lunedì 13 febbraio 2012

Cercano di sfuggire ai vigili, spari in strada: ucciso un 29enne cileno

Corriere della sera

Uno dei due fuggitivi ha puntato l'arma contro l'agente. La vittima, disarmata, è stata colpita al petto dal colpo di pistola di un vigile. Ascoltati l'agente che ha sparato e quello che era a bordo con lui




MILANO - Un pregiudicato cileno di 29 anni, Marcello Valentino Gomez Cortes, è morto a Milano dopo essere stato raggiunto da un colpo di pistola esploso da un agente della polizia locale. Secondo una prima ricostruzione, due agenti in borghese a bordo di una vettura della polizia locale sono intervenuti in via Crescenzago dove era stata segnalata una rissa. Ma quando sono giunti sul posto hanno visto una Seat Cordoba blu fuggire contromano. Non avendo rispettato l’alt intimato, i vigili urbani l'hanno inseguita. L'auto avrebbe compiuto pericolose gimkane, tentando anche di speronare la macchina degli agenti. Giunta all'altezza del civico 100 (palo luce 43) nei pressi del parco pubblico Lambro, i due fuggiaschi hanno abbandonato la vettura per dileguarsi nei giardinetti dove, uno dei due, si sarebbe girato e avrebbe puntato una pistola contro il vigile che lo inseguiva.


IL COLPO DI PISTOLA - A quel punto, l'agente ha esploso un colpo di pistola che però non ha colpito il ragazzo armato, ma il suo complice che stava scappando. Il ferito è stato lungamente rianimato sul posto dai soccorritori del 118 e poi trasportato a bordo di un'automedica in codice rosso all'ospedale San Raffaele, dove è deceduto. È caccia al complice che è fuggito brandendo una pistola. Non sono state trovate armi sul posto. Non ci sono tracce di altri colpi di pistola sparati dal bandito. Tutto è accaduto a pochi metri di distanza. In un primo momento, invece, la polizia, arrivata sul luogo della sparatoria, aveva interrogato quattro uomini nordafricani che si trovavano sul posto, ma completamente estranei ai fatti. L'agente della polizia municipale e il collega che era con lui a bordo di un'auto con i colori d'istituto, vengono ascoltati in Questura dagli agenti della Squadra mobile. Secondo il comandante della polizia locale, Tullio Mastrangelo, intervenuto sul posto, la vittima si sarebbe «inserita nella traiettoria del proiettile» esploso dall'agente il quale in realtà puntava l'uomo che lo minacciava con la pistola.

I PRIMI ACCERTAMENTI - Le prime analisi medico-legali condotte sul cadavere confermerebbero la versione del vigile che ha sostenuto di aver esploso un solo colpo con la sua pistola d'ordinanza. Sul corpo della vittima sarebbero infatti stati trovati due fori causati dal proiettile, uno di entrata e l'altro di uscita. Bisognerà ora stabilire quale sia quello d'entrata e quale di uscita. Uno dei fori sarebbe sul torace.

I COMMENTI - «I fatti sono ancora in corso di accertamento - premette l'ex vicesindaco, Riccardo De Corato, - ma quello che appare chiaro è che uno dei due sudamericani ha puntato un'arma contro i due vigili che li inseguivano, i quali da regolamento, quando la vita viene messa in pericolo, possono usare l'arma di ordinanza». Il deputato Pdl, ora vicepresidente del Consiglio comunale, attacca invece la politica del sindaco Giuliano Pisapia sulla sicurezza ricordando l'uccisione del vigile Nicolò Savarino, travolto mentre cercava di fermare un suv, e le 250 aggressioni subite dalla polizia locale l'anno scorso. «Queste aggressioni - secondo De Corato - sono possibili perché Pisapia e l'assessore alla Sicurezza Marco Granelli hanno disattivato quella rete di sicurezza composta da militari, polizia e carabinieri, dai volontari della sicurezza, tutti smantellati dall'attuale giunta».

Redazione Milano online
13 febbraio 2012 | 19:13

Eternit: 16 anni a Schmidheiny e De Cartier In aula grida, lacrime e applausi dei familiari

Corriere della sera

Condannati gli ex vertici della multinazionale per disastro doloso e rimozione di misure antinfortunistiche


TORINO - Il Tribunale di Torino ha condannato a 16 anni di carcere ciascuno il miliardario svizzero Stephan Schmidheiny, 65 anni, e il barone belga Louis De Cartier, 91 anni. La procura chiedeva 20 anni per ognuno dei due imputati che furono a capo della multinazionale Eternit. I due rispondevano di disastro doloso permanente e omissione dolosa di misure antinfortunistiche. «Si tratta di una sentenza storica», come ha sottolineato in una note il ministro della Salute Renato Balduzzi, che ha aggiunto «Ma la battaglia contro l'amianto non si chiude con una sentenza, sia pure una esemplare».

I RISARCIMENTI - Il giudice Casalbore, che ha pronunciato la sentenza, ha disposto diversi risarcimenti provvisionali. In particolare, un risarcimento di 70mila euro per l'associazione Medicina democratica e per il Wwf, di 100mila euro per l'Associazione nazionale esposti amianto, di 4 milioni per il comune di Cavagnolo e di 15 milioni per l'Inail. Risarcimenti mediamente di 100mila euro ciascuna per le sigle sindacali, parti civili nel processo. Inoltre 25 milioni per il comune di Casale Monferrato, 30mila euro per ogni congiunto di ciascuna vittima e 35mila euro per ogni ammalato. In aula, piena fino all'inverosimile, alla lettura della sentenza grida, lacrime e applausi da parte dei familiari delle vittime.


LA DISTINZIONE - Il dispositivo fa però una distinzione tra gli stabilimenti italiani, dichiarandoli colpevoli per quanto riguarda Casale Monferrato e Cavagnolo (Torino), mentre il reato sarebbe estinto per prescrizione per gli stabilimenti di Rubiera, in Emilia Romagna, e Bagnoli, in Campania. Stephan Schmidheiny e Louis De Cartier erano entrambi ex manager ai vertici della multinazionale dell'amianto. Il Presidente del Tribunale Giuseppe Casalbore è passato poi ad elencare gli indennizzi a favore delle parti civili, che sono alcune migliaia.

L'ATTESA - Lunedì mattina l'aula era pienissima di giornalisti, di fotografi, videoperatori. Al palazzo di giustizia di Torino sono arrivati 26 pullman, non solo da Casale Monferrato, dove si è registrato il maggior numero di vittime, colpite dal mesotelioma pleurico o dall'asbestosi, ma dal resto del paese e dalla Francia, dove si sono verificate tragedie analoghe. Tre maxi aule sono state aperte per ospitare le oltre mille persone arrivate per ascoltare il verdetto del più grande processo mai celebrato in Italia, e non solo - 160 le delegazioni da tutto il mondo - per l'amianto. Le parti civili erano 6392, quasi tremila i morti e i malati per la fibra killer, almeno 2300 le vittime negli stabilimenti italiani, a partire dal 1952, di Casale Monferrato (Alessandria), Cavagnolo (Torino), Rubiera (Reggio Emilia) e Bagnoli (Napoli). Millecinquecento sono i morti a Casale, lo stabilimento più grande in Italia, chiuso nell'86.


L'ACCUSA - Il pool dell'accusa, composto da Raffaele Guariniello, Gianfranco Colace e Sara Panelli, in 62 udienze, dal 2009, ha dimostrato, secondo i giudici di primo grado, come i capi della Eternit, il magnate svizzero Stephan Schmidheiny e il barone belga Louis De Cartier De Marchienne, avessero continuato - pur sapendo che l'amianto uccide - a mantenere operative le fabbriche per fare profitto. E che avrebbero omesso di far usare tutte quelle precauzioni - come l'uso delle mascherine o dei guanti - per evitare che migliaia di persone si ammalassero di tumore al polmone o di absestosi. Durante l'arringa finale Guariniello ha chiesto 20 anni per ognuno dei due imputati, che non si sono mai presentati al processo. La loro difesa, rappresentata dagli avvocati Astolfo Di Amato e Guido Carlo Alleva per Stephan Schmidheiny, e da Cesare Zaccone per Louis De Cartier, sosteneva che entrambi sono innocenti, che all'epoca dei fatti non si sapeva quanto fosse nocivo l'eternit e che, infine, troppi anni sono passati da allora affinchè oggi si possa preparare una difesa equa: mancherebbero i documenti e le testimonianze. Secondo l'accusa il gruppo svizzero della famiglia Schmidheiny fu ai vertici della Eternit dal 1972 al giugno dell'86, dal '52 al '72 invece l'azienda faceva capo - secondo i pm - alla famiglia Emsens e al barone Louis de Cartier, formalmente presente nel consiglio di amministrazione dal '66 al '72.

GUARINIELLO - «Comunque vada è un processo storico» aveva detto il pm Raffaele Guariniello, appena arrivato nella maxi aula uno. «È il più grande processo - ha aggiunto - nel mondo e nella storia in materia di sicurezza sul lavoro. C'è stato un grande interesse da parte di tutti i paesi in cui si è lavorato l'amianto. Questa è la dimostrazione che si può fare un processo. Bisogna lavorare per fare giustizia, noi abbiamo avuto aiuto da tutte le istituzioni».

Redazione Online
13 febbraio 2012 | 14:49

Quelle (false) notizie sulla morte dei vip

Corriere della sera

Un «generatore» online per creare notizie e allarme. Incidente sulla neve o in macchina, tutto automatico


MILANO - Sabato pomeriggio si è sparsa la notizia della morte dell'attore americano Keanu Reeves. Fatale, al canadese 42 enne, sarebbe stato un incidente di snowboard. Lo riportava il sito «Global Associated News». Reeves ha avuto, quindi, lo stesso tragico destino toccato agli attori Eddie Murphy, Jaden Smith e Adam Sandler, secondo la stessa fonte.

OTTIMA SALUTE - Un momento. I quattro artisti sono vivi e vegeti, e a quanto risulta, sono in ottima salute. Così come i dj David Guetta e Tiesto, oltre al calciatore David Beckham, non sono morti in incidenti d'auto lungo la «Route 80 tra Morristown e Roswell», come Will Smith che non è precipitato dal Kauri Cliff in Nuova Zelanda mentre provava una scena. Ed è stato sempre «Global Associated News» a riportare la non-notizia. Anzi, queste vere e proprie bufale.

IL TRUCCO - C'è, però, un segreto che va svelato. Questo famigerato sito, infatti, non fa informazione. Non produce notizie né raccoglie i gossip. È un sito nato per burlarsi - con scherzi non proprio di buon gusto - dei propri amici su Facebook e Twitter. L'utente che legge la notizia si trova di fronte a un sito- in inglese - che assomiglia molto a quelli istituzionali dell'informazione. Una volta scoperto che il proprio beniamino è venuto a mancare, normalmente gli utenti chiudono la pagina. Invece, cercando con Google la notizia o presunta tale, e andando alla homepage della presunta agenzia, si accede a un «hoax generator», un generatore di burle.

GLI SCHERZI - È sufficiente inserire il nome e il cognome della propria «vittima», sceglierne il sesso, e si ottiene una gamma di link pronti per essere condivisi: l'attore Tal dei Tali in ospedale dopo una rissa per una precedenza non data, uno dei meno tragici, o, appunto, quelli della sua morte. Si apre quello desiderato, lo si condivide, e se si è sufficientemente fortunati si arriva a creare il panico almeno tra i propri contatti. Anche gli scherzi, ormai, sono 2.0.


Maria Strada
13 febbraio 2012 | 15:40






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Nave Costa, via al prelievo del carburante Napolitano: «Si faccia luce sulla tragedia»

Corriere della sera

Bagnasco: «Grati ad abitanti del Giglio e a chi fece il suo dovere»


MILANO - È iniziato intorno alle 17 di domenica il pompaggio di carburante dai primi sei serbatoi della nave Costa Concordia naufragata davanti all'Isola del Giglio. Il via alle operazioni di prelievo di carburante è stato possibile con un giorno di anticipo rispetto ai programmi della protezione civile grazie alle condizioni di mare calmo. Proprio questa circostanza meteo ha permesso di approntare gli ultimi dispositivi per svolgere l'operazione in sicurezza.

24 ORE SU 24 - L'operazione di pompaggio proseguirà no stop finché lo consentiranno le condizioni meteo e marine, fa inoltre sapere dall'Isola del Giglio la protezione civile che coordina l'intervento. Il prefetto Franco Gabrielli più volte nei giorni scorsi ha sottolineato che lo svuotamento dei serbatoi è azione propedeutica rispetto alla rimozione del relitto.


IL TRAGICO BILANCIO - A un mese dal naufragio, lo scorso 13 gennaio, quella di domenica è anche la giornata del ricordo. Diciassette persone (tante ne ha identificate la prefettura di Grosseto) hanno perso la vita a bordo di quella nave. Quindici invece sono ancora i dispersi.

LA CERIMONIA - A Roma nella mattinata di domenica sono arrivati i familiari di chi quella notte non è riuscito ad abbandonare la nave. Stretti nella loro commozione hanno partecipato con riservatezza alla cerimonia, officiata da mons. Mariano Crociata, segretario generale della Conferenza dei vescovi (a causa del maltempo il presidente della Cei,Angelo Bagnasco è arrivato a liturgia già iniziata). Alla cerimonia ha partecipato anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Sia lui che Bagnasco hanno salutato uno a uno i parenti delle vittime.

NAPOLITANO: «FAR LUCE SULLA TRAGEDIA» «È stata una tragedia - ha commentato il capo dello Stato uscendo dalla chiesa - ed esprimo rammarico per quello che c'è stato di responsabilità italiana e di italiani». Si deve fare luce sulla «tragedia» e «i magistrati meritano rispetto per l'impegno che stanno svolgendo». Napolitano ha «rinnovato solidarietà affettuosa» ai parenti e ai familiari delle vittime e ha espresso «senso di ammirazione» per «gli abitanti del Giglio, le autorità locali, i cittadini e la straordinaria rappresentanza delle forze dell'ordine per quello che hanno fatto e per quello che continueranno a fare per evitare il peggio». Anche la Cei, attraverso le parole di Bagnasco, ha manifestato «gratitudine» verso «chi ha fatto il proprio dovere», tra cui «in prima fila gli abitanti del Giglio». E, ricordando «l'affascinante paradosso umano» che «si intreccia di nobiltà e di miseria, di forza e di debolezza, di temporalità e di tensione all'eterno, di vita e di morte», ha auspicato «che la luce del Signore aiuti a fare verità e giustizia, a sanare le ferite, a rafforzare la fiducia e - insieme - il coraggio per il futuro. È possibile e doveroso».

I PRESENTI - Alla liturgia erano presenti, tra gli altri, anche i ministri dell'Interno, Anna Maria Cancellieri, degli Affari Esteri, Giulio Maria Terzi, e dello Sviluppo economico, Corrado Passera; il Capo della Protezione civile, Franco Gabrielli, i sindaci di Roma, Gianni Alemanno, e del Giglio, Sergio Ortelli e l'ad di Costa Crociere, Pier Luigi Foschi, che, al termine della cerimonia, non ha voluto rilasciare dichiarazioni. Impossibilitato invece a venire a causa del maltempo, e per questo «rammaricato», il ministro dell'Ambiente Corrado Clini.

Redazione Online
12 febbraio 2012 (modifica il 13 febbraio 2012)

Germania, la maledizione di Wewelsfleth

Corriere della sera


Il paese ha un tasso di incidenza dei tumori del 50% superiore rispetto alla media degli altri comuni. Misterioso il motivo



Una veduta di Wewelsfleth
MILANO - Il villaggio dei dannati, così è stata ribattezzata la cittadina tedesca di Wewelsfleth nella regione del Schleswig-Holstein a causa della spaventosa incidenza del cancro tra i suoi abitanti. Tra i circa 1500 residenti di Wewelsfleth il tasso di tumori è del cinquanta per cento superiore alla media dei comuni circostanti e praticamente non vi abita una sola famiglia che non sia stata colpita da un lutto causato dal cancro. Dal 1998 al 2008 nel piccolo paese nei pressi della foce dell'Elba sono stati registrati 142 nuovi casi di malattia mentre nell'intero Schleswig-Holstein la media è stata di 95.

CENTRALI NUCLEARI - Sono tre e tutte nelle immediate vicinanze di Wewelsfleth: la prima è a Brokdorf, a quattro chilometri di distanza in direzione ovest, la stessa dalla quale il vento soffia più spesso. A seguire c'è l'impianto nucleare di Brunsbuttel, posizionato lungo la riva dell'Elba, a pochi chilometri da Wewelsfleth. Infine l'ultima centrale si trova a Stade, sulla sponda opposta del fiume. Rilevare un tasso di tumori elevato in una cittadina circondata da centrali atomiche può facilmente portare a pensare che la causa non sia né una maledizione né altro e che le spiegazioni siano tristemente evidenti.

MA NON E COSI' - O almeno questa è la conclusione alla quale sono giunti i ricercatori della vicina Università di Lubecca, che hanno tentato di risolvere l'enigma che riguarda la cittadina tedesca. Gli esperti hanno esaminato tutte le variabili che potrebbero essere connesse all'anomala incidenza del cancro tra gli abitanti di Wewelsfleth. Innanzitutto l'età e la distribuzione per genere dei residenti, a seguire l'attenzione è stata posta proprio sulle sospettate centrali nucleari, ma anche su un cantiere navale dove per lungo tempo sono state usate vernici tossiche (ancora a Brokdorf, dove però il numero di casi di tumore registrato è nella norma) e sulla presenza di amianto e pesticidi sul territorio. Inoltre gli studiosi hanno investigato le abitudini dei cittadini del paese sull'Elba, con particolare attenzione per i forti fumatori. Nel corso dello studio sono stati citati maggiormente casi di tumori all'esofago, allo stomaco e ai polmoni. Ma dalle informazioni raccolte non è emersa la soluzione del caso, assolvendo di fatto tutti i principali imputati e lasciando la popolazione sempre più attonita e preoccupata.

PERCHE IO / PERCHE? NOI? - La domanda che affligge ogni malato di tumore è diventata a Wewelsfleth: "Perchè noi'?" e la paura e l'angoscia contaminano la vita dei suoi abitanti, a partire dal primo cittadino. Ingo Karstens, sindaco da quattordici anni della cittadina tedesca, ha visto morire di cancro sua moglie dieci anni fa e nel dicembre del 2009 è stato diagnosticato un tumore alla sua nuova compagna. «La malattia non viene più avvertita come causata dal destino - ha dichiarato Karstens - ma piuttosto da una maledizione».

VIVERE NELL'INCERTEZZA - A seguito dell'incidente nucleare di Fukushima del marzo 2011, il governo tedesco ha deciso di rivedere profondamente le proprie posizioni sul nucleare, progettando la chiusura definitiva di tutti gli impianti entro il 2022. Due delle centrali nelle vicinanze di Wewelsfleth, Brusbuttel e Stade, sono già state chiuse, mentre quella di Brokdorf è ancora in funzione e sono molti a chiedersi perché. Ancora il sindaco Karstens si pone altre due domande: «Quanta incertezza può venire imputata a un uomo politico e quanta sono disposti a tollerarne i cittadini?». Insomma, cosa si può fare per arrivare a una soluzione dell'intera faccenda? I cittadini sarebbero anche pronti a spostarsi o a modificare le proprie abitudini, ma prima bisognerebbe dire loro in che cosa devono cambiare. Certo smettere di bere e fumare e stare lontani dalle centrali e dai cantieri navali potrebbero essere precauzioni da adottare, ma basterebbero, visto che lo studio dell'Università di Lubecca non ha additato nessuno di questi come il fattore determinante?

NEGATO UN NUOVO STUDIO - Nei giorni scorsi una delegazione del comune di Wewelsfleth è stata ricevuta al Ministero della salute dello Schleswig-Holstein, ma aldilà della calorosa accoglienza e della partecipazione alla preoccupazione degli abitanti, nulla verrà fatto per cercare di portare alla luce le origini del problema che attanaglia il paese del nord della Germania. Di fronte alla richiesta di un nuovo studio, infatti, la risposta è stata che 142 casi in dieci anni non rappresentano un dato che si possa definire significativo statisticamente e che quindi i residenti di Wewelsfleth devono abituarsi all'idea che l'elevata incidenza del tumore sia frutto soltanto di una coincidenza e non possa venire spiegata scientificamente. Ma nemmeno interpretata come una maledizione.


Emanuela Di Pasqua
13 febbraio 2012 | 13:20





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Parla un onorevole su 4 Ecco redditi, case, auto...

Libero

Pochi parlamentari svelano il proprio patrimonio online. Casini. Bersani. Bonini, Di Pietro: ecco la fotografia dei loro portafogli





Solo un onorevole su quattro ha dichiarato online i suoi patrimoni, i redditi, accettando che siano pubblicati sul sito di Camera e Senato. Una proposta della radicale Rita Bernardini che però ha trovato la resistenza dei Questori che si erano appellati ad argomentazioni giuridiche. Gianfranco Fini ne ha autorizzato la pubblicazione  dopo la sottoscrizione di una liberatoria. Ecco chi ha accettato di far conoscere il proprio patrimonio.



Pierferdinando Casini: appena eletto dichiara 150mila euro e di essere proprietario di sei fabbricati (in quote che vanno da un sesto al 50%) a Bologna. Nel 2008 ha 489 azioni San Paolo, 115 Unicredito Italiano e 400 della Banca Alto Reno Lizzano in Belvedere. Da allora compra 13 mila azioni del Monte dei Paschi di Siena. E altri titoli stranieri: u tedeschi Solarword, Basf e Siemens ai francesi Peugeot e Citroen, gli spagnoli della Telefonica Sa ai lussemburghesi D'Amico Shipping Luxemburg.

Renato Brunetta:
A inizio legislatura dichiara una casa con terreno a Ravello (Salerno), una a Monte Castello di Vibio (Perugia), una a Roma e un'altra a Venezia. Possiede su una Fiat 500 del '68, su una Lada Niva o una Jeep Wrangler. Dichiara 228 mila euro. Nel 2009, mentre è ministro della Funzione pubblica, compra una casa di 40 metri quadri, con giardino di 400 (da ristrutturare), a Riomaggiore, alle Cinque Terre (La Spezia). Costo: 40 mila euro. Il reddito negli anni successivi arriva fino 279 mila.

Walter Veltroni
Eletto nel 2008 presenta un reddito 2007 di  477 mila euro. Paga 198mila euro di tasse.  Una volta eletto, l'imponibile si dimezza passando nel 2009 (relativo all'anno prima) a 238mila mila e a 214mila l'anno successivo. Ma nel 2011 (rispetto al 2010), il reddito si riduce a 136 mila.

Roberto Maroni
Nel 2008, l'ex ministro dell'Interno ha una barca di sedici metri (una quota del 33%) immatricolata nel 1980, due Fiat Panda e un'Audi A4. Dichiara fabbricato più terreno a Lozza, vicino a Varese, e un imponibile di 220 mila euro (di cui 90 da lavoro autonomo). Poi acquista un immobile a Varese con la moglie. E vende un'auto. Mentre è ministro non esercita la professione di avvocato, e il reddito scende a 170 mila euro.

Pier Luigi Bersani
dichiara nel 2008 50 mila euro di spese elettorali, dichiara due auto  (Renault Megane e Twingo). Il suo reddito oscilla da 163mila euro nel 2007, a 150, 137 e 136 mila negli anni successivi.

Antonio Di Pietro, nel 2008, denuncia sei fabbricati, di cui  a Bruxelles (ma solo al 50%), uno a Curno (Bg), e poi a Montenero di Bisaccia (Cb). L'appartamento a Milano è di una Srl, Antocri, di cui è proprietario. Possiede  Hyundai Santa Fè, dichiara 219mila euro, ed ha 26mila azioni Enel. Poi cessa l'usufrutto dei fabbricati a Bergamo e Milano, vende Curno, compra e vende terreni e fabbricati in Molise. Vende Santa Fè. Il suo reddito è attorno ai 190mila euro.

Emma Bonino, nel 2010 ha incassato un reddito complessivo di 217 mila euro. Ma  ne ha versati al partito Radicale, 158 mila. Possiede un negozio a Roma, in piazza della Malva, un fabbricato a Roma, un box a Bra (Cn), e una casa ad Alassio, in Liguria.

Benedetto Della Vedova del Fli, nel 2008 dichiara di aver un rustico a Tirano, vicino a Sondrio, una casa a Milano di sessanta metri quadri e una Fiat Croma. Dichiara 126 mila euro. Gli anni successivi acquista una Sedici, il rustico da 75 cresce a 200 metri quadri, acquista azioni del Credito Valtellinese, del Fondo Carmignac. Nel 2011, lstipula una polizza vita rivolgendosi con Capital Progress di Allianz.


13/02/2012




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Ecco l'alfabeto di Mani pulite tra pigiamini e Tonino Zanza

di - A come Armani All’inizio di Mani Pulite, nel 1992, i cronisti giudiziari scrivono un po’ quel che gli pare, anche perché i loro capi non capiscono bene cosa sta accadendo. La prima volta che i cronisti vengono invitati alla cautela è quando il pool indaga per corruzione Giorgio Armani e gli altri stilisti del made in Italy.


«Ragazzi andateci piano che questi ci danno un sacco di pubblicità».


B come Borrelli Di tutto il pool Mani Pulite, il procuratore Borrelli è l'unico al quale i cronisti danno del Lei. Non fa mai niente per caso (tranne, a volte, indossare un incredibile principe di galles a quadri rossi e verdi). L’unica volta che esce davvero dai gangheri è quando il ministro della giustizia Alfredo Biondi dichiara a Repubblica che da ragazzo il padre lo ammoniva, «Studia studia figlio mio, che altrimenti ti tocca fare il magistrato». Borrelli si infuria e esce in corridoio gridando «Trovatemi Buccini!». Arriva Goffredo Buccini, cronista del Corriere, la penna preferita dal procuratore. E Borrelli gli fa una lunga intervista in cui dà a Biondi dell’ubriacone.

C come Cinghialone È Paolo Brosio (che fingeva di essere uno sfigato ma in realtà era un cronista con i fiocchi) la mattina del 15 dicembre 1992 a dare per primo la notizia: «Hanno sparato al Cinghialone». Nel gergo, vuol dire che è partito il primo avviso di garanzia per Craxi. Sette anni dopo il procuratore Gerardo D’Ambrosio cercherà invano di convincere il resto del pool a consentire a Craxi, gravato da condanne a trent’anni di carcere, di tornare in Italia a curarsi senza passare per San Vittore. Craxi morirà due mesi dopo, latitante ad Hammamet.

D come Disgraziatamente «Disgraziatamente sono il tesoriere del Pds perché avrei preferito restare un modesto dirigente di partito»: così, seduto su una panca di pietra davanti alla sala stampa del Tribunale, si confida con i giornalisti Marcello Stefanini. L’avviso di garanzia al dirigente della Quercia spacca il pool. Di lì a poco Stefanini muore.

E come Ecolibri La pista che porta il pool Mani Pulite a indagare sui finanziamenti dalla Germania Est al Pci-Pds passa per una semisconosciuta casa editrice di nome Ecolibri, presieduta dalla sorella di Achille Occhetto, il segretario della svolta. L’inchiesta finisce con una rogatoria in Germania, condotta dal pm Ielo con folto codazzo di cronisti al seguito. La rogatoria non approda praticamente a nulla, a Berlino in compenso Paolo Brosio «cucca».

F come Frigorifero È il nome in codice di Vincenzo Pancrazi, comandante del nucleo operativo dei carabinieri, così detto per il suo carattere non tanto espansivo. La mattina presto Pancrazi convoca i giornalisti e dirama il bollettino degli arrestati della notte precedente. Molti di loro saranno già a casa la sera stessa, dopo avere confessato le proprie colpe e tirato in ballo amici e nemici, destinati a finire nel bollettino degli arrestati del giorno dopo.

G come Greco Domenica 19 giugno 1999, in una Procura deserta, Silvio Berlusconi incontra i pm Paolo Ielo e Francesco Greco. L’incontro dovrebbe servire a svelenire i rapporti tra il Cavaliere e il pool Mani Pulite, e lì per lì sembra che tutto vada bene. «È stata una svolta - spiega il procuratore, Gerardo D’Ambrosio - perché dopo anni di contrapposizioni Berlusconi ha riconosciuto il nostro ruolo. Noi abbiamo dato la garanzia che la Fininvest sarà trattata come qualunque altro indagato». È noto come è andata a finire.

I come Intercettazioni Durante tutta Mani Pulite non è mai stata fatta neanche una intercettazione telefonica.

L come Lacrime Un pomeriggio qualunque del 1993, due cronisti chiacchierano con Di Pietro nella sua stanza. Senza motivo apparente, Di Pietro si mette a piangere. I cronisti se ne vanno increduli, «sarà stanco, avrà problemi a casa». In realtà, è già partita la controinchiesta di Brescia che porterà Di Pietro alle dimissioni dalla magistratura.

M come Moroni Sergio Moroni, deputato socialista, finisce nelle cronache di Mani Pulite un giorno dell’estate del 1992, quando viene raggiunto da un avviso di garanzia. Moroni chiama un cronista per precisare la sua posizione: lo fa con garbo, quasi con timidezza. Il cronista a stento lo sta ad ascoltare: è uno dei tanti. Il 2 settembre, nella sua casa, Moroni si spara col fucile da caccia. Lascia una lettera al presidente della Camera, Giorgio Napolitano: «Ho commesso un errore accettando il sistema», scrive. «Ma non credo che questo nostro Paese costruirà il futuro che si merita coltivando un clima da pogrom nei confronti della classe politica».

N come Notte La differenza tra Mani Pulite e le altre inchieste è che buona parte del lavoro si fa di notte. Di giorno gli arrestati confessano, di notte Di Pietro manda le nuove richieste di arresto al giudice che gliele firma. Quando i cronisti arrivano in Procura, di solito trovano Di Pietro in ciabatte e con la barba da fare.

O come Oscar Il 16 giugno 1994 il cassiere democristiano Severino Citaristi, recordman degli avvisi di garanzia, riceve l’ennesimo ordine di cattura. Ai domiciliari gli arriva la telefonata di consolazione del presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro. Gli chiedono i cronisti: non è strano che il capo dello Stato esprima solidarietà a un arrestato? «Io credo, anzi sono sicuro, che Scalfaro mi abbia chiamato come amico, visto che siamo amici da vent’anni»

P come Pigiamino Nel gergo dei cronisti di Mani Pulite, è l’intervista collettiva ai futuri arrestati. Quando si capisce che ai polsi di qualcuno stanno per scattare le manette, si va a trovarlo in ufficio e gli si fanno un po’ di domande. Il malcapitato non capisce il motivo di tanto interesse fino alla mattina dopo, quando arrivano i carabinieri a portarlo via.

Q come Questura L’inchiesta più importante della storia della Prima Repubblica viene condotta dai carabinieri.
La polizia, come si può immaginare, rosica. Dalla questura vengono rivolte accorate richieste alla Procura perché anche la Squadra Mobile sia coinvolta in qualche modo nell’indagine. Ma non c’è niente da fare, alla polizia vengono lasciate solo le briciole.

R come Roccia Uno Negli anni di Mani Pulite ascoltare in redazione le radio dei carabinieri è ancora un peccato veniale. Quando le radio dicono: «Un plico per Roccia Uno» vuol dire che i carabinieri hanno arrestato qualcuno e lo stanno portando a San Vittore. Per i cronisti diventa un’abitudine bivaccare nell’androne del carcere milanese, chiacchierando con le guardie.

S come Sisde Cosa hanno fatto i servizi segreti durante Mani Pulite? Hanno dato una mano? Hanno remato contro? Non si è mai saputo. Nell’archivio di Craxi verranno però trovati appunti dei «servizi» su Di Pietro, con le stesse accuse che porteranno all’incriminazione del pm.

T come Tortura «Siamo a un passo dalla tortura», dicono il 5 agosto 1992 i difensori di Salvatore Ligresti. Gherardo Colombo ai cronisti: «Vedete un po’ voi, siete sempre davanti alla porta, sentireste qualcosa...». Tra le presunte vittime degli interrogatori, il manager Bruno Binasco, che lavora per un socio di Ligresti: che non rimane molto traumatizzato, visto che vent’anni dopo riemergerà nell’inchiesta sulle tangenti a Filippo Penati dei Ds.

U come Uccidiamo Nel 1993 il pool comincia a indagare sulla Guardia di finanza. È il troncone che porterà al primo avviso di garanzia a Berlusconi. Sui giornali cominciano a circolare i primi articoli sul giro delle mazzette all’interno delle fiamme gialle milanesi. Un colonnello, che diventerà poi generale, incontra due cronisti davanti all’ascensore di servizio della Procura. «Voi siete nostri nemici - gli dice - e noi siamo soldati. Quindi i nostri nemici li rispettiamo e li uccidiamo». Stupore.

V come Verbali Chi passa i verbali ai giornalisti? Praticamente tutti, perché Borrelli ha spiegato pubblicamente che quando vengono allegati a un’ordine di cattura non sono più segreti. Così si è creato un allegro clima da figurine Panini, in cui le carte dell’inchiesta vengono scambiate alla luce del sole. Un occhio di riguardo viene dato solo ai settimanali, Espresso e Panorama, che altrimenti il venerdì non saprebbero cosa scrivere.

W come Walter La vulgata popolare vuole che l’unico imputato di Mani Pulite finito a espiare la pena sia stato Sergio Cusani. Non è vero: anche Walter Armanini, ex assessore socialista del Comune di Milano, quando la pena divenne definitiva dovette presentarsi in carcere. Essendo un bon vivant, scelse quello di Orvieto, una antica rocca ristrutturata. In carcere riceveva i cronisti (con i quali si metteva a piangere, «sono l’unico fesso che ha pagato») ma anche le lettere d’amore della sua fidanzata, la bella attrice Demetra Hampton. In carcere si ammala di tumore, viene scarcerato e muore.

Z come Zanza«Zanza» o anche «Zanzone» è il nome in codice che i cronisti di Mani Pulite affibbiano a Di Pietro: nel gergo della malavita milanese «Zanza» sta per truffatore. E Di Pietro se lo conquista per la sua abitudine, quando i cronisti lo assillano, di toglierseli di torno rifilando loro «soffiate» che quasi sempre si rivelano dei depistaggi. Ma i cronisti, tranne qualcuno, lo adorano ugualmente.


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La Ducati è in vendita

Quotidiano.net

Il più grande costruttore di moto italiano cerca un partner



Investindustrial, il gruppo tricolore di private equity che fa capo alla famiglia Bonomi, ha intenzione di vendere il marchio in una transazione che potrebbe valere fino a 1 miliardo di euro. Interessate l'indiana Mahindra e colossi tedeschi Volkswagen e Bmw




Roma, 13 febbraio 2012 - La Ducati, il costruttore italiano di moto ad alte prestazioni noto in tutto il mondo, si appresta a passare di mano. Investindustrial, il gruppo tricolore di private equity che fa capo alla famiglia Bonomi, ha intenzione di vendere il marchio in una transazione che potrebbe valere fino a 1 miliardo di euro, il triplo dell’investimento iniziale.

“Ducati è attualmente un’azienda perfetta, ma per un’ulteriore crescita ha bisogno di un partner industriale di classe mondiale. Quest’anno lavoreremo per trovare quel partner”, ha dichiarato al Financial Times il presidente di Investindustrial Andrea Bonomi, lui stesso un pilota di Ducati e appassionato di competizioni nautiche offshore.

Lo scorso anno Investindustrial, uno dei maggiori investitori in private equity del Sud euroma - scrive il Ft - ha dato mandato a Deutsche Bank e a Goldman Sachs di sondare una quotazione in borsa di Ducati a Hong Kong. Ma una vendira a un concorrente o a un grande gruppo automobilistico viene visto attualmente come lo schema più probabile per internazionalizzare ulteriormente il marchio.

Bonomi ha spiegato che una manciata di gruppi industriali in Asia, Europa e Usa sono interessati a Ducati e, secondo fpnti vicine al dossier, tra i possibili acquirenti figurano il gruppo motociclistico indiano Mahindra e colossi tedeschi come Volkswagen e Bmw, che peraltro già costruisce moto.


Ducati, che inizio 86 anni fa la sua attività come produttore di apparecchi radiofonici, vende circa 40 mila moto all’anno con una quota del 9% nel mercato globale delle moto sportive. Il design filante e la sua immagine ha appassionato anche molti vip, a partire dal principe William d’Inghilterra. Ducati ha in carico debiti pari a circa 1,7% degli utili prima degli interessi, svalutazione e ammortamenti: un livello basso nel confronto con la maggior parte delle aziende in portafoglio private equity.




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Le dritte di papà Osama "Macché Jihad islamica? Studiate in America"

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Mentre mandava gli uomini di Al Qaida a morire, Bin Laden consigliava ai figli una vita all’occidentale


I figli che pensieri. Se lo ripeteva anche Osama Bin Laden. Tutti i suoi crucci in quella tana di Abbottabad erano per Hussein, Zainab e Ibrahim, i tre pargoli regalatigli da Amal al Sadah, la ventinovenne mogliettina yemenita che divideva con lui, e altre due consorti, l’ultimo rifugio.





Per quei frugoletti di 3, 5 e 8 anni, il grande capo stravedeva. Per loro era pronto a dimenticare l’impresa delle Torri Gemelle, a metter da parte l’odio per l'America, a rinunciare alle legioni di giovani kamikaze decisi a sacrificarsi nel suo nome. Per loro era pronto a rinnegare pensieri, opere e azioni. E non si vergognava a dirlo. Agli ultimi tre cuccioli della nidiata il super terrorista ripeteva sempre lo stesso consiglio: «Dovete studiare, vivere in pace, non fare quello che faccio o che ho fatto io».

A render pubblico il volto meno conosciuto di papà Bin Laden, assieme alla foto inedita dei suoi ultimi tre figli, è Zakaria al-Sadah, cognato del capo di Al Qaida. Intervistato dal Sunday Times dopo una visita alla sorella e ai nipoti, rimasti dallo scorso maggio nelle mani dei servizi segreti pachistani, Zakaria mette in piazza le confidenze di Amal. Quei racconti ci regalano il ritratto di un terrorista assai poco soddisfatto della propria vita e delle proprie scelte. Il grande fuggitivo trascorre le proprie giornate raccomandando ad Amal, 26 anni più giovane di lui, di garantire un futuro diverso ai propri figli. Un futuro lontano da kalashnikov, Corano e sacro suolo arabo.


Un futuro costruito mandandoli a studiare nelle università di Stati Uniti ed Europa, sottraendoli alla lotta armata, e preparandoli a una vita incentrata su carriera e conti in banca. Il Bin Laden di Abbottabad è, insomma, un borghese piccolo, piccolo, un capo un po’ brasato lontanissimo dall’epica e dal mistero che circonda la sua latitanza. L’unico dovere a cui non abdica mai, neppure quando mezzo mondo gli dà la caccia, è quello coniugale. L’età dei figli è lì a dimostrarlo. Ibrahim, che oggi ha otto anni, è stato concepito nel 2004. Zainab e Hussein sono sicuramente stati «progettati» nel 2007 e nel 2009. Anche quando Cia e forze speciali gli sono con il fiato addosso l’aitante fuggitivo trova, insomma, tempo, luoghi e alcove in cui ingravidare la disponibile e giovane mogliettina.

I racconti di Zakaria ci regalano anche particolari inediti sulla convivenza nella casa di Abbottabad. Nel rifugio-harem stanze e piani sono suddivisi sulla base dell’intreccio di parentele generato dai matrimoni del gran «califfo» di Al Qaida. Il secondo piano, quello dove Bin Laden viene ucciso e Amal ferita a una gamba mentre gli fa scudo con il corpo, è il piano di famiglia. Amal, la preferita e la più giovane delle consorti, passa le giornate assieme ai tre figli e al marito. Il piano inferiore è riservato a Khairiah e Siham Sabar, rispettivamente terza e quarta moglie del capo.

Alle due mogli, ormai fuori uso, sono affidati Abdullah, Hamza e Fatima, i tre bimbi di 12, 7 e 5 anni messi al mondo da una figlia di Bin Laden prematuramente scomparsa. Dopo l’uccisione del capo famiglia - messa a segno nella notte tra il 30 aprile e il primo maggio dal Team Six delle Seals - mogli, figli e nipoti vengono prelevati dai servizi segreti pachistani e trasferiti in un centro di detenzione. Da allora nessuno di loro è ancora riemerso dalla casa prigione.

I servizi pachistani temono ovviamente che l’ingombrante nidiata di familiari riveli particolari imbarazzanti sugli appoggi ricevuti da Bin Laden prima e dopo la sistemazione nel rifugio di Abbottabad. Amal fuggita dall’Afghanistan assieme al marito alla fine del 2001 riuscì prima a rientrare dalla sua famiglia nello Yemen e poi a ricongiungersi con il marito in tempo per il concepimento, avvenuto intorno al 2004, di Ibrahim. Come sia riuscita a compiere questi movimenti sfuggendo agli americani resta, a tutt'oggi, un grande mistero. Una cosa è però certa.

Il papino Osama tanto preoccupato per il futuro dei propri pargoli li ha segnati con la propria maledizione. Dopo esser cresciuti segregati in una stanza continuano, nonostante la morte del padre terrorista, a seguire il proprio destino d’innocenti prigionieri.



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La cultura degli algoritmi

La Stampa



La prima lezione del digitale l'abbiamo imparata più o meno 15 anni fa. Sono solo tre lustri ma sembra preistoria. In quel periodo, al giro di boa degli anni novanta, Internet cominciava lentamente a popolarsi di persone (la connessione, all'epoca, costava oltre un milione di lire all'anno, più la bolletta telefonica, pagata a scatto e con la velocità del doppino). Man mano che la popolazione su Internet aumentava, cominciò ad essere evidente che la «logica a rete» consentiva a tutti di mettere in circolo idee e contenuti. È questa, da sempre, la forza di Internet ma anche la prima scossa ai paradigmi tradizionali con cui la nostra cultura funzionava.

Come facciamo sempre, raccontiamo quello che il digitale cambia dopo aver osservato il cambiamento. Così la soluzione migliore che avevamo per districarci nel nuovo scenario era Yahoo!. La prima versione di quello che era il «Google di allora» funzionava trattando Internet come una biblioteca, che era il modello più efficace che conoscevamo. Una redazione umana visitava i siti web e li classificava (a mano) inserendoli in caegorie. Così per cercare il sito di un'azienda che produce stufe dovevi cliccare su una sequenza di link che assomigliava molto a questa: business, aziende, riscaldamento, stufe.

Quello che succedeva era che applicavamo le regole del XX secolo and una cultura che stava iniziando a funzionare con le regole del XXI. La quantità enorme di contenuti che venivano immessi in rete non passava però attraverso il filtro e il censimento del bibliotecario. Le energie umane, si capi subito, non erano sufficienti a gestire questa nuova complessità. Così nel volgere di pochissimo tempo, il centro di Internet non fu più Yahoo ma Altavista, il primo motore di ricerca vero. Ma l'evoluzione definitiva arrivò con Google, che segnò la prima vittoria degli algoritmi. Il suo page rank iniziò a consentire ai navigatori di muoversi con maggiore efficacia, lavorando sul matching e favorendo l'incontro con i contenuti giusti. È stato solo l'inizio.

 Ted Striphas, professore all'Indiana University e autore del libro The Late Age of Print, la chiama «cultura degli algoritmi». È una definizione che a me piace molto e che racconta come parti sempre maggiori della nostra vita siano governate da programmi complessi che elaborano calcoli complessi e ci consentono di filtrare la quantità incalcolabile di informazioni disponibili. Ma non è solo la questione visibile di Internet, che è la punta dell'iceberg. È -piuttosto- un nuovo modo di utilizzare la conoscenza processando, grazie alla capacità di calcolo, informazioni che la cognizione umana non può gestire da sola.

«Continuo a trovare sempre nuovi modi in cui la cultura degli algoritmi si afferma», dice Striphas. «Alcune istituzioni usano un algoritmo per associare gli studenti nelle stanze dei collegi per assicurare la compatibilità tra i loro caratteri e tra i loro interessi. In altri casi gli algoritmi sono utilizzati per raccomandare i corsi da seguire. Persino i trend scolastici, oggi, sono gestiti con gli algoritmi». Il ragionamento di Ted Striphas va approfondito olre la mia sintesi. 

Anche perchè pone un problema non semplice. «La crescente prevalenza degli algoritmi», dice, «ci mette di fronte ad una serie di questioni». Una tra tutte: «chi parla oggi per la nostra cultura?». Chi decide cosa è importante?  Negli ultimi 150 anni, racconta Striphas, lo hanno fatto quasi esclusivamente gli umanisti. Ma in questa nuova modernità a chi spetta questo ruolo e come? Per avvicinarti alle riflessioni di Striphas e farti un'idea, puoi partire da qui: Who Speaks for Culture?.

Questo approccio vale anche per i libri. In un articolo di qualche giorno fa, Stripahs nota che sebbene il salto di complessità sia iniziato oltre un decennio fa, «l'idea dell'industria editoriale come ecosistema comunicativo complesso era lontanissima dalla nostra capacità di immaginarla». Il mondo dell'editoria, con il passaggio dei libri dalla carta al digitale, sta oggi vivendo lo stesso aumento esponenziale di scala in modo più evidente. Man mano che i libri si spostano dagli scaffali fisici allo «scaffale infinito» delle librerie online, il ruolo degli algoritmi diventerà sostanziale per determinare l'incontro tra lettore e libro che può piacergli. Ancora una volta si tratta di efficacia nel matching: un libraio online che decida di affidarsi esclusivamente alla visione (per quanto illuminata) di libraio che «consiglia i libri» finirà per mettere in evidenza una scelta forzatamente ridotta. Troppo ridotta per incrociare con precisione le preferenze personali di migliaia di lettori e per rendere loro un servizio.

Le librerie digitali hanno una quantità enorme di titoli e una quantità enorme di dati sui lettori. Incrociare questi dati in modo efficiente non è un'operazione alla portata della singola mente umana o di un gruppo finito di menti umane. Serve capacità di calcolo. Ma questo approccio diventa complessità anche per gli editori. Quando i libri che pubblichi vanno a finire in una libreria online, quello che vuoi è che siano visibili ai lettori che possono essere interessati. E lo strumento che hai per farlo, sono i metadati (ovvero le informazioni sul libro che l'editore trasmette al sistema e che il sistema -se è efficiente- incrocia con i gusti dei lettori). Questo rimbalza parte della complessità anche sul lavoro dell'editore: ogni libreria gestisce i dati in modo diverso, quindi i metadati vanno ottimizzati per ciascuno store.

È facile prevedere che il lavoro di studio sul matching e sulle sue logiche sarà sempre più una delle skill centrali per l'editoria digitale. È centrale per librai e per editori, perchè alla fine è il fattore che costruisce il vero «servizio» per i lettori. L'editoria digitale -come tutte le cose del digitale- alla fine funziona bene solo se riesce a creare un gioco a somma non zero, ovvero un modello in cui tutti (autore, editore e lettore hanno dei vantaggi). E questa, forse, è la grande lezione di Amazon. Che ha saputo -per dirla con Tim O'Reilly- «mettere l'intelligenza dei propri lettori nell'interfaccia». L'algoritmo di raccomandazione di Amazon (insieme ad un'esperienza di acquisto e scoperta che funziona bene) è la chiave del successo della libreria di Seattle. Rendendo evidente ciò che gli altri lettori fanno, abilita il processo di discoverability riuscendo a gestire una mole di informazioni enorme.

Dan Lockton mostra uno dei migliori esempi per capire la logica con cui questo approccio funziona. «La gente vede quello che le altre persone stanno facendo», dice, «ed è motivata a capirne di più». E uno degli effetti è che alla fine il lettore compra più libri. «Perché accade questo?», si chiede Lockton. «Perchè le persone fanno quello che vedono fare agli altri?». La risposta è strutturata. Ci sono diversi punti da considerare: tra questi, il fatto che spesso non sappiamo cosa vogliamo e siamo alla ricerca di una guida. Ma anche il fatto che tendiamo a fidarci dei consigli delle persone che stimiamo o che ci sembrano autorevoli. Leggi tutto: il titolo è If.... O, se vuoi, guarda la sintesi di Joanny Holland, che la mette così: «l'approccio professionale di Amazon al social è un modo per persuadere le persone».

Non c'è dubbio che sia sempre più necessario prendere atto dell'aumento di scala nell'editoria, con una nuova importante volgarizzazione. Le barriere di accesso alla pubblicazione e alla distribuzione sono crollate e il numero di libri aumenterà in modo esponenziale ogni anno. Ci servono nuovi sistemi di orientamento, nuovi strumenti di filtro, nuove soluzioni per nuovi problemi. Il fattore umano sarà sempre importante, soprattutto a livello delle nostre reti sociali o delle persone di cui ci fidiamo. Non a caso luoghi come Facebook o Twitter sono diventati gli spazi in cui elaboriamo la nostra visione del mondo e le nostre preferenze personali. Però questo avviene all'interno della dimensione individuale, mentre le regole sono costruite dagli algoritmi a livello di sistema. È un tema su cui la riflessione dovrà esercitarsi molto nel prossimo futuro, perché sta ridisegnando il modo in cui leggiamo il mondo attraverso le news o prendiamo decisioni.

Come letture bonus, sempre per osservare i diversi punti di vista sull'aumento di complessità, una serie di link interessanti. Io9 ci propone 10 Ways Big Data is Creating the Science Fiction Future. Dean Wesley Smith suggerisce che «il mondo editoriale di oggi è il paradiso dei libri». E Matthew Ingram, sempre una delle menti più lucide, -non senza un filo di retorica- chiede: Editori, ricordateci perchè esistete ancora.



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La dittatura della Borsa ha sconfitto la politica

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Non sono più soltanto gli oppositori del governo a parlare di tirannia, lo dice anche Confindustria. Questo esecutivo realizza gli obiettivi dei poteri economici globalizzati


L’Italia è sottomessa a una dittatura? A dirlo esplicitamente non sono più solo gli oppositori del governo Monti, ma i suoi stessi sostenitori a partire dalla Confindustria. Ormai il concetto di «dittatura», riferito all’ambito finanziario, ha assunto una connotazione positiva.




Fino ad oggi siamo stati abituati a sacralizzare la democrazia, quale depositaria dei valori e dei diritti fondamentali della persona, e a condannare qualsiasi forma di dittatura proprio perché l’opposto della democrazia. Da quando con un colpo di stato finanziario, sotto il bombardamento incontenibile della speculazione che si traduce nel tracollo della Borsa e nell’impennata dello spread e il colpo di grazia della crescita illimitata dell’indebitamento pubblico, è stata commissariata l’intera classe politica in Grecia e in Italia imponendo al vertice del potere rappresentanti graditi ai poteri finanziari globalizzati, solo poche voci hanno pubblicamente denunciato la nuova dittatura.

Il fatto che si tratta di esponenti politici, economici, finanziari o intellettuali ostili a Papademos e a Monti, ha fatto che sì che la denuncia della dittatura finanziaria fosse tacciata come faziosa o quantomeno discutibile. Ma dallo scorso sabato 11 febbraio con la pubblicazione di un fondo sulla prima pagina del Sole 24ore, l’organo della Confindustria che è schierato in prima linea a sostegno di Monti, dal titolo «La dittatura dell’emergenza» a firma di Carlo Bastasin, il concetto di «dittatura» è stato sdoganato uscendo dal cono d’ombra e dalla dimensione del dubbio per assurgere alla luce splendente della verità positiva e della necessità costruttiva.

L’editorialista legittima il concetto della «dittatura dell’emergenza» rapportato alla situazione in Grecia, scandita dagli scontri di piazza e le dimissioni nel governo mentre il Parlamento si apprestava a votare la manovra finanziaria imposta dalla troika Ue, Bce e Fmi. Ma ci spiega anche che dal momento che «Atene rimarrà sotto la tenda ad ossigeno per anni» perché nel 2020 il debito pubblico resterà al 135% del Pil, «i partner europei chiedono ai partiti greci di impegnarsi formalmente a rispettare le condizioni anche dopo le elezioni generali di aprile».

Si chiede cioè ai partiti che compongono la maggioranza che attualmente sostiene l’ex governatore della Banca centrale greca Papademos, di sottoscrivere nero su bianco che - a prescindere dal loro orientamento politico - dovranno condividere anche nella prossima legislatura la drastica manovra che contempla il taglio dei salari minimi, delle pensioni, dei posti di lavoro nel settore pubblico, delle spese della Sanità, Stato sociale e Difesa.

Si stenta a credere che il commissariamento si spinga al punto da vanificare di fatto il valore stesso delle elezioni che definiscono gli equilibri interni alla democrazia, imponendo anticipatamente la maggioranza che governerà il Paese e vincolando i partiti che ne faranno parte a far proprie delle decisioni che, da un lato, stabiliscono nei minimi dettagli la vita dei cittadini ridotta al limite della sopravvivenza per volontà dei banchieri e, dall’altro, annullano qualsiasi differenza o dialettica ideologica o semplicemente politica. Ed è proprio qui che si tocca con mano la realtà della nuova dittatura finanziaria.

Ebbene lo stesso sta accadendo in Italia. Il commissariamento dei partiti e del Parlamento è implicito anche nella recente dichiarazione di Monti secondo cui il processo delle riforme è «irreversibile» perché i partiti che lo sostengono «non hanno alcun interesse a smantellare le misure visto che il costo politico viene pagato da questo governo»!

 Sarebbe come a dire che io, Monti, faccio il lavoro sporco che i partiti non possono né vogliono fare perché si tradurrebbe nella loro bocciatura alle urne, quindi posso stare tranquillo perché tanto io non sono stato né eletto né intendo rispondere del mio operato agli elettori dal momento che i miei mandanti e i miei interlocutori non sono gli italiani bensì i poteri finanziari globalizzati.

La nuova dittatura finanziaria semplifica l’attività del governo perché si è anticipatamente certi delle scelte che faranno i partiti anche a dispetto di iniziative che potrebbero apparire conflittuali. Ormai sia Monti sia Napolitano, il grande manovratore della dittatura finanziaria, sono sicuri del fatto che il Parlamento si è ridotto ad organo avallante delle decisioni del governo.

A Helsinki Napolitano ha assicurato che ci sarà l’accordo anche sulla riforma del mercato del lavoro «perché non è interesse né del Paese né dei partiti rovesciare il tavolo». E i 2.400 emendamenti presentati al disegno di legge sulle liberalizzazioni? Il leader dell’Udc Casini sostiene che potrebbero essere ritirati tutti! E candida Monti a capo del governo che guiderà l’Italia dopo le elezioni del 2013 indicato dal nuovo «Partito degli italiani» che potrebbe (il condizionale è d’obbligo visto che è dal 2007 che propone un nuovo soggetto politico di centro con un nuovo nome) diventare addirittura il partito di maggioranza relativa.

D’altro canto se anche ai partiti che in Italia sostengono l’attuale governo, così come sta avvenendo in Grecia, verrà chiesto alla vigilia delle elezioni di sottoscrivere anticipatamente l’insieme della manovra ispirata dai poteri finanziari globalizzati, chi meglio di Monti potrebbe garantirne l’esecuzione? Gli Stati e le banche straniere creditrici hanno ragione: esigono delle solide garanzie per il riscatto degli oltre mille miliardi di euro investiti nei nostri buoni del Tesoro e che corrispondono a circa la metà del nostro indebitamento pubblico. Ma chi, come, dove, quando e perché si è indebitato?

Non importa! L’unica certezza è che noi italiani siamo condannati a fare sacrifici per ripagare questi debiti contratti da uno Stato dissipatore, corrotto e inefficiente. Siccome è presumibile che non lo faremmo volontariamente e allegramente, allora è meglio metterci il bavaglio e la camicia di forza. Si chiama dittatura. Ma non è più una forma di governo deprecabile. All’opposto è positiva e costruttiva perché realizza gli obiettivi dei poteri finanziari globalizzati. Viva la dittatura!


twitter: @magdicristiano



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Re Giorgio si vanta dei tagli alle spese ma la sua reggia è la più cara al mondo

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Gli annunci in clima austerity della presidenza della Repubblica: risparmiati 60 milioni in 5 anni. Esborsi congelati, eppure con 228 milioni a bilancio il Quirinale costa ancora il doppio dell’Eliseo. Riduzione del personale e contributo di solidarietà dal 5 al 10% per gli alti funzionari. Con i conti on line Napolitano vuole lanciare il messaggio: tiriamo la cinghia anche noi



Roma - Sessanta milioni di euro in meno a bilancio, spese ferme al 2008, diminuzione progressiva del personale: il Quirinale rende pubblico il suo budget, e si allinea all’austerity dell’era Monti.



Più che tagliando, congelando gli esborsi. I costi della presidenza della Repubblica restano monumentali, soprattutto messi a confronto con i budget di altre istituzioni equiparabili in Europa (dall’Eliseo alla Corte di St. James), ma nel corso del suo settennato Giorgio Napolitano ha imposto un progressivo dimagrimento al corpaccione burocratico ereditato. E soprattutto sta adattando anche l’opaco regime di interna corporis della prima istituzione repubblicana a nuove regole di trasparenza.


A cominciare appunto dai bilanci, un tempo riservati ma da qualche anno forniti con dettagli crescenti. Con una altrettanto crescente attenzione alla pubblica opinione. In tempi di drastici tagli, con una difficile trattativa aperta sulla riforma del lavoro e il temibile spettro delle agitazioni di piazza in Grecia, è chiaro che Napolitano voglia dare un segnale di buona volontà: anche il Colle tira un po’ la cinghia. Il bilancio di previsione per il 2012 è stato reso pubblico ieri, accompagnato da una nota illustrativa pubblicata online sul sito del Quirinale. La dotazione a carico del bilancio dello Stato per la presidenza della Repubblica è di 228 milioni di euro, pari a quella del precedente esercizio finanziario, che era già inferiore di 3 milioni e 217mila euro rispetto a quella del 2009.

Sostanzialmente, si sottolinea, è rimasta pari a quella del 2008, nonostante l’8,4% di inflazione. Un risultato, spiega il sito del Quirinale, possibile «grazie ad una serie di provvedimenti di riforma e riorganizzazione amministrativa adottati dall’inizio del settennato». L’elenco delle misure va dal blocco del turnover del personale alla progressiva riduzione dei «distaccati»; l’introduzione anche sul Colle del regime pensionistico contributivo; il blocco degli stipendi al 2008; la limitazione degli straordinari. Alle cospicue indennità degli alti gradi, dal Segretario generale Donato Marra in giù, è stato applicato il contributo di solidarietà del 5 e del 10%. Il personale si è ridotto rispetto al 2006 di 394 unità. «Nel corso del 2011 - si legge sul sito quirinalizio - si è avuta una ulteriore riduzione di 20 unità del personale di ruolo (da 843 a 823) mentre è rimasto stabile l’ammontare sia del personale comandato (103 unità) sia del personale militare e delle Forze di polizia (861 unità)».

Cresce invece, sia pur di soli 300mila euro, la spesa per «beni e servizi». Ma qui, si spiega, oltre all’incremento dell’inflazione e all’aumento dei tributi fiscali, c’è anche una buona ragione: «le spese per le celebrazioni del 150/mo anniversario dell’unità d’Italia e per la intensificazione degli interventi di restauro e manutenzione, nonché alla fruizione del Palazzo del Quirinale da parte del pubblico». Un palazzo che, nel corso del solo 2011, è stato visitato da 250mila persone: un vero museo a disposizione della cittadinanza, sottolinea il Colle. In conclusione, rivendica Giorgio Napolitano, le economie e i tagli «autonomamente adottati» durante il suo settennato hanno garantito allo Stato un risparmio complessivo di oltre 60 milioni di euro a tutto il 2011. Un bel passo avanti. Anche se resta ancora, nei costi delle istituzioni italiane (che si tratti di Parlamento, Corte Costituzionale o dell’ultimo baraccone regionale) un’elefantiasi sconosciuta ad altri paesi, e difficile da erodere.

Un rapporto che risale al 2000 (come racconta la premiata ditta Stella&Rizzo de La Casta) metteva a confronto il Quirinale con alcuni equivalenti europei. Con risultati imbarazzanti: «Il solo gabinetto del Segretario generale era composto da 63 persone. Il servizio tenute e giardini da 115, 59 gli artigiani impegnati nella manutenzione dei palazzi: tra di loro 6 restauratrici di arazzi, 30 operai, 6 tappezzieri, 2 orologiai, 3 ebanisti e 2 doratori. Gli operai impegnati nelle manutenzioni di Buckingham Palace sono in tutto 15. La presidenza tedesca, dai compiti istituzionali simili alla nostra, aveva dimensioni molto più contenute: 160 dipendenti. Il peso sulle casse pubbliche era di 18 milioni e mezzo di euro: un ottavo della nostra. Quanto all’Eliseo, il confronto era altrettanto imbarazzante: nonostante il presidente francese abbia poteri assai superiori a quello italiano, aveva 923 dipendenti. La metà del Quirinale. E infatti costava pure quasi la metà».




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La fuga degli italiani a Lugano

Corriere della sera


Il 40% dei residenti non è svizzero. E scoppia il boom immobiliare. L'Ubs teme una bolla speculativa


LUGANO - Ci sono numeri che raccontano molto più di quanto appare a prima vista. Prendente i dati anagrafici diffusi di recente dal municipio di Lugano. Dicono che a novembre del 2011 il 21,8% dei 57 mila abitanti della città erano cittadini italiani; e che più in generale il 40% dei luganesi non sono svizzeri. Ecco dunque uscire da quella statistica un fenomeno inedito: dopo la fuga dei capitali, dopo la fuga della manodopera, dopo le aziende italiane che vogliono traslocare in Canton Ticino, c'è anche l'esodo degli italiani in Svizzera. Chi se lo può permettere, ovviamente, perché per ottenere la residenza gli svizzeri chiedono di dimostrare un reddito stabile di almeno 250 mila euro l'anno e perché il mercato immobiliare di Lugano è oggetto negli ultimi anni di un boom che ha spinto i prezzi fino all'astronomica cifra di 20 mila franchi svizzeri al metro quadrato.

Prendere la residenza al di là del confine e investire in un immobile è dunque la nuova strada battuta dagli italiani per esportare ricchezza in maniera legale. Il fenomeno ha provocato effetti collaterali anche curiosi: è nato ad esempio un sito - si chiama isyours.com - che provvede al disbrigo di tutte le pratiche per conto degli italiani in fuga (trasferimento dei conti bancari, ricerca della casa, formalità burocratiche e via dicendo). Basta un passo del genere e - almeno per il momento - i risparmi sono al riparo anche dalle incursioni della Finanza italiana. Il legislatore elvetico, d'altro canto, si è cautelato e impedisce l'acquisto «mordi e fuggi» degli immobili a puro fine speculativo. Ma evidentemente l'italiano che passa armi e bagagli a nord di Chiasso è in cerca d'altro: un fisco meno aggressivo, una qualità dei servizi tra le migliori al mondo. Insomma una sorta di rifugio dorato a due passi dall'Italia.

Un report dell'agenzia Remax, una delle più attive nell'area della Svizzera italiana, inquadra la situazione: il valore del mercato immobiliare in Ticino è pari a circa 3,5 miliardi di franchi l'anno (circa 3 miliardi di euro), 1,7 concentrati sola a Lugano e dintorni. «Assistiamo a una escalation di acquisti da parte di italiani - prosegue la relazione - che mettono in vendita la loro casa a Como e Varese per acquistarne una nel Cantone attirati dalla maggiore sicurezza che il Paese garantisce». Un giro d'orizzonte dai quartieri alti di Lugano verso il lago basta a trovare conferma alle cifre: crisi o non crisi, la città è una selva di gru e il settore edilizio non conosce frenate. Ubs, una dei maggiori istituti di credito elvetici, getta uno sguardo sul passato per mettere in guardia su quanto potrebbe accadere a breve: un «outlook» del gigante finanziario datato gennaio 2012 sottolinea che i prezzi del mercato immobiliare sono saliti del 35% in cinque anni e sempre più denaro affluisce sul mattone svizzero. «Le attese da parte degli investitori sono troppo ottimistiche e l'assenza di prospettive positive nell'Eurozona - viene sottolineato - unite alla mancanza di valide alternative di investimento sono una miscela esplosiva».

Il pericolo paventato è l'esplosione di una bolla speculativa, sulla quale soffia anche un ultimo fattore di cui tener conto: i tassi per i mutui immobiliari restano bassi e raramente superano il 2%. Felice Cavadini, uno dei più esperti operatori del settore sulla piazza di Lugano non si stupisce della tendenza in atto: «È un orientamento che unisce due forme di investimento ritenute da sempre un rifugio ultrasicuro: il mattone e il franco svizzero. Anche chi aveva puntato in passato su mercati ritenuti convenienti, col passare degli anni ha preferito tornare qui». Claudio Del Frate13 febbraio 2012 | 10:10


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Esuli killer o base segreta di 007 israeliani Ecco chi uccide gli scienziati iraniani

Corriere della sera

Cinque studiosi sono stati assassinati e alcuni impianti strategici sabotati. È la guerra segreta contro l'atomica



 La polizia rimuove l'auto di uno scienziato iraniano ucciso La polizia rimuove l'auto di uno scienziato iraniano ucciso

WASHINGTON — Sono delle ombre. Bene addestrate, che conoscono Teheran e altre località iraniane. Le ombre hanno già ucciso 5 scienziati nucleari e sabotato alcuni impianti strategici. Le ombre si muovono in moto e piazzano bombe magnetiche sulle vetture dei bersagli. Ordigni potenti che dirigono la loro forza distruttiva verso l’interno dell’auto. Chi muove le ombre? La risposta, scontata, chiama in causa il Mossad israeliano. Non lo dicono solo gli iraniani, ma lo pensano anche gli americani e quanti seguono la guerra segreta contro il programma atomica.

Ma questo è solo il primo segmento. Resta da capire chi siano gli esecutori. E qui i profili diventano incerti. L’Iran e fonti statunitensi citate dalla Nbc hanno accusato i Mujaheddin Khalq, un movimento di oppositori iraniani che ha avuto per anni come base l’Iraq. Gli esuli sarebbe stati finanziati e addestrati per colpire all’interno del paese. Una persona arrestata lo ha ammesso. E stando alle ricostruzioni il Mossad avrebbe anche ricostruito in un poligono gli ambienti della zona d’operazioni in modo da agevolare il compito dei killer. Sempre i Mujaheddin sarebbero responsabili della bomba esplosa, il 12 novembre, nell’impianto missilistico di Bin Kaneh.

In base a nostre informazioni possiamo aggiungere che era celata in un camion ed è stata attivata all’arrivo di alti ufficiali dei pasdaran. Lo scenario dei Mujaheddin può avere una sua credibilità, anche se il gruppo ha smentito con forza. Un’altra pista porta ai curdi. Tre i tasselli che abbiamo sul tavolo. Il primo. Ambienti francesi hanno sostenuto che il Mossad ha ampliato i rapporti con i curdi dell’Iraq e gli 007 di Parigi sospettano una partecipazione attiva agli agguati. Collaborazione che c’è stata confermata da altre fonti della diaspora curda. E' una vecchia amicizia - risale agli anni '70 - che ha trovato nuovi sbocchi.

Il secondo tassello riguarda voci sull’esistenza di una base segreta usata da israeliani e curdi in un’area vicina all’Iran. Un avamposto per preparare operazioni clandestine. Il terzo tassello lo hanno fornito gli stessi iraniani. Hanno rivelato che un ordigno identico a quello impiegato per assassinare l’ultimo scienziato, Mustafa Roshan, è stato sequestrato a militanti del Pjak, movimento curdo che si batte contro Teheran ed ha i suoi rifugi a ridosso nella frontiera. Domenica, poi, il governo iraniano ha protestato con l’Azerbaigian accusandolo di ospitare incontri tra agenti israeliani e i responsabili del target killing. Tra azeri e gli 007 di Gerusalemme ci sono - da molto tempo - legami solidi.

E allora è possibile che Baku diventi retrovia e bersaglio, visto che sarebbe stato sventato, a fine gennaio, un attentato contro l'ambasciata di Israele. Per il Mossad ricorrere agli oppositori interni è il sistema più efficace. Anche se non va dimenticato che non sono pochi gli israeliani di origine iraniana. E preparare per loro un profilo sicuro che permetta di vivere in Iran è complicato ma non impossibile. Infine un’annotazione. Washington, irritata, ha fatto trapelare, pochi giorni fa, che gli israeliani nel 2007-2008 hanno arruolato separatisti baluchi facendosi passare per la Cia. Militanti poi coinvolti in molti attacchi. E’ la «falsa bandiera». Tattica che sembra fatta apposta per coprire le ombre.


Guido Olimpio
Twitter @guidoolimpio
golimpio@rcs.it
13 febbraio 2012 | 8:28


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Un mese dopo la tragedia storia, vittime, indagini

Il Messaggero

Tutte le tappe dal 13 gennaio ad oggi, i nomi dei 17 morti e dei 15 dispersi, le telefonate, le ricerche, il relitto, eroi e antieroi, carte e interrogatori. Il punto sulla sciagura del Giglio


di Redazione



ROMA - A un mese dalla tragedia l'Italia ricorda le vittime della Costa Concordia. E come in ogni disastro con morti e famiglie distrutte tornano le parole «verità e giustizia». Ieri le ha pronunciate il presidente della Cei, Angelo Bagnasco, durante una messa di suffragio celebrata nella Basilica di Santa Maria degli Angeli a Roma. Ma sono le persone coinvolte nel terribile naufragio a esigere che si traducano in fatti e sentenze che consegnino alla giustizia i responsabili. Bisogna «continuare a indagare», ha sottolineato il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Ma qual è lo stato delle cose a trenta giorni da quel venerdì 13 gennaio, quando il gigante della Costa Crociere ha speronato gli scogli delle Scole, accasciandosi, oltre un'ora più tardi, nel porto del Giglio. A che punto sono le indagini? Quale la posizione attuale del comandante Francesco Schettino? Quale il bilancio delle vittime e dei dispersi, ammesso che sia ancora realistico pensare di trovare qualche superstite nel relitto in cui ormai da giorni si è smesso di cercare?

Le indagini. Si deve fare luce sulla «tragedia» e «i magistrati meritano rispetto per l'impegno che stanno svolgendo», ha sottolineato con forza Napolitano, rinnovando «solidarietà affettuosa» ai parenti e ai familiari delle vittime ed esprimendo «senso di ammirazione» per «gli abitanti del Giglio, le autorità locali, i cittadini e la straordinaria rappresentanza delle forze dell'ordine per quello che hanno fatto e per quello che continueranno a fare per evitare il peggio». A Grosseto, intanto, l'ultimo tassello che è andato ad aggiungersi al materiale dell'inchiesta sul disastro è il video-shock trasmesso in esclusiva dal Tg5. Immagini che mostrano gli attimi dopo la collisione vissuti all'interno della plancia di comando. I pm, coordinati dal procuratore capo Francesco Verusio, stanno ascoltando da settimane ufficiali, testimoni, personale di bordo e manager della Costa, per completare il quadro indiziario.

La rotta sbagliata. Se la posizione del comandante finito su giornali e tv di tutto il mondo per aver abbandonato la nave con ancora decine di passeggeri a bordo deve ancora essere definita nel dettaglio dalle indagini, sulla rotta della Costa Concordia (video) e sull'allarme dato con netto ritardo non ci sono dubbi (la ricostruzione). La nave è passata a meno di due miglia dall'Isola. La collisione è avvenuta alle 21,45. Schettino ha dichiarato il "distress" (in gergo, la richiesta di aiuto) alle 22,34. E l'abbandono nave alle 22,58.
 
Il comandante Schettino. Oggi il capitano della Costa Concordia, la cui telefonata con il comandante della Capitaneria di Porto di Livorno Gregorio De Falco (ascolta) gli è valsa critiche e sfottò in tutto il pianeta, si trova agli arresti domiciliari. Il tribunale del riesame di Firenze ha confermato la misura pochi giorni fa, respingendo i ricorsi della procura di Grosseto, che chiedeva la conferma del carcere. E' indagato insieme al primo ufficiale di coperta Ciro Ambrosio per i reati di disastro e omicidio colposo. E se Schettino incarna la figura dell'antieroe nella vicenda della Costa Concordia, tanti sono i protagonisti, pavidi e coraggiosi, lupi di mare e soccorritori, vittime e inquirenti che cercano i loro carnefici. C'è anche una ballerina.

La moldava Cemortan. Si tratta di Domnica Cemortan, 25 anni. Anche lei, come Schettino, lavora sulle navi. Ma quella finita sugli scogli del Giglio era una crociera regalatale per il suo compleanno. Non è chiaro in quali rapporti fosse con il comandante. Di sicuro, e lo ammette lei stessa ai magistrati che l'hanno sentita, dopo la cena con lui è stata invitata in plancia per ammirare il panorama notturno dell'Isola del Giglio. Dopo l'urto con le Scole racconta di aver dato una mano per l'evacuazione dei passeggeri e di aver preso dalla cabina di Schettino un giaccone ed il computer del comandante per consegnarglielo. In un'intervista lo ha definito «un eroe». Nella cabina di Schettino teneva i suoi abiti da viaggio. Lui non lo ha più sentito e una volta in patria gli ha inviato una mail: «Ti odio».

17 vittime e 15 dispersi. Ad oggi, l'elenco delle vittime accertate del naufragio conta diciassette nomi e cognomi. Quindici invece sono ancora i dispersi. L'ultimo cadavere è stato trovato il 28 gennaio.

Le ricerche. Per giorni l'Italia intera ha seguito in diretta le operazioni di ricerca all'interno del relitto della Costa Concordia, il salvataggio, 24 ore dopo il naufragio, dei due sposini coreani. Quello di Marrico Giampedroni, l'ufficiale eroe estratto a 36 ore dalla tragedia. Da ormai una decina di giorni le ricerche dei dispersi sono sospese.

L'emergenza ambientale e il pompaggio del carburante. È iniziato intorno alle 17 di oggi il pompaggio del carburante dai primi sei serbatoi della Costa Concordia. I tecnici hanno approfittato così del mare calmo di oggi per iniziare le operazioni inizialmente previste per domani. Giovedì scorso sono state completate le operazioni di flangiatura su sei serbatoi della nave, quelli che contengono da soli i due terzi del carburante. Su ogni cisterna sono state applicate due valvole in corrispondenza di altrettanti fori: da una viene estratto il combustibile, mentre nell'altra viene iniettata acqua, per bilanciare l'equilibrio statico del relitto. Il defueling dovrebbe durare un mese circa, tempo permettendo.

La rimozione dello scafo. Più complessa la questione della rimozione dello scafo. Nei giorni scorsi il commissario delegato all'emergenza, Franco Gabrielli, ha parlato di 7/10 mesi per portare via la Costa Concordia. Ma la popolazione gigliese è sul piede di guerra, e chiede che si accelerino i tempi: l'economia dell'isola dipende interamente dal turismo, e il timore è che la stagione estiva possa essere un flop, per colpa di quel relitto arenato davanti al porto. L'ad di Costa, Foschi ha assicurato che la rimozione avverrà nel tempo più breve possibile, e che l'intenzione della compagnia è portare via lo scafo intero, non fatto a pezzi sul posto quindi, che è la seconda ipotesi in campo. Tra i timori di esperti, gigliesi e ambientalisti, c'è la paura che con il passare del tempo il relitto possa inabissarsi e precipitare nel gradino sottostante, a una profondità di 70 metri. In queste settimane, lo scafo si è mosso di circa 60 centimetri verso il mare aperto. Un dato che, però, il commissario Gabrielli ha definito «fisiologico». Dal monitoraggio dei movimenti dello scafo effettuato ieri dagli esperti del Dipartimento di Scienze della Terra dell'Università di Firenze, emerge che, dopo le lievi accelerazioni registrate il giorno prima, gli spostamenti della Costa Concordia sono tornati ad attestarsi intorno alle medie dei giorni precedenti.

Rischio inquinamento. C'è poi il problema dell'inquinamento del mare. In acqua, infatti, sono finiti i vari cibi, olii, saponi, detersivi che si trovavano sulla Costa Concordia, e che hanno contribuito a far aumentare la preoccupazione degli ecologisti. Anche se il timore principale è per il combustibile ancora nella pancia della nave. Alla sua estrazione lavorano gli specialisti olandesi della Smit Salvage e quelli livornesi della Tito Neri. Un'operazione delicatissima, fatta con l'ausilio di tecnologie all'avanguardia. In caso di problemi, comunque, tutta l'area è stata circondata con panne assorbenti anti inquinamento.

Domenica 12 Febbraio 2012 - 17:06    Ultimo aggiornamento: Lunedì 13 Febbraio - 02:34

Nozze d'argento con la supernova 1987 A

La Stampa

Piero Bianucci


La sera del 27 febbraio 1987 Piero Galeotti mi telefonò, ma non ero in casa. Lasciò un messaggio che diceva: “Al laboratorio del Monte Bianco abbiamo registrato un segnalino: 5 neutrini in 7 secondi”.

Galeotti è stato tra i primi astrofisici italiani a osservare il cielo standosene rintanato nel sottosuolo, prima in un locale di servizio a lato della galleria autostradale del Monte Bianco, con tremila metri di roccia sulla testa, poi nel Laboratorio Internazionale del Gran Sasso.

Il “segnalino” fu probabilmente il “grido” di una stella che stava morendo di morte violenta, una supernova esplosa nella Grande Nube di Magellano. Un grido potentissimo, ma che arrivò come un sussurro, sia perché partito a 170 mila anni luce da noi, sia perché i neutrini sono difficilissimi da “ascoltare”. Quei 5 neutrini non erano però sfuggiti al calcolatore dell’esperimento LSD che li registrò automaticamente nel laboratorio del Monte Bianco alle ore 3 e 52 minuti (ora locale) del 23 febbraio 1987.

Nel numero ora in edicola del mensile di divulgazione astronomica “le Stelle” Piero Galeotti firma un articolo intitolato “Nozze d’argento con la supernova 1987A”. Venticinque anni sono parecchi, a quel punto di solito i coniugi si conoscono bene, ma che cosa esattamente sia successo nella Grande Nube di Magellano non è ancora del tutto chiaro.

L’esperimento del Monte Bianco era piccolo ma era anche il più sensibile ai neutrini di bassa energia in arrivo da una supernova relativamente lontana. Il 28 febbraio l’osservazione fu comunicata con una circolare dell’Unione Astronomica Internazionale.

Altri rivelatori erano in funzione in Giappone, nel Caucaso russo (allora sovietico) e negli Stati Uniti. Anche qui furono catturati alcuni neutrini (pacchetti di 11 e 8 particelle), ma con una differenza di qualche ora (4,7 ore, per l’esattezza) rispetto all’osservazione fatta sotto il Monte Bianco. All’epoca gli astrofisici ritenevano che il collasso di una stella che si trasforma in supernova fosse questione di pochi secondi: era difficile così giustificare un evento catastrofico apparentemente della durata di alcune ore. Per questo non tutti, nella comunità scientifica, presero per buoni i dati dell’esperimento italiano, benché la probabilità di “vedere” per caso 5 neutrini in 7 secondi fosse minima.

Oggi le cose sono un po’ diverse. Intanto la 1987 A, classificata come supernova di Tipo II, è risultata atipica. La stella che l’ha prodotta non era una gigante rossa ma una gigante azzurra, con una massa pari a 25 Soli. In secondo luogo non era una stella singola ma faceva parte di un sistema binario, o forse triplo. Gli astrofisici hanno sviluppato un modello che può giustificare le osservazioni di 1987 A, benché non tutto sia chiarito. Per esempio, ci si aspettava la formazione di una pulsar, ma questo oggetto non è mai comparso. I fiotti di neutrini tuttavia hanno fornito informazioni sul collasso del nucleo di ferro nel momento in cui la sua massa ha superato il limite di Chandrasekhar pari a circa 1,5 masse solari. La luce visibile, invece, ci informa solo sui fenomeni “atmosferici” dei gas in espansione. L’energia emessa in una esplosione di supernova sotto forma di neutrini è migliaia di volte l’energia elettromagnetica e pari alla luminosità ottica dell’intero universo. I neutrini sono quindi, in questi casi, messaggeri privilegiati.

La supernova 1987 A è la più vicina che sia stato possibile osservare dopo quella del 1604 nella nostra galassia, l’unica che da allora sia stata visibile a occhio nudo. La notò per primo un astronomo canadese, Ian Shelton, che lavorava in un Osservatorio in Cile. L’avvistamento fu precoce. Avvenne quando la stella era ancora di quinta magnitudine e con una luminosità in rapido aumento. Dopo un aumento di 250 volte in 8 ore, raggiunse una magnitudine di poco inferiore a 3 a un paio di mesi dall’esplosione, poi iniziò il declino. Partita da magnitudine 12, ora è intorno alla 14.

Gli astronomi ritengono che nella nostra galassia si formi una supernova in media ogni trent’anni, ma in realtà quelle osservate negli ultimi mille anni sono solo cinque, apparse nel 1006, 1054, 1181, 1572 e 1604. Quella del 1987 rimarrà storicamente una pietra miliare perché si può dire che con essa nacque l’astronomia su scala galattica nella finestra dei neutrini (prima erano stati osservati soltanto i neutrini solari). Da un quarto di secolo gli astronomi seguono l’espansione dei gas esplosi, che hanno formato un curioso doppio anello (foto).

Per risolvere l’enigma di 1987 A serve qualche altra supernova vicina. Può esplodere domani come tra cento anni, non sappiamo. Però siamo pronti. Una rete mondiale di rivelatori va dal Laboratorio del Gran sasso al Giappone agli Stati Uniti. Antenne per onde gravitazionali come quella italo-francese VIRGO vicino a Pisa e LIGO negli Stati Uniti sono pronte a registrare la coincidenza tra particelle e le onde nello spaziotempo previste da Einstein. Speriamo che non si debba aspettare troppo.



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