sabato 21 gennaio 2012

Bergamo, nel comune leghista c'è un assessore nigeriano

Libero

Il sindaco padano di Spirano, famoso per la doppia carta intestata in italiano e lumbard, ha affidato i servizi sociali a Tony Iwobi





I servizi sociali affidati a un assessore di origini nigeriane. La decisione non stupirebbe granchè, se non fosse stata presa dalla giunta monocolore leghista di un paesino del Bergamasco. A Spirano - poco più di 5mila abitanti - il 'padano' Giovanni Malanchini è sindaco dal 2009 e, in questi due anni e mezzo, si è distinto più che altro per iniziative come l'attivazione di una segreteria telefonica in dialetto per gli uffici comunali, la carta intestata in italiano e bergamasco, le strisce pedonali verdi e, solo pochi giorni fa, l'inaugurazione di un monumento alle vittime dell'11 settembre con frasi di Oriana Fallaci.

Ora la decisione di nominare Tony Iwobi, 57 anni, nigeriano d’origine, assessore ai Servizi sociali. In realtà, Iwobi è al terzo mandato come consigliere comunale del Carroccio (presidente la Commissione cultura in Consiglio) ed è in Lega da almeno 19 anni. Residente a Spirano da 35 anni, è sposato con una bergamasca. "Sono diventato leghista perchè venivo da un Paese federalista e mi piaceva quell'idea", racconta. "Poi ho trovato molti amici con cui condividere le stesse idee. Una volta ero supercontrollato, la polizia veniva a casa mia due volte alla settimana, oggi che fine hanno fatto questi controlli?

Chiaro che poi non è giusto arrivare in Italia come fanno ora, questa è un’altra faccia dello schiavismo".   Non si tratta del primo caso di questo tipo in Lega. Molto attiva, nel partito, è per esempio Sandy Cane, sindaco di colore di Viggiù, nel Varesotto. Sempre in provincia di Varese, a Malnate, la sezione locale del partito è coordinata da Hajer Fezzani, 39enne di origini tunisine (molto fotografata, in occasione dell’inaugurazione della nuova sede, nel marzo scorso, insieme all’allora ministro dell’Interno, Roberto Maroni).

21/01/2012




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Cermis, il pilota confessa

L'espresso

di Gianluca Di Feo


Il 3 febbraio di 14 anni fa un aereo militare Usa spezzò il cavo di una funivia uccidendo 20 persone. Ora uno dei marine che erano ai comandi ammette che quel volo era una sorta di gita per divertirsi. E che subito prima dell'incidente stava facendo riprese panoramiche con la sua videocamera. In un nastro distrutto il giorno dopo
(20 gennaio 2012)


Joseph Schweitzer


Joseph Schweitzer
Ridevano e filmavano le montagne, il «paesaggio splendido» del lago di Garda. Mentre il loro aereo violava le regole, volando troppo basso e troppo veloce, loro giravano un video ricordo delle Alpi: un souvenir per il pilota, all'ultima missione prima di tornare negli Stati Uniti. E poco dopo sono andati a tranciare la funivia del Cermis, uccidendo venti persone.



E' questa l'agghiacciante ricostruzione del dramma di Cavalese, realizzata da un'inchiesta di National Geographic grazie alla testimonianza inedita dei protagonisti: gli investigatori americani che tentarono invano di far condannare i responsabili. E il navigatore dell'aereo assassino, che per la prima volta parla e descrive quel video turistico distrutto per impedire che si arrivasse alla verità: «Ho bruciato la cassetta. Non volevo che alla Cnn andasse in onda il mio sorriso e poi il sangue delle vittime».



Giustizia non c'è stata, sepolta dalla ragione di Stato. Di quei venti uomini, donne e ragazzi morti mentre andavano a sciare per una folle esercitazione bellica non è importato a nessuno. Le autorità americane non hanno fatto nulla per punire i responsabili del volo che il 3 febbraio 1998 ha tranciato la funivia di Cavalese facendo precipitare nel vuoto una cabina piena di sciatori. La loro unica preoccupazione era tenere alto l'onore dei Marines, a cui apparteneva l'equipaggio, e sopire le attenzioni italiane per evitare di perdere la base di Aviano. Ma che l'assoluzione del pilota sia una vergogna adesso lo dicono apertamente anche gli investigatori militari statunitensi che aprirono l'istuttoria, poi estromessi dal corpo militare più famoso del mondo: «Non c'è stata giustizia».

Il documentario di National Geographic, che andrà in onda il 31 gennaio alle 21.25 sul canale 403 di Sky, fa luce su tutti i punti oscuri della tragedia. E da forza a un sospetto: il jet volava così in basso per girare un video ricordo. Non c'era nessuna giustificazione operativa o tecnica che giustificasse la scelta di violare i limiti di quota e di velocità. A ricostruire la spedizione è un detective del Naval investigative criminal service: il reparto federale che indaga sui crimini della Marina statunitense reso celebre dalla serie televisiva Ncis. Fu Mark Fallon a scoprire quello che l'equipaggio aveva taciuto. Dopo l'atterraggio d'emergenza gli ufficiali consegnarono una piccola telecamera portatile con dentro un nastro vuoto. Perché portarla a bordo se non è stata usata? Tra i sedili, l'investigatore ha trovato un frammento di cellophane, parte della bustina che avvolge le videocassette vergini.

Solo sei mesi dopo la strage, i due tecnici di bordo - dietro la garanzia dell'immunità - hanno raccontato che al momento dell'atterraggio di emergenza i due ufficiali non hanno abbandonato subito l'aereo, nonostante perdesse fiotti di carburante. E allora comandante e navigatore hanno confessato di essere rimasti sul jet per sostituire il nastro girato durante il volo con una cassetta vergine. Il giorno dopo il documento è stato bruciato. Cosa conteneva? «Avevo ripreso le Alpi e il lago di Garda, filmando il comandante Richard Ashby. Poi l'ho rivolta verso di me e ho sorriso», ricorda l'ormai ex capitano Joseph Schweitzer: «L'ho fatto perché non volevo che alla Cnn si vedesse il mio sorriso e poi il sangue».

I responsabili hanno dichiarato che le riprese non hanno influenzato la condotta della missione letale: la quota troppo bassa dipendeva da un malfunzionamento dell'altimetro, l'apparecchio che indica l'altezza dal suolo. Ma il detective del Ncis Fallon, oggi anche lui in pensione, non gli crede: ha verificato che il sistema era a posto. E ha ripercorso il tragitto del velivolo, interrogando le persone che lo videro passare: nonostante spesso avessero notato i jet, mai avevano assistito a un volo così vicino al suolo. Ma a Fallon e il suo staff federale venne tolta la direzione dell'indagine, affidata a una commissione dei Marines incaricata di condurre un'istruttoria sotto segreto. Nella storia statunitense non era mai accaduto prima.




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Vigile ucciso, centinaia di persone per i funerali in Duomo

Corriere della sera

Ultimo saluto a Nicolò Savarino. Ad officiare, monsignor Erminio De Scalzi, vicario episcopale del cardinale Angelo Scola

 

MILANO - Il picchetto e il saluto militare, poi l'applauso dI centinaia di cittadini che affollano piazza del Duomo. La salma di Nicolò Savarino, il 42enne vigile urbano investito e ucciso il 12 gennaio scorso a Milano, è giunta al Duomo per la cerimonia funebre officiata da monsignor Erminio De Scalzi, vicario episcopale del cardinale Angelo Scola per la città di Milano. La cattedrale è gremita e sono presenti le massime autorità civili e militari locali. Tra la folla, il sindaco Pisapia, il questore Marangoni, il prefetto Lombardi, il capo dei Carabinieri, l'assessore Maran, il presidente del Consiglio regionale Boni. Il feretro è arrivato in Duomo dalla camera ardente che si è chiusa sabato mattina nel Comando generale della polizia municipale con un breve corteo aperto da sei vigili in biciletta e composto da un centinaio di colleghi si Savarino. Dopo aver attraversato il sagrato dove erano presenti i rappresentanti di tutte le forze di polizia, il feretro è entrato nella cattedrale accolto da un lungo e caloroso applauso. «Il criminale sarà consegnato alla giustizia degli umani, ma quella divina sarà ancora più severa», ha detto monsignor De Scalzi.


I funerali in Duomo

IL SALUTO - Al termine del funerale il feretro di Nicolò Savarino è stato salutato da un lungo applauso accompagnato da alcuni fischietti degli agenti della Polizia locale. Nella sua omelia, monsignor De Scalzi ha ricordato che «tutti noi abbiamo molto da imparare dal dono della vita di Nicolò, vigile di quartiere». Ha parlato di «un gesto criminale» che ha provocato «un dolore grande e incomprensibile». «Nicolò - ha detto il vescovo nella sua omelia - con dignità, indossava una divisa particolare, quella del vigile di Milano. Non la portava sentendosi sopra agli altri cittadini, ma al servizio di essi: questo ha fatto di lui una persona comune, ma non una persona qualunque. L'ha dimostrato fino in fondo, intervenendo in difesa di chi era in difficoltà, in quella circostanza che poi lo ha portato alla morte». La salma verrà portata in Sicilia, a Campobello di Licata, paese di cui era originario.

IL SINDACO - «Milano si è stretta attorno a Nicolò, il nostro vigile; tutta la città si è commossa e personalmente ho voluto testimoniare la mia vicinanza e quella della comunità milanese alla famiglia, alla quale vogliamo fare sentire tutto il nostro affetto», ha detto il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia. «L'impegno del Comune - ha aggiunto il sindaco - è quello di onorare il suo lavoro e quello di tutti i vigili milanesi che ogni giorno si adoperano per una Milano più sicura e vivibile. Questa mattina il Duomo di Milano si è riempito di tanti cittadini e agenti di Polizia Locale arrivati da tutta Italia, a dimostrazione che il dolore per quanto accaduto ha superato anche i confini della città»

Redazione Milano online21 gennaio 2012 | 17:23

Firmato nuovo patto tra Italia e Libia

Corriere della sera

Siglata la «Tripoli declaration» che sancisce l'amizia del nostro Paese con il nuovo governo libico post-regime


MILANO - Italia e Libia hanno firmato la «Tripoli declaration», nuovo patto che punta a «rafforzare amicizia e collaborazione nel quadro di una nuova cornice di rapporti bilaterali e multilaterali» sulla base dei cambiamenti avvenuti nel Paese. È quanto si legge nel nuovo accordo che disegna una nuova road map delle relazioni tra i due paesi. Sancita cooperazione economica, tecnica e scientifica fra i due Paesi. Previsto il varo di un sistema di accertamento di crediti e debiti reciproci.


MONTI - L'Italia vuole «essere in Libia» e vuole continuare «a farlo sempre di più» ha dichiarato il presidente del Consiglio Mario Monti, dopo l'incontro con il presidente del governo transitorio, Abdel Rahim al-Kib, ha parlato dei rapporti con la nuova Libia. «Lo spirito che animava le precedenti iniziative continuerà», ha detto «tenendo conto dei cambiamenti».

PREMIER LIBICO - L'Italia «è per noi un partner molto importante, ha avuto un ruolo primario» ed è «importante che i rapporti restino stretti: saranno forti» ha detto il premier del governo transitorio libico, Adbel Rahim al-Kib, spiegando che il nuovo governo Monti ha una «visione progredita nel capire i rapporti internazionali». Nonostante i profondi cambiamenti politico-sociali in corso in Libia dopo la caduta di Gheddafi, le nuove autorità provvisorie di Tripoli hanno «già accettato la richiesta di perdono» dell'Italia per il suo passato coloniale ha aggiunto Adbel Rahim al-Kib.

Redazione Online21 gennaio 2012 | 16:53

Dalla tomba del boss la verità sul caso Orlandi?

La Stampa

I magistrati ispezioneranno la cripta di Sant’Apollinare dove è sepolto De Pedis, il capo della Banda della Magliana. Pietro Orlandi: “Quella indegna sepoltura è il vero snodo dell’intreccio tra Stato, Chiesa e criminalità”



GIACOMO GALEAZZI
CITTÀ DEL VATICANO



Il portone sulla piazza è sbarrato. Dal cortile della Pontificia Università della Santa Croce gli studenti entrano alla spicciolata per l’adorazione eucaristica e il rettore della basilica, padre Pedro Huidobro ha appena indossato i paramenti sacri. E’ la prima volta in 29 anni che Pietro Orlandi mette piede nella chiesa che forse custodisce il segreto della scomparsa di sua sorella 14enne. Nella cripta è seppellito il boss della Banda della Magliana, Renatino De Pedis e la procura di Roma ha avuto dal Vicariato il «nulla osta» all’ispezione della tomba. E’ già stato prelevato il Dna a Pietro e agli altri familiari della cittadina vaticana svanita nel nulla proprio davanti alla basilica assegnata all’Opus Dei, a quattro passi dal Senato e da piazza Navona.

«La sepoltura del boss De Pedis in un luogo destinato a papi e cardinali ritengo sia il vero snodo dell'intreccio tra Chiesa, Stato e criminalità che 28 anni fa si è portato via mia sorella Emanuela», sostiene Pietro. Il procuratore reggente di Roma, Giancarlo Capaldo ha incontrato due volte il rettore di Sant’Apollinare ricevendone la piena disponibilità ad aprire il sepolcro al cui interno una segnalazione anonima colloca tracce di Emanuela. «Sono vicino a te e alla tua famiglia, per voi le porte di questa chiesa saranno sempre aperte», assicura padre Huidobro, che è anche medico legale, a Pietro Orlandi che oggi pomeriggio guiderà una manifestazione davanti alla basilica. «Anch’io come te desidero che la tomba venga aperta e che si faccia chiarezza sulla vicenda», aggiunge il rettore, esprimendo «rispetto e partecipazione nei confronti di persone che hanno tanto sofferto».

Sant’Apollinare è una chiesa con una storia tutta sua. Era la basilica annessa al Pontificio Istituto di studi giuridici, quattro secoli di storia gloriosa, uno dei principali centri di formazione del clero della città eterna: ne sono stati alunni di recente ben tre papi (Pacelli, Roncalli e Montini), anche il modernista Bonaiuti e un prete intellettuale di grande fama come De Luca. Tra gli anni 50 e 60 aveva sede lì anche una scuola cattolica, Sant'Apollinare, dove insegnarono docenti illustri come il latinista Giovanni D’Anna.

La scuola poi si trasferì in via Palestro e poi nella sede del Seminario Romano Minore a viale Vaticano. Pare che nell'edificio un ufficio fosse per anni riservato ad Oscar Luigi Scalfaro. Negli anni '70, durante le battaglie del referendum sul divorzio il Pontificio Istituto, che ospitava preti studenti e professori di varie università ecclesiastiche fu per caso sede di incontri con Adriana Zarri e Raniero La Valle, e per intervento del sostituto della Segreteria di Stato Benelli, fu in pratica chiuso con l'accusa di essere diventato un «covo di comunisti, e l'edificio divenne Sede del Circolo di San Pietro, dedito all'assistenza dei poveri. Stessa sorte per il sottostante Pontificio istituto di studi arabi che dovette traslocare a viale Trastevere. In seguito l'edificio fu, ed è fino ad oggi, gestito dall'Opus Dei.

Dopo la chiusura dell'istituto, nuovo rettore della Basilica fu per incarico del cardinale Poletti don Piero Vergari, pragmatico e abile, che nel suo apostolato nelle carceri era entrato in contatto anche con esponenti di spicco della mala romana. Tra i benefattori di don Vergari proprio De Pedis, e, quando egli finì vittima di un regolamento di conti, il rettore ottenne dal Vicariato per lui la sepoltura tra cardinali e principi nella cripta della basilica. Oggi don Vergari è tornato a Sigillo, nella natia Umbra. Una telefonata anonima alla trasmissione televisiva «Chi l'ha visto» aveva messo gli investigatori sulla pista di Sant’Apollinare: «Se volete sapere di più su Emanuela Orlandi guardate nella tomba di De Pedis». Tutto intorno voci mai confermate di pedofilia e omertà contro le quali la famiglia Orlandi non ha mai smesso di lottare.

«A Sant’Apollinare hanno dato indegna sepoltura al boss della banda della Magliana: il vero snodo dell’intreccio tra Stato italiano, Vaticano e criminalità è in quella tomba. Cosa aspettano ad aprirla?», chiede Pietro Orlandi, che ha incontrato il segretario papale, don Georg Gaenswein.Una petizione da 60mila firme è stata consegnata a Benedetto XVI e venti parlamentari invocano chiarezza su uno dei misteri della Repubblica. «Vogliamo sapere cosa è successo a Emanuela e non ci arrenderemo mai alla rassegnazione», ribadisce Pietro Orlandi al rettore Huidobro. L’abbraccio finale è una promessa: «La verità è un dovere».




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Adolescente chiede lo scontrino in una cartoleria e lo cacciano via

Il Messaggero

Il papà ha denunciato il titolare del negozio alla Guardia di Finanza: «Anche gli insulti»





di Antonio De Florio


ROMA - Francesco ha 16 anni ed è un piccolo marziano. Entra in un negozio di cartoleria e tabacchi, compra dei fogli protocollo per il compito di italiano e pretende lo scontrino fiscale. Probabilmente a casa o a scuola avrà sentito discorsi del genere «se tutti pagano le tasse, ne paghiamo meno», «chi vende in nero frega i concorrenti leali e lo stato».

Il negoziante dietro il bancone, sui quaranta anni,
alla timida richiesta del ragazzo, va su tutte le furie, quasi fosse un’offesa personale. «Vuoi lo scontrino fiscale? - attacca - Il registratore di cassa è rotto. Ecco i tuoi 50 centesimi e fuori dal negozio...». Gli ha appena strappato di mano i fogli. Non siamo a Cortina, ma al quartiere Trieste di Roma.

Il ragazzo esce dalla tabaccheria-cartoleria, fa pochi passi e chiama il papà con il telefonino. «È la seconda volta - spiega al genitore - che il tabaccaio dice di aver il registratore rotto e non dà lo scontrino. Mi ha cacciato fuori». «Vai a scuola, passo io dal negoziante...», dice il babbo conciliante. Il papà di Francesco ha superato i 50 anni, è stato ufficiale della guardia di finanza, lavora ora per la security di una grande impresa e va dal negoziante per avere spiegazioni.

«Scusi, sono il papà del ragazzo dei fogli protocollo
- dice - ma lei quando ha un guasto al registratore di cassa annota sul registro dei corrispettivi le entrate delle vendite?». Il tabaccaio raggiunto nel frattempo da un amico si irrigidisce subito. «Io non ho nessun registro dei corrispettivi - sbotta - lei faccia il padre, vada a tagliare i capelli a quel ragazzaccio. Anzi... mi dia il suo nome. Voglio querelarla...».

Esce da dietro il bancone e e si piazza davanti alla porta del negozio. Ci sono un paio di avventori. Loro assistono muti al battibecco e non vogliono prendere partito. «Mi dia il suo nome», ripete il tabaccaio. E il genitore: «Che fa, mi vuole sequestrare?». Il papà di Francesco chiede agli avventori di testimoniare e loro rispondono «Non abbiamo visto niente». Il negoziante, forse capisce di aver passato il segno, riapre la porta e urla al genitore: «Fuori da qui, mi lasci lavorare...».

Il papà di Francesco ha presentato una denuncia alla Guardia di finanza. «Mio figlio è rimasto molto turbato - dice - chiedere lo scontrino fiscale gli è sembrato la cosa più naturale e invece...». Per l’esercizio commerciale del quartiere Trieste molto probabilmente scatterà un accertamento fiscale. Ma si può cacciare un ragazzo dal negozio solo perché chiede uno scontrino?

Sabato 21 Gennaio 2012 - 17:18    Ultimo aggiornamento: 17:53




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Dalla Magliana a Sant'Apollinare la tomba del boss ancora imbarazza

Il Messaggero

Perché non si è fatto nulla per spostare il corpo di De Pedis?Oggi la riunione dei promotori della petizione per la Orlandi


di Vincenzo Cerami

Nel cuore del cuore di Roma, a un passo da piazza Navona, c’è un gioiello, minuto e luminoso: è la deliziosa basilica di Sant’Apollinare, costruita sui ruderi di una chiesa più antica. All’interno, tra storici e suggestivi affreschi, si ergono sei cappelle dedicate a sei santi, da Luigi Gonzaga a Ignazio di Loyola. E sono sistemate tre tombe marmoree in cui sono sepolti un grande compositore del Seicento; il crocifero di Pio VI; e Enrico De Pedis, coinvolto nei misfatti della famigerata banda della Magliana.




De Pedis, morto ammazzato il 2 febbraio del 1990. Molto si è detto sui legami di De Pedis con le banche sporche di quell’epoca e con monsignor Paul Marcinkus, capo dell’Istituto delle Opere religiose, banca del Vaticano. E molto si è anche detto sul ruolo di «Renatino» nella scomparsa di Emanuela Orlandi (1983).

Forse il racconto di quegli anni di fogna non conoscerà mai la parola fine. Ci sono romani che non vogliono rassegnarsi: non vogliono che si gettino nel dimenticatoio, come in un cassonetto, i misteri e le menzogne che infamano la nostra storia. Oggi alle 16 si riuniranno in piazza Sant’Apollinare i promotori della petizione per Emanuela Orlandi, la quale proprio in quella piazza, tre giorni alla settimana, si recava portando con sé il flauto per varcare la scuola di musica «Tommaso Ludovico da Victoria». Ieri Walter Veltroni, sul proprio Twitter, chiede: «Perché De Pedis è ancora sepolto nella chiesa di Sant’Apollinare? Perché il Vicariato non fa nulla?».

Da tempo l’ex sindaco di Roma chiede che la salma del criminale venga rimossa dalla cripta della chiesa. Ma è l’intera Capitale ad aspettare una risposta. Ci troviamo, ovviamente, davanti a uno scandalo, e uno scandalo soprattutto «cromatico», un’idiosincrasia. Non c’è pietas che possa dissolvere l’abnorme sproporzione «visiva» e morale di quel sarcofago di marmo bianco e argento che contiene il corpo di un delinquente comune tra le tombe antiche di chi ha dedicato l’esistenza alla gloria del Signore. Forse ci sono di mezzo questioni burocratiche, impegni sbagliati da rispettare, oppure, perché no, possono entrarci questioni di raffinato e oscuro ragionamento teologico, secondo il quale «tra innocenti e colpevoli, decide Dio!». Di fatto la basilica di Sant’Apollinare, con quella cripta bizzarra, rende difficile la vita alle guide che devono spiegare e illustrare ai turisti le bellezze del sacro monumento.


Sabato 21 Gennaio 2012 - 09:51    Ultimo aggiornamento: 11:17




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Al Giglio riprendono le ricerche Recuperato l'hard disk con i video

Il Mattino

Potrebbero finalmente chiarire chi fosse in plancia con Schettino. Palombari in acqua, si aprono altri varchi nella nave



ISOLA DEL GIGLIO - Scivola ancora, la Costa Concordia, naufragata il 13 gennaio davanti all'isola del Giglio. Ma stamani le ricerche sono riprese mentre Franco Gabrielli, capo dipartimento della Protezione civile nazionale, è stato nominato dal governo commissario straordinario per l'emergenza. E' stato recuperato l'hard disk di bordo che contiene le immagini registrate dalle telecamere della Costa Concordia. Il supporto contiene i video di telecamere che inquadravano varie parti della nave, tra cui la plancia di comando e potrà forse chiarire una volta per tutte chi fosse davvero insieme a Francesco Schettino al momento della collisione. Dopo il caso della moldava di 25 anni, Domnica Cemortan, che secondo alcune testimonianze sarebbe stata insieme a Schettino, al gip il comandante ha detto di essere stato solo con cinque ufficiali.




Palombari al lavoro. I palombari della Marina militare sono entrati in acqua stamani poco dopo le 7 vicino al relitto per aprire tre varchi sul ponte 5 dove secondo varie testimonianze si trovavano molti passeggeri al momento dell'evacuazione. Dopo il briefing mattutino delle unità operative, è ripreso il lavoro attorno al relitto e in banchina.

Rischio scivolamento. Il relitto si trova a pochi metri da un abisso di 60 metri in cui potrebbe finire rendendo impossibile continuare a cercare chi manca all'appello e complicando moltissimo le operazioni di recupero del carburante, oltre 2400 tonnellate, che possono trasformare la nave in una "bomba ecologica".

Operazione Bunker. Si è conclusa la prima fase dell'operazione "Bunker" da parte della società olandese Smit Salvage incaricata da Costa Crociere di recuperare l'IFO380 contenuta nelle 23 casse carburante della nave. La prima fase dell'operazione è consistita nel posizionare panne assorbenti d'altura in tre cerchi concentrici che chiudono la nave in una barriera in grado di evitare la migrazione di macchie d'idrocarburi. In attesa che arrivi la nave cisterna che accoglierà il carburante, si stanno completando i dettagli della seconda fase quando i sub collegheranno alle casse le bocchette d'aspirazione. Massima attenzione sarà dedicata alle casse vicine alla sala macchina, più difficili da raggiungere. Pronto il pool di navi antinquinamento che assisteranno alle operazioni: da Castalia a nave Orione, la nave della marina militare che ospiterà a bordo uno speciale macchinario in grado di separare l'idrocarburo dall'acqua in tempo reale.


abato 21 Gennaio 2012 - 09:17    Ultimo aggiornamento: 12:36







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Falsi certificati per aiutare i boss Sei arrestati, anche medici in manette

Corriere della sera

Accertato dalle indagini il rilascio al capo cosca Giuseppe Pelle di atti fasulli che gli avrebbero però evitato il carcere



REGGIO CALABRIA – Per evitare il carcere il boss Giuseppe Pelle di San Luca si è finto “pazzo” e “depresso”. Patologie diagnosticate da medici compiacenti che gli fornivano falsi certificati che attestavano la “incompatibilità” del capo cosca con il regime carcerario. La “depressione maggiore” era recitata ad arte e guarda caso si manifestava sempre quando di turno al 118 di Locri c’era il medico Francesco Moro, sempre pronto ad assecondare le richieste del boss. C’era però una complicità in rete che garantiva a Giuseppe Pelle la possibilità di evitare il carcere. Era composta da un altro medico Guglielmo Quartucci, responsabile della clinica Villa degli Oleandri, di Mendicino, in provincia di Cosenza, e da un avvocato Francesco Cornicello del foro di Cosenza. I tre assieme alla moglie del boss Marianna Barbaro, al figlio Antonio Pelle sono stati arrestati venerdì mattina dai carabinieri del comando provinciale di Reggio Calabria.


BOSS - Il boss Giuseppe Pelle è stato raggiunto dal provvedimento restrittivo nel carcere di Opera, dove si trova detenuto perché coinvolto in altre inchieste. Il meccanismo messo a punto da Pelle e dai suoi familiari è stato intercettato dal Ros che ha piazzato le microspie nell’abitazione del capo dell’omonima famiglia di San Luca. I carabinieri hanno così potuto seguire in diretta tutta la fase della preparazione al malore sino all’arrivo dell’ambulanza. Nel dialogo intercettato dal Ros il medico del 118 Francesco Moro dava a Pelle le indicazioni su come comportarsi e su come rendere verosimile il malore, dovuto a uno stato d’ansia. Nel 2008, poi, il dottor Guglielmo Quartuccio si era prodigato per il boss favorendo un suo ricovero alla clinica degli Olendri. Sono stati sufficienti pochi giorni di degenza per diagnosticare a Giuseppe Pelle una “sindrome depressiva maggiore con tratti psicotici”. Il dottor Quartuccio ha ammesso di aver attestato false patologie perché sapeva dell’appartenenza alla ‘ndrangheta di Pelle. “ “… mi hanno mandato da Reggio Calabria, Pelle!... il secondo giorno venivo ammazzato se non avessi fatto quello che loro mi dicevano… “ Un contributo all’indagine l’ha dato anche il pentito Samuele Lovato, un tempo killer dei Forastefano, il clan degli zingari che opera nell’Alto Cosentino. Il collaboratore ha spiegato i meccanismi dei ricoveri fasulli a Villa Oleandri di soggetti affiliati alla ‘ndrangheta.

Carlo Macrì
20 gennaio 2012 | 18:07

Morta la campionessa di freestyle Sarah Burke

Corriere della sera

Aveva 29 anni ed era in coma dal 10 gennaio dopo una caduta



MILANO - Sarah Burke non ce l'ha fatta. Si è spenta a 29 anni la campionessa canadese di freestyle, in coma dallo scorso 10 gennaio, dopo la terribile caduta al Park City Mountain nello Utah. La Burke aveva sofferto «danni irreversibili a causa della mancanza di ossigeno e di sangue al cervello dopo l'arresto cardiaco», ha spiegato la Federazione canadese di freestyle. A dare la notizia un portavoce della famiglia. La giovane donna, 29 anni, era una delle candidate al podio, nel free-style femminile, ai prossimi Giochi olimpici d'inverno di Sotchi, in Russia, nel 2014.

Redazione Online
20 gennaio 2012 | 18:13

Tagli ai vitalizi, la casta si ribella: "L'assegno pieno"

Quotidiano.net

Una ventina di parlamentari ha presentato ricorso. Consolo: "Amarezza"


Il capo del Consiglio di giurisdizione: "Ripensateci". "Non faccio i nomi di chi ha presentato ricorso ma sono molto amareggiato nel vedere che ci sono colleghi che non hanno capito la gravità del momento". Si decide dopo il 4 febbraio

Roma, 21 gennaio 2012



LA CASTA si è ribellata. È vero che il resto degli italiani è chiamato a fare sacrifici ma c’è qualcuno che, pur comodamente seduto sui banchi del parlamento, alza la voce e non ci sta. E così è successo che, mentre alla Camera si cerca di trovare la quadra su una nuova formulazione di rimborso per la diaria (attualmente 3690 euro al mese erogati a forfait) e sui contratti dei collaboratori dei parlamentari (la soluzione sembra quella di far stilare i contratti direttamente dalla Camera anzichè dal singolo parlamentare, che spesso attualmente li mette in tasca anche quando non ha l’addetto stampa) il finiano Giuseppe Consolo, presidente del Consiglio di Giurisdizione della Camera, l’organismo che decide in merito alle controversie della Camera, si è trovato davanti una bella gatta da pelare.
Nelle ultime settimane una ventina di parlamentari (ma il numero, a quanto sembra, è destinato ad aumentare) hanno presentato ricorso contro il taglio dei vitalizi decisi lo scorso dicembre. «Si tratta di un diritto individuale — spiega Consolo — ma resta l’amarezza di vedere che ci sono colleghi che proprio non sembrano cogliere la gravità del momento in cui viviamo».


CERTO, Consolo si dice pronto a difendere «a costo della vita» la riservatezza dei nomi dei ricorrenti, sperando — soprattutto — «che ci possano ripensare». «Sarebbe inutile — commenta ancora Consolo — svelare dei nomi di questi ‘ribelli’ esponendoli inevitabilmente alla gogna mediatica; d’altra parte, in alcuni casi, si tratta anche di nominativi illustri». Ecco, proprio per questo motivo, Consolo sta avviando una sorta di moral suasion «e per evitare fughe di notizie ho chiuso tutti i documenti in cassaforte; certo, ci sono anche gli avvocati di questi parlamentari che sanno, ma spero che nessuno faccia la spia».
Probabilmente, ha poi aggiunto, la prossima settimana ci sarà una prima Camera di consiglio dell’organismo che dovrà decidere. Dovranno essere nominati i relatori del caso, poi sentire le parti e gli avvocati. «Sono procedure molto lunghe — spiega in conclusione Consolo — davvero mi auguro che ci si rifletta, anche se si parte il 1 febbraio».


LE PRIME, indignate, reazioni però già cominciano ad arrivare. Idv, per voce di Felice Belisario, ha chiesto ufficialmente ai ‘ribelli’ di fare «outing» così come il pidiellino Antonio Mazzocchi ha tagliato corto: «Chi fa ricorso, sbaglia, ma c’è comunque la possibilità di farlo — ha aggiunto sibillino — fino al 4 febbraio». Insomma, se ci sono ancora degli incerti, vale la pena pensarci in fretta. La questione, però, sta creando un’onda di piena di sconcerto. Come riporta il Futurista, il quotidiano on line vicino a Fli. «Riforma e (patetico) tentativo di controriforma — si legge sulla prima del sito — una ventina di deputati sono corsi ai ripari, poco o nulla si sa sui ricorrenti, ma i palazzi della politica sono un po’ come il salone di un barbiere e qualche informazione è cominciata a trapelare. Tra i contrari c’è anche un po’ di Lega, a dimostrazione che, in fondo, quei privilegi romani sono difficili da abbandonare». L’articolo così si conclude: «Spazio, ora, alla procedura interna, tempi non brevi, certo, ma neanche in grado di cancellare le istanze di chi vive fuori da quei palazzi».


di Elena G. Polidori




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Bisignani salvò "Repubblica" Ma l'ingegner De Benedetti lo racconta soltanto oggi

di -

L’editore: "Andreotti non voleva lasciare il quotidiano a Berlusconi". E svela il ruolo del lobbista. Su Tangentopoli riconosce il lavoro a senso unico del pool di Mani pulite: "Il Pci fu protetto"


Carlo De Benedetti è un capitano d’azienda cui piace stupire. L’ultimo sorprendente lampo è una rivelazione di cui tanti sono convinti da tempo, Bettino Craxi lo disse per primo 20 anni fa.



Ma con le sue parole l’Ingegnere mette un sigillo di autenticità su Mani pulite, pagina di storia sofferta e non ancora chiusa. «Certamente il Pci è stato protetto», garantisce oggi De Benedetti. E aggiunge: «Sia Borrelli che D’Ambrosio volevano distruggere un sistema di potere, non tutti i partiti».


La fonte non autorizza dubbi: l’Ingegnere affida le sue verità a un libro (Eutanasia di un potere, Laterza) scritto da Marco Damilano, firma di punta dell’Espresso, settimanale di cui De Benedetti è editore. Il volume ambisce a ricostruire la «storia politica d’Italia da Tangentopoli alla Seconda Repubblica» attraverso materiali d’archivio e giudizi dati oggi da alcuni dei protagonisti di allora come Antonio Di Pietro, Enzo Carra, Bruno Tabacci. E appunto l’Ingegnere, coinvolto in inchieste su mazzette per forniture di computer Olivetti alle Poste. «Tutti pagavano, tutti - racconta - nel maggio 1993 concordai con il pool tramite l’avvocato De Luca che mi sarei presentato spontaneamente e che mi sarei assunto tutte le responsabilità, indicando un elenco di quattro o cinque operazioni in cui la Olivetti aveva elargito soldi e a chi. Nessun capo di azienda si comportò come me».


Il suo giudizio sulla stagione di Mani pulite è drastico. «Cos’è rimasto di Tangentopoli? Niente. Vista con molto cinismo e con molto distacco e con qualche amarezza viene da dire che quell’operazione non ha cambiato il Paese. La bufera è passata, l’Italia è rimasta la stessa». Sotto le macerie di quel terremoto è rimasta una parte importante della politica, ma non tutta. Il partito comunista, per esempio, fu risparmiato. Adesso lo riconosce anche De Benedetti, che con i suoi giornali ha sempre fiancheggiato la sinistra: «Certamente il Pci è stato protetto, perché sia Borrelli che D’Ambrosio volevano distruggere un sistema di potere, non tutti i partiti, non la politica. Affondarono il coltello in una marmellata, non trovarono nessuna resistenza, non c’era più niente».


L’Ingegnere ridisegna il ruolo dei magistrati milanesi cui il suo gruppo editoriale ha sempre riservato un trattamento di favore. La «combinazione di protagonismo dei giudici e di un vaso ormai troppo pieno» spinse in una sola direzione. «Di Pietro - ricorda - era un fulmine e una valanga. Il pool era composto da persone molto diverse: Borrelli era molto più raffinato, Colombo era un magistrato di grande qualità, Davigo un uomo specchiato che lavorava per far rispettare la legge, Di Pietro aveva una forte carica di esibizionismo personale, di popolarità e di populismo, ognuno aveva la sua parte, fecero saltare il sistema. Era come una catena delle caramelle, un caso ne tirava un altro».


Ma l’Ingegnere aggiunge dettagli nuovi anche alla guerra di Segrate, che secondo Damilano fu la «prova generale dell’ingresso del Cavaliere in politica» e il cui recente epilogo, con il maxiesborso a carico di Silvio Berlusconi, prelude alla fine della Seconda Repubblica. Finora Giuseppe Ciarrapico è apparso come l’uomo chiave del lodo Mondadori. Sbagliato. Fu Luigi Bisignani, che nel libro passa da «boiardo di stato» a «faccendiere» dopo l’arresto nell’inchiesta sulla P4. Su di lui i giornali del gruppo L’Espresso si sono esercitati nel tiro al bersaglio. Eppure ebbe un ruolo chiave proprio nel destino di Repubblica.


Racconta De Benedetti: «Andreotti, che non ha mai potuto vedere Craxi, mi chiamò a Palazzo Chigi, nella sua stanza, e mi disse: “A lei la Mondadori non la daremo mai, è già abbastanza quello che ha con Repubblica. Ma ancor di più io non permetterò mai che Berlusconi si impossessi di Repubblica, è troppo potente già oggi. Dunque dovete trovare una soluzione”. Aggiunse: “E noi la aiuteremo a trovarla: quando lei uscirà da questa stanza troverà nell’anticamera chi le può dare una mano”. Uscii, nell’anticamera ad aspettarmi c’era Luigi Bisignani... Dopo arrivò la mediazione di Ciarrapico».
«Fu Craxi il motore di Berlusconi, non c’è dubbio - sostiene De Benedetti - a Berlusconi della Mondadori non interessava niente, il suo compito era conquistare Repubblica, era lo scalpo da portare a Craxi.

Per Craxi rappresentavo la garanzia di solidità economica del quotidiano, al di là della mia condivisione delle idee e della mia amicizia con Scalfari».


Ma anche Andreotti, che chiuse la guerra di Segrate attraverso il suo uomo di maggior fiducia, fu colto di sorpresa dalle inchieste milanesi. Lo rivela nel libro Giulio Anselmi, oggi presidente dell’Ansa e degli editori (ha preso il posto di Carlo Malinconico) che tra febbraio e settembre di quel 1992 guidò il Corriere della Sera tra le direzioni di Ugo Stille e Paolo Mieli. «Una volta mi chiamò Bisignani - rievoca Anselmi - andai a Palazzo Chigi sperando di ricevere qualche notizia. E invece fu Andreotti a chiedermi cosa stesse succedendo a Milano e fin dove si sarebbero spinti i giudici».


Anselmi fa autocritica: «Abbiamo sbagliato a dare troppa briglia ai giudici, abbiamo dimenticato a volte che le procure sono solo una delle fonti possibili e non la verità, abbiamo sbagliato a non riflettere subito sugli eccessi delle indagini e sul giustizialismo».




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Ma quale Cuba libera qui si muore di dittatura

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Una certa sinistra è ancora invaghita del decadente sogno castrista. Ma dietro le aperture del regime, c’è oppressione e miseria ideologica


All'inizio di gennaio era toccato a René Cobas, 46 anni, dissidente cubano in carcere, colto da infarto mentre faceva lo sciopero della fame. Adesso arriva la notizia della morte di Wilmar Villar, 31 anni, anche lui detenuto politico: era giunto al suo 50° giorno di digiuno…


Fidel Castro

È invece viva e vegeta, per fortuna, Yoani Sanchez, la blogger di Generacion Y che Time ha incluso nelle 100 personalità più influenti del pianeta. Tanto influente in patria non deve essere, visto che negli ultimi quattro anni il governo cubano le ha negato per 18 volte il visto per uscire dal Paese... L'ultimo divieto è di questi giorni, nonostante le aperture natalizie del presidente Raùl Castro in materia di espatrio.


Resta in carcere, infine, l'americano Alan Gross, condannato a 15 anni per crimini contro lo Stato: avrebbe aiutato la comunità ebraica cubana a installare una rete Internet «controrivoluzionaria».


Ogni volta che Cuba torna ala ribalta della cronaca, si ha la sensazione del deja vu: da un lato i sostenitori della piccola «isola rivoluzionaria» impegnata a difendere il proprio comunismo nazionale dal vorace e vicino capitalismo yankee forte del suo embargo economico; dall’altro i critici dell’ultimo «gulag» ancora esistente, con gli oppositori sbattuti in galera, la censura e le condanne a morte, la caccia agli omosessuali, la crisi economica per incapacità politica. È davvero così?


Al museo Alejandre de Humboldt, nell’Avana vecchia, fa bella mostra di sé la replica di un dinosauro di cinque metri di altezza e dodici di larghezza ritrovato nel 2001 da paleontologi messicani nel deserto di Coahuila. Castro (Fidel come Raùl) è come quel dinosauro, solo che è un originale e non una copia, un dinosauro immerso nella sua era, alla sua era sopravvissuto. Politicamente a Cuba non c’è il comunismo di Fidel (o di Raùl), ma il fidelismo (e ora il raulismo) del comunismo. Fidel Castro è stato ed è un caudillo latino-americano che si servì del comunismo, inteso come alleanza con l’Urss, per rafforzare e mantenere il potere.


Era un’alleanza per certi versi obbligata, non tanto e non solo dalle circostanze internazionali, ma soprattutto perché una partnership di quel genere era l’unica che potesse far fronte alla incapacità economica da un lato, al pericolo di una contestazione politica dall'altro. «Il costo economico della Cuba castrista - ha scritto Carlos Franqui nell’autobiografico Cuba, la rivoluzione: mito o realtà? - era mostruoso, ma Cuba era il cavallo di Troia del comunismo in America latina, in Africa e nel Terzo mondo, sosteneva il movimento di guerriglia, le guerre africane e costituiva una formidabile piattaforma militare e spionistica a novanta miglia dal territorio degli Stati Uniti. La vita era austera, ma non insopportabile. Dal punto di vista materiale, il crollo del sistema sovietico ha privato i cubani di tutto».


Per chi nel 1959 aveva ereditato un’economia solida, come Castro stesso si era vantato dicendo di aver fatto «una rivoluzione senza esercito, contro l'esercito, in assenza di una crisi economica», non è un bel risultato.


Quello che oggi resta è una gerontocrazia, età media 75 anni, una crisi profonda quanto irreversibile del sistema, l’ipotesi di una «via cinese» (liberalizzazioni, capitalismo di Stato eccetera), ma anche quella di una seconda Haiti, un malcontento generale, o anche una apatia, l'aver fame di tutto, ma non credere in niente, la vita come diffidenza.

Non è un caso che in quella che è stata chiamata la «narrativa del disincanto», ovvero la Cuba narrata dagli scrittori cubani che a Cuba sono rimasti, non se ne sono andati, ad emergere è un’isola colta nella sua glaciazione politica ed ebollizione umana: emarginati, prostitute, arrivisti, mendicanti, emigranti (balseros che se ne vanno e gusanos che ritornano), pazzi, drogati e soprattutto omosessuali (di ogni sesso e tendenza), quasi tutti segnati da scetticismo, scoramento, e a volte dallo squallore più amaro…


La rivoluzione, insomma, è andata a fondo e ciò che rimane a galla sono i relitti del sistema da un lato, i naufraghi dal fallimento dall'altro. Chi si aggrappa ai primi difende lo status quo, non un’idea, chi nuota fra i secondi si preoccupa semplicemente di non affogare. Ciò rende impossibile qualsiasi relazione che vada al di là di una semplice constatazione dei rapporti: chi ancora detiene il controllo ha smesso da tempo di credere nell’indottrinamento, nella convinzione e nell’esempio come arma del consenso, chi ne è succube è consapevole che è comunque il tempo a lavorare in suo favore e si accontenta di durare.

Sopravvivere è il suo modo di combattere.


Via via, dunque, che l’attualità da raccontare si rivela sempre piùprivata e sempre meno pubblica, ovvero si finisce per considerare la res publica come un altro da sé reale, ma non essenziale, l’orizzonte intellettuale si restringe, si fa narcisistico-individuale, non riesce più a essere costitutivo di un’epoca, di una società, di una classe sociale. Negli anni Sessanta, quando Cuba era ancora un esempio e per certi versi un modello, lo scrittore Alejo Carpentier aveva osservato che «nella maggior parte dei romanzi di Balzac i personaggi sono tutti segnati dagli eventi della loro epoca.


Tutti vivono in funzione di qualcosa che è accaduto: la rivoluzione, il crollo dell'impero, la restaurazione della monarchia, i fermenti rivoluzionari». Cinquant’anni dopo, questa sorta di balzacchismo fatto di illusioni perdute, illusioni disattese, illusioni rubate, illusioni sbagliate, ha lasciato il posto all’assenza, più che alla fine delle illusioni stesse: ciò che resta è l'accettazione di una sorta di limbo contemporaneo in cui rifarsi al passato è impossibile, criticare il presente è vietato, sognare un futuro è velleitario e in fondo inutile, perché non c’è nulla su cui farlo poggiare.


Il fatto che ancora oggi Cuba possa esercitare un fascino indipendente dalla miseria politico-ideologica, dalla sua pratica quotidiana, dall'anacronismo di una satrapia familiare cinquantennale, dal contrasto stridente fra una teoria libertaria e una prassi concentrazionaria, la dice lunga sull’incapacità in una certa sinistra di fare i conti con la realtà.




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Fini risparmia solo sugli altri e "dimentica" le sue spese

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Tagli per i deputati, ma non per la presidenza e per i questori della Camera. Il Pd: "Per i suoi uffici enormi vantaggi". I radicali: "Omertoso sul bilancio"


Roma Alla Camera dei deputati s’inizia a tagliare briciole di privilegi. L’ultima decisione, dell’ufficio di presidenza: sostituire il forfait di 3.700 euro a deputato per il rimborso spese, collaboratori compresi, con una cifra più ragionevole, e più documentata.




Ma per la prima volta i parlamentari iniziano a ribellarsi contro il presidente Gianfranco Fini. E a farsi portavoce sono due deputati del Pd: «È estremamente positiva ed incoraggiante la decisione assunta dall’ufficio di presidenza della Camera in merito alla riduzione dei costi della politica - dicono i parlamentari piddini Giorgio Merlo e Mario Pepe - resta misteriosa, al riguardo, l’ennesima dimenticanza del presidente della Camera Fini e del collegio dei Questori nel non aver affrontato il tema degli enormi privilegi che sono appannaggio, appunto, della presidenza della Camera e dei Questori. Sarà una dimenticanza?».


Il deputato Merlo spiega al Giornale di non voler «cavalcare l’antipolitica», né peccare di «populismo», ma consiglia di andare a guardarsi alcune notizie uscite «sugli appartamenti in dotazione, per esempio...».


A parte il segnale dell’evidente fine dell’idillio antiberlusconiano tra il Partito democratico e il fondatore di Futuro e Libertà, la protesta del Pd spalanca il paradosso: la presidenza di Montecitorio sta stringendo la cinghia?


È una domanda a cui è impossibile rispondere, e comunque la prima risposta è: no. Mentre le spese per i deputati sono infatti documentate dal bilancio interno della Camera (167 milioni previsti nel 2011 tra indennità e rimborsi), seppur non nel dettaglio, sul presidente non c’è nulla di scritto. Stipendio, budget, rimborsi, agevolazioni, spese di rappresentanza. Zero.


«Il motivo principale per cui non abbiamo votato il bilancio - spiega al Giornale Rita Bernardini, dei radicali - è che è omertoso e non ci fa capire bene le cose». Delle spese del presidente Fini, per esempio, continua a non sapersi niente: «Ma non se la può cavare così», avverte Bernardini.


La radicale era arrivata addirittura allo sciopero della fame per ottenere i dati specifici relativi alle spese per consulenti e contratti con aziende. «Mesi e mesi» per «scoprire» lo stipendio del segretario generale, «500mila euro l’anno». «Il problema è che dopo quelle richieste - racconta però - hanno cambiato il regolamento mettendo maggiori restrizioni all’accesso e, cosa più grave, hanno abolito la contabilità analitica, per cui andare a vedere cosa c’è dietro una voce di bilancio è diventato impossibile». Il motivo: «Costava troppo, quando è invece una prassi obbligatoria per tutte le amministrazioni pubbliche».
Nel bilancio e nella situazione specifica di Fini «ci sono troppi punti oscuri».


Nemmeno su internet il presidente della Camera inserisce il suo reddito. Erano stati proprio i radicali a chiedere, attraverso un ordine del giorno approvato, che tutti i deputati inserissero on line «la propria dichiarazione dei redditi e gli interessi economici». A oggi pochissimi l’hanno fatto, e tra questi Fini non c’è.  Nei primi giorni dell’anno sono arrivati in compenso ben 17 ricorsi da parlamentari contro il nuovo regime pensionistico che li «penalizza», modificando il sistema dei vitalizi. Suspence sulle identità: «Non farò i nomi fino al primo febbraio», nicchia Giuseppe Consolo, presidente del Consiglio di giurisdizione della Camera.


Il Questore di Montecitorio Antonio Mazzocchi (Pdl) annuncia intanto che l’assunzione dei collaboratori dei deputati verrà regolamentata con una legge: «Bisogna difendere i lavoratori e qualificarli facendo una legge apposita che fissi il contratto, l’orario e il salario in modo che il deputato non può fare più il furbo».

E ai due deputati del Pd precisa: «Due polli in un pollaio fanno solo chiasso. Alle otto di sera di venerdì io sono ancora qui al lavoro, loro invece...».




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La cricca di Vendola assicura agli amici una carriera sprint

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Scandalo in Puglia. La storia di una "raccomandata" da Nichi diventata giornalista dalla sera alla mattina


Basta stare nel cerchio magico. In uno dei tanti cerchi magici che i potenti d’Italia si creano e si gestiscono, con vantaggi e privilegi a ricaduta su un sacco di fortunati prescelti.



Al centro del cerchio magico pugliese c’è Nichi Vendola, nessuno osa più discuterlo. E proprio lì dentro avvengono prodigiose trasformazioni. Nel giro di poco tempo si può pure trasformare una pubblicista, che nel suo curriculum ha solo attività da addetta stampa di alcuni politici, in giornalista professionista, cosa che a noialtri giornalisti professionisti ha richiesto diciotto mesi di praticantato nelle redazioni.


È una bella storia, una storia molto italiana. Richiede un po’ di sforzo per essere compresa, dato che i registi dell’operazione si muovono sottotraccia tra cavilli e giochi di prestigio, ma resta comunque altamente istruttiva.


Lei è la pubblicista Anna Grittani, a suo tempo addetta stampa di quel Sandro Frisullo ex vicepresidente regionale di Vendola, spazzato via tempo fa dall’ennesimo scandalo. Rimasta senza capo, però sempre dentro il cerchio magico, la Grittani passa alla nuova vicepresidente Loredana Capone, a diretto contatto col capo di gabinetto - sempre di Vendola - Davide Pellegrino.
Improvvisamente, la Regione si prepara ad assumere tre giornalisti professionisti per il proprio ufficio stampa. Ed è proprio in coincidenza di questo annuncio che altrettanto improvvisamente il cerchio magico trasforma la Grittani in candidata perfetta, professionista dalla sera alla mattina. Come avviene la metamorfosi?


Dentro al cerchio magico avvengono cose magiche, per definizione. Si dà il caso che l’Ordine dei giornalisti della Puglia, organo chiamato a definire queste pratiche, decida di riconoscere il praticantato alla Grittani con effetto retroattivo, anche se non l’ha mai fatto. La pubblicista cerca di sostenere d’averlo esercitato per diciotto mesi ad «Agierrefax», testata giornalistica della Regione, ma la direttrice della stessa testata, Susanna Napolitano, nipote del presidente italiano, si rifiuta di confermarlo. Dunque, serve una soluzione dall’alto, una specie di blitz burocratico: ed è qui che si registra la magìa. In una rovente seduta, il consiglio dell’Ordine si spacca: quattro voti per promuovere la Grittani, quattro voti contro.


Eppure, la Grittani vince: dalla sua parte cade il voto della presidente Paola Laforgia, che per statuto vale doppio. Il meglio sta nei dettagli: questa presidente Laforgia, per pura coincidenza, è moglie di quel Davide Pellegrino, capo di gabinetto del presidente Vendola, che tanto ha a cuore il futuro professionale della pubblicista Griffani.


Guardando le cose come stanno, è una faccenda così: la moglie del politico giudica e fa passare la pratica caldeggiata dal marito. In altri tempi, in altre zone, in altri sistemi solari, si chiamerebbe conflitto d’interessi. Si parlerebbe amabilmente di cricca. Ma qui siamo in Puglia, nel cerchio magico di Vendola, dove per definizione sono tutti duri, puri e disinteressati. Bando allora alle insinuazioni, la pubblicista Grittani diventerà professionista dalla sera alla mattina solo grazie alla politica fresca e ai nuovi valori del presidente idealista. Finalmente, un trionfo della meritocrazia. Il merito di stare nel cerchio magico.




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