venerdì 10 febbraio 2012

Costa Concordia, video choc: comunicazioni e ordini in plancia di comando dopo l'impatto

Corriere della sera

Un ufficiale a Schettino: «Comandante, i passeggeri si stanno calando nelle lance da soli...». «E vabbuò!»


MILANO - Con grande calma, distaccati e per nulla allarmati per quello che sta avvenendo. Così gli uomini dell'equipaggio nella plancia del Costa Crociera subito dopo l'impatto con gli scogli dell'isola del Giglio. Questo quanto si vede nel filmato proposto in esclusiva dal Tg 5. Per la prima volta vengono mostrate delle riprese dalla plancia sulla quale sono presenti vari ufficiali e chiaramente anche il comandante Francesco Schettino più volte al telefono. Ed è proprio lui, quando la situazione si fa più critica e un ufficiale lo informa che «i passeggeri stanno per salire a bordo delle lance» a replicare con un distaccato «Vabbuo'!».


AMMUTINAMENTO - Viene anche documentata quella che fino ad ora è stata indicata come la fase dell'ammutinamento del resto dell'equipaggio. In realtà si tratterebbe di una sorta di sollecitazione dei collaboratori di Schettino a prendere meno sotto gamba la situazione di pericolo. Fino a quando tutti non prendono coscienza e viene lanciato il comando «abbandonare la nave». A quel punto anche il misterioso operatore che ha ripreso tutta la sequenza comincia a scappare.

MISTERO SU CHI HA FILMATO - Ma chi è che ha filmato? Nel filmato si sente distintamente un rumore di tacchi. Forse la persone che era al di là della telecamera o di un telefonino era una donna? E poi, chiunque fosse perchè era in plancia di comando e perchè ha ripreso tutta la sequenza? Interrogativi che probabilmente saranno gli stessi che si porranno i magistrati della procura di Grosseto che quasi sicuramente chiederanno di acquisire il filmato.

Redazione Online
10 febbraio 2012 | 20:36

Hanno scritto "Monti buffone" Rischiano tre anni di galera

Libero

Doppiopesismo. I tre ragazzi sono stati pizzicati dagli agenti e sono accusati di vilipendio. E quando insultavano il Cav?




È inutile rispolverare la tradizione del dissenso murale del tazebao, o il ribellismo culturale del samizdat sovietico per giustificare  i tre giovanissimi militanti della lega Nord denunciati dalla Polizia, nottetempo, per “vilipendio delle istituzioni costituzionali” dopo aver scritto su un muro di Varese “Monti Bufi”.


Che non è esattamente un’espressione orografica (pare non esista la catena montuosa dei Bufi), o una citazione pop (l’ “Omino Bufo” era un fumetto degli anni ’70): ma, per ammissione degli stessi graffitari padani, trattasi di una scritta contro il Presidente del Consiglio. In realtà, i tre geni volevano scrivere “Monti Buffone”, ma essendo stati ammanettati con le mani nelle vernice verde come in una canzone di Cocciante -“e coi secchi di vernice/ coloriamo tutti i muri”-, la loro irruenza s’è tristemente spenta in un “Monti BufI...”. Laddove quella “I”, ossia una “F” incompiuta,  così pendula ed esausta, avrebbe ridotto il gesto ad un innocuo imbrattamento. Una loffia ideologica, praticamente.

Ora, sarebbe inutile affermare che i tre cazzerelloni nell’irruenza giovanile, magari si accingessero a vergare un lezioso “Monti Buffetto”, o un irruento “Monti Bufalo”, o, perfino uno zoologico “Monti Bufo marinus Linnaeus” altrimenti detto “rospo delle canne” anfibio della famiglia dei Bufonidi,  una delle specie di anuri più infestanti del mondo. Certo, per i tre artisti del Carroccio, sarebbe stato più complicato spiegare alla pubblica autorità che cosa sono gli “anuri”; sicché, al quel punto, confessare di aver dato del buffone a Mario Monti era diventata la cosa più semplice.


Li avessero lasciati finire, almeno. A quell’accusa, francamente esagerata, di vilipendio delle istituzioni costituzionali ex art. 290 del codice penale, essi avrebbero potuto opporre la difesa dell’art. 21 della Costituzione che sancisce la libertà d’espressione. Tra l’altro, la Corte di Cassazione italiana ha recentemente stabilito una serie di requisiti affinché una manifestazione del pensiero possa essere considerata rientrante nel diritto di critica e di cronaca:  “veridicità (non si può accusare una persona sulla base di notizie false), continenza e interesse pubblico”. 


Cioè: in teoria, se con dovizia di particolari non smentibile, si fosse dimostrata l’effettiva buffoneria di Mario Monti, i tre avrebbero anche potuto sfangarla. Certo, poi avremmo voluto davvero vederli, postillare l’insulto con una disamina delle performance governative. Ma, insomma, allo stato dei fatti, non abbiamo una controprova che i tre potessero essere economisti o politologi. Poi -qui sta il punto- c’è anche quel precedente della Cassazione.


Che annullò la multa inflitta a tale Piero Ricca che insultò Silvio Berlusconi («Buffone, fatti processare, o finirai come Ceausescu») fuori dall’aula del processo Sme. Per i giudici, al di là del dettato del codice penale, l’espressione «buffone» non andava condannata in quanto trattasi solo  di “forte critica” rientrante, appunto, nel diritto della libertà d’espressione. Ma c’è dell’altro. Nel giugno 2009 fu il Times a definire Silvio “un Berlusconi un buffone sciovinista e bugiardo”, umiliante la moglie e latore «di commenti inopportuni per la maggior parte delle donne». E nessuno, istituzionalmente, s’indignò. 



E, al di là delle pittoresche manifestazioni di piazza nel 2011, l’economista Roubini giustificò la crisi citando «un buffone come Silvio Berlusconi». Ne ottenne citazioni plaudenti su stampa e tg. Nessuna citazione giudiziaria, ovvio. Ci fu davvero un tempo in cui, ad analizzare le ingiurie murarie antiberlusconiche, mezz’Italia poteva essere sott’ndagine. Il loden di Monti richiede altro trattamento. Dunque, i tre Einsten padani, pure se teoricamente rischiano fino a 3 anni di reclusione, potranno al massimo pagare poderosa ammenda. Poi, d’accordo, c’è  il cotè politico. Il segretario leghista di Varese ha spinto la provocazione più in là, rivendicando l’alata profondità della protesta e definendo Monti “guitto”, “fanfarone”, “zuzzurellone”. Ma questo è un altro discorso...


di Francesco Specchia
10/02/2012



Powered by ScribeFire.

Nasce Uribu, ora i soprusi si denunciano online

Corriere della sera

Il sito ideato dai 5 giovani attraverso cui denunciare soprusi e disservizi pubblici e privati




MILANO - Da «Mi manda Lubrano» a lo «mando a Uribu». Ecco come cambia il Belpaese. L'Italia che denuncia soprusi, sparisce dalla tv, per riapparire su Internet. Uribu è una piattaforma web, - presto anche per smartphone - attraverso la quale si possono segnalare disservizi quotidiani e condividerli con tutto il mondo in pochi istanti.

GLI INVENTORI - Il team di Uribu è composto da ragazzi tra i 17 ed i 23 anni che si sono conosciuti in Rete cinque anni fa: Andrea, Andrea S, Carlo, Claudio e Nicola. Il loro motto è: «Denuncia e conquista». Per i ragazzi di Uribu denunciare un problema è il primo passo per vederlo risolto. Su Uribu non è necessario essere registrati con il proprio nome, c’è infatti anche la possibilità di firmare ogni segnalazione con un nickname per evitare ritorsioni di qualsiasi tipo. Quindi , problemi con il trasporto pubblico? Basta collegarsi al sito www.uribu.com cliccare su «segnala» e compilare le voci del form.

IL PASSAPAROLA - Per Uribu sono fondamentali gli utenti: più persone lo utilizzeranno, più ci saranno condivisioni. Il passaparola permetterà agli utenti di Uribu di portare a conoscenza del grande pubblico le piccole e grandi ingiustizie che accadono ogni giorno in ogni parte d’Italia. L'obiettivo sono le aziende private e la pubblica amministrazione che, sotto questa pressione mediatica, si attivino per risolvere i problemi.

LA GARA - Gli utenti utenti «meritevoli» riceveranno in esclusiva alcuni distintivi che saranno evidenti sul loro profilo, rendendo l’esperienza su Uribu anche un po’ ludica e molto sociale: non soltanto un semplice «gara di segnalazione», ma anche una competizione con tutta la community che cercherà di scalare le classifiche degli utenti top favorendo la condivisione sui social network.

PRIVACY - Uribu tiene alla privacy dei propri utenti, ma anche a quella di coloro che potrebbero essere coinvolti nelle storie denunciate in modo inconsapevole. Per questo è stato sviluppato un sistema di oscuramento dei visi automatici. Durante il caricamento della foto in una segnalazione da parte di un utente in automatico il sistema oscurerà i visi.

I CONTRIBUTI - Uribu non ha modello di business e vive delle forze e del lavoro dei propri sviluppatori e sul contributo volontario di chi è interessato al progetto. Tra poco attiverà un sistema pubblico di donazioni online, in cui attraverso Paypal si potrà sostenere la community. Per informazioni sul progetto, critiche, consigli, idee potete scrivere a info@uribu.com. Ma non denunciatelo.

Redazione Online

10 febbraio 2012 | 19:06



Powered by ScribeFire.

Glaciazioni: la prima venne provocata dalle piante

Corriere della sera

Le prime piante che colonizzarono le terre emerse, simili a cuscinetti erbosi, fecero crollare la CO2 nell'atmosfera




Tipica pianta dell'OrdovicianoTipica pianta dell'Ordoviciano

MILANO - Attenzione alle piante: possono provocare le glaciazioni. È già avvenuto una volta: le prime piante che colonizzarono le terre emerse provocarono anche un'era glaciale. Quanto avvenne? Secondo una ricerca di studiosi delle università di Exeter e Oxford capitò 470 milioni di anni fa, alla fine dell'Ordoviciano inferiore.

Non immaginiamo chissà quali alberi imponenti che formavano foreste impenetrabili: erano piantine tipo le briofite di oggi, prive di tessuti vascolari, che formano dei cuscinetti erbosi. Secondo lo studio pubblicato su Nature Geoscience, l'arrivo delle piante sulla terra emersa provocò un brusco calo del contenuto dell'anidride carbonica nell'atmosfera: da 7 mila a 4.400 ppm (attualmente è circa 390 ppm). Di conseguenza diminuì l'effetto serra causato dalla CO2 e il clima divenne via via più freddo (5 gradi in meno) fino a provocare vere e proprie glaciazioni che si susseguirono.

Oltre al crollo della CO2, questo tipo ancestrale di piante asportava dal terreno elementi come calcio, magnesio, fosforo e ferro. Ciò provocò un impoverimento dei terreni e una maggiore sedimentazione di rocce carbonatiche nei mari che provocò un'ulteriore caduta di 2 gradi della temperatura. La diminuita quantità di nutrienti che arrivavano tramite i fiumi nei mari determinò un'estinzione di massa negli ecosistemi marini.

Redazione online

10 febbraio 2012 | 17:14



Powered by ScribeFire.

I palloni stratosferici italiani dalla base dove partì Nobile

Corriere della sera

Analisi dell'atmosfera a 30 km di altitudine. Nel 2014 partirà missione per lo studio delle microonde nello spazio




Il secondo lancio dalla base Dirigibile Italia lo scorso 19 gennaio (da Polarnet.Cnr)Il secondo lancio dalla base Dirigibile Italia lo scorso 19 gennaio (da Polarnet.Cnr)

MILANO - I palloni stratosferici, muniti di particolari sensori, sono ottimi strumenti per eseguire osservazioni dall’ultimo strato della nostra atmosfera, anche durante la notte artica, quando fa buio 24 ore su 24 e l’illuminazione solare non disturba le delicate misure astronomiche o geofisiche. A confermarlo è stata la recente missione che ne ha lanciati due, il 16 e il 19 gennaio scorsi, dalla base Dirigibile Italia del Cnr, situata a Ny-Alesund, nelle isole Svalbard, a 79 gradi di latitudine nord.

UNO SU DUE - «Uno si è rotto quasi subito, ma l’altro ha raggiunto una quota di 30 chilometri e ne ha percorsi 3 mila in distanza trasmettendo dati preziosi, che hanno dimostrato come l’iniziativa sia possibile e ripetibile», spiega Paolo de Bernardis, professore di astrofisica all’Università La Sapienza di Roma. Il loro costo va da 10 mila euro per i più piccoli a circa 200 mila per i più grandi, ma rimane sempre assolutamente conveniente rispetto al costo degli altri mezzi di accesso allo spazio.

ESPERIMENTI - Via dunque alla prossima missione che partirà nel prossimo dicembre, con otto lanci di palloni (uno alla settimana), per verificare se le correnti a getto che girano intorno al polo Nord nella stratosfera polare esistono anche d’inverno: poterle agganciare durante la notte artica è infatti fondamentale per garantire ai palloni una traiettoria costante. «Da questi voli capiremo in quale periodo dell’anno il vortice stratosferico s’instaura e quanto tempo dura. Al momento si sa infatti che c’è in estate, ma la presenza continua del sole limita molto le ricerche astronomiche», aggiunge de Bernardis.

ATTESA PER IL 2014 - Una volta acquisite queste informazioni si sarà pronti per la grande missione notturna prevista per il 2014, quando con lo strumento Large Scale Polarization Explorer (Lspe) dell’Agenzia spaziale italiana (Asi) si misureranno i dettagli delle microonde provenienti dall’universo primordiale. Qui è nascosto l’effetto dell’inflazione cosmica, un evento che si sarebbe verificato un attimo dopo il Big Bang, quando l’universo ha subito un’enorme espansione.

Il lancio di Boomerang il 6 gennaio 2003 (da Asi)Il lancio di Boomerang il 6 gennaio 2003 (da Asi)

L'ESPERIENZA DI BOOMERANG - Non è la prima volta che si usano palloni stratosferici per interrogare l’universo: «Nel 2000 era stato impiegato il pallone BOOMERanG, che ha dimostrato l’assenza di curvatura dell’universo. Lanciato in Antartide dalla Nasa, con un’ampia partecipazione italiana finanziata da Asi e dal Programma di ricerche in Antartide, aveva ottenuto le prime mappe di come era l’universo 14 miliardi di anni fa», ricorda de Bernardis, che assieme ad Andrew Lange aveva coordinato l’esperimento. Se all’epoca era stato usato un pallone di polietilene da 400 mila metri cubi, che trasportava strumenti per 1.500 chili, quelli partiti neanche un mese fa dalla base Dirigibile Italia erano molto più leggeri. Con un volume di 4 mila metri cubi, hanno portato nella stratosfera un carico scientifico di appena 4 kg, capace però di comunicare in modo bidirezionale, dal pallone alla terra e viceversa, nonostante le terribili condizioni ambientali. A bordo c’era un sistema Gps e un sofisticato sistema di controllo termico, che con un solo watt di potenza disponibile è riuscito a mantenere la temperatura del sistema intorno a zero quando l’aria in quota raggiunge gli 80 gradi sotto zero, e a misurare in modo affidabile tempo, coordinate, quota, temperatura e pressione.

I VANTAGGI DEL POLO NORD - I palloni stratosferici lanciati dalle Svalbard per studi di cosmologia trasportano telescopi a microonde, cioè grandi occhi capaci di scrutare l’universo primordiale riducendo al minimo le interferenze atmosferiche. Volutamente sono stati messi in quota da zone al di sopra dal circolo polare artico, perché non sono popolate e offrono un vortice stratosferico utile per trascinare i palloni mantenendoli lontani da zone densamente popolate. Ma a 79° Nord si studia molto altro: qui i cambiamenti climatici sono più evidenti; l’assottigliamento dello strato d’ozono è più sentito e la presenza di masse di acqua marina fredda influenza il clima di tutti i continenti.

PROGETTO - Per queste caratteristiche, il Cnr ambienterà proprio in queste zone un progetto strategico per lo studio degli ecosistemi terrestri molto estremi, insieme all’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) e all’Osservatorio di geofisica e scienza del mare (Ogs). Non a caso in queste zone è stata inoltre costruita 15 anni fa la base Dirigibile Italia del Cnr, una sorta di piccolo paese che oltre a ospitare tre laboratori permanenti e una torre dei cambiamenti climatici alta 35 metri, prevede alloggi per dieci ricercatori internazionali. Da qui partì Umberto Nobile con i suoi dirigibili alla scoperta del polo Nord, per la missione trionfale del 1926 e per quella tragica del 1928.



Manuela Campanelli
10 febbraio 2012 | 16:54



Powered by ScribeFire.

Jobs drogato, disonesto e tirchio Pubblicato il dossier dell'Fbi

Corriere della sera

Reso pubblico il file del Bureau sul fondatore della Apple


Dal nostro corrispondente  ALESSANDRA FARKAS



NEW YORK – Steve Jobs drogato, disonesto e tirchio coi famigliari. È il quadro che emerge da un dossier dell’Fbi che oggi pubblica sul suo sito web le 191 pagine del file segreto relativo a «Steven Paul Jobs». Un documento definito «molto più divertente della sua biografia ufficiale» dal New York Magazine.
Avviata nel 1985, quando il padre di Apple morto di tumore lo scorso 5 ottobre fu preso di mira da un ricattatore che minacciò di farlo saltare in aria se non gli avesse versato un milione di dollari, l’indagine del Bureau si è estesa più tardi. Quando il suo nome emerse tra i candidati all’US President’s Export Council dell’allora amministrazione di George Bush padre. Si trattava di un incarico prestigioso che però non gli venne mai accordato. Dopo aver intervistato 15 persone del suo entourage (amici ed impiegati) l’Fbi ritenne forse che aveva troppi «scheletri nell’armadio». Tra gli scogli elencati nel documento: il suo uso di droghe illegali tra gli anni 60 e 70 («non sappiamo se ne fa ancora uso», dichiara un’anonima gola profonda ai federali) e la sua presunta disonestà.


«Diversi agenti misero in dubbio l’integrità di Jobs», si legge nelle carte, «un uomo pronto a distorcere la verità e piegare la realtà per raggiungere i propri obiettivi». Altri testimoni incaricati di spettegolare sulla sua privacy commentarono che «in passato egli non ha mantenuto la madre della figlia avuta da una relazione extraconiugale» e neppure «la bambina» (Lisa, nata nel 1978 e cresciuta povera e con gli assegni statali, quando Jobs si rifiutò di riconoscerne la paternità). Un ex «amico» – rimasto anonimo – sostiene che «il suo carattere morale è discutibile» e che «egli possiede integrità solo quando gli conviene». Il sito Gawker, uno dei primi a visionare i file, si dice sconcertato. «Ho letto molti fascicoli relativi ad indagini Fbi», scrive John Cook, «ma è raro trovare informazioni offensive come queste». È ironico che ad infangarlo siano proprio le persone da lui stesso messe a disposizione dei federali: «la prova», afferma Cook, «che non conosceva bene i suoi amici». Secondo l’informato Business Insider.com l’Fbi non ha mai digerito l’atteggiamento spocchioso di Jobs che avrebbe rifiutato i numerosi inviti del Bureau a farsi intervistare. La sua scusa: «Sono troppo preso, non posso perdere un’ora del mio tempo seduto a parlare con voi». L’unica nota positiva che emerge dalle carte: «Jobs non ha parenti nei Paesi controllati dai comunisti».

9 febbraio 2012 (modifica il 10 febbraio 2012)

Anonymous dichiara guerra a Israele

Quotidiano.net

Annunciata crociata in tre stadi, primo: eliminarlo da internet

In un video diffuso oggi su YouTube il gruppo hacker accusa TelAviv di “crimini contro l’umanità”. "Non vi sarà permesso di attaccare un paese sovrano (Iran) sulla base di una campagna di bugie”. Già il mese scorso vi era stata una sorta di cyber battaglia fra hacker filo israeliani e filo palestinesi


Gerusalemme, 10 febbraio 2012



Gli hacker del gruppo ‘Anonymous’ hanno minacciato di scatenare “un regno del terrore” contro Israele. Un video diffuso oggi su YouTube annuncia una crociata in tre stadi, aggiungendo soltanto che il primo punterà ad eliminare sistematicamente Israele da Internet.

Nel video, Anonymous accusa Israele di “crimini contro l’umanità”. “Dite di essere democratici, ma siete lontani dalla verità. Il vostro unico obiettivo è una vita migliore per pochi eletti, calpestando le libertà delle masse”, continua il messaggio.

Il testo si riferisce anche ad un possibile attacco contro l’Iran, affermando che Israele “ha intrapreso passi per assicurare un olocausto nucleare”, ma che non gli sarà permesso “di attaccare un paese sovrano sulla base di una campagna di bugie”.
Il sito di Haaretz ricorda che in passato la minaccia di Anonymous di attaccare il sito della Knesset, il parlamento israeliano, non ha avuto seguito. Tuttavia il mese scorso vi è stata una sorta di cyber guerra fra hacker filo israeliani e filo palestinesi con brevi attacchi a diversi siti. Un misterioso gruppo X-P ha anche diffuso sul web i dati di circa 15mila carte di credito della Banca d’Israele.




Powered by ScribeFire.

Saviano: figlia del boss canta su Rai due Il papà «ospite d'onore» in prima fila

Corriere della sera

Saviano su Fb: perché la Rai onora uno degli scissionisti?


MILANO - Roberto Saviano se lo chiede sul suo profilo Facebook: «Perché il Politeama di Catanzaro ha tenuto Gaetano Marino come ospite d'onore in prima fila. Perché la Rai ha messo in scena questa celebrazione?». Gaetano Marino, alias McKay, è il fratello di Gennaro, considerato uno dei capi del clan degli scissionisti. Il 29 dicembre del 2010 appare per qualche istante su RaiDue. Sua figlia, dodicenne, aveva appena cantato una canzone: «Lettera a papà». E, terminata l'esibizione, accompagnata dalla conduttrice Lorena Bianchetti, scende dal palco per abbracciare un signore seduto in prima fila. Per l'appunto il suo papà, personaggio con un discreto curriculum criminale.


LO STUPORE DELLO SCRITTORE - Il fatto risale dunque a un anno fa. Ma a parte Saviano (e il quotidiano locale Giornale di Napoli) nessuno se ne è accorto. «Questa è una storia passata inosservata», spiega Saviano. Che tratteggia la figura dell'ospite Rai: «Gaetano Marino è ai vertici degli Scissionisti, detti anche Spagnoli, usciti vincitori della guerra interna al cartello dei Di Lauro. Hanno partecipato alla faida, i Marino. Gaetano infatti è fratello di Gennaro Marino, promotore militare della faida. Sono detti i "McKay" perché il padre Crescenzo (ucciso dai Di Lauro come vendetta) somigliava a un vecchio personaggio di una serie televisiva western». Come riporta un articolo del Giornale di Napoli del 4 gennaio 2011, pur non avendo condanne per 416bis, Marino è stato arrestato e condannato per spaccio. Venne fermato nel 2004 a Nerano, sulla costiera sorrentina. Pare che si nascondesse per sfuggire ai killer dei Di Lauro, ai tempi della faida. Nel parcheggio dell'albergo era parcheggiata la sua Ferrari, solitamente affidata all'inseparabile «maggiordomo». McKay ha perso le mani, forse nell'esplosione di un ordigno, e da allora non si separa mai dal suo «assistente».

Gaetano Marino, detto McKayGaetano Marino, detto McKay

IL PROGRAMMA - La trasmissione segnalata dall'autore di Gomorra è andata in onda dal Politeama di Catanzaro, nel corso di una puntata della trasmissione Canzoni e Sfide. Musica, ballo, spettacolo. E tra artisti veri e improvvisati, anche la figlia di McKay, presentata in questo modo dalla conduttrice: «Lei è una bambina, ma ha voluto scrivere e dedicare una lettera al suo papà, davvero molto toccante». La bimba, innocente come tutti i bambini, candidamente intona: «Tu sei il padre più bello del mondo che non cambierei». Saviano però si chiede come sia stato possibile un simile omaggio a un esponente di primo piano «dell'aristocrazia del narcotraffico italiano». Come è possibile che «vada in televisione», e che addirittura venga ripreso dalle telecamere della tv di Stato (che omettono di riprendere le protesi delle mani). «Mi domando, perché questo omaggio? Perché il Politeama di Catanzaro ha tenuto Gaetano Marino come ospite d'onore in prima fila. Perché la Rai ha messo in scena questa celebrazione?».


Antonio Castaldo
10 febbraio 2012 | 13:16

L'uomo che disse 'no' a Hitler

Quotidiano.net


"Io no". E questa fotografia scattata il 13 giugno 1936 ai cantieri navali Blohm e Voss di Amburgo, durante il varo di una nave da guerra, èun balsamo sulla coscienza tedesca. La prova che non tutti furono “volenterosi carnefici”




Roma, 10 febbraio 2010




"Io no". E le braccia rimasero incrociate sul petto, tra quel mare di saluti nazisti che, nella foga dell’entusiasmo o dello zelo, addirittura si incrociavano e sbattevano l’uno contro l’altro, cercando uno spiraglio, una strada verso il palco dove si celebrava una parata della Germania hitleriana. "Io no", e a quell’operaio perso nella folla degli adepti il gesto costò carissimo. "Io no", e questa fotografia scattata il 13 giugno 1936 ai cantieri navali Blohm e Voss di Amburgo, durante il varo di una nave da guerra, è un balsamo sulla coscienza tedesca, la testimonianza di una rivolta silenziosa, la prova che non tutti furono “volenterosi carnefici”.

"Io no": il frammento del versetto del vangelo di Matteo (26:33, “anche se tutti, io no”) che una delle coscienze critiche liberali della Germania del dopoguerra, Joachim Fest, scelse come titolo dell’autobiografia ricordando il padre antinazista, avrebbe potuto risuonare sulle labbra dell’operaio August Landmesser, classe 1910, l’eroe della foto. Eroe per amore: iscritto al partito nazista, ne uscì nel 1935 dopo che il municipio di Amburgo aveva rifiutato di registrare il suo matrimonio con la fidanzata rimasta incinta: la 22enne Irma Eckler, ebrea. Le leggi razziali non infransero il legame: la coppia ebbe due figlie, Ingrid nell’ottobre 1935 e Irene nell’agosto 1937. Tra una nascita e l’altra, Landmesser fu incarcerato due volte per aver “disonorato la razza”. Le bambine non ricevettero il suo cognome. Nel 1938, poiché la relazione continuava, l’operaio finì nel campo di concentramento di Börgermoor, mentre Irma fu arrestata dalla Gestapo e rinchiusa prima a Fuhlsbüttel, un lager a nord di Amburgo, poi a Oranienburg e a Ravensbrück, nomi tristemente noti dell’orrore concentrazionario nazista.

Delle figlie, la maggiore fu affidata alla nonna, e Irene a un’orfanotrofio, poi a lontani parenti. Uscito di carcere nel 1941, Landmesser fu inviato al lavoro coatto, poi sul fronte russo in un battaglione di disciplina. Dato per disperso, è probabilmente caduto il 17 ottobre 1944. Irma Eckler morì, forse il 28 aprile 1942, nell’istituto sanitario di Bernburg, dove i nazisti praticavano l’eutanasia sui malati di mente: in 14mila furono eliminati con il gas. Ed ecco che da questo allucinante racconto riemerge la figura della figlia minore, Irene Eckler. Irene, a differenza della sorella, scelse di mantenere il cognome della madre anche dopo che, nel 1951, il senato di Amburgo aveva finalmente riconosciuto il matrimonio tra i suoi genitori. La foto che vedete in questa pagina è un suo sogno, o forse un suo miraggio. L’immagine fu ritrovata nel 1991 e pubblicata da Die Zeit. Il giornale chiedeva: chi sa dirci chi è quel coraggioso che rifiuta il saluto nazista? Irene credette di riconoscere il padre. Anzi, ne fu sicura: il luogo, il cantiere di lavoro, coincidono. Che l’uomo delle foto sia davvero August Landmesser, ancora oggi non è affatto certo. Ma quello che conta è il simbolo.

Un simbolo mondiale, certo: una foto famosa che con l’avvento di internet ha ripreso a girare il mondo, riaffiorando di tanto in tanto come di recente su El Mundo. E un simbolo per la Germania di oggi: angosciata da nuove xenofobie e dal rafforzarsi dei gruppi di estrema destra, imbarazzata per quanto riemerge dagli archivi della Guerra fredda sul reclutamento e la copertura da parte di Bonn di spioni e criminali nazisti. August Landmesser è un individuo in una folla. È tutto quello che oggi ci serve. "Io no".



Powered by ScribeFire.

Il bunga bunga del Pd in discoteca a Napoli

Quotidiano.net

Immortalati politici e giornalisti, tra un prosecco e una procace scollatura. Ma le decine di ragazze tacco dodici e minigonne inguinali senza niente sotto, non sono piaciute a Pierluigi Bersani





Su youtube circola il video del meraviglioso Gnocca-party di venerdì scorso, quando il Pd che conta in Campania si è ritrovato in un locale di Bagnoli in compagnia di Stefano Caldoro. Dopo il Dagoreport sulla seratina (che si è svolta la stessa sera in cui tra le Vele di Secondigliano, la deputata Pd Pina Picierno registrava il solitario flop di "Occupyscampia") anche l'Espresso si occupa del "caso", registrando l'ira di Culatello Bersani per quelle immagini del gotha del Pd campano tra gnocche varie ed eventuali alla festa di presentazione della nuova trasmissione Tv di Lorenzo Crea, portavoce e capo ufficio stampa del gruppo sinistrato alla regione Campania.


Megabordello tra i piddini sotto ‘o Vesuvio. Dopo il successone della fotogallery, ecco la chicca del video. Immortalati politici e giornalisti, tra un prosecco e una procace scollatura. Scivolone per il Pd? Non solo: la povera Fiorella Anzano, porta-croce di Stefano Caldoro, tradita dal pavimento bagnato si è fratturata una caviglia....





Il deputato Pd Andrea Orlando, abbracciato da un amico. A sinistra Giuseppe Russo, capogruppo Pd in Campania (dal Facebook di People Party) No: le immagini del responsabile giustizia del Pd, Andrea Orlando che festeggia in una discoteca napoletana durante un party ad alto tasso di trash erotico - tra decine di ragazze tacco dodici e minigonne inguinali senza niente sotto - non sono piaciute a Pierluigi Bersani. Inopportune, almeno nelle stesse ore in cui il Paese, sull'orlo di una crisi finanziaria, soccombeva sotto una bufera di neve. E mentre a meno di due chilometri di distanza, si celebrava OccupyScampia, la mobilitazione lanciata via Twitter proprio da una deputata Pd, Pina Picierno.


Ma Orlando non era solo: al freddo di una manifestazione di Scampia, quasi tutto il gruppo dirigente locale dl Pd ha preferito il clima accogliente e scanzonato della movida napoletana. Così erano in molti al "People Party", festa-lancio dell'omonima trasmissione televisiva locale condotta da Lorenzo Crea, giovane giornalista con al suo attivo già un prestigioso incarico pubblico: capo ufficio stampa e portavoce del gruppo regionale del Partito democratico.


La sua nomina, un anno fa, era stata annunciata su Facebook da sua madre,Graziella Pagano, presidente del Pd campano ed ex deputata europea considerata molto vicina a Giorgio Napolitano: «Con la commozione di una madre che vede felice il figlio vi informo che Lorenzo è stato appena nominato Capo Ufficio Stampa e Portavoce del Gruppo Pd in consiglio regionale», scrisse l'allora assessore ai grandi eventi della Giunta Iervolino. Un sentimental-post che scatenò una furiosa polemica sul web a proposito del "familismo" della politico. Il rampollo, si chiedevano gli internauti, era stato scelto più per meriti propri o per lo stato di famiglia?


Acqua passata. Al party del giovane figlio d'arte insieme con Orlando c'erano il segretario regionale, Enzo Amendola, il capogruppo in Regione, Giuseppe Russo, e decine tra dirigenti di partito, consiglieri comunali e regionali, sindaci e assessori. Ed ha fatto capolino persino il governatore, Stefano Caldoro - Pdl - per fare il suo augurio alla trasmissione che può «avvicinare la politica e l'opinione pubblica, condizione indispensabile per superare questo momento di forte difficoltà del paese».
Una sorta di format anti-forconi, insomma, dove le protagoniste principali sono giovani e avvenenti ragazze, alcune delle quali note per apparire sui siti d'incontro. Di sicuro, è un modello che avvicina sempre di più la politica alla politica e il centrodestra al centrosinistra campano, tutti uniti nella mozione PeopleParty.




Powered by ScribeFire.

Tutti in piazza a comprare le Arance della salute

Il Giorno

Appuntamento sabato 11 in tutte le piazze della Lombardia dopo lo stop dell'inziativa per il maltempo

Milano, 10 febbraio 2012



Sabato 11 febbraio torna in Lombardia l’appuntamento con i 3mila volontari dell’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro e con le Arance della Salute, dopo lo stop legato al maltempo. "Nelle piazze della Lombardia ci auguriamo di poter distribuire circa 90mila reticelle di arance rosse di Sicilia - scrive l'Airc - , le storiche Arance della Salute, scelte come simbolo della corretta alimentazione e della prevenzione dei tumori". Anche grazie a iniziative come le Arance della Salute, a 47 anni dalla sua fondazione, AIRC è diventata il principale finanziatore privato della ricerca sul cancro in Italia, grazie alla partecipazione di migliaia di sostenitori. Tra di loro anche Aldo, Giovanni e Giacomo che invitano tutti a partecipare con questo messaggio: «Andiamo tutti in piazza sabato 11 febbraio a prendere le Arance della Salute: in questo modo possiamo fare il pieno di vitamine e aiutare AIRC a rendere il cancro sempre più curabile».








Powered by ScribeFire.

Chi ha ucciso il carceriere di Natascha Kampusch?

Corriere della sera

Secondo un tabloid svizzero Priklopil non si sarebbe suicidato, ma sarebbe stato assassinato dal suo migliore amico



Natascha Kampusch nel 2010Natascha Kampusch nel 2010

MILANO - Della infinita e incredibile prigionia di Natascha Kampusch, la bambina austriaca rimasta segregata per ben nove anni, si è parlato in lungo e in largo dacché la ragazza riuscì a liberarsi dalle grinfie del suo aguzzino, Wolfgang Priklopil, nell'agosto del 2006. Pochissimo invece del destino del suo carceriere, che si sarebbe ucciso poche ore dopo la fuga di Natascha, appoggiando la testa sulle rotaie e facendosi travolgere da un treno espresso.

CASO CHIUSO IN UN AMEN - Caso chiuso in un amen, suicidio del colpevole, autopsia quasi immediata e oblio perenne. Fino a qualche giorni fa: l'ostinazione di un popolare tabloid svizzero, 20 minuten, ha riaperto il caso. Priklopil non si sarebbe affatto suicidato, ma sarebbe stato assassinato. E, perdipiù, dal suo migliore amico, Ernst Holzapfel, uno dei pochissimi a sapere della presenza di Natascha in casa Priklopil, anche se ha sempre sostenuto di credere che lei fosse la fidanzata dell'aguzzino.


Ernst Holzapfel
LA PROVA REGINA - La prova regina sarebbe la lettera d'addio (tra l'altro incompleta) che Priklopil avrebbe dedicato alla madre prima di morire: una perizia grafologica avrebbe rivelato che la scrittura è molto simile a quella di Holzapfel. Altro mistero è il corpo di Priklopil: venne ritrovato decapitato e perfettamente intatto. Impossibile, secondo l'inchiesta, dato che il treno avrebbe dovuto travolgere il cadavere del suicida.

L'ULTIMO A VEDERLO - Quel che è certo è che Holzapfel fu l'ultima persona a vedere Priklopil nel giorno della sua morte: in un centro commerciale nei dintorni di Vienna, dove l'amico gli confessò di essere molto angosciato e preoccupato per la fuga di Natascha. Per questa ragione e per il fatto di sapere dell'esistenza della ragazza, Holzapfel venne a lungo sospettato di esser stato complice di Priklopil, ma l'inchiesta venne chiusa nel 2010. Ora il caso si riapre e molti sospettano che, per Holzapfel, Natascha non fosse affatto la giovane fidanzata di Priklopil. Il quale avrebbe potuto rivelare particolari pericolosi per l'amico. E che per questo Holzapfel l'avrebbe ucciso.



Redazione Online
10 febbraio 2012 | 13:02



Powered by ScribeFire.

Cacciato di casa e tradito, nessuna revoca alla donazione dell'uomo all'ex convivente

La Stampa

Convivenza interrotta, con tanto di allontanamento da casa, e tradimento. Eppure, nonostante tutto, l’ipotesi di revoca della donazione per indegnità non è scontata (Cassazione, sentenza 24843/11). Così, la richiesta dell’uomo, che aveva ‘consegnato’ alla sua (oramai ex) convivente un appartamento, viene considerata non legittima.

Il caso

Prima una lunga convivenza, impreziosita anche dalla gioia di due figli, poi la brusca rottura. Che porta con sé anche strascichi giudiziari. L’uomo, difatti, chiede la revoca della donazione effettuata alla ex convivente, donazione relativa ad un immobile. Motivo? L’indegnità della donna, caratterizzata da «ingiuria grave» nei confronti del suo ex compagno. Richiesta respinta, però, non solo dalla donna – la quale afferma che l’intera questione nasce «dall’astio» dell’uomo per «l’interruzione della convivenza» – ma anche dal Tribunale prima e dalla Corte d’Appello poi, che non considerano sostanziata l’ipotesi dell’indegnità della donataria. L’uomo, però, sceglie di provare a difendere ancora i propri diritti (e, forse, il proprio orgoglio).

Così decide di presentare ricorso in Cassazione, contestando la pronuncia d’Appello, che, a suo dire, ha omesso di prendere in considerazione elementi decisivi per l’esito giudiziario della vicenda. Quali sono questi elementi? Complessivamente il comportamento della donna, espressosi nella decisione di cacciare di casa l’uomo, nella tendenza ad «affidare i bambini alla madre e a terze persone, anche di notte», e, infine, nel tradimento, ‘certificato’ anche da due fotografie. Alla luce di tutto ciò, secondo il ricorrente, la valutazione sull’atteggiamento della ex convivente andava rivista completamente. Anche in questo caso, però, la richiesta avanzata dall’uomo non trova accoglimento.

Non solo perché i giudici di Cassazione richiamano la pronuncia d’Appello, che «nel ritenere non provati i fatti addotti dall’appellante a sostegno della domanda di revocazione della donazione indiretta per ingratitudine, ha implicitamente espresso una valutazione negativa circa la valenza dimostrativa della documentazione prodotta», ma anche perché essi sottolineano che l’uomo non ha indicato «le ragioni per le quali i comportamenti attribuiti» alla donna «sarebbero idonei a concretare il presupposto della ingiuria grave ai fini della revocazione della donazione».



Powered by ScribeFire.

L'austerity dell'esercito

Corriere della sera

Via 40 mila uomini e 30 caccia F35 in meno



ROMA - I più amareggiati sono i cinquantenni. Sottufficiali impiegati negli uffici e alti ufficiali che devono scordarsi i gradi di generali. La loro carriera s'interromperà nel volgere di poco tempo. Dovranno accontentarsi di prepensionamenti o accettare la mobilità.


Un caccia americano F35: la Difesa prevedeva di comprarne 131 per una spesa di 15 miliardi di euroUn caccia americano F35: la Difesa prevedeva di comprarne 131 per una spesa di 15 miliardi di euro

È la dura legge dei tagli alla Difesa. A farne le spese sarà soprattutto il personale. Gli organici ammontano a 182.500 effettivi, di cui 22.900 fra generali e colonnelli, 56.600 marescialli, 14.900 sergenti, mentre la truppa, i soldati che vanno in missione all'estero, può contare su circa 86 mila militari. Quest'ultimi sono indispensabili e non si toccano. La mannaia del ministro ammiraglio Giampaolo Di Paola cadrà soprattutto sulle categorie non operative. Il numero esatto dei tagli dovrebbe essere reso noto la settimana prossima al Consiglio dei ministri. Si parla di 40 mila uomini in meno. Sacrifici dovranno sopportare anche i 30 mila civili che lavorano per i militari. Lo scopo è riequilibrare la spesa. Quest'anno la Difesa dispone di 12 miliardi di euro di budget, di cui il 70 per cento è assorbito dal personale. Al punto che le Forze armate sono state ribattezzate «stipendificio». Una situazione, secondo il ministro Di Paola, «non più sostenibile».

Meno stipendi e più fondi per l'acquisizione di armamenti. A cominciare dai contestatissimi F35, i cacciabombardieri americani della Lockheed Martin. La Difesa prevedeva di comprarne 131 per una spesa di circa 15 miliardi di euro da diluire nell'arco di una quindicina d'anni. Ora, a causa dell'austerity, è probabile che di questi jet supertecnologici ne verranno acquistati 100, massimo 110. La firma per ordinare i primi 3 è già stata apposta qualche giorno fa, cosa che comporta una spesa di 240 milioni di dollari, al prezzo di 80 milioni di dollari per ogni velivolo. Gli F35 dovrebbero sostituire nel corso degli anni i Tornado e gli Amx dell'Aeronautica, ma anche gli Harrier della Marina che viaggiano sulla portaerei Cavour, perché una versione dei jet americani consente il decollo breve e l'atterraggio verticale, indispensabile per la portaerei.

La Difesa conta molto sulla Cavour, sulla eccellente tecnologia di questa nave, che nei giorni scorsi ha accolto a bordo gli ambasciatori di 30 Paesi europei, nordafricani e mediorientali. Una specie d'investitura ad alto livello per la portaerei italiana. Tutti i diplomatici hanno convenuto che è lo strumento ideale per garantire la sicurezza nel Mediterraneo.
La decisione di puntare sull'F35 comporta il sacrificio del programma Eurofighter, il caccia di produzione europea, al quale l'India ha dato nei giorni scorsi il colpo di grazia, perché ha scelto di dotarsi dei Rafale francesi. Alla catena di produzione dell'Eurofighter lavorano 11 mila tecnici i quali dovranno ora dedicarsi all'assemblaggio di quei pezzi dell'F35 che l'accordo con gli americani assegna all'Italia.

Tutti i programmi saranno ridimensionati. Delle 10 fregate classe Fremm, costruite insieme coi francesi e destinate a sostituire le classi Lupo e Maestrale, ne saranno sacrificate 4. A parte i risparmi, si cerca di fare cassa vendendo caserme e basi non più utilizzate. Sono 77 gli edifici in vendita fra cui la Montezemolo di Palmanova, la Vittorio Emanuele a Trieste, la Piave a Padova, la Goito a Brescia, la Cadorna a Legnano, la Mameli e la Montello a Milano, la La Marmora a Torino, la Dante Alighieri a Ravenna, la Battisti a Napoli.


Marco Nese
10 febbraio 2012 | 10:56



Powered by ScribeFire.

Stupro e omicidio, pagherà lo Stato

La Stampa

Sentenza della Corte d'Appello di Torino: a pagare se gli autori di abusi non sono rintracciabili sarà la Presidenza del Consiglio




raphael zanotti
torino

A pagare per la violenza sessuale sarà la Presidenza del Consiglio. Con una sentenza destinata a far discutere la Corte D'Appello di Torino ha sancito un principio che in Italia non aveva mai trovato spazio: quando gli autori di un omicidio, di lesioni dolose o di violenza sessuale non sono stati scoperti, sono irrintracciabili o non hanno i mezzi economici per pagare, tocca allo Stato indennizzare o risarcire la vittima.

Un principio innovativo e destinato ad avere grande impatto considerato l'altissimo numero di vittime di reati violenti dolosi che, oggi in Italia, non vede un centesimo di risarcimento. Il caso torinese che ha originato la sentenza riguardava una giovanissima ragazza sequestrata e violentata per una notte intera da due extracomunitari. Questi ultimi, arrestati, erano poi stati messi ai domiciliari durante il processo penale di primo grado ma, approfittando della scarcerazione, erano scappati facendo perdere le loro tracce. A questo punto, la ragazza si è rivolta al tribunale di Torino per essere risarcita dallo Stato.

La direttiva europea 2004/80/CE infatti prevede che ogni Stato membro istituisca un sistema di risarcimenti. Direttiva applicata in tutta Europa tranne che in Italia dove non è mai stato istituito un fondo del genere. L'importante sentenza della Corte D'Appello di Torino conferma la decisione di primo grado che aveva già condannato lo Stato italiano e verrà illustrata in una conferenza stampa alle 11.30 dagli studi legali Mbo e Ambrosio&Commodo che hanno seguito la ragazza.



Powered by ScribeFire.

Vaticano, i documenti "riservati" e quei complotti inesistenti

La Stampa

Un appunto autentico, ma palesemente sconclusionato, scatena una ridda di ipotesi complottistiche su una possibile uccisione del Papa



Sacri palazzi e complotti

ANDREA TORNIELLI
Città del Vaticano


Non passa ormai giorno che dai sacri palazzi vaticani, divenuti ormai un colabrodo, non esca qualche appunto riservato. Quello che mette in pagina oggi il giornale italiano «Il Fatto Quotidiano» è un documento inviato il 30 dicembre scorso al Papa. Si tratta di un appunto «confidenziale» che il cardinale Darío Castrillón Hoyos, già Prefetto della Congregazione del clero, avrebbe ricevuto da un amico e che riguarda la possibilità di un «complotto delittuoso» per eliminare il Papa.

La presunta «fonte», citata nel testo, è il cardinale Paolo Romeo, arcivescovo di Palermo, ex nunzio in Italia, il quale, nel corso di un viaggio a Pechino nel novembre 2011, avrebbe parlato con alcuni interlocutori cinesi della possibilità che Benedetto XVI muoia entro un anno e della possibilità che il suo successore sia il cardinale italiano Angelo Scola, già patriarca di Venezia e da pochi mesi nuovo arcivescovo di Milano. Va detto innanzitutto che l’appunto pubblicato dal quotidiano è autentico. È stato effettivamente ricevuto dalla Segreteria di Stato, dove dopo una prima lettura e qualche risata, non gli si è dato il minimo peso, anche se lo si è trasmesso al Pontefice.

 Leggendo il testo del documento, si comprende anche come il cardinale Romeo non abbia affatto parlato di un complotto per eliminare il Papa. Si sarebbe invece limitato a dire che il Papa potrebbe morire entro dodici mesi. Sarebbero stati i suoi interlocutori cinesi a dedurre dalle sue parole il complotto. Ma a rendere effettivamente risibile il contenuto dell’appunto, sono altre affermazioni: l’arcivescovo di Palermo avrebbe affermato di essere «l’interlocutore designato del Papa per occuparsi in futuro delle questioni fra la Cina e il Vaticano». Inoltre, il porporato siciliano avrebbe «sorpreso» i suoi interlocutori cinesi «informandoli che lui – Romeo – formerebbe assieme al Santo Padre – Papa Benedetto XVI – e al cardinale Scola una troika. Per le questioni più importanti, dunque, il Santo Padre si consulterebbe con lui – Romeo – e con Scola».

In un altro passo del documento, dopo aver riportato la presunta notizia sul «rapporto conflittuale» del Papa con il suo Segretario di Stato Tarcisio Bertone, si legge: «In segreto il Santo Padre si starebbe occupando della sua successione e avrebbe già scelto il cardinale Scola come idoneo candidato, perché più vicino alla sua personalità. Lentamente ma inesorabilmente lo starebbe così preparando e formando a ricoprire l’incarico di Papa». Alla luce di queste presunte e oggettivamente sconclusionate «informazioni» (Romeo confidente del Papa per ogni questione importante, Ratzinger che lavora per preparare la sua successione), va presa per ciò che realmente è anche la parte sul presunto complotto, nella quale si legge: «Sicuro di sé, come se lo sapesse con precisione, il cardinale Romeo ha annunciato che il Santo Padre avrebbe solo altri dodici mesi da vivere.


Durante i suoi colloqui in Cina ha profetizzato la morte di Papa Benedetto XVI… Le dichiarazioni del cardinale sono state esposte da persona probabilmente informata di un serio complotto delittuoso, con tale sicurezza e fermezza, che i suoi interlocutori in Cina hanno pensato con spavento, che sia programmato un attentato contro il Santo Padre».

Ci si potrebbe chiedere come mai, se davvero l’arcivescovo di Palermo è a conoscenza del «complotto delittuoso» ed è così libero di parlarne a destra e a manca, addirittura con i suoi interlocutori cinesi, non ne abbia parlato innanzitutto con Benedetto XVI, vista la sua assidua consuetudine in quanto membro dell’esclusiva troika, invece di far arrivare la notizia attraverso gli stessi interlocutori di Pechino che poi avrebbero confidato a qualcun altro del complotto fino a far arrivare la notizia a un amico tedesco del cardinale Castrillón Hoyos.

L’unica vera notizia sta nel fatto che un appunto – autentico, seppure così palesemente sconclusionato – inviato da un cardinale al Papa e transitato per la Segreteria di Stato poco più di un mese fa, sia a disposizione dei media. Segno che la pubblicazione delle lettere di monsignor Viganò al Papa e al cardinale Bertone, come pure gli appunti e i «memo» sullo Ior e altri documenti dei quali si è discusso in questi giorni, fa parte di una strategia e s’inserisce in una evidente lotta interna al Vaticano, dagli esiti incerti e comunque devastanti. Una lotta che ha sullo sfondo non soltanto la successione al cardinale Bertone, ma anche il conclave.


Powered by ScribeFire.

Gli ecobot: la nuova generazione di robot che mangia e fa la cacca

Corriere della sera

Trasformano gli alimenti in energia. E mangiano di tutto: dagli avanzi di cucina agli escrementi




EcoBot-IIIEcoBot-III

MILANO - Esistono robot somiglianti agli uomini al 100%, come Actroid, creato da Hiroshi Ishiguro dell'Università di Osaka. E poi esistono robot che hanno gli stessi bisogni degli uomini per funzionare: devono mangiare, digerire e infine espellere escrementi. Sì, in pratica facendo proprio quella cosa là. Le «puzzette» sono da tenere in conto. I vantaggi di questi esseri meccanici? Non occupano la toilette e non mettono il pannolino, perché defecano in contenitori speciali e non vanno attaccati alla presa di corrente, perché trasformano gli alimenti in energia. In più hanno una grande qualità: sono di bocca buona. Non fanno storie per il cibo. Al contrario, ingurgitano di tutto, dagli avanzi di cucina agli escrementi umani, senza disdegnare gli scarti vegetali (erbacce e foglie). Addirittura, in futuro, potrebbero prendere il posto degli attuali wc (un robot-gabbinetto?) e dei tritarifiuti.

ECOBOT - Si chiamano «ecobot» e sono nati al Bristol Robotics Laboratory dell'Università di Bristol. Gli ultimi esemplari, EcoBot-III, sono più sofisticati dei loro antenati versione I e II. Il loro «stomaco» è formato da tante celle a combustibile alimentate da urina, come indica uno studio pubblicato dalla rivista Physical Chemistry Chemical Physics, e persino da feci. Insomma, per essere attivi gli EcoBot-III riciclano il materiale organico delle fogne. Così ci aiutano a essere più eco-friendly. «La trasformazione del cibo in energia richiede un certo tempo», spiega Giulio Sandini, direttore di uno dei dipartimenti di robotica dell'Istituto italiano di tecnologia (Iit), «non è immediata, di conseguenza questa tecnologia può andar bene per i robot che hanno la possibilità di stare fermi, o magari hanno bisogno di poca energia. Si sta cercando di risolvere il problema energetico dei robot anche con batterie simili a quelle degli smartphone, ma l'autonomia delle macchine è limitata a una-due ore».

La ricerca del laboratorio di Bristol è sostenuta anche dalla Fondazione Gates. E interessa pure la Nasa che vorrebbe mettere i sistemi digestivi di questi robot nelle navicelle spaziali, in modo da trasformare gli escrementi degli astronauti in elettricità. Per il momento i robot «mangioni» non hanno braccia, viso e gambe. Non somigliano neanche lontanamente al robot-ballerino Asimoe al baby-robot iCub, made in Iit. Ma il loro look potrebbe essere modificato molto presto. Secondo i ricercatori l'aspetto fisico viene in secondo piano. Prima è necessario perfezionare la tecnologia delle celle a combustibile per garantire energia. Il passo successivo sarà quello di pensare al lato estetico.


Paola Caruso
twitter@paolacars
10 febbraio 2012 | 10:35


Powered by ScribeFire.

Il cimitero della sinistra pagato coi soldi pubblici

Libero

L'ex Pci è una casta anche da morta: Franco Bechis ha scoperto il mausoleo dei membri della direzione del partito


 La sinistra? E' una casta. Non è una novità. Stupisce però scoprire che sia una casta anche...da morta. Con i soldi dei simpatizzanti e con i finanziamenti dello Stato, l'ex Pci ha infatti acquistato un mausoleo esclusivo al cimitero monumentale del Verano. Nell'esclusivo rifugio hanno diritto ad essere tumulati tutti i membri della direzione del parito (a spese nostre). Insomma, è arrivato anche il momento dei privilegi post-mortem.


 

  


Ecco il cimitero del Partito Comunista. Acquistato ai tempi di Togliatti dalla direzione centrale: qui riposano molti leader del partito e del sindacato, da Giovanni Togliatti e Nilde Jotti a Luciano Lama. Tombe essenziali, senza alcun simbolo religioso, solo qualche fiore (appassito). E' un'area di proprietà del partito, una situazione assolutamente unica perché poi la legge è cambiata non è più possibile acquistare delle zone all'interno del cimitero monumentale. Il nostro vicedirettore Franco Bechis è andato a visitarlo. 


 

Cina, arrivano le uova di gomma: una volta lessate, rimbalzano

Corriere della sera

Le autorità sanitarie indagano: potrebbero causare sterilità



MILANO - Giocare a ping pong con un tuorlo d'uovo. Capita in Cina, dove è scattata un'inchiesta su delle uova che, una volta rassodate, rimbalzano (anche fino a 20 cm da terra, secondo alcune testimonianze). L'agenzia di stampa Xinhua riporta di casi di «uova di gomma» che si sono verificati in tutto il paese, e alcuni in particolare a Shanghai.

INCHIESTA - Le autorità sanitarie cinesi hanno lanciato un'inchiesta per verificare la natura di queste uova. Il sospetto è che siano state prodotte artificialmente per lucrare sul prezzo delle uova, ma la scarsa quantità con cui sono comparse sul mercato depone contro questa tesi.

STERILITA' - La durezza di queste uova "da ping pong" potrebbe, infatti, essere naturale: l'elasticità verrebbe data dal gossipolo, una proteina naturalmente presente nei semi di cotone che vengono normalmente somministrati ai polli. Ma quando il pastone viene arricchito eccessivamente, il gossipolo si lega in maniera particolare al tuorlo d'uovo e provoca, appunto, l'effetto gomma. Il rischio è che queste uova abbiano effetto sulla sterilità maschile: il gossipolo è infatti uno dei prodotti che, negli anni '70, il governo Cinese impiegò nelle ricerche sugli anticoncezionali maschili.

TOSSICO - Nonostante i buoni risultati iniziali, le ricerche sul gossipolo furono sospese per la sua alta tossicità: assunto in dosi eccessive provoca, tra l'altro, una riduzione delle proteine che permettono la coagulazione del sangue e un drastico calo del tono muscolare.

IL GELO - Uno degli istituti che investigano sulle uova, lo Shanghai Food Research Institute, avanza però l'ipotesi che si sia trattato di un problema di conservazione: «Ci sono due situazioni che possono far diventare un tuorlo come di gomma - ha spiegato Ma Zhiying - Una è quella che riguarda il gossipolo, l'altra è che le uova siano state conservate a temperature inferiori ai -10° Celsius per più di 30 ore».

REPLAY - Non è la prima volta che uova artificiali compaiono in Cina: già all'inizio del 2000 ne erano comparse sul mercato, e i test dimostrarono che erano prodotte con prodotti chimici e industriali come l'acido alginico, il cloruro di calcio e il carbonato di calcio.


Redazione Online
10 febbraio 2012 | 11:10




Powered by ScribeFire.

Fucili, cammelli, stramberie I regali spediti a Palazzo

La Stampa

Prodi devolveva. Cossiga rimandava indietro. Berlusconi amava farli




CARLO BERTINI
Roma


Leggenda vuole, narrano nel Palazzo, che il più severo di tutti fosse Francesco Cossiga. Il quale rimandava indietro tutti i regali ricevuti a qualsiasi titolo affidando la pratica a due carabinieri; che suonavano i campanelli e aspettavano sull’uscio finché non erano in grado di ripartire con in tasca una ricevuta di avvenuta restituzione da protocollare scrupolosamente.

Il più bizzarro dei regali, a pari merito con il Winchester istoriato di diamanti e zaffiri donato a Prodi dal re saudita, è quello recapitato al suo braccio destro, Arturo Parisi, come ministro della Difesa: una pistola d’oro massiccio, «donatami da un paese arabo, non ricordo più quale». Revolver perfettamente funzionante con relativa confezione di proiettili «ma quelli non erano d’oro», spedito allo spolettificio di Orvieto per renderlo innocuo, insomma per disarmarlo. Per poi essere lasciato come cadeau «museale» al collegio militare di provenienza del ministro, la Nunziatella.

E sentendo i racconti di chi a Palazzo Chigi ha vissuto qualche anno, si capisce che non è infrequente che ad un premier in carica arrivino manufatti di valore ben superiore di 150 euro. E che la tradizione ormai in voga sia l’asta di beneficenza o la gentile concessione al Palazzo per destinare agli arredi statue, quadri e oggettistica di vario genere. Ma la delibera con cui Monti chiede di restituire i doni oltre questo valore, che recepisce il codice etico in vigore all’Economia dai tempi di Tremonti, ha messo in subbuglio i ministri. Che si sentono investiti dell’onere di non esser da meno, pur non essendo destinatari della missiva, diretta a tutti i gradi della Presidenza del Consiglio e del ministero di via XX Settembre.

Per distrarsi dagli improperi che gli riservava la Lega, reo di aver posto la fiducia sul decreto per le carceri, ieri il ministro Giarda ne discuteva amabilmente in aula con la collega Severino. Chiedendole consiglio, tra il serio e il faceto, su come regolarsi con una confezione di quattro bottiglie di vino arrivata per Natale. E dato che anche la Severino si poneva lo stesso interrogativo per un vaso da tavolo, la conclusione pare sia stata che ora la scocciatura sarà far valutare volta per volta il costo effettivo di qualsiasi omaggio. Ma nessuno dei ministri tecnici si può ormai tirare indietro, se così si deve fare si farà.

«Possono istituire un’authority per la valutazione dei regali alla pubblica amministrazione», provoca Guido Crosetto, ex sottosegretario alla Difesa. Che per definire il tenore dei regali di solito in arrivo nei ministeri, va sul piemontese «ciapa-puer, acchiappapolvere diciamo noi, perché son quasi sempre cornici, soprammobili, portaceneri vari...».

Ma uno che a Palazzo Chigi ha diretto il dipartimento economia dal 2006 al 2008, cioè Francesco Boccia, ammette che esiste un magazzino dove vengono accatastati tutti i regali e sfotte anche lui il governo: «Monti faccia come Prodi che devolveva tutto allo Stato: quadri, statue, oggetti di antiquariato donati a Palazzo Chigi». Insomma, il senso è: perché accettare i regali sotto i 150 euro?

Prodi, che aveva diramato una circolare per imporre ai ministri di conferire a Palazzo Chigi i regali sopra i 300 euro, dopo la sua esperienza di governo nel 2008, fece battere all’asta la collezione i doni ricevuti dal munifico re saudita. Che al famoso Winchester, pare avesse sommato pure la scultura di un palmeto in argento dorato e gioielli vari di notevole valore, tutti messi all’incanto a beneficio dell’associazione Libera di Don Ciotti, la Casa Santa Chiara di Bologna e Medici con l’Africa.

Della pirotecnica era Berlusconi si ricordano i due cammelli regalati da Gheddafi, che fu prodigo di altri pensierini: un fucile, l’ultimo appartenuto ai soldati italiani ritrovato in Libia; varie camicie e una parure di capi d’abbigliamento arabi. Nel suo viaggio ad Astana, il Cavaliere ha ricevuto dal presidente kazako una scimitarra; un emiro gli ha poi regalato un mitra incastonato d’oro; il Papa un rosario per mamma Rosa e delle monete del Pontificato.

Raccontano i suoi che i regali più sontuosi era Silvio a farli, mettendo in imbarazzo gli altri, come nel caso degli orologi ai coniugi Blair, rivenduti appena tornati in patria. Ma tra i doni non rimasti in dotazione a Palazzo Chigi, dopo la sua ultima uscita di scena, leggenda vuole che vi siano la famosa scimitarra e un vaso Ming omaggio di una delegazione di cinesi.




Powered by ScribeFire.

Crozza «copione» e il gregge di Saviano

Corriere della sera

Anche la tv, nel suo piccolo, sa porre grandi questioni, non facili da decifrare. Primo problema: si copia o non si copia? Il caso Crozza è un caso di scuola: secondo alcuni il cosiddetto «popolo del Web» avrebbe smascherato Maurizio Crozza, reo di aver furbescamente attinto le battute della sua ultima copertina di «Ballarò» direttamente da Twitter, «rubando» qua e là battute divertenti. Secondo il deputato Pd ed ex presentatore tv Andrea Sarubbi, Crozza «avrebbe fatto spesa proletaria su Twitter». Secondo altri Twitter è come il bar: uno passa, sente una battuta e la fa sua, «perché una buona parte delle battute comiche - ha scritto Michele Serra - è "res nullius", come i pesci del mare».


Il problema è questo: come mai il «popolo del Web» (esecrabile espressione), che ogni giorno si lamenta perché il copyright, a suo dire, danneggia la circolazione delle idee e della conoscenza (insomma, vorrebbe scaricare tutto gratis: film, libri, canzoni, articoli), s'indigna così clamorosamente appena si accorge che uno «ruba» una battuta dal Web? Secondo problema: il «popolo della Tv» (esecrabile espressione) ama la poesia? Domenica sera, Roberto Saviano aveva appena finito di leggere l'ultimo verso di una poesia di Wislawa Szymborska che già su Amazon erano state vendute ottocento copie del libro della poetessa polacca. Anche in libreria pare ci siano forti richieste. Del resto, quando Fabio Fazio presenta un libro è facile che il medesimo entri nelle classifiche delle vendite.


Il problema è questo: il «popolo della Tv» ama la poetessa Szymborska, di cui fino a quel momento non aveva sentito mai parlare, o Saviano? Compra il libro perché è interessato alla poesia o perché si sente gratificato dall'appartenere al gregge di Saviano? Il libro viene comprato perché è apparso in tv? Domande. Prima che giunga il momento in cui non imitiamo altri che noi stessi, altri che il gregge che è in noi.




10 febbraio 2012 | 8:09



Powered by ScribeFire.

Il contadino Antonio che vive in una cella da quarantuno anni

La Stampa

Palermo, arrestato nel 1971. Da allora solo tre permessi




Entrato in carcere da ragazzo, Antonino Marano è rimasto 41 anni


LAURA ANELLO
Palermo

Entrò in carcere per la prima volta a vent’anni per un furto di peperoni, di una bicicletta e di una Motom 48, una motocicletta che oggi è roba da collezione «e che allora avevo rubato per andare a lavorare come manovale». Era un ragazzo di Mascali, vicino a Catania, che pareva uscito dalle pagine di Verga: padre bracciante, madre casalinga, lui mandato nei campi bambino, a raccogliere verdura selvatica. Oggi, 47 anni dopo, una storia criminale nata e cresciuta dietro le sbarre che gli è costata un ergastolo e svariate altre condanne, Antonino Marano è ancora in carcere. Ininterrottamente da 41 anni, da quando nell’ottobre 1971 si presentò ai carabinieri del paese di Giarre per «togliermi il pensiero di una pena residua di sedici mesi. Dissi: lo faccio e poi torno da mia moglie, dai miei figli, ma non sono più uscito». Probabilmente il detenuto più longevo nella storia di quella Repubblica italiana dove anche i colpevoli di stragi e terrorismo godono di semilibertà e lavoro esterno. Un uomo «pienamente, totalmente, indiscutibilmente riabilitato», per dirla con Giovanna Gioia, storica volontaria dell’Asvope di Palermo.

Lei è la donna che gli ha fatto ottenere, due anni fa, la prima e unica notte fuori dalle sbarre: 48 ore di permesso, lontano dall’Ucciardone. «Perdonami, perdonami», disse alla moglie, steso a terra ai suoi piedi, prima di abbracciare i quattro figli. L’aveva implorata più volte di abbandonarlo per rifarsi una vita quando aveva capito che la cella sarebbe stata la sua tomba. Adesso che il decreto svuota carceri è al traguardo, Giovanna Gioia mostra le lettere che Marano le ha scritto in questi anni, i quadri sacri che dipinge da quando ha trovato la fede — un tripudio di madonne e di altari — le rose di carta che le ha regalato. «Un uomo in cella da quasi mezzo secolo – dice - rappresenta il fallimento delle leggi e di tutti gli istituti in cui è stato».

Già. Quasi cinquant’anni passati nelle patrie galere di tutto il Paese — Pianosa, Voghera, Termini Imerese, Catania, Alghero, Porto Azzurro — spesso nelle sezioni di alta sicurezza. E solo tre permessi in tutta la vita: dopo quello ottenuto dall’Ucciardone, due assaggi di libertà di nove ore, l’anno scorso, concessi dal penitenziario di Biella dove adesso è detenuto. «Il miglior carcere dei normali è Favignana, il peggiore è Sassari, il peggiore degli speciali era l’Asinara, il migliore Voghera», racconta ai compagni di cella questo recordman delle prigioni che al fine pena mai non si è rassegnato. «All’ergastolo – aggiunge - preferisco la pena di morte. Ma mi devono fucilare loro, perché io, da vero siciliano, considero il suicidio un atto di vigliaccheria. E non lo farò mai».

Quando Giovanna Gioia lo incontrò, prima di lui entrò nella sala colloqui dell’Ucciardone la sua fama di «killer delle carceri». Sì, perché oggi il nome di Antonino Marano annega nell’immenso mare di mezzo secolo di cronaca nera, ma la sua storia ha incrociato di tutto: le Br e il caso Tortora, la mafia e il sequestro Soffiantini, i proclami di Curcio e il processo Epaminonda, il re delle bische lombarde. Processo storico, durante il quale Marano lanciò una bomba carta verso la gabbia degli imputati, con il presidente sotto il tavolo che urlava: «L’udienza è sospesa». «Avevano tentato di farmi fuori la volta precedente - si giustificò -con sette colpi calibro 6,35».

Di accertato ci sono due delitti e due tentati omicidi commessi in cella (nell’87 Vincenzo Andraus si salvò a stento), nel clima rovente di rivolte, coltellate, evasioni, spedizioni punitive di quegli anni Sessanta e Settanta che nelle prigioni italiane erano sotto il segno di Vallanzasca e della sua banda. Il primo omicidio, a Catania, «l’ho commesso per salvare mio fratello dalle minacce di Carlo Castro», la seconda volta «ho accoltellato un casalese a Potenza perché aveva violentato due detenuti calabresi e io li ho vendicati. Oggi – raccontò il giorno del permesso a Palermo - se potessi tornare indietro cancellerei tutto, ma dentro il carcere mi sono trovato in mezzo agli animali e alla fine sono diventato animale anch’io, che ho sempre odiato la violenza. So che è difficile credermi, ma è così».




Powered by ScribeFire.

Ma il "buono a sapersi" di Google è davvero buono per me?

La Stampa

LUCA SCAGLIARINI

La vasta campagna pubblicitaria Good to Know, lanciata in Usa da Google qualche settimana fa, è ancora in pieno svolgimento. Questo ad esempio è uno dei poster usati nella metro di New York (clicca sull'immagine per ingrandirla).


L’obiettivo nascosto dietro la leggerezza dei messaggi ha ormai fatto il giro del mondo: giustificare l’introduzione di alcune modifiche legate allo sfruttamento dei profili e alle attività degli utenti online, minimizzando gli aspetti legati alla protezione della privacy (come ad esempio sottolineato in questo approfondimento del New York Times). Ma perché proprio adesso si sta insistendo su questi aspetti? Per rispondere alla domanda bisogna fare un passo indietro. Alla fine del 2010, la Federal Trade Commission, l’agenzia governativa americana che tutela i diritti dei consumatori, avanzò la proposta del cosiddetto Do-Not-Track, cioè la possibilità per gli utenti di disabilitare il tracciamento dei propri movimenti in Internet.

Per capire di che cosa si tratta precisamente, facciamo un esempio e mettiamo che un bel giorno si cerchi in Internet un volo per un weekend a Parigi. Si naviga un po’ per raccogliere qualche informazione, confrontare prezzi e promozioni. Mettiamo poi che, un altro bel giorno ma anche a distanza di parecchio tempo, ci si renda conto che i propri movimenti nel Web non siano passati del tutto inosservati: nel bel mezzo di un’altra ricerca, magari di un video su YouTube, ecco magicamente apparire pubblicità di voli low cost per la capitale francese. Ebbene, il punto è proprio questo: come può conciliarsi la tutela della privacy con gli attuali modelli di business online, chiaramente orientati alla profilazione degli utenti per scopi pubblicitari?

Da una prima indagine, si è subito scoperto che il 70% dei consumatori si dichiarava contrario al tracciamento dei propri comportamenti online. Immediate sono state le risposte di alcuni big della rete, come Microsoft e Firefox, che hanno prontamente annunciato l’implementazione di opzioni volte al Do-Not-Track. Google è stato invitato a considerare con più attenzione e non in modo unilaterale la questione: non basta offrire agli utenti la possibilità di indicare a che cosa non si è interessati (Opt-Out), per migliorare così il tracciamento antecedente la visualizzazione di annunci pubblicitari targettizzati sulle abitudini di navigazione, ma occorre rispettarli nel caso in cui non vogliano esser tracciati per niente (Opt-In).

Sono stati poi coinvolti anche i principali social network, come Facebook e Twitter, perché non è sempre chiaro in che modo e misura siano usati i dati personali. Sta di fatto che nel Web la raccolta e lo sfruttamento delle informazioni sulle persone ha continuato a svilupparsi molto velocemente e infatti il mercato della pubblicità online è in crescita costante (15% in più solo in Italia: stando alle previsioni, la pubblicità online nel 2012 sarà seconda solo alla TV).

Ma potrebbe fruttare molto di più con profilazioni sugli utenti ancora più accurate. Ed è sostanzialmente questa la ragione per cui la situazione rimane per molti aspetti ancora confusa.

Molti degli attori coinvolti – ad network, centri media, pubblicitari, fornitori di contenuti ed editori online, sono alla ricerca di nuovi sistemi per raggiungere i propri target senza invaderne la privacy ma il problema è che dal punto di vista tecnico le cose sono tutt’altro che semplici: tutti i principali servizi per la pubblicità online attualmente si basano sul tracciamento delle preferenze e dei movimenti degli utenti. Questo perché la pubblicità mirata garantisce un ritorno migliore agli inserzionisti, riducendo la quantità delle inserzioni pubblicitarie a vantaggio della pertinenza dei messaggi, quindi a favore anche della qualità. L’obiettivo è perciò quello giusto: più la pubblicità è pertinente più cresce la soddisfazione di chi investe in campagne online e, parallelamente, diminuisce il senso di fastidio per gli utenti (forse), non più raggiunti da messaggi inopportuni e disallineati.

Come però spesso accade, a far la differenza è la strada che si imbocca per raggiungere l’obiettivo prefissato. La scorciatoia del tracciamento ha i giorni contati e lasciano molto a desiderare le prime reazioni dei grandi fornitori di servizi pubblicitari (come Google, appunto. Ma anche per Yahoo! le cose non sono molto differenti). Lo dimostra l’aumento di cause di varia natura, in qualche modo legate allo sfruttamento non autorizzato di dati personali presenti online; lo dimostra l’attenzione crescente dei media e una maggior consapevolezza degli utenti. E lo dimostra il fatto che laddove non arriva il buon senso delle grandi aziende... intervengono le autorità. E meno male: non si capisce perché per chi ha una vita digitale le cose dovrebbero funzionare diversamente dalla vita reale.

twitter@scagliarini



Powered by ScribeFire.