giovedì 9 febbraio 2012

La resistenza dei clochard e l'assalto ai sacchi a pelo

Corriere della sera

«Il lavoro di una vita per finire qui» Certi italiani non vanno nei dormitori per non finire a litigare con gli stranieri; tanti stranieri evitano i dormitori per non venire schedati



MILANO - Meglio il cimitero del dormitorio. Almeno non ti rubano le scarpe, non si fregano i calzini, non fanno scomparire i guanti del vicino di letto infilandoli nelle mutande per dormirci sopra e nascondere meglio il furto. A piazza Affari badano al sodo, resti di neve intorno ai portici, luce fioca dei lampioni ma a meno cinque gradi non c'è poesia e nemmeno pentimento. Giovanni, siciliano di Trapani, ha sessantadue anni. Ex operaio nei mobilifici brianzoli, poi lasciato a spasso, cammina a rilento come se fosse sui carboni ardenti, un passo alla volta. Quasi quasi spostando le gambe con le braccia. Non sente più i piedi, oramai congelati, pesanti come macigni. Epperò niente dormitorio, giura e urla, di certo non stanotte, di sicuro non domani, forse mai per l'eternità.

Passano a domandarglielo tre volte, se vuole un letto caldo, per Dio, fai andare il cervello, e per tre volte Giovanni scompare sotto i cartoni, la bocca sdentata che fatica alle prese con una mela, e sarà una lunga battaglia. «Vadano al diavolo, posso crepare qua. Se vogliono aiutarmi, mi trovino un lavoro». Li chiamano i superstiti e pregano che sopravvivano. Lui e altri quattro. Un ragazzo italiano di 36 anni con gli zigomi che sparano fuori per la magrezza e certe occhiaie viola, licenziato da una cooperativa; un altro siciliano, Andrea, vecchietto; un ragazzo che non parla e non sente, piegato sotto un plaid con una sigaretta spenta tra indice e medio; infine un maghrebino, lontano, nell'angolo. Per tutti lo sfondo è lo stesso, le vetrine d'una banca.

Invitano a non guardarla qua in piazza Affari, la Milano dei barboni, perché per cominciare per strada si chiamano così, barboni: «Parole come clochard o senzatetto sono un esercizio di stile che sistema la coscienza» dice Wainer Molteni, ex barbone di quarant'anni con una bella testa che adesso sta dall'altra parte, lavora con il Comune per convincere questa povera ciurma ad accettare aiuto e sistemazione. Dunque, si diceva, bisognerebbe guardarla altrove, la città dei barboni, ed è vero. Nella mensa dei frati a tremila pasti serviti al giorno, per esempio, con la gente in coda che spinge fuori sulle scale d'ingresso per il freddo e spinge dentro per paura che finisca la pastasciutta. Un altro luogo sta proprio sotto la Curia e le finestre dell'arcivescovo, in piazza Fontana, la sera, intorno alle 9: è il punto di raccolta per la distribuzione dei sacchi a pelo che tengono i meno venti gradi, e che strano, per difendersi dalla pianura si deve ricorrere alle armi di montagna. Scene da assalto ai viveri in terre di guerra civile, quando arriva la macchina coi sacchi a pelo. Il bagagliaio ancora non è stato sollevato, i barboni hanno udito lo scatto della serratura e già premono addosso alla macchina, prendono posizione, spingono via non importa chi, donne e anziani ingobbiti con quattro sciarpe intorno al volto che sembrano Tuareg del deserto.


Il Comune ha aperto oltre l'orario normale la stazione del metrò della stazione Centrale per alloggiarci i barboni. Due assessori, quello alle Politiche sociali Pierfrancesco Majorino e quello alla Sicurezza Marco Granelli seguono, monitorano, vanno di persona. Granelli, l'altra sera, tirava su un ragazzo ubriaco sdraiato senza sensi sopra la neve, sotto il ponte del cavalcavia del Ghisallo, nello stesso punto dove la scorsa settimana era morto un egiziano. In queste notti passano i mezzi della Croce Rossa, della Protezione civile, delle associazioni di assistenza ai barboni. Bastano? Milano è piccola e per nascondersi è infinita. La baracca sui Navigli trincerata dentro lamiere arrugginite di via Argelati, lì ieri si è spenta una signora ucraina di 62 anni. Oppure le tende da campeggio, quattro in fila, ai fianchi del ponte sotto i nuovi grattacieli di Garibaldi.

Certi italiani schifano i dormitori per non finire a litigare, con gli stranieri; tanti stranieri evitano i dormitori per non venire schedati, così continuano a credere, e arrestati, cacciati. Glielo dicono in mille lingue ogni dieci minuti. Alla mensa dei frati di corso Concordia una volontaria prende la parola, si raccomanda, una volta finita la cena, di non temere agguati, «non c'è la polizia ad aspettarvi, spostatevi nei dormitori». I barboni corrono, ma ognuno dove vuole lui. Un signore rugoso di 72 anni, calabrese di Rosarno, ex muratore, il viso sproporzionato rispetto al corpicino: «La saluto, mi stia bene. Se schiatto, sappia che ho lavorato una vita intera per finire qui». Faustin, 44 anni, dalla Costa d'Avorio: «Lavoravo in una ditta che faceva presse. Manco riuscivo a mettere lo zucchero nel caffè, nel senso, amico, che non c'avevo tempo. Non potevo stare un attimo fermo, durante il turno. Spostavo tonnellate. Hanno, come dite voi?, delocalizzato. In Polonia, mi pare».

Sempre in corso Concordia spostiamoci di un piano, andiamo al meno 1. Ci sono le docce e il guardaroba. In coda prima per mangiare e ora per pulirsi. Juàn, argentino, faccia da attore, potrebbe avere un ruolo da bandito gentiluomo, non ha niente, chiede pantaloni, maglioni, giacca a vento, calze, prende atto d'aver già perso in due settimane una taglia, è precipitato alla 46. «Guardi ho la carta d'identità, sono italiano, non fatemi storie!» piange un signore che squaderna i documenti personali. In corso Concordia si entra unicamente con tesserino di riconoscimento ottenuto dopo richiesta e colloquio. Regole, regolamenti.

Sorrisi con buchi nella fila di denti come se fosse passato un proiettile. Tirar su di naso, tossire, sputare. Cappotti di seconda mano che al proprietario originale saranno costati mille euro. Correre verso la pensilina del bus, saltare su, individuare un sedile appena lasciato libero casomai abbia conservato un poco di caldo. Passa Faustin, l'ex metalmeccanico che beveva il caffè amaro, va diretto in centro, in piazza Fontana, per il sacco a pelo. Ha in corso il rinnovo del permesso di soggiorno. Arrivò negli anni Novanta, Faustin. È alto e grosso, conosce la materia, infatti sarà uno dei primi a conquistare uno dei sacchi a pelo. Imran Khan è invece un novizio, resta fermo piantato. Trent'anni, pachistano, non parla italiano e inglese, si esprimerebbe a gesti non dovesse tenere le mani in tasca. Una mamma, tra i tanti volontari che forse - il lamento è diffuso, seppur velato - meriterebbero maggior organizzazione dall'alto, si scioglie la sciarpa, l'avvolge su Imran. La sua bimba guarda questo signore imbacuccato. Imran si inchina per ringraziare. Bellissime donne arabe corrono per rientrare nell'hotel più avanti, a una decina di metri. Infreddolite, sbuffano nella pelliccia. Passano davanti a Imran, non ci badano. Lui fa tutto daccapo. S'inchina di nuovo. Più lentamente, stavolta, rallentato dal freddo.


Andrea Galli9 febbraio 2012 | 16:20

Spagna, il giudice Garzon sospeso per 11 anni

Corriere della sera

«Abuso d'ufficio» per il magistrato che accusò Pinochet. Indagò Berlusconi per Telecinco: nel 2008 l'assoluzione




MILANO - Il giudice spagnolo Baltasar Garzon, famoso tra l'altro per avere tentato di incastrare l'ex dittatore cileno Augusto Pinochet, e per aver chiesto un processo a carico di Osama bin Laden dopo le stragi dell'11 marzo 2004 ad Atocha, è stato condannato a 11 anni di inabilitazione dalla magistratura, per il suo coinvolgimento in un caso di intercettazioni illegali.

GARZON E BERLUSCONI - Le indagini di Garzon hanno anche riguardato l'Italia e la figura dell'ex premier Silvio Berlusconi in relazione al caso dell'emittente spagnola Telecinco. Il giudice accusò Berlusconi di violazione della legge contro le concentrazioni televisive attraverso ingenti finanziamenti off-shore. Nel 2001 chiese al Consiglio d'Europa di rimuovere l'immunità di cui godeva Berlusconi in quanto membro dell'assemblea del Consiglio, ma la richiesta fu respinta. Ci riprovò, allora, nel 2006, quando Berlusconi perse l'immunità. Da quel processo il politico italiano uscì assolto nel 2008.

ABUSO DI POTERE - Garzon è stato ritenuto colpevole di aver ordinato delle intercettazioni illegali. Di conseguenza la condanna all'interdizione dai pubblici uffici è scattata per abuso d'ufficio e violazione dei diritti costituzionali. Il magistrato ordinò intercettazioni di conversazioni tra due detenuti in carcere e i loro avvocati, il cosiddetto «caso Guertel». L'operazione scattò nel 2007, ma divenne di pubblico dominio nel 2009, e aveva come obiettivo lo smantellamento di una presunta rete di corruzione politica legata al Partito popolare spagnolo. Garzon, nel febbraio di quell'anno, fece intercettare le conversazioni tra uno degli arrestati, Francisco Correa, e i suoi legali.

L'ALTRO PROCESSO - A carico di Garzon pende anche un altro processo, nel quale è accusato di aver abusato dei suoi poteri e di negligenza professionale durante le indagini sulla morte o scomparsa di 100mila civili per mano dei sostenitori di Francisco Franco durante e dopo la guerra civile del 1936-39. I fatti legati alla dittatura sono però stati oggetto di un'amnistia del 1978 voluta dal parlamento di Madrid. Questo secondo processo si è concluso mercoledì e la sentenza è attesa nei prossimi giorni.

PRESUNTA CORRUZIONE - In un terzo procedimento, non legato direttamente alle sue attività nel ruolo di magistrato, Garzon è accusato di presunta corruzione per avere tenuto negli Stati Uniti un ciclo di conferenze finanziato fra gli altri dal Banco Santander, e avere poi prosciolto il presidente della banca Emilio Botin in un'altra causa al suo rientro in Spagna.


Redazione Online
9 febbraio 2012 | 16:15


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Monti -pedagogo in copertina sul Time: Spero di cambiare il modo di vivere degli italiani

Corriere della sera

l premier da Obama sigla un patto per la crescita. Il presidente: «Usa sosterranno la Ue per risolvere la crisi»


MILANO - «Lo spero, perchè altrimenti le riforme strutturali sarebbero effimere e non durature». Lo ha detto il premier Mario Monti, in una video intervista pubblicata giovedì sul sito del settimanale statunitense «Time», rispondendo alla domanda se il suo governo stia in qualche modo cercando di modificare il modo di vivere degli italiani. «La vita politica quotidiana ha "diseducato" gli italiani - ha proseguito Monti -. Dobbiamo dare un senso di meritocrazia e concorrenza».

MONTI IN COPERTINA - Ed è proprio il premier Mario Monti il protagonista della copertina dell'ultimo numero del settimanale Time. L'edizione globale del prestigioso periodico, si chiede nel titolo: «Può quest'uomo salvare l'Europa?». Monti viene definito un «primo ministro per tempi disperati». E aggiunge: «Monti parla con frasi secche e senza la retorica classica dei politici americani, come se fosse ancora il professore di economia che era fino a 4 mesi fa» si legge nell'articolo di Michael Schuman dall'eloquente titolo: «L'uomo più importante d'Europa».

BERLUSCONI RIABILITATO - «Il sostegno di Silvio Berlusconi al governo tecnico guidato da Monti contribuisce a «fargli guadagnare terreno nella sua credibilità, reputazione e autorevolezza come uomo di stato a livello internazionale». «Berlusconi ora capisce che sta guadagnando terreno nella sua credibilità, reputazione e autorevolezza come uomo di stato a livello internazionale, man mano che sembra favorire questa evoluzione e trasformazione in Italia, cosa che naturalmente accolgo con favore» ha aggiunto Monti, chiamato a commentare l'evoluzione della linea di Berlusconi nei confronti dell'attuale esecutivo.

LA MISSIONE AMERICANA - Il premier Mario Monti è giunto a Washington, dove incontrerà il presidente americano Barack Obama. Temi del confronto fra ai due leader, ha riferito la Casa Bianca, i passi complessivi che il governo italiano sta compiendo per riconquistare a fiducia dei mercati e per rafforzare la crescita attraverso le riforme strutturali. Nei colloqui anche la rete di protezione del sistema finanziario europeo, la sicurezza, il Medio Oriente ed i prossimi summit del G8 e della Nato che si svolgeranno negli Usa.

«PASSI IMPRESSIONANTI - La missione americana del premier italiano ha ricevuto un viatico d'eccezione, stampato con una gran quantità d'inchiostro: «L'Italia ha fatto passi impressionanti con Monti», ha detto il presidente Usa, Barack Obama in un'intervista alla Stampa. «Per tre anni il presidente Barack Obama ha tenuto Silvio Berlusconi a distanza, trattandolo con gelida correttezza», ma ora «l'Italia ha un nuovo presidente del Consiglio e Washington lo accoglie a braccia aperte». È quanto si legge sul New York Times, dove, nel blog The Caucus, Helene Cooper dà voce al nuovo atteggiamento degli Stati Uniti verso l'Italia con un articolo intitolato «Saying "ciao" to Italy's new leader». Sosterremo l'impegno europeo per risolvere la crisi, ha detto il presidente nell'intervista in cui riconosce l'impegno del governo tecnico per modernizzare la sua economia, ridurre il deficit con misure su entrate e spese e "riposizionando la nazione sul cammino verso la crescita».

AIUTO RECIPROCO - Un aiuto reciproco, quello che i due leader metteranno sul tavolo: tra Mario Monti che lavora per evitare «l'esplosione» dell'eurozona, e Barak Obama con la sua gestione «salda» dell'economia americana. È il «patto» che il premier e il presidente Usa stringeranno oggi, nella prima visita di un capo di governo europeo alla Casa Bianca dopo l'approvazione del nuovo accordo di bilancio Ue. «Aiutiamoci a crescere», è stato l'invito di Monti, lanciato in un'intervista alla tv Usa Pbs. «La salda gestione di Obama aiuta l'Europa, così come noi possiamo aiutarlo», evitando appunto «l'esplosione dell'eurozona». Che Obama apprezzi la linea Monti, tesa appunto allo sviluppo e non solo al rigore finanziario, non è un mistero. E che a Monti possa servire la sponda della Casa Bianca è altrettanto chiaro, per convincere tutta la Ue e soprattutto la cancelliera Angela Merkel della necessità di puntare sulla crescita e di rafforzare i firewall a protezione dei titoli di Stato più esposti sui mercati.

L'EURO - All'opinione pubblica americana, il premier ha assicurato attraverso il Wall Street Journal che l'euro è una «moneta solida», ha rivendicato i successi raggiunti dal suo esecutivo nei tre mesi di vita, con l'Italia che ora è più solida e meno a rischio in caso di default greco, e ha illustrato i passi successivi, compresa la riforma del mercato del lavoro che Monti conta di approvare entro fine marzo. Un quadro apprezzato dagli americani, almeno a leggere il blog del Wsj, che sottolineava il «chiaro cambiamento di rotta» rispetto al predecessore Silvio Berlusconi, definito «un playboy» con «giochi di cattivo gusto».


Redazione online9 febbraio 2012 | 16:54

Liscio come l'olio: i lubrificanti usati sono una risorsa importante

Corriere della sera

In 28 anni raccolte 4,7 milioni di tonnellate, l'88% sono state riciclate. Risparmiati 2,9 miliardi di euro


MILANO - Per legge è un rifiuto pericoloso. L’olio lubrificante usato, eliminato in modo scorretto, è un potente agente inquinante: 4 chili versati in acqua inquinano una superficie grande quanto un campo di calcio. Correttamente raccolto, più dell’88 per cento è destinato alla rigenerazione. In 28 anni di attività, il Consorzio obbligatorio degli oli usati (Coou), primo ente ambientale nazionale dedicato alla raccolta differenziata (nato nel 1982, operativo dal 1984), ha raccolto oltre 4,7 milioni di tonnellate di olio lubrificante usato.

POTENTE INQUINANTE - Il presidente del consorzio, Paolo Tomasi, commenta: «Con quel quantitativo si poteva inquinare due volte l’intero Mediterraneo. E nel 2011 abbiamo raccolto 189.268 tonnellate. Sversato nel terreno, l’olio lubrificante, arriva in falda, quindi nell’acqua e nel ciclo biologico: per questa ragione è un rifiuto pericoloso. In acqua, una sola goccia, si diffonde creando una pellicola isolante che impedisce l’ossigenazione». «Oggi siamo molto avanti nella rigenerazione, ma la storia del nostro consorzio è antica. In effetti, i primi esperimenti sono degli anni Quaranta», spiega Tomasi, «quando un regio decreto, emanato per scarsità di materie prime, imponeva di recuperare l’olio. Allora veniva filtrato, e non era un granché, ma i primi esperimenti furono proprio quelli. Nasciamo da un principio autarchico».


RECUPERO - Gli oli usati sono ciò che si recupera alla fine del ciclo di vita dei lubrificanti. Una parte viene consumata nell'utilizzo, la restante è olio usato che, anche se nero e per un profano privo di qualsiasi appeal, è una risorsa economica oltre che ambientale: rigenerato, torna ad avere le stesse caratteristiche del lubrificante da cui deriva. Per l’88,6% dell’olio raccolto dal Coou è quello che accade, viene infatti classificato come idoneo alla rigenerazione. «In gran parte torna a essere olio. Oppure gasolio, oppure, ma solo la parte più bassa, bitume. Il 12% viene avviato alla combustione nei cementifici, perché contiene particelle di ferro che non lo rendono raffinabile, ma alla temperatura di 1.200-1.400 gradi anche quelle particelle vengono combuste e vanno ad arricchire il cemento. Solo una frazione molto piccola, perché irrimediabilmente inquinata, viene termodistrutta, ma si tratta del 4 per mille».

RISPARMI - «Il riutilizzo dell’olio in questi anni di attività ha prodotto 2,9 miliardi di euro, ovvero un risparmio sulle importazioni di petrolio di 2,9 miliardi di euro», spiega ancora Tomasi. Il procedimento avviene attraverso le 80 società che, distribuite su tutto il territorio italiano, raccolgono gratuitamente l’olio usato dalle officine e dalle industrie per consegnarlo alle raffinerie dove si stabilisce quale processo di riutilizzo avviare (numero verde 800 863 048 o Coou.it per informazioni sul raccoglitore più vicino). Il 50% degli oli derivano dall’autotrazione e il 50% dall’industria.

MANCA IL «FAI DA TE» - Il Consorzio ha cercato di valutare quanto olio mancasse all’appello, per raggiungere il 100% di riciclaggio, attraverso un’indagine dalla quale è emerso che alla raccolta sfugge una piccola parte dal settore industriale, dal «fai da te» in autotrazione, nautica e agricoltura. Ed è soprattutto sul «fai da te» che il Coou ha attivato la comunicazione, ad esempio con lo spot pubblicitario dello scorso anno dove la Nazionale di pallanuoto strapazza un automobilista che cerca di buttare l’olio usato della sua auto in un tombino, e anche attraverso messaggi educativi rivolti alle scuole, come il progetto ambientale Scuola Web Ambiente e la campagna educativa itinerante CircOLIamo, che promuove nelle scuole primarie e secondarie l’educazione ambientale e una corretta pratica dello smaltimento dell'olio lubrificante usato.

Anna Tagliacarne
9 febbraio 2012 | 15:51

Tutti i batteri dei bagni pubblici

Corriere della sera

Sono dappertutto, sul water ma anche su maniglie, porte, pavimenti, rubinetti. Differenze di specie fra il bagno delle donne e degli uomini




MILANO - Quando entriamo in una toilette pubblica, che sia in un ristorante, su un treno, in un bar, pochi riescono a non pensare a quanto poco possa essere pulito e disinfettato un luogo tanto frequentato. Ora uno studio pubblicato sulla rivista PLoS One conferma tutti i nostri timori di igienisti convinti: nei bagni pubblici vivono comodamente miliardi di batteri di tutte le specie, che colonizzano non soltanto il wc, anzi. Rubinetti, pavimenti, porte, maniglie sono tutti ben zeppi di germi.

STUDIO Ce n'è per cercare di trattenere qualsiasi esigenza fisiologica fino al rientro a casa, a leggere la ricerca condotta da Gilberto Flores e Noah Fierer dell'università del Colorado: i due biologi hanno raccolto campioni da tutte le superfici di 12 bagni pubblici, per metà dedicati agli uomini e per metà delle donne. Quindi li hanno analizzati con sofisticati metodi di sequenziamento genetico per identificare le specie di batteri presenti; grazie a queste tecniche avanzate i ricercatori sono stati anche in grado di capire da che fonte arrivassero i germi, se ad esempio dalla pelle, dalle urine, dal terreno. Nessun dubbio circa i risultati: di batteri ce ne sono davvero per tutti i gusti. La comunità più variegata abita i pavimenti, probabilmente perché a questo livello si trovano anche i batteri che si raccolgono con le scarpe dal suolo; la nostra pelle pare inoltre il veicolo più efficace per trasportare i germi nei bagni pubblici, soprattutto sugli oggetti che abitualmente tocchiamo. Ma ovviamente il water è allegramente abitato da frotte di microrganismi, per la maggior parte di origine fecale, così come i rubinetti dei lavandini e le maniglie delle porte.

PERICOLI Interessante notare che ci sono significative differenze fra i bagni delle donne e quelli degli uomini. Non che il gentil sesso sia più "pulito", tutt'altro: cambiano però le specie presenti, perché nelle toilette femminili si trovano molti lattobacilli derivati evidentemente dalle urine. Morale, i bagni sono sporchi proprio come ci immaginavamo. «Questi dati hanno implicazioni importanti per la salute pubblica – spiega Flores –. Alcuni dei batteri che abbiamo individuato, ad esempio gli enterobatteri o lo Stafilococco aureo che si trova sulla pelle, sono patogeni e possono perciò essere trasmessi da una persona all'altra semplicemente toccando le superfici delle toilette pubbliche. Metodi efficaci e precisi come quelli impiegati per questo studio possono essere utili per "tracciare" la trasmissione dei batteri e anche per verificare le pratiche di igienizzazione dei bagni pubblici, che evidentemente lasciano abbastanza a desiderare nella maggior parte delle situazioni».

Siccome pare poco praticabile sperare che si arrivi all'igiene totale di toilette frequentate in certi casi da centinaia di persone ogni giorno, non c'è che seguire elementari e protettive norme igieniche quando tocca andare in un bagno pubblico: cercare di toccare il minimo possibile le superfici, lavare bene le mani prima di uscire (sperando che la toilette sia equipaggiata con dispenser e rubinetti a sensori, che non richiedono di essere toccati, e che per asciugarsi ci siano salviette in carta o asciugatori ad aria: sono assai più igienici), non toccare la maniglia all'uscita con le mani appena lavate. Anche le maniglie della porta sono infatti ricche di germi, soprattutto se molti "avventori" hanno dimenticato l'elementare norma di lavarsi le mani dopo essere stati in bagno: meglio qualche piccolo equilibrismo di gomito o dotarsi di una salvietta per aprire, se non vogliamo vanificare gli sforzi fatti per non toccar nulla e lavarsi ben bene le mani.



Elena Meli
21 dicembre 2011
(modifica il 9 febbraio 2012)




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California, arriva la sigaretta ecologica

La Stampa

Biodegradabili al 100%, i filtri possono essere usati come concime



Roma

Arriva dalla California una sigaretta biodegradabile al 100%, si chiama Greenbutts ed èinteramente realizzata senza l’uso di sostanze chimiche.

La nuova sigaretta ecologica permetterà ai fumatori più irriducibili di non inquinare il suolo e le falde acquifere gettando i mozziconi.

Il filtro è realizzato con una miscela completamente naturale di lino, canapa e cotone, tenute insieme da una miscela di amido e acqua. Una scelta che permetterà a chi le fumadi sapere che, anche se buttati nella spazzatura, i mozziconi di queste sigarette impiegheranno molto meno tempo a degradarsi rispetto agli anni necessari per quelle tradizionali.

La vera particolarità però è costituita dalla possibilità, raccogliendo i filtri in una fioriera, anziché in un posacenere, di veder sbocciare dei fiori selvatici, se combinati con unamiscela di semi specifica.

Grazie a questa novità dunque un’abitudine comunque tutt’altro che positiva per la salute umana , potrebbe almeno rivelarsi un po’ meno dannosa per l’ambiente: il tutto,garantisce chi ha provato la sigaretta green, senza alterare il gusto tipico del tabacco.



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E se non volessi separarmi?

La Stampa



A CURA DI CARLO RIMINI
professore ordinario di diritto privato alluniversitÀ di milano

Ho 30 anni e sono sposato da tre. Mia moglie mi ha detto improvvisamente di avere capito che il matrimonio non fa per lei e intende chiedere la separazione e poi il divorzio. Non ho intenzione di concederle né l’una, né l’altro. Lei riuscirà ad ottenere quello che vuole anche contro la mia volontà?
La nostra legge prevede che il giudice pronunci la separazione - dopo avere tentato la riconciliazione dei coniugi - quando si sono verificati fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza. Per quanto riguarda il divorzio, il tribunale può sciogliere il matrimonio solo quando accerta che la comunione spirituale e materiale tra i coniugi non può essere ricostituita e quando verifica la presenza di uno dei presupposti indicati dalla legge: fra questi quello più frequente è che siano passati tre anni dalla separazione.

Se è così, mia moglie non otterrà mai né la separazione, né il divorzio. Non mi può infatti rimproverare alcun comportamento che renda intollerabile la convivenza. Posso quindi stare tranquillo?
La questione si pone in termini diversi. Dopo la riforma del diritto di famiglia del 1975, il coniuge che intende ottenere la separazione non deve più dimostrare che l’altro ha tenuto comportamenti contrari ai doveri che derivano dal matrimonio. Basta la prova della impossibilità della convivenza, anche se questa non dipende da colpe del coniuge nei cui confronti la separazione è chiesta. I nostri tribunali hanno interpretato questa norma seguendo un principio ispirato al buon senso: la convivenza è impossibile anche se uno solo dei coniugi non la sopporta più. Questo significa, in concreto, che per ottenere la separazione basta affermare di non voler più convivere. Il medesimo schema si ripropone al momento del divorzio. Per ottenerlo è sufficiente affermare di non avere intenzione di ricostituire la convivenza: se sono passati tre anni dalla separazione, il tribunale pronuncia il divorzio anche se l’altro coniuge si oppone e non ha alcuna colpa.

Non mi sembra giusto. Io credo nel matrimonio che deve durare tutta la vita. Ci siamo sposati in chiesa e non posso concepire di trovare una persona con cui rifarmi una famiglia. Se mia moglie non è fatta per il matrimonio, poteva pensarci prima che ci sposassimo...
Capisco, tuttavia anche la prospettiva di rimanere sposato con una persona che non vuole più stare con lei non mi sembra una soluzione. D’altra parte il legislatore ha fatto una scelta precisa dopo un dibattito che, soprattutto in relazione al divorzio, ha diviso la società civile oltre 40 anni fa. Sia la separazione, sia il divorzio, sono considerati dalla legge come rimedio a una situazione oggettivamente insostenibile. Coerentemente con questa impostazione, a differenza di quanto prevedono molte legislazioni straniere, in Italia non incidono sui presupposti della separazione e del divorzio, né il fatto che entrambi i coniugi siano d’accordo, né le loro reciproche colpe.

Spero almeno che mia moglie subisca conseguenze economiche per la situazione in cui mi lascia...

Temo di doverla deludere anche su questo punto. Né la circostanza che lei subisca una separazione non voluta, né il fatto che lei non abbia alcuna responsabilità per quanto è accaduto incidono in alcun modo sui provvedimenti di natura economica che il giudice dovrà pronunciare. Lei non potrà neppure ottenere il risarcimento del danno morale per la vita rovinata: l’obbligo di risarcire il danno presuppone che sia stato commesso un fatto illecito e sua moglie non realizza alcun illecito chiedendo la separazione.

Ho qualche strumento giuridico per non subire la volontà di mia moglie?
Ricordo un signore che si era opposto con ogni mezzo alla richiesta di separazione presentata dalla moglie che lo aveva tradito più volte. Aveva invocato la Costituzione, aveva sostenuto la tesi che la legge sul divorzio è in contrasto con il Concordato: tutto invano. La lite si era allora trasferita sulle questioni economiche: lui e la moglie erano comproprietari della casa coniugale e nessuno dei due voleva lasciarla. Sono andati avanti anni vivendo sotto lo stesso tetto, mentre erano avversari in tribunale: una follia! Un giorno lui si è reso conto che stava buttando via inutilmente anni della sua vita. Ha quindi offerto alla moglie di comprare la sua metà della casa ad un prezzo equo; la moglie ha subito accettato. Quando finalmente è venuto il giorno in cui lei ha lasciato la casa, lui ha preferito non esserci. Le ha scritto solo un biglietto: «Con te se ne parte la primavera».




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Carmen, l'operaia che sfida il Lingotto «Tornerò in fabbrica con la tessera Fiom»

Corriere del Mezzogiorno

In cassa integrazione e con tre figli a carico. «Abbiamo perso il referendum, ma le mie idee vanno rispettate»



Carmen, l'operaia con la tessera della Fiom
Carmen, l'operaia con la tessera della Fiom



NAPOLI - «Era il 22 giugno del 2010. Il giorno del referendum sull'accordo firmato da Fiat, Cisl e Uil una settimana prima. Intesa (passata al vaglio degli operai con il 63% circa dei consensi, e dunque con un'opposizione molto corposa ndr.) che non condividevo e non condivido. Ecco, quella è stata l'ultima volta che ho messo piede in fabbrica, a Pomigliano. Poi solo cassa integrazione, stenti e qualche puntata per chiedere chiarimenti in amministrazione». Carmen Abbazia, 39 anni, operaia carrellista assunta nel 2002, martedì scorso ha scritto una lettera al Fatto Quotidiano per dire a voce alta, e con grande dignità: «Io non straccio la tessera». La tessera a cui faceva riferimento, ovviamente, è quella della Fiom. Il sindacato oggi guidato da Maurizio Landini che — adesso come due anni or sono — resta contrario al modello Pomigliano. Filosofia introdotta sotto il Vesuvio dal Lingotto e poi sfociata in un contratto di gruppo non siglato dai metalmeccanici della Cgil.

Carmen, tre figli («una ragazza di 19 anni, disoccupata, costretta ad abbandonare gli studi per aiutare a mettere assieme il pranzo con la cena; un maschio di 17 anni e una piccola di 13 anni»), ormai da mesi e mesi «sopravvive con i quasi 900 euro della cigs». Cifra che che si assottiglia notevolmente una volta pagato l'affitto: «550 euro al mese», ha specificato nel testo inviato al giornale di Antonio Padellaro. Lettera che ha deciso di scrivere dopo che il giorno prima, lunedì, erano tornati nella catena di montaggio di Fabbrica Italia — la newco creata sulle ceneri del vecchio stabilimento Giambattista Vico — altri 662 dipendenti. Per un totale di 1.845 addetti attualmente impegnati nella produzione della nuova Panda (mission, va detto, sulla quale Marchionne hanno investito circa 800 milioni di euro). Il problema, denuncia la Fiom, e non solo, è che — nonostante l'organico sia ormai quasi arrivato alla metà del totale definitivo — di iscritti al sindacato di Lanidini in giro per i reparti non se ne vedono ancora...

Scusi Carmen, lei ha scritto che non ha mai subito un provvedimento disciplinare e che in tutti questi anni si è fermata una sola volta, allorché un carrello mobile le ha fratturato il naso. Ha sempre rispettato il suo lavoro. Secondo lei è stata rispettata dalla sua azienda?
«Prima di rispondere vorrei fare una piccola aggiunta».

Prego.
«Nonostante una madre invalida, che ho perso da pochi mesi, aggiungendo dolore a dolore, non ho mai usufruito neppure di una giornata libera garantita dalla legge 104. Io, insomma, il mio lavoro l'ho sempre amato». Però al momento resta fuori... «Sì, ed è un'ingiustizia grande come una casa. Tralasciando le vicende sindacali, che pure per me sono gravi, sono una madre sola con tre figli. Già con i 1.800 euro che guadagnavo in fabbrica arrivavo con difficoltà a fine mese. Ora siamo al disastro. E devo vedere ragazzi di 25 anni, single, che sono stati richiamati al lavoro. Spesso, di notte, non dormendo quasi più penso: ma qualcuno si passerà mai una mano sulla coscienza?». Lei ha detto che la tessera della Fiom non la straccia. Ma il refendum del 2010 è stato comunque un momento di democrazia. E hanno vinto i sì... «Abbiamo perso e io rispetto il risultato. Però ho detto e ribadisco che quell'intesa non mi piace».

E dunque?
«Questo non vuol dire che una volta rientrata in fabbrica, perché spero prima o poi di tornare al mio reparto, non darò il massimo dell'impegno. Sapete, quando uno vuol fare sindacato, per permettersi di dire che qualcosa va cambiato deve essere senza macchia. Il primo a cominciare e l'ultimo a uscire...».

Pensa che nella vecchia fabbrica e con la vecchia organizzazione tutto andava bene?
«E chi ha detto questo. C'era più di qualcosa da cambiare e c'era anche chi abusava di una situazione delicata. Badate che io, come il mio sindacato, non ho mai pensato che tutto era perfetto. Il rimedio, però, ripeto, secondo me non va bene. E ora il problema è che, nonostante 1.845 addetti tornati in catena di montaggio, noi della Fiom, o meglio noi che non abbiamo strappato la tessera della Fiom, non siamo ancora stati chiamati».

Una casualità? «Tutto è possibile, ma mi risulta difficile pensare al fato o una questione legata al calcolo delle probabilità. Qui ormai ragioniamo su numeri troppo elevati».

Dopo la lettera sul «Fatto» cosa è accaduto?
«Dall'azienda nessun contatto. Su facebook invece mi scrivono a centinaia. Per darmi solidarietà e, qualcuno, anche per propormi aiuto».

E lei?
«Soldi mai. Non chiedo la carità ma solo di poter tornare a fare l'operaio, bene come è sempre stato, rispettando il risultato di un referendum ma al contempo chiedendo che le mie idee siano rispettate».

Pensa che la Panda sia una soluzione definitiva per lo stabilimento di Pomigliano?
«Per produrre un'Alfa 147 serviva il doppio del lavoro necessario a mettere al mondo una Panda. Questo la dice tutta...».

Fa politica?
«Sono stata candidata a Pomigliano per Rifondazione comunista. Poi ho scelto il Pd. Però...».

Però?
«Vorrei sapere questo partito da che parte sta. Tollererà un'eventuale modifica dell'articolo 18, che personalmente mi vede nettamente contraria, o si schiererà con la Cgil e la Fiom?».

Domanda difficile.
«L'importante è ci sia chiarezza. Bersani non può mica illudersi di scegliere quando il risulltato della partita sarà già stato scritto».

E che pensa del governo dei professori e delle lorom idee sulla flessibilità?
«Al presidente Monti e alla ministra Fornerò, che sono prima di tutto illustri accademici, penso di inviare una lettera con la mia busta paga di cassintegrata e le bollette da pagare. Loro che sono professori sapranno sicuramente trovare una soluzione ai miei problemi di vita quotiana. Così, tanto per non renedere monotono il loro attuale lavoro...».


Paolo Grassi
09 febbraio 2012





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Jeet Thayil, censura in India: capisco ma non mi adeguo

La Stampa

Parla lo scrittore indiano che ha suscitato un putiferio al festival di Jaipur leggendo in pubblico "I versi satanici" di Rushdie messi al bando dal governo




Una manifestazione di fondamentalisti islamici nel Nord dell'India: bruciano un'effigie di Salman Rushdie colpevole di aver scritto i "Versi Satanic"



MARIA GIULIA MINETTI

Si chiama Jeet Thayil, è nato nel Kerala 52 anni fa, ha scritto quattro volumi di poesie, un libretto d’opera, curato e introdotto due antologie di versi altrui e ha appena pubblicato il suo primo romanzo, Narcopolis, una rivisitazione nostalgica della Bombay delle fumerie d’oppio («Scomparvero all’improvviso, tra il 1982 e il 1984. I fumatori d’oppio passarono in massa all’eroina, che arrivava dal Pakistan a prezzi stracciati»). «Carmina non dant panem», si lamentava Orazio. Thayil non si lamenta, ma anche nel suo caso la strada della poesia non è seminata di monete d’oro. Dalla meridionale Bombay s’è spostato nella nordica Delhi perché «qui tutto costa un terzo». La città dov’è vissuto gli manca, però. Gli manca il caldo, soprattutto. «Stanotte ha fatto 5 gradi - geme -, un freddo cane. Molto peggio che in America, perché non c’è riscaldamento. Ho disseminato la casa di stufette elettriche». Ma i giorni grami sono contati, per Thayil. Narcopolis è stato la rivelazione dell’ultima Fiera del Libro di Francoforte, conteso da tutti gli editori.

In Italia l’ha spuntata Neri Pozza, a maggio la traduzione arriverà in libreria. Ovunque ci si aspetta il successo. Tuttavia, non è per parlare del romanzo che abbiamo cercato al telefono Jeet Thayil, ma per una questione più vasta e cruciale: la libertà d’espressione e i rischi che corre anche nelle democrazie. Il 20 gennaio scorso, primo giorno del Festival della Letteratura di Jaipur, il maggior evento indiano del genere, Thayil e i colleghi scrittori Ruchir Joshi, Amitava Kumar e Hari Kunzru hanno dato pubblica lettura di brani dai Versi satanici di Salman Rushdie (prima invitato e poi «disdettato» dal festival). Ne è scaturito un putiferio che ha costretto i quattro a lasciare precipitosamente la città rajasthana. In parlamento, a Delhi, il deputato Asaduddin Owaisi, presidente del MIM, un forte partito islamico, ne ha chiesto l’arresto.


In punta di diritto, voi avete commesso un reato. Il libro è bandito, in India.
«Vuol dire che non si può stamparlo, né importarlo, né venderlo. Ma nessuno può impedirti di leggerlo. Puoi andare all’estero e impararlo a memoria. Più semplicemente, puoi cercarlo su Internet».

Nessuno sapeva della vostra intenzione di leggere dal «libro proibito». Avete pianificato la sorpresa?
«No, neanche noi sapevamo che l’avremmo fatto. Ma quando ci hanno detto che Salman, già convinto a non intervenire al festival di persona per timore di un attentato (una bufala inventata dalla polizia, come si è appreso dopo, ndr), non sarebbe neppure apparso in video-conferenza “per motivi di ordine pubblico”, allora abbiamo deciso. Bisognava dare un segnale».

Eppure nel 2007 Rushdie venne a Jaipur all'edizione inaugurale del festival e nessuno ci trovò niente da ridire.
«Il suo arrivo non era stato pubblicizzato, sicché tutto filò liscio. Adesso invece la visita è stata messa in programma ed è successo il patatrac. È tempo di elezioni, il Partito del Congresso (il partito al potere, che governa anche lo stato del Rajasthan, ndr) è preda dell’ansia, una sommossa religiosa potrebbe tradursi in una catastrofe nelle urne. Da qui le pressioni per allontanare lo spettro della “provocazione”».

Appena finito il putiferio del Festival di Jaipur, un episodio analogo di censura s’è verificato alla Fiera del Libro di Calcutta. Scalmanati hanno contestato la presentazione del libro Nirbasan, Esilio, della scrittrice bangladesha Taslima Nasreen, da tempo nel mirino degli islamici d’assalto.
«Guardi, non c’è nessuno rapporto tra i due episodi. Mi spiace dirlo, ma ho il forte sospetto che la gazzarra sul romanzo di Nasreen sia stata organizzata ad arte. È un’opera così brutta, così noiosa, che creargli attorno uno scandalo era l’unica possibilità di venderne qualche copia».

Altrimenti non se lo sarebbe filato nessuno?
«Esattamente. Nasreen è una scrittrice di nessun talento che è saltata sul carro di Rushdie per fare pubblicità a un libro che le auguro di non leggere mai, tanto è mediocre».

Rushdie, invece, il suo libro non ebbe neppure il tempo di presentarlo, nel suo Paese. Il bando di New Delhi ai Versi satanici precedette addirittura la fatwa di Khomeini.
«La precedette di quattro mesi. Era l’ottobre del 1988, il romanzo era appena uscito. Echi della furia fondamentalista che l’aveva accolto in Inghilterra, dove in varie comunità islamiche era stato dato alle fiamme, influenzarono certo la decisione del governo di Rajiv Gandhi. Ma credo ci fosse dell’altro...»

Cioè?
«Indira Gandhi era furiosa con Rushdie per come lui l’aveva dipinta nei Figli della mezzanotte (ottusa, feroce, golpista, ndr). Rajiv colse l’occasione di vendicare la madre. Eppure, benché mi costi ammetterlo, probabilmente non fu una decisione sbagliata».

Non la seguo.
«Avevo un amico, un grande poeta e un liberal convinto, Nissim Ezekiel. Ebbene, Nissim appoggiò il bando. “Viviamo in un paese di pazzi - mi disse -. La gente qui è capace di uccidere, per un libro. È capace di massacrarsi, per un libro”».

Scusi, lei legge in pubblico brani dai Versi satanici, brani scelti con spirito di sfida, proprio dal capitolo sul profeta Mahound, trasparente pseudonimo di Maometto, il capitolo che ha scatenato le accuse di blasfemia. E poi mi viene a dire che appoggia il bando del libro!
«Ho detto che ne capisco le ragioni, non che l’appoggio! Dico che l'India, nonostante gonfi il petto proclamando d'essere la più grande democrazia del mondo, non è luogo per ragionevoli discussioni, confronti pacati di opinione. La censura infierisce, la gente la invoca! Un film, un libro, un giornale, una persona che susciti una controversia accende immediatamente furori, spesso incontrollabili. Metti nella vetrina di un libraio I versi satanici: può accadere di tutto. Penso che ci terremo il bando per chissà quanti anni ancora, purtroppo».

Ma allora perché ha letto i brani che ha letto?

«Perché un conto è l’oggetto, il tangibile libro, la “fisica” pietra dello scandalo; un altro il pensiero, la parola. Non si può impedire alla gente di leggere, non si può impedire alla gente di parlare. Per quanto disperante sia la situazione, è l’unico modo che abbiamo per non accettarla, per non soccombere».




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Vi spiego come Ratzinger ha sconfitto il demonio"

di -

Padre Amorth rivela un prodigio in Vaticano: "Due uomini erano in terra, ululavano e sbavavano. Lui li benedisse e furono sbalzati tre metri indietro"

 

Devo dire però ancora una cosa. E questa cosa riguarda Joseph Ratzinger.L’attuale Pontefice era ai tempi della stesura del rituale «ad interim» uno dei membri della commissione cardinalizia incaricata di scrivere il testo.



Egli è stato l'unico a ricercare e ad ascoltare il parere di noi esorcisti anche se poi purtroppo tale parere non è stato condiviso dagli altri suoi colleghi. È una mattina di maggio dell'anno 2009. Joseph Ratzinger è Papa già da quattro anni. Nel corso del suo pontificato ha parlato più volte di Satana. Capisco che per lui il demonio è uno spirito esistente, che lotta e agisce contro la Chiesa. E contro di lui. Altrimenti non si spiegherebbero frasi del genere: «Per quanti continuano a peccare senza mostrare nessuna forma di pentimento, la prospettiva è la dannazione eterna, l’inferno, perché l'attaccamento al peccato può condurci al fallimento della nostra esistenza. È il tragico destino che spetta a chi vive nel peccato senza invocare Dio. Solo il perdono divino ci dà la forza di resistere al male e non peccare più. Gesù è venuto per dirci che ci vuole tutti in paradiso e che l'inferno, del quale poco si parla in questo nostro tempo, esiste ed è eterno per quanti chiudono il cuore al suo amore». (...)

Fa caldo in piazza San Pietro. La primavera è oramai inoltrata. Il sole picchia sulla piazza dove una folla di fedeli aspetta il Papa. È mercoledì, il giorno dell’udienza generale. I fedeli sono arrivati da tutto il mondo. Dal fondo della piazza entra un gruppetto di quattro persone. Due donne e due giovani uomini. Le donne sono due mie assistenti. Mi aiutano durante gli esorcismi, pregano per me e per i posseduti e assistono per quanto è loro possibile i posseduti nel loro lungo e difficile percorso di liberazione. I due giovani uomini sono due posseduti. Nessuno lo sa. Lo sanno soltanto loro e le due donne che li «scortano». Quel mercoledì le donne decidono di portare i due all'udienza del Papa perché pensano che potrebbero trarne giovamento. Non è un mistero che molti gesti e parole del Papa facciano imbestialire Satana. Non è un mistero che anche la sola presenza del Papa inquieti e in qualche modo aiuti i posseduti nella loro battaglia contro colui che li possiede. I quattro si avvicinano verso le transenne in prossimità del «palco» da dove Benedetto XVI di lì a poco è chiamato a parlare. (...) È importante per loro riuscire a portare i due posseduti il più possibile vicino al Papa.

«Avete visto, Giovanni e Marco?» chiedono le due donne ai due posseduti. «Ce l’abbiamo fatta. Tra poco arriverà il Papa e noi siamo qui vicini a lui». I due non parlano. Sono stranamente silenziosi. È come se coloro che li possiedono (si tratta di due demoni diversi) stiano cominciando a capire chi di lì a poco arriverà in piazza. Suonano le dieci. Dall'arco delle campane, il portone a fianco della basilica vaticana, esce una jeep bianca. Sopra tre uomini. Un guidatore, il Papa in piedi e, seduto al suo fianco, il suo segretario particolare monsignor Georg Gänswein. Le due donne si girano verso Giovanni e Marco. Istintivamente li sorreggono con le braccia. I due, infatti, iniziano ad avere comportamenti strani. Giovanni trema e batte i denti. Le due donne capiscono che qualcuno sta cominciando ad agire nel corpo di Giovanni e di Marco. Qualcuno che col passare dei minuti si mostra sempre più agitato. «Giovanni, mantieni il controllo di te stesso» dice una delle due donne.

«Mantieni il controllo, Giovanni. Non farti sopraffare. Reagisci. Mantieni il controllo». L’altra donna dice le stesse parole a Marco. Giovanni non sembra ascoltare le parole della donna. Salvo, d'improvviso, girarsi e dirle con voce lenta e che sembra venire da non si sa quale mondo: «Io non sono Giovanni». La donna non dice più nulla. Sa che con il diavolo solo un esorcista può parlare. Se lei lo facesse sarebbe molto rischioso. Così rimane in silenzio e si limita a sostenere il corpo di Giovanni ora completamente in mano al demonio. La jeep gira per tutta la piazza. I due posseduti si piegano per terra. Battono la testa per terra. Le guardie svizzere li osservano ma non intervengono. Sono forse abituate a scene del genere? Forse sì. Forse altre volte hanno assistito alle reazioni dei posseduti innanzi al Papa. La jeep compie un lungo percorso. Poi arriva in cima alla piazza, a pochi metri dal portone della basilica vaticana. Il Papa scende dall'auto e saluta le persone poste nelle prime file. Giovanni e Marco, insieme, iniziano a ululare. Sdraiati per terra ululano. Ululano fortissimo. «Santità, santità, siamo qui!» urla al Papa una delle due donne cercando di attirare la sua attenzione.

Benedetto XVI si gira ma non si avvicina. Vede le due donne e vede i due giovani uomini per terra che urlano, sbavano, tremano, danno in escandescenze. Vede lo sguardo d'odio dei due uomini. Uno sguardo diretto contro di lui. Il Papa non si scompone. Guarda da lontano. Alza un braccio e benedice i quattro. Per i due posseduti è una scossa furente. Una frustata assestata su tutto il corpo. Tanto che cadono tre metri indietro, sbattuti per terra. Adesso non urlano più. Ma piangono, piangono, piangono. Gemono per tutta l'udienza. Quando poi il Papa se ne va, rientrano in se stessi.
Tornano se stessi. E non ricordano nulla. Benedetto XVI è temutissimo da Satana. Le sue messe, le sue benedizioni, le sue parole sono come dei potenti esorcismi. Non credo che Benedetto XVI compia esorcismi. O almeno la cosa non mi risulta. Credo tuttavia che tutto il suo pontificato sia un grande esorcismo contro Satana.

Efficace. Potente. Un grande esorcismo che molto dovrebbe insegnare ai vescovi e ai cardinali che non credono: costoro comunque dovranno rispondere della loro incredulità. Non credere e soprattutto non nominare esorcisti laddove ce ne è esplicito bisogno è, a mio avviso, un peccato grave, un peccato mortale. Il modo con cui Benedetto XVI vive la liturgia. Il suo rispetto delle regole. Il suo rigore. La sua postura sono efficacissimi contro Satana. La liturgia celebrata dal Pontefice è potente. Satana è ferito ogni volta che il Papa celebra l’eucaristia. Satana molto ha temuto l'elezione di Ratzinger al soglio di Pietro. Perché vedeva in lui la continuazione della grande battaglia che contro di lui ha fatto per ventisei anni e mezzo il suo predecessore, Giovanni Paolo II. Il Papa che, lui sì, faceva esorcismi.





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Strage Linate, ok alla pensione per l'unico sopravvissuto

Il Giorno

Finisce l'odissea di Padovano




Milano, 8 febbraio 2012 - Pareva un'odissea senza fine, quella di Pasquale Padovano, l'unico sopravvissuto della strage di Linate dell'8 ottobre 2001, che attendeva dall'Inps l'accreditamento di tutti i contributi che l'ente gli doveva. Sono arrivati, dopo oltre dieci anni di attesa. Sulla questione sono intervenuti Davide Boni, Presidente del Consiglio della Regione Lombardia e Angelo Ciocca, Consigliere regionale della Lega Nord.

"Sono stato informato che l'odissea burocratica del signor Padovano si è conclusa con  l'accreditamento da parte dell'Inps di tutta la contribuzione dovuta. Una situazione - commenta il Presidente del Consiglio della Regione Lombardia, Davide Boni, - che sicuramente avrebbe dovuto risolversi molto tempo prima. Ci auguriamo pertanto che questo possa portare almeno un po' di conforto a chi ha già sofferto molto nella propria vita".

"Non posso che essere soddisfatto del fatto che finalmente si sia sbloccata la situazione di Pasquale Padovano, caso a cui non ho potuto rimanere indifferente perché si trattava a tutti gli effetti di una vera ingiustizia. Il Consiglio regionale e il presidente Davide Boni - commenta Angelo Ciocca, Consigliere regionale della Lega Nord - hanno approvato la mozione che ho presentato, documento finalizzato non solo a denunciare ma soprattutto a risolvere il paradosso in cui si trovava Padovano. La Regione Lombardia ha fatto sistema con la Direzione Generale dell'Inps per provvedere con la massima sollecitudine a sbloccare una situazione, che se fosse perdurata, avrebbe impedito a Padovano di percepire in futuro la propria pensione."



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Ikea, è omosessuale il 14% dei dipendenti

di -

Indagine-choc della multinazionale svedese in Italia tesa a valorizzare le diversità. Nelle risposte rilevata l'assoluta pari opportunità in tutti i livelli gerarchici


Il 14% dei dipendenti Ikea in Italia si dichiarano gay, lesbiche, bisessuali o trans. E' questo il risultato di una ricerca svolta dalla filiale italiana del gruppo svedese, nell’ambito della politica di “diversity management” sviluppata da tempo da Ikea Italia.



Coppia omosessuale

Iniziativa dal forte significato simbolico e che solleva il velo su un tema che in Italia continua a produrre casi di discriminazione.

Ikea è socio fondatore di “Parks-Liberi e Uguali”, un’associazione di imprese che aiuta le aziende a realizzare politiche di inclusione per tutti i dipendenti, con un focus particolare verso le persone “GLBT” (gay, lesbiche, bisessuali e trans). Parks è nata nel gennaio 2011 con l’adesione di importanti aziende italiane ed internazionali quali Telecom Italia, Johnson&Johnson, Roche, Citi, Lilly, Il Saggiatore, Linklaters, Sixty Group, Gruppo Consoft.

Ikea dopo affrontato l’argomento delle pari opportunità di genere (in azienda le donne sono il 58,60% e nelle posizioni manageriali superano il 41%), affronta ora un tema che qualche mese fa ha avuto una forte visibilità in seguito a una pubblicità relativa all’apertura del negozio Ikea di Catania, dove campeggiavano due uomini ripresi di spalle e mano nella mano, sotto la headline “Siamo aperti a tutte le famiglie”.

Al questionario, erogato in forma anonima e cartacea al fine di assicurare l’assoluta confidenzialità dei dati, ha risposto il 44,11% dei dipendenti di tre negozi Ikea (Bologna, Catania e Roma/Porta di Roma): 476 su 1.079. 71 rispondenti (14%) si sono definiti gay, lesbiche, bisessuali o trans. La percentuale scende al 6,58%, se rapportiamo i 71 GLBT non ai 476 rispondenti ma al totale dei 1079 dipendenti.

L’inclusione dei collaboratori GLBT nel gruppo sembra un fatto acquisito e pare non risultino comportamenti discriminanti da parte dell’azienda o dei colleghi di lavoro. L’88% è certo che in Ikea tutti hanno pari opportunità di carriera, indipendentemente dalla loro identità di genere o dal loro orientamento sessuale. 

Affrontato anche il tema della discriminazione positiva, ossia se l’attenzione alla diversità rischia di creare classi di persone avvantaggiate rispetto a chi non ha da far valere alcuna diversità: il 58% non riscontra alcuna discriminazione positiva in Ikea. Infine, per l’82% delle risposte la diversità deve divenire una priorità strategica per l’azienda, che deve creare un ambiente rispettoso e inclusivo per tutte le differenze, comprese quelle connesse all’orientamento sessuale e all’identità di genere.




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Guadagnava 1 miliardo di lire, ora 1100 euro. Ma deve versare l'assegno di mantenimento all'ex moglie

La Stampa


Da un miliardo di lire ad appena 1.168 euro: un crollo verticale nei redditi percepiti. E in appena cinque anni. Eppure, restano intatte le partecipazioni in diverse società, e, per giunta, frequentazioni nel mondo imprenditoriale. Ecco perché la ‘supremazia’ economica dell’ex marito sulla ex moglie – con reddito da lavoro dipendente pari ‘solo’ a 42mila euro all’anno – non può essere messa in discussione, così come è acclarato il contributo dato dalla donna, in oltre venti anni di matrimonio, alla capacità patrimoniale dell’uomo.

Di conseguenza, ogni discussione è superflua e – secondo la sentenza della Cassazione 24436/11 – il diritto all’assegno di mantenimento, a favore dell’ex moglie (e della figlia), deve essere ritenuto legittimo. Il pomo della discordia è, come spesso succede, l’assegno di mantenimento, che il Tribunale prima e la Corte d’Appello poi hanno stabilito a carico dell’ex marito. Per la ex moglie, 1.000 euro; per la figlia, 2.600 euro. Mentre l’altro figlio ha già raggiunto la propria indipendenza economica. A pesare, in questa decisione, le differenti condizioni economiche degli ex coniugi, oltre alle condizioni di salute della figlia. Per l’uomo, però, il carico è troppo gravoso. Così, sceglie di presentare ricorso in Cassazione, chiedendo una rivisitazione della decisione assunta in Appello.

Il nodo è, ovviamente, la disponibilità economica di marito e moglie ormai divorziati. Su questo tasto batte l’uomo, contestando la valutazione in Appello sulla «disparità economica», valutazione effettuata «senza considerare che i redditi valutati, da lui dichiarati, si riferivano a periodo successivo alla cessazione della convivenza, e senza altresì tener conto dell’omessa acquisizione della prova», a carico della ex moglie, «del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio», e, per giunta, disattendendo «la regolamentazione concordata dei rapporti patrimoniali intervenuta in sede di separazione, che prevedeva rinuncia all’assegno di mantenimento» da parte della donna. In questa ottica, peraltro, sempre secondo l’ex marito, si colloca anche la valutazione, mancata in Appello, del «contributo» dato dall’ex moglie «alla formazione del patrimonio dell’altro coniuge», patrimonio che, valutato dai giudici, si riferisce «a periodi successivi alla cessazione della convivenza».

La Cassazione considera pienamente legittima la ricostruzione portata avanti in Appello, ovvero «la comparazione tra le condizioni economiche dei coniugi» e la relativa «notevole disparità». Difatti, nonostante il ‘crollo’ economico dichiarato dall’uomo – da un miliardo di lire a 1.168 euro in cinque anni –, «la sua capacità reddituale non poteva ritenersi azzerata, continuando egli ad avere partecipazioni in diverse società e frequentazioni nel mondo imprenditoriale», mentre, dall’altro lato, l’ex moglie «percepiva reddito da lavoro dipendente nell’importo di 42mila euro annui». Eppoi, secondo i giudici, «data la ventennale convivenza matrimoniale», l’ex moglie «aveva sicuramente contribuito allo sviluppo della capacità patrimoniale del coniuge», e ciò giustificava «tanto l’obbligo contributivo» posto a carico dell’uomo quanto «la misura degli assegni».

Infine, per chiudere il cerchio, evidente, per i giudici, «l’inadeguatezza della condizione economica» della donna «a mantenere il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio», alla luce della «situazione attuale» e di «quella della famiglia, desunta dalle condizioni economiche emerse dalle rispettive dichiarazioni fiscali, sue e del coniuge, ed in particolare di quest’ultimo, risultato percettore di elevato reddito che, seppur maturato dopo la cessazione della convivenza, il giudice del merito ha comunque logicamente ritenuto sviluppo naturale prevedibile della medesima attività, pacificamente svolta durante il matrimonio». Così, la decisione di rigettare il ricorso presentato dall’ex marito è scontata. E consequenziale è la conferma della pronunzia d’Appello in materia di assegno di mantenimento a favore dell’ex moglie e della figlia.



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Il Manifesto in crisi Liquidazione coatta

La Stampa

Il giornale lotta per sopravvivere. La redazione: restiamo in edicola




L'homepage del sito web del Manifesto


roma

Fase critica per Il Manifesto, che, dopo più di 40 anni di vita e decine di battaglie per la sopravvivenza, rischia la chiusura come mai in passato. Il Ministero dello Sviluppo Economico ha avviato la procedura di liquidazione coatta amministrativa della cooperativa editrice del quotidiano, piombato in una pesante crisi economica per il calo delle entrate pubblicitarie ed il taglio dei fondi pubblici. Ora si avvia una fase delicata per il giornale, che sarà commissariato nel tentativo di trovare una strada non facile per la sopravvivenza, anche gestendo il rapporto con i creditori.

Il collettivo del quotidiano non si dà per vinto, assicurando che il foglio resterà in edicola e che verrà lanciata una campagna di raccolta fondi straordinaria. Un’iniziativa non nuova per Il Manifesto che negli ultimi anni ha richiesto più volte il contributo dei lettori, raccogliendo nel 2009 ben due milioni di euro, ma che questa volta appare davvero come l’ultima spiaggia. «È il momento più difficile della storia quarantennale de Il Manifesto - spiega il collettivo - La decisione di non opporsi alla procedura indicata dal ministero si è resa inevitabile dopo la riduzione drastica e retroattiva dei contributi pubblici per l’editoria non profit. Nonostante le promesse di intervento fatte dal presidente del consiglio Mario Monti e l’esplicita richiesta in tal senso del presidente della Repubblica, a oggi nessuna soluzione è stata trovata».

Dopo la chiusura di Terra e Liberazione ed altri giornali locali, ora a rischio c’è un pezzo di storia del giornalismo italiano, già reduce da stati di crisi e prepensionamenti. Potrebbe rimanere senza lavoro 51 giornalisti e 22 poligrafici, che confezionano un quotidiano con una tiratura di 60mila copie. «La vicenda del Manifesto dimostra quanto sia fondato l’allarme che abbiamo ripetutamente lanciato nell’ultimo periodo rispetto ai tagli ai fondi pubblici a sostegno del pluralismo dell’editoria - dichiara il segretario della Fnsi, Franco Siddi - Dopo gli impegni presi da governo e Parlamento urge ancora di più accelerare la definizione dei fondi aggiuntivi». «È necessario urlare al governo di rispondere a una situazione così pesante e così inedita. Sono a rischio 100 testate e 4 mila posti di lavoro. Che ne è delle promesse relative al fondo per l’editoria?», si chiedono invece il senatore del Pd Vincenzo Vita e Giuseppe Giulietti, portavoce di Articolo 21.



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La “vecchiaia” sul lavoro comincia a 45 anni

Corriere della sera

di


Fino a quando gli italiani sono materia plasmabile nelle mani di aziende-pigmalioni, bramose di sfruttarne i talenti? «Fino a 50-55 anni», si sarebbe risposto fino a pochi anni fa. Poi si diventa obsoleti come un Commodore 64. La novità è che questa età si è via via erosa. Per i responsabili del personale oggi cominci a essere vecchio già a 45 anni. Addirittura a 40. E questo vale per chi ha l’ormai mitico posto fisso. Quelli che sono fuori, a caccia di un impiego, il problema lo sentono ancora di più.


Chi lo dice? Un po’ tutti. Dai direttori del personale alle società di selezione. E anche il sindacato. Per chi avesse ancora qualche dubbio, il fenomeno è certificato da un’indagine che sarà presentata oggi dall’osservatorio sul Diversity management della Sda Bocconi. I ricercatori dell’università milanese hanno indagato le cause di discriminazione in azienda. Dall’aspetto fisico alla provenienza etnica. Pensavano che, come al solito, il problema principale sarebbe stato la discriminazione di genere, a svantaggio delle donne. Invece, sorpresa: la maggior fonte di disagio è diventata l’età.

«I lavoratori dipendenti dopo i 45 anni mostrano un’evidente difficoltà. Si sentono inascoltati. E sempre più esclusi. Difficile dar loro torto: le nostre verifiche ci dicono che le carriere si fanno entro i 40 anni. Dopo i 45 le imprese smettono di investire su di te. Basta incentivi alla valutazione della persona. Basta programmi di sviluppo dedicato», è la spietata constatazione di Simona Cuomo, a capo dell’osservatorio sul Diversity Management della Sda Bocconi. «Eppure parliamo di persone che rappresentano oltre il 30% degli occupati del nostro Paese — continua Cuomo —. Le politiche del lavoro del governo e quelle delle singole aziende dovrebbero tenerne conto. Anche perché si tratta di gente che ha ancora voglia di dare».


La sorpresa dei ricercatori Bocconi deriva dal fatto che la stessa indagine viene ripetuta da tre anni e mai si era rilevato che l’età fosse un problema per il 52% dei dipendenti mentre il genere «solo» per il 44%. Seguono altri motivi di disagio come il tipo di laurea: mortificati, nel 32% dei casi, soprattutto i possessori di lauree umanistiche. Per finire, l’aspetto fisico (27% dei casi). Perché questa tendenza ha subìto un’accelerazione negli ultimi due-tre anni?


Ha una spiegazione il presidente di Gidp, associazione dei direttori del personale, Paolo Citterio: «La crisi ha contribuito. Prima della riforma delle pensioni targata governo Monti si sono utilizzate dosi massicce di prepensionamenti. Con “scivoli” verso il ritiro. Così i 45enni si sono resi conto in un colpo solo di aver perso il treno della carriera e di avere il fiato sul collo di giovani trentenni valorizzati per la disinvoltura con le tecnologie».


Ed eccoci alla seconda motivazione del fenomeno. Le tecnologie, appunto. «Spesso si tratta di un alibi — osserva Enrico Finzi, sociologo e presidente di AstraRicerche —. Le nostre indagini constatano ogni giorno come l’utilizzo di Internet stia diventando familiare anche in classi d’età elevate, ben oltre i quarant’anni. La ragione non detta spesso è un’altra. Gli stipendi dei lavoratori maturi sono più pesanti. E le imprese si fanno tentare. Ma quello a cui stiamo assistendo è un fenomeno drammatico e iniquo. Per di più dannoso per il Paese: si sprecano risorse professionali».


La situazione delle donne merita una postilla. «Qui la frustrazione è massima — aggiunge il sociologo —. Perché spesso si tratta di signore che hanno faticato per guadagnarsi un posto al sole, poi hanno gestito la difficile fase della maternità in azienda. E quando cominciano a sentirsi un po’ più libere perché hanno i figli preadolescenti vengono messe da parte».


Come si diceva all’inizio, il problema riguarda tutti, a tutti i livelli. «Capita che si licenzi un dirigente, a volte anche un quadro, per affidare le sue responsabilità a una persona più giovane e con un inquadramento inferiore che costa meno. Spesso si tratta anche di quarantenni», constata tra gli altri Guido Carella, presidente di Manageritalia, associazione dei dirigenti dei servizi.


Per quanto riguarda i posti da commesso, impiegato o cassiera, basta dare un’occhiata alle inserzioni di ricerca personale. Qui l’età è messa nero su bianco, nonostante sia proibito. E sempre si legge: «Massimo trentenne». «È vero, pochi in Italia rispettano la legge — ammette Gilberto Marchi, presidente di Assores, associazione delle società di selezione —. Va detto, però, che ci sono quarantenni con inglese elementare e scarsa dimestichezza con l’informatica che entrano in crisi appena l’azienda chiede di cambiare città nel raggio di 50 chilometri».


In effetti quella dei quarantenni di oggi è l’ultima generazione salita sul treno del posto fisso. Dopo di loro il diluvio (di contratti a termine e collaborazioni). Ma è anche vero che se fino a 30 anni rischi di fare l’apprendista e dai 40 sei già da buttare, il tempo del fulgore professionale risulta limitato a un batter di ciglia. E allora sorge un dubbio.


Non sarebbe più utile a tutti (anche alle imprese) se invece della carta d’identità si guardasse il merito?




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Il museo fantasma sulle foibe

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A Trieste procede tra ritardi e polemiche l’allestimento della "casa" della civiltà istriana, fiumana e dalmata. Per il "Giorno del ricordo" siamo entrati nelle sale già pronte, tra oggetti d’epoca, foto e una cavità carsica ricostruita.


da Trieste I nomi degli infoibati, le masserizie abbandonate dagli esuli, le foto d’epoca dei partigiani di Tito in un museo, unico in Italia, che non deve solo ricordare il dramma degli istriani, fiumani e dalmati, ma anche la loro antica e dispersa civiltà sull’altra sponda dell’Adriatico.



Oggi a Trieste, alla vigilia del 10 febbraio, Giorno del Ricordo, viene inaugurata la mostra «Esodo: la tragedia di un popolo» al secondo piano del «Civico museo della civiltà istriana, fiumana e dalmata». I muri erano pronti dal 2009, ma per mancanza di fondi e di veti incrociati l’allestimento procede a rilento.


Duemila e trecento metri quadrati con una voragine ricreata in pietra, che si inabissa dal quarto piano per simboleggiare la foiba, una delle cavità carsiche tomba di migliaia di italiani soppressi dalla pulizia etnica titina. Il cuore ti si stringe leggendo i nomi degli infoibati sulle pareti del secondo piano. «Don Francesco Bonifacio, nativo di Pirano. La sera dell’11 settembre 1946 (...) venne sequestrato dalla polizia segreta e successivamente trucidato. Il suo corpo non fu mai ritrovato». Con il beato Bonifacio c’è Norma Cossetto, fra le martiri più giovani delle foibe, e tanti nomi meno conosciuti come Antonio Babich, falegname, Rocco Zuccon, funzionario della Cassa di Risparmio, o Giuseppe Pesce, capo dei vigili urbani.


Al secondo piano fervono gli ultimi ritocchi per raccontare il dramma di questi italiani a lungo dimenticati. Si comincia con una gigantografia dei contadini istriani armati di forconi, prima della guerra. Accanto c’è un’enorme ricostruzione in legno della Umago italiana e un plastico della ferrovia da Parenzo a Trieste. Un manifesto titino del ’44 Svi u borbu, «tutti alla lotta contro la belva fascista», con i teschi dei nemici accumulati in una foiba, ricorda quanto fu terribile la seconda guerra mondiale oltre l’Adriatico. Tra le fotografie spunta quella di una colonna di 100 finanzieri che si ribellarono ai tedeschi a fine aprile ’45, ma furono deportati dal IX Corpus di Tito che occupò Trieste. Nessuno tornò.


La spirale di violenza e vendetta provocò l’esodo di oltre 200mila italiani dall’Istria, Fiume e Dalmazia. Le masserizie abbandonate nel porto di Trieste dal popolo in fuga fanno impressione. L’armadio numero 32 di Marcolini Mario, il baule dei ricordi con le foto dei giorni felici... Da una grande immagine una bambina, accanto a un tricolore, sembra guardarti dritto negli occhi sul pontile di Pola, in attesa di imbarcarsi sul piroscafo Toscana nel ’47.


«Per un allestimento definitivo servono risorse» ammette Piero Delbello, direttore dell’Istituto regionale per la cultura istriano-fiumano-dalmata, che gestisce il museo comunale. «Grazie a una decina di volontari teniamo sempre aperte delle mostre al piano terreno e organizziamo visite guidate nelle parti allestite». Al terzo piano c’è uno spazio dedicato all’agricoltura istriana con carri d’epoca, botti, aratri, ma andrà aggiunta la tradizione marinara dei dalmati. In un’altra sala ecco le riproduzioni dei famosi dipinti istriani di Giambattista Tiepolo e Vittore Carpaccio, contesi dalla Slovenia. L’enorme patrimonio culturale della civiltà istriana, fiumana e dalmata va ancora allestito. L’Irci ha oltre 10mila volumi, come le opere del Tommaseo, il corpus dannunziano e quello di Pierantonio Quarantotti Gambini, ma molti libri sono ancora negli scatoloni. L’archivio del Comitato di liberazione nazionale dell’Istria dal ’46 al ’60 è un fiore all’occhiello storico. La mappa dei cimiteri italiani in Istria con tanto di documentazione fotografica e nomi sulle tombe andrà digitalizzata.


«Abbiamo un museo che non esiste» dice Silvio Delbello, fra gli ideatori di questo spazio e presidente dell’Università popolare di Trieste. «Non dobbiamo limitarci alle foibe e all’esodo. Il museo è nato per valorizzare la civiltà istriana, fiumana e dalmata anche prima dei tragici fatti del dopoguerra». I cinque milioni di euro iniziali sono stati sborsati da Stato, Regione, enti privati ed esuli, ma ora i fondi scarseggiano. «Grazie all’Irci, che organizza mostre e convegni, non è una cattedrale nel deserto, ma si sta segnando il passo sull’allestimento - denuncia Delbello -. La precedente amministrazione comunale si era defilata e la nuova ha promesso di nominare una commissione. La federazione degli esuli non prende in pugno la situazione e si naviga a vista». Il museo, però, potrebbe diventare un gioiello con insospettabili testimonial. Ieri, durante l’allestimento del secondo piano, è arrivata la telefonata del cantautore Simone Cristicchi, che ha scoperto il dramma dell’esodo e delle foibe.

www.faustobiloslavo.eu




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L'articolo 18 salva "il malato immaginario"

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Una sentenza assurda: il tribunale ordina il reintegro del lavoratore che ha contestato Bonanni mentre era assente per indisposizione. Con le nuove norme l'operaio avrebbe avuto diritto a un indennizzo. Braccio di ferro: è in stallo la trattativa sull'interruzione del rapporto di lavoro.



Roma - Ce l’ha fatta per il rotto della cuffia Damiano Piccione. E stato reintegrato sul suo posto di lavoro proprio nel giorno in cui è partito il conto alla rovescia sull’articolo 18.




Se il suo processo fosse andato per le lunghe la sua vicenda avrebbe potuto prendere un’altra piega. Ad esempio gli avrebbero proposto un indennizzo. E invece rischia di diventare l’ultimo beneficiato dallo Statuto. Ma anche se ce ne fossero altri, passerà agli annali come il contestatore dei sindacati che si è salvato per le resistenze degli stessi sindacati a cambiare la legge sui licenziamenti. Questi i fatti. Ieri il tribunale del lavoro di Torino ha dichiarato illegittimo il licenziamento di Piccione, trentaduenne, manutentore della ditta di costruzioni stradali Itinera. Nel settembre del 2010 fu fotografato e ripreso dalle televisioni nel gruppo che organizzò la contestazione al segretario generale della Cisl alla festa dell’Unità di Torino. In quell’occasione Raffaele Bonanni fu anche bersagliato con un fumogeno. Piccione non c’entra niente. Per quel fatto fu accusata la figlia di un magistrato, ma quella è un’altra storia.

Il fatto è che Piccione, proprio in quel giorno, risultava in malattia. L’azienda se ne accorse e, pochi giorni dopo il blitz anti Bonanni dei centri sociali, si vide recapitare una lettera che gli comunicava il licenziamento, visto che dalle immagini non sembrava esattamente malato. Ieri, in tempi davvero rapidi (e almeno per questo i datori saranno riconoscenti, uno dei nodi dell’articolo 18 è la lunghezza delle cause) i giudici di Torino lo hanno reintegrato, proprio applicando l’articolo 18. Per conoscere le motivazioni bisognerà aspettare ancora un po’. La tesi dei suoi difensori è che la patologia di cui soffriva non gli permetteva di compiere sforzi ripetuti durante il servizio, ma non di svolgere le normali attività della vita quotidiana. Compresi i blitz ai sindacati, quindi.

Lo stesso Piccione ieri ha colto la coincidenza tra la sua vicenza privata e la trattativa per la riforma del lavoro, che vede tra i protagonisti proprio il segretario della Cisl che lui contestò. «Sono molto contento», ha detto ieri alle agenzie che hanno dato notizia della sentenza. «Se non ci fosse stato», l’articolo 18, «avrei ricevuto solo un indennizzo ma non avrei più avuto un lavoro». Il percorso della riforma effettivamente va avanti. Ma sull’articolo 18 è ancora stallo. Il ministro del Lavoro Elsa Fornero ieri ha ricevuto Susanna Camusso.

Poi, il segretario della Cgil, con Bonanni della Cisl, il leader della Uil Luigi Angeletti e Stefano Cetica dell’Ugl, hanno incontrato la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia. Ora toccherà ad alcuni approfondimenti di natura «tecnica», ma resta fuori dal confronto proprio l’articolo 18. Per questo iIl governo potrebbe realizzare la riforma dei contratti, degli ammortizzatori e del mercato del lavoro in un provvedimento, lasciando la norma dello Statuto in una corsia a parte. Sembra esclusa la strada del decreto. L’articolo 18 potrebbe finire in un disegno di legge che impegnerà il Parlamento e creerà ulteriori grattacapi alla sinistra, costretta in qualche modo a fare opposizione, a meno che la Cgil faccia marcia indietro. Ma è altamente improbabile.

Tutti i protagonisti della trattativa ieri hanno ostentato ottimismo. Il ministro Fornero ha detto che la strada che conduce all’intesa è «un sentiero largo». Marcegaglia ha parlato di un clima «positivo» con i sindacati. Bonanni ha sottolineato come su «alcuni argomenti» i sindacati sono uniti. Uniti anche nella risposta ai tanti che hanno chiesto lumi sull’articolo 18: «no comment». La riforma modificherà anche il sistema degli ammortizzatori sociali. E su questo fronte ieri l’Istat ha registrato una diminuzione in gennaio delle ore autorizzate di cassa integrazione. Quella ordinaria del 9,5%, straordinaria del 34,7%. In calo anche quella in deroga (26,3%), che probabilmente sarà cancellata dalla riforma.




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I disabili (veri) dimenticati dallo Stato

Corriere della sera

In Italia 2 milioni 800 mila di persone non autosufficienti. E tutto il carico ricade sulle spalle delle famiglie




MILANO - «Un pazzo costa allo Stato 4 marchi al giorno, uno storpio 5,50, un criminale 3,50...». Iniziava così un problema del manuale di matematica nella Germania nazista del 1940: lo scolaro doveva calcolare, senza quei pesi, quanto si poteva risparmiare. Alla larga dai paragoni provocatori, ma che razza di Paese è quello che taglia i fondi ai disabili? Ed è lecito che sfrutti fino in fondo, come denuncia il Censis, le famiglie che si fanno carico giorno dopo giorno, spesso eroicamente, dell'assistenza?

Pochi numeri, presi da un'inchiesta del «Sole 24 Ore», dicono tutto. Rispetto al Pil, l'Italia spende molto più della media dell'Europa a 15 per le pensioni (16,1% contro 11,7%), come gli altri nel totale del welfare (26,5% contro 26%) ma nettamente meno per la non autosufficienza: 1,6% contro 2,1%. Un quarto di meno. Non bastasse, negli ultimi anni, nella scia della scoperta di casi come quello emerso la settimana scorsa al rione Santa Lucia di Napoli (dove secondo il «Mattino» 9 su 10 degli invalidi controllati erano falsi) l'accetta si è abbattuta sui costi del pianeta della disabilità colpendo tutti. I furbi ma più ancora i disabili veri, verso i quali lo Stato era già storicamente molto tirchio.

Basti vedere, in un'analisi di Antonio Misiani, il taglio delle due voci che più interessano l'handicap. Dal 2008 al 2013 il Fondo per le politiche sociali precipita nelle tabelle del governo Berlusconi da 929,3 milioni di euro a 44,6. Quello per la non autosufficienza da 300 a 0: zero! Numeri che da soli confermano il giudizio durissimo del Censis: «La disabilità è ancora una questione invisibile nell'agenda istituzionale, mentre i problemi gravano drammaticamente sulle famiglie, spesso lasciate sole nei compiti di cura». Peggio: «L'assistenza rimane nella grande maggioranza dei casi un onere esclusivo della famiglia».

Scegliamo una storia esemplare, una fra centinaia di migliaia. Quella di Gloriano e di sua moglie Mariagrazia. Lui fa l'elettricista, lei lavorava in una fabbrica tessile finché, 28 anni fa, non fu costretta a mollare per seguire Giulia. La piccola aveva dei problemi. Seri. «La prima diagnosi fu emessa dopo quasi 4 anni (non per colpa nostra!..) dalla nascita: "Ritardo psicomotorio con deficit cognitivo in paralisi cerebrale minima"». Problemi che con il passare del tempo si sono sempre più aggravati. Basti dire che, nonostante gli insegnanti di sostegno a scuola, i progetti di recupero, l'assistenza minuto per minuto dei genitori, non ha mai imparato a leggere e scrivere

Fatto sta che al secondo accertamento sull'handicap, al 18° compleanno, il responso fu netto: «Invalida con totale e permanente inabilità lavorativa 100%». Tanto per capirci, spiega la madre, è del tutto non autosufficiente. Ogni consulto, ogni cura, ogni tentativo d'arginare la progressiva deriva della malattia sono stati inutili. Colpa di un'anomalia, pare, «del cromosoma 16». Finché nel 2006 il degrado è stato nuovamente verificato: «Insufficienza mentale medio-grave in paraparesi spastica (neurologica e sensitiva assonale) cognitiva. Scoliosi e invalidità al 100% con necessità di assistenza continua».

Un calvario. Una vita intera inchiodata minuto per minuto, giorno dopo giorno, anno dopo anno a quella missione. Unici momenti di tregua, indispensabili per respirare e non impazzire, quelli in cui Giulia, sia pure sempre più a fatica, veniva affidata a strutture di assistenza tipo le case famiglia: «Nostra figlia ha sempre desiderato sin da piccola di stare coi bambini prima e poi man mano che cresceva con i ragazzi e comunque in mezzo alla gente». Una soluzione che l'anno scorso aveva permesso a Gloriano e Mariagrazia di fare perfino, evviva, una breve vacanza.

Costava 27 euro al giorno, alla famiglia, l'accoglienza di Giulia in una comunità-alloggio di Abano Terme: «Poi, prima di Natale, ci è stato comunicato che il contributo familiare sarebbe salito a 92 euro e 68 centesimi, cioè la quota alberghiera totale». Troppi, per chi riceve dallo Stato, per prendersi cura 24 ore su 24 di quella figlia totalmente disabile, una pensione lorda mensile di 270,60 euro più l'indennità di accompagnamento di 487,39 per un totale complessivo di 757 euro e 99 centesimi. I giornali locali ne hanno fatto un caso, giustamente, di quelle cento o centoventi famiglie che di colpo si sono viste togliere quel servizio che per molti rappresentava l'unica occasione per «staccare» un po'. «Diventerà un servizio solo per chi potrà permetterselo?», si è chiesto il settimanale diocesano «La difesa del popolo».

Ma la storia della famiglia di Giulia va moltiplicata, come dicevamo, per centinaia di migliaia. Dice la pagina «La disabilità in cifre» dell'Istat che in Italia i disabili «sono 2 milioni 600 mila, pari al 4,8% circa della popolazione di 6 anni e più che vive in famiglia. Considerando anche le 190.134 persone residenti nei presidi socio-sanitari si giunge a una stima complessiva di poco meno di 2 milioni 800 mila persone». In primo luogo, ovvio, ricorda uno studio della Caritas Ambrosiana, ci sono i vecchi: «Secondo un'indagine dello Studio Gender, l'Italia spende meno della metà di quanto fanno in media gli altri Paesi europei per l'assistenza agli anziani». Risultato: «la cura dell'anziano non più autosufficiente ricade sulle famiglie. In due casi su tre lasciate a loro stesse. In particolare sono le donne, figlie, mogli, nuore, le indiscusse protagoniste del lavoro di cura».

Per i disabili più giovani, spiega al sito superabile.it Pietro Barbieri, presidente della Fish, la Federazione italiana del sostegno all'handicap, il quadro è lo stesso: «Da noi si spende meno della metà della media europea a 15 per la non autosufficienza. E il dato comprende sia l'indennità civile che l'assistenza domiciliare pagata dai Comuni. Qui non si tratta di prendere provvedimenti più equi, qui si dice alle famiglie "arrangiatevi!"» E a quel punto sapete cosa accadrà? «Che le famiglie cominceranno a chiedere il ricovero per un congiunto non autosufficiente. E a quel punto avremo una maggiore segregazione di persone che non hanno fatto nulla di male e un costo molto più alto per il Paese. Si pensi al costo giornaliero di una degenza».

Facciamo due conti? Questi disabili non anziani, secondo la Fish, sarebbero circa 400 mila. Se le famiglie, abbandonate a se stesse, fossero obbligate a scaricare i figli e i fratelli sul groppone dello Stato, questo sarebbe obbligato a costruire strutture per un costo minimo (dall'acquisto del terreno alla costruzione fino all'arredamento) di 130 mila euro a posto letto per un totale di 52 miliardi. Per poi assumere, stando ai protocolli, almeno 280 mila infermieri, psicologi, cuochi, inservienti per almeno altri 7 miliardi l'anno. Più tutto il resto. Un peso enorme, del quale l'Italia di oggi non potrebbe assolutamente farsi carico.

E allora ti domandi: possibile che lo Stato non si accorga di quanto si fanno carico al suo posto le famiglie? Lo studio presentato ieri dalla Fondazione Cesare Serono e dal Censis, e centrato sulle persone colpite dalla sclerosi multipla e dall'autismo, dice che «il 48,5% dei malati ha bisogno di aiuto nella vita quotidiana. Ma il dato oscilla dal 9,5% di chi si definisce lievemente o per nulla disabile all'83% tra i malati più gravi». Bene: «Le risposte arrivano quasi solo dalle famiglie. Il 38,1% dei malati riceve assistenza informale tutti i giorni dai familiari conviventi (e la percentuale aumenta tra chi riferisce livelli di disabilità più elevati: 62,8%).

L'aiuto quotidiano da parte di parenti non conviventi e amici è più raro (8,1%)». E se è «minoritario il supporto offerto dal volontariato (8,4%)» solamente «il 15,3% riceve aiuto da personale pubblico e solo il 3,3% tutti i giorni». Umiliante. Tanto è vero che le famiglie, dignitosamente, non chiedono soldi, nonostante si sobbarchino spese molto spesso insopportabili: chiedono collaborazione. «L'assistenza domiciliare è ritenuta uno dei servizi più utili dal 77,5% del campione e il 72,4 ne ritiene necessario il potenziamento». Gli «aiuti economici e gli sgravi fiscali» vengono dopo.

Lo studio presentato ieri dice tutto: «La disabilità della persona con autismo ha avuto un impatto negativo sulla vita lavorativa del 65,9% delle famiglie coinvolte nello studio. In particolare, il 25,9% delle madri ha dovuto lasciare il lavoro e il 23,4% lo ha dovuto ridurre». Uno Stato serio, davanti a numeri così, se lo deve porre il problema. Perché sarebbe inaccettabile scaricare ulteriori responsabilità e fatiche e spese e angosce su quelle famiglie. Ci sono già state, come ricordavamo, stagioni orribili in cui i disabili (si pensi a certi manifesti tedeschi degli anni Trenta...) sono stati visti come un fardello economico. Mai più.



9 febbraio 2012 | 8:37




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