venerdì 20 gennaio 2012

Bersani, i gay e la foto «taroccata»

Corriere della sera

All'assemblea nazionale gli omosessuali del Pd chiamano il segretario per uno scatto-trappola che diventa un manifesto



MILANO- Prendi un gruppo di tesserati del Pd all'assemblea nazionale a Roma. Tutti gay. Chiacchiere, commenti e visioni proprio davanti ai manifesti della campagna di iscrizione. Poi la sentenza: «Bersani è troppo tiepido sui temi dell'omosessualità». Ed ecco che ad Andrea Benedino viene l'idea:«Chiamiamolo fuori con una scusa e ci facciamo una foto tutti insieme». Il segretario abbocca, esce dalla sala, ascolta. E quindi posa per lo scatto con Rosaria Iardino, Aurelio Mancuso, Fabio Astrobello, Anna Paola Concia e, manco a dirlo, Benedino.





LA FOTO- Il segretario saluta e torna al suo posto. Ma il piano si spinge oltre. L'immagine viene «ritoccata» come se fosse un vero manifesto del Partito Democratico. E sullo scatto compare la scritta: «Ti presento i miei gay». Come a dire, la campagna tesseramento è cominciata.



B.Arg. 20 gennaio 2012 | 21:27



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Io, Garattini, vi dico: piano con la chemioterapia"

di -

Silvio Garattini, presidente dell'istituto farmacologico Mario Negri, nel 1998 partecipò alla sperimentazione della terapia Di Bella criticandola aspramente, gli abbiamo chiesto se ha cambiato idea...


Silvio Garattini, direttore dell’istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri, non ha mai preso in considerazione la terapia Di Bella “perché non ha valore dal punto di vista scientifico”. Da 16 anni va ripetendo: “È come l’astrologia e l’omeopatia: non contiene nulla”.




Ma per i malati di cancro, che negli anni della sperimentazione erano in cura con la Di Bella, Garattini si mostrò tutt’altro che indifferente. Per loro Garattini diventò il nemico numero uno, l’uomo che, da membro della Cuf (commissione unica del farmaco) boicottò la loro terapia oncologica: nel marzo 1996 entrò in vigore il decreto 161 che proibì la vendita di melatonina con conseguenze penali per il medico che l’avrebbe prescritta.


Poi, a suon di manifestazioni di piazza, il decreto venne giudicato incostituzionale dalla suprema corte. E i malati poterono continuare a comprarsi la melatonina. Ma nello stesso anno la terapia Di Bella subì un colpo ancora più pesante per effetto di un provvedimento del ministro Rosy Bindi: il farmaco cardine del protocollo dibelliano, la somatostatina, scomparve dalla fascia A, quella esente da ticket. Fu così che la dose giornaliera, i 3milligrammi di somatostatina, venne venduta a 516mila lire.


Professor Garattini perché nel 1996 bloccò la vendita di melatonina? 
“Non serviva a niente, non c’erano evidenze scientifiche della sua efficacia sull’uomo”.

In questi anni ha cambiato idea?
“La melatonina è utile solo per alleviare i disagi del jet lag (i disturbi che derivano quando si attraversano vari fusi orari e ci si sente stanchissimi). Per capirci però dobbiamo fare una premessa…”


Prego…
“Come si fa a stabilire che un farmaco funziona? La scienza ha stabilito una metodologia, si fanno studi randomizzati su gruppi di pazienti e si “testa” l’efficacia di una o più molecole. Facciamo l’esempio della sciatica: uno ha male e prende una medicina. Dopo tre settimane il dolore passa. Ma non si può sapere con certezza scientifica se il male è scomparso per effetto dell’antidolorifico o perché doveva passare da solo. Se il farmaco è efficace lo sappiamo solo perché l’abbiamo testato su gruppi di pazienti randomizzati e abbiamo fatto gli adeguati controlli”.


Se prendiamo i farmaci della terapia di Di Bella, uno per uno, li inseriamo sulla banca dati Pubmed accanto alla parola cancer troviamo ampissima letteratura…
“Uno per uno, ma l’efficacia del cocktail, ossia del fatto di impiegarli tutti assieme sui malati di cancro, non è stata dimostrata”.


Infatti la sperimentazione del ’98 fu ampiamente criticata. “Fosse dipeso da me non l’avrei neanche fatta. Per ragioni etiche. Non c’erano i motivi per farla”.


Ma c’era (e c’è) un sacco di gente che si curava il tumore in questo modo.
“Che ragionamento è? C’è un sacco di gente che crede agli oroscopi.. Qui abbiamo bisogno che i farmaci che sono in commercio siano efficaci e che l’efficacia sia testata. Non posso dire: mi piace lo champagne dunque me lo deve pagare lo Stato. Si spendono soldi pubblici, sono tasse di tutti”.


Quanto spende l’Italia per i farmaci ospedalieri?
“Tanto. Direi troppo: 19 miliardi di euro”.


È vero che il 32% di questa cifra se ne va per la chemioterapia?
"E' vero che le spese per i chemioterapici occupano una quota importante ed io sono sempre stato critico su questo e sul fatto che circolano tante medicine che non dovrebbero essere usate, infatti non sono ben visto dalle aziende farmaceutiche. Dico spesso anche di non esagerare con le chemioterapie…”


Perché non funzionano poi così tanto, come dimostrò la metanalisi di Ralph Moss (lo studio apparso sul Journal Clinical Oncology pose l’accento sul fatto che la chemioterapia non contribuisce più del 2% alla sopravvivenza dei malati di cancro)
“Conosco bene quello studio, non siamo convinti neanche noi dell’efficacia dei chemioterapici su tutti i tumori…”


Se ad ammalarsi di tumore fosse un suo familiare cosa gli consiglierebbe?
“Di curarsi con tutte le terapie riconosciute ma senza esagerare, significa senza accanimento. La scienza non può spiegare tutto, dobbiamo essere umili e accettare questo limite. Ma sul principio bisogna restare fermi: prima si testa la molecola, secondo le regole delle autorità regolatorie internazionali e poi la si vende. Altrimenti…


Altrimenti?
“Si ripete la storia dell’omeopatia: tonnellate di parole, pochi esperimenti, nonostante ciò si vendono scatole su scatole…”.


Professore, torniamo alle storie dei malati… “I casi singoli si possono discutere, lei porta quelli guariti, io le porto i casi che finirono male come quello di una bambina a cui venne negata la chemioterapia, ripreso in una trasmissione di Gad Lerner tanti anni fa, vede che non arriviamo a niente?”


Ma la curiosità scientifica di andare a vedere perché certe storie cliniche sono state stravolte dalle cure…
“Il suo background è fideista, il mio è scientifico” .


Come fa a dire che questa terapia non funziona?
“Guardi che il suo ragionamento è sbagliato.


Se non posso dimostrare scientificamente che una cura funziona, non vuol dire che devo spiegarle perché non funziona..
No?
“No”.


Beh, allora si deve dire che la cura Di Bella non si sa se funziona ma non si può nemmeno provare che non funziona…
“Esattamente. Secondo lei perché Giuseppe Di Bella non richiede una sperimentazione alle aziende che producono i suoi farmaci?”


Penso perché le aziende sono le stesse che producono i chemioterapici che costano decisamente di più dei farmaci dibelliani. Parliamo della somatostatina, so che blocca i fattori di crescita…?
“Si usa per curare varie sintomatologie ma non è autorizzata per il trattamento dei tumori”.


I retinoidi?
“Ci stiamo lavorando da diversi anni. Sono molto efficaci nella leucemia promielocitica acuta.”


Veronesi dice che la fenretinide (un retinoide di sintesi) blocca le ricadute del tumore al seno.
“Siamo ancora a livello di studi, prima che il farmaco sia sul mercato occorrono altri passaggi”.


Che proprietà hanno i retinoidi?
“Sulle cellule che esprimono i recettori per l’acido retinoico hanno effetto di inibizione della crescita e, ad alte dosi, aumentano l’apoptosi (la morte delle cellule). In più tendono a far tornare le cellule maligne verso la normalità…”


Queste cose le dice anche Di Bella.
“Mi fa piacere ma non vuol dire che si debbano utilizzare per tutti i tumori”.


Siamo vicini alla cura del cancro?
“Oggi non possiamo più parlare del cancro in generale, per ogni tumore ci sono sub-categorie e sottotipi, per questo la stessa chemioterapia non va bene per tutti. Cerchiamo di caratterizzare quelli che rispondono meglio alle cure e con l’analisi genomica selezioniamo le differenze, insomma è un lavoro lungo…”.


Lei prende qualche antiossidante o vitamina?
“Assolutamente no, sono inutili”.


Nemmeno la vitamina C?
“Non voglio rovinarmi i reni…”


Dovrebbe essere una questione di quantità…
“Certo, ma è inutile lo stesso”.


C’è qualche cibo che non mangia?
“Con moderazione mangio tutto. Non fumo e non bevo (un bicchiere di vino, ogni tanto).


Mangia anche la carne? “Certo, anche il salame. Non tutti i giorni però. L’unica cosa che conta davvero è variare le pietanze”.




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Solo al bar e birra sul tavolo, così Bersani prepara il discorso per l'Assemblea nazionale

Corriere della sera

Su Twitter l'immagine del leader del Pd in un locale di Roma. Per prepararsi trascorre la giornata ritirato dagli altri



L'immagine di Pier Luigi Bersani diffusa dall'account su Twitter lucasappino


MILANO - Solo al tavolo, occhialini sul naso, il brogliaccio e una birra davanti. È l'(inconsueta) immagine del leader del Partito Democratico, Pier Luigi Bersani, che circola su blog e social network. Lo scatto è comparso su Twitter e sarebbe stato «rubato» in una birreria romana, in zona Campo de’ Fiori. «Il segretario è un frequentatore di quel locale perché offrono delle buone birre. E giovedì ha trascorso tutto il giorno da solo per scrivere il discorso per l'Assemblea nazionale, al via venerdì pomeriggio» dicono dal quartier generale del Pd.

IRONIA - La foto fa subito il giro del web. Tra ironia e battute sarcastiche. A partire dal commento di quello che alcuni blogger indicano come l'autore dello scatto, l'utente di Twitter lucasappino. Che sotto l'immagine di Bersani davanti al boccale scrive: «Leader di grande partito del fu centrosinistra cerca compagni di bevute».


Redazione Online
20 gennaio 2012 | 11:43




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Falsi certificati per aiutare i boss Sei arrestati, anche medici in manette

Corriere della sera

REGGIO CALABRIA – Per evitare il carcere il boss Giuseppe Pelle di San Luca si è finto “pazzo” e “depresso”. Patologie diagnosticate da medici compiacenti che gli fornivano falsi certificati che attestavano la “incompatibilità” del capo cosca con il regime carcerario. La “depressione maggiore” era recitata ad arte e guarda caso si manifestava sempre quando di turno al 118 di Locri c’era il medico Francesco Moro, sempre pronto ad assecondare le richieste del boss. C’era però una complicità in rete che garantiva a Giuseppe Pelle la possibilità di evitare il carcere. Era composta da un altro medico Guglielmo Quartucci, responsabile della clinica Villa degli Oleandri, di Mendicino, in provincia di Cosenza, e da un avvocato Francesco Cornicello del foro di Cosenza. I tre assieme alla moglie del boss Marianna Barbaro, al figlio Antonio Pelle sono stati arrestati venerdì mattina dai carabinieri del comando provinciale di Reggio Calabria.


BOSS - Il boss Giuseppe Pelle è stato raggiunto dal provvedimento restrittivo nel carcere di Opera, dove si trova detenuto perché coinvolto in altre inchieste. Il meccanismo messo a punto da Pelle e dai suoi familiari è stato intercettato dal Ros che ha piazzato le microspie nell’abitazione del capo dell’omonima famiglia di San Luca. I carabinieri hanno così potuto seguire in diretta tutta la fase della preparazione al malore sino all’arrivo dell’ambulanza. Nel dialogo intercettato dal Ros il medico del 118 Francesco Moro dava a Pelle le indicazioni su come comportarsi e su come rendere verosimile il malore, dovuto a uno stato d’ansia. Nel 2008, poi, il dottor Guglielmo Quartuccio si era prodigato per il boss favorendo un suo ricovero alla clinica degli Olendri. Sono stati sufficienti pochi giorni di degenza per diagnosticare a Giuseppe Pelle una “sindrome depressiva maggiore con tratti psicotici”. Il dottor Quartuccio ha ammesso di aver attestato false patologie perché sapeva dell’appartenenza alla ‘ndrangheta di Pelle. “ “… mi hanno mandato da Reggio Calabria, Pelle!... il secondo giorno venivo ammazzato se non avessi fatto quello che loro mi dicevano… “ Un contributo all’indagine l’ha dato anche il pentito Samuele Lovato, un tempo killer dei Forastefano, il clan degli zingari che opera nell’Alto Cosentino. Il collaboratore ha spiegato i meccanismi dei ricoveri fasulli a Villa Oleandri di soggetti affiliati alla ‘ndrangheta.

Carlo Macrì 20 gennaio 2012 | 11:13

La giustizia Usa chiude «Megaupload» «Ha infranto le regole sul copyright»

Corriere della sera

Arrestati il fondatore Kim Dotcom e altri manager



Un'immagine presunta di Kim Dotcom scaricata dal webUn'immagine presunta di Kim Dotcom scaricata dal web

La giustizia americana ha deciso di chiudere Megaupload, uno dei più grandi siti del mondo per lo scambio di file sul web, e ha arrestato il suo fondatore Kim Dotcom (conosciuto anche come Kim Schmitz) e altri tre manager della società, mentre altri due sono latitanti. Lo ha comunicato il ministero della Giustizia degli Stati Uniti, aggiungendo che Megaupload è accusato di aver inflitto danni per 500 milioni di dollari di mancati incassi con la pirateria di film e di altri contenuti.

NUOVA ZELANDA - La mossa della giustizia statunitense e della polizia federale (Fbi) arriva a poche ore di distanza dalla grande protesta organizzata sul web dall'enciclopedia online Wikipedia (che si è auto-oscurata) e da altri siti contro il cosiddetto «Sopa» (Stop Online Piracy Act), la legge contro la pirateria web in via di approvazione da parte del Congresso americano. Protesta che si è risolta in un rallentamento dell'iter della legge. Ma l'azione contro Megaupload dimostra che la giustizia, sotto la pressione delle major cinematografiche e musicali, non ha rinunciato all'impresa di stroncare lo scaricamento di contenuti protetti da copyright. Tra l'altro Kim Dotcom è stato arrestato in Nuova Zelanda (una delle sue due residenze, l'altra è Hong Kong, mentre lui ha doppia nazionalità, tedesca e finlandese) su richiesta ufficiale degli Stati Uniti, il che significa che l'azione americana ha avuto, almeno in questo caso, l'appoggio di un'altra autorità nazionale.


PRODUTTORI ALL'ATTACCO - Megaupload, che ha circa 150 milioni di utenti registrati, non è un sito di file sharing peer-to-peer (tipo il vecchio Napster, oppure Kazaa ed eMule), ma un software che consente agli utilizzatori di scaricare file troppo grandi per essere inviati via e-mail, come film, giochi, serial tv, mentre i profitti di Megaupload derivano dall'eventuale scelta , da parte dei clienti, di utilizzare connessioni superveloci per il download rapido. Tutte cose in sè e per sè perfettamente legali. Ma la Motion Picture Association of America, l'associazione dei produttori cinematografici Usa, ritiene che il principale uso di Megaupload sia l'invio di contenuti protetti da copyright (soprattutto film), una tesi alla quale la giustizia americana, con la sua azione di giovedì, sembra dare credito.


VECCHI GUAI - Megaupload ha altre due particolarità. Prima di tutto gode di un certo appoggio da parte di alcune celebrità della musica e del cinema (che teoricamente dovrebbero figurare tra i soggetti danneggiati dalla sua esistenza) come Kim Kardashian e Alicia Keys. E poi il suo fondatore è una specie di primula rossa del web, un hacker tedesco che ha almeno tre o quattro nomi e, secondo Wikipedia, ha già avuto in passato guai con la giustizia, anche per reati ben poco romantici tipo truffa con le carte di credito e insider trading. Subito prima della sua chiusura da parte delle autorità federali, Megaupload ha pubblicato sul sito una nota sostenendo che le accuse di pirateria a suo carico sono «grottescamente esagerate». «Il fatto è - continua la nota - che la grande maggioranza del nostro traffico è legittimo e noi non ci faremo togliere di mezzo. Se l'industria di contenuti vuole trarre vantaggio dalla nostra popolarità, saremo felici di intavolare un dialogo. Abbiamo alcune buone idee in proposito. Per favore prendete contatto con noi». L'invito, per ora, non sembra essere stato accolto.


Redazione Online
19 gennaio 2012
(modifica il 20 gennaio 2012)




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Kodak si arrende e va in bancarotta Toscani: uccisa dal marketing

Il Messaggero


NEW YORK - Eastman Kodak getta la spugna e richiede la bancarotta assistita. L'icona della fotografia, fondata da George Eastman nel 1881, soccombe alle nuove tecnologie, alla mancanza di liquidità e all'incapacità di vendere i propri brevetti. La società, durante il Chapter 11 (amministrazione controllata), continuerà a operare grazie al finanziamento da 950 milioni di dollari che si è assicurata da Citigroup.




Bruciati 7 miliardi sotto la gestione Perez. «La riorganizzazione punta a rafforzare la liquidità, a monetizzare la proprietà intellettuale non strategica e a far concentrare la società sulle attività di maggior valore» afferma Eastman Kodak in una nota. La richiesta per il Chapter 11 è stata presentata a un tribunale di Manhattan: nella documentazione Eastman Kodak dichiara asset per 5,1 miliardi di dollari e 6,75 miliardi di dollari di debito. Dominic Di Napoli è stato scelta alla guida del processo di ristrutturazione. Il Chapter 11 rappresenta un duro colpo per l'amministratore delegato Antonio Perez: durante la sua gestione Kodak ha bruciato 7 miliardi di dollari di valore di mercato. Eastman Kodak si augura di emergere dalla bancarotta il prossimo anno dopo aver tagliato i costi e venduto parte del portafoglio brevetti.

Il preallarme a novembre. Da quando Perez ha assunto le redini di Eastman Kodak nel 2005, la società ha accusato perdite ogni anno. Fondata 131 anni fa e con 19.000 dipendenti, la Kodak ha messo in guardia sullo stato precario dei propri conti a novembre, avvertendo che se non fosse riuscita a vendere i propri brevetti o a raccogliere nuovi capitali avrebbe esaurito la liquidità a sua disposizione.

Dieci anni di crisi acuta. Colosso della fotografia fino a pochi anni fa, Kodak ha sperimentato una forte crisi mentre tentava di orientare nuovamente la propria attività. I problemi si sono intensificati nel 2001. Lo scorso autunno Kodak ha assunto alcuni consulenti per ristrutturarsi e ha terminato una linea di credito da 160 milioni di dollari, alimentando i timori sulla sua sopravvivenza. Kodak ha tentato per mesi di risanare i propri conti con la vendita dei brevetti, un processo rallentato dai timori dei potenziali acquirenti sulla eventuale richiesta di bancarotta da parte della società.

Oliviero Toscani: Kodak uccisa dal marketing. «E' stata uccisa dal marketing. Il profitto si fa grazie alla passione, come quella del suo geniale fondatore, oggi è tutto in mano ai bocconiani e ai loro colleghi che, proprio pensando solo al profitto, sbagliano» commenta il fotografo Oliviero Toscani che rivendica orgoglioso: «Io sono cresciuto a pane e Kodak».

Le pellicole. Anche se negli ultimi anni la Eastman Kodak Company, nota più semplicemente con il nome Kodak, si era concentrata nei settori della fotografia digitale, diagnostica medica per immagini (ceduta nel 2007), e prodotti per la stampa, a lungo era stata nota soprattutto per la produzione delle pellicole fotografiche e proprio quelle hanno segnato passione e professione di Toscani come di tanti altri fotografi.

Il digitale, un'occasione sfumata. «Rullini, carta, prodotti chimici ma anche obbiettivi, conosco e ho usato tutti i prodotti Kodak, aveva un'offerta che copriva qualsiasi esigenza - ricorda Toscani - Poi, a partire dagli anni '80 la Fuji gli ha portato via una bella fetta di mercato. Avrebbero dovuto capire e reagire. Poi hanno avuto per un momento in mano la possibilità del digitale, come l'Olivetti aveva avuto quella del computer, ma purtroppo non sono riusciti a farcela».

«Pura genialità». «Per capire cosa era la Kodak del suo fondatore basta pensare all'origine del nome: Eastman lo scelse perché riproduceva il rumore che faceva una sua macchina fotografica. A quell'epoca non c'erano ricerche di mercato ma pura genialità».

Lo scontro perso con Polaroid. Nella storia della Kodak anche un lungo scontro, perduto, con la Polaroid, che avrebbe potuto cambiarne la storia. Negli anni Settanta la società iniziò a produrre, con il nome "Kodak Instant", pellicole autosviluppanti che, a differenza delle Polaroid, erano rettangolari e offrivano un'immagine di 9 x 6,8 centimetri, ma dopo aver perso una battaglia di brevetti con la Polaroid Corporation, la Kodak ha abbandonato il settore Instant Camera all'inizio del 1986.

Giovedì 19 Gennaio 2012 - 14:57    Ultimo aggiornamento: 15:09




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Esperto Usa : «ecco tutti gli errori del capitano Schettino, il Concordia doveva stare al largo»

Corriere della sera

Ricostruzione animata sugli ultimi movimenti della nave


WASHINGTON – Sull’ottimo sito www.gcaptain.com c’è una ricostruzione animata dell’incidente della Concordia. Autore e voce narrante è il capitano John Konrad. L’esperto americano premette che una valutazione definitiva si avrà solo dopo l’analisi della «scatola nera» ma intanto, in base ai dati registrati dal sistema Ais (segnala movimenti e altri parametri) è possibile fissare alcuni punti. Risulta evidente come la Concordia si avvicini al Giglio ad una velocità di 15 nodi, mantenendosi inizialmente alla distanza di un miglio circa. Poi però accosta sempre di più all’isola.


DOVE STARE AL LARGO - Konrad precisa: doveva restare al largo e, soprattutto, ridurre la velocità. Il comandante Schettino, invece, prosegue sempre a 15 nodi. Davanti a lui ci sono gli scogli. C’è un momento (video a 5.13) dove il capitano potrebbe ancora evitare il disastro: dovrebbe rallentare e virare. Non lo fa. E poco dopo avviene l’urto. La velocità della Concordia si riduce rapidamente, i suoi motori sono «andati». E’ una fase critica che avrebbe dovuto spingere il comandante a dare l’allarme e chiedere aiuto. Invece prende tempo, ha contatti con la Costa ma soprattutto non rivela alla autorità portuali l’entità dei danni riportati.

Guido Olimpio
twitter @guidoolimpio golimpio@rcs.it

Stato immobile e sprecone: lascia 5 miliardi all'estero

Libero

Ottanta accordi internazionali potrebbero permettere recupero di parte delle imposte versate dagli investitori. Nessuno fa niente




Un tesoretto dimenticato - stimato in oltre 5 miliardi l’anno - nelle casse del fisco. Letteralmente regalato al fisco dei Paesi dove i risparmiatori italiani investono. È un problema di doppia imposizione, uno dei problemi a dire il vero (l’altro è quello relativo alla doppia tassa applicata ai beni ereditati), problema che  decurta i dividendi.

Una prima volta nel Paese in cui si è investito e un’altra in quello dove si fa la dichiarazione dei proventi.  In teoria gli oltre 80 accordi bilaterali che l’Italia ha sottoscritto con altrettanti Paesi dovrebbero evitare agli investitori nostrani di pagare due volte. In pratica, però, il meccanismo non prevede un automatismo e quindi se non si fa domanda - e la procedura non è  semplice - per recuperare quanto si è pagato in più, la differenza di tasse rimane nei forzieri fiscali del Paese dove ha sede fiscale la società sulla quale si è scelto di “scommettere”.

Morale: secondo una multinazionale  americana che recuperando parte di queste doppie tasse ha fatto affari d’oro fin dal 1992 (la Globaltax), a livello mondiale ogni anno finiscono per perdersi «centinaia di miliardi di dollari proprio a causa del meccanismo della doppia imposizione».


Un esempio pratico aiuta a districarsi nella selva di norme e regolamenti diversi a seconda del Paese. Se si investe in Svizzera, o meglio in un’azienda con sede fiscale tra i Cantoni, la tassazione sui rendimenti o sul dividendo applicata sarà  del 35%. Una volta staccato il dividendo il fisco elvetico applica la tassa di competenza (il 35% appunto). Ma non basta. Perché come al cliente italiano arriva l’interesse sull’investimento lo Stato italiano applica la propria di tassa (che fino al 31 dicembre era del 12,5% lievitata dal 1 gennaio al 20%). Insomma, al povero investitore tocca oggi pagare una prima volta in Svizzera (o a secondo dell’aliquota vigente nel Paese d’investimento) e poi una seconda appena varcato il confine fiscale (in Italia).


In teoria l’Italia proprio per evitare di far pagare due volte le tasse sul medesimo rendimento ha sottoscritto accordi bilaterali che prevedono generalmente per gli investitori un’aliquota a forfait del 15% sui dividendi (che scende al 10% sugli interessi delle obbligazioni di società). Quindi, nel caso della Svizzera, l’italiano potrebbe recuperare un dignitoso 20%. Peccato che la procedura sia molto complessa (tanto da coinvolge anche l’Agenzia delle Entrate) e che spesso neppure le grandi banche siano in grado di assistere il cliente. Morale: i rimborsi richiesti superano a stento solo il 10% del totale fiscale prelevato nei Paesi stranieri.



All’Abi, l’Associazione bancaria italiana,  sono consapevoli del problema e le grandi banche si stanno attivando per vedere di recuperare capitali. Forse, però, sarebbe opportuno rendere automatico (e magari telematico) il sistema di richiesta. Cinque miliardi l’anno, per almeno tre anni  (termine medio per la prescrizione) fa la bella cifra di 15 miliardi. Che tornerebbero sui conti correnti degli investitori e porterebbero denaro fresco a tutto il sistema bancario e all’intero sistema Paese. Però servirebbe un intervento legislativo ad hoc. Sempre che la doppia imposizione fiscale interessi a qualcuno.

A Bruxelles, almeno in materia di beni all’estero, si sta provvedendo. A fine dicembre è stato adottato un pacchetto sulla doppia imposta di successione. Si era arrivati al paradosso di dover vendere il bene ereditato per poter pagare le due diverse tasse. Per il momento è partita la “discussione”   tra gli Stati membri. Bisognerà vedere se anche in materia d’investimenti e doppia imposizione l’Italia vorrà  rivedere l’impianto normativo. Pagare le tasse è giusto, ma due volte forse è un po’ troppo.


di Antonio Castro
20/01/2012




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Lourdes, via le piscine dal luogo del miracolo

La Stampa

Spostate oltre il fiume. Il vescovo: "Non è un sacrilegio"



ALBERTO MATTIOLI
corrispondente da parigi



La decisione è presa: «traslocheranno» le piscine di Lourdes, alimentate dall’acqua della fonte miracolosa di Bernadette. Saranno spostate di qualche decina di metri. Di fronte al probabile sconcerto dei pellegrini, monsignor Jacques Perrier, vescovo di Tarbes e Lourdes, mette già le mani avanti: «Non è un sacrilegio». Se lo dice lui sarà senz’altro vero, ma di certo è un’importante novità nella geografia del santuario più famoso di Francia e forse del mondo.

Dagli Anni 50 le piscine dove si bagnano i pellegrini sono ospitate in un brutto edificio di cemento che costituisce il prolungamento della grotta di Massabielle. Adesso verranno spostate dall’altra parte del Gave, il fiume che attraversa l’area del santuario, insomma nella «prairie», il grande prato di fronte alla grotta. La nuova struttura dovrebbe essere pronta per il 2014 e costare quattro milioni di euro, tutti donati dai fedeli. Per fare le cose, diciamo così, come Dio comanda, la Diocesi ha bandito un concorso cui partecipano cinque studi d’architettura, due di Parigi, uno di Lione, uno di Grenoble e uno di Pau. Consegna dei primi disegni entro la fine di aprile.

La decisione è stata confermata ieri l’altro, in una data molto importante per Lourdes. Era infatti il 150˚ anniversario del 18 gennaio 1862, il giorno in cui il vescovo di allora, Bertrand-Sévère Laurence, riconobbe ufficialmente che per la Chiesa la Madonna era davvero apparsa, tre anni e undici mesi prima, a Bernadette Soubirous, ripetendo poi le apparizioni per altre diciassette volte. Nomen omen, il vescovo Sévère aveva indagato per quasi quattro anni per stabilire che non si trattasse, parole sue, di «superstizioni, giochi di prestigio o sistemi per ingannare». Peraltro il suo successore di oggi anche in questa occasione ha tenuto a ricordare che l’autenticità delle apparizioni mariane «non è un articolo di fede» cui il cattolico è tenuto a credere, ma è solo «altamente credibile e raccomandata dalla Chiesa», a conferma ancora una volta che, di tutte le virtù, quella più amata dalla Chiesa è la prudenza.

Con l’occasione, monsignor Perrier ha confermato che saranno costruite le nuove piscine e dismesse quelle attuali che, ha spiegato, hanno vizi capitali. Primo: impediscono una «preparazione corretta» alle abluzioni, dato che la zona d’attesa è «poco propizia alla meditazione». Secondo: non ci sono cabine individuali dove spogliarsi prima di immergersi in una delle diciassette vasche. Terzo: le piscine rischiano la «saturazione».

E poi l’autorità ecclesiastica vuole che si torni al semplice gesto di lavarsi e bere, perché «mai la Vergine ha domandato di bagnarsi ma solo di bere dell’acqua e di lavarsi alla sorgente apparsa in questo luogo». La nuova struttura sarà un sistema di vasche, alcune delle quali a livello del suolo perché i pellegrini possano entrarci stando in ginocchio. Per ulteriori dettagli, bisognerà aspettare che gli architetti facciano i loro lavoro. In compenso, il nuovo complesso è già stato battezzato: «Siloe», come la piscina evangelica dove Cristo ridiede la vista a un cieco.

Gli inconvenienti delle piscine attuali fanno sì che, su circa sei milioni di pellegrini all’anno, soltanto 400 mila, dunque meno del 10%, ci si immergano. Per il resto, i pellegrinaggi a Lourdes non conoscono la crisi e, se oltre che le agenzie di viaggio, se ne occupassero anche quelle di notazione, niente toglierebbe loro una tripla A con prospettiva stabile. Per il 2012, sono attesi circa 500 pellegrinaggi ufficiali in arrivo da 70 paesi e i 52 ettari del santuario ospiteranno almeno 450 processioni. Tra fontane, rubinetti e piscine, ogni anno sono consumati più di 10 mila metri cubi d’acqua della fonte miracolosa e bruciate 700 tonnellate di ceri.

Poi, certo, c’è la questione delle guarigioni miracolose. Dal 1884, di inspiegabili se ne sono registrate più di settemila, ma la percentuale di quelle ufficialmente riconosciute «miracolose» dalla Chiesa è bassissima: meno dell’1%. In altri termini: i miracolati veri, certificati, in un secolo e mezzo di culto mariano a Lourdes sono esattamente 67.



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Invalidità civile, tra nuove regole e vecchi disagi

Corriere della sera

In vigore dal 1° gennaio l'iter per i ricorsi: dovrebbe limitare i contenziosi. Sono 300 mila le cause pendenti contro l'Inps



MILANO - Nuove regole dal primo gennaio per i ricorsi in materia di invalidità civile, cecità e sordità civile, handicap e disabilità, pensioni di inabilità e assegni di invalidità. In pratica, se un cittadino vuole opporsi a un verbale dell’Inps e contestare, per esempio, il mancato riconoscimento dell’invalidità o la revoca di una provvidenza, non può più fare direttamente causa, ma è obbligato a presentare un’istanza di «Accertamento tecnico preventivo» (Atp) e depositarla presso la cancelleria del Tribunale di residenza. Lo prevede all’art. 38 la legge n. 111/2011: l'introduzione nel codice di procedura civile dell'art. 445 bis disciplina l’Atp obbligatorio per questo tipo di controversie.

SOLUZIONE AMICHEVOLE L’intento del legislatore è ridurre i contenziosi favorendo una soluzione amichevole tra le parti, con un iter più rapido. Ma le associazioni dei disabili temono che possano ridursi le garanzie per far valere i propri diritti, non di rado messi a rischio da procedure burocratiche e farraginose, come segnala la campagna «Sono un V.I.P. - Very Invalid Person», avviata lo scorso maggio da Cittadinanzattiva, cui hanno aderito oltre 140 associazioni.

«Ogni anno riceviamo circa 150 mila ricorsi giudiziari di invalidità civile e pensionabile – afferma Massimo Piccioni, responsabile del Coordinamento generale medico legale dell’Inps - . Il problema è che il contenzioso giudiziario medico-legale INPS, soprattutto quello di invalidità civile, è concentrato per l’80% in alcune regioni centro-meridionali e per un terzo nella sola Campania. Con il tempo si è andato accumulando nei tribunali un arretrato di oltre 300 mila cause giudiziarie di tipo sanitario INPS. Oggi i cittadini devono attendere anche due anni per una sentenza di primo grado».

LA PROCEDURA Ma in che consiste la nuova procedura? Dopo la richiesta dell’Accertamento tecnico preventivo da parte del cittadino, «il Giudice provvede a far effettuare subito la consulenza, nominando un medico iscritto all’albo dei periti del Tribunale che dovrà esprimersi sulla sussistenza dei requisiti medico-legali dell’invalidità - chiarisce Piccioni - . Le sue conclusioni, qualora siano accettate dalle parti, sono omologate con un decreto dal Giudice ed hanno quindi immediata efficacia legale. Se invece una delle parti non accetta l’esito del perito, dovrà farsi carico di promuovere la causa giudiziaria che verrà espletata secondo il consueto iter procedurale».

SVANTAGGI - Il decreto del giudice è inappellabile, cioè non si possono più presentare ricorsi. «Viene eliminato il secondo grado di giudizio presso la Corte d’Appello - sottolinea Carlo Giacobini, direttore di Handylex, servizio legislativo della Uildm, l’Unione italiana lotta alla distrofia muscolare -. L’invalidità civile diventa l’unico caso in cui non è possibile opporsi alla decisione del giudice. È vero che i procedimenti potrebbero essere più veloci ma anche più sbilanciati a scapito dei cittadini che avranno garanzie inferiori: per loro sarà più svantaggioso presentare ricorsi – fa notare Giacobini - . Col nuovo iter diventa centrale il ruolo dei consulenti tecnici del Tribunale.

Non è previsto che quelli inseriti nell’ apposito elenco siano medici legali o specialisti nella malattia da esaminare. Il giudice sceglie di solito il primo medico disponibile: potrebbe essere un dermatologo che è chiamato a valutare, per esempio, casi di distrofia o lesione spinale. Inoltre, se si vuole contestare la perizia del consulente nominato dal giudice, occorre scegliersi, pagando, un proprio perito ma anche un avvocato». Per evitare il sovraccarico di lavoro nei tribunali, sostiene Giacobini: «Si poteva forse potenziare le istanze di riesame, cioè la possibilità per il cittadino di richiedere all’Inps di rivedere il proprio caso in modo da evitare il contenzioso».

CRITERI RESTRITTIVI - L’alto numero di ricorsi davanti al giudice da parte dei cittadini e l’elevata percentuale di loro accoglimenti da parte della magistratura (in circa la metà dei casi) si spiega «anche con l’aumento nel 2010 del numero di provvidenze respinte dall’Inps (più 22,1% rispetto al 2009), in seguito ai criteri restrittivi per l’assegnazione della percentuale d’invalidità e accompagnamento, misure che invece erano state bocciate dal Parlamento - afferma Tonino Aceti, responsabile del Coordinamento nazionale delle Associazioni dei Malati Cronici e della Campagna “Sono un VIP”, cioè una persona con vera invalidità - . Dalla relazione di novembre della Corte dei Conti risulta che nel 2010 sono state circa 536 mila le domande arrivate, 434 mila quelle erogate, 55.600 quelle respinte».

VERIFICHE E ABUSI - Un altro aspetto critico per i cittadini è rappresentato dai piani straordinari di verifica delle invalidità civili precedentemente concesse. «Non vogliamo difendere gli “imbroglioni” – sottolinea Aceti - ma non si può sparare nel mucchio creando difficoltà a chi, proprio per la sua condizione fisica o psicofisica, necessita di queste indennità per vivere. Il numero delle indennità non confermate è molto esiguo: si attesta intorno al 10% nel 2010. I risparmi per le casse dello Stato derivanti dai programmi di verifica, quindi, non sono così ingenti come s’ipotizzava. E comunque le verifiche devono essere effettuate rispettando le regole - continua Aceti -. Per questo abbiamo chiesto alla commissione Sanità del Senato un’indagine sulle procedure. Dovrebbe essere avviata a breve».

DIRITTI NEGATI - Sono molte, purtroppo, le storie di abusi segnalati. Per esempio, «coloro che hanno una vera invalidità possono essere chiamati a ripetute visite solo perché manca il medico dell’Inps nella commissione medica dell’Asl – dice Aceti - . Sempre secondo i dati della Corte dei conti, nel 2010 il loro tasso di presenza è stato intorno al 46%: in meno di un caso su due, quindi, nonostante la normativa lo preveda». Capita anche che persone con invalidità permanente siano sottoposti a visita di verifica sebbene siano esonerate perché non possono migliorare, come prevede la legge n. 80 del 2006 . Nel frattempo possono essere sospesi assegno di invalidità e indennità di accompagnamento. «Tra le tante segnalazioni ricevute – riferisce Aceti - c’è quella di Parent Project: l’Inps ha convocato per la visita un bambino di 5 anni, con distrofia muscolare di Duchenne (patologia cronica e irreversibile), titolare di indennità di accompagnamento. In quanto minorenne, doveva essere esonerato dall’iter previsto dal piano straordinario sulle invalidità civili, ma il referente della sede Inps, al quale i genitori si sono rivolti per chiedere spiegazioni, ha ribadito che il piccolo doveva farla la visita di verifica».

CONTROLLI NONOSTANTE UNA SENTENZA - Ad essere sottoposto a continui e reiterati controlli, nonostante una sentenza del giudice a lui favorevole, è anche Giuseppe Sannino, presidente dell’Associazione Nazionale Diversamente Abili. «Da piccolo ho avuto la poliomelite e, col passare degli anni, la mia disabilità si è aggravata - racconta - . Così nel 2002 l’Inps mi ha riconosciuto l’invalidità al 100% e l’accompagnamento». Confermati da visite di controllo sia nel 2003 che nel 2004. «Nel 2008 sono chiamato di nuovo a verifica dall’Inps come se, a 60 anni, la mia patologia potesse migliorare - continua il presidente di ANIDA - . La percentuale di invalidità viene ridotta all’80% e revocato l’accompagnamento». Sannino fa ricorso al giudice: a ottobre 2010 una sentenza di primo grado stabilisce che è invalido al 100% e quindi ha diritto a quell’indennità.

VESSAZIONI - Ma non è finita. L’Inps presenta appello e chiede la sospensione degli emolumenti previsti, richiesta respinta dalla Corte di Appello di Napoli, che fissa l’udienza a giugno 2015. «Nel frattempo l’INPS mi richiama a visita il 18 novembre scorso – dice Sannino - . Erano presenti solo due medici dell’Istituto. Il 23 dicembre arriva la raccomandata: invalidità di nuovo ridotta all’80%. Lo ritengo un comportamento vessatorio: l’Inps non tiene conto delle sentenze della magistratura? La verifica per scovare i falsi invalidi è ormai diventata una revisione generale delle invalidità, in barba alle regole e ai diritti delle persone disabili», conclude. La battaglia continua.



Maria Giovanna Faiella
20 gennaio 2012



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Il Romanino di Brera resta negli Usa

Il Giorno

La corte: ha ragione la famiglia ebrea. Il dipinto della pinacoteca rivendicato come bottino nazista




Milano, 20 gennaio 2012



Si allontana la prospettiva di veder tornare dall’America il Romanino conteso tra la Pinacoteca di Brera e gli eredi di Federico Gentili di Giuseppe, un ingegnere ebreo la cui collezione fu messa all’asta dal governo collaborazionista di Vichy. Il 3 gennaio scorso una corte federale della Florida avrebbe dato ragione a Lionel Salem, il nipote del collezionista, che ne aveva già chiesto a Brera la restituzione nel 2000 insieme a un altro quadro del Civerchio, dopo aver recuperato altri cinque dipinti dal Louvre.


Ne dà notizia un’artista newyorkese, Laura Gilbert, sul suo blog. Aggiungendo che «né Brera né il governo italiano, che la possiede, hanno risposto al ricorso del governo Usa, e la corte ha pronunciato un giudizio a loro sfavorevole».


A Brera la sovrintendente Sandrina Bandera rispetta il silenzio stampa invocato a protezione di una «trattativa delicatissima». La Pinacoteca, comunque, era uscita dalla partita già nelle prime ore: a trattare con gli eredi di Giuseppe, prima, e scontrarsi in tribunale col governo Usa, poi, è il Ministero dei Beni culturali. Dal quale ieri non siamo riusciti a ottenere smentite o conferme: la funzionaria che ha seguito la vicenda demanda ogni chiarimento alla direttrice generale per il paesaggio, le belle arti, l’architettura e l’arte contemporanea, che era fuori per servizio. E ha da poco sostituito, ad interim, la sua predecessora, promossa dal ministro Lorenzo Ornaghi a segretario generale del Ministero.


Il «Cristo portacroce trascinato da un manigoldo» dipinto dal Romanino nel 1538 era partito in marzo insieme ad altre 49 opere del barocco lombardo per una mostra al Mary Brogan Museum di Tallahassee, Florida. Il 21 luglio, all’indomani della proroga dell’esposizione fino al 4 settembre, un procuratore ne aveva bloccato il rientro a causa del contenzioso internazionale. Il museo di Tallahassee ha pagato caro il clamore generato dalla vicenda, nonostante la presenza del capolavoro gli avesse procurato un boom di visitatori. La direttrice Chucha Barber si è dimessa a metà dicembre, e il Brogan chiuderà il 15 gennaio per una ristrutturazione che lo riporterà a museo della scienza e della tecnologia. Basta, con l’arte.


Il Romanino era già sparito dalle sue pareti il 4 novembre, sequestrato e trasferito in una località segreta dalla polizia doganale americana «per proteggerlo in attesa che ne sia accertata la proprietà», a seguito della rottura delle trattative. A quel punto il governo Usa si era già convinto che il «Cristo» appartenga alla collezione confiscata dell’ingegnere, fuggito dall’Italia per le leggi razziali e morto a Parigi un mese prima dell’invasione nazista.
giulia.bonezzi@ilgiorno.net






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Il secondo più lungo della terra

La Stampa


PIERO BIANUCCI


Non è la Guerra del Tempo ma la guerra dei tempi: quello misurato dalla cara vecchia rotazione della Terra e quello misurato dagli orologi atomici. Il primo è lievemente irregolare, il secondo è di gran lunga più stabile e preciso. La questione che si pone è: usare l’uno o l’altro?

Il mondo non va d’accordo, manco a dirlo, neppure sugli orologi. Finora si è adottato un compromesso.

Ogni tanto, cioè ogni uno o due anni, quando il tempo segnato dalla rotazione terrestre restava indietro di più di un secondo rispetto agli orologi atomici, si aggiungeva il secondo mancante mettendo forzatamente d’accordo Natura e Tecnologia. Un po’ come, per far quadrare gli anni con il moto della Terra intorno al Sole, si sono inventati gli anni bisestili con un giorno in più. Ma ora si litiga sul compromesso. Gli Stati Uniti vogliono abolire il «secondo intercalare». Adottiamo il tempo atomico – dicono – e non se ne parli più. Invece Gran Bretagna, Canada, Cina e la maggior parte degli altri Paesi difendono il compromesso tuttora vigente.

La disputa, che si trascina da anni, va allo scontro finale. Il 30 giugno le 70 nazioni che compongono la Commissione Telecomunicazioni, organismo dell’Onu con sede a Ginevra, dovranno prendere una decisione: mantenere o abolire il secondo aggiuntivo. Cioè fermare o non fermare per un secondo tutti gli orologi del mondo.

Non è un problema come il sesso degli angeli. Quel secondo ha conseguenze importanti. Stando agli esperti degli Stati Uniti, infilare ogni tanto un secondo in più è una operazione carica di rischi. I computer, le reti di telecomunicazione (a cominciare da Internet), le reti elettriche, i satelliti GPS sono sincronizzati sull’ora atomica. Intervenire con il secondo intercalare significherebbe mettere a rischio l’intero sistema. In effetti, su ognuno dei 30 satelliti GPS sono imbarcati orologi atomici perché le misure di distanza sono oggi in pratica misure di tempo basate sulla velocità della luce. I GPS, quindi, devono funzionare con la precisione dei miliardesimi di secondo, altrimenti con il vostro navigatore non arrivereste davanti al portone di casa del vostro amico ma a chilometri di distanza.

I Paesi che si oppongono ad adottare esclusivamente l’ora atomica fanno invece un ragionamento di buon senso: dopo tutto la vita umana è scandita dall’alternanza giorno/notte, cioè dalla rotazione della Terra. Questo, quindi, deve essere il vero riferimento, e pazienza se non è precisa come gli orologi atomici. Abolendo il secondo intercalare, tra decine di migliaia di anni si potrebbe arrivare al paradosso che il Sole brilla di notte e a mezzogiorno è buio. D’altra parte, se dagli Anni Sessanta del secolo scorso ad oggi per più di trenta volte si è aggiunto il famoso secondo per compensare il rallentamento della Terra e non è successa nessuna catastrofe né informatica né alle reti di telecomunicazione né ai sistemi di navigazione satellitare, è chiaro che un pericolo grave non c’è. Semplicemente, quando si ferma artificialmente la lancetta, ciò deve avvenire anche sui satelliti GPS.

Ribattono gli Stati Uniti che comunque il rischio sussiste, mentre lo sfasamento giorno/notte è un problema che si porrà tra un sacco di tempo.

In realtà dietro tutta la faccenda c’è anche un po’ di lotta di potere. La Gran Bretagna difende l’ora della Terra perché il riferimento è, alla fin fine, lo storico meridiano di Greenwich, che si impose su altri possibili riferimenti (concorreva, per esempio, anche Parigi) solo perché Sua Maestà stava anche a capo del più grande impero mondiale. Gli Stati Uniti, facendo passare l’ora atomica difesa dal Naval Observatory di Washington, instaurerebbero un loro imperialismo di carattere tecnologico-culturale.

Il rallentamento della Terra è dovuto all’attrito delle maree, e quindi è abbastanza costante. Talvolta però spostamenti di grandi masse d’aria o di magma e rocce nelle profondità del pianeta causano piccole irregolarità. Gli orologi atomici non sono soggetti a questi malumori. In essi scandisce il tempo in modo inesorabile lo strato esterno degli elettroni dell’atomo di cesio: 9 miliardi 192 milioni 631 mila 770 oscillazioni al secondo, non una di più né una di meno. Tanto che attualmente i migliori orologi atomici scarterebbero di un secondo in 30 milioni di anni.

Dunque: Terra o atomi? Fate voi. Tanto in ogni caso vi capiterà di arrivare in ritardo




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Dopo 50 giorni senza cibo, muore dissidente cubano

Corriere della sera

Il 31enne Wilmar Villar faceva lo sciopero della fame contro una condanna a 4 anni di carcere



Il dissidente cubano, Wilmar VillarIl dissidente cubano, Wilmar Villar

MILANO - Il dissidente politico cubano, Wilmar Villar, di 31 anni, è morto giovedì in un ospedale di Santiago di Cuba dopo 50 giorni di sciopero della fame. Lo ha annunciato un esponente dell'opposizione cubana, Elizardo Sanchez. Villar aveva smesso di alimentarsi per protestare contro una condanna di quattro anni di prigione pronunciata il 24 novembre scorso dal tribunale, ha precisato Sanchez, che guida la Commissione cubana per i diritti dell'uomo e per la riconciliazione nazionale, organizzazione illegale ma tollerata dalle autorità locali.

TERAPIA INTENSIVA - Le condizioni di salute di Villar si erano lentamente deteriorate negli ultimi giorni e l'uomo era stato ricoverato in terapia intensiva all'ospedale di Santiago di Cuba. La Commissione cubana per i diritti umani «considera che la responsabilità morale, politica e giuridica della morte di Villar sia del governo cubano». Lo ha affermato Sanchez, per il quale si è trattato di «una morte evitabile».
Villar apparteneva dallo scorso settembre a un gruppo chiamato Unione Patriottica di Cuba, un'organizzazione nata a metà del 2011, illegale ma tollerata dalle autorità. Il 31enne era stato arrestato il 14 novembre mentre partecipava a una protesta e, dopo aver smesso di mangiare in prigione, le sue condizioni erano peggiorate lentamente. Si tratta della seconda morte di un prigioniero politico, dopo quella di Orlando Zapata, deceduto nel 2010 dopo un digiuno di 85 giorni.

Redazione Online

20 gennaio 2012 | 8:22




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