sabato 11 febbraio 2012

Costa Concordia: le immagini della fuga

Corriere della sera

Il Tg5 mostra la seconda parte del video esclusivo in suo possesso: si vedono i minuti dell'abbandono


MILANO - Dopo il momento dell'impatto, c'è quello della fuga. Dopo quello di venerdì, il Tg5 ha trasmesso la seconda parte delle immagini esclusive della tragedia della Costa Concordia. Prima si vedono le persone impaurite mentre chi riprende le immagini corre per le scale, poi si seguono le difficoltose operazioni di imbarco dei passeggeri sulle scialuppe. In molti casi a mettere le imbarcazioni in mare è personale di servizio straniero. Si vede un uomo, presumibilmente dell'equipaggio, finire in mare per essere recuperato. Un uomo viene portato a braccia sulla scialuppa. Una scialuppa s'incastra mentre viene messa in mare. C'era poi anche chi scherzava sul ponte inclinato, poiché non aveva probabilmente compreso cosa stava accadendo . «Mamma ti voglio bene», dice rivolto alla telecamera un ragazzo.

Ed un altro: «Ce la faremo». I loro volti sono sorridenti e non preoccupati mentre si fanno riprendere. In altre immagini si vedono persone in fila sul ponte della nave in attesa di imbarcarsi sulle scialuppe di salvataggio. Ma le difficoltà proseguono anche una volta che le imbarcazioni raggiungono l'acqua. Infatti le scialuppe possono andare solo a marcia avanti e lo spazio tra la nave e la scogliera è poco. Ci si rende conto che, nella sfortuna, passeggeri ed equipaggio sono stati aiutati da condizioni meteo più che buone che hanno impedito che il bilancio delle vittime (17 morti e 15 dispersi) fosse ancora maggiore.



DOMNICA - L'altra novità di giornata relativa alla Costa Concordia è la divulgazione della testimonianza resa alla procura di Grosseto di Domnica Cemortan, la donna moldava amica del comandante Schettino. Domnica aveva cenato con il comandante Francesco Schettino ma non avrebbe voluto salire con lui nella plancia di comando della nave Costa Concordia la sera del 13 gennaio; invece accettò l'invito e anche quando disse di voler andare via dalla plancia, Schettino insistette perchè rimanesse. Così, sentita l'1 febbraio scorso, dai pm di Grosseto, la moldava Domnica Cemortan ha ricostruito la sera del naufragio davanti all'isola del Giglio. Per ora risulta l'unica persona, non membro dell'equipaggio, presente nella plancia al momento dell'incidente.


LA RICOSTRUZIONE - Verso le 21.30 del 13 gennaio, ricostruisce la moldava coi pm, dopo la cena al ristorante, «ad un certo punto siamo entrati in plancia tutti noi (Schettino, Domnica, il commissario Giampedroni e Ciro Onorato)». «Non ero al corrente», ha detto, di salire con altre persone in plancia di comando, «tant'è che mi sono sentita a disagio per questa circostanza, ovvero quando mi hanno invitata a salire». Poi, arrivata in plancia, ha raccontato, «sono rimasta in fondo e poiché non trovavo interessante la situazione ed avevo anche fame, me ne volevo andare via, ma il comandante (Schettino, ndr) ha insistito affinchè rimanessi, e così ho fatto».

«Io - ha precisato - volevo scendere e andar via, ma il comandante mi ha detto di rimanere lì». E ancora: «Sono rimasta in fondo in un punto buio che non consentiva di vedere molto bene, comunque riuscivo a vedere le luci di Isola del Giglio». I pm le chiedono quanto tempo è rimasta in plancia e che cosa è successo dopo. «Ero con Ciro Onorato con cui sono salita dal ponte 3 a bordo di una delle lance. Sono quasi certa che verso le 00.30-1.00 sono arrivata a Giglio Porto». La Cemortan prima di lasciare la nave è scesa nella cabina di Schettino, a cambiarsi e a prendere due giacche, una per sè e una per il comandante, ha recuperato il computer portatile di Schettino, e, come detto, è andata via, raggiungendo l'isola a bordo di una scialuppa. La ragazza ha anche dichiarato che il comandante, a cena, bevve solo acqua minerale.

Redazione Online11 febbraio 2012 | 21:46

Bravo investigatore o «torturatore»? Il mistero del poliziotto anti-terroristi

Corriere del Mezzogiorno

Un funzionario: negli interrogatori Ciocia faceva ricorso all'annegamento controllato. Replica: «Falso, sempre operato nella legalità». E i magistrati lo difendono



Nicola Ciocia dietro Cossiga il giorno del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro
Nicola Ciocia dietro Cossiga il giorno del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro



NAPOLI - Definizione di waterboarding: «Forma di tortura consistente nell'immobilizzare un individuo in modo che i piedi si trovino più in alto della testa e versargli acqua in gola e sulla faccia. Si tratta di una forma di annegamento controllato, in quanto l'acqua invade le vie respiratorie inducendo il riflesso faringeo. Il soggetto sottoposto a tortura dell'acqua ritiene che la propria morte sia imminente».

Parte da qui la storia di Nicola Ciocia, 78 anni, pugliese di Bitonto, una vita a Napoli, ex poliziotto, ex dirigente della squadra mobile, ex questore, poi avvocato, oggi pensionato che esce poco o mai dalla sua casa del Vomero. Parte da quella tecnica di annegamento simulato maledettamente simile a quella utilizzata dai francesi in Algeria o dagli americani a Guantanamo. Il problema, accusa un suo collega, è che quei metodi li usava anche Nicola Ciocia per far confessare i terroristi.

Erano gli anni tra il '78 e l'82, quelli della guerra alle Br, ai Nar, ai Nap. Erano gli anni in cui iniziarono a chiamarlo «professor De Tormentis». Quel soprannome, per molto tempo, è stato un segreto di Pulcinella. Era in un libro scritto da Nicola Rao, Colpo al cuore. E — soprattutto — era nell'accusa lanciata tre giorni fa durante la trasmissione Chi l'ha visto? da Rino Genova, l'ex commissario di polizia che partecipò al blitz dei Nocs per liberare il generale americano James Dozier, rapito dalle Br: «Noi alle torture e ai maltrattamenti del professor De Tormentis abbiamo partecipato».

Il nome, quello vero, è coperto da un bip. Ma, appena ventiquattr'ore dopo, è lo stesso Nicola Ciocia a rivelare al giornalista del Corriere della Sera Fulvio Bufi che sì, quello di «professor De Tormentis» è proprio il soprannome che gli aveva affibbiato Umberto Improta, all'epoca capo del pool antiterrorismo voluto dal Viminale. Le violenze, invece, le ha negate: «I macellai erano loro, non certo noi». Rino Genova (anche lui pugliese, di Bari), dirigente superiore della Polizia di Stato, il funzionario che l'accusa, racconta una storia del tutto diversa. Dice, ad esempio, che in Italia esistevano due «squadre speciali» comandate da Nicola Ciocia: «I cinque dell'Ave Maria» e «I vendicatori della notte».

 Obiettivo: utilizzare tutti i metodi per ottenere informazioni dai terroristi. Lo stesso Rino Genova, dopo aver partecipato al blitz del 28 gennaio 1982 per liberare Dozier, fu accusato con altri agenti dei Nocs di aver torturato i quattro brigatisti arrestati: Genova diventerà poi deputato, per gli imputati la Cassazione dichiarerà prescritti i reati. Nicola Ciocia, nel frattempo, era già stato accusato. Lavorava a Napoli, dove il questore Emilio Santillo lo volle nel neonato ispettorato antiterrorismo. E faceva parte delle «squadre speciali» contro Br, Nap, Nar. Il primo pentito storico delle Brigate Rosse, Enrico Triaca, il «tipografo dei terroristi», venne arrestato il 17 maggio del '78.

Un mese dopo, il 19 giugno, ritrattò le sue dichiarazioni e rivelò di essere stato torturato con la tecnica del waterboarding. Il 7 novembre dell'82, però, per quelle dichiarazioni Umberto Triaca fu condannato dal tribunale di Roma per calunnia. E neppure alle dichiarazioni di un altro brigatista, Ennio Di Rocco, fu trovato alcun riscontro.

Ma il 17 giugno 2007, in un'intervista rilasciata a Matteo Indice e pubblicata sul Secolo XIX, Rino Genova rilancia: «Succedeva esattamente quello che i terroristi hanno raccontato: li legavano con gli occhi bendati, com'era scritto persino su un ordine di servizio, e poi erano costretti a bere acqua e sale». E, il 16 novembre 2011, in un'intervista al nostro Michele De Feudis ribadisce: «C'erano squadrette affidate al professor De Tormentis, esperto di questi metodi come capo della squadra mobile napoletana». Nicola Ciocia, oggi, fa il pensionato.

Ha lasciato la polizia il 4 ottobre dell'84 dopo che l'avevano nominato questore, perché volevano mandarlo a Trapani. S'è iscritto all'albo degli avvocati, poi è stato commissario della federazione provinciale di Napoli della Fiamma Tricolore.

Oggi resta a casa «quasi tutto il giorno». Colpa «del cuore e di un ictus. La mia vita è stata tribolata, e ora sto pagando il conto». A sentire la sua voce, quasi non sembra di star parlando con il professor De Tormentis, soprannome tirato fuori da uno scritto del 1200 citato da Manzoni nella sua Storia della colonna infame, il Tractatus de tormentis. «Ma via, quello è stato un soprannome che mi avranno affibbiato per scherzo, quando ci si rilassa nei tempi morti». Quelli tra una tortura e un'altra? «Guardi, io ho fatto il mio dovere nell'interesse dello Stato, e metto in conto anche le critiche in malafede. Perché Rino Genova mi accusa solo trent'anni dopo?

Non lo so, vorrei che avesse il coraggio di venire a dirmelo in faccia. È strano che si permetta di parlare di certe cose, è un collega che non ha la cognizione di quello che significa stare in polizia. Quando si parla dello Stato ci sono delle questioni — che non appartengono al soggetto, ma a interessi superiori — sulle quali sarebbe meglio tacere. Ammesso e non concesso che siano vere le cose che dice, io ho la coscienza a posto: le Br ammazzavano le persone, io ho fatto il mio dovere». Cos'è, un'implicita ammissione di colpa? «Macché, forse quelle cose Rino Genova le avrà viste da altre parti. Io assolutamente non ho mai fatto quello che dice. Ho sempre tenuto condotte lecite, rispettando le regole della polizia giudiziaria.

E poi di questa tecnica dell'annegamento ne ho sentito parlare, ma neppure so come si metta in pratica». E qualcun altro lo sa? «Siamo in quella sfera delle cose che appartengono allo Stato. E delle quali non parlo. So solo di essermi comportato sempre onestamente: provate a chiederlo ai magistrati con cui ho lavorato». Che confermano. Libero Mancuso: «Strano che questa storia venga fuori all'improvviso, con me è sempre stato di una lealtà assoluta. E non avrebbe mai fatto qualcosa a mia insaputa». Lucio Di Pietro: «Ci ho lavorato per anni, un grande servitore dello Stato, persona integerrima.

Aveva modi che potevano apparire bruschi, ma in quell'epoca c'era un clima terribile. E di torture non ne ho mai sentito parlare». Felice Di Persia: «Lo scriva, se abbiamo smantellato i Nap è solo grazie alla sua capacità investigativa». Diego Marmo: «Una persona perbene, molto corretta». Lo difende anche un legale, il suo avversario storico, Saverio Sanese, l'avvocato di Soccorso rosso: «Sono stupefatto. Torture in Questura? Certo che sì, Alberto Buonoconto fu pestato, lo disse anche il consulente del pm. Ma cosa c'entra Nicola Ciocia? È sempre stato correttissimo. Guardi, io dal '75 all'80 li ho difesi tutti. E mi creda, nessun mio cliente ha mai avuto qualcosa da ridire su quel poliziotto. Penso che accusino lui per coprire qualcun altro». Chi?



Gianluca Abate
11 febbraio 2012



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Florida, da oltre 30 anni nel braccio della morte. Esecuzione fissata al 15 febbraio

Corriere della sera


Robert Waterhouse ha 65 anni e ha trascorso nel braccio della morte della Florida metà della sua esistenza. La sua vita potrebbe però avere fine mercoledì prossimo.

Waterhouse è stato condannato a morte nel secolo scorso, era il settembre del 1980.




Otto mesi prima il corpo nudo di una donna, Deborah Kammerer, era stato trovato privo di vita nel fango della baia di Tampa. Waterhouse, all’epoca in libertà condizionata dopo aver scontato una condanna al carcere per un omicidio di secondo grado commesso nel 1966, venne accusato dell’omicidio Kammerer e condannato alla pena capitale.



Per  30 anni, Waterhouse è stato la pedina di una sorta di “gioco dell’oca” giudiziario: tiro di dado, un passo indietro, altro tiro di dado, uno avanti. Casella finale, il lettino dell’iniezione di veleno. Nel 1988 la Corte suprema della Florida ha ordinato una nuova serie di udienze sul caso, terminate con la conferma della condanna a morte. Nel 2003 gli avvocati di Waterhouse hanno chiesto che alcuni campioni di prova venissero sottoposti all’esame del Dna. Due anni dopo, si è scoperto che le prove erano andate distrutte ma un giudice ha affermato che ciò era avvenuto “inavvertitamente”.


L’ultimo tentativo risale a martedì scorso. Sarebbe incostituzionale, hanno argomentato gli avvocati di Waterhouse di fronte alla Corte suprema della Florida, mettere a morte un uomo che “ha sostenuto costantemente e con coerenza di essere innocente”, che a sostegno delle sue affermazioni ha chiesto un esame del Dna con tecniche non disponibili all’epoca del primo processo e che si vede negata la richiesta perché le prove da sottoporre al Dna sono andate o state distrutte. C’era un precedente da citare: una condanna a morte commutata in Virginia per quella ragione.

La difesa di Waterhouse aveva anche presentato una nuova testimonianza: il cameriere di un bar, che sostiene che la collega che dichiarò di aver visto Waterhouse e Kammerer uscire insieme dal locale, la sera del delitto, stava servendo in un’ala del locale da cui non poteva vedere chi entrava e chi usciva. Waterhouse, quella sera, andò via dal bar con due uomini, secondo il nuovo testimone. Che poi, proprio nuovo non è: “Fui interrogato dalla polizia, raccontai quello che avevo visto ma prima si dimostrarono disinteressati, poi mi accusarono di tentare di proteggere un assassino”.

Gli avvocati che difesero Waterhouse nel 1980 hanno rilasciato una deposizione giurata secondo la quale negli atti processuali c’era un minuscolo riferimento al “nuovo” testimone, indicato come una persona interrogata ma che non aveva “alcuna informazione in merito all’accaduto.

Il ricorso alla Corte suprema della Florida è stato respinto. I giudici hanno, tra l’altro, affermato che la distruzione delle prove ha comunque poca rilevanza ai fini della messa in discussione del caso, ritenendola un’argomentazione “intempestiva”  in quanto andate distrutte dopo l’emissione della condanna a morte.


Ci sono ancora possibilità di chiedere un provvedimento di clemenza.Un caso pieno di ombre, dunque, quello di Waterhouse, di fronte al quale, nel dubbio, sarebbe prudente non tirare ulteriormente i dadi. Anche perché dal  1973 a oggi, negli Usa, 130 condanne a morte sono state annullate e i condannati rilasciati perché innocenti; in più del 10 per cento di questi casi, l’esame del Dna è stato determinante…


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Strage, il giallo delle «veline» nascoste

Corriere della sera

Annunciavano attentati nel '74, i servizi segreti le tennero nei cassetti


Piazza della Loggia, il momento dell'esplosione Piazza della Loggia, il momento dell'esplosione

BRESCIA - Il mistero delle «veline» della fonte Tritone: annunciavano ai servizi segreti che al Nord sarebbe scoppiata qualche bomba, ma furono tenute nascoste. Martedì si torna a parlare in un'aula di giustizia della strage di piazza della Loggia, ultimo processo che ancora tenta di far luce sulla tragica stagione delle bombe in Italia: davanti al Corte d'appello di Brescia si apre il processo di secondo grado agli ordinovisti Delfo Zorzi e Carlo Maria Maggi, al neofascista Maurizio Tramonte e all'ex ufficiale dei carabinieri Francesco Delfino, accusati dell'ordigno esploso il 28 maggio del '74 e già assolti in primo grado.

Sarà un «processo fotocopia» del precedente? Non pare: la Procura intende portare all'esame dei giudici nuovi elementi in grado di rafforzare la tesi che l'attentato fu pianificato da ambienti eversivi dell'estrema destra mentre rappresentanti dello Stato posavano lo sguardo altrove.

L'elemento più suggestivo riguarda le informazioni che Maurizio Tramonte, l'infiltrato identificato come fonte Tritone, trasmetteva ai servizi segreti nel periodo della strage. Scoperti casualmente solo nel '96, quegli appunti narrano di incontri avvenuti ad Abano Terme o in Veneto a cui avrebbero partecipato Zorzi, Maggi e lo stesso Tramonte, che poi riferiva ai servizi segreti: erano ritenuti un punto fermo dell'inchiesta, che per la prima volta non si basava solo su traballanti confessioni di pentiti ma su documenti.

E invece la «fonte Tritone» non fu sufficiente a motivare condanne; anche perché, si è sempre detto, quelle «veline» risalgono ai primi di luglio del '74, dunque furono scritte a strage già avvenuta. Una rilettura delle carte consentirebbe ora invece di retrodatare quelle informative, forse addirittura a maggio: significherebbe che gli apparati dello Stato, pur a conoscenza che Ordine nuovo stava preparando attentati, lasciarono correre e si tennero il materiale nei cassetti. Per chiarire questo aspetto l'accusa - che anche in appello sarà rappresentata dai pm Roberto Di Martino e Francesco Piantoni - chiederà la testimonianza di Fulvio Felli, il carabiniere incaricato di seguire la «fonte Tritone».


«Ma più in generale punteremo a riaffermare la credibilità del pentito Carlo Digilio» afferma il pm Di Martino. Digilio, morto di malattia poco dopo una lunga confessione, fu ritenuto contradditorio dai giudici di primo grado: disse tra l'altro che l'esplosivo usato in piazza della Loggia, contrariamente a quanto stabilito dai periti della Corte, non era tritolo.

La Procura chiede di riascoltare per questo motivo i periti intervenuti nel '74 che invece sembravano dar ragione al pentito. Difficile invece che verrà introdotto in questo processo il nuovo collaboratore di giustizia che alcuni mesi fa ha cominciato a essere ascoltato dalla Procura di Brescia sempre a proposito dell'attentato di 38 anni fa: difficoltà di natura procedurale, oltre alla riservatezza che ancora circonda queste confessioni, ne rendono problematica la sua comparizione in aula.


Claudio Del Frate
11 febbraio 2012 | 10:04



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Ecco il "codice Gramsci" per ingannare il Pci

di


Il saggio di Lo Piparo. Così il prigioniero aggirava la censura dei suoi stessi compagni. Nelle lettere, il rifiuto dello stalinismo nascosto in messaggi cifrati. Era l’unico modo per evitare le ritorsioni di Togliatti




Sulla permanenza di Antonio Gramsci nelle carceri fasciste si è scritto molto, eppure mai ci si era infilati nei panni del prigioniero con l’empatia percepibile nel saggio del filosofo del linguaggio Franco Lo Piparo, I due carceri di Gramsci (Donzelli, pagg.144, 16 euro). Né mai era stato messo in luce con altrettanta efficacia il machiavellismo di Togliatti, disposto in più di un’occasione a prolungare la detenzione del fondatore del PCI per ragioni di propaganda. Il saggio di Lo Piparo è anche un appassionante giallo filologico incentrato su una lunga e sorprendente lettera di Gramsci, che il Migliore decise di lasciare nel cassetto.

Alla domanda se Togliatti abbia «manovrato» sulla detenzione di Gramsci, Lo Piparo risponde senza scandalizzarsi: «Togliatti era molto interessato a costruire la figura del martire». Più inquietante è la situazione comunicativa in cui Gramsci venne a trovarsi in carcere. Sorvegliato da due polizie, fascista e sovietica, il detenuto raggiungeva il mondo esterno attraverso la cognata Tania, che non trasmetteva le lettere di Gramsci a Togliatti e dunque a Mosca: le passava a Piero Sraffa. Sull’ambiguità di Sraffa - amico di Gramsci ed economista di fama - Lo Piparo non nutre dubbi: «Sraffa è personaggio enigmatico e complesso... È un grande borghese che subisce il fascino di Gramsci e Togliatti. Anche se forse non è comunista, si comporta come se lo fosse.


Sicuramente non è stato un complice volontario delle campagne di stampa che hanno ritardato di un anno l’uscita dell’amico dal carcere. Ma la relazione che certificava l’incompatibilità dello stato di salute di Gramsci col regime carcerario è stato lui a trasmetterla a Togliatti, e Togliatti la fece pubblicare». E quella pubblicazione strumentale, avvenuta sul giornale L’Humanité nel maggio 1933, ebbe effetti deleteri per il prigioniero, ritardò il suo trasferimento in ospedale, ma propagandistici per il partito. È sempre Sraffa ad essere in ballo nella missiva cruciale secondo Lo Piparo, quella del 27 febbraio 1933. «Capolavoro di lingua esopica», la definirà Tania, cioè di linguaggio cifrato, la lettera sembra rappresentare il tentativo di manifestare un’evoluzione ideologica che Gramsci non poteva dichiarare apertis verbis, nel timore che Iulka, rimasta in URSS, pagasse le conseguenze dei «dubbi di fede» del marito.


Nella lettera Gramsci rievoca l’epistola «criminale» di Grieco, un «compagno» che rivelando ai giudici il suo ruolo nel partito rese la sentenza più severa. Gramsci è convinto che dietro Grieco vi fosse Togliatti. Non solo: scrive che tutta la sua vita è stata «un dirizzone», un abbaglio. «Mi pare di essere giunto a uno svolto decisivo nella mia vita, in cui occorre prendere una decisione. Questa decisione è presa». E il 2 luglio: «Non si tratta di un colpo di testa, ma della fase terminale di un lungo processo». Anche la riscrittura di alcuni passi dei Quaderni testimonia di una loro rielaborazione in senso se non “liberale”, certamente eterodosso.

Alla vessata questione se Gramsci possa essere considerato un pensatore liberale, come per un istante credette Benedetto Croce, Lo Piparo dà una risposta prudente, ma limpida: «I Quaderni non sono opera da inscrivere tra i classici del liberalismo, ma non sono nemmeno un classico del comunismo. Sono un documento di crisi e di ripensamento filosofico che, ritengo, se il suo autore ne avesse avuto il tempo, avrebbe avuto come esito finale un’articolata teoria liberal-democratica della storia e della società». Una svolta resa forse più difficile da cogliere a causa della scomparsa di uno dei Quaderni: ipotesi molto controversa, ma che Lo Piparo non è il solo a formulare. E il convitato di pietra, Gentile? «Su Gramsci gentiliano non sono d’accordo.


Negli scritti si può pescare qualche affermazione di sapore gentiliano, ma il suo profilo rimane crociano. Il crocianesimo di Gramsci affonda le radici negli studi di linguistica fatti alla scuola di Matteo Bartoli. Lì Gramsci impara una tesi che fu di Croce e di Ascoli: le lingue non si diffondono con la forza delle leggi o delle armi. La nozione di egemonia verrà elaborata a partire da questa assunzione». Lo Piparo non si stupisce di alcune reazioni suscitate dai Due carceri: «Costato che per alcuni intellettuali di sinistra “liberalismo” è ancora una parola offensiva». Ma ammette che si aspetta molto dagli archivi: «Gli archivi rispondono solo a domande. Se non li interroghi adeguatamente rimangono muti. I primi documenti interessanti, gli archivi hanno cominciato a restituirli dopo il 1964, anno della morte di Togliatti...». Già, gli archivi parlano se interrogati. Ma abbiamo l’impressione che dopo aver letto questo saggio, aumenterà la voglia di tornare a spulciarli.



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Dietro le sbarre dormono in nove

Corriere della sera

Bari, cibi ammucchiati e panni stesi oltre i vetri. Tra umidità e buio il viaggio al confine della dignità


Cella numero 15 della prima sezione maschile
Cella numero 15 della prima sezione maschile


BARI - I volti dei detenuti. I loro sguardi. Stupiti. Increduli. A tratti indecifrabili. Sperano forse che in questa grigia e fredda giornata di febbraio i due visitatori che camminano per i corridoi siano forieri di novità. Non è così. Ma sono quegli occhi rassegnati a segnare il confine. Tra il cuore della città e il carcere di Bari. Perché dopo aver varcato quella soglia i detenuti metteranno da parte dignità e intimità.

Al di là dei reati di cui sono responsabili, saranno costretti a dormire quasi uno sull’altro su letti a castello che sfiorano il soffitto, impareranno a condividere per quasi 20 ore al giorno, in 9 persone, uno spazio non più grande di 25 metri quadri. Dove pacchi di pasta, confezioni di carne, insalate, tegami, cestini ricolmi di rifiuti, borsoni, scarpe, panni di ogni tipo e figurine di santi, sono sparpagliati ovunque in quella minuscola cella. E i benefici non arriveranno neppure con il decreto «svuota carceri» della ministra Severino che in questi giorni ha ottenuto la fiducia alla Camera.

Perché il carcere di Bari è una casa circondariale e non di reclusione: cioè, che il 70% dei detenuti presenti sono in attesa di giudizio (quindi non possono essere scarcerati) e quei pochi definitivi hanno più di 18 mesi da scontare (il decreto prevede di estinguere l’ultimo anno e mezzo di detenzione agli arresti domiciliari) e molti di loro non sono nelle condizioni di poter lasciare l’istituto penitenziario perché hanno legami con la criminalità organizzata.

Diverso è invece per le carceri di reclusione (come Turi, Lecce e Foggia) dove sono ristretti i condannati in via definitiva: qui i problemi di sovraffollamento saranno più gestibili. Esaminati i punti principali del decreto, a conti fatti dall’istituto penitenziario di Bari, usciranno a malapena una trentina di detenuti. Nulla rispetto ai numeri del sovraffollamento: 508 detenuti rispetto alla capienza di 292 dettata dai parametri dell’Unione Europea.


Il viaggio all’interno del carcere di Bari inizia dal piano terra della prima sezione composta da due piani. Qui si trovano i detenuti comuni: quelli responsabili dei reati comuni non legati all’associazione mafiosa. La zona è quella di media sicurezza. Si attraversa un lungo corridoio con pareti bianche e celesti rovinate dal tempo e dall’umidità dove ci sono le stanze di accoglienza (per i detenuti appena entrati nella struttura) le cucine, la cappella e si raggiunge l’area centrale a raggiera, da dove si snodano le sezioni.

Due porte in ferro vengono aperte e poi richiuse con grandi chiavi di ferro dorate. Siamo già faccia a faccia con i detenuti che da quelle minuscole stanzette infilano i visi tra le sbarre e ci guardano incuriositi. «Buongiorno», salutano. Tutti. Quasi in coro. I corridoi sono lunghi e larghi: le stanze detentive sono da entrambi i lati. Le porte sono vecchie, arrugginite. All’interno i carcerati sono davvero stipati e a malapena riescono a stare in piedi tutti insieme. Ma non ci sono solo le celle: c’è la stanza del cappellano, l’infermeria, l’aula per chi frequenta la scuola elementare con lettere gigantesche e disegni di fiori e animali appesi alle pareti, e poi ci sono piccolissime stanze vuote, con tavoli minuscoli e qualche sedia di fortuna dove giovani volontari stanno ultimando un’iniziativa per i detenuti legata al mondo delle favole.

Vicino ad una cancellata enorme a penna è stato scritto «prima sezione». Davanti c’è un poliziotto fermo. Al di là ci sono le scale che portano ai piani superiori della prima sezione della casa circondariale. Alcuni carcerati stanno scendendo per l’ora d’aria in un piccolo cortile dove possono tirar due calci ad un pallone o al massimo camminare avanti e indietro. Sono in pochi perché fuori sta diluviando. I poliziotti controllano i reclusi uno ad uno. Perché chiediamo? «Viene sempre fatto un controllo di sicurezza quando vanno fuori - ci risponde un agente - non si sa mai soprattutto dopo i colloqui con i familiari».

Si sale al secondo piano della prima sezione: qui la situazione è più o meno uguale. Ci è consentito di visitare solo la cella numero 15. Non prima che i nove detenuti siano usciti. Dall’esterno si scorgono già le file dei letti a castello e le finestre altissime con le sbarre rovinate dagli anni. È una gabbia vera. Lo è soprattutto per gli spazi. Una volta all’interno ciò che si vede è assurdo. Tre letti a castello di tre piani. I nove carcerati dormono a pochi centimetri l’uno dall’altro e colui che dorme in alto rischia di sbattere la testa contro il soffitto.

Uno dei letti è a pochi centimetri all’unico termosifone: è quasi grottesco. Agli angoli del muro in alto ci sono buste di plastica colorate con qualche indumento: i panni lavati sono appesi alle sbarre (c’è da chiedersi come facciano i detenuti ad arrampicarsi fin lassù); sul muro proprio sopra l’ingresso della cella c’è il disegno di Padre Pio, poi qua e là sono appese altre figure di santi. C’è un piccolo televisore sistemato tra un piano e l’altro del letto in una posizione infelice, anzi inutile: a meno che i detenuti non siano tutti in piedi, uno attaccato all’altro, è praticamente impossibile vedere la tv. Poi c’è una cucina e un lavabo: qui sono ammucchiati i cibi acquistati dai detenuti. C’è di tutto: pasta, carne e verdure. Piccole padelle sono agganciate ai muri, su scaffali che si reggono a stento sono sistemate bottiglie di olio.

C’è anche una caffettiera. Poi c’è il bagno con l’essenziale: anche qui sono appesi i panni e in giro ci sono tante paia di scarpe. Il caos regna ovunque. Uscendo dalla cella, dove anche con i poliziotti ci si muove a fatica, i 9 reclusi in fila indiana tornano all’interno. La porta sbatte alle nostre spalle. Dopo aver ottenuto una liberatoria, ecco due detenuti: hanno voglia di parlare. Ma allo stesso tempo sono intimoriti, guardano insistentemente i poliziotti della penitenziaria. Il primo a parlare è Giovanni Di Sandiego, 33 anni, ha due bambini di 3 e 6 anni: sta scontando una pena definitiva a sette mesi: «Sono state le cattive compagnie a portarmi qui, ma fuori voglio rigar dritto.

Ci sono mia moglie e i piccoli ad aspettarmi. Troverò un lavoro. Il sovraffollamento? La situazione è critica: io divido la cella con altre 8 persone. Spero che il tempo voli». Poi c’è Giuseppe Maiellaro, romano 47enne, deve scontare 4 anni e 3 mesi . «Sono vedovo, ho tre figli grandi. Frequento dei corsi all’interno del carcere che mi daranno, spero, una possibilità di inserimento nella vita sociale.

Cosa mi ha portato qui? Al dì là dei luoghi comuni,ho dovuto fare i conti con problemi economici e familiari». Giuseppe sorride, nei suoi occhi c’è la speranza. Dopo circa due ore si esce dalla prima sezione ripercorrendo quel lungo corridoio. La seconda sezione è chiusa da maggio per lavori di ristrutturazione: non è consentito visitare la terza e la quarta. Quest’ultima e quella di alta sicurezza: qui ci sono i detenuti legati alla criminalità organizzata. Le celle sono più vivibili e non ci sono grossi problemi di sovraffollamento. Ci si avvia verso la sezione femminile. Mentre i pesanti cancelli del carcere maschile vengono chiusi rumorosamente alle nostre spalle.

Angela Balenzano
11 febbraio 2012

Auto e moto storiche esenti da bollo, anche se i proprietari non sono iscritti ad Asi o Fmi

La Stampa


Con la Risoluzione 112/E, l'Agenzia delle Entrate scioglie i dubbi di un contribuente sardo sulla relazione tra l'iscrizione ai club e la possibilità di usufruire dell'esenzione per i veicoli ultraventennali di particolare interesse storico e collezionistico. In sintesi, i proprietari di veicoli, classificati dalle associazioni (Asi e Fmi) come storici, possono usufruire dell'esenzione dal pagamento delle tasse automobilistiche, anche se non iscritti a questi.


Il Caso

Un contribuente residente in Sardegna aveva chiesto all’amministrazione finanziaria il corretto trattamento applicabile, ai fini del bollo, alla propria moto ultraventennale. Moto riconosciuta come modello di interesse storico e collezionistico dalla FMI (Federazione motociclistica italiana) e quindi, secondo il contribuente, facente parte della categoria di veicoli aventi diritti all’esenzione dal pagamento della tassa. Non è necessario che il proprietario sia iscritto alla FMI, per usufruire dell’esenzione, altrimenti – aggiunge il contribuente – si realizzerebbe «una disparità di trattamento per situazioni uguali (motocicli ultraventennali iscritti e non)». L’Agenzia delle Entrate, con la risoluzione adottata, precisa che per fruire del beneficio fiscale in questione «non viene espressamente richiesta l’iscrizione del veicolo nei predetti registri».

Infatti, aggiunge l’Agenzia, il requisito dell’iscrizione nei registri storici prescritto dal codice della strada rileva solo ai fini della disciplina sulla circolazione stradale. A conferma di ciò, vi è una sentenza della Corte Costituzionale (sent. n. 455/2005) che, in ordine alle disposizioni del codice della strada sui motoveicoli e autoveicoli d'epoca e di interesse storico e collezionistico, ha affermato che tale «disposizione individua i veicoli di interesse storico collezionistico al solo fine di regolarne la circolazione stradale (...) e non può estendersi al diverso ambito settoriale dell’esenzione dalla tassa automobilistica». In conclusione, possono beneficiare dell’esenzione dal bollo i veicoli ultraventennali riconosciuti di interesse storico dall’ASI o dal FMI, anche se i proprietari non siano iscritti alle associazioni. Tuttavia, come la stessa risoluzione chiarisce, l’Agenzia delle Entrate ha competenza nella gestione degli interpelli in materia di tasse automobilistiche dovute dai soggetti residenti nelle Regioni a statuto speciale o per veicoli in temporanea importazione.




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Veleni, torture, omicidi venti secoli di intrighi all'ombra del Cupolone

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Da Leone III che nel 799 rischiò di essere accecato fino all'attentato a Wojtyla: la storia vaticana sembra un romanzo di Dan Brown

Le voci di un complotto per uccidere Benedetto XVI hanno subito eccitato animi e fantasie. E lo si capisce: da sempre le stanze papali vengono immaginate come un luogo di intrighi e manovre, per niente sante.


Non è un caso, perché il sacro, quando si unisce al potere, nell’immaginario collettivo (e spesso anche nella realtà) tocca gli abissi del diabolico, più che le altezze del divino. Tanti sono gli esempi storici che lo confermano.

Dopo secoli di persecuzioni romane e altri secoli di scomoda convivenza con i barbari vincitori, nell’VIII il papato si assestò al potere: prima con la «Donazione di Costantino», un clamoroso falso che attribuiva alla Chiesa un vero e proprio regno nell’Italia centrale; poi garantendo a re e imperatori cristiani la propria benedizione, che all’epoca equivaleva a quella di Dio. L’accordo, reciprocamente vantaggioso, ebbe il suo sigillo la notte di Natale dell’anno 800, quando Leone III incoronò Carlo Magno imperatore del Sacro Romano Impero. Il grande imperatore aveva capito appieno l’utilità della Chiesa come mezzo di coesione statale: la visione ecclesiastica di un popolo ordinato gerarchicamente, che intendesse la vita come espiazione privata e collettiva, era quel che occorreva a un impero tormentato da problemi di disciplina sociale e controllo militare.

Eppure proprio l’anno prima, nel 799, Leone III era stato assalito, durante una cerimonia, dai parenti del suo predecessore, che per odio avevano tentato di accecarlo e di strappargli la lingua. Si trattava di gesti tutt’altro che gentili, specialmente verso un papa, ma tali erano i tempi, né del resto molto migliori furono i papi dell’epoca. Fino a quel momento era la comunità cristiana di Roma a eleggere il pontefice, ma poi la nobiltà locale pretese di prendere parte alla scelta, visto che il papa era anche un sovrano temporale. Per molti decenni un paio di famiglie contesero a re, imperatori, popolo e clero il diritto di nominare il papa, spesso riuscendoci. I coniugi Teofilatto e Teodora scelsero più di un pontefice, e la loro figlia Marozia dette a Sergio III un erede che nel 931 sarebbe diventato anche lui papa, come Giovanni XI. Non a caso il X secolo è stato definito quello della «pornocrazia» papale, anche se il culmine della corruzione venne raggiunto nel XV.

Negli anni intorno al 1000, i più erano corrotti, incestuosi, vili, sadici, assassini. Potevano essere uccisi a martellate dai rivali o, come Giovanni XII, venire buttati dalla finestra da un marito geloso. Spesso avevano l’abitudine, molto diffusa all’epoca, di far strappare gli occhi agli avversari. Non stupisce che abbia trovato credito anche la storia (falsa) della papessa Giovanna, che avrebbe partorito durante una cerimonia religiosa; né sorprende l’episodio (vero) di papa Formoso: era morto da nove mesi quando i suoi nemici ne estrassero il cadavere dalla tomba e, alla presenza del successore, lo processarono in un concilio solenne (897). La difesa di Formoso, com’era prevedibile, non fu granché. Il cadavere venne amputato delle tre dita che i papi usano per benedire, fu portato a spasso per Roma a dorso di un asino, con la testa rivolta verso la coda, e infine scaraventato nel Tevere. Erano queste le notizie che giungevano al mondo dall’Italia, notizie di passioni, violenza, anarchia, provocate soprattutto dalle contese intorno al potere del papa.

Per cinque secoli dunque la Chiesa alternò a papi degni, e magari eccellenti, papi tremendi. Spesso anche chi spiccò per capacità politica fu quanto di meno cristiano si possa immaginare.Non staremo a soffermarci con inutili moralismi su quei papi e su quelle vicende, ma è bene fare alcune considerazioni sugli effetti che il papato ebbe sulla storia d’Italia a partire dall’alto Medioevo. Padroni, fino al Risorgimento, dell’Italia centrale, stretta fra re nordici e re meridionali, e decisi a comandare tenendo gli italiani divisi, i papi furono i principali responsabili della troppo tardiva unità nazionale. Sempre alla ricerca del sostegno di questo o quell’imperatore (o affiancati da imperatori che a loro volta avevano bisogno della benedizione papale), fecero in modo che l’Italia fosse continuamente percorsa da eserciti stranieri. Con quali effetti sulle popolazioni si può immaginare.

La Chiesa fu, per un periodo troppo lungo, l’unico esempio di potere e centralizzazione che il popolo conobbe. Un potere amministrativo inefficiente e dalla massima invadenza nella vita privata, che si sommava al potere e alle pretese vessatorie del signore locale, del piccolo Stato e dei dominatori stranieri.Troppo: non è difficile rintracciare in questa situazione la causa principale della riottosità degli italiani di ogni tempo a qualsiasi potere centrale. Lasciamo perdere, più per mancanza di spazio che di voglia, le imprese dei papi rinascimentali, a partire da Rodrigo Borgia - Alessandro VI - e dei suoi figli. Basti dire che tutto ciò culminò con la ribellione del frate tedesco Lutero e poi con la controriforma cattolica. Lutero raccontò Roma come una «Babilonia imporporata» e il Vaticano come la «sinagoga di Satana», «verminaio e cancro» che con «insaziabile brama e rapacità» sfrutta «da più di mille anni» la buona e semplice popolazione tedesca. La Controriforma mise fine a tutto ciò, e i papi da allora vennero scelti con cura per il loro rigore morale.

Però quattro secoli e rotti non sono bastati per cambiare un’idea del Vaticano come luogo dal quale ci si può aspettare qualsiasi cosa. Ecco soltanto qualche esempio rapidissimo tratto dal secolo scorso: la persecuzione di Pio X contro il «modernismo» e l’alleanza con il fascismo di Pio XI, Pio XII e gli ebrei, lo Ior e Marcinkus, Calvi e Sindona, il rapimento di una povera ragazza e un omicidio per corna fra le guardie svizzere, la morte «misteriosa» di Giovanni Paolo I e il romanzesco attentato al suo successore, Karol Wojtyla; fu nel 1981, oltre trent’anni fa: troppi, perché la fantasia collettiva non si ecciti immaginandone un altro.

www.giordanobrunoguerri.it



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