martedì 24 gennaio 2012

Grillo: «No a cittadinanza ai figli degli stranieri» E il popolo dell'anti-politica si ribella

Corriere della sera

«Distrae gli italiani dai problemi reali per trasformarli in tifosi», dice. E sul web scoppia la polemica



MILANO - Beppe Grillo critica la proposta di concedere la cittadinanza ai figli di immigrati nati in Italia sulla base dello ius soli. «La cittadinanza a chi nasce in Italia, anche se i genitori non ne dispongono, è senza senso», ha scritto sul suo blog stigmatizzando la campagna per i diritti di cittadinanza e una proposta di legge che "giace " al 1992. «O meglio, un senso lo ha», continua Grillo riavviando con la manovella del paradosso le polemiche infuocate dal monito («È una follia che i figli di immigrati nati in Italia non siano cittadini») del presidente Giorgio Napolitano quando lo scorso novembre, con Super-Mario Balotelli in lacrime, auspicava che «in Parlamento si possa affrontare anche la questione della cittadinanza ai bambini nati in Italia da genitori stranieri».


TIFOSI - Il senso, scrive Beppe Grillo, è «distrarre gli italiani dai problemi reali per trasformarli in tifosi». Ipotesi azzeccata, almeno per una parte dei lettori-fan che hanno immediatamente scaldato i motori i dell'indignazione. «Da una parte i buonisti della sinistra senza se e senza ma che lasciano agli italiani gli oneri dei loro deliri», ha aggiungo Grillo. «Dall'altra i leghisti e i movimenti xenofobi che crescono nei consensi per paura della liberalizzazione delle nascite».



LA RIVOLTA DEI «BUONISTI» - Un boato di commenti, composto per la maggioranza da «buonisti senza sì e senza ma», per dirla con l'antipolitico-mattatore, gli si è ritorto contro. Commenti quasi increduli. «Ok sulla questione dell'ennesima arma di distrazione di massa, ma non concordo con la prima frase. La cittadinanza ai bambini nati e residenti in Italia è una cosa OVVIA e LOGICA per chi persegue il buonsenso e non le ideologie», gli risponde Paolo Cicerone. «Dopo ampia consultazione in rete, abbiamo deciso di votare favorevolmente», scrive Vittorio Bertola a nome del Movimento 5 Stelle di Torino.

«Ci troviamo a dover votare un ordine del giorno per l'adesione della Città a questa campagna. perché così vuole la stragrande maggioranza dei nostri simpatizzanti ed elettori che si sono espressi». «Beppe, veramente non capisco il tuo messaggio», scrive Adi, 28enne immigrato a 12 anni. «Ho fatto le medie, le superiori e l'università in Italia, conosco bene storia e cultura Italiana...». E gli fa eco Riccardo: «...a me questa storia delle nazionalità non va proprio giù. Comunque può capitare a tutti di inciampare».



Redazione Online
24 gennaio 2012 | 20:33




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Referendum, le motivazioni della Consulta

Corriere della sera

Quesiti bocciati per mancanza di chiarezza e per il rischio di un vuoto normativo in caso di abrogazione del Porcellum



Una veduta dall'interno della sede della Corte Costituzionale
MILANO - L'inammissibilità del referendum per il cambiamento della legge elettorale e le motivazioni della Consulta. Con un testo articolato la Corte costituzionale ha motivato la sua decisione di rigetto dei quesiti referendari «per evitare un vuoto legislativo». «Le due richieste - si legge nelle motivazioni della sentenza- hanno lo stesso fine: l'abrogazione della legge n. 270 del 2005 (il porcellum), allo scopo di restituire efficacia alla legislazione elettorale in precedenza vigente, introdotta nel 1993 (il mattarellum).

IL VUOTO NORMATIVO - La Consulta sottolinea che «gli organi costituzionali o di rilevanza costituzionale non possono essere esposti neppure temporaneamente alla eventualità di paralisi di funzionamento, anche soltanto teorica. Tale principio «postula necessariamente, per la sua effettiva attuazione, la costante operatività delle leggi elettorali relative a tali organi». Insomma, un esito positivo del referendum avrebbe portato «all'eliminazione di una legge costituzionalmente necessaria, che deve essere operante e auto-applicabile, in ogni momento, nella sua interezza». In altri termini se la Consulta avesse dato il suo assenso il Paese si sarebbe trovato in assenza di norme che disciplinino le elezioni.

LA MANCANZA DI CHIAREZZA - La seconda richiesta di referendum popolare - rincara la Consulta - è inammissibile anche «per contraddittorietà e per assenza di chiarezza». «Gli organi costituzionali o di rilevanza costituzionale non possono essere esposti neppure temporaneamente alla eventualità di paralisi di funzionamento, anche soltanto teorica». Spiega la Corte Costituzionale motivando l'inammissibilità dei quesiti referendari che, se avessero portato all'abrogazione della legge Calderoli, non avrebbero fatto rivivere automaticamente la legge elettorale precedente, il cosiddetto Mattarellum. L'abrogazione, non solo in questo caso, avrebbe come effetto il ritorno in vigore di disposizioni da tempo soppresse, con conseguenze imprevedibili per lo stesso legislatore, rappresentativo o referendario, e per le autorità chiamate a interpretare e applicare tali norme, con ricadute negative in termini di certezza del diritto». Peraltro, «sia la giurisprudenza della Corte di Cassazione e del Consiglio di Stato, sia la scienza giuridica ammettono il ripristino di norme abrogate per via legislativa solo come fatto eccezionale e quando ciò sia disposto in modo espresso».

I PROFILI DI COSTITUZIONALITA' - Quanto ai profili di costituzionalità, gli alti giudici hanno stabilito che «non spetta alla Corte, fuori di un giudizio di costituzionalità, esprimere valutazioni su aspetti» sottolineati, come l'attribuzione dei premi di maggioranza senza la previsione di alcuna soglia minima di voti o seggi, l'esclusione dei voti degli elettori della Valle d'Aosta e della circoscrizione Estero nel computo della maggioranza ai fini del conseguimento del premio; il meccanismo delle cosiddette liste bloccate, la difformità dei criteri di assegnazione dei premi di maggioranza tra Camera e Senato, la possibilità di presentarsi come candidato in più di una circoscrizione».


Redazione Online24 gennaio 2012 | 17:58



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Servizio civile, la protesta dei volontari bloccati

Corriere della sera


Cresce la protesta dei 18 mila volontari selezionati col bando del Servizio civile dello scorso ottobre, saltato dopo la sentenza del Tribunale del Lavoro di Milano che ha dato ragione a Shahzad Syed (era stato escluso perché cittadino pachistano). Ricorso del ministero, mobilitazione su Facebook, l'ipotesi di una manifestazione a Roma il primo febbraio. La petizione online - mi segnala la collega Sara Bicchierini - ha già raggiunto migliaia di adesioni: "Con la presente si vuole attirare l'attenzione pubblica sul disagio vissuto in questi giorni dai 18mila volontari che sono stati SELEZIONATI in tutta Italia. Questa situazione comporta la mancanza di personale negli enti aderenti ai progetti e si negherebbe un esperienza lavorativa e di crescita ai giovani italiani. Vogliamo che ci venga assicurato l'inizio del servizio civile; molti ragazzi hanno sostenuto spese di viaggio per recarsi nei luoghi dove sono avvenute le selezioni, molti hanno rinunciato ad oppurtunità di lavoro e molti sono nell'età limite per poter accedere a tale servizio. Vogliamo solo godere dei nostri diritti".



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La «mela di Eva» rischia l'estinzione

Corriere della sera

Il «frutto proibito» potrebbe scomparire a causa dell'urbanizzazione e della deforestazione



La Malus sieversii (Web)La Malus sieversii (Web)

MILANO - La mela del peccato con cui Eva tentò Adamo rischia di scomparire a causa dell'avidità umana. A darne notizia, durante una conferenza stampa, è stata l'associazione Alma, nata due anni fa per salvare la Malus sieversii - questo il nome latino della «mela di Eva» ossia del melo selvatico da cui si ritiene discendano tutte le varietà domestiche - che ha lanciato il suo appello per la salvaguardia di questa specie vegetale. Il frutto, che cresce in maniera spontanea nella regione di Almaty, nel sud-est del Kazakistan, sarebbe minacciato dall'urbanizzazione selvaggia e dalla deforestazione. Solo un cambiamento nel comportamento dell'uomo potrebbe assicurarne l'esistenza.

RESISTE ALLE MALATTIE MA NON ALL'UOMO - La M. sieversii è un particolare tipo di mela che aveva fin qui fatto fronte agli assalti del progresso. Le sue caratteristiche genetiche le permettono infatti di resistere alle malattie, facendo a meno dei 35 pesticidi che «proteggono» le normali mele. Inoltre cresce su alberi molto belli, alti fino a 20-30 metri e larghi 2 e se il suo Dna venisse incrociato con quello di altre qualità contribuirebbe a renderle più sane. Del frutto esistono quasi 6 mila varietà e, diversamente da altre mele selvatiche, questa è grande e dolcissima. Per milioni di anni il pomo proibito è cresciuto indisturbato, reso così pregiato anche dal contribuito degli orsi che mangiandone e digerendone i semi permettevano ai germogli di attecchire a terra. Peccato che secondo Alma il 70 per cento di questi meli siano già stati devastati, rendendo la mela di Eva un frutto davvero raro da trovare.



Marta Serafini
24 gennaio 2012 | 18:15




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L'anima non ha prezzo per il cervello alcuni valori sono sacri

La Stampa

Un'area celebrale elabora i principi etici fondamentali




Milano

Uno studio dell’università statunitense Emory pubblicato su Philosophical Transactions of the Royal Society dimostra che l’anima non è in vendita e allo stesso modo i valori in cui crediamo profondamente.

A “stabilirlo” è il cervello, che elabora questi concetti in un’area specifica e nettamente separata da quella in cui valutiamo costi e benefici delle cose meno “sacre” su cui siamo disposti a contrattare.

I ricercatori hanno sottoposto ad una trentina di volontari 62 coppie di affermazioni contrastanti fra loro, alcune più banali (come «Tu sei/non sei un consumatore di tè») e altre più forti (come «Tu sei favorevole/contrario ai matrimoni gay»), e hanno chiesto a ciascuno di scegliere di volta in volta quella che sentiva più sua. Alla fine dell’esperimento, i volontari potevano decidere se “mettere in vendita” le affermazioni che avevano scelto, rinnegandole in cambio di denaro.

Analizzando l’attività del cervello con l’ausilio della risonanza magnetica cerebrale, i ricercatori hanno potuto osservare che i valori che riteniamo sacri accendono un circuito neuronale che serve a valutare ciò che è giusto e sbagliato (la giunzione temporo-parietale sinistra) e un altro che serve a recuperare le regole semantiche (la corteccia prefrontale ventrolaterale sinistra), ma non quello che valuta il rapporto costi/benefici ed è associato alla ricompensa.

L’attività della regione cerebrale associata ai valori irrinunciabili è risultata più intensa nelle persone che fanno parte di gruppi organizzati, come i fedeli di una chiesa, i componenti di gruppi sportivi e musicali, forse perché le regole e le norme sociali che esistono nel gruppo aiutano a instillare valori in modo più profondo.

Inoltre, nei volontari che rifiutavano di dare un prezzo ai propri valori si è potuta osservare l’attivazione dell’amigdala, il centro di controllo dell’emotività, fatto che sottolinea lo scatenarsi di reazioni come l’offesa e l’indignazione.




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Donat-Cattin l'anarchico dc che sfidò Andreotti

La Stampa

I ritratti dei big della Prima Repubblica nelle lettere del "ministro ribelle"




Carlo Donat-Cattin



MARCELLO SORGI

Dagli archivi della Fondazione Donat-Cattin riemergono alcuni preziosi carteggi tra «l'anarchico» della Dc, come lo definì Andreotti e i principali leader democristiani. Documenti storici delle varie fasi della Prima Repubblica, che il capo della corrente filosocialista di Forze nuove ebbe modo di attraversare nei suoi quasi cinquant'anni di politica. E come scrive la curatrice Valeria Mosca nell'introduzione al libro che contiene le lettere ( L' Italia di Donat-Cattin , Marsilio Editore) sono «una perfetta rappresentazione del temperamento vulcanico» del leader Dc che non riuscì mai a diventare un «cavallo di razza» ma diede sempre filo da torcere a tutti i segretari e i presidenti del consiglio della Dc. 

Irregolare e indisciplinato per natura, Carlo DonatCattin era il pupillo dei giornalisti incaricati di seguire le riunioni della direzione democristiana, di cui stilava perfetti verbali stenografici, violando qualsiasi regola di riservatezza e aggiungendo anche dettagli di colore. Lo faceva per divertimento, ma anche con un preciso disegno politico, volto a scombinare i giochi di un partito che cambiava un governo all'anno e un segretario ogni due, salvo poche eccezioni.

La personalità del protagonista si rivela già nel capitolo dedicato ai rapporti con Mariano Rumor, successore di Moro nel '64 alla guida della Dc e subito preso di mira dal nostro perché sospettato di voler rallentare il corso dell’alleanza di centrosinistra. La prima occasione, nello stesso anno, sono le elezioni del Presidente della Repubblica. Candidato ufficiale è Giovanni Leone, esponente dell’ala moderata, che verrà travolto dall’attivo sabotaggio di Donat-Cattin che porta all’elezione del socialdemocratico Giuseppe Saragat. 

La lettera con cui Rumor comunica al ribelle deputato piemontese un anno di sospensione come punizione per «l’atto di rilevante indisciplina politica» che ha compiuto è un capolavoro democristiano, da cui emerge chiaramente che la pena non verrà mai eseguita anche perché il condannato non l’avrebbe mai accettata. Rumor è costretto a minacciare di nuovo sanzioni contro Donat-Cattin quando Forze nuove, nel dicembre '68, organizza a Sorrento un convegno in cui si teorizza apertamente «la scissione della Dc» e la fondazione di un secondo partito cattolico di sinistra. Ma anche in questo caso Donat Cattin la fa franca.

Con Andreotti, invece, è un'altra storia: fin dagli anni del movimento giovanile Dc di cui si contendono la segreteria, s’instaura una vera rivalità. Donat-Cattin lo contesta, non per il ruolo, contrapposto al suo di sinistra, di leader della destra democristiana, ma per la caratteristica indifferenza che lo porterà, nella sua lunghissima vita politica, ad essere «quello che ribalta il centrosinistra e fa il governo con Malagodi» nel '72, in seguito alla sconfitta della Dc alle elezioni politiche e all’ondata di destra che ingrassa l’Msi di Almirante. E poi, «nel giro di quattro-cinque anni, quello che capeggia tutte le edizioni possibili dei governi con i comunisti». Tra l’altro, proprio al momento del governo Dc-Pli, Donat-Cattin fa il gran rifiuto: invece di giurare da ministro al Quirinale, se ne va alla Camera dal barbiere.

Le liste dei ministri e il numero di sottosegretari da attribuire alla corrente, sempre sottovalutata nella distribuzione del potere, formano oggetto di complicatissime dispute. Donat-Cattin rivendica più posti in base a una percentuale ricavata direttamente dal famoso Manuale Cencelli, che prevedeva che un sottosegretariato entrasse in quota per il 16,66 per cento. Ma si capisce dalle lettere che Rumor, Forlani e Andreotti se lo giocavano, promettendogli poltrone e risarcimenti che non sarebbero mai arrivati.

Lui e il Divo Giulio non si capivano. «Pensa di essere immortale come le guardie dello Scià di Persia», attaccava Donat-Cattin. E un giorno dichiarò: «Volete sapere tra cinquant'anni chi sarà il presidente del consiglio e quanto costerà un chilo di pane? Risposta uno: Andreotti. Due: venti rubli». Andreotti un po' lo sopportava e un po' lo rimproverava. Quand’era capogruppo alla Camera, per contestare il suo rifiuto di obbedire alle direttive gli scriveva: «Ti comporti come se fossi nel gruppo misto». Quando Donat-Cattin, da ministro, prese posizione frontalmente contro Andreotti presidente del consiglio, partì un secco avvertimento: «Nel partito puoi essere anarchico. Al governo, no».

E tuttavia, travolto nel 1980 dalla vicenda del figlio terrorista Marco e costretto a uscire dal governo Cossiga, Donat-Cattin fu sorpreso dalla solidarietà di Andreotti: «Nel momento in cui sei ferito nel tuo affetto di padre, ti sono vicino con amicizia e nella preghiera». Fino all’ultimo però rimasero incompatibili. Salvo rari momenti di condivisione (come quello sulla necessita di istituire, già nel 1987, una «commissione etica» alla presidenza del consiglio per affrontare i nuovi problemi introdotti dalla fecondazione artificiale) litigavano su tutto. Ma si facevano regali, e si scambiavano gli auguri, quelli di Donat-Cattin ad Andreotti per i settant'anni, e quelli di Andreotti a Donat-Cattin, che nel '91 gli scrive che sarà assente «per otto o nove giorni» perchè va a mettersi «qualche by pass». Invece non tornerà più. Gli sarà almeno risparmiata dal destino la fine della Prima Repubblica e della Dc, di cui era stato protagonista nella sua vita politica assai turbolenta.


Curatore: Mosca V., Parola A.
Titolo: L' Italia di Donat-Cattin
Edizioni: Marsilio
Pagine: 304
Prezzo: € 28,00





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Falkland, l'Argentina pensa al blocco aereo-navale

Quotidiano.net

Buenos Aires vuole rinegoziare, ma senza risultato

 

La Gran Bretagna però non ha alcuna intenzione di rivedere la sovranità sulle isole (nel 1982 vinse la guerra lampo con gli argentini). Allora il presidente Kirchner starebbe pensando a un doppio blocco - navale e aereo, aiutati da altri Paesi sudamericani, con l'incognita Cile: aiutò Londra durante gli scontri


Buenos Aires, 24 gennaio 2012



Sale la tensione per le Falkland-Malvine, le isole contese tra Argentina e Gran Bretagna.


Secondo quanto scrive oggi El Mundo, l’Argentina potrebbe decidere il blocco aereo attorno alle isole bloccando di fatto tutti i rifornimenti vitali per gli abitanti dell’arcipelago che al momento arrivano tramite voli della compagnia cilena Lan.


Da mesi il governo di Buenos Aires vuole riportare al tavolo delle trattative quello di Londra, sinora senza risultato. A dare maggiore enfasi alla crisi anche la decisione recente di trasferire sulle isole la pattuglia di elicotteristi britannici che tra le sue fila annovera anche il principe William. Così per rompere lo stallo il presidente Kirchner starebbe pensando a un doppio blocco - navale e aereo.


Quello navale prevede la collaborazione degli altri paesi della zona - Brasile, Cile, Uruguay - che dovrebbero impedire l’attracco nei porti alle navi partite dalle Malvine. Quello aereo bloccherebbe definitivamente i rifornimenti (dai generi alimentari ai libri di testo) impedendo appunto i collegamenti assicurati dalla lan. Difficilmente il Cile sarà però disposto a collaborare spontaneamente con le autorità argentine (i cileni già diedero appoggio logistico ai britannici durante la guerra delle Falkland-Malvine nel 1982) e sarà quindi decisivo capire in che termini Buenos Aires vorrà concretizzare la sua minaccia di blocco aereo qualcosa questa misura venisse effettivamente decisa.





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Il '68? Nacque da un omicidio insabbiato

Corriere della sera

la procura di berlino dimostra che Benno Ohnesorg fu assassinato


Il poliziotto in borghese che colpì non agì per legittima difesa, anzi uccise il giovane sparando a bruciapelo



MILANO – L'omicidio dello studente tedesco che scatenò le rivolte del sessantotto e che più tardi diede vita al terrorismo rosso in Germania fu premeditato dalla polizia. Dopo oltre 40 anni, grazie alle nuove tecnologie investigative, la procura di Berlino ha dimostrato che la morte di Benno Ohnesorg, avvenuta il 2 giugno del 1967 durante una manifestazione studentesca organizzata per protestare contro la visita a Berlino Ovest dello Scià di Persia Mohammad Reza Pahlavi, non fu un tragica casualità e soprattutto l'autore del delitto, il poliziotto in borghese Karl-Heinz Kurras, non agì per legittima difesa. La nuova indagine, anticipata dalla rivista tedesca Der Spiegel, dichiara che l'agente si avvicinò al capo dei manifestanti e sparò a bruciapelo.

MICCIA - Quel giorno i manifestanti scesero in piazza per protestare contro la Scià Pahlavi, considerato un rappresentante della «politica imperialista degli Usa», al tempo impegnati nell'impopolare e tragica guerra del Vietnam. Secondo gli storici la morte di Ohnesorg fu la miccia che portò alle proteste del '68 nella Germania Occidentale e proprio dopo questo tragico evento cominciarono a costituirsi le prime cellule della Rote Armee Fraktion (Raf), il gruppo terroristico di estrema sinistra che insanguinò il paese teutonico per tutti gli anni '70 e gli inizi degli anni '80. Poche ore dopo l'omicidio, la polizia dichiarò che l'agente era stato aggredito da alcuni giovani armati di coltelli, capeggiati dallo studente Ohnesorg ed era stato costretto a sparare.

FALSO - Il poliziotto che alcuni documenti segreti scoperti nel 2009 dimostrano essere stato a lungo un informatore della Stasi, il servizio segreto della Ddr, non fu minacciato da nessuno, ma come mostra un filmato si avvicinò lentamente al leader dei manifestanti e armato di pistola, lo uccise.

NUOVE PROVE - Una foto invece immortala l'omicida che appoggia una mano sulla spalla sinistra di un altro poliziotto mentre fa partire il colpo che ucciderà Ohnesorg. Altre immagini mostrano tre agenti picchiare lo studente anche dopo che quest'ultimo è stato colpito dal proiettile (i poliziotti non furono mai interrogati e le loro generalità restano sconosciute). Infine in uno scatto si vede Helmut Starke, il superiore dell'agente in borghese, a pochi passi dal luogo del delitto nel momento in cui avviene l'omicidio: Starke aveva sempre dichiarato agli inquirenti di non aver visto Kurras durante gli scontri.

BUGIE - La conclusione dell’indagine è inequivocabile - affermano gli investigatori - Le prove suggeriscono che l'omicidio fu causato volontariamente da Kurras. Tuttavia probabilmente le nuove rivelazioni non porteranno alla riapertura del caso. Secondo lo Spiegel l'insabbiamento più meschino fu quello portato a termine dai medici dell'ospedale di Moabit, struttura sanitaria nell’omonimo quartiere di Berlino. Essi non solo rimossero i frammenti del cranio attorno alla ferita provocato dalla pallottola, ma ricucirono anche la pelle in modo che non si vedesse lo squarcio nella testa. Poi stilarono il certificato di morte che afferma in modo generico che lo studente era stato «colpito alla testa da un corpo contundente». Il medico che scrisse il certificato ha confessato che quelle parole «non erano frutto delle sue conclusioni, ma furono rilasciate su ordine del suo capo».



CHOC DEI SESSANTOTTINI - Le nuove prove hanno turbato soprattutto alcuni membri della sinistra tedesca, molti dei quali ex sessantottini che non hanno mai creduto alla versione della polizia: «L'indagine dimostra che la verità è peggiore dei nostri più macabri sospetti - ha dichiarato alla rivista tedesca Hans-Christian Ströbele, parlamentare dei Verdi ed ex avvocato penalista che nei decenni passati ha difeso in tribunale diversi membri della Raf - Ci sono fondati motivi per sospettare che l'omicidio di Benno Ohnesorg fu un atto premeditato con l'intenzione di uccidere»

Francesco Tortora

24 gennaio 2012 | 16:08




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Cerimonia al cimitero degli animali arrivato al 12esimo anno di attività

Il Mattino


CASERTA - A dodici anni dalla sua inaugurazione, oggi il cimitero degli animali è una realtà con oltre duemila presenze, che contano soprattutto ma non solo cani e gatti. Ieri, come ogni anno, primo sabato dopo la ricorrenza di Sant’Antonio Abate, patrono del mondo animale (che cade il 17 gennaio) , si è tenuta la giornata in ricordo degli amici a quattro zampe e non solo, con la presenza - anche quest’anno - di un testimonial d’eccezione con la passione per gli animali. Ieri a Caserta è stata la volta di Barbara Chiappini, che ha preso parte alla cerimonia allestita nel cimitero degli animali di Caserta, gestito da Luciano Meola.



Anche il sindaco Pio Del Gaudio ha partecipato, accompagnato dall'assessore comunale Pasquale Parisella alla mattinata in memoria degli animali da compagnia. «Il cimitero degli animali di Caserta - ricorda il sindaco - è il secondo in Italia, insieme a quello di Roma, per qualità ed importanza, per questo motivo ci stiamo impegnando con l'assessore Pasquale Parisella, per risolvere le enormi difficoltà del canile municipale. Ogni anno - continua ancora il sindaco - la presenza di tante persone a manifestazioni di questo tipo, mi convince sempre di più che la nostra città raccoglie movimenti e associazioni portatrici di valori positivi, che dobbiamo essere in grado di valorizzare con maggiore attenzione». Assieme ai tanti problemi da risolvere al canile e oltre all’apertura di una seconda sede del cimitero per animali già operativa, presto sarà concretizzata la realizzazione di un «Dog Park», dove qualsiasi animale, con il proprio proprietario, potrà trascorrere piacevoli ore senza essere disturbato.

Lunedì 23 Gennaio 2012 - 16:38    Ultimo aggiornamento: 16:39



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Il doppio volto del Pd: ora condanna le proteste

di -

Dopo la sbornia anti Cav, ora i democratici si schierano in difesa di Monti. Da Bersani alla Finocchiaro parole di fuoco contro i contestatori


Roma C’era una volta il Pd per il quale ogni occasione era buona per sobillare la rivolta sociale e agitare lo spettro della piazza. C’era una volta il Pd del tanto peggio tanto meglio.



Pier Luigi Bersani

C’era, insomma, il Pd dell’epoca in cui a Palazzo Chigi sedeva Silvio Berlusconi. Oggi che il Cav si è fatto da parte, e che il presidente del consiglio è Mario Monti, per Bersani e soci la piazza deve darsi una calmata. A qualsiasi costo.


Insomma, la piazza è buona e molto democratica quando serve. Ed è brutta, sporca, cattiva e pure un po’ mafiosa quando intralcia la strada. Quindi, si faccia pulizia. È questo il contributo più rilevante del primo partito della sinistra al dibattito sulle proteste che incendiano l’Italia. «Il governo intervenga al più presto per ripristinare la legalità nelle strade italiane rimuovendo i blocchi che si stanno formando», è l’accorato appello che arriva da Silvia Velo, deputata e vicepresidente della commissione Trasporti, che pure concede: «Comprendiamo l’esasperazione degli autotrasportatori che da molto tempo stanno vivendo una situazione insostenibile per le loro imprese». Ma tranquilli, il governo sta lavorando per noi e quindi «auspichiamo che prevalga il senso di responsabilità». Anche con le maniere forti: «Il ministro dell’Interno si attivi per rimuovere i blocchi stradali illegali e garantisca alle imprese il regolare svolgimento della loro attività».


Di «inammissibili forme di violenza, abuso e illegalità» parla anche il responsabile Trasporti Pd, Matteo Mauri, che non perde l’occasione per tirare fuori il vecchio amuleto scacciaguai, il santino di Berlusconi: «Il settore dell’autotrasporto - accusa Mauri - sta vivendo una fase di grave difficoltà, che il governo Monti ha ereditato dall’immobilismo asfittico del precedente governo Berlusconi. In nessun caso, tuttavia, sono ammissibili forme di violenza, di abuso, di illegalità. Non sono tollerabili abusi, il governo intervenga a garantire legalità e rispetto delle regole. Non è certo con la prevaricazione e la violenza che si migliorano le condizioni di lavoro degli autotrasportatori e il servizio ai cittadini, questo deve essere chiaro per tutti».


Ed Emanuele Fiano, responsabile Sicurezza del partito, chiede «al ministro Cancellieri di intervenire subito per ripristinare il diritto di tutti i cittadini alla libera circolazione delle merci e delle persone».

Nessuna novità, del resto. Già nei giorni scorsi esponenti del Pd avevano agitato il forcone contro i forconisti siciliani: «Questa situazione di lotta e di illegalità non è tollerabile», aveva detto Enzo Bianco. «Nessuna forma di lotta può mettere in ginocchio una regione già duramente colpita dalla crisi. Blocchi e intimidazioni non sono più tollerabili», avevano lacrimato in coro i segretari nazionale e siciliano del pd Pier Luigi Bersani e Giuseppe Lupo.


«Dentro il movimento dei forconi c’è criminalità e deriva becera e violenta», aveva sentenziato Anna Finocchiaro, presidente del gruppo del Pd a Palazzo Madama. E pensare che, appena pochi giorni fa, il segretario dei Comunisti-Sinistra Popolare Marco Rizzo aveva criticato da sinistra il Pd per essersi sottratto al compito storico di mettersi alla testa della rivolta siciliana. Ma questo è il Pd: o di lotta o di governo. E ora tocca al governo.



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Quattro assi non bastano: se la vincita consiste in premi in natura, il poker è reato

La Stampa


Il poker è reato anche se la vincita consiste in premi in natura, perché si realizza comunque lo scopo di lucro. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 39730/11.

Il Caso

Il presidente di un circolo ricreativo, dove si era svolto un torneo di poker sportivo, ricorre contro la decisione del Tribunale del riesame di respingere la richiesta di dissequestro delle schede dei giocatori e della somma di 4.890 euro. L’annullamento dell’ordinanza è chiesto perchè si ipotizza che non ci sia l'ipotesi che sia stato commesso un reato di esercizio di giuochi d'azzardo (art. 718 c.p.). In realtà, secondo il ricorrente, l’attività svolta all’interno del circolo riguardava un gioco lecito di abilità, denominato «poker sportivo non a distanza», in ordine al quale mancava lo scopo di lucro. La Corte Suprema, dal canto suo, ritiene che l’aver raccolto quote di partecipazione e la previsione che una parte della somma venisse utilizzata per l’acquisto di premi da distribuire ai vincitori del torneo, sono elementi costitutivi del reato di gioco d’azzardo (art. 718 c.p.). Questo perché, precisano gli Ermellini, il gioco del poker è basato «prevalentemente sull’alea, in ordine al quale era prevista la vincita di premi in natura, realizzandosi così anche il fine di lucro». Pertanto, il ricorso proposto dal presidente del circolo viene respinto, con conseguente condanna dello stesso al pagamento delle spese processuali.


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I clandestini a bordo? Ecco quanto è facile imbarcare le "amiche"

di -

Basta far richiedere un "passaggio familiare" da un sottoposto e il costo è zero. Oppure si registra la persona come "visitatore"


L’armatore della sfortunata nave Concordia smentisce seccamente la presenza di «clandestini» a bordo, ma sugli hotel galleggianti ci sono sistemi per imbarcare qualcuno, magari un’amichetta, senza tanta pubblicità.


Le ricerche sulla Costa Concordia

Forse non sarà il caso della società Costa, ma chi ha comandato navi passeggeri spiega al Giornale i vari sistemi. Il primo è perfettamente previsto dal contratto per i membri dell’equipaggio, che hanno la possibilità di usufruire dei cosiddetti «passaggi familiari». In pratica possono prenotare la crociera per i loro parenti stretti come genitori, mogli, figli e pure conviventi. L’agevolazione non necessariamente prevede la richiesta di una cabina in più. In questo caso il costo è zero. Se invece si vuole una cabina per l’ospite si paga una tariffa solitamente agevolata.

I familiari vengono imbarcati con la dicitura elettronica «GD0000». Poi c’è il piccolo sotterfugio per le amichette. «Esiste un’usanza comune a bordo per le persone sposate, come può essere un comandante, che desidera invitare una donna - spiega un ufficiale di grande esperienza di crociere -. Non può avanzare una richiesta di passaggio familiare e allora il capitano “ordina” a qualcuno dell’equipaggio di farlo al suo posto». Si evitano imbarazzi e ci si porta comunque l’amica. È di ieri la notizia che Domnica Cemortan l’ospite moldava a bordo di nave Concordia, che fin dall’inizio ha sollevato più di un dubbio, verrà interrogata per rogatoria dalle autorità del suo paese.


Il termine «clandestino» non indica qualcuno che entra di soppiatto e rimane a bordo senza essere scoperto. «Se la gestione di una nave di passeggeri è allegra», spiega una fonte del Giornale, esisterebbe un altro sistema. Una persona può salire a bordo come visitatore e viene registrata nell’apposita lista. «Poi rimane sulla nave che lascia gli ormeggi ma viene smarcata come scesa a terra» sostiene la fonte. Per farlo sarebbe necessaria almeno la compiacenza del capo della sicurezza.


In pratica si tratterebbe di un ospite imbarcato, ma che non risulta nella lista dei passeggeri. Ieri si è smontato il caso della donna ungherese denunciato dal capo della protezione civile, Franco Gabrielli, che non risultava da nessuna parte, anche se dei presunti parenti la reclamavano sostenendo che si trovasse a bordo al momento del naufragio. Il ministero degli Esteri magiaro ha fatto sapere che «la denuncia risulta infondata e si basava sui dati di una donna morta tre anni fa». Probabilmente era un tentativo di truffa per ottenere il risarcimento.


Ieri Costa crociere ha emesso un comunicato in cui sottolinea «che l’azienda ha in atto rigidissimi sistemi di controllo dell’accesso a bordo in aggiunta a quelli effettuati dalle autorità». Bisogna avere un biglietto di viaggio per i passeggeri, oppure una tessera identificativa a lettura ottica per l’equipaggio. «Ai passeggeri, all’accesso a bordo, viene scattata una foto del viso, abbinata poi a un codice a barre identificativo» scrive la Costa. La società aggiunge che «in caso di infrazioni (delle procedure di sicurezza) la compagnia prende severi provvedimenti disciplinari». L’armatore smentisce, con ancora più decisione, che a bordo di Costa Concordia «potessero esserci dei lavoratori clandestini». Nel frattempo la pubblicazione sul Giornale del tracciato satellitare della nave, dall’impatto con lo scoglio all’incagliamento, continua a sollevare interpretazioni diverse. Per alcuni esperti del settore il comandante Schettino «ha effettuato una manovra di salvataggio» evitando il peggio.


La maggioranza dei lupi di mare, compresi ufficiali stranieri, sostengono che Schettino ha cercato con un colpo di timone di evitare all’ultimo momento lo scoglio, ma poi tutto è avvenuto non per una manovra voluta. Per portare la nave a riva «con il black out e la sala macchine allagata, le eliche laterali non potevano funzionare» scrive un gruppo di ufficiali.


Un ex comandante della Marina militare parla senza mezzi termini «di fortuna sfacciata» nell’incagliarsi sull'isola, piuttosto che inabissarsi al largo. Forse la verità sta nel mezzo, come fa notare una fonte del Giornale: «C’era vento di traverso (da nord est). Una nave passeggeri è un grattacielo, che fa da enorme vela. Lo spostamento lentissimo verso il Giglio, dove Costa Concordia si è incagliata, può essere semplicemente dovuto alla forza del vento sfruttata da chi era a bordo».

www.faustobiloslavo.eu



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Comunicato sindacale

Corriere della sera

Nota congiunta dei Cdr di Corriere della Sera e Gazzetta dello Sport e delle Rappresentanze sindacali unitarie poligrafiche






Ieri la Rcs ha comunicato alle rappresentanze sindacali giornalistiche e poligrafiche di Corriere della Sera e Gazzetta dello Sport decisioni che, al netto della crisi generale e di settore, sono il frutto di politiche e gestioni dissennate. E a pagarne le conseguenze sono, ancora una volta, i lavoratori e il diritto dei lettori a ricevere un’informazione di qualità.

Entro febbraio sarà sospesa la pubblicazione di City e i suoi giornalisti e poligrafici saranno messi in mobilità. Oltre a esprimere tutta la solidarietà ai colleghi interessati, è stato chiesto all’Azienda di garantire loro un diritto di prelazione sulle prossime assunzioni.

Rcs ha inoltre annunciato formalmente di voler «valorizzare» il patrimonio immobiliare dell’area Solferino-San Marco. Ne consegue, ha detto l’Azienda, il «trasloco» della redazione milanese della Gazzetta e di tutta la componente poligrafica negli edifici di via Rizzoli. Solo la redazione del Corriere potrebbe continuare ad occupare la parte storica dell’edificio, quella che affaccia su via Solferino; mentre l’altra componente indispensabile alla realizzazione del giornale verrebbe spostata senza tenere in minimo conto il depauperamento qualitativo che ne deriverebbe. Un giornale è una squadra che deve giocare di concerto, fianco a fianco, in tempi strettissimi, per poter dare al lettore la migliore informazione possibile.

Dopo il recente rientro in via Rizzoli degli uffici di Rcs MediaGroup, trasloco costato qualche milione di euro (a fronte di un attivo di bilancio consolidato di 7 milioni per il 2010), ora dunque sarebbe la volta della redazione della Gazzetta dello Sport e della totalità dei poligrafici in modo da liberare e mettere potenzialmente in vendita, al miglior offerente, tutte le aree San Marco e Balzan. Ricordiamo che, su tutto il complesso, gravano 75 milioni di euro di ammortamenti per oneri di ristrutturazione. Da detrarre da una possibile vendita. Inoltre il complesso è stato ristrutturato senza prevedere in alcun modo un possibile spezzatino immobiliare.

Giornalisti e poligrafici vengono da anni di pesanti tagli costati centinaia di posti di lavoro nelle due popolazioni. Tali sacrifici sono stati il nostro investimento per creare risorse per investimenti editoriali e tecnologici anche sui nuovi media, in vista di un rilancio e un nuovo sviluppo. Oggi assistiamo invece, da parte aziendale, a un ennesimo tentativo di «fare cassa» rapidamente senza curarsi dei danni organizzativi ed economici non calcolabili nel medio periodo, e affossando forse definitivamente ogni velleità di ripresa del gruppo.

I motivi di queste scelte appaiono, purtroppo, evidenti. L’investimento in Spagna nel gruppo editoriale Recoletos è stato un flop di dimensioni colossali: indebitamento con il sistema bancario di un miliardo di euro, crollo del fatturato in pochi anni e un valore contabile che oggi supera di poco la metà dell’investimento iniziale. Ora siamo davanti a un bivio: o una ricapitalizzazione da parte degli azionisti - gli stessi che nel 2007 hanno votato all’unanimità per l’investimento in Spagna – o la vendita dei gioielli di famiglia. Operazione di corto respiro, forse un maquillage per i conti nel breve periodo ma sicuramente una follia dal punto di vista organizzativo e industriale, con una pesante ricaduta sui conti a medio e lungo termine. E mentre all’esterno si auspica una modernizzazione basata su liberismo, mercato e meritocrazia, all’interno si premia chi ha realizzato politiche che hanno portato verso il baratro.

Chiediamo quindi l’immediato abbandono di questo miope e dannoso progetto, dichiarando da subito lo stato di agitazione nei modi e nei tempi che il Cdr del Corriere, il Cdr della Gazzetta e la RSU dei Quotidiani riterranno più opportuni.


23 gennaio 2012 (modifica il 24 gennaio 2012)
 





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Burocrazia, la residenza si cambierà in pochi giorni

La Stampa


Pronto il decreto. Stop al bollino blu annuale per l’auto, addio al libretto universitario




Le pubbliche amministrazioni comunicheranno fra di loro solo per via telematica

FRANCESCA SCHIANCHI
Roma

Addio alle interminabili code in segreteria per iscriversi all’Università, alle lunghe attese per ottenere un cambio di residenza, al rinnovo annuale del bollino blu. Sono alcune delle novità che potrebbe introdurre il decreto semplificazioni allo studio del governo, venerdì in Consiglio dei ministri. Circola già una bozza: «Dove c’è una lungaggine dobbiamo intervenire per eliminarla», promette il ministro della Funzione pubblica Patroni Griffi, anche i cittadini possono lanciare le loro idee attraverso il sito del ministero. Ecco alcuni interventi previsti nella bozza del testo.

Cittadini
L’Inps monitorerà la spesa per l’assistenza sociale, per verificare eventuali abusi, inviando segnalazioni in caso di dati non congrui. Anziché rinnovarlo ogni anno, il bollino blu dell’auto si rifarà solo al momento della revisione periodica del mezzo. Le comunicazioni fra i comuni avverranno solo in modo telematico: il cambio di residenza si otterrà «nel termine di venti giorni». Per i cittadini disabili prevista la riduzione dell’Iva per l’acquisto di auto e l’introduzione di un solo certificato utile per tutte le agevolazioni. Più semplice la procedura per l’astensione anticipata dal lavoro in caso di gravidanze difficili. Viene istituita la figura di un commissario a cui potersi rivolgere in caso di ritardi dell’amministrazione, e istituiti sportelli del turista decentrati.

Imprese e lavoro
La Pubblica amministrazione si farà carico del pareggio degli oneri amministrativi: «L’idea di fondo - spiega il ministro Patroni Griffi - è che se una legge introduce un onere, a fine anno una quantità di oneri equivalente deve essere eliminata». Molti oneri potrebbero essere ridimensionati: la bozza prevede un anno di tempo per attivare percorsi di semplificazione (in ambiti delimitati e a partecipazione volontaria). Per le piccole e medie imprese, tutte le comunicazioni previste dalla legge in materia ambientale vengono sostituite da una dichiarazione unica. Entro due mesi, saranno definiti tempi e modi dell’agenda digitale del Paese. La lista dei controlli a cui sono preposte le imprese verrà pubblicato su www.impresainungiorno.gov.it e sul sito delle varie amministrazioni. Gli enti locali potranno cercare di creare aree “burocrazia free”, sfrondare le procedure per attrarre le imprese. Viene creata la Banca dati nazionale dei contratti pubblici, presso la quale stazioni appaltanti ed enti aggiudicatori dovranno verificare il possesso dei requisiti. Prevista la responsabilità solidale negli appalti, mentre per fare l’autoriparatore non bisognerà più certificare la propria idoneità fisica.

Scuola e università
La bozza del testo prevede l’equiparazione dei titoli di studio per i concorsi pubblici. All’università ci si iscriverà solo per via telematica, e anche gli esami si registranno solo per via informatica. Previsti ammodernamento e razionalizzazione del patrimonio immobiliare scolastico: entro due mesi dall’entrata in vigore del decreto dovrà essere approvato un Piano di edilizia scolastica. Le istituzioni scolastiche, inoltre, «costituiscono reti territoriali», si legge nella bozza, e per i vari istituti si prevede una «autonomia responsabile».

Ricerca
Si individua una nuova figura: quella del “capofila” all’interno di una serie di aziende coinvolte in un progetto di ricerca, che rappresenterà le imprese nei rapporti con l’amministrazione e farà un controllo periodico sullo svolgimento del programma. Possibili controlli ex post sull’idoeneità dei requisiti richiesti per ottenere i finanziamenti.

Pubblica sicurezza
Vengono modificate alcune parti del Testo unico di Pubblica sicurezza. Le autorizzazioni di polizia avranno la durata di 3 anni (e non 1). Si potranno fare feste da ballo in pubblico senza richiedere la licenza del Questore.

Agricoltura
Diventerà annuale la vendita dei terreni agricoli pubblici. Previsti inoltre 15 milioni di euro per i contratti di filiera e di distretto. In programma il registro elettronico delle imprese della pesca, da istituire in tutte le capitanerie di porto.



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Gucci, il tocco del lusso sulle biciclette Bianchi

Il Messaggero


MILANO - Gucci firma le nuove biciclette di casa Bianchi. «Viaggiare con stile - commenta il direttore creativo Frida Giannini - è sempre stato fondamentale per Gucci, fin dalla sua fondazione. Le biciclette Bianchi by Gucci sintetizzano perfettamente i nostri codici di lusso creando una nuova estetica cosmopolita per chi anche in viaggio non rinuncia all'eleganza».




Bianchi: orgogliosi di essere stati scelti da Gucci. «Bianchi è orgogliosa di essere inclusa nel gruppo di brand italiani iconici scelti da Gucci per le collaborazioni di prodotti lifestyle» afferma il Ceo di Bianchi Bob Ippolito, facendo notare che «la visione creativa di Frida Giannini ci ha dato l'opportunità di realizzare nuovi modelli originali e distintivi per gli appassionati di ciclismo».

Bianchi by Gucci in due modelli. La bicicletta Bianchi by Gucci è disponibile in due modelli, entrambi con l'iconico nastro Gucci verde-rosso-verde. La bicicletta single-speed in acciaio ed in colore bianco è ideale per muoversi in città. La bicicletta è personalizzata con manopole e sellino in pelle, oltre ad altri dettagli. Il modello urban/off-road in fibra di carbonio monoscocca è invece proposto in colore nero opaco con forcella in carbonio e freni a disco. È perfetta per una uscita nel weekend e si adatta sia alle strade di città sia ai percorsi di campagna. La personalizzazione di Frida Giannini è completata dalla selezione di accessori, che include casco, guanti e borraccia.

Lunedì 23 Gennaio 2012 - 22:33    Ultimo aggiornamento: 22:50



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La bomba a orologeria del Golfo

La Stampa


L'Iran minaccia di chiudere Hormuz per le sanzioni ma gli Usa hanno avvertito: allora sarà guerra
MAURIZIO MOLINARI
CORRISPONDENTE A NEW YORK

Varcando lo Stretto di Hormuz con la portaerei Uss Lincoln accompagnata da una flottiglia di unità britanniche e francesi, la Us Navy ha voluto riaffermare la libertà di navigazione, sfidando Teheran che continua a minacciare di negarla in segno di ritorsione contro le sanzioni internazionali.

Dietro il braccio di ferro fra Leon Panetta, capo del Pentagono, e il generale Ataollah Salehi, comandante di Stato Maggiore delle forze iraniane, c’è una disputa strategica che investe la maggiore arteria petrolifera del pianeta e vede entrambe le parti vantare la legittimità giuridica delle rispettive posizioni.

La disputa strategica è descritta dalla geografia. Il passaggio di Hormuz fra il Golfo Persico e l’Oceano Indiano nella parte più stretta misura 54 chilometri fra le coste dell’Iran, settentrionale, e degli Emirati Arabi Uniti, meridionale, dove si trova appollaiata l’enclave di Musandam dell’Oman. Emirati e Oman sono sostenuti dall’Arabia Saudita, rivale strategico di Teheran per l’egemonia sul Golfo e maggiore alleato di Washington nella regione, trasformando lo Stretto nel punto più vicino dove gli interessi e le ambizioni degli sceicchi arabi-sunniti e iraniani-sciiti si fronteggiano.

L’oggetto del contendere, da quando in Iran si affermò la rivoluzione khomeinista nel 1979, è il controllo del traffico petrolifero attraverso gli Stretti stimato fra il 36 e il 40 per cento del commercio quotidiano globale. La totalità del petrolio esportato da Arabia Saudita, Iran, Kuwait, Iraq, Qatar, Emirati Arabi e Bahrein passa ogni giorno Hormuz a bordo di petroliere dirette verso Asia ed Europa che transitano lungo due corsie, una in entrata e un’altra in uscita, larghe circa 3 miglia ciascuna all’interno di una canale di navigazione internazionale di 10 miglia fra le acque dell’Iran e quelle dell’Oman. Ciò significa che il fabbisogno energetico di gran parte del mondo industrializzato dipende dalla libertà di accesso a queste due corsie parallele.

La contrapposizione fra il blocco dei Paesi arabi e Teheran portò durante il conflitto Iran-Iraq (1980-1988) alla «guerra delle petroliere», che iniziò nel 1984 con l’attacco iracheno contro il terminale petrolifero iraniano di Kharg e portò Teheran a bombardare le petroliere irachene e del Kuwait innescando una serie di blitz e rappresaglie che il 18 aprile del 1988 degenerarono in uno scontro diretto fra la Us Navy e le forze iraniane. L’operazione «Praying Mantis» iniziò quando la fregata americana Uss Roberts urtò una mina iraniana a Hormuz, innescando il maggior conflitto aeronavale avvenuto dalla fine della Seconda Guerra Mondiale con l’affondamento di cinque navi iraniane e l’abbattimento di un elicottero dei Marines.

A 24 anni di distanza, quello scontro militare sembra ora rischiare di ripetersi anche se in dimensioni ben maggiori. Dalla metà di dicembre le forze iraniane e americane hanno effettuato esercitazioni opposte e speculari simulando cosa potrebbe avvenire. I Guardiani della rivoluzione iraniana hanno mine a sufficienza per bloccare la navigazione. Se la Us Navy dovesse mandare i cacciamine, gli iraniani dispongono di barchini veloci e missili antinave capace di bersagliarle. Il comando americano di base a Doha, in Qatar, risponde con un potenziale aeronavale di schiacciante superiorità tattica, soprattutto grazie alle unità della Quinta Flotta di stanza in Bahrein, che possono contare sul sostegno di vicini porti militari francesi e britannici.

Se i venti di guerra tornano a spazzare gli Stretti di Hormuz è perché si fronteggiano opposte versioni sulla legittimità della chiusura della navigazione. Teheran ritiene che il varo di sanzioni internazionali contro la sua industria petrolifera equivale ad un atto di guerra, consentendole dunque sulla base della Convenzione di Ginevra del 1958 di difendersi chiudendo Hormuz al traffico navale dei Paesi che le applicano, a cominciare da Stati Uniti, Paesi europei e arabi.

«Chiudendo lo Stretto di Hormuz sarà seriamente interrotto il flusso di greggio verso gli Stati industriali - ha scritto il giornale conservatore iraniano Kayhan - causando loro condizioni intollerabili» al pari di quanto avverrà in Iran a seguito delle sanzioni petrolifere. Il riferimento è non solo all’approvvigionamento ma anche alle implicazioni di un prezzo del greggio che potrebbe schizzare, secondo alcuni analisti, a 200 dollari, il doppio di quello attuale. Per gli Stati Uniti invece ad essere equiparata ad una «dichiarazione di guerra» sarebbe proprio la chiusura degli Stretti, trattandosi di una palese violazione della libertà di navigazione sancita dai Trattati internazionali.

A rendere ancora più complessa la disputa è il fatto che tanto Teheran che Washington invocano il Trattato Onu sul Diritto del Mare del 1982, sebbene entrambe non l’abbiano ratificato. Per Teheran il Trattato obbliga al rispetto della libertà di navigazione solo nei confronti delle imbarcazioni dei Paesi aderenti, e gli Usa non sono fra questi, mentre Washington ribatte che il diritto di «Passaggio Inoffensivo» è una consuetudine inviolabile del diritto internazionale e vale per tutti. E ancora: la III Conferenza dell’Onu sul Diritto del Mare scelse di non affrontare l’estensione dei diritti di «Passaggio Inoffensivo» alle navi da guerra e ciò consente a Teheran di affermare che il blocco contro le navi militari sarebbe legittimo. Non a caso nelle ultime settimane la Us Navy ha effettuato più operazioni di soccorso marittimo a pescherecci iraniani al fine di attestare che la sua presenza non ha fini solo militari.



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