martedì 14 febbraio 2012

Indagato per omicidio volontario il vigile che ha sparato al parco Lambro

Corriere della sera

E' quanto emerge dalla Procura. In un primo tempo l'accusa era eccesso colposo di legittima difesa


Il vigile Alessandro Amigoni con un fucile giocattoloIl vigile  con un fucile giocattolo

MILANO - È indagato per omicidio volontario Alessandro Amigoni, il vigile 36enne che lunedì pomeriggio ha ucciso durante un inseguimento a Crescenzago il cileno di 28 anni Marcelo Valentino Gomez Cortes. E' quanto emerge dalla Procura di Milano che si sta occupando delle indagini. L’accusa che in un primo momento era di «eccesso colposo di legittima difesa», al termine dell’interrogatorio del vigile durato fino a tarda notte è stata tramutata in omicidio volontario. A pesare, secondo quanto trapela, anche le testimonianze dei colleghi dell’agente. Il vigile è anche stato trasferito dal reparto che si occupa di abusivismo commerciale a un incarico amministrativo, dove svolgerà procedure sanzionatorie senza la possibilità di aver un'arma in dotazione.

LA RICOSTRUZIONE - La dinamica, quindi, sarebbe diversa da quella emersa in un primo momento e il vigile avrebbe quindi colpito il fuggitivo senza una «reale minaccia». Nei confronti di Amigoni non sono state emesse, tuttavia, misure cautelari. Tra gli aspetti da chiarire nell’indagine coordinata dal pm Roberto Pellicano anche la dinamica dei fori d’entrata e d’uscita sul corpo del cileno. Gli investigatori sono in attesa dell’autopsia che potrebbe essere eseguita già mercoledì. In ogni caso i primi esami del medico legale intervenuto al parco Lambro avrebbero dato alcune indicazioni. Non si esclude neppure che la vittima possa essere stata colpita di spalle. Gli inquirenti mantengono tuttavia il massimo riserbo e, a testimoniare la massima attenzione della Procura, l’indagine è seguita direttamente dal procuratore della Repubblica di Milano Edmondo Bruti Liberati.


IL CAMBIO DI IMPUTAZIONE - I risultati delle prime indagini e, soprattutto, il cambio di imputazione nei confronti del vigile fanno quindi mutare la ricostruzione della sparatoria, almeno nelle sue fasi cruciali. Ieri il comandante della polizia locale, Tullio Mastrangelo, aveva spiegato che Amigoni aveva sparato solo dopo che uno dei fuggitivi (ancora ricercato) aveva estratto una pistola e «l’aveva puntata verso l’agente». A quel punto, secondo il capo dei ghisa, il vigile avrebbe sparato ma non in direzione della vittima bensì verso il complice armato. «In quel momento Gomez Cortes si è spostato verso la traiettoria del proiettile ed è stato colpito all’addome per errore. Il colpo era diretto al complice».

LA DIFESA - «Malgrado il colpo alla schiena, può essere sostenuta perlomeno la legittima difesa putativa, vale a dire che il vigile ha comunque percepito una situazione di pericolo». Così, l’avvocato Gian Piero Biancolella, il legale di fiducia nominato da Alessandro Amigoni, ha risposto a chi gli chiedeva delucidazioni in merito all’ipotesi di omicidio volontario contestata dal pm Roberto Pellicano. «Mi dispiace per la pubblicazione delle foto prese dal suo profilo su Fabebook, perché l’impressione che ho avuto io da un punto di vista umano è che non è un Rambo», ha aggiunto Biancolella.

INCONGRUENZE - Da subito però erano emerse alcune incogruenze nel racconto di Amigoni e dei suoi colleghi. La prima: dalla ricognizione esterna del corpo sembrerebbe che il ragazzo cileno sia stato colpito alle spalle. Inoltre, la traiettoria stessa del proiettile confermerebbe i dubbi degli investigatori visto che il colpo è stato sparato da una distanza «relativamente breve» e ad altezza d’uomo. Inoltre gli agenti della squadra Mobile, che si occupano delle indagini, non hanno trovato segni della presenza di altre armi sul luogo del delitto anche se non si esclude che il complice possa aver effettivamente imbracciato un’arma, ma in questo caso senza usarla: o era senza proiettili (non sono stati trovati altri bossoli) o più semplicemente s’è trattato di un’arma giocattolo, comunque scarica. Non è chiaro neppure da cosa e perché i due a bordo della Seat Cordoba blu con targa spagnola stessero fuggendo. Gomez Cortes ha precedenti e risulta già essere destinatario di un decreto d’espulsione, ma non era ricercato.


LUNEDI' POMERIGGIO - Tutto è avvenuto intorno alle 15 di lunedì, quando un cittadino in sella alla sua bicicletta vede alcune persone litigare animatamente in via Pusiano, a ridosso del parco Lambro, e chiama sul centralino della polizia locale della Zona 3. Immediato scatta l'allarme. In corso Buenos Aires, una delle più grandi arterie commerciali della città, ci sono quattro agenti municipali dell'Unità operativa. Sono in borghese su una macchina d'istituto, in servizio antiabusivismo. Rispondono alla chiamata e si muovono verso via Pusiano. Ma, non lontano dal luogo della rissa, intercettano una Seat Cordoba blu, con targa spagnola, che imbocca via Orbetello contromano. Scatta l'inseguimento. Qualche centinaio di metri e i fuggitivi imboccano via Crescenzago: 200 metri che finiscono nel parco. Qui, l'auto dei vigili riesce a tamponare e a bloccare la Seat. I due allora tentano la fuga a piedi. Ma, secondo la versione degli agenti, uno è armato. Così, il capopattuglia Alessandro Amigoni, che è seduto al fianco di chi guida, esce dalla macchina e fa fuoco con la sua semiautomatica 9x17. Colpisce a morte il cileno disarmato. Mentre l'altro riesce a farla franca. Marcelo Valentino Gomez Cortes è stato prima soccorso sul posto dai sanitari del 118 che, per quasi un'ora, hanno tentato di rianimarlo, e poi è stato trasportato all'ospedale San Raffaele, dove è morto poco dopo.

LA FAMIGLIA - Marcelo Valentino Gomez Cortes lascia una compagna e due figli di 5 e 7 anni, che vedeva raramente. La famiglia ha nominato a rappresentarla l'avvocato Corrado Limentani. La famiglia nominerà consulenti sia per l'autopsia in programma mercoledì sia per la consulenza medico legale e balistica decisa dalla procura al fine di ricostruire i fatti e precisare le responsabilità del vigile.

PISAPIA - La sparatoria di Crescenzago «mi ha colpito profondamente», afferma il sindaco Giuliano Pisapia. «Ripongo la massima fiducia nella magistratura che dovrà accertare la reale dinamica dei fatti, con l'auspicio che questo possa avvenire in tempi ragionevolmente brevi. Credo che attendere l'esito delle indagini sia nell'interesse di tutti».

Redazione Milano online
14 febbraio 2012 | 20:02

Anniversario legge Merlin, tour tra le ex case chiuse di Napoli

Corriere del Mezzogiorno

Le «passeggiate narrate» sono proposte dall’associazione culturale Insolitaguida. Tra le tappe «La Suprema»


NAPOLI - La Duchesca, il borgo Sant’Antonio Abate, l’antica Rua Catalana, i Quartieri spagnoli e la zona di Chiaia: strade e vicoli partenopei che si intrecciano con le storie di «Mimì do Vesuvio», «Anastasia a’ friulana» e «Nanninella a’ spagnola». Dopo 54 anni dalla legge Merlin (20 febbraio 1958), le case chiuse riprendono vita nelle “passeggiate narrate”, proposte dall’associazione culturale Insolitaguida. Un viaggio sulle tracce del peccato, ridisegnando la mappa dei luoghi dove si svolgeva il mestiere più antico del mondo. Scrupolosa la ricostruzione, basata sui testi storici e le testimonianze del popolo, della dottoressa Luigia Salino. Le «graziose» e le «Bocca di Rosa», cantate da De Andrè, riappaiono e narrano le loro storie di riso e pianto, consumate nell’oscurità dei vicoli.

IL TARIFFARIO - Tappa centrale della passeggiata è «La Suprema», la più rinomata casa di tolleranza della città, che oggi è un lussuoso albergo di via Chiaia. «Quando la casa fu chiusa – racconta Luigia Salino – fu acquistata da un marchese, che abitava nel palazzo adiacente. Si nota la netta distinzione tra la prima parte, arredata in modo sobrio ed elegante, e la seconda tinteggiata di rosso, che segna l’ingresso alla Suprema». Molti gli elementi d’arredo rimasti inalterati: le insegne con il tariffario, l’angolo della toilette con il bidet e una specchiera con il catino dell’epoca. Rimasto intatto anche il balconcino da cui si affacciavano le prostitute. Gli uomini sceglievano le donne ammirandole dal basso, pagavano la marchetta alle “maitresse” e attraverso una scala “segreta”, ancora oggi praticabile, accedevano direttamente alla stanza della prescelta. Nelle camere, sulle cui porte sono riportati ancora i nomi delle “signorine” che ci lavoravano, c’è l’arredo tipico dell’epoca: tende doppie e letti di legno scuro. «Due volte a settimana - racconta Luigia Savino - le “signorine” venivano visitate da un medico e per non stancare i clienti, ma anche per evitare che la frequenza degli incontri facesse nascere dei sentimenti, le ragazze venivano sostituite ogni quindici giorni. Il gruppo di “signorine” di turno costituiva la cosiddetta “quindicina”».

L'ANEDDOTO SU LINO BANFI - L’itinerario si arricchisce di molti aneddoti, anche riguardati personaggi famosi: in una casa chiusa di vico Sorgente 18, per esempio, «Lino Banfi avrebbe perso la sua verginità». Cosa non insolita per l’epoca: la tradizione voleva, infatti, che al compimento del diciottesimo anno i ragazzi fossero portati per la prima volta in queste case. A volte, soprattutto se accompagnati da adulti, venivano accettati anche prima di essere maggiorenni. Storie e testimonianze arrivano anche dai visitatori più anziani che ripercorrono un’epoca in cui “le case del piacere” erano perfino luoghi di socializzazione e la prostituzione non veniva percepita come mera mercificazione del corpo femminile. La “passeggiata narrata” termina al Caffè Gambrinus dove le cocotte, escort del passato, adescavano i clienti danarosi. «Quel 20 febbraio le “signorine” e le “maitresse” piangevano tutte: perché non sapevano dove andare». A chiudere l’itinerario la lettura di una lettera, scritta da un personaggio famoso, legato a Napoli, che per mantenersi gli studi lavorò in una casa chiusa. Per tutti i nostalgici, ma anche per chi volesse vivere uno spaccato di Napoli inusuale, l’appuntamento con la passeggiata «Il peccato: quando le case erano chiuse», organizzata da Insolitaguida, è per l’11 marzo prossimo.



Emiliana Avellino
redazioneweb@comunicareilsociale.com
14 febbraio 2012



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Aiutateci a rendere Google migliore» 25 dollari e Mountain View sa tutto ciò che fai

Corriere della sera

Si connetteranno in rete attraverso un'estensione del browser



Così Mountain View vuole migliorare la ricerca in rete
MILANO - Google sta lavorando alla creazione di un gruppo di alcune migliaia di persone (chiamato Screenwise) per capire come usano internet. Il campionamento è simile a quello abitualmente utilizzato dalle aziende per realizzare indagini di mercato. Sui loro pc verrà installato un'estensione del browser che monitorerà tutti i movimenti dell'internauta e nelle intenzioni di Mountain View ciò dovrebbe aiutare l'azienda a comprendere quali sono meccanismi di ricerca delle informazioni sul web. Dovrà chiarire anche quanto tempo mediamente si sta in rete e quali sono i siti più popolari.

IL FUNZIONAMENTO - L'estensione condividerà con Google i siti visitati e come ci si naviga al loro interno. Ciò dovrebbe servire a Google per migliorare l'esperienza online di ciascuno, attraverso una migliore indicizzazione dei siti web. E il motore di ricerca pagherà questo "supporto esperienziale" con una contropartita di 25 dollari.

Fabio Savelli

14 febbraio 2012 | 11:57




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I supermercati contro lo spreco di energia

Corriere della sera

Contenere i consumi di un'industria altamente energivora: banchi frigo chiusi, fotovoltaico e refrigerazione a CO2




La zona surgelati di un supermercatoLa zona surgelati di un supermercato

MILANO - Impianti all’avanguardia per limitare i consumi energetici nei punti vendita, logistica centralizzata per diminuire l’impatto del trasporto delle merci e nuove soluzioni per ridurre gli sprechi dei banchi frigo alimentari. Sono queste le strategie di politica ambientale, adottate dalla Grande distribuzione organizzata (Gdo) italiana per riuscire a contenere i costi e ad abbattere i livelli d’inquinamento dati dal funzionamento della rete dei loro supermercati. Azioni combinate, a partire dal ciclo della produzione fino alla vendita, messe in atto da Esselunga, Coop e Carrefour, che hanno portato negli ultimi anni i tre giganti del mercato italiano verso una virata verde e a riporre un’attenzione sempre maggiore per le sostenibilità dei loro centri.

COSTI E INVESTIMENTI - Un interesse e un processo inevitabile, secondo gli esperti dei Gdo, che, a partire dal 2000, si è tradotto in interventi concreti e studi mirati per cercare di ridurre gli sprechi nelle strutture di vendita, cercando di contenere i costi legati ai settori più dispendiosi come quelli energivori. «La refrigerazione alimentare», spiega Paolo Garavelli, direttore acquisti tecnici e spese generali di Carrefour Italia, «rappresenta ancora la parte più impegnativa, circa il 40%, nei costi di un supermercato. Poi c’è l’illuminazione, che rappresenta circa il 20% delle spese e, infine, la parte legata al riscaldamento e al condizionamento ambientale. Ed è principalmente su questi settori che stiamo cercando di intervenire.


Noi, ad esempio, dal 2006 al 2012, abbiamo investito 31 milioni di euro per cercare di ridurre i consumi energetici». Una strategia fatta di pianificazioni e investimenti verso i risparmi futuri che, oltre alla Carrefour, vede coinvolti anche gli altri due gruppi, ossia la Coop e Esselunga. «Da anni», afferma Fortunato Della Guerra, direttore di Inres, Istituto di progettazione del sistema Coop, «abbiamo un centro di telecontrollo che ci permette di monitorare in maniera costante e ottimizzare i nostri consumi. A partire dal 2005, abbiamo fatto interventi non solo sui gruppi frigoriferi, ma anche investito sulle fonte rinnovabili, ad esempio il fotovoltaico che abbiamo installato sui tetti, i primi nel 2003 a Firenze, di una centinaia di punti vendita. Riuscendo a rendere, con 24 mila pannelli e un investimento da 11 milioni di euro fatto nel 2009, il magazzino di Prato totalmente autoalimentato».

BANCHI FRIGO ALIMENTARI – Molti gli sforzi fatti dalla Gdo italiana per cercare di mitigare il consumo della refrigerazione alimentare, come quelli fatti da Esselunga che, nei supermercati di ultima generazione, ha fatto installare centrali frigorifere a CO2 per annullare l’impatto dei fluidi sulla fascia dell’ozono. Utilizzati con successo anche in molti punti vendita di Carrefour e Coop per sostituire i liquidi refrigeranti, tra cui i clorofluorocarburi (Cfc), messi al bando come gas climalteranti altamente pericolosi e vietati, a partire dal 2010, dal protocollo di Montreal. «In Italia», afferma Garavelli di Carrefour, «siamo stati i primi a mettere nell’ipermercato di Burolo impianti al 100% a CO2, gli unici a clima freddo in transcritico. Si tratta di impianti che, a differenza dei circoli chiusi che lavorano su una sola temperatura, sono in grado di rifornire del necessario freddo a diverse temperature tutti i refrigeratori del supermercato. Lavorando sia sulla temperatura bassa che su quella normale».

REFRIGERAZIONE - Un dibattito, quello sulla refrigerazione alimentare, che vede coinvolti oltre ai fluidi impiegati per non inquinare, anche la chiusura dei banchi per non sprecare energia con la dispersione del freddo. Operazione già consolidata, in Italia, con l’applicazione di pannelli per chiudere i banchi dei surgelati. E che coinvolge anche altre nazioni europee, come ad esempio la Francia dove, nei giorni scorsi, è stato siglato un accordo tra la grande distribuzione transalpina e il governo per chiudere con porte dai doppi vetri i banchi frigo di tutti i punti vendita, riducendo in questa maniera i consumi energetici del 50%. «In Italia», auspica il direttore di Inres, «uno dei grandi passi sarà quello di chiudere oltre ai surgelati anche i banchi verticali, ossia quelli che ospitano i latticini e gli altri prodotti legati alla vendita d’impulso». «È normale», aggiunge Garavelli, «che all’inizio questa operazione comporterà anche un calo delle vendite, dato che si tratta di barriere fisiche. Per questo bisogna comunicare bene al consumatore le motivazioni per cui il banco viene chiuso».

ILLUMINAZIONE – «Per quanto riguarda le luci», dice Della Guerra, «molte aspettative future sono legate alla tecnologia Led. Non solo perché hanno una durata superiore rispetto alle lampadine di ultima generazione, ma richiedono anche costi manutentivi nettamente inferiori Tra l’altro, la luce dei Led si è rivelata molto utile per quella che, in gergo tecnico, viene chiamata illuminazione d’accento, utilizzata per il gioco dei chiaroscuri soprattutto nei reparti del fresco e dell’ortofrutta». Un settore, quello dell’illuminotecnica, in grado di generare, proprio per la sua ampia versatilità, soluzioni molto differenti. Per esempio, Esselunga con i punti vendita illuminati con tubi fluorescenti ad alta efficienza e a bassissimo contenuto di mercurio. Fondamentale, poi, per contenere i consumi anche i sistemi di accensione e spegnimento automatici delle luci dei negozi, adottate da diversi anni in tutti e i supermercati dei tre rappresentati italiani della grande distribuzione.

IMPIANTISTICA – Molte, anche le soluzioni che si stanno varando per abbassare i costi di riscaldamento e refrigerazione degli ambienti. Tra queste,la tecnologia del cool roof, speciale vernice che riflette i raggi del sole e genera calore a seconda delle stagioni, sperimentata con buoni risultati da Carrefour sul tetto del ipermercato di Assago (Milano). Adottate, poi, con successo da molti supermercati anche le caldaie a condensazione e il teleriscaldamento. «Si tratta», spiega Della Guerra di Coop, «di sistemi in cogenerazione o che sfruttano fonti geotermiche. Spesso, riusciamo a realizzarli in sinergia con le amministrazioni locali. Ad esempio a Faenza dove il sistema politico è riuscito a farci sfruttare il calore prodotto da una distilleria che dista 800 metri dal nostro supermercato che, altrimenti, sarebbe rimasto inutilizzato. A volte, invece, per i tempi tecnici siamo legati alla volontà delle amministrazioni locali, come a Piacenza dove tutto è già
predisposto ma dobbiamo aspettare la volontà comunale per allacciare i nostri tubi alla rete locale».

TRASPORTI – Per salvare l’ambiente, infine, anche la centralizzazione dei trasporti, con piattaforme logistiche pensate per eliminare i lunghi viaggi delle merci, ottimizzare il carico dei camion e ridurre il flusso di traffico per contenere le emissioni di anidride carbonica, appare tra i passaggi chiave fondamentali. Con diversi sforzi, compiuti in questi anni per intervenire sul settore, a partire dalla centralizzazione dei generi per il rifornimento dei punti vendita. Tra i sistemi che sembrano funzionare quello messo a punto da Esselunga che, per controllare meglio i flussi logistici, ha diviso la distribuzione in tre grandi centri strategici. Uno alle porte di Milano, nei pressi di Linate, uno a Biandrate, in provincia di Novara, che è anche interamente alimentato da energia acquistata con certificati che finanziano la produzione da fonti rinnovabili (Recs), e infine quello di Sesto Fiorentino, alle porte di Firenze, dove arrivano tutti i prodotti da distribuire in tutti negozi e punti vendita collocati entro un raggio di 180 chilometri da ogni centro.


Carlotta Clerici
14 febbraio 2012 | 11:34



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Le cicatrici e il braccio rigido che Stalin voleva cancellare

Corriere della sera

Il lato debole di un leader che aveva «acciaio» come soprannome




Giù avanti negli anni, Iosif Vissarionovic Džugašvili - alias Soso, alias Koba, alias Soselo (il suo pseudonimo come poeta, ebbene sì, di stampo romantico), ma passato alla storia con il nomignolo di Stalin, ossia "acciaio" (forse scelto per una vicenda galante con una fiamma che di cognome faceva Stal, oltre che per l'assonanza con Lenin) - autorizzò con riluttanza la pubblicazione di uno dei tanti libri di memorie che lo riguardavano.

Era un'opera non certo eclatante, scritta dalla sorella della seconda moglie Nadja, ma risultava a suo modo audace perché in barba ai timori diffusi osava parlare del braccio rigido del dittatore, un difetto fisico che l'aveva accompagnato per tutta la vita e che, come tanti altri fatti, era ammantato di reticenze e ambiguità, ma che ebbe senz'altro un peso nella definizione della sua personalità insieme a una serie di altre imperfezioni fisiche. Questi e altri misteri sono stati raccontati da Simon Sebag Montefiore in una biografia sulla giovinezza di Stalin. Per svelarli, lo storico inglese ha potuto avvalersi di numerosi archivi inattingibili ai precedenti biografi.

Venuto al mondo in quel di Gori, in Georgia, il 6 dicembre del 1878, Stalin nacque con il piede palmato: il secondo e il terzo dito erano uniti. Niente di terribile, ma anche questa piccola malformazione rimase per lui una cosa di cui vergognarsi, tanto che quando si faceva visitare i piedi dai medici del Cremlino, uno degli uomini più potenti del mondo si sentiva in dovere di nascondere il viso sotto una coperta. Il neonato venne definito dalla madre Keke: «Debole, malaticcio, esile». Anzi: «Se c'era in giro una malattia infettiva, si poteva star certi che lui sarebbe stato il primo a prendersela».

Avendo già perso due figli, i genitori - Keke e l'alcolista Beso, che tanta parte ebbe nell'instillare paura e violenza nel figlio - andarono in pellegrinaggio, ma trovarono i preti intenti a compiere un esorcismo su una bambina, sospesa sopra un burrone, in una scena da horror. Il neonato Soso cominciò a frignare e a rabbrividire ma, in uno dei tanti miracoli retrospettivamente funesti, scampò ai metodi sbrigativi di quegli esorcisti da strapazzo. Quando compì cinque anni la città venne investita da un'epidemia di vaiolo che fece vittime soprattutto tra i più piccoli. I vicini di casa persero tre figli ma, se Stalin sopravvisse, la malattia gli segnò per la vita intera le mani e il volto, tanto che uno dei suo soprannomi fu "il Butterato".

Non dovette gradire, perché una volta arrivato al potere si fece incipriare le guance in modo massiccio e fece ritoccare le fotografie, non solo per fare sparire dal passato gli ex compagni ora invisi al regime, ma anche per addolcirsi l'aspetto. A dieci anni venne investito da un calesse davanti alla scuola ecclesiastica di Gori, dove avrebbe studiato, e rischiò ancora la pelle. Forse fu una prova di coraggio oppure un caso, fatto sta che fu riportato a casa tramortito. Anche questa volta si riprese, ma l'incidente gli causò un danno permanente al braccio sinistro.

Fu soprattutto questa menomazione, in aggiunta al piede e al viso (oltre alle voci sulla sua illegittimità), che contribuì a dargli un senso di diversità e d'inferiorità fisica: non avrebbe più potuto incarnare l'ideale del guerriero secondo il quale era cresciuto. «Questo braccio danneggiato — racconta Montefiore — è variamente imputato a un incidente di slitta, a un difetto congenito, a un'infezione infantile, a una rissa per una donna (…), a un incidente causato da una carrozza e a un pestaggio del padre: tutti (eccetto il difetto congenito) suggeriti dallo stesso Stalin».

In realtà gli incidenti furono due. All'età di dodici anni un altro calesse (e resta davvero impressionante la capacità da parte del futuro dittatore di scampare a una morte che avrebbe cambiato il corso della storia) lo travolse e le ruote gli passarono sopra le gambe. Il giovane svenne e fu portato all'ospedale di Tiflis. Per mesi saltò la scuola ma le gambe rimasero danneggiate, tanto che anche dopo essere guarito camminava con passo incerto e venne soprannominato "il Claudicante".

Insomma, un miracolato. Un uomo capace di scampare alla cagionevolezza, al vaiolo, a due incidenti in carrozza, sospettoso e complessato, ma dotato di una volontà di ferro. Sarebbe assurdo, com'è ovvio, far risalire a queste infermità - a quel viso, a quel braccio, a quell'andatura e a quell'innocuo piede palmato - la gestione del potere che portò a milioni di morti. Iosif Vissarionovic Džugašvili non fu un Riccardo III. Ma è certo che questi disturbi ebbero un ruolo nell'affilare un carattere già diffidente, fragile e protervo allo stesso tempo.


Marco Rossari
14 febbraio 2012 | 10:51

Il diritto del padre al congedo anche se la madre è casalinga

Corriere della sera

Il giudice: la donna è una lavoratrice non dipendente




Una casalinga è una «lavoratrice non dipendente»
Il giudice parte da un principio troppo spesso ignorato: quello della casalinga è un lavoro. La donna che si prende cura dalla casa e dei figli è, secondo la definizione giuridica, una «lavoratrice non dipendente». E siccome proprio perché non dipendente non ha diritto ad alcun permesso per la cura del neonato, allora è a lui che «occorre fare riferimento nelle norme rivolte a dare sostegno alla famiglia e alla maternità». Il «lui» di questa storia è un poliziotto della questura di Venezia, un dipendente del settore amministrativo. Dopo la nascita di una figlia con problemi di salute molto seri (ha un grave handicap), l'agente aveva chiesto di poter utilizzare sia i riposi giornalieri sia i periodi di congedo per la malattia della bambina, possibilità previste nei primi anni di crescita, come aiuto alle famiglie, dal Testo Unico del 2001. Il ministero dell'Interno, dal quale dipende la polizia di Stato, gli aveva però negato tutte e due le chance: la moglie e madre della piccola, avevano obiettato gli avvocati del ministero, è una casalinga quindi lui non ha il diritto di avere né permessi né congedo, non si può sottrarre al suo lavoro ore o giorni interi per accudire la bimba di cui si prende già cura la moglie.

Ricorso. Il caso è finito nelle mani della consigliera di parità della Provincia di Venezia, Federica Vedova, e poi sul tavolo del giudice del lavoro Margherita Bortolaso. Il risultato è scritto nelle cinque pagine della sentenza depositata pochi giorni fa: il ricorso è stato accolto perché non concedere i permessi e il congedo al poliziotto è stato un atto «illegittimo». Il padre della bambina malata aveva invece il diritto di ottenere ciò che chiedeva: per stare accanto alla piccola nei momenti più difficili della malattia durante i suoi primi anni di vita, certo. Ma anche per aiutare la moglie nella gestione quotidiana delle cure alla neonata, indipendentemente dall'handicap della piccola. Scrive il giudice del lavoro: «L'illegittimità del diniego opposto dall'Amministrazione (il ministero dell'Interno, ndr ) alla fruizione dei benefici richiesti ha comportato una evidente discriminazione a danno del poliziotto rispetto alla generalità dei lavoratori padri che si trovano nelle sue stesse condizioni». Tutto questo è una nota ancora più stonata se si considera il fatto che «altre amministrazioni pubbliche e datori di lavoro privati riconoscono pacificamente tale diritto».

Dopo aver specificato che, in generale, un padre deve poter «beneficiare dei permessi per la cura del figlio, allorquando la madre non ne abbia il diritto in quanto lavoratrice non dipendente e purtuttavia impegnata in attività che la distolgano dalla cura del neonato», il giudice ripara al torto subito dall'agente condannando il ministero dell'Interno a «pagare al lavoratore discriminato un importo pari ai numeri dei permessi e alle giornate di congedo negate»: 9.750 euro.

E per sottolineare quanto sia fondamentale «il sostegno a famiglia e maternità»
la sentenza cita le «finalità generali, di tipo promozionale, scolpite dall'articolo 31 della Costituzione». Quello secondo il quale «la Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l'adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose. E protegge la maternità, l'infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a questo scopo». Fra gli «istituti» ai quali la dottoressa Bortolaso si riferisce ci sono i diritti di un padre ad avere il tempo che gli spetta per prendersi cura di sua figlia. Anche se la moglie è casalinga e, nell'immaginario di ancora tante, troppe persone, è una «non lavoratrice». Sbagliato, ripete più volte questa sentenza: è una «lavoratrice non dipendente».


Giusi Fasano
Twitter: @GiusiFasano
14 febbraio 2012 | 9:13


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E il fango morale che ha seppellito il Pd»

Corriere della sera

Don Andrea Gallo, sostenitore dell'indipendente Doria: «I partiti del centrosinistra lontani dai cittadini»


Don Andrea Gallo Don Andrea Gallo

MILANO - «L'ho saputo direttamente da Marco, al telefono... È qui la politica finalmente!». Don Andrea Gallo, genovese, fondatore della comunità di San Benedetto al Porto, non nasconde l'entusiasmo per la vittoria del candidato indipendente Doria alle primarie del centrosinistra.
 
Perché ha sostenuto pubblicamente Marco Doria?





«È un candidato che interpreta la politica come servizio. Un professore universitario stimato e amato dai suoi studenti, che la mattina dopo le primarie era in classe a tenere regolarmente le sue lezioni».

Dopo Napoli e Milano, il Partito democratico non riesce a esprimere un suo candidato sindaco neppure a Genova. Che cosa sta succedendo?
«Nella nostra città c'è una grande voglia di cambiamento e di partecipazione democratica. Trasversale. Come dimostra l'affermazione di Doria sia nel centro storico che nei quartieri di periferia. I nomi proposti dal Pd, invece - Marta Vincenzi e Roberta Pinotti -, erano espressione del vecchio, della nomenclatura».



Quanto pesa sulla sconfitta del sindaco uscente Vincenzi la criticata gestione dell'alluvione di novembre?
«In quei giorni difesi la Vincenzi perché sono contrario alla logica del capro espiatorio. Ma ognuno ha le sue responsabilità, che certo hanno influito. In ogni caso, a seppellire il Pd è stato soprattutto il fango morale, la corruzione e la lontananza dagli elettori di un partito che non sa stare in mezzo alla gente, capire i bisogni reali di precari, disoccupati, cassintegrati. Stessa lontananza mostrata da Rifondazione comunista, che alle primarie ha persino scelto di non appoggiare alcun candidato. All'opposto di Sinistra, ecologia e libertà, più calata tra gli elettori e che, non a caso, ha chiesto di poter appoggiare Doria».

Choc al San Camillo, malati curati per terra

Corriere della sera

Immagini di medici che fanno massaggi cardiaci ai pazienti sul pavimento. I sanitari del pronto soccorso annunciano lo stato di agitazione: denunceremo l'ospedale


ROMA - Malati parcheggiati per ore sulle barelle, quando non sui materassi adagiati per terra. Soccorsi effettuati in condizioni intollerabili e pericolose, come pure massaggi cardiaci praticati a pazienti che hanno come letto il pavimento. E anche una carenza cronica di personale. Per tutte queste ragioni, da giorni, i medici del Pronto soccorso del San Camillo sono in stato di agitazione. E a loro, ieri in mattinata, è arrivata la solidarietà (e la visita) del capogruppo del Pd alla Regione, Esterino Montino. Che ha ascoltato prima i vari rappresentanti sindacali e ha parlato poi con il direttore generale della struttura per cercare una soluzione.

 
«La situazione si sta aggravando sempre più dopo la chiusura di altri ospedali - hanno spiegato Bruno Schiavo, segretario dell'associazione medici dirigenti Anaao San Camillo, e Gianmattia Mastroianni, rappresentante dell'associazione anestesisti rianimatori ospedalieri italiani -. Siamo tornati a trent'anni fa, con i letti in corridoio. È una vergogna. Senza risposte immediate inoltreremo una denuncia alla Procura per omissione di atti d'ufficio».

 
Dopo aver constatato la situazione, Montino ha avuto parole dure: «Ho verificato che il grido d'allarme è più che giustificato. A questo livello di degrado e abbandono la sanità del Lazio non era mai arrivata. Credo che la politica debba assumersi le proprie responsabilità, prima che sia costretta ad intervenire la magistratura». E ha quindi suggerito di «assumere il personale necessario e ricavare nuove aree di ricovero».
 
Soluzioni a cui il direttore generale del San Camillo, Aldo Morrone, ha già pensato: «Stiamo per aprire nuovi spazi che permetteranno di decongestionare l'attuale Pronto soccorso e siamo stati autorizzati dalla Regione ad effettuare 15 assunzioni, tra medici e infermieri. Inoltre stiamo lavorando ad un progetto con il XVI Municipio per gestire diversamente gli accessi inappropriati, ovvero i pazienti che si recano in pronto soccorso anche quando non ne hanno bisogno - ha affermato -. Purtroppo la struttura, a suo tempo, non è stata pensata e realizzata per un afflusso così grande».
 
Clarida Salvatori
14 febbraio 2012 | 10:15

Sos Vaticano per trovare barbe e capelli: servono per un santuario

Il Messaggero


di Franca Giansoldati


CITTA' DEL VATICANO. Tra i tanti appelli che arrivano In Vaticano stavolta ne è arrivato uno davvero singolare. Di tratta della richiesta di aiuto da parte di un santuario piemontese che l'Osservatore Romano ha prontamente pubblicizzato: «AAA. Cercasi barbe e capelli ma anche criniere di cavallo per il restauro delle statue del Sacro Monte di Varallo». Eh sì, perché se non si riescono a reperire al più presto nuove chiome, non importa se castane, bionde o ramate, ricciole o lisce, una delle più suggestive rappresentazioni artistiche esistenti al mondo rischia di essere compromessa nella sua struttura originale.

La chiamata, dunque, non solo è vera, ma, come sottolinea il giornale del Papa, è urgente. Si cercano volontari, dunque, disposti a farsi tagliare i capelli e donarli al santuario. Non è la prima volta che il rettore della struttura religiosa della provincia di Vercelli decide di affidarsi alla propaganda per aggiustare le celeberrime statue di terracotta policroma. Già qualche anno fa, infatti, l'amministrazione del Sacro Monte aveva lanciato - pare con successo - un primo invito con l'obiettivo di raccogliere materie fondamentali e indispensabili al restauro delle ottocento statue a grandezza naturale.

Molte di queste statue, infatti, un po' come le statue di Madame Tussauds hanno capelli, barbe e baffi veri. «Capigliature nere, bionde, rosse, grigie, lisce, arricciate, grandi barbe pepe e sale, a seconda del personaggio». Purtroppo, però, il tempo, la polvere, l'umidità e il secco tendono a rovinarle. Man mano che si usurano o presentano i segni del tempo, i restauratori si danno da fare per rimetterle a posto ma a lungo andare anche le scorte conservate nella «Stanza dei Capelli» - si chiama proprio così - sono quasi del tutto esaurite.

Ad aggravare il quadro, inoltre, c'è che oggi non ci sono nemmeno più i capelli di una volta. «Un tempo - ha spiegato Elena De Filippis, direttore del santuario - si faceva a gara per donare i capelli per le statue del Sacro Monte. Forse vi giungevano chiome come conseguenza delle tonsure delle novizie, altre per ex voto. Oggi queste donazioni sono rare. E le capigliature disponibili sul mercato, oltre che costose, hanno colori e acconciature che risentono della moda di oggi». Forse risentono anche delle tinture o di altri prodotti che a lungo andare indeboliscono i capelli. Un guaio. «Il restauro corretto delle statue del Sacro Monte richiede ovviamente il rispetto della fisionomia originale dei personaggi rappresentati. Il che vuol dire che non possiamo far loro indossare dei capelli sbagliati, perché si altererebbe l'equilibrio della rappresentazione originaria».

Lunedì 13 Febbraio 2012 - 19:43    Ultimo aggiornamento: 19:48



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Demoliscono lo stabile danneggiando l’edificio adiacente: il proprietario non è responsabile

La Stampa


Se ci sono danni a terzi derivati dall’esecuzione dell’opera il committente è corresponsabile in presenza di specifica violazione di regole di cautela (la "culpa in eligendo") per aver affidato l’opera ad un’impresa assolutamente inidonea ovvero quando l’appaltatore sia stato un semplice esecutore degli ordini del committente ed abbia agito quale nudus minister attuandone specifiche direttive. Lo afferma la Cassazione (sentenza 26002/11).

Il Caso

Il proprietario di uno stabile decide di demolire il fabbricato per poi procedere alla sua ricostruzione. Per fare ciò affida l’esecuzione dei lavori ad un imprenditore edile e la direzione degli stessi ad un geometra. Qualcosa va storto e durante il compimento delle operazioni vengono danneggiati alcuni vani di un edificio adiacente che crollano. I proprietari di questi ultimi agiscono dunque in giudizio al fine di ottenere il risarcimento del danno. 

Il Tribunale accoglie la domanda e condanna l’imprenditore e il proprietario dello stabile che però decide di ricorrere. I danneggiati propongono appello chiedendo la condanna anche del geometra. I giudici di secondo grado considerano fondate le ragioni addotte dal proprietario dello stabile e, riconoscendo come unico responsabile l’appaltatore, rigettano l’appello incidentale relativo alla posizione del geometra. Si arriva infine in Cassazione.
 
Il committente che affidando i lavori perde la disponibilità del bene non può essere considerato custode. A detta dei danneggiati, il committente deve rispondere dei danni in qualità di proprietario che ha fatto eseguire i lavori di scavo sul suo fondo e in qualità di custode del fabbricato. Il primo motivo è inammissibile perchè dedotto per la prima volta in sede di legittimità e il secondo motivo è respinto dalla Corte in quanto «il totale affidamento dei lavori all’appaltatore e quindi la consegna del bene a quest’ultimo determinano, quando appunto il committente ne perda la materiale disponibilità, la cessazione della sua qualità di custode». Il committente risponde del danno quando affida i lavori ad una impresa inidonea o quando impartisce direttive specifiche di cui l’appaltatore è mero esecutore.

I danneggiati chiedono anche che il proprietario dello stabile venga condannato in qualità di committente dei lavori di demolizione per aver scelto come appaltatore un soggetto privo delle elementari conoscenze tecniche necessarie. La Corte ricorda come in materia valga il principio secondo il quale «l’autonomia dell’appaltatore il quale esplica la sua attività nell’esecuzione dell’opera assunta con propria organizzazione apprestandone i mezzi, nonché curandone le modalità ed obbligandosi verso il committente a prestargli il risultato della sua opera, comporta che, di regola, l’appaltatore deve ritenersi unico responsabile dei danni derivati a terzi

dall’esecuzione dell’opera … una corresponsabilità del committente può configurarsi in caso di specifica violazione di regole di cautela, ovvero in caso di riferibilità dell’evento al committente stesso per culpa in eligendo per essere stata affidata l’opera ad un’impresa assolutamente inidonea ovvero quando l’appaltatore in base a patti contrattuali sia stato un semplice esecutore degli ordini del committente ed abbia agito quale nudus minister attuandone specifiche direttive».

Nel caso specifico i giudici di merito hanno escluso la sussistenza della culpa in eligendo e la Cassazione non può che prenderne atto non avendo tra i suoi poteri quello di esprimere un apprezzamento diverso degli esiti dell’istruttoria dei gradi precedenti. Il geometra che ha diretto i lavori, invece, non deve pagare alcunché per il semplice fatto che non è stata fornita la prova della sua responsabilità.




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Lo jettatore è quello che paga per tutti

La Stampa

In un saggio Sergio Benvenuto ribalta i luoghi comuni su questa figura della cultura popolare. Non è un invidioso ma un "capro espiatorio"




'O Jettatore di Andrea Petrone (tecnica mista su tela, cm.50x70) è una interpretazione della figura di Totò nell’episodio" La Patente" dal film "Questa è la vita" di Luigi Zampa del 1954


MARCO BELPOLITI

La credenza nella jettatura è assai radicata in Italia, in particolare al Sud. Nel 1999 un siciliano ha ucciso i vicini di casa perché parlavano di lui come di uno jettatore; il cantante Marco Masini, invece, si è ritirato temporaneamente dalla scene perché perseguitato dalla fama di portar scalogna, come si diceva di Mia Martini. Ma non è solo questione di cantanti. Togliatti, segretario del Pci, teneva sempre in tasca chiodi di ferro contro il malocchio e Benito Mussolini sembra temesse gli jettatori più degli antifascisti. Sergio Benvenuto, psicoanalista e filosofo, nato a Napoli, ha scritto una breve storia della jettatura (Lo jettatore, Mimesis, p. 48, Euro 3,90) che è una discesa nei recessi dell’anima italiana, per non dire del Sud in generale.

Benvenuto (cognome quanto mai adatto ad affrontare un simile tema) invita a non confondere la jettatura col malocchio, il quale riguarda piuttosto lo sguardo invidioso che provoca disgrazie in chi ne è oggetto. Il malocchio rivelerebbe la potenza soprannaturale del desiderio umano, tanto che in varie lingue le due parole - desiderio e invidia - si dicono con un medesimo termine. La jettatura nasce ufficialmente nel Settecento con il libro di un illuminista napoletano, Nicola Valletta, Cicalata sul fascino volgarmente detto jettatura (1787) e, come aveva indicato l’antropologo Ernesto de Martino, è dominata da personaggi maschili appartenenti al ceto colto, professori, magistrati, medici e avvocati. Valletta sancisce con il suo trattatello il divorzio tra psicologia e fisica, tra la forza del desiderio e le cieche energie naturali.

L’illuminista napoletano istituisce la figura dello jettatore che non vuole, come l’invidioso tradizionale, il male altrui. La jettatura, scrive Benvenuto, sospende la separazione tra realtà e illusione, e sopratutto quella tra Bene e Male. Cosa significa? Che lo jettatore non è più una figura malvagia, un mago o uno stregone, bensì un brav’uomo che porta male. Tutto questo sarebbe l’effetto del razionalismo settecentesco che, come ha mostrato Todorov, separando razionalità da irrazionalità, realtà da fantasia, provoca la nascita della stessa letteratura fantastica. E qui spunta lo jettatore, ben incarnato da Totò nel film di Zampa, Questa è la vita, dove interpreta il personaggio creato da Pirandello nel racconto La patente: un uomo per bene, morigerato, disoccupato, un menagramo che decide di fare di questo un mestiere per campare, e pretende la patente di jettatore, al fine di ottenere compensi dai negozianti che minaccia con la sua presenza.

Cosa significa? Lo jettatore moderno non è dunque l’invidioso della tradizione, bensì il suo contrario: uno privo d’invidia. Si tratta di un personaggio privo di desiderio, e proprio per questa carenza in grado di far convergere una forza indesiderabile su chi fissa. Se si segue René Girard, il creatore del paradigma del «capro espiatorio», il desiderio umano è mimetico, imita, e tende alla rivalità: si desidera quello che l’altro possiede. Questa dinamica ha bisogno di un capro espiatorio, un individuo o un gruppo, su cui far cadere, nei momenti di grande tensione collettiva e di crisi, la colpa del Male. Lo jettatore sarebbe secondo Benvenuto un capro espiatorio. Ma cosa c’entra tutto questo con l’Illuminismo? Separando razionalità da irrazionalismo, scienza da spiritismo, i Lumi della Ragione hanno creato involontariamente i presupposti per un doppio regno che prima non esisteva, essendo il pensiero pre-illuminista mitologico e simbolico: la realtà è una sola, l’Anima Mundi che pervade sia il micro come nel macrocosmo.

La psicosi della jettatura nascerebbe qui, come una forma di paranoia, l’unica malattia mentale che, come ci ricorda Luigi Zoja in Paranoia (Bollati Boringhieri), si comunica agli altri, e che può avere perciò una dimensione collettiva. Benvenuto arriva a supporre che nel Settecento e nell’Ottocento la jettatura sia stata addirittura una forma di xenofobia. Il passaggio dal malocchio alla jettatura ha significato il passaggio dal primato dello sguardo a quello della parola, dalla magia visiva alla magia del linguaggio. E oggi? Viviamo nel regno del «non è vero, ma ci credo».

Lo jettatore non esiste per il sapere scientifico, ma quando il napoletano - e non solo lui - incontra una «certa persona» si tocca le palle e fa il segno delle corna. Esiste, ma a livello viscerale, che è poi quello di cui si occupa la psicoanalisi. Siamo divisi, proprio come il feticista o il perverso di cui parla Freud: crediamo in certe forze in virtù del sapere empirico, ma temiamo, oppure desideriamo intensamente, altre forze che manifestano il nostro lato infantile, quello primordiale e irrazionale. Le superstizioni apparterrebbero, dice Benvenuto, a una area ambigua tra razionale e irrazionale: «sono saperi desideranti, e desideri in forma di saperi».

Come nel caso delle credenze intorno a Babbo Natale e alla Befana, si scopre ben presto da bambini che non esistono, e subito si capisce, più o meno chiaramente, che sono proprio gli adulti ad alimentarle: «la credenza puerile serve a far sopravvivere la fede mistica degli adulti». Serve, proprio come la jettatura, così che è il bambino ad essere il padre dell’uomo, come diceva Wordsworth. Siamo divisi. Che male c’è? Nessuno, ovviamente. Si sa che non si dovrebbe credere nel potere dello jettatore, ma ci si comporta come ci si credesse. Una volta Umberto Eco ha detto: «Non siate superstiziosi! La superstizione porta iella». Sergio Benvenuto replica: la credenza nello jettatore contesta la razionalità dominante e afferma, sì credenze superate, ma dimostra che razionalismo, scienza e tecnologia portano iella e ci rendono infelici. Sarà vero? Meglio toccarsi.



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Strage di Cefalonia, c'è un nuovo indagato

Corriere della sera


A 68 anni dagli eccidi in Grecia, la Procura militare apre un fascicolo a carico di ex un soldato 90enne


MILANO - L'impunita strage di Cefalonia, del settembre 1943, potrebbe avere presto un nuovo indagato. A 68 anni dai fatti la procura militare di Roma ha chiuso le indagini a carico di un ex militare tedesco, oggi novantenne, di cui sarà chiesto il rinvio a giudizio.

L'ECCIDIO - A seguito dell'armistizio tra l'esercito italiano e le Forze Alleate, l'8 settembre 1943, sull'isola greca e a Corfù scattarono le rappresaglie dell'esercito tedesco sui militari italiani che si trovavano di stanza lì. I soldati della Divisione Acqui, dei finanzieri e dei carabinieri, si opposero al disarmo. Tra il combattimento e le fasi successive, morirono circa 9.000 soldati e 415 ufficiali.


I PROCESSI - Durante il Processo di Norimberga il capo del XII Corpo d'armata delle truppe da montagna della Wehrmacht all'epoca dei fatti fu condannato a 12 anni di reclusione, e ne scontò soltanto 3. Un primo tentativo di processare militari tedeschi nel nostro Paese avvenne nel 1957, ma si risolse con un nulla di fatto. Nel 2009 la procura militare di Roma aprì un nuovo fascicolo a carico di Otmar Muhlhauser, che fu responsabile del plotone di esecuzione del generale Antonio Gandin. Muhlhauser, già processato in Germania per lo stesso episodio (era stato prosciolto perché colpevole di un «omicidio semplice» e non di un crimine di guerra), morì però pochi mesi dopo.

IL NUOVO INDAGATO - L'indagato, secondo quanto riporta l'Ansa, sarebbe in particolare accusato di uno degli episodi, l'uccisione di «circa 73 ufficiali italiani», trucidati alla Casetta Rossa di Cefalonia dopo essersi arresi. Il nome non è però stato divulgato. Da due anni era in corso anche un'azione legale nei confronti di Gregor Steffens e Peter Werner, attualmente ottantottenni, accusati di aver ucciso 170 soldati italiani che si erano arresi.

Redazione Online

13 febbraio 2012 | 15:08



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Strage alla casermetta di Alcamo, Gulotta assolto dopo 22 anni di carcere

Corriere della sera

Scarcerato questa sera l'uomo accusato di avere ucciso due carabinieri diciottenni: «Aspettavo questo momento da 36 anni»



REGGIO CALABRIA – Assolto dopo aver trascorso ventidue anni di carcere. Giuseppe Gulotta è stato scarcerato lunedì sera dopo la sentenza della Corte d’Appello di Reggio Calabria che l’ha ritenuto estraneo alla strage alla casermetta di Alcamo Marina, in Sicilia, avvenuta il 26 gennaio del 1976. «Aspettavo questo momento da 36 anni» ha detto Gulotta. L’uomo era stato accusato ingiustamente di essere l’autore della strage dove morirono due carabinieri diciottenni, Carmine Apuzzo e Salvatore Falcetta.



LA VICENDA - La vicenda di Giuseppe Gullotta è articolata da una serie di processi. Il primo capitolo l’aveva scritto la Corte d’Assise di Trapani che aveva assolto l’imputato. La Corte d’Assise di Palermo però, ribaltò il verdetto e lo condannò all’ergastolo. I legali ricorsero in Cassazione che annullò quella condanna e trasferì gli atti nuovamente a Palermo, ad altra sezione. Nuova condanna all’ergastolo per Gulotta. Stessa decisione presero successivamente le Corti d’Appello di Caltanissetta e Catania, investite da altri rinvii trasmessi dalla Cassazione. Nel 1990 la sentenza è divenuta definitiva.

LA BATTAGLIA - L’imputato non si è mai arreso. I suoi difensori Baldassarre Lauria e Pardo Cellini hanno cercato e trovato nuovi elementi per far riaprire il caso. Una prima istanza di revisione del processo presentata a Messina fu annullata. I legali si rivolsero ancora una volta in Cassazione che ha accolto la revisione inviando gli atti alla Corte d’Appello di Reggio Calabria. Al processo i giudici reggini hanno raccolto nuove testimonianze, tra cui quella dell’ex brigadiere Renato Olino, all’epoca in servizio al reparto antiterroristico di Napoli che si occupò dell’inchiesta sulla strage.

Il brigadiere ha fatto alcune ammissioni: in particolare ha riferito che ci furono dei «metodi persuasivi eccessivi» per far «cantare» un giovane Giuseppe Vesco, che finì con accusare Gulotta. Il pentito Vincenzo Calcara, poi, sentito in videoconferenza ha dichiarato di aver appreso in carcere dell’estraneità alla strage di Gulotta. Nella sua requisitoria il procuratore generale Danilo Riva ha chiesto l’assoluzione dell’imputato. «Spero che anche per le famiglie dei due carabinieri sia fatta giustizia» ha detto Gulotta, avvicinato dai giornalisti dopo la sentenza.



Carlo Macrì
13 febbraio 2012 | 20:28



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La stagista di JFK: "Non è stato solo sesso"

Corriere della sera

di Marzio G. Mian

Mimi Alford, autrice di Ho amato JFK parla per la prima volta a Io donna dei suoi 18 mesi di sesso alla Casa Bianca: "È vero non mi baciò mai, ma mi guardava negli occhi. Ricordo uno sguardo timido, il suo volto da ragazzo. Da allora non ho più cucinato le uova strapazzate. Non ero una escort e quanto a Berlusconi..."


ESCLUSIVO La stagista di JFK: Non è stato solo sesso
Signora Alford, partiamo da quella sua frase: "Conoscevo il mio ruolo e lo interpretavo bene". E poi dalla spiegazione successiva: "Ero sempre disposta a fare quello che piaceva al Presidente", il presidente John F. Kennedy. Vuol dire che andare a letto con Kennedy rientrava nel suo lavoro, nel suo ruolo di stagista alla Casa Bianca?
"No, ma pensando a quel che ero cinquant'anni fa, a 19 anni, posso dire che lo facevo anche per senso del dovere. Sì, posso dire che era senso del dovere. A quel tempo si veniva educati a non contrapporsi agli adulti, noi ragazze eravamo assoggettate agli adulti, dovevamo aver rispetto dell'autorità, ubbidire…"

Quindi non aveva scampo, non poteva rifiutarsi.
Non mi sono mai sentita abusata…

Neanche la prima volta, quando il Presidente le ha rubato la verginità spingendola sul letto di Jacqueline?

Non l'ho vissuta come una violenza, non mi ponevo domande, ero così giovane… E poi c'era questa eccitazione di essere così vicina, anzi intima al potere; l'intimità con il potere è inebriante, ti impedisce di porti domande. Mi bastava che quell'uomo bellissimo e potentissimo volesse me…

Mimi Alford (a destra in una foto dell'epoca) ha oggi 69 anni. Dopo aver convissuto per mezzo secolo con il segreto di aver fatto sesso per 18 mesi con il presidente Kennedy mentre era stagista all'ufficio stampa della Casa Bianca (tra l'estate del '62 e fino alla vigilia dell'attentato di Dallas nel novembre 1963), ora ha reso pubblica la sua storia con un libro-rivelazione (in Italia pubblicato da Rizzoli con il titolo Ho amato JFK, in libreria da mercoledi 15 febbraio, sotto la copertina) che sta facendo discutere l'America, sia perché contribuisce alla demolizione del mito Kennedy, sia perché pone domande sulla figura della protagonista. Lo ha fatto per liberarsi di un peso o per lucro? Era davvero un'ingenua teenager o invece una giovane donna spregiudicata e priva di morale? Se è certo che la figura privata di Kennedy subisce un nuovo duro colpo, Mimi resta un enigma. Non basta il nostro lungo incontro a New York per scioglierlo. Durante l'intervista esclusiva con Io donna, pur concedendo ulteriori dettagli e aggiungendo elementi alla storia, non riesce ad eliminare il dubbio che l'intera esistenza di Mimi sia stata una miscela di sprovvedutezza naif e cinismo. Il suo libro rivela dettagli sordidi, come il primo rapporto nella stanza della First Lady dopo soli quattro giorni dall'inizio dello stage, i lunghi giochi con JFK nella vasca del bagno della Sala Ovale, le attese della "chiamata" negli hotel durante le trasferte presidenziali alle quali non avrebbe avuto il diritto di partecipare, John che chiede alla liceale di offrire fellatio al suo amico David Powel o al fratello Ted, le telefonate sotto falso nome fatte dal presidente a Mimi quando rientrava al college.
Eppure oggi la signora vorrebbe che ci si concentrasse sul dramma di una donna condannata a tenere un simile segreto tanto a lungo e vorrebbe evitare certe domande, come se andassero fatte solo a quella ragazza di 50 anni fa che non c'è più (nella foto, seduta sulla destra insieme ai fratelli). Mimi - un corpo affusolato e tonico da ex modella, un vestito attillato grigio perla corto a metà coscia e l'elegante disinvoltura nei modi che rivela il milieu patrizio del New England in cui è crescita - ha scritto un libro sui 18 mesi di sesso con il presidente Kennedy e, sia pur senza convinzione, insiste a parlare dei suoi 50 anni successivi.

Quando ha poi saputo che non era stata l'unico intrattenimento extraconiugale di Kennedy è stata gelosa?
"Fui gelosa quando scoprii che con altre donne, come Helen Chavchavadze, che si era diplomata a Farmington come me qualche anno prima, o Mary Pinchot Meyet erano state sue amanti ma facevano parte della vita sociale dei Kennedy, erano invitate alle cene offerte dalla First Lady, mentre io ero sempre stata invisibile".

Ha magari pensato che le altre erano amanti e che lei è stata usata come un sex-toy…
"No, ho solo pensato che non ero speciale come credevo".

Ma lei era costretta a quel che ha chiamato il "gioco dell'attesa", aspettare giornate intere nelle stanze d'albergo una chiamata. David Powers le diceva "tieniti pronta". Una volta, in Florida, mentre aspettava per un intero fine settimana in uno squallido motel, nella tenuta dei Kennedy c'era una festa dopo l'altra.

"Ripeto, allora non mi ponevo domande. Stare con il Presidente e godere della sua totale attenzione era un'iniezione d'autostima, un vizio a cui è difficile rinunciare. Nonostante le umiliazioni il suo carisma e il fascino dei viaggi con l'entourage presidenziale non cessavano di sedurmi. Certo, oggi sono sconcertata che non trovassi degradanti quelle lunghe attese".

Si è sentita rispettata dal presidente Kennedy?
"Sì, il Presidente mi ha rispettata… "

Anche quando le ha chiesto di avere un rapporto orale con il suo migliore amico David Powers a bordo piscina mentre lui assisteva, o come quando le chiese di fare lo stesso regalo a suo fratello Ted?
"No, in quei casi direi che non mi ha rispettata".

Solo in quei casi? Il presidente alla Casa Bianca e anche prima del primo rapporto, le faceva bere molti bicchieri di daiquiri. A una ragazza che ancora non poteva votare, che per bere in un locale avrebbe dovuto attendere i 21 anni. Kennedy, da quel che lei scrive, le impose di assumere droga. Come può dire di essere stata rispettata?
"Penso solo ora che il Presidente mi faceva fare una cosa illegale alla Casa Bianca… ma la droga no, mai alla Casa Bianca. E poi anche alle feste al college bevevamo birra…" (nella foto, Mimi è la prima a destra sugli scalini della Casa Bianca)

Scusi ma la Casa Bianca non è una sorority.
"Sono d'accordo".

In 18 mesi il Presidente non l'ha mai baciata. Come si sentiva una bella ragazza del liceo? Oppure è stata l'unica ragazza a non essersi mai lasciata andare a fantasticherie romantiche?

"La nostra non era una relazione romantica. Era sessuale, intima, ma c'era sempre un velo di riserbo; il nostro rapporto non poteva evolversi in qualcosa d'altro. Non cullavo illusioni, capivo che non baciandomi non voleva un altro livello d'intimità".

Pensa che la sua vita sarebbe stata diversa se oltre a fare sesso con lei, Kennedy l'avesse anche baciata, magari appassionatamente? Non è che questo le ha lasciato un sapore amaro per tutta la vita?
"Certo, è stato molto triste che non l'abbia fatto, ma la mia vita non sarebbe stata diversa. Il mio segreto sarebbe stato lo stesso e non più romantico".

Ma almeno la guardava negli occhi mentre facevate sesso?
"Sì, mi guardava negli occhi. Ricordo uno sguardo velato di timidezza, ricordo il suo volto da ragazzo, molto più giovane e incerto dei suoi 45 anni".

Ma lei lo chiamava "Signor Presidente" anche nell'intimità, durante i vostri rapporti. Non è strano? Non si sentiva come una donna di servizio che fa altri servizi oltre che passare l'aspirapolvere?
"Nessuno lo chiamava Jack. Anche quando non era in pubblico, nessuno, il cameriere personale, i cuochi, gli agenti dei Servizi, i membri dello staff… nessuno non lo chiamava signor Presidente. Capisco che sembri strano, ma a me sarebbe sembrato strano chiamarlo in altro modo. Secondo me anche Marilyn Monroe lo chiamava signor Presidente".

Spesso dopo aver fatto sesso cucinavate insieme le uova strapazzate nella cucina dell'appartamento presidenziale. Quando cucina le uova pensa a quei momenti?

"Confesso che da allora non ho più cucinato le uova strapazzate e le mangio solo se le cucina mio marito. Che comunque non riesce a farle come il presidente, che aveva imparato da sua madre a montarle a bagnomaria".

Dopo quella prima volta, scrive che una volta a casa si sentiva ancora addosso il profumo della colonia 4711 del presidente. Cosa ha provato sentendo quel profumo negli anni successivi?

"Di quel periodo la cosa che ricordo meglio sono gli odori, e mi è capitato di entrare un una profumeria solo per sentire quell'odore. Ma è accaduto tanto tempo fa".

Lei dice che era appagata dall'eccitazione del potere. Non pensa che questo appagamento fosse un altro modo, sia pure inconsapevole, di essere pagata?

"Non mi sono mai sentita una escort… O trattata come una escort. Anzi quando stavo con lui la mia autostima aumentava, in sua compagnia mi sentivo più viva, più speciale".

Ha letto degli scandali sessuali dell'ex presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi?

"Sì, i giornali americani ne hanno parlato. Ma non voglio fare paragoni, né con le vicende di Berlusconi né con Monica Lewinsky".

Come giudica il fatto che il Presidente degli Stati Uniti chiamava al telefono il college con falso nome per parlare con una ragazza e chiederle cosa faceva insieme alle altre ragazze? Non pensa che fosse sconveniente e togliesse tempo al suo dovere di Presidente?
"Io non giudico, penso che anche se faceva quelle telefonate e anche se telefonava ad altre donne, non precludeva la sua grande capacità di guidare il Paese".

Lei è religiosa?
"No, ho una visione spirituale dell'esistenza".

Ma ha a lungo lavorato come amministratrice di una importante parrocchia di New York, sembra un'altra contraddizione della sua personalità o è stato per penitenza?
"Non mi sento affatto colpevole. E ora che mi sono liberata da questo segreto ricomincio un'altra vita. Una vita normale".


Auguri signora Alford.





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Materiale pedopornografico: condannato Stasi

Corriere della sera

I video incriminati erano stati ritrovati nel suo computer


MILANO - Condannato per detenzione di materiale video pedopornografico con trenta giorni di reclusione e 1.400 euro di multa convertiti in una pena pecuniaria complessiva di 2.540 euro oltre all'interdizione dei pubblici uffici. È la pena inflitta dal tribunale di Vigevano ad Alberto Stasi, fidanzato di Chiara Poggi, uccisa a Garlasco, in provincia di Pavia.

FRAMMENTI VIDEO - L'interdizione dai pubblici uffici, per Stasi, si riferisce «in perpetuo da qualunque incarico di ogni ordine e grado nonché da ogni ufficio o servizio in istituzioni o strutture pubbliche o private frequentate prevalentemente da minori». Finito davanti al giudice per l'udienza preliminare di Vigevano nel 2009 con la doppia accusa di detenzione e divulgazione di materiale pedopornografico, l'ex bocconiano - assolto lo scorso dicembre anche in secondo grado dall'accusa di aver ucciso Chiara Poggi, trovata uccisa nella sua casa il 13 agosto 2007 - era stato prosciolto per la divulgazione di filmati hard con protagonisti bambini anche in tenera età. Rinviato a giudizio per il solo reato di detenzione di video proibiti, quindi, Stasi ha visto restringersi l'accusa ai 17 frammenti di immagini per i quali il giudice ha deciso di condannarlo. «Leggeremo con attenzione le motivazioni della sentenza e valuteremo la possibilità di ricorrere in Cassazione», ha commentato uno dei legali di Alberto Stasi, l'avvocato Giulio Colli, difensore del giovane insieme al professor Angelo Giarda.


Redazione Online
13 febbraio 2012 | 18:47



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Così Picasso domò Dominguín

Stefania Vitulli - 11 febbraio 2012 - 08:55


Quando Cocteau li fece incontrare, il re della corrida rifiutò di essere ritratto dall’artista. Poteva finire male: invece divennero inseparabili


La nascita dell’amicizia tra Picasso e il torero Dominguín ha in sé qualcosa dello scontro mitico, come accade quando due grandi si fronteggiano. Prima di conoscere Luis Miguel, Picasso diceva di lui che era «un torero da Place Vendôme», intendendo che la sua tauromachia risultava «scientifica», dominatrice, troppo disinvolta.



Il gusto di Picasso per i tori, invece, si orientava, proprio come quello della maggior parte del pubblico, verso «la lotta ostentata, i corpo a corpo, l’alterco drammatico». Diversamente da tutti i toreri che facevano corride in Francia, poi, Dominguín non dedicava mai l’uccisione a Picasso, nemmeno quando capitava ad Arles. Toccò a Jean Cocteau trasformare quell’apparente tensione in energia positiva. Eppure, all’indomani dell’incontro testimoniato dagli scatti d’epoca che combinò tra i due nel 1950, fu ancora a Cocteau, e non a Picasso, che Dominguín dedicò il combattimento.

È tuttavia l’inizio di un ping pong emotivo che finirà con una delle più grandi amicizie della storia di Spagna. Cocteau regala a Dominguín un orologio d’oro per riconoscenza. «Oro di Germania», ironizza Picasso. Che però più tardi dirà di non riuscire a disegnare un toro in presenza di Luis Miguel e assecondando un istinto infallibile che sempre lo portò verso chi avrebbe potuto amarlo senza riserve, invita Dominguín in Provenza per offrirgli un ritratto. Dominguín, poco più che ventenne all’epoca e smanioso di approfittare dei brevi periodi di libertà strappati ai tori per cacciare, sedurre e viaggiare, «dimentica» l’invito.

Picasso: «Quando io prometto a qualcuno di ritrarlo, di solito arriva immediatamente». Luis Miguel: «Pablo, cerca di comprendermi. Io voglio che tu ti occupi di me quando mi conoscerai bene. Non prima». Qualche anno dopo, quando cominciò a diventare abituale vedere la silhouette di Dominguín stampata sulle copertine dei rotocalchi, entrare al Claridge di Londra insieme ad Ava Gardner, discutere a bordo piscina a L’Avana con Ernest Hemingway, scegliere Luchino Visconti come padrino di suo figlio Miguel Bosé o sfilare a Hollywood con Rita Hayworth, accanto al torero comparve anche e soprattutto Picasso, insieme a intellettuali del calibro di Rafael Alberti, che scriveva poemi a lui ispirati, e di Luis Buñuel, che cercava di convincerlo del «misticismo erotico della corrida». Con Picasso, invece, padrino di sua figlia Paola, Dominguín festeggiava i momenti intimi di entrambi, come gli ottant’anni del pittore, per cui spensero insieme le candeline a Vallauris. I due si vedono regolarmente. Picasso fa ceramiche, litografie e disegni ispirati ai combattimenti di Luis Miguel, che dona alla famiglia Dominguín, e Dominguín osserva da vicino e riflette, su arte e tori.

Queste riflessioni sono conservate in un breve ma intensissimo diario di un’amicizia che risale agli anni Sessanta ma che arriva solo oggi in Italia: Per Pablo (edizioni ObarraO, pagg. 53, euro 6, traduzione di Alessandro Giarda, con una bella introduzione di Jacques Durand) è l’omaggio che «il miglior matador del dopo Manolete» dedica a un gigante dell’arte del ’900 e al legame che si formò tra i due. Legame basato su stima e salde radici comuni: «Gli spagnoli hanno inviato il migliore tra loro in Francia...

La Spagna, di fatto, prova verso Picasso questa nostalgia, questa morriña dallo sguardo assente che si avverte in ogni spagnolo». Ma anche sulla condivisione di un destino di gloria che a volte può risultare più duro da sopportare di una vita trascorsa nell’ombra: «Noi toreri, che sottoponiamo coloro che amiamo ad angosce che, per quanto reiterate, non sono meno terribili, riconosciamo istintivamente chi si avvicina all’“abito di luce” e chi all’uomo. Anche Pablo, il quale in fondo è un torero, sa riconoscere le farfalle attirate dallo splendore della sua fama... Forse è il comune rifiuto della popolarità eclatante che ha sigillato la nostra amicizia».



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Foxconn, Apple avvia controlli indipendenti

Corriere della sera

Dopo la durissima inchiesta del Ny Times, l'azienda si affida a revisori terzi. Ma Greenpeace attacca sul fronte ecologico



Un cartello contro la Apple, durante un corteo a Parigi Un cartello contro la Apple, durante un corteo a Parigi

MILANO - Sono tempi duri per la Apple del dopo-Steve Jobs. Da sempre identificata come figlia delle controculture, smart per definizione, intrinsecamente progressista, ora passa dalla parte del "capitalista cattivo". Prima una durissima inchiesta del New York Times che denunciava le terribili condizioni di fabbriche cinesi come la Foxconn dove vengono prodotti, tra gli altri, iPad e Iphone . Poi il documentario di due registi italiani che raccontavano proprio delle (alienanti) fatiche di quelle migliaia di ragazzi della Foxconn. E infine le successive e rumorose manifestazioni di protesta davanti ai negozi di New York e Parigi, Londra e Sidney.

SI CORRE AI RIPARI... - L'azienda di Cupertino cerca ora di correre ai ripari: ha affidato alla Fair Labor Association, un revisore indipendente che si occupa di garantire che siano rispettati i diritti dei lavoratori, di effettuare un'indagine presso i fornitori addetti all'assemblaggio finale, come appunto la Foxconn a Shenzhen e Chengdu. Le prime ispezioni sono iniziate lunedì mattina presso le infrastrutture di Shenzhen: in Cina si produce oltre il 90% degli assemblaggi della Apple.

MA SI APRONO ALTRI FRONTI - Ma, mentre la Mela cerca di chiudere questo fronte se ne aprono immediatamente degli altri. Proprio in Cina, le autorità di Shijiazhuang, nel nord del paese, stanno sequestrando gli iPad dai rivenditori dopo che la società Shenzhen Proview Technology ha presentato una denuncia contro la Apple, accusando la società di Cupertino di aver violato i diritti sul nome iPad. Proview registrò il marchio iPad in Cina nel 2001. Apple acquistò i diritti al nome da una compagnia di Taiwan consociata con Proview, ma quest'ultima sostiene di avere ancora il diritto a usare il marchio in Cina. L'anno scorso un tribunale cinese aveva respinto un appello della Apple, che chiedeva di poter usare il nome iPad nel Paese.

PURE GREENPEACE - E come se non bastasse, pure Greenpeace va all'attacco del colosso americano. Nell'annuale classifica dedicata alle politiche ambientali delle vari multinazionali dell'Information Technology, Apple non c'è. Al primo posto Google, poi Cisco e Dell, secondo Greenpeace attive nella ricerca di energia pulita e nella riduzione dei gas serra. E Apple? Dietro la lavagna. E con una motivazione molto dura: «Nonostante profitti record ed enorme disponibilità di fondi da investire, [Apple] non ha mostrato alcuna leadership nel settore energetico né ha deciso di sfruttare opportunità e soluzioni già adottate da alcune aziende concorrenti». Dal canto suo la multinazionale dell'iPad risponde con una pagina sempre presente sul suo sito. Dove sostiene di perseguire invece politiche a favore dell'ambiente. Insomma una grana dietro l'altra per la azienda di Cupertino. Ed il ritorno d'immagine non è proprio lusinghiero.


Matteo Cruccu
ilcruccu@twitter.com
13 febbraio 2012 | 16:51


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