venerdì 3 febbraio 2012

Falkland, dopo 30 anni si riaccende la contesa

La Stampa

L’Argentina: disposti a tutto. E Londra invia un incrociatore




Manifestanti in protesta fuori dall'ambasciata inglese nella capitale argentina Buenos Aires


EMILIANO GUANELLA
buenos aires

L’ Union Jack bruciata davanti all’ambasciata del Regno Unito, i poster con gli immancabili Perón e Evita, il tradizionale canto da stadio «chi non salta è un inglese» e le scritte sui muri contro il tenente William Wales, principe sbarcato nel lontano possedimento reale. A quasi trent’anni di distanza le sorti delle Malvinas, Falklands per gli inglesi, tornano ad appassionare gli argentini, mentre le manovre militari decise da Londra non fanno che surriscaldare l’ambiente.

Il prossimo 2 aprile è l’anniversario dello scoppio della guerra voluta dai gerarchi della dittatura nel 1982, cinquanta giorni di occupazione dell’arcipelago che da un secolo e mezzo era dominato dalla Corona britannica anche se abbandonato di fatto al suo destino, drappello di isole di pescatori disabitate e battute dal vento gelido dell’Atlantico meridionale. Da allora Buenos Aires non ha mai rinunciato alle sue pretese di sovranità. Uno sforzo diplomatico costante che ha portato negli ultimi mesi a un risultato insperato solo fino a qualche anni fa, la decisione dei governi amici di Uruguay e Brasile di chiudere i loro porti alle navi britanniche dirette verso le isole.

Un successo per Cristina Fernandez de Kirchner, presidente decisa a fare «tutto il possibile, salvo la guerra» per riaprire una questione che sembrava ormai chiusa da anni. Una decisione che ha sorpreso il governo di David Cameron, abituato a subire dichiarazioni formali anche altisonanti ma senza conseguenze sul piano pratico. I toni sono cresciuti quando lo stesso Cameron ha accusato il governo della Kirchner di agire con una mentalità colonialista, un’accusa che ha scandalizzato l’opinione pubblica argentina, forgiata fin dalla culla al motto che «las Malvinas son argentinas» e che, prima o poi, torneranno a far parte del territorio nazionale.

Dalle parole si è passato ai fatti. Londra ha confermato l’invio dell’incrociatore Hms Dauntless, fiore all’occhiello della Royal Navy, un gigante dei mari costato un miliardo e mezzo di dollari, con missili antiaerei e radar capace di arrivare fino a 400 chilometri, più o meno la distanza che separa Port Stanley, capitale delle isole, dalle coste patagoniche argentine. Il generale David Richard, capo di stato maggiore, ha chiarito che si tratta di un’operazione di routine prevista nelle esercitazioni nelle basi britanniche nel mondo, mentre per gli argentini si tratta di una provocazione bella e buona in un momento assolutamente delicato nelle relazioni fra i due paesi.

Proprio ieri sera è sbarcato sulle isole il principe William, erede al trono in servizio come tenente copilota di elicotteri da guerra. È il primo viaggio da solo di William dopo il matrimonio con la bella Kate; per sei settimane sarà alloggiato in una camera spartana con bagno in comune presso la base di Mount Pleasant, che ospita oggi 1.500uomini e il cui mantenimento rappresenta lo 0,5% delle spese militari inglesi. Anche se non è prevista nessuna cerimonia ufficiale i «kelpers», i duemila abitanti delle Falklands, sono pronti a riceverlo con un clima di festa, ricordando la presenza dello zio, il principe Andrew come militare durante il conflitto del 1982. «Lo sbarco del principe conquistatore» ironizza invece via twitter il ministro degli Esteri argentino Timerman. A Buenos Aires intanto ha debuttato ieri nelle sale «The Iron Lady» il film su Margaret Thatcher interpretato da Meryl Streep. In altre epoche sarebbe stato un successo al botteghino; oggi, giudicando dalle numerose missive inviate ai giornali da lettori che suggeriscono di boicottarlo, si avvia ad essere un tremendo flop. Sale vuote per reclamare, ancora una volta, la chimera delle Malvinas argentinas.



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Pivetti Ecco perché non taglia la segreteria: Irene fa la... Casta e preferisce il tacco 12

Libero

L'ex leghista protesta contro la decisione della Camera di tagliare le segreterie agli ex presidenti. Ma ecco a cosa le serve...




La Camera decide di tagliare le segreterie agli ex presidenti. Segue dibattito, partecipa Irene Pivetti: «È un costo irrisorio», protesta. Il problema è cosa fa. Pivetti ha mandato ieri una mail ai deputati: il 21/2, a Montecitorio, l’Associazione Calzaturifici presenta lo “Shoe Report 2012”. «Mi farebbe piacere vederTi», scrive. «Per aderire la mia segreteria è a disposizione». Segue interno della Camera. Casta, ma su tacco 12.
03/02/2012



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Quando Lusi predicava l’etica

Corriere della sera

«Quando le parole non valgono più niente!»


L'INTERVISTA - «Quando le parole non valgono più niente!» è la prima cosa che ho pensato rivedendo l’intervista a Luigi Lusi fatta dal collega Bernardo Iovene il 10 luglio del 2006. L’argomento era il finanziamento ai partiti, e lui parlava in qualità di tesoriere della Margherita. Di quella lunga conversazione andarono in onda solo i numeri: quanto incassa il partito, quanto spende e come: «Il nostro bilancio annuo è di 21 milioni di euro, 20 le uscite. La campagna elettorale del 2006 è costata 12 milioni, gli altri 8 servono per la vita del partito. Paghiamo 100 persone che ci lavorano, sosteniamo le sedi regionali, e poi ci sono le spese per la comunicazione». Il resto erano le ovvie considerazioni di ordine morale sull’uso del denaro pubblico. Talmente ovvie che non era necessario trasmetterle, non avendo allora ragione di dubitarne.


L'EQUITÀ? - Il tempo però presenta sempre il conto, e gli archivi sono dei testimoni impietosi. Nel 2002, per volontà di Sposetti (all’epoca tesoriere dei Ds) e di Maurizio Balocchi (tesoriere della Lega Nord), viene abolito il tetto di spesa e i rimborsi elettorali passano da 800 lire a un euro, quindi da un anno all’altro gli incassi raddoppiano. La Margherita non ha appoggiato questa legge, ma quando il denaro corre si sa sempre dove metterlo. Dice Lusi: «I cittadini devono capire che la politica, per essere equa, deve dare le provviste ai partiti». I cittadini capiscono, ma siccome equità non c’è stata, ora Lusi risarcirà i cittadini?

LE DICHIARAZIONI - Si ricorderà di aver detto che: «C’è un confine fra l’opportunità e la legalità, che è lasciato alla coscienza dei singoli»? Ed era molto convincente quando ha dichiarato che: «C’è un problema di etica della politica: se pensiamo di farla con i fichi secchi non è vero; se pensiamo che si possa fare con pochi soldi è parzialmente vero; se pensiamo che noi della Margherita non abbiamo mai fatto debiti, significa che abbiamo utilizzato virtuosamente le risorse che avevamo…Vi sono nei rivoli del sistema politico dei luoghi nei quali c’è una dispersione di denaro che può essere decisamente contratta. Penso all’infinita serie di società di diritto privato a capitale pubblico, alcune delle quali sono una perpetuazione di consigli d’amministrazione che servono a  sistemare persone, ma non sempre rispondono alla soddisfazione del requisito di servizio pubblico».

IL PROBLEMA ETICO - Tre anni dopo un rivolo di 13 milioni di euro, amministrato da Lusi, defluisce  verso il Canada, nella sua TTT, che di pubblico non ha nulla. In mezzo c’è la Margherita che si dissolve, lui diventa senatore del Pd e forse ha cambiato idea rispetto a quei problemi etici che sembravano essere il baricentro del suo pensiero di uomo politico. Anche la Margherita, come tutti i partiti, aveva ricevuto soldi dalle aziende, fra queste Autostrade spa, ma guai a parlare di restituzione di favori: «Il nostro Paese è molto strano: ci sono italiani che pensano che coloro che fanno sfoggio di questa opportunità siano bravi, furbi, intelligenti; altri italiani invece, molti dei quali sono, grazie a Dio, dalla nostra parte, ritengono che bisognerebbe avere un po’ più di oculatezza, di attenzione e di verifica preliminare sull’opportunità o meno di alcuni comportamenti. Noi preferiamo rivolgerci a questi secondi…perché ci poniamo il problema etico e mi sembra che siamo rispettosi di questa dimensione». È consapevole della sproporzione fra le risorse necessarie alla vita dei partiti e quelle a disposizione: «O noi affrontiamo la questione della spesa politica, come si affronta il toro per le corna, o la questione non si risolve mai».

L'INTERVENTO DELLA MAGISTRATURA - La Margherita si è sciolta a fine 2007, ma ha continuato ad incassare: 223 milioni negli ultimi 10 anni. Non si è scandalizzato Lusi; immaginiamo che lo abbia ritenuto giusto ed equo, perché così fan tutti, o perché i disonesti sono sempre gli altri: «Se ci sono dei politici che utilizzano in modo non onesto le contribuzioni che a loro derivano, spero che la magistratura faccia il suo dovere». È stato accontentato. La procura di Roma lo ha indagato.
E ora gli stessi protagonisti di queste spartizioni sono tutti lì a dire che: «Bisogna garantire delle modalità di erogazione e funzionamento dei partiti in modo che siano delle case di vetro». Dovremmo crederci?

Milena Gabanelli e Bernardo Iovene
3 febbraio 2012 | 8:18

Sealand, il regno d'acciaio dove potrebbero finire i server di Wikileaks

La Stampa

I sostenitori  finanziari del sito di Assange hanno messo gli occhi sulla piattaforma che si trova di fronte alle coste britanniche




Sealand è un’isola d’acciaio che ha resistito alle motovedette inglesi, agli assalti di  moderni pirati, ad inchieste come quella sull'omicidio di Gianni Versace e, nella sua storia più recente, ad un furioso incendio con danni per un milione di dollari




FABIO POZZO

Sealand è un’isola d’acciaio che ha resistito alle motovedette inglesi, agli assalti di moderni pirati, ad inchieste come quella sull'omicidio di Gianni Versace e, nella sua storia più recente, ad un furioso incendio con danni per un milione di dollari. L’acciaio è quello di una piattaforma militare ancorata al fondale del Mare del Nord, a circa 10 chilometri di distanza dalle coste inglesi dell'Essex. Un Principato, secondo i suoi cittadini, i «sealander», ma non per le Nazioni Unite, che non l'hanno mai riconosciuto. Se così fosse, sarebbe il più piccolo stato del mondo: poco più di 500 metri quadrati, sospesi sulle onde ed esposte ai venti, che da queste parti non sono gentili. Il motto di Sealand è «E mare libertas», dal mare la libertà. 

Le sue, di libertà, Paddy Roy Bates, che oggi dovrebbe avere 90 anni, un ex maggiore dell’esercito di Sua Maestà la regina Elisabetta, ha cominciato a prendersele intorno alla metà degli Anni Sessanta. Imprenditore di successo nel settore ittico, miliardario, inizia con le radio pirata, Radio Essex in primis, sfidando le autorità britanniche da una piattaforma militare (Forth Roughs), costruita nel 1943 dalla Royal Navy per vigilare sugli attacchi aerei tedeschi e poi abbandonata.

L'etere non gli porta bene, l'emittente finisce in tribunale e sarà zittita, ma Bates e la moglie Joan non abbandonano l'isola, la eleggono come loro residenza. Fanno di più: il 2 settembre 1967 Bates si autoproclama Principe di Sealand e dichiara quel lembo di metallo e ruggine stato indipendente. E sarà pronto a difenderlo, come avverrà giusto un anno dopo, a colpi di fucile contro una motovedetta inglese. 

Per questa azione di forza, sarà citato a giudizio, davanti all'autorità inglese, quella di Chelmsford, nell'Essex: sarà la sua vittoria. La corte solleva una eccezione di competenza, perché Sealand è ancorata a oltre 3 miglia dalla costa, oltre il limite delle acque territoriali britanniche e Roy Bates si aggrappa al verdetto come riconoscimento dell'indipendenza, e dunque della stessa esistenza di Sealand. In seguito, nell'87, gli inglesi estenderanno tale confine alle 12 miglia, ponendo fine alla questione.

Non per Roy I, però, che farà altrettanto. «Se io non avanzo diritti sulle coste inglesi, la Regina non può fare diversamente con la mia isola d'acciaio» è il suo ragionamento. Il Principato del mare, così, prosegue nella sua storia. Piuttosto movimentata. Nell'agosto del 1978, circa tre anno dopo la proclamazione della Costituzione, Sealand subisce un'occupazione da parte di un manipolo di «incursori» olandesi, ingaggiati pare da un businessman tedesco, che prendono anche in ostaggio il secondogenito di Roy e Joan, Michael (la coppia ha anche una figlia, che si chiama Penny). 

Il principe di Sealand, che non era presente sulla piattaforma, vi torna con un elicottero d'assalto e un pugno di mercenari: libera l'erede, imprigiona i nemici, tra i quali il primo ministro di Sealand, di nazionalità tedesca e poi tratta la loro liberazione con i diplomatici d'Olanda e Germania. E' un'altra vittoria per l'ex maggiore, che legge nell'interessamento dei governi un altro riconoscimento per il suo piccolo Stato.

L'invasione avrà uno strascico: nasce un governo in esilio di Sealand, con tanto di sito Internet, in contrapposizione a quello della «famiglie reale», vale a dire dei Bates. Gli attacchi all'isola d'acciaio, però, non sono finiti. Negli Anni Novanta scoppia lo scandalo dei passaporti con lo stemma di Sealand (i cui colori sono il rosso, bianco e nero): si dice 150 mila, venduti a peso d'oro in giro per il mondo, soprattutto a Hong Kong. 

Uno sarà trovato anche ad Andrew Cunanan, l'assassino dello stilista Gianni Versace; altri spunteranno in altre inchieste di riciclaggio e frodi, reati orchestrati secondo l'accusa tra la Slovenia e la Spagna, che vedranno incriminate 60 persone (italiani, russi, francesi, austriaci), tra le quali l'ex agente spagnolo Francisco Trujillo, che sosteneva di essere il reggente di Sealand e che sarà subito rilasciato dietro il pagamento di una cauzione. E Bates? Ha sempre professato la sua estraneità. «Si tratta di falsi. Tutte le nazioni hanno questo tipo di problemi» dirà.

Oggi, dopo questi decenni «ruggenti», Roy e Joan non vivono più a Sealand, preferendo più tranquille residenze nell'Essex e in Spagna. Il sovrano ha abdicato in favore di Michael, capo di stato, principe reggente, che sulla Forth Rounghs Tower - così si chiama anche la piattaforma - ha un appartamento e parte dei suoi affari. Michael definisce il padre «l’ultimo degli avventurieri». 

Aveva spiegato alla Stampa in un’intervista del 2006: «Possiamo dire che sia l'ultimo, davvero. Credo che nessuno possa ripetere oggi le sue gesta. Il mondo, rispetto agli Anni Sessanta, è molto cambiato. E’ un uomo meraviglioso, orgoglioso di constatare che la sua visione è tuttora realtà e che il suo Paese è oggi un luogo dove si vive in pace e con dignità e dove i suoi cittadini sono rispettati per quello che sono».

Il Principato, 27 residenti dichiarati e solo quattro permessi di residenza, applica la common law, conia moneta (il dollaro di Sealand, in argento, pari a quello Usa), emette francobolli (un paio di serie l'anno, per lo più preda di collezionisti), vanta un reddito pro capite di oltre 22 mila dollari statunitensi, e un Pil di 600 mila dollari, ha persino sponsorizzato una squadra di calcio del campionato danese (Vestbjerg) e ha una rappresentanza sportiva (che include atleti stranieri) che partecipano in numerose discipline sportive. 

Il business? In principio si chiama HavenCo ed è, di fatto, un porto franco, un paradiso fiscale e legale per società che operano su Internet. In pratica, chiunque, per un tot di dollari al mese, può affittare un server Linux e utilizzarlo come database e per lanciare qualsiasi operazione - Sealand è in Rete attraverso una connessione satellitare - tranne distribuire immagini pedo-pornografiche, inviare spam pubblicitario e muovere azioni di hacking.

Forte dell'inesistenza di leggi, sull'isola, in materia di telematica. Tanto che i Bates avevano anche offerto una sorta di asilo politico a Napster. E' facile comprendere l'interesse: Sealand potrà custodire segreti che nessuna azienda o agenzia governativa potrà carpire. Dal 2000, data di costituzione della HavenCo, però, le cose pare non siano andate proprio lisce, anche perché dopo l'11 settembre 2001 la vigilanza sul Web è diventata molto più serrata, per esigenze di anti-terrorismo. Due degli uomini chiave hanno mollato il colpo, ma la «famiglia reale» non si preoccupa. Tanto che sette anni più tardi, nel gennaio 2007, il principe reggente lancia l’«amo» a The Pirate Bay: il tracker per BitTorrent annuncia di voler acquistare Sealand raccogliendo fondi attraverso libere donazioni versate su conto Paypal.

Ma alla fine vi rinuncia. Michael Bates allora mette in vendita il suo «regno» in Spagna, affidandosi alla compagnia spagnola InmoNaranja (900 milioni di dollari, la richiesta). Nel frattempo, ripristina i danni inferti alla piattaforma dall’incendio del 2006, divampato a seguito di un corto circuito. Da allora, si sa più poco di Sealand. Giusto il progetto di un casinò (esentasse, of course), che sembra dovrebbe aprire alla fine di quest’anno. E, ora, Wikileaks. «È interessante avere la responsabilità di un popolo. A ciò, si accompagna però anche l'onere di assicurargli il sostentamento e una qualità di vita adeguata. E questo, in un Paese piccolo come il nostro, è una bella sfida» il pensiero di Michael di Sealand.



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Ventisei ricorsi contro il taglio dei vitalizi Battaglia Lega per la pensione a 50 anni

Il Mattino

Quindici ricorrenti sono del partito di Bossi, sette vengono dal Pdl, tre dall'Ulivo, uno dal Prc. Tre deputati sono in carica





ROMA - Roma è ladrona, ma non se deve pagare un vitalizio a 50 anni a un ex parlamentare leghista. Questo pensano almeno 15 ex deputati del Carroccio che insieme a 11 colleghi hanno fatto ricorso alla Camera contro i modesti tagli alle pensioni degli onerevoli appena varati. Di questi ventisei ricorsi, tre sono stati presentati da deputati in carica, un quarto si è dimesso a gennaio. Spiccano per numero appunto i leghisti: quindici ricorrenti vengono dal partito di Bossi, sette dal Pdl (inclusi ex Fi e ex An), tre dall'Ulivo, uno dal Prc.

Il ricorso per avere la pensione a 50 anni. Deputati ed ex deputati contestano le nuove norme previdenziali, che da gennaio hanno soppresso i vitalizi e introdotto il sistema contributivo, lo stesso di tutti i cittadini e ovviamente meno generoso per gli onorevoli. Quanto agli ex deputati che si appellano contro le nuove regole previdenziali, molti di loro sono stati in carica nel '94, per una o due legislature. Con le vecchie regole avrebbero ricevuto il vitalizio a 50 anni, adesso dovranno aspettare i 60 (o i 65, se eletti per un solo mandato).

L'udienza. Oggi il Consiglio di giurisdizione di Montecitorio, l'organo composto da tre deputati competente per i ricorsi presentati contro la Camera dai parlamentari, ha preso visione dei ricorsi e fissato l'udienza pubblica di trattazione delle cause a mercoledì 18 aprile. Nel collegio, presieduto da Giuseppe Consolo (Fli), siedono Ignazio Abrignani (Pdl) e Tino Iannuzzi (Pd). C'è ancora tempo fino al 4 febbraio per presentare il ricorso: altri dunque potrebbero arrivarne.

I parlamentari ancora in carica. Sono soltanto tre i parlamentari in carica ad essersi appellati contro la decisione. Si tratta del pidiellino Roberto Rosso, già sottosegretario al Lavoro del governo Berlusconi, del leghista Daniele Molgora, che nello stesso governo era sottosegretario all'Economia, e del pidiellino Giorgio Jannone. A loro si aggiunge Adriano Paroli (Pdl), che a gennaio ha lasciato la Camera, optando per il ruolo di sindaco di Brescia.

La lista degli ex deputati leghisti. Spiccano tra gli altri i leghisti, con più della metà dei ricorsi (15 su 26, incluso Molgora). I nomi di esponenti del Carroccio (quasi tutti in carica solo nella XII legislatura), sono quelli di Elisabetta Castellazzi (nata a Milano nel 1966), Franca Valenti (Milano, 1959), Roberta Pizzicara (Milano, 1955), Diana Battaggia (Venezia, 1966), Enrico Cavaliere (nato a Venezia nel 1958, deputato sia nella XII che nella XIII), Oreste Rossi (Alessandria, 1964, deputato nell'XI, XII e XIII legislatura), Alberto Bosisio (Lecco, 1953), Francesco Stroili (Venezia, 1954), Edouard Ballaman (Vallenried, 1962), Flavio Bonafini (Brescia, 1953), Fabio Padovan (Conegliano, 1955, deputato nell'XI legislatura), Salvatore Bellomi (Robecco D'Oglio, 1952), Roberto Asquini (Udine, 1964, XII e XII legislatura), Giulio Arrighini (Brescia, 1962, XI e XII legislatura).

Ulivo, Rifondazione e An. Sono stati deputati con l'Ulivo, invece, i ricorrenti: Michele Cappella (XIII legislatura, nato in provincia di Catania nel 1953), Antonio Borrometi (XIII legislatura, nato a Modica nel 1953), Ugo Malagnino (XIII legislatura nato a Manduria nel 1952). Da Rifondazione comunista proviene Martino Dorigo (XI e XIII legislatura, nato a Venezia nel 1961). Erano in Fi Emanuela Cabrini (XII legislatura nata a Piacenza nel 1961) e Paola Martinelli (XII legislatura, nata a Parma nel 1955). Da An vengono Domenico Basile (XII legislatura, nato a Vibo Valentia nel 1952) e Daniele Franz (XIII e XIV legislatura, nato a Udine nel 1963).

Giovedì 02 Febbraio 2012 - 16:41    Ultimo aggiornamento: 17:14



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No alla valletta-bambola»

Corriere della sera

Contestato un servizio Tg1


MILANO - Vincenzo Mollica, affettuosamente Mollicone, il giornalista che non nega un'iperbole a nessuno. Sempre gentile; troppo, dicono. Mette sempre a suo agio (troppo, dicono) i suoi intervistati che presentano il nuovo film, il nuovo disco, la nuova fiction. Lui che offende le donne? Eppure l'Associazione Pulitzer sostiene che nel Tg1 del 25 gennaio scorso è andato in onda un servizio di presentazione del Festival di Sanremo «che lede la dignità delle donne».

L'associazione, insieme ad altre organizzazioni, ha deciso di scrivere una lettera aperta al direttore generale della Rai, Lorenza Lei, per ottenere un immediato «risarcimento di immagine». La lettera, sottoscrivibile online sul sito di Associazione Pulitzer, ieri sera aveva raccolto 1.700 adesioni. Nel servizio realizzato dal Mollica e dal titolo «La donna dell'Ariston», Gianni Morandi e Rocco Papaleo presentano Ivana Mrazova, volto femminile del prossimo Festival. «Come in un film che abbiamo già rivisto tante volte, e che siamo stanchi di vedere, la ragazza bella, giovane, straniera e inesperta, come una stupida bambolina viene rimbalzata tra i due uomini affermati, che le dicono che cosa deve fare e che cosa deve dire. Una bella marionetta senza testa che per muoversi e parlare ha bisogno di due abili burattinai che hanno tre volte la sua età», scrive l'associazione nella lettera a Lorenza Lei. Nel video, Morandi e Papaleo invitano la valletta a mandare baci al pubblico e ammiccano alla sua scollatura prorompente. «Nessuna intenzione da parte del Tg1 e mia personale di offendere le donne», si difende Vincenzo Mollica.




Intanto tiene ancora banco la scelta di Celentano di devolvere in beneficenza il suo compenso. C'è chi eccepisce. Come don Albanesi, responsabile della comunità di Capodarco: «"I magnifici sette": il nuovo reality targato Celentano. Questa iniziativa è diabolica perché si costruisce uno spettacolo su un atto di generosità che deve rispettare gli altri. Non si mette insieme spettacolo e povertà». Milena Gabanelli invece si schiera a favore: «Dov'è lo scandalo? Se a Celentano danno un cachet, non lo sta rubando e ci fa quel che vuole». In effetti. Se ti tieni i soldi non va bene, se li dai in beneficenza neppure.


Renato Franco2 febbraio 2012 | 10:25

Quel barattolo di strutto ancora buono dopo 64 anni

La Stampa


Sorpresa di un farmacista tedesco quando ha aperto la scatola: potrebbe essere venduto anche nei supermercati




Il barattolo di latta bianco-rosso-blu marcato “Swift's Bland Lard”


Alessandro Alviani
Berlino


Ha atteso 64 anni prima di aprirlo. Poi, quando ha deciso che era finalmente giunta l'ora di piantare un apriscatole in quel barattolo di latta bianco-rosso-blu marcato “Swift's Bland Lard”, la sorpresa: lo strutto contenuto al suo interno è ancora commestibile. Di più: potrebbe essere venduto anche oggi nei supermercati. È la storia di Hans Feldmeier, un farmacista tedesco in pensione di 87 anni residente a Warnemünde, sul Mar Baltico. Insospettito dal recente dibattito sui milioni di tonnellate di cibi che ogni anno in Germania vengono gettati nella spazzatura al raggiungimento del termine minimo di conservazione, Feldmeier si è ricordato di quel barattolo che giaceva da decenni nella dispensa. E lo ha portato all'Ufficio regionale per la sicurezza alimentare di Rostock.

Risultato delle analisi: dal punto di vista della composizione e della freschezza “il prodotto è soddisfacente, anche dopo 64 anni”, ha spiegato il direttore Frerk Feldhusen. Certo, presenta “lievi carenze” di odore e gusto, ma queste “non avrebbero nessuna influenza sulla sua commerciabilità odierna”. Forse ora, sulla base di questi risultati, qualche consumatore rifletterà se sia davvero il caso di gettare gli alimenti subito dopo che hanno superato il termine minimo di conservazione, ha aggiunto l'esperto. Il barattolo di strutto era finito nelle mani di Hans Feldmeier nel 1948. Era in un “Care Package”, uno dei pacchi contenenti generi alimentari di prima necessità spediti dagli Stati Uniti in diversi Paesi europei per aiutare la popolazione a sopperire alle carenze quotidiane del dopoguerra. Milioni di “Care-Pakete” finirono nella Germania occidentale.

Molti proseguirono il loro viaggio in direzione Est e furono contrabbandati nella zona d'occupazione sovietica della Germania, come quelli che Hans Feldmeier e il gruppo studentesco cattolico in cui era attivo girarono alla mensa di Rostock affinché il loro contenuto venisse distribuito agli universitari. Per sé Feldmeier tenne tra l'altro una scatola di strutto e un pacco di latte in polvere, come riserva d'emergenza. Il latte in polvere l'ha aperto qualche anno fa, senza trovare nulla da eccepire. Il barattolo di strutto, quel pezzo di latta dalla quale non riusciva a staccarsi e che si è portato dietro di trasloco in trasloco, l'ha ora “prestato” all'Ufficio per la sicurezza alimentare di Rostock. Che gliel'ha restituito vuoto.




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Si può uccidere così un uomo? Ha seguito chi lo comandava"

di -



Ecco la supplica della moglie di Domenico Ricci alla polizia






Roma 6.8.1945


Al Sig. Capo della Polizia del Ministero dell’Interno Io sottoscritta Assunta Tenchini moglie del Brigadiere di P.S. Ricci Domenico fu Romolo condannato alla pena capitale dal tribunale di Novara, rivolgo alla S.V.I. supplichevole domanda di grazia e prego che mi ascoltiate.

Mio marito è stato nella Pubblica Sicurezza per molti anni, senza mai meritare una punizione, entrato a far parte di essa dopo che il corpo dei Vigili Urbani, a cui apparteneva dal 1924, fu disciolto, egli prestò servizio prima come motociclista poi come autista. Dal 1940 prestò servizio a Rieti come capo degli automezzi della Questura e qui ebbe la promozione al grado di brigadiere. Quando Roma era già stata occupata, nel 1944, dopo che aveva avuto la casa sinistrata dai bombardamenti, il Questore di Rieti lo obbligò a seguirlo in Alta Italia. Qui fu assegnato alla questura di Novara, dove svolse da principio mansioni di carattere esclusivamente burocratico.

Dopo un po’ di tempo fu iscritto d’ufficio e contro la sua volontà,alla squadra di Novara. E questa è l’imputazione per cui si condanna a morte.Ma egli non prese mai parte ad azioni di carattere vessatorio contro chi che sia e la cosa risulta anche dagli atti del suo processo.

Però mio marito non ha mai avuto la facoltà di difendersi, non è stato mai ascoltato obbiettivamente. Si può condannare così a morte un uomo? Egli non è mai stato un fascista, e nel 1933 fu obbligato ad iscriversi al defunto partito.

Se in questo periodo caotico egli ha seguito chi lo comandava, tenete presente, però, che è padre di quattro figli tutti minori e che non poteva lasciarli morire di fame. Il suo può essere stato un atto di grave debolezza, non giustifica però una condanna capitale. Nessuno ha avuto niente da rimproverargli, non ha fatto male a nessuno. Solo un uomo in tutta Novara l’accusa un certo Lucchini, addetto sotto i nazi-fascisti alla mensa degli agenti, e ora nominato Vice Questore della città per meriti che noi non conosciamo. Essendo egli, per caso sfortunato, il più elevato di grado presente al processo, è stata applicata nei riguardi di mio marito la sanzione più grave, benché le azioni da lui svolte nella squadra suddetta siano state nulle.

Vogliate ascoltarmi, e siate giusto con lui. Non vi chiedo di assolverlo, vi chiedo di rivedere il processo alla luce di una più obbiettiva giustizia. Ascoltate la supplica di cinque innocenti che stanno per essere travolti in una sventura senza rimedio, e che solo un vostro atto di clemenza può salvare. Se ritenete mio marito colpevole, condannatelo, ma non potete condannarlo a morte così; quando solo un uomo l’accusa.

Siate clemente, ascoltatemi.



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Quei giorni in cui la pietà era morta

di -

L’epilogo d’una guerra civile, con la sua ferocia e le sue vendette, è sempre sanguinario. I vincitori instaurano una loro legge che non vuole solo punire coloro che furono nemici, vuole annientarli



Pietà l’era morta. L’epilogo d’una guerra civile, con la sua ferocia e le sue vendette, è sempre sanguinario. I vincitori instaurano una loro legge che non vuole solo punire coloro che furono nemici, vuole annientarli. E poco importa che siano ormai domati e inoffensivi. Le procedure adottate per realizzare questo obbiettivo furono, nel caso italiano, svariate. Come la messa a morte spicciativa, dopo convulse e dubbie delibere ufficiali, di Mussolini, della Petacci e dei gerarchi di Dongo. Come l’esecuzione di Osvaldo Valenti, di Luisa Ferida, di Roberto Farinacci.

Come l’irruzione di ex partigiani nelle carceri di Schio, dove erano rinchiuse decine di fascisti o presunti tali: falciati con sventagliate di mitragliatore. Questa caccia all’uomo non sottilizzava sulle personali responsabilità. Obbediva a impulsi di cupa rivalsa, talora belluini. Donato Caretta, che durante l’occupazione nazista di Roma aveva diretto il carcere di Regina Coeli senza particolare durezza, fu inseguito e linciato, mentre deponeva come testimone, per l’urlo d’una donna isterica, una delle tricoteuses che ai piedi della ghigliottina non mancano mai.

Per certi aspetti alcuni processi del dopo-Liberazione, cui si volle dare una parvenza di legalità, furono ignobili quanto gli ammazzamenti alla rinfusa, e forse ancor più, perché lo Stato diede il proprio avallo e prestò la proprie autorità a Tribunali eccezionali - fossero o no qualificati «del Popolo» - nel cui codice la pena capitale aveva un ruolo dominante, era un obbiettivo incessante. Non so quanto rispondessero a verità i capi d’accusa addebitati agli imputati contro i quali Oscar Luigi Scalfaro sostenne l’accusa. Può darsi che fossero ineccepibili. Ma di sicuro quegli imputati non furono giudicati in maniera equa e neanche, si direbbe adesso, sobria. L’atmosfera era quella, d’un cupo colore scarlatto, una gran voglia di vittime umane per appagare gli assatanati, per compensare altre vittime, nell’inseguirsi d’un Grand Guignol reale.

Leo Valiani non era per niente spietato, ma tale sembrò nell’assentire alla spedizione del «commando» che uccise il Duce e Claretta Petacci. Non voglio puntare l’indice, postumamente, contro il giovanissimo magistrato Scalfaro che accettò d’avere un ruolo in quella che fu comunque una parodia di Giustizia. Il clima era adatto alle già citate tricoteuses, o a un fucilatore disinvolto come Giuseppe Marozin, non alle toghe. Cui spettò a volte il compito - ribellarsi era difficile e molto pericoloso - di assecondare la recita processuale dei fanatici.

Le «macellerie messicane» che oggi ci sembrano, retrospettivamente, orribili, calarono il sipario su una guerra perduta e su un’Italia lacerata. Fu tutta questione di tempismo. Chi si sottrasse all’ecatombe iniziale salvò la pelle. Rodolfo Graziani, che aveva avuto l’accortezza di non unirsi alla colonna di Dongo, potè poi pavoneggiarsi in un’aula di giustizia. I fucilati di Novara ebbero la sventura d’incappare negli artigli d’una giustizia settaria prima che fosse stata ristabilita una qualche autentica legalità. Per loro la pietà, finalmente risorta, è arrivata troppo tardi.



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Accusato dal pm Scalfaro e fucilato come fascista Ecco le sue lettere inedite

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"Muoio innocente": così scriveva Domenico Ricci dal carcere di Novara, giustiziato a guerra finita. Il pubblico ministero era il futuro Presidente Oscar Luigi Scalfaro


Nell’estate 1945, a guerra finita, l’allora 27settenne Oscar Luigi Scalfaro, futuro presidente della Repubblica italiana, sostenne con altri due colleghi la pubblica accusa al processo che vedeva imputati per «collaborazione con il tedesco invasore» l’ex prefetto di Novara Enrico Vezzalini e i fascisti Arturo Missiato, Salvatore Santoro, Giovanni Zeno, Raffaele Infante e Domenico Ricci.




Dopo tre giorni di dibattimento fu chiesta per i sei la condanna a morte, eseguita il 23 settembre al poligono di tiro di Novara (in veste di pubblico ministero Scalfaro ottenne un’altra condanna capitale, che tuttavia non fu eseguita a causa dell’accoglimento del ricorso in cassazione del condannato Stefano Zurlo, ricorso suggerito, a quanto sostenne Scalfaro, da lui stesso).

La vicenda è nota: la fucilazione «firmata» da Scalfaro venne raccontata nei dettagli (pubblicando per la prima volta la stessa foto che vedete in questa pagina) dal nostro Giornale nel 1996. Ed è anche noto che, successivamente alla rivelazione del Giornale, Scalfaro stesso iniziò a manifestare dubbi sulla fondatezza dei processi, definendoli influenzati dal clima incandescente dell’epoca e dall’emozione popolare: in un’intervista rilasciata a Pierangelo Maurizio per Kosmos nell’ottobre 2006, Oscar Luigi Scalfaro ammise di «non aver elementi per rispondere» alla figlia di uno dei condannati, Domenico Ricci, che gli chiedeva di esprimersi sulla innocenza o colpevolezza del padre: «Lo interrogai - disse Scalfaro.

Era colpevole? Non so». Da notare che Scalfaro conosceva bene la famiglia Ricci, abitando nella stessa palazzina al piano di sopra, in corso Torino, a Novara. Domenico Ricci, brigadiere di pubblica sicurezza, quando venne fucilato aveva 48 anni. Lasciò la moglie e quattro figli, tutti minorenni. Lui e gli altri cinque non vennero uccisi alla prima maldestra raffica dell’inesperto plotone di esecuzione e sui corpi si accanì poi un gruppo di donne. Fino a qui è (quasi) tutto noto. Ora, però, la cronaca ci riconsegna un’altra tessera di Storia. Dopo la morte di Scalfaro, la figlia Anna Maria (che oggi ha 78 anni) e il nipote Douglas Ruffini (40 anni) hanno deciso di rendere note le lettere inviate alla famiglia dal carcere di Novara da Domenico Ricci. Il quale, nell’ultima straziante pagina, scritta un’ora prima dell’esecuzione capitale, giurava di morire «innocente».


SONO STATO CONDANNATO A MORTE NON HO PIÙ FORZA, IL PIANTO MI ASSALE
Novara 29.6.1945

Cara Moglie. Con il cuore straziato debbo darti la dolorosa notizia, l’esito del mio processo è stato doloroso per me e per voi tutti, sono stato condannato alla pena di morte ciò che non mi sarei mai aspettato e che non meritavo [...]. Io ho fato ricorso in cassazione e mi auguro che venga accettato e così con l’aiuto di iddio che io prego sempre mi venga tramutata la pena se vi è possibile fatelo sapere anche a Francesco a Firenze se anche lui può fare qualcosa di bene, ti raccomando nel dare notizia a mia madre, se è ancora in vita, di essere prudente. Cara moglie ti chiedo di inoltrare domanda di grazia presso il Luogo Tenente del Re Principe di Piemonte esponendo tutti i casi pietosi e le condizioni della nostra famiglia e i quattro figli che noi abbiamo e la nostra casa sinistrata e che per quello fui costretto a trasferirmi nell’Italia settentrionale su ordine per mezzo di una circolare del ministero d’interno e anche per la fame che si soffriva mia e i nostri bambini, insomma pensate voi. Nella domanda mettete anche che nei quattro giorni del dibattito nessuna accusa specifica è stata fatta a carico mio né di omicidio né di rapina e ne di furto solo perché ero brigadiere e dicevano che avrei comandato io dopo Martino ciò che non è nulla vero. Cara moglie fatti coraggio che iddio aiuterà gli innocenti quello che ti raccomando i nostri quattro figli, per me più nulla ti dico tanto tu immagini quello che io soffro, però pregando iddio e sperando nella sua bontà divina mi sorreggo ancora per qualche giorno, se qualcuno di voi potesse venire a trovarmi potrei sorreggermi qualche ora di più, non ho più forza di scrivere il pianto mi assale. Vi bacio affettuosamente a tutti, tanti, tanti a Gina, Anna, vostro marito e padre. Domenico. Pregate per me addio.


TI RACCOMANDO LE BAMBINE SONO LE COSE PIÙ CARE PER ME
Novara 23.7.1945

Moglie carissima questa è la terza lettera che scrivo senza avere ancora una tua risposta perché? Scrivi subito e dammi tue notizie e dei bambini, fammi sapere anche se hai fatto qualcosa a Roma, per me, domanda di grazia per me a S.A.R. o al Vaticano. Io attendo vostre notizie, anche di mamma è ancora in vita mi auguro di si è digli che preghi per me. Ti raccomando le bambine guardale e tienile di conto che sono le cose più care per me, anche te fatti coraggio e spera nella grazia d’iddio perché solo lui è giusto, solo in questo luogo ho imparato a conoscere gli uomini e per questo che da questo momento ammiro le bestie. Cara moglie tutto quello che sta passando la nostra famiglia la sventura più grande di questo mondo lo dobbiamo al Sig. Lucchini l’uomo più cinico di questo mondo in tutta Novara non ho avuto nessuna imputazione a carico mio, solo quella di lui, spero che il nostro buon Gesù pregherà secondo il merito, vedi se puoi fare una capatina qui a novara insieme con qualcuno dei parenti il mio desiderio di rivedervi è tanto che qualche giorno finirò al manicomio. Vanda che cosa fa si è impiegata? Scrivetemi subito perché io non ho più forza a resistere. Vi bacio a tutti caramente, tanti, tanti a Ginotta, Vanda, Anna, più a tutti i parenti tuo affezionatissimo marito. Domenico Ricci. Scrivi, scrivi, baci.


SPERIAMO IN DIO CHE UN GIORNO IO POSSA TORNARE DA VOI
Novara 3.8.1945

Moglie Carissima, ho ricevuto una lettera scritta da Renzo, la quale mi da vostre buone notizie, assicurandomi che godete tutti ottima salute, medesimo posso dirvi di me fino ad oggi e speriamo in Dio che prosegua anche per l’avvenire, e venuta a trovarmi mia sorella Aurelia anche loro stanno bene. Osvaldo non è ancora tornato dalla Germania e non sanno notizie speriamo che presto anche lui possa tornare fra i suoi cari. Cara Assunta fammi sapere se Romolo e arrivato a Roma essendo che il collegio non c’è più a Gallarate e si è trasferito a Roma. Lui è partito quindici giorni indietro quindi spero che sia fra voi ti prego di stargli attenta come pure alle altre e speriamo in Dio che anche io un giorno, potrò ritornare fra voi. Ho fatto la domanda di grazia vedila anche voi a Roma di fare qualche cosa presso il ministero di Grazia giustizia. Cara Moglie fammi sapere qualche cosadei miei parenti e di mamma se è ancora viva oppure no scrivi spesso e fammi sapere tutto.

Invio a tutti tanti bacioni a Ginotta e Anna tuo affezionatissimo marito.


LA MIA SALUTE È BUONA E COSÌ VOGLIO AUGURARMI PER VOI
Novara 3.8.1945

cara sorella e cognato La mia salute è buona e così voglio Caugurarmi anche per voi, oggi ho scritto anche a mia moglie, non so come mai che loro non mi danno notizie scrivete anche voi a loro e ditegli che mi scrivano e mi danno loro notizie, io dubito che assunta non stà bene dato che lei era già stata operata per il fegato e adesso che aveva bisogno di tranquillità invece tutto al contrario,ma la bontà d’iddio aiuterà anche lei, come spero che aiuterà anche a me e tutti i miei cari [...]. Inviovi tanti baci a tutti tuo affezionato fratello e cognato.


MI MANTENGONO LE PREGHIERE CHE FACCIO TUTTO IL GIORNO
Novara 6.8.1945

Carissimi tutti, ho ricevuto la vostra in data 1˚ agosto sono lieto nel sentirvi che godete buona salute, anche io fino a questo momento non posso lamentarmi fin quando dura, speriamo Iddio e preghiamolo di cuore che la faccia durare sempre. Cara sorella vi ringrazio che avete dato comunicazione alla mia famiglia di quanto io desideravo, sarà solo difficile che potranno venire per mezzo che le comunicazioni sono poco comode, e poi credo, anzi sono convinto che assunta è molto malata tu sai che è stata operata per il male di fegato e quindi avrebbe avuto bisogno di tranquillità, pazienza il destino ha voluto così, però iddio vede e provvede anche per lei. Mi dite fra una quindicina di giorni verrete a trovarmi, puoi immaginare quale gioia è per me, speriamo però che sarò ancora in vita, poi mi dici di aiutarmi per far si che non vengo malato come vuoi che mi tiro su qui dentro? Mi mantengono le preghiere che faccio tutto il giorno, state tranquilli e coraggio. Spero di rivedervi ancora.


QUANDO VIENI, PORTA UN PO’ DI TABACCO
Novara 31.8.1945

Carissimi tutti, la mia salute fino ad oggi è discreta, mentre per voi voglio augurarmi che sia ottima. Carissimi non potete immaginare quale e quanto sia stato il dispiacere sapervi a Novara e non potervi vedere, potete immaginare con quale ansia attendevo per poter abbracciare Osvaldo dopo lunghi anni che non sapevo più notizie. Cara sorella adesso i colloqui sono ogni quindici giorni perciò puoi venire quando vuoi, se vieni non dimenticare la carta d’identità se no non ti rilasciano il colloquio. Cara sorella, io non ho notizie da casa, ti prego se tu sai qualche cosa di farmelo sapere, poi ti prego anche di scrivere a mia moglie edirgli che mi rimandano un po di soldi, perché io sono senza e debbo vivere con il solo vitto del carcere, e digli pure che scriva io non ho ancora ricevuto una lettera scritta da assunta quindi pensate. Cara sorella i soldi fatteli spedire te e poi quando vieni me li porti tu stessa. Quando vieni vedi se puoi portare un po di sigarette o tabacco con cartine e qualche scatola di fiammiferi. Saluti e baci a tutti arrivederci a presto


QUI COMINCIA A FARE FREDDO. E IO NON Ò ROBBA INVERNALE
Novara 19.9.1945

Carissimi tutti. Rispondo alla vostra lettera sono lieto nel sentire che godete ottima salute, anche di me posso assicurarvi medesimo fino ad ora, quando venite a trovarmi? Cara sorella questa lettera fammi la cortesia di darla a mia moglie. Cara Moglie. Ho ricevuto la tua lettera tramite mia sorella il primo scritto che ricevo da te, da quando sei partita da Novara, io di salute sto bene grazie iddio, così voglio augurarmi di te e i nostri bambini e tutti i nostri parenti. Cara moglie sono dispiaciuto che ti si è molto abbassata la vista e che ti sei molto sciupata, non prendertela di nulla coraggio e mangia e bevi e cerca di mantenerti bene, prega S. Rita che certamente ci fa la grazia da noi desiderata, io la prego sempre e con fede. Cara moglie quando venite? Qui incomincia a fare freddo e io nonò robba invernale, ora potete venire i treni ci sono tanti Roma Milano come pure Roma Torino quindi vedete un po’ fra te e Vanda chi vuole venire io preferisco che vieni te, ma se non sei in condizioni di viaggiare allora fai venire Vanda, Romolo, Anna, Gina come stanno? Annarella già mi ha scritto due volte mentre quel birbone di Romolo vuoi dirgli un po’ perché non mi scrive? Non avrà tempo, quando scrivete anche che scrive Vanda a me non minteressa basta che tu la firmi. La signora-Ines mi lava la biancheria tutte le settimane e mi porta anche qualche cosa ma tu sai che non fanno perché sono poveri. Vi bacio tanti a tutti tuo affezionatissimo marito


MUOIO Sì, MA INNOCENTE NON DA TRADITORE
Novara 23.9.1945

Famiglia mia carissima. È tuo marito che ti scrive e per i bambini è il papà, non piangete fra un’ora non ci sono più in questo mondo con santa rassegnazione passo all’altro. Coraggio iddio e S. Rita pregherà per voi. Salutatemi tutti i miei amici. Baciatemi tutti i miei parenti. Muoio sì, ma muoio innocente, è bene che tutti lo sappiano, la grande ingiustizia che stanno commettendo. Voi lo farete sapere perché nessuno deve mai dire che io sia stato un traditore, ho sempre servito la mia Patria con fede ed onore e con fede ed onore muoio. Viva l’Italia. Vi bacio a tutti caramente e dal cielo vi guarderò a tutti iddio vi aiuti e vi benedica tuo affezionatissimo marito e padre. Arrivederci in paradiso, addio. Addio.


(Per gentile concessione della famiglia Ricci)



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