore, o per semplice ignoranza. Non tutti, d’altronde, conoscono gli obblighi di legge e non sanno chi è tenuto a rilasciare l’attestato di pagamento.

Per rinfrescarci la memoria proviamo a fare un quadro sintetico delle norme e delle situazioni più frequenti. Innanzitutto, per distinguere il tipo di ricevuta, bisogna sapere che scontrini, ricevute fiscali e fatture sono documenti che certificano i corrispettivi incassati da un’azienda o da un professionista a fronte della vendita di un bene o della prestazione di un servizio. Lo scontrino e la ricevuta possono essere alternative tra loro, sono normalmente emesse nei confronti dei clienti consumatori finali non titolari di partita Iva. La fattura, invece, è richiesta all’esercente dal cliente titolare di partita Iva per giustificare la contabilità dei costi sostenuti dalla sua attività d’impresa.

CHI E’ OBBLIGATO - Bar, ristoranti, alimentari, mercati ambulanti e negozi in generale hanno l’obbligo di rilasciare una ricevuta. Lo scontrino fiscale è emesso dal «misuratore fiscale», volgarmente detto cassa, in realtà un piccolo computer che conserva traccia di ogni pagamento (ce ne sono in giro anche di falsi, pochi però, secondo l’Agenzia delle Entrate). Il pezzetto di carta che viene consegnato al cliente è contraddistinto dal logotipo fiscale (simbolo MF seguito da cifre/lettere identificativo del misuratore fiscale) solitamente riportato nella parte inferiore dello scontrino.

La ricevuta è invece compilata a mano in doppia copia, su un bollettino madre/figlia (una copia per il cliente, l’altra per l’esercente), con data e numerazione progressiva. Quest’ultima è la forma diffusa tra i prestatori d’opera come operai, idraulici, elettricisti, e da chiunque non voglia sobbarcarsi l’onere del registratore fiscale. Attenzione al trucco del «preconto» utilizzato da alcuni ristoratori che presentano una nota col dettaglio del pasto, incassano il compenso e non rilasciano la ricevuta vera e propria. Talvolta intascandosi anche l’Iva che aggiungono a piè di lista. Bisogna sempre ricordarsi di chiedere lo scontrino dopo aver pagato il ristorante.

CHI E’ ESENTE - Tabaccai, edicole, benzinai non sono tenuti al rilascio dello scontrino. Attenzione: chi paga il caffè e compra un pacchetto di sigarette al bar-tabacchi dovrà ricevere la ricevuta per la bevanda. Le stazioni di servizio devono invece rilasciarla per i beni eventualmente acquistati presso i loro shop, come gli accessori per l’auto. I benzinai a richiesta emettono inoltre fattura per i clienti con partita Iva. In alcuni ipermercati va diffondendosi il rilascio di uno scontrino non fiscale: tutto regolare.

Una legge recente consente a chi opera nella grande distribuzione di alleggerire l’onere dei «misuratori fiscali» (laddove sono presenti molte casse). Fermo restando l’obbligo di comunicare telematicamente ogni mese all’Agenzia delle Entrate gli incassi quotidiani. «Ma nel loro caso il rischio di evasione da omessa certificazione è basso in considerazione anche dell’insieme di regole di controllo di gestione, interne alle aziende in questione», spiega Mario Carmelo Piancaldini, capo settore dell’Agenzia delle Entrate.

CARTE DI CREDITO - La loro diffusione aiuta a combattere l’elusione. A differenza del contante che può essere nascosto, il denaro elettronico, carte di credito o bancomat, lascia traccia nel conto corrente che per il Fisco è trasparente. Difficile sfuggire agli accertamenti.

ACQUISTI ON LINE – Le regole del gioco non cambiano. Chi vende su Internet deve rispettare i medesimi obblighi degli altri commercianti. La ricevuta va inviata insieme al bene acquistato, ma può essere sostituita da una nota elettronica completa di tutti gli elementi fiscali, inviata via mail, stampabile e conservabile dall’utente. E anche in questo caso, il pagamento elettronico, scoraggia l’evasione.



Paolo Lorenzi
17 gennaio 2012 | 16:32




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I piccoli papiri ci parlano. Ritrovate le domande all'oracolo del Fayum

Corriere della sera

Ci si rivolgeva al dio per chiarire i sospetti su un furto e invocare la giustizia divina




I reperti studiati
MILANO - Chi mi ha rubato l’abito da sposa? Tizio, Caio o Sempronio? Recitano più o meno così la maggior parte delle frasi scritte nei 300 piccoli papiri risalenti al III secolo a. C., trovati di recente a pochi metri dal tempio appartenente al sito archeologico di Umm-el-Breigat (Tebtynis) nell’oasi del Fayum a 170 km a sud-ovest del Cairo, ai margini del deserto. Per un furto i postulanti si rivolgevano ai sacerdoti affinché il loro dio li aiutasse a far luce sul possibile ladro. Segno che il clero all’epoca aveva ancora tanto potere.

SENTENZE - «Se le pratiche oracolari erano d’uso abituale nell’Egitto del Nuovo Regno (1200 a. C.) quando le sentenze ottenute con il responso di un dio avevano efficacia esecutiva alla pari di quelle emesse dai tribunali ordinari, del tutto insolito è stato scoprire che esistevano ancora in piena epoca ellenistica (300-250 a. C.) quando il potere temporale non aveva lasciato più spazio alla giustizia divina: per infliggere qualsiasi sanzione al reo sarebbe stata sempre necessaria una sentenza emessa dal giudice competente», commenta Claudio Gallazzi, docente di papirologia all’Università degli studi di Milano e direttore della missione archeologica franco-italiana di Umm-el-Breigat, artefice del ritrovamento.



INTERROGATIVI - Questi piccoli papiri, scritti nell’85 per cento dei casi in demotico cioè nella lingua egiziana, in molti casi sigillati con argilla e rinvenuti nel pattume dove erano sparpagliati in pochissimi metri quadrati e coperti da sabbia e breccia per non essere recuperati e letti, destano non pochi interrogativi. Uno di questi è il seguente: perché ricorrere all’oracolo per un reato, se il responso del dio non aveva nessuna efficacia per la punizione del colpevole? Gli esperti archeologi hanno dato più di una risposta. Forse per profonda devozione. Forse per evitare lungaggini e costi: se qualcuno aveva solo vaghi sospetti e non certezze, era senz’altro più economico rivolgersi al proprio dio che intraprendere un processo dall’esito incerto. O forse per la soddisfazione di aver segnalato al dio il torto subìto nella speranza che un giorno o l’altro il castigo divino si abbattesse sulla persona che aveva recato l’offesa.



RESPONSO - «A fianco di questi motivi di tipo morale, ce ne può essere stato uno più concreto. Quello che l’opinione pubblica fatta di credenti poteva esercitare una pressione tale sulla persona indicata come colpevole tanto da indurlo ad accettare il verdetto del dio, ad ammettere le proprie responsabilità e a riparare il torto subìto», dice Claudio Gallazzi. Sembra inoltre impensabile che il responso richiesto fosse lasciato al caso. Più verosimilmente i sacerdoti eseguivano una vera e propria indagine per non disattendere la fiducia data loro dai postulanti, qualora il responso dato non fosse stato corretto, e per non vedersi ridurre i proventi derivati dalla compilazione dei biglietti e dalle offerte fatte dai fedeli.



CONSULTAZIONE - Chi desiderava interrogare il proprio dio su un certo furto presentava infatti al tempio tanti piccoli papiri quanti erano i sospettati e riteneva poi colpevole colui il cui nome era tracciato sul foglietto scelto come risposta del dio. Ritornando dunque alla domanda «chi mi ha rubato l’abito da sposa?», poiché gli indizi cadevano su tre persone, tre erano stati senz’altro i biglietti consegnati ai sacerdoti. Scriverli all’epoca tuttavia costava, perché bisognava pagare uno scrivano. Per risparmiare, molti piccoli papiri recavano al loro interno solo il nome dell’ipotetico ladro invece di sette od otto righe di testo precedute da un’intestazione e seguite da una richiesta conclusiva, alcuni appena una croce e altri nessuna scritta. In quest’ultimo caso i postulanti presentavano al dio un biglietto bianco e un altro (o anche più d’uno) con qualche segno sopra, conferendo a essi significati diversi: a seconda di quale biglietto fosse stato loro restituito, stabilivano da sé quale fosse il responso ottenuto.



Manuela Campanelli
17 gennaio 2012 | 16:31




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Lavoro e privato, perché in rete scegliamo l’anonimato

Corriere della sera






di Ivana Pais


Il blog lo ha aperto nel 2005 e da allora “L’imprenditore” racconta il lavoro nella sua azienda, esprime le sue opinioni sul sistema confindustriale e sulle questioni di attualità economico-politica. “Credo che chi mi segue online ormai mi conosca meglio di chi mi frequenta nella vita di tutti i giorni”. Ma avendo scelto l’anonimato, i frequentatori del blog non conoscono il suo nome, né hanno mai visto il suo volto. “L’ho fatto in parte per innata riservatezza, in parte per sentirmi libero di dire quello che voglio e anche per non bruciarmi con le fonti”.

La stessa scelta di agire con un nome-ombra è stata fatta da un insegnante di informatica. “Ci tengo alla mia privacy e una volta che sei schedato da Facebook non c’è protezione o filtro che tenga, allora preferisco usare un nickname”.

Il paradosso è che entrambi utilizzano uno pseudonimo per svelare meglio ciò che pensano, la propria identità intellettuale. Si preoccupano solo di definire i confini tra sfera privata e pubblica, anche per tutelare il proprio ruolo professionale. Si tratta di una scelta contromano e sempre più rara all’epoca dei social network, il cui spirito si basa sulla profilazione degli utenti.

Giovanni Scrofani, fondatore di Gilda35, racconta così il passaggio dal web 1.0 al 2.0. “Ho iniziato a frequentare internet dal 1995. L’idea che mi feci in quel Far West digitale fu quella di avere a disposizione una sorta di nuovo Stato di Natura. Si veniva giudicati, o riprovati, per le proprie attività in Rete, senza minimamente pensare a chi fossimo nel mondo reale.

In quel periodo gironzolavo in rete con tre nick associati a particolari stati emozionali: Jovanz era il lato giocoso e un po’ pazzoide, Ubik il fine intellettuale e Mr. Black dava voce al mio lato più aggressivo. Quando iniziò a sopravanzare il web 2.0 sono arrivato ad avere sostanzialmente un solo volto Giovanni “Jovanz74” Scrofani, che però esprime la sua personalità in varie forme a seconda del media e della comunità online di riferimento”.

Una differenziazione che richiede studio e competenza. I social network in fondo sono come un banchetto nuziale, in cui parenti, amici e colleghi si ritrovano nella stessa sala. La disposizione nei tavoli può anche essere studiata con cura, ma le persone comunque si vedono, si muovono e conversano tra loro in una dialettica che non può essere del tutto prevista.Sono spazi relazionali aperti, che mettono in discussione le modalità tradizionali di rappresentazione della nostra identità. E allora, come possiamo mettere in scena la varietà dei nostri ruoli senza mai cambiare maschera?



Twitter: @ivanapais




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Comandante torni subito sulla nave". "Non posso"

Quotidiano.net

Il dialogo tra la centrale operativa di Livorno e la plancia della Costa Concordia


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Livorno, 17 gennaio 2012

UNA SEQUENZA che non lascia margini d’incertezza. È quella delle telefonate tra la centrale operativa di Compamare Livorno e il comando della ‘Costa Concordia’. Tutto sotto sequestro e secretato dalla procura della Repubblica di Grosseto. Ma quello che è filtrato (sulla stessa gamma d’onda ci sono molte stazioni private e pubbliche in ascolto) dà un quadro significativo di ritardi e incertezze a bordo.




Ore 22,04. Compamare Livorno è chiamata dalla stazione dei carabinieri di Prato, che chiede notizie di una nave da crociera, in navigazione da Civitavecchia a Savona, sulla quale è stato dato ordine di indossare i salvagente. Sono stati avvertiti, come già scritto, dalla figlia di una signora sulla nave.

Ore 22,10. Compamare (in comando capitano di vascello Fabrizio Cantore, di servizio in sala operativa Gregorio De Falco, operatore Alessandro Tosi) chiama Savona, ufficio d’armamento della Costa. Rispondono di non aver allarmi.

Ore 22,15. De Falco chiama la Costa Concordia. Risponde l’ufficiale marconista. Capitaneria: «Ci è stato segnalata un’emergenza a bordo. Qual è la situazione». Bordo: «Come... come avete saputo? Comunque, confermiamo un black-out da circa 20 minuti. Ma riteniamo di poter risolvere tutto in poco tempo». Capitaneria: «Teneteci informati, vi serve aiuto?» Bordo: «Negativo, stiamo risolvendo».

Ore 22,16. Dall’operativa di Livorno, De Falco decide di allertare comunque la motovedetta 104 della Guardia di Finanza che si trova nei pressi, e che dirige sulla nave.

Ore 22,26. Dalla Capitaneria: «Costa Concordia, chiediamo aggiornamento sulla situazione». Stavolta risponde il comandante Schettino. «Abbiamo una via d’acqua sulla fiancata sinistra. Lo sbandamento è limitato. Chiediamo assistenza di un rimorchiatore».

Ore 22,29.
Compamare Livorno decide autonomamente di dirottare in soccorso della Costa Concordia, in rapida sequenza, cinque navi nelle vicinanze, e allerta i rimorchiatori da Civitavecchia e le motovedette della Guardia Costiera.

Ore 22,34. Compamare Livorno chiama la nave. «Dateci aggiornamento». Da bordo: «Sbandamento in aumento (è Schettino alla radio) manovro per portarmi sottocosta. Chiedo conferma dell’arrivo del rimorchiatore». Compamare: «Sta partendo da Civitavecchia». La Capitaneria ha ormai diramato l’allarme, sono pronti al decollo elicotteri della Guardia Costiera da Luni.

Ore 22,45. Da Compamare si chiede un ulteriore aggiornamento. Conferma dal comando della nave: ci avviciniamo alla costa, passeggeri e equipaggio seguono le procedure di sicurezza, sbandamento in intensificazione.

Ore 22,48. Compamare a Schettino: «Comandante, avete dato ordine di abbandonare la nave? Ripeto: ha valutato la necessità di far abbandonare la nave?» Risposta, con rumori di fondo: «Stiamo valutando, stiamo valutando». L’allarme è generale, verso la nave chiaramente visibile e molto sbandata ormai sono decine i mezzi di soccorso che dirigono.

Ore 22,58. Ultimo colloquio col comando da bordo: «Mayday, disposto l’abbandono nave». La nave si è coricata sul fianco di dritta, lo sbandamento è tale che imbarcazioni di salvataggio e zattere sulla sinistra in parte s’incatagnano, parte di quelle di dritta sono rimaste schiacciate. È il si salvi chi può.

Ore 23,05. Chiama Schettino, riferisce che l’evacuazione procede regolarmente. De Falco gli chiede se ci sono ancora persone a bordo, lui parla vagamente di circa 200 persone. De Falco, esasperato, chiede dati più precisi. Schettino: «Non posso essere preciso, sono su una lancia, appennellato e bloccato». De Falco: «Comandante, torni a bordo, è suo dovere». Schettino: «Non posso, sono bloccato. Ma sto coordinando i soccorsi da qui».

Ore 01,44. De Falco ricontatta Schettino col vhf portatile di bordo. «Comandante, è a bordo?». «No sono ancora bloccato sulla lancia». «Risalga a bordo, ripeto, risalga a bordo, usi una cima o una biscaggina». Silenzio, poi uno stanco «Va bene, ci proverò». Ma non lo farà: la lancia, finalmente sbloccata a colpi d’ascia, appena toccata l’acqua dirigerà verso il porto del Giglio. E non molto tempo dopo ci penseranno i carabinieri a rintracciare il comandante.

di Antonio Fulvi

La «star» olandese che piaceva al Führer

Corriere della sera

Morto a 108 anni il cantante di operette adorato da Hitler. Secondo alcuni testimoni cantò anche a Dachau




Dal nostro corrispondente  FRANCESCO BATTISTINI


GERUSALEMME – Della sua morte, i giornali israeliani hanno dato la notizia con un po’ di giorni di ritardo. Gli altri ne hanno parlato senza dilungarsi troppo nei «coccodrilli» di rito. E comunque a esequie avvenute, con sepoltura in una località che non è stata resa nota. Perché Joahan Marius Nicolaas «Jopie» Heesters, attore e cantante d’origine olandese, una settantina di film e decine di dischi, spirato semicieco alla bell’età di 108 anni nell’ospedale tedesco di Starnberg, in una sala del Museo dell’Olocausto di Gerusalemme è ricordato per quel che la sua arte significò nel Terzo Reich e soprattutto per il suo più famoso, entusiasta, delirante estimatore: Adolf Hitler.

Quando il nazismo finì, nessuno mai accusò formalmente Jopie Heesters d’avere fatto propaganda al regime. E gli Alleati gli consentirono comunque di continuare la carriera. Molti però non smisero di ricordare che una volta, in pubblico, Hitler lo proclamò «il miglior interprete del Conte Danilo di Lehar» e s’inchinò a baciargli perfino le mani. E che pure Goering aveva un debole per la sua voce. E che Goebbels, quando si trattò di compilare l’elenco degli artisti che meglio interpretavano l’idea della svastica, assieme a Strauss e a Von Karajan mise pure il suo nome.


COME POTEVAMO NOI CANTARE? - Dove Hitler avesse conosciuto Heesters, non si sa. Probabilmente fra la Baviera e Vienna, alla fine degli anni ’20, quando il giovane artista s’era trasferito da Amsterdam e stava per debuttare nell’operetta (genere per il quale andava pazzo il futuro Fuehrer). Jopie aveva imparato bene il tedesco da bambino, grazie a uno zio, e questo gli aveva reso più facile l’ingresso nella Germania artistica che contava. A metà anni ’30, già s’esibiva privatamente per il Grande Dittatore, celebrava l’Anschluss e alcune delle sue canzoni diventarono una colonna sonora del regime, quasi come Lili Marleen.

Mentre molti artisti e intellettuali venivano ridotti al silenzio, o almeno sceglievano di non sostenere la macchina del consenso («e come potevamo noi cantare», i celebri versi di Salvatore Quasimodo), Heesters andò oltre: alcuni testimoni lo ricordano nel lager di Dachau, a esibirsi per i gerarchi, incurante dei tanti olandesi suoi compatrioti che morivano là dentro. «Sapevo dei campi di concentramento – si sarebbe un giorno giustificata l’ugola del nazismo -, ma non che cosa vi accadesse. E comunque non è vero che ci andai»


«ADOLF, CHE UOMO» - Dopo la guerra, silenziosamente, intorno a Jopie è cresciuto un culto. Con fans club fra l’Austria e la Germania. E con una carriera mai interrotta fra cinema e tv, targhe e medaglie. Quando compì il secolo di vita, nel 2003, la tv tedesca Ard lo celebrò con uno speciale. E fino all’ultimo ricevette ingaggi a Stoccarda e in vari show teatrali tedeschi. Nel 2008, quando venne invitato in Olanda da un’organizzazione d’estrema destra per la sua prima esibizione in patria dopo più di quarant’anni, davanti agli studi televisivi trovò a contestarlo una piccola folla col vizio della memoria.

Heesters non si curava molto di queste cose. E una volta, durante un’intervista, non dimostrò ripensamenti su Hitler: «Era un grande uomo», disse. Solo qualche anno fa, su consiglio di qualche parente, quell’ultima stecca fu in qualche modo corretta: «Ho sempre ritenuto che fosse un grande uomo – chiarì -. Ma parlavo di quel che ha fatto per me. Per il mondo, fu una vera catastrofe». La rettifica arrivò a 103 anni suonati. Un po’ fuori tempo.



17 gennaio 2012 | 7:52




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DiPietro Italia dei valori e del codice stradale: posteggi fuorilegge per Tonino e De Magistris

Libero


Il segretario usa spazi riservati ad altri, il sindaco di Napoli va sulle strisce: il buon esempio dei due ex magistrati...




Cos’hanno in comune Antonio Di Pietro e Luigi De Magistris, oltre al partito e alla toga indossata per anni? A giudicare dalle immagini che pubblichiamo qui sopra non c’è dubbio: una certa passione per il divieto di sosta. Tonino e Giggino sono due big dell’Italia dei Valori, il partito dei moralizzatori.

Il primo, anzi, ne è il leader incontrastato, tuona ogni giorno contro gli sprechi, la casta, la cosca, le poltrone, la corruzione, la legalità, cosa si fa e cosa non si fa, chi paga e chi no, aboliamo i vitalizi, eliminiamo tutte le auto blu, prendiamo l’autobus e via andare. E lui, però, cosa combina? Si fa beccare con l’auto di servizio sul posto riservato ad altri. Non una, bensì svariate volte. Vedere per credere.

Il secondo, De Magistris, macinatore di voti in Campania, è appena stato incoronato sindaco più gradito d’Italia, nonostante la grana dei rifiuti e i problemi non risolti della sua città, Napoli. In apparenza, De Magistris è l’immagine del rigore e della serietà. A parte la bandana arancione e gli occhi spalancati di quando ha trionfato al Comune facendo piazza pulita della gestione Jervolino, è raro vederlo ridere o scherzare.

Da ex pm ha mantenuto il piglio tosto e inquisitore dell’uomo senza macchia, figurarsi se non crede di avere (sempre) ragione lui. E se è proprio in vena, Giggino ’a manetta (chiamato così appunto per quanto è sostenitore della legalità) si lascia andare ad espressioni napoletane tipo Mo’ammo scassato veramente , presa a prestito perfino dal milanese Roberto Vecchioni prima che la proficua (per le tasche del cantante) collaborazione tra i due andasse a farsi benedire.


Eppure anche il sindaco più amato del momento predica bene, ma razzola male: stesso vizietto del suo capo partito. Automobile in sosta vietata nella città che amministra e in cui proprio lui ha piazzato la Ztl in centro per scoraggiare l’utilizzo delle vetture private. Hai visto mai che qualcuno parcheggi in doppia fila...

Oltretutto, a fotografare la sua berlina scura, vuota (un’altra con gli agenti di scorta era più avanti), posizionata in curva, in via dei Mille all’incrocio con via Carducci, accanto alle strisce pedonali, non è stato qualche avversario politico desideroso di sbugiardare il nemico dipietrista, bensì suoi concittadini, muniti di telefonino con videocamera.


«Questo è un parcheggio incivile», hanno commentato i passanti. «Per noi sarebbe stata una multa sicura». Ganasce di ferro e Napolipark agganciata alle ruote. Invece a Giggino i vigili non dicono niente. È arrivato alle 11 di mattina, di gran fretta, accompagnato dal fratello Claudio, per partecipare all’inaugurazione della mostra sul rock organizzata al museo Pan.

Poiché è un evento pubblico, patrocinato dal Comune, l’auto blu del sindaco ci sta tutta. Però la sosta selvaggia un po’ meno. A Repubblica.it, che gliel’ha fatto notare, De Magistris ha risposto piccato per iscritto: «Il sindaco non può avere nessuna responsabilità in merito alla propria autovettura di scorta.


La scorta di un personaggio ritenuto a rischio e la sua autovettura di servizio devono essere costantemente vicini alla persona oggetto della misura di protezione». Poi Giggino bacchetta la stampa una volta amica: «Noto una volontà politica di attaccarmi in modo strumentale e pretestuoso con un articolo dal carattere “gossipparo” degno di un giornale scandalistico e non certo di un quotidiano d’informazione che dovrebbe essere al servizio dei cittadini». Capito? Guai a fare arrabbiare  ’o sindaco.

Dall’Italia dei Valori all’Italia dei terrori.
  
Siamo sicuri che anche Tonino, sotto scorta da quando faceva il giudice, dirà la stessa cosa. La sua Mercedes scura è stata immortalata in pieno centro a Roma, via Santa Maria in Via, dietro la Galleria Colonna, dove ha sede l’Idv. Il parcheggio con tanto di striscia gialla non è riservato al partito degli ex magistrati paladini anti-casta, bensì ai vicini di casa, cioè l’Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas, ai cui membri piacerebbe anche parcheggiare lì se non trovassero sempre il posto occupato. Del resto, c’è scritto perfino per terra.

E chi ha provato ad avvertire i vigili ha trovato sempre la stessa risposta: non ci possiamo fare nulla. Da Mani Pulite a Ruote pulite. Tonino fa il moralizzatore con le auto blu degli altri. E De Magistris è il suo erede. Why not? Loro hanno la scorta e parcheggiano dove vogliono. 





di Brunella Bolloli


17/01/2012




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Dopo la campagna del Fatto Padellaro e Travaglio beccati, furbetti dei soldi ai giornali

di -

Il giornale del Pd, attaccato sui rimborsi, rinfaccia al suo ex direttore l’appello che fece a favore dei contributi statali. Ed è subito polemica



Roma - Afflitti da penuria cronica di lettori, colpiti dalla crisi dell’editoria e, ancor di più, dalla scure sui finanziamenti pubblici, alcuni quotidiani hanno preso a suonarsele tra loro.




Soprattutto da quando, loro malgrado, il nemico pubblico numero uno, Berlusconi, ha lasciato il timone.

Orfani inconsolabili, in particolare, i colleghi del Fatto quotidiano, che sembrano aver dissotterrato l’ascia di guerra in cerca di scalpi da esibire. La politica editoriale del giornale ne fa un prodotto difficilmente vendibile se non c’è sangue (politico) da apprezzare - anzi, preferibilmente, bere. Ma oltre alle meritorie campagne, condotte in nutrita compagnia, contro i privilegi dei «furbetti di Monti», il vicedirettore (e socio fondatore in possesso di stock option) Marco Travaglio ha preso a scorrazzare nei campi più «vicini» al suo, tanto per non sbagliare.

Con attacchi diretti, talvolta pretestuosi assai, nei confronti di chi, di questi tempi, non se la passa benissimo in fatto di copie. Ecco sfottere Emanuele Macaluso del Riformista «corazziere capo del Quirinale», e persino incapace di «capire le sentenze». O Il Manifesto di Valentino Parlato per la questione dei finanziamenti pubblici.

La concorrenza tra giornali non è un pranzo di gala, si sa. Eppure questo maramaldeggiare per un gruzzolo di lettori non sembra il massimo dell’eleganza. Finalmente l’irruenza del Fatto per una volta pare aver trovato argine nella calma serafica - persino un po’ perfida - del direttore dell’Unità, Claudio Sardo. Collega dalle mille risorse e assai paziente, per chi lo conosce dai tempi del Mattino. Così, all’ennesimo attacco sferrato da un Marco Travaglio in crisi glicemica, ha deciso di non porgere l’altra guancia.

«E alcuni giornali imbottiti di soldi pubblici - aveva scritto Travaglio due giorni fa- si sono adontati perché abbiamo fatto notare la coincidenza del loro silenzio su Malinconico (ex sottosegretario all’Editoria, ndr) che li aveva appena imbottiti di soldi pubblici: ma se la coincidenza non la fa notare l’unico giornale che rifiuta i finanziamenti pubblici, chi altri la farà notare?».

Come sempre, nel travagliese, battute di satira si fondono con opinioni, dati veri a vere patacche. Parlare di «rifiuto» di soldi pubblici, per esempio, fa un po’ ridere. Ma i lettori gradiscono (tanto che sotto la testata campeggia un orgoglioso: «Non riceve alcun finanziamento pubblico») e tant’è: ognuno fa il pane con la farina che ha in casa.

Al giornale fondato da Gramsci, però, nessuno aveva voglia di prenderla con un sorriso. «Ma questo Travaglio, e il suo direttore Padellaro - si son chiesti -, non sono per caso gli stessi che lavoravano qui da noi poco tempo fa, rispettivamente come firma di punta e direttore?».

Così ieri il fluire dei ricordi ha riportato in pagina un appello firmato proprio da Padellaro il primo agosto 2006, quando era direttore dell’Unità - assieme ad altri direttori di giornali finanziati da Palazzo Chigi (Europa, Liberazione, Il Secolo, La Padania) - nel quale si chiedeva «al governo e ai gruppi parlamentari di destra e sinistra di impegnarsi» a tenere in vita i giornali di partito, perché «se si rinuncia al finanziamento pubblico si rinuncia a una parte fondamentale della libertà di informazione».

Simpatica la nota a corredo della ripubblicazione: «Ieri il Fatto è tornato ad attaccare, con i consueti toni inquisitori, i giornali che usufruiscono del finanziamento pubblico... Tra gli smemorati colleghi del Fatto ce ne sono molti che fino a poco fa si battevano a difesa dei giornali “imbottiti di soldi pubblici” e altri che ci lavoravano tranquillamente senza porsi alcun problema di coscienza...
Ogni commento ci appare superfluo».

Commenti appaiono superflui anche a noi, considerato che non ci sembrano affatto questioni di feeling. Piuttosto banali, un po’ tristi, questioni di marketing.




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Sofri è un uomo libero Anche se la sua pena non l’ha mai scontata

di -

Era stato condannato a 22 anni. Però il marchio di omicida non gli ha mai precluso lavori e onori


Q uella della liberazione di Adriano Sofri, formalizzata ieri, è una non notizia. Notizia vera, intendiamoci. Dopo aver scontato la pena che gli era stata inflitta (22 anni di reclusione per l’uccisione del commissario Luigi Calabresi) Sofri non ha più pendenze con la legge.



Adriano Sofri

Ma la notizia vera sottintende una realtà assai diversa, se si pensa a come questo personaggio ha trascorso gli anni che ufficialmente erano di prigionia. Nessun uomo libero è stato più libero di lui nello scrivere, nel dibattere, nell’atteggiarsi a maestro, nel vestire i panni del perseguitato, nell’intervenire sui problemi italiani. E nessun detenuto è stato, tra arresti domiciliari, permessi, cure mediche, meno detenuto di lui.Di questo, sia chiaro, mi rallegro. Il carcere è sempre motivo di inquietudine, lo è particolarmente quando per tutta una serie di processi viene affacciata e sostenuta la teoria dell’errore giudiziario.



Comunque il marchio d’omicida non è stato d’impaccio per Adriano Sofri. Ha collaborato assiduamente a un quotidiano dell’importanza di Repubblica; e la sorte ha voluto che, pagato il suo debito con la legge, se ne sia subito andato all’isola del Giglio, e di là abbia inviato un reportage sul naufragio della Costa Concordia. Un vero scoop in gergo giornalistico. Nell’occasione Sofri s’è dimostrato disposto a scrivere non a colloquiare. Ha congedato i giornalisti che volevano porgli domande con un «Come sto? Sto a modo mio ma non parlo. Magari tornate tra qualche giorno, ma solo per offrirvi un caffè, mi spiace».


Comprensibile la sua riservatezza, ma prevedo che lascerà presto il posto a una ancor più intensa attività pubblicistica. E al riemergere di mai veramente sopiti motivi di polemica. Un colpevole che ha espiato la sua pena non deve essere soggetto a discriminazioni, il passato è passato. Abbiamo visto del resto con quale rapidità e abilità si siano riaffacciati alla ribalta, redenti e contenti, alcuni truci protagonisti degli anni di piombo. Ma la loro situazione presenta una differenza fondamentale in confronto alla situazione di Sofri. Loro sono stati riconosciuti colpevoli - da tutti i mezzi d’informazione indicati come tali - e colpevoli si riconoscono.


Sofri si proclama estraneo al crimine che avrebbe compiuto, secondo la sentenza definitiva di condanna, insieme con Giorgio Pietrostefani, Ovidio Bompressi, e Salvatore Marino. Le rivendicazioni d’innocenza sono quasi una regola, nell’universo giudiziario. Ma per Adriano Sofri quella rivendicazione è fatta propria da uno schieramento trasversale che include buona parte della sinistra e anche, per citare un nome, Giuliano Ferrara. Per tanti, direi per troppi, il Sofri che si toglie di dosso gli ultimi lacci penali non è un omicida da recuperare alla società: perché proprio la società è colpevole delle sue sofferenze. Fin dal primo momento non c’è stato nessuno più recuperato di lui, sui quotidiani e in televisione. Ha acquisito una invidiabile caratura culturale. Per i suoi estimatori è un povero Fornaretto dei tempi moderni.


L’insistenza e l’arroganza con cui questa tesi è stata ed è declamata mi sembrano eccessive. Lo sembrano soprattutto se vengono da chi grida che le sentenze devono essere rispettate e che la Procura di Milano - cui spettò inizialmente di indagare e incriminare - rappresenta di solito, ma non per Sofri, un insuperabile modello di struttura giudiziaria. Non che siano mancati, in questo groviglio processuale, elementi inquietanti a cominciare dalla tardività della incriminazione, venuta 16 anni dopo l’assassinio del commissario. Negli anni della P 38 i valori umani e morali subirono una sorta di collasso sanguinario, di sicuro il Sofri di oggi non ispira né apprensione né avversione. Il non aver mai chiesto la grazia - invocata invece da Bompressi e concessa, Pietrostefani ha asilo in Francia - attesta in lui una fierezza e coerenza straordinarie.


La cupa stagione del terrorismo è remota, il terrore attuale viene dallo spread. Sarei tentato di augurare a Sofri che si goda questo momento, ma non lo faccio perché è superfluo. Sta già godendo da tempo.




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La rete minaccia uno sciopero contro la legge Usa anti -pirati

Corriere della sera


Il 18 gennaio Wikipedia e altri siti saranno oscurati in segno di protesta contro lo Stop Online Piracy Act



Il logo di WikipediaIl logo di Wikipedia

MILANO - La rete va in sciopero. E' quanto potrebbe accadere mercoledì 18 gennaio, giorno in cui la versione inglese di Wikipedia non sarà accessibile ai naviganti. L'oscuramento è stato deciso dal fondatore Jimmy Wales in segno di protesta contro il Sopa (Stop Online Piracy Act), la tanto discussa norma ideata per arginare la pirateria in rete. Il prossimo 24 gennaio la proposta di legge verrà infatti discussa dal Senato americano e lo sciopero generale potrebbe essere l’ultimo tentativo per impedirla.



TITOLARI DI COPYRIGHT - Altri portali e social network minacciano di unirsi alla protesta. Secondo alcuni blogger, anche Google e Facebook hanno in programma di fermarsi. Lo Stop Online Piracy Act, conosciuto anche come H.R.3261, è stato presentato il 26 ottobre 2011 alla Camera dei rappresentanti statunitense dal deputato Lamar S.Smith, rappresentante del distretto 21 del Texas e da un gruppo di dodici sostenitori.

Se la legge venisse approvata, permetterebbe ai titolari di copyright statunitensi di agire direttamente per impedire la diffusione di contenuti protetti. Inoltre permetterebbe «al Dipartimento di Giustizia e ai titolari di Copyright di procedere legalmente contro i siti web accusati di diffondere o facilitare le infrazioni del diritto d’autore». Un provvedimento che riguarda anche i naviganti italiani: molti siti hanno infatti sede legale negli Stati Uniti


Redazione Online16 gennaio 2012 (modifica il 17 gennaio 2012)



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Il video della notte del terrore

Corriere della sera

Come formiche in fila per la fuga. Le urla dagli oblò e il fumo


È un documento video ai raggi infrarossi, girato da un elicottero della Guardia Costiera subito dopo il naufragio, a consegnarci le immagini più apparentemente asettiche dei primi soccorsi. Bianco e nero e solo silenzio sotto un leggero fruscio di eliche. Immaginate un gigantesco palazzo rovesciato su un fianco, la cui facciata esterna diventa un enorme pavimento lucido da cui escono file di formichine nere. La proporzione tra quell'edificio abbattuto e le persone che ne fuoriescono è impressionante. Dagli oblò, dalle finestre e dai terrazzi, un'invasione di minuscoli insetti, mentre l'imponente comignolo in orizzontale lascia ancora uscire un fumo denso. Frantumi, frammenti, rottami galleggiano già sul mare calmo.


Le voci possiamo solo immaginarle, la calca di formichine si scioglie in una fila ordinata che taglia in verticale lo scafo, dal bordo alla carena ormai nuda fino allo strapiombo del mare, dove le scialuppe di salvataggio aspettano di accoglierle. Visto dall'alto, sembra un lavorio lento e paziente. Invece no, a ben guardare c'è un agitarsi di braccia, un fermento, una foga, qualcuno corre di qua e di là, qualcuno, appena uscito da un oblò, sembra invocare soccorso, è rimasto isolato e probabilmente ha paura di non essere avvistato.

È notte, nonostante l'effetto abbagliante del video. Ci sono bave di folla, verso poppa, che oltrepassano la linea di galleggiamento e si allungano coraggiosamente verso la carena, code sfilacciate che si sbracciano per richiamare una motovedetta che si accorga della loro esistenza. Nubi di fumo escono stavolta dalla murata diventata pavimento, appena sotto la scritta monumentale della Costa Concordia, distesa in lungo.

Ciò che normalmente dovrebbe essere verticale ora è in orizzontale, e viceversa, bisogna resettare lo sguardo per capire dov'era la chiglia, dove il fasciame, dove i ponti, dove il cassero. La logica capovolta della fisica: una delle murate è diventata carena e la carena è diventata un'autostrada completamente all'asciutto, su cui si può camminare aggirando quelli che fino a poche ore prima erano gli oblò e ora sono diventati pozzi pericolosi in cui si può precipitare. Lo squarcio è già affiorato all'aperto e ingoia acqua.

Ripresa da lontano, la nave sembra molto più grande degli scogli che l'hanno abbattuta. Le immagini del mattino rivelano i colori: un mare azzurro cupo che a tratti si trasforma in una fanghiglia bruna, e la ferita arrossata sembra la carne molle di un bovino macellato. Le file di formichine sono terminate, chi è in salvo è in salvo, gli altri bisognerà andare a cercarli uno per uno. La scogliera ha preso un colore rosato. L'alba tragica sembra un bellissimo tramonto.

Paolo Di Stefano17 gennaio 2012 | 9:07