sabato 18 febbraio 2012

Sito web antimafia sottoposto a sequestro preventivo

Fonte : http://www.vajont.info/

Listiamo a lutto il nostro sito, per ricordare permanentemente ai cittadini italiani che siamo tutti vittime di un regime liberticida.

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Sito Non raggiungibile





ORDINARIE storie OPPOSTE di MAFIA ITALIANE.... NORD, SUD, stesse MELME
(E SE LA MAFIA è una MONTAGNA di MERDA... i Paniz & gli Scilipoti sono GUIDE ALPINE !!!! ©)


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OFFERTA SPECIALE - Due casi di mafia al prezzo di uno (un solo conato) C'è chi come me ha processi inutili, illegali, costruiti via reati commessi da un laureato in giurisprudenza (!) ma a palate ... e chi darebbe una gamba magari SOLO X POTER AVERLO, uno STRACCIO di PROCESSO! (Francesco).

Qui rilancio l'appello di Francesco Carbone un giovane ex dipendente di Poste Italiane licenziato dopo essersi opposto a delle "scorrettezze" fatte e fattegli dall'azienda. Il lato osceno è che DA 4 ANNI nessun magistrato cui lui si è rivolto, né i Ministeri competenti si sono attivati FINORA nonostante diversi suoi esposti, testimonianze e prove a BIZZEFFE che infine Francesco ha cominciato a mettere in RETE...
 
MI E' VENUTA l'IDEA di OSPITARLO IO, in AULA, in UNO qualsiasi dei MIEI!! Almeno così avrà la CITTADINANZA e la DIGNITA' di un FASCICOLO ....


SOLIDARIETA' a FRANCESCO CARBONE!!

L'appello è rivolto a tutti gli italiani e in particolare ai media. Vi invito a leggere e a diffondere il più possibile nei vostri blog o siti d'informazione preferiti questa storia incredibile. E a manifestargli solidarietà. Questa la > pagina FEISBUC di Francesco Carbone, di Villafrati, Italia.




Sito web antimafia sottoposto a SEQUESTRO PREVENTIVO
[ * Qui, il perché * (step 2, ovvero l'effetto *bavaglio*)] - [ * Qui, la GENESI * (step 1, ovvero la CAUSA ... pubblicata per riassunto)]


- N. 2871/09 R.G.N.R. - N. 2639/09 R.G. G.I.P. -
maurizio paniz - panizzate in liberta' IMPUNITA (per ora)
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panizMaurizioHotGod

[ Lo strano caso della morte di don Cassol, parroco di Longarone. Un prete onesto, nel paese sbagliato? ]
0 0 l'unico sul dopovajont
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"E quando dall'armadio i cadaveri puzzarono,
allora Jacob PAPERONE PANIZ comprò un'azalea."
Bertolt Brecht
studiopaniz.com/bravo

vajontOrgLogo somerights_CC Fatta a mano con un Mac







Comunicato anonymous - vajont.info chiuso? lol NO.


By: a guest on Feb 18th, 2012  |  syntax: None  |  size: 2.97 KB  |  hits: 4,592  |  expires: Never
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  1.   ## ##    #######  ########  #### ########    ###    ##       ##    ## irc.anonops.bz
  2.   ## ##   ##     ## ##     ##  ##     ##      ## ##   ##        ##  ##  irc.anonops.pro
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  5. ######### ##     ## ##         ##     ##    ######### ##          ##    Channels:
  6.   ## ##   ##     ## ##         ##     ##    ##     ## ##          ##    #italy & #opitaly
  7.   ## ##    #######  ##        ####    ##    ##     ## ########    ##   
  8. If you are neutral in situations of injustice, you have chosen the side of the oppressor. #Anonymous
  9. |) | |)   | ~|~   /= () /?   ~|~ |-| [-   |_ |_| |_ ~/_   '|\|   /= /? [- [- |) () |\/|
  10. All'attenzione di TUTTI i cittadini italiani!
  11. Siamo alle prove generali per l'affermazione di un pensiero unico in Italia.
  12. Il giudice delle indagini preliminari di Belluno, Aldo Giancotti, ha ordinato la chiusura dell'intero portale dedicato alla strage del Vajont, costata la vita nel 1963 a 1910 persone.
  13. Il sito in questione (http://www.vajont.info/), è "colpevole" di aver scritto: "E se la mafia è una montagna di merda...i Paniz e gli Scilipoti sono guide alpine!". Se l'italiano non è un opinione, l'uso del plurale in detta frase non si rifà alle persone ma a ciò che rappresentano, quindi come prima osservazione viene da chiedersi se non sia giusto che chi giudica lo scritto non sia tenuto alla conoscienza della lingua dello scrivente. Inoltre c'è da considerare il diritto degli "scilipoti e paniz" sopra al diritto di migliaia di utenti che avevano come riferimento il portale oscurato; fra i documenti destinati a scomparire almeno per un periodo dalla rete, molte fotografie, interviste, e rappresentazioni teatrali come quella tenuta a febbraio dai ragazzi di uno dei paesi della comunità ancora sconvolta dal ricordo del disastro.
  14. Interessante è notare come la magistratura italiana abbia fatto il suo esordio censorio in rete con un portale del genere, andando a ledere il diritto primario all'informazione, come se si volesse costiuire un precedente: il giudice decide cosa si puo' scrivere e cosa si puo' sapere, ledendo gravemente i diritti all`informazione dei cittadini italiani che potrebbero vedere scomparire dal mondo della rete interi quotidiani, blog, portali informativi, in virtù di una o più frasi ritenute lesive dei diritti di un singolo cittadino.
  15. Per queste ragioni non perdiamo l'occasione di tacere ed agiamo!!!
  16. Wikileaks dice "Informations want to be free". E voi cari avvocati? Oltre ai soldi e alla reputazione, un pò di sana libertà non ve la volete godere? A quanto pare no, quindi abbiamo deciso di farvi incazzare un bel pò iniziando un lungo processo di attacchi, che comincia proprio con http://www.mauriziopaniz.it/.
  17. <Anonymous> brb admin :3
  18. We are Anonymous
  19. We are Legion
  20. We do not forget freedom
  21. We do not forgive injustice
  22. United as 1. Divided by 0.
  23. EXPECT US!

Islamico a capo dei narcos della camorra Sospetti legami con Al Qaeda: 23 arresti

Corriere del Mezzogiorno

Un cartello controllava il traffico di droga dal Marocco all'Italia. Il narcotrafficante maghrebino arrestato a Malaga collegato all'attentato al metrò di Madrid


NAPOLI - La camorra e «Al Qaeda». È gravemente sospettato di avere rapporti con il terrorismo internazionale, in particolare con Al Qaeda, Rachid Echemlali Rahmani, il narcotrafficante maghrebino arrestato dalla Guardia Civil spagnola e dai carabinieri di Napoli a Malaga, in Spagna. Secondo quanto hanno accertato gli investigatori, infatti, ci sarebbero riscontri documentali che lo legherebbero ad almeno un esponente di «Al Qaeda» che ha partecipato all'attentato alla metropolitana di Madrid dell'11 marzo 2004. Rachid, marocchino di fede islamica, abitualmente residente in Spagna e destinatario di un mandato d'arresto europeo, nel 2002 (quando ancora non era ricercato) fu sottoposto a controlli dalle forze dell'ordine alle quali mostrò una patente di guida spagnola intestata a Abdlilah el Fadual el Akil, condannato in primo grado e poi assolto dalla cassazione spagnola (Tribunal Supremo) per l'attentato alla metropolitana di Madrid.

TERRORISMO INTERNAZIONALE - Secondo gli investigatori, quindi, è ipotizzabile la vicinanza di fornitori marocchini in Spagna a soggetti vicini ad Al Qaeda che, con gli ingenti proventi del narcotraffico finanziano il terrorismo internazionale. I trafficanti marocchini - sempre secondo quanto accertato dagli inquirenti - ricevono il maggior flusso di denaro proprio dalla camorra napoletana. Rachid, soprannominato «Armando», acquistava droga in Marocco e la rivendeva ai trafficanti napoletani facendosi pagare quattro volte la somma spesa per ogni tonnellata acquista comprata: circa 600.000 euro ogni 150.000 euro di «investimento». Ogni carico fatto trasportare dai barchini dalle coste del Marocco a quelle spagnole era di circa cinque tonnellate.


GLI ARRESTI: NAPOLETANI, POLACCHI E MAGHREBINI - Maghrebini e polacchi «narcos» dei clan napoletanissimi dei Nuvoletta-Polverino. Il loro capo si chiamava «Armando», 34enne del Marocco. I carabinieri del Nucleo Investigativo di Napoli, in collaborazione con la Guardia Civil spagnola, hanno eseguito la scorsa notte una ordinanza di custodia cautelare in carcere, arrestando 23 persone nell'hinterland a nord di Napoli, in Spagna e in varie località d'Italia. Sono accusate di associazione per delinquere finalizzata al traffico e allo spaccio di stupefacenti, aggravata dall'aver agito per finalità camorristiche. Nel corso di indagini coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, i carabinieri hanno scoperto nuove strategie messe in atto dai vertici dei clan camorristici Polverino e Nuvoletta per l'importazione di hashish e cocaina dal Marocco alla Spagna e poi in Italia, con fornitori maghrebini dislocati nella penisola iberica e con un folto gruppo di corrieri polacchi.

«ARMANDO» - Figura centrale del traffico di stupefacenti tra la Spagna e Marano, nel Napoletano, era «Armando», al secolo Rachid Echemlali Rahmani e arrestato ieri, venerdì sera, dalla Guardia Civil spagnola a Malaga, in collaborazione con i carabinieri di Napoli. Il narcotrafficante era ricercato in tutta Europa e, secondo gli investigatori, avrebbe anche legami con il fondamentalismo islamico. «Armando» era in grado di spostare enormi quantità di droga tra Marocco e Spagna, attraverso lo stretto di Gibilterra.

I SUB - Veloci barchini partivano carichi di stupefacente dal nord del Marocco e poi, nelle vicinanze della costa spagnola, scaricavano in mare la droga, confezionata in modo da poter resistere alle infiltrazioni d'acqua. A questo punto squadre di sub si recavano nei punti segnalati dai mandanti e recuperavano la sostanza stupefacente che veniva portata a riva per essere preparata per il viaggio verso l'Italia.

L'ANELLO DI CONGIUNZIONE CON I BOSS - Ruolo di collegamento per gli ordini e nel trasferimento della droga era invece Helena Zajac, cittadina polacca arrestata oggi dai carabinieri a Marano. Si trattava dell'anello di congiunzione tra i corrieri e i capi clan dei Nuvoletta e dei Polverino: quando giungeva la chiamata si organizzava per lo spostamento della droga recuperata dai fondali spagnoli. In Italia, infatti, la sostanza stupefacente giungeva via terra, a bordo di autovetture modificate nel Napoletano da meccanici compiacenti che ricavavano dei «doppi fondi» nella carrozzeria per nascondere la droga. Helena Zajac si occupava del trasferimento della auto modificate ai corrieri, tutti polacchi residenti in Polonia, i quali si recavano in Spagna per il carico. Lì la droga veniva nascosta nelle vetture che, sempre guidate dai corrieri polacchi, giungevano nel Napoletano lungo specifici percorsi. Una volta giunta a Marano, la droga veniva recuperata e i corrieri tornavano in Polonia, in attesa di una nuova chiamata della Zajac.

Redazione online
18 febbraio 2012


Anonymous attacca il sito di Paniz Che si difende: «Tradita la memoria del Vajont»

Corriere della sera


Il deputato Pdl: «Diffamato in maniera sistematica». Dopo una sua denuncia, oscurato un sito sul disastro




MILANO - Il termine tecnico è «defacing». Il volto mascherato simbolo di Anonymous è apparso nel pomeriggio di sabato sulla schermata del sito del deputato Pdl Maurizio Paniz: «Salve Maurizio Paniz, piacere di conoscerla. We are Anonymous». Si legge nel messaggio che per qualche ora ha campeggiato sull'home page, rimasta comunque inattiva per il resto della giornata. L'incursione informatica è la reazione degli hacker italiani all'oscuramento del sito Vajont.info, disposto dal gip di Belluno Aldo Giancotti su richiesta proprio di Paniz. Il sito conteneva una definizione pesantemente sarcastica del deputato Pdl e del suo collega Domenico Scilipoti. Per giunta l'autore, Tiziano Dal Farra, è già stato querelato almeno altre sei volte da Paniz. Circostanza che per il magistrato «rende più consistente il periculum in mora».

IL TRADIMENTO DEL VAJONT - Per Paniz Vajont.info non ha nulla a che vedere con il disastro del 1963 in cui persero la vita 1918 persone. «Conteneva solo alcuni dati gettati alla rinfusa - spiega l'onorevole - per il resto era un paravento per poter continuare ad insultarmi. Dal Farra non può essere assolutamente considerato come uno storico del Vajont, basta chiedere a chiunque a Longarone». Lo studio di Paniz è stato inondato di lettere di proteste.

Al punto da sentirsi due volte penalizzato da questa vicenda: «La persona in questione - continua - è stato condannato e querelato più volte per diffamazione, eppure si fa beffe delle sentenze e dei provvedimenti giudiziari. E continua nella sua azione diffamatoria aprendo siti anche all'estero. Quest'ultimo sito oscurato è stato ad esempio aperto in Arizona. E a quanto ha già dichiarato continuerà ad aprirne ovunque nel mondo. Altri suoi siti sono stati chiusi, ma continuava ad aprirne di nuovi. La chiusura del provider è la conseguenza di questa inconcepibile ostinazione».

IL COMUNICATO - Dall'altra parte della polemica, Anonymous Italia spiega in un comunicato il senso della propria azione di protesta: «Siamo alle prove generali per l'affermazione di un pensiero unico in Italia. Il diritto degli "scilipoti e paniz" viene tenuto in considerazione sopra al diritto di migliaia di utenti».



Antonio Castaldo
Twitter @gorazio
18 febbraio 2012 | 19:10



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Soldato morto in un lager tedesco Trovata la tomba dopo 68 anni

Quotidiano.net


Giovanni Cesana, classe 1923 da Carate Brianza, era stato catturato ed internato in un campo di prigionia nei pressi di Amburgo dove, probabilmente in seguito ad una malattia, era morto il 15 luglio 1944




Carate, 18 febbraio 2012 - Dato per disperso al termine della seconda guerra mondiale, ne hanno ritrovato la tomba dopo 68 anni. Grazie alle ricerche effettuate da un “segugio” che da tempo si occupa del ritrovamento dei soldati italiani nei cimiteri di guerra sparsi in Europa, nei giorni scorsi è stata individuata in Germania la tomba dove riposa il caratese Giovanni Cesana, classe 1923.

Il giovane soldato marconista del Genio, appena ventenne, era stato catturato ed internato in un campo di prigionia nei pressi di Amburgo dove, probabilmente in seguito ad una malattia, era morto il 15 luglio 1944. Di lui non si sapeva più nulla. I genitori per molti anni hanno disperatamente cercato il loro figliolo.

Una ricerca che era stata successivamente portata avanti anche dal fratello Costante e dalle due sorelle Maria Anna e Maria Luisa che abitano ancora a Carate: «Effettivamente - ha dichiarato Costante Cesana, molto conosciuto nella cittadina brianzola per essere stato il presidente della cooperativa di consumo - abbiamo cercato dovunque ma non siamo mai riusciti a trovare le benchè minima traccia di nostra fratello. Ci avevano detto che probabilmente era stato inumato in una fossa comune e quindi sarebbe stato impossibile recuperare il suo corpo».

Lo scorso anno l’ex generale Umberto Raza, presidente dell’Istituto del Nastro Azzurro fra decorati al Valor Militare, scartabellando tra i numerosissimi documenti in suo possesso è riuscito a risalire ad un piccolo cimitero di guerra situato ad Amburgo lungo il fiume Elba: «Grazie anche alla collaborazione con il veronese Roberto Zamboni - ha dichiarato Umberto Raza - abbiamo individuato nel campo 11 fila R la tomba 23 nella quale è stato inumato Giovanni Cesana. Abbiamo immediatamente avvertito i familiari che hanno acconsentito ad inoltrare la richiesta al Commissione Onoranze Caduti in Guerra del Ministero della Difesa per il rimpatrio dei resti».

Probabilmente l’oblio in cui sono caduti molti nostri soldati è dipeso dalla legge 204 del 1951, promulgata da Luigi Einaudi, con la quale si impediva il rimpatrio delle salme a spese dello Stato. Una normativa che, in quegli anni di crisi economica, ha di fatto disincentivato le ricerche dei nostri soldati dispersi: «Andremo a riprenderlo - ha aggiunto il generale Raza - e a riportarlo a casa. Stiamo aspettando risposte dal consolato italiano ad Amburgo. Credo che ci vorrà ancora qualche mese, ben poca cosa rispetto ai quasi settanta anni che la famiglia Cesana ha atteso sino ad ora». Lo scorso anno Umberto Raza riuscì a riportare a Carate Mario Longoni, un sottotenente della 362 Squadriglia Caccia precipitato nel fiume Dneper il 28 agosto 1941 e i cui resti rimasero custoditi per settanta anni in un piccolo mausoleo nella città romena di Ghencea.


di Gigi Baj




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La verità di Stimamiglio: «Ci fu un regista cinico»

Corriere della sera

«Qualcuno in quegli anni si è approfittato dell'ingenuo fanatismo di alcuni ragazzini». I mandanti? «Oltreoceano»



Gianpaolo StimamiglioGianpaolo Stimamiglio

Gianpaolo Stimamiglio è il supertestimone che, con le sue rivelazioni, ha aperto il nuovo filone di indagine sulla strage di Piazza della Loggia. Un'inchiesta che punta a dimostrare il ruolo operativo di alcuni militanti dell'estrema destra veronese nella realizzazione dell'attentato del 28 maggio 1974, quando l'esplosione di una bomba nascosta in un cestino portarifiuti provocò la morte di otto persone e il ferimento di altre centodue. Le dichiarazioni di Stimamiglio, che era tra gli esponenti di Ordine Nuovo e negli anni Settanta apparteneva all'organizzazione clandestini Nuclei di Difesa dello Stato, hanno portato all'iscrizione nel registro degli indagati del veronese Marco Toffaloni, minorenne all'epoca della strage, e di una seconda persona.

L'ipotesi dei magistrati è che gli organizzatori dell'attentato si sarebbero serviti della "bassa manovalanza" offerta da ragazzini veneti affascinati dall'estremismo di destra. E mentre a Brescia in questi giorni è iniziato il nuovo processo che vede imputati gli ordinovisti veneziani Delfo Zorzi (che oggi vive in Giappone) e Carlo Maria Maggi, il neofascista Maurizio Tramonte e l'ex ufficiale dei carabinieri Francesco Delfino (tutti assolti in primo grado), gli inquirenti bresciani hanno già ascoltato alcuni testimoni per cercare riscontri alla «pista veronese». A quasi 38 anni di distanza, oggi il padovano Giampaolo Stimamiglio è un sessantenne che vive sotto scorta in una piccola località del Veneto. Accetta di parlare con il Corriere - dice - perché vuole che sia fatta chiarezza.
Dicono che lei è «il pentito di Ordine Nuovo» che può portare alla verità sulla strage di piazza della Loggia. È così?
«Cominciamo proprio da qui: io non sono un pentito - risponde -. Anzi, più in generale non mi sono mai pentito delle scelte che ho fatto e i miei valori di oggi, almeno quelli principali, sono gli stessi di quando ero un giovane deciso a cambiare il mondo. Cambiarlo in meglio, intendo».
E allora perché ha fatto quelle dichiarazioni su Piazza della Loggia?
«Perché voglio smascherare chi ha organizzato certe cose approfittando dell'ingenuo fanatismo di alcuni ragazzini, chi ha deciso di prendere una strada diversa da quella che avevamo sognato. E l'ha fatto solo per il denaro e per inseguire i propri interessi personali. C'è chi ha approfittato della situazione politica di allora per diventare molto ricco, avviando delle collaborazioni».
Con i servizi segreti?
«Mi sembra evidente. Non lo dico soltanto io: è quanto emerge anche dai processi».
Ai magistrati ha detto che il veronese Marco Toffaloni ebbe un ruolo operativo nella strage di Piazza della Loggia. Come andò?
«C'è un'indagine aperta, non posso entrare nel merito. Mi limito a dire che all'epoca c'erano gruppi di giovinastri usati in vario modo da persone che hanno deviato dall'ideologia iniziale, almeno da quella che sostenevamo nel Centro Studi Ordine Nuovo».
Gruppi dell'estrema destra veronese?

«Sì, l'ambiente era quello».
Qual è il suo giudizio sulla strage di Brescia?
«Fu una cosa orribile, come tutti i fatti cruenti di quegli anni. Un episodio che gettò discredito su tutte le brave persone, e ce n'erano tante, che avevano aderito al nostro progetto. Noi eravamo anti-comunisti, ma anche contrari agli eccessi del capitalismo. «E un abominio colpire degli innocenti»: questo si sosteneva nel Centro Studi Ordine Nuovo».
Se il «lavoro sporco» lo fecero i militanti veronesi, chi c'è dietro la pianificazione dell'attentato di Piazza della Loggia?
«All'epoca c'erano due schieramenti contrapposti: la Russia e gli Stati Uniti. Quella di Piazza della Loggia è una strage che affonda le sue radici, il suo stesso concepimento, Oltreoceano».
Ai magistrati ha anche accennato ai legami tra Toffaloni e l'organizzazione Ludwig, responsabile di dieci omicidi per i quali vennero condannati i veronesi Marco Furlan e Wolfgang Abel. Per gli investigatori, invece, non c'erano altri complici.

«Quella di Ludwig è una formazione di qualche anno posteriore a Piazza della Loggia. Eppure è evidente a chiunque che Furlan e Abel, da soli, non possono aver commesso tutte quelle azioni. A prescindere dalle conferme che ho ottenuto, mi pare logico che in realtà ci fossero altri complici...».
È pronto a ribadire le sue accuse in un eventuale processo? «Sono pronto a testimoniare. È dal 1994 che collaboro, e se i magistrati dovessero chiedermelo non avrei problemi a ribadire ciò che so davanti a un giudice».


Andrea Priante

18 febbraio 2012 | 16:59




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Caso del Crocifisso, Bondi difende l'acquisto

Corriere della sera

L'ex ministro rivendica la decisione di acquisire il manufatto attribuito a Michelangelo che fu pagato 3,2 milioni di euro



Il Crocifisso ligneo attribuito a Michelangelo e di cui oggi la Corte dei Conti contesta il prezzo di acquisto Il Crocifisso ligneo attribuito a Michelangelo e di cui oggi la Corte dei Conti contesta il prezzo di acquisto

MILANO - Sandro Bondi lo rifarebbe. Difende «bontá e correttezza» della scelta che portò il ministero dei Beni Culturali, allora da lui guidato, a sostenere l'acquisto di un Crocifisso ligneo attribuito a Michelangelo e pagato 3,2 milioni di euro, a fronte di una stima che oggi viene riportata a circa 700 mila, ragion per cui la Corte dei Conti chiede ora i danni ai vertici del dicastero che a vario titolo avallarono l'acquisizione. Anzi, l'ex ministro rivendica con orgoglio la decisione di allora: «Non ho alcuna difficoltà - dice Bondi -. Venne presa da me con il parere vincolante del comitato tecnico consultivo, sia per quanto riguarda l'attribuzione sia relativamente al costo della scultura».

«PARALISI ITALIANA» - Bondi fa notare che «in Italia non mancano le autorità di controllo, dalla magistratura, alla Corte dei Conti, fino alle Authority» e sottolinea che «l'effetto finale è la paralisi di ogni decisione pubblica, o quantomeno un allungamento dei tempi e dei costi che gravano poi sull'intera collettività». E a tal proposito ricorda la vicenda dello sponsor privato per i restauri del Colosseo, un'altra decisione orgogliosamente rivendicata. Tra l'altro all'epoca della presentazione della scultura a Montecitorio furono in molti a plaudire all'acquisto, tra cui il presidente della Camera, Gianfranco Fini, e quello della Repubblica, Giorgio Napolitano.

«ERAVAMO TUTTI D'ACCORDO» - «Anche Roberto Cecchi, sottosegretario ai Beni culturali chiamato in causa come principale responsabile di quell'acquisto, si difende: «Nel 2008 la Corte dei Conti ha dato legittimità all'acquisto registrando il contratto relativo». «È una situazione indecente quella che sta accadendo - ha aggiunto - . Sono molto amareggiato ma certo è che c'è un accanimento di cui è difficile capire i contorni». All'epoca dell'acquisto «eravamo tutti d'accordo - ha spiegato il sottosegretario -, anche il professore Salvatore Settis che allora era il presidente del Consiglio Superiore dei Beni culturali.

Poi, nel 2009 sospesi i pagamenti appena seppi che c'era una indagine in corso. Finii quindi per pagare nemmeno un terzo della cifra che ci era stata richiesta. Fu il direttore generale che venne dopo di me, essendo diventato io segretario generale del Mibac, a pagare la restante somma ma solo perchè gli fu imposto da un'autorità di giustizia civile e non amministrativa».


18 febbraio 2012 | 16:50




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Chaplin o Charlot? Il mistero della nascita

La Stampa


Neanche i servizi segreti inglesi riuscirono a scoprire se fosse nato a Londra, Parigi o su un carro di zingari


Charlie Chaplin in una scena del «Monello» (1921)



ANDREA MALAGUTI
corrispondente da londra


Miti che rischiano di cambiare bandiera. Uno è Sir Charles Spencer Chaplin. Noto al mondo come Charlot. Poeta, attore, musicista, regista, leggenda del film muto, genio del 900 e Cavaliere della Regina. Di lui si sa che aveva passaporto britannico e che morì in Svizzera, nella casa di Corsier sur Vevey, nel 1977. Il giorno di Natale.

Uscita di scena di gran classe, niente da dire. Più complicato stabilire il momento della nascita. L’anno è il 1889, presumibilmente il 16 aprile, 96 ore prima di Hitler. Ma la domanda senza risposta resta un’altra: dove? A Londra, come sostiene la sua biografia ufficiale, nel parco degli zingari di Black Patch vicino a Birmingham, come suggerisce una lettera di un presunto testimone oculare nel 1971, o, peggio, alla prima periferia di Parigi, come immaginano alcune imbarazzate fonti dell’MI5? Chaplin o Charlot? Inglese o francese?

Questione non irrilevante che neppure i servizi segreti, sollecitati da Washington, riuscirono a risolvere. Nel dubbio decisero di non approfondire. «E’ una nostra gloria e ce la teniamo». Perfetto. Ma qual è la storia raccontata nel documento segreto 416-100-594 inviato dagli americani a Londra e svelato dopo sessant’anni dall’Archivio Nazionale britannico?

E’ il 1952 e gli Stati Uniti revocano a Chaplin il visto d’ingresso, anche se l’attore vive da quella parte dell’Oceano da quasi quarant’anni. Contestualmente chiedono alla Gran Bretagna di aprire un’inchiesta su di lui. Vogliono sapere chi è davvero quell’uomo che ipnotizza il pianeta in bombetta e bastone di bambù. Un innocuo sognatore o un pericoloso rivoluzionario manipolato dai russi? E’ il Senatore Joseph McCarthy ad avere scatenato la battaglia.

Sono giorni di caccia alle streghe e le accuse contro il Monello sono quelle classiche: turpitudine e affiliazione al partito comunista. Chaplin ha avuto quattro mogli (due le ha sposate sedicenni) e nei primi anni del secolo non ha nascosto delle blande simpatie per la sinistra. Gli americani lo accusano di avere finanziato il partito comunista con i proventi dei suoi film e nel 1948 lo sottopongono a un intterogatorio diretto. Lui risponde con una frase che sta a metà tra l’indignazione e lo sconcerto. «Non voglio fare nessuna rivoluzione, l’unica cosa che mi interessa è creare nuovi film». Lo dice con un filo di comprensibile fastidio.

Approfittando di un viaggio a Londra per la presentazione della prima di Luci della ribalta, il procuratore generale americano Thomas McGranery ordina all’Ufficio Immigrazione di bandirlo dal Paese. Chaplin reagisce con amarezza. «Io posso fare stare bene le persone, divertirle. Almeno lo spero. Perché mi fanno questo?». E’ scosso e per quanto dal 1948 il suo sia uno dei trecento nomi inseriti nella black list della FBI a cui è impedito di lavorare a Holywood è convinto che le cose si risolveranno. «Non possono impedirmi di tornare a casa». Si sbaglia. Possono persino setacciare il suo passato.

Ci pensa l’MI5. Che però non solo non trova prova dei suoi legami con i comunisti, ma neppure il suo certificato di nascita, che per altro nell’Inghilterra di fine 800 non era obbligatorio. Un rapporto riservato parla di «possibile nascita in Francia». Possibile non è abbastanza. Fine indagine. Chaplin è inglese e inglese resta. La risposta di Londra a Washington è evasiva. «Non abbiamo niente contro di lui». Gli anni passano, Chaplin si trasferisce in Svizzera, capisce che la sua storia americana è finita, si prende tempo per riflettere masticando i pensieri come pezzi di sandwich. Alla fine sbotta pubblicamente.

«Non tornerei più negli Stati Uniti neppure se il presidente fosse Gesù Cristo». In effetti lo farà nel 1972 - presidente Nixon - quando l’Academy Awards gli consegnerà l’Oscar alla carriera. Che cosa succede quando ci togliamo il giubbotto anitproiettile della nostra rabbia e proviamo a essere sinceri? Il vagabondo gentiluomo ha 83 anni e ancora non sa esattamente dove è nato. Inghilterra o Francia poco gli importa. Adesso casa sua è la leggenda e si commuove di fronte all’interminabile standing ovation del teatro. «Grazie. Siete gente sincera e meravigliosa», sussurra. Poi si infila la bombetta e si allontana camminando come un pinguino.




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L'8 marzo rischio di blackout per milioni di computer infetti

La Stampa


FEDERICO GUERRINI

C'è ancora un po' di tempo per trovare una soluzione, il conto alla rovescia terminerà l'8 marzo, ma, intanto, milioni di internauti dovranno restare col fiato sospeso, in attesa di capire se si troveranno, da un giorno all'altro, scollegati dalla Rete.

È una vicenda paradossale, quella del virus DnsChanger e dei rimedi usati per fermarlo, che mescola burocrazia e tecnicismi. DnsChanger è uno di quei virus sconosciuti ai più, che girano silenziosamente nei Pc degli utenti ignari: è in circolazione almeno dal 2006, quando è stato rilevato per la prima volta, e la sua specialità come dice il nome stesso è modificare i Dns, intervenendo sulla trasformazione del nome digitato nella barra degli indirizzi nel corrispondente indirizzo numerico del sito da visitare.

Facendo così atterrare l'utente su pagine diverse da quelle richieste, spesso contenenti altri virus che si installano nel Pc per carpire i dati personali del malcapitato. L'organizzazione che ha creato DnsChanger, composta da sei estoni e un russo, è stata sgominata dall'Fbi lo scorso novembre, ma il virus continua a essere presente in almeno quattro milioni di Pc situati in più di 100 diverse nazioni. E, secondo la società di sicurezza informatica Internet Identity, la metà delle 500 aziende ai primi posti per prestigio e fatturato della speciale classifica stilata annualmente da Fortune sarebbe stata contagiata in qualche modo dal programma nocivo.

Per contenere i danni, l'Fbi aveva sostituito i server Dns maligni usati dal virus con altri non infetti, ma l'autorizzazione giudiziaria che ha legittimato questa operazione scadrà il prossimo 8 marzo e, se non verrà rinnovata per tempo, i server “sani” dovranno essere spenti, lasciando milioni di utenze senza accesso a Internet. Un gruppo di lavoro del Bureau, assieme agli altri soci del DNSChanger Working Group (Dcwg), una coalizione di aziende ed esperti creata per tamponare i guasti provocati dal virus, sta cercando di trovare una via d'uscita a questa incresciosa situazione, ma al momento nessuno ha voluto rilasciare dichiarazioni ufficiali.

Anche se venisse prorogato il funzionamento dei server non corrotti, si tratterebbe comunque soltanto di una soluzione tampone; bene che vada, per rimuovere DnsChanger da tutti i computer colpiti ci vorranno anni, così come accaduto per altre minacce informatiche, come il worm Conficker la cui rimozione, iniziata nel 2009, è ancora in corso. Sul sito del Dcwg sono state pubblicate le istruzioni per capire se anche la propria macchina, o il proprio router sono rimasti vittima dell'infezione, e per procedere alla pulizia del sistema.




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I ciclisti, specie protetta per legge

La Stampa

Disegno bipartisan per fermare l'ecatombe a due ruote e per incentivare la costruzione di piste



ROSARIA TALARICO
ROMA


Un’ecatombe silenziosa come le due ruote. Negli ultimi 10 anni sono stati 2556 i ciclisti vittime di incidenti. Nel 2010 l’Italia è stato il terzo Paese europeo per numero di morti tra i ciclisti che percorrono le strade (263), dopo i 462 della Germania e i 280 della Polonia. «Ne muoiono 10 al giorno» dice il senatore Pd Francesco Ferrante che ieri ha presentato il disegno di legge «salva ciclisti» che ha raccolto l’approvazione trasversale di una sessantina tra deputati e senatori, tra cui i presidenti delle commissioni Ambiente e Trasporti. Unico partito ad essersi astenuto è stata la Lega (forse che la Padania non è terra di biciclette?).

Negli 11 articoli sono previste diverse misure: dalla destinazione del 2% del budget delle società dei gestori stradali e autostradali per la realizzazione di piste ciclabili, all’introduzione dell’obbligo del limite di 30 km/h nelle aree residenziali senza piste ciclabili. Altre novità riguardano l’incentivazione per i privati di creare piste ciclabili e superstrade ciclabili «anche attraverso l’attività di gestione di noleggi biciclette nelle suddette aree»; il raddoppio di alcune sanzioni pecuniarie a carico degli automobilisti; l’istituzione di un commissario alla mobilità ciclistica e l’installazione di impiantistica e strumenti tecnici agli incroci pericolosi. Misure che sarebbero a costo zero per le casse dello Stato, si legge nel testo.

Una proposta di legge approdata in parlamento a tempo record, dopo una campagna lanciata dal «Times» di Londra (in seguito al grave incidente di una sua giornalista, ora in coma) e una mobilitazione via web, protagonisti i blogger. «Cities fit for cycling» (Città adatte per pedalare): questo il titolo della campagna promossa dal quotidiano londinese. Slogan buono anche per l’Italia. Dal 2 febbraio, giorno in cui il «Times» ha aperto la propria home page con questo appello, il rilancio sui siti italiani è stato automatico e in meno di 10 giorni si è arrivati a 20 mila adesioni. «La legge nazionale è uno stimolo, un manifesto - spiega Ferrante - a cui speriamo si uniformino i sindaci, perché da loro dipende la costruzione di città con una qualità migliore per tutti». La larghissima adesione tra i politici «fa sperare di vedere presto più biciclette e meno auto blu nel centro di Roma - prosegue - ma, se così non fosse, mi auguro che si raggiunga lo scopo dell’iniziativa, che è quello di fermare il drammatico numero di incidenti, spesso mortali, nelle strade delle nostre città».

Secondo Ferrante non contano i singoli incidenti in sé (come quello che un anno fa a Lamezia Terme coinvolse otto ciclisti uccisi da un’auto), ma il cambio di cultura. Andare in bici è soluzione efficace e a impatto zero per gli spostamenti cittadini. Sullo stesso argomento il 13 gennaio alla Camera l’onorevole Gianni Mancuso (Pdl) aveva presentato una proposta di legge che prevede una modifica al codice della strada, introducendo l’obbligo del casco per chi va in due ruote. Una norma che chiedono in molti, a partire dal campione Francesco Moser («il casco è un salvavita fondamentale, io lo indosso sempre»). Su quanto questo comportamento sia poco seguito basta un dato: in Italia si producono 1,8 milioni di biciclette l’anno, ma si vendono solo 300 mila caschetti.


(Articolo tratto da La Stampa del 18 febbraio 2012)




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Ecco perché i marò sono stati incastrati

di -

Dietro il caso della nave, sotto accusa per aver ucciso due pescatori indiani, un attacco all’italiana Sonia Gandhi


La posizione in mare dei fanti di marina del reggimento San Marco, quando hanno sparato dei colpi di avvertimento contro sospetti pirati, al largo delle coste indiane, non coinciderebbe, neppure come orario, con quella del peschereccio dove sono stati ammazzati due indiani.


Della loro morte vengono accusati i nostri militari. Lo sostiene una fonte riservata de Il Giornale, che segue da vicino il caso. Non solo: qualcuno potrebbe voler incastrare i marò, per coprire altre responsabilità e per motivi politici. Sul respinto attacco del 15 febbraio alla petroliera italiana, Enrica Lexia e i due indiani morti a bordo del peschereccio Saint Anthony «emergono incongruenze di assoluto rilievo che fanno ritenere possa trattarsi di due eventi separati» spiega la fonte. Fino a questo momento sulla base delle dichiarazioni dei marò, delle autorità indiane e dei pescatori coinvolti «non esiste comunque alcuna evidente correlazione tra i due eventi. In particolare gli orari differiscono di oltre 4 ore, le posizioni di oltre 5 miglia nautiche». Non solo: sia il capitano della petroliera, che il comandante della squadra di protezione anti pirateria del reggimento San Marco ribadiscono «che il peschereccio con i morti sarebbe diverso, per forma e colore, da quello oggetto» delle tre raffiche di avvertimento italiane.


Lo stesso giorno, il 15 febbraio, salta all'occhio un altro sventato attacco dei pirati, ma ore dopo l'incidente italiano, alle 21.50 locali, proprio di fronte a Kochi. Il porto dove è trattenuta da mercoledì la petroliera con 11 connazionali a bordo, compresi i fanti di marina. Una ventina di predoni del mare, su due imbarcazioni, hanno preso d’assalto un’altra petroliera. L’equipaggio li ha respinti. Le 21.50, orario dell'attacco che non ha coinvolto gli italiani, è più o meno la stessa ora riportata dai media indiani per la morte dei due pescatori. La nostra petroliera era in zona e potrebbe essere stata utilizzata come capro espiatorio da chi ha ammazzato gli indiani.


Una ricostruzione tutta da verificare, ma la fonte riservata de Il Giornale fa presente che l'incidente del Lexia è «comunque avvenuto in acque internazionali, dove è quindi piena la giurisdizione dello stato di bandiera della nave, cioè l'Italia». A Roma è stata aperta un'inchiesta della Difesa, una della magistratura ordinaria, sul sospetto abbordaggio, e una seconda della procura militare. «Gli indiani stanno violando il diritto internazionale, sia trattenendo la nave, sia sostenendo un'azione unilaterale verso i nostri militari» osserva la fonte de Il Giornale. Agli italiani «trattenuti» nella rada di Kochi la polizia ha prima preso e poi restituito i passaporti. Poi è stato intimato a comandante e militari di scendere per venire interrogati, ma si sono rifiutati. A bordo c’è il console generale Giampaolo Cutillo. La polizia ha aperto un'inchiesta per omicidio e ribadito che «l'equipaggio non avrà il permesso di lasciare il porto fino alla conclusione delle procedure legali».

Nei commenti sui siti indiani non mancano punzecchiature a Sonia Gandhi, leader del partito maggioritario, ma nata e vissuta in Italia fino a metà anni sessanta. Il ministro della Difesa, A. K. Antony, rilascia dichiarazioni durissime: «La faccenda è seria. I colpevoli verranno puniti». La sua carriera politica è nata nel Kerala, lo stato indiano di fronte al quale è successo il pasticcio e dove lavoravano i pescatori uccisi. I loro colleghi hanno indetto per il 22 febbraio una manifestazione di protesta a Kochi. Se la nave viene lasciata andare Sonia Gandhi potrebbe venir accusata di arrendevolezza nei confronti degli ex compatrioti.

Il suo partito del Congresso sta affrontando in queste settimane una difficile elezione nello stato dell'Uttar Pradesh con 200 milioni di abitanti. Se fosse capitato ai marines gli americani avrebbero già inviato una portaerei. Noi ci muoviamo diplomaticamente in vista della visita in India del ministro degli Esteri, Giulio Terzi, fra una decina di giorni.



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Mani Pulite, Nordio: "Silenzio sulle tangenti rosse"

Quotidiano.net

Il magistrato: "Carriera politica pm: non mi è piaciuto"


Carlo Nordio crede nel primato della politica e non crede che la verità processuale coincida necessariamente con la verità storica. Ai tempi di Tangentopoli, da sostituto procuratore di Venezia indagò, tra gli altri, Occhetto e D’Alema



Venezia, 18 febbraio 2012



Carlo Nordio crede nel primato della politica e non crede che la verità processuale coincida necessariamente con la verità storica: questo fa di lui un magistrato eccentrico. Ai tempi di Mani pulite, da sostituto procuratore di Venezia indagò, tra gli altri, Occhetto e D’Alema. Ma archiviò la loro posizione.

Ciò significa che il Pci-Pds si finanziava legalmente?
"No. Noi concludemmo che in mancanza di prove certe sulla responsabilità individuale dei segretari non potesse valere il principio del ‘non poteva non sapere’ applicato invece altrove, e perciò chiedemmo l’archiviazione...".

Ma?
"Ma è storicamente inoppugnabile che il Pci sia stato finanziato in modo illecito e clandestino dall’Unione Sovietica, che pure teneva i suoi missili puntati contro l’Italia: un sacrilegio al limite del tradimento politico".

Lei, però, indagò sul canale interno di finanziamento...
"Trovammo che il Pci-Pds godeva del finanziamento indiretto e continuo da parte della Lega delle cooperative, tant’è che il signor Fontana, dirigente veneto di Legacoop, patteggiò la pena".

Non è dunque vero che il Pds ne uscì pulito.
"Ricordo che un dirigente del partito, Sergio Reolon, scrisse una lettera all’allora segretario Occhetto dicendo che Fontana finanziava il Pds, e questo era un bene, ma poiché c’era il sospetto che si mettesse in tasca dei soldi andava rimosso".

E Occhetto?
"Confermò Fontana e rimosse Reolon".

Il sistema riguardava tutti, no?
"A parte i radicali, direi. In Veneto le quote delle tangenti erano note: 40% alla Dc, 40% al Psi, 20% al Pci. Ma il sistema è cambiato, oggi la corruzione è soprattutto personale".

Il pool di Milano fu indulgente col Pds?
"No, Greganti si fece quattro mesi di carcere, ma a differenza di altri non parlò. E se nessuno parla le indagini si fermano".

Cos’altro trovò, indagando?
"Trovammo la prova che dall’archivio del Pci erano stati sottratti tutti i fascicoli relativi alle numerosissime proprietà immobiliari intestate a prestanome e pertanto mai messe a bilancio dal partito".

Il pool milanese forzò il diritto per ragioni politiche?
"Ho una regola: non commento quel che fanno i colleghi. Le dirò però che a suo tempo io stesso esagerai con la carcerazione preventiva. Tornassi indietro, non lo rifarei".

Si sentiva anche lei un protagonista della Storia?
"No, mai pensato d’essere investito di una missione salvifica".

Altri sembravano pensarlo...
"Che vuole che le dica, non mi è piaciuto che molti colleghi di allora siano poi entrati in politica alimentando così il sospetto, di certo sbagliato, d’aver gestito strumentalmente le inchieste. Parlo per me: riterrei giusto che il parlamento varasse una norma per impedire l’eleggibilità di un magistrato".

Con l’accusa di aver criticato il pool, lei fu messo sotto processo dall’Anm. Un caso raro.
"Fui convocato con metodo stalinista, ma rifiutai di presentarmi. Dopo un po’ chiesero alla Paciotti, allora presidente dell’Anm, come intendesse procedere e lei, con ciò aggravando la sua posizione, disse che non era più interessata a processarmi".

Lei è tra i pochi magistrati a credere nel primato della politica.
"Ritengo che, essendo legittimato dal popolo, in democrazia il potere politico sia superiore al potere giudiziario, che è una semplice convenzione. Ma non creda, tra i magistrati non sono l’unico a pensarla così".



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Chiesa Sant'Alessio, il giallo delle reliquie ossa di 24 santi in una busta del pane

Il Messaggero


«Per un credente ci sono segni che parlano del Paradiso e questo, in una società materiale e gaudente come la nostra, è uno di quelli». Padre Bruno Masetto, 68 anni, rettore di Sant’Alessio, la chiesa gemma dell’Aventino, è un sacerdote che vive giorni di giubilo e di letizia. Giovedì mattina mani sconosciute hanno lasciato in una cappella laterale della chiesa tre scatole di legno, otto scompartimenti a scatola, una reliquia per ogni scompartimento: ossa di San Cipriano, stando alle diciture impresse negli scrigni, e poi di Santa Prudenzia, Sant’Euticchio e San Palicarpo fino a San Marcellino, quello ammazzato con San Pietro nel 304 sotto l’imperatore Diocleziano. «Sono i martiri cristiani del secondo e terzo secolo dopo Cristo esulta don Bruno ed è incredibile: qualcuno custodiva le ossa chissà dove, in un convento, in un archivio segreto, in una casa patrizia, e ora esse si trovano qui».





La cosa, capirete, non è solo una questione di fede ma anche un giallo potenzialmente pieno di misteri. La basilica di Sant’Alessio, accanto al Giardino degli Aranci il Tevere ai piedi del convento, leggende antiche, il dominio visivo su mezza Roma è nota non solo per la folgorante bellezza ma perché tanti fanno la fila per sposarcisi. La questione delle ossa apparse dal nulla, oggettivamente, la mette sotto i riflettori e fa nascere molte domande. Tanto che i carabinieri della Stazione Aventino e della Compagnia Centro hanno preso in mano la vicenda. Le presunte reliquie sono state rubate da qualche parte e restituite alla Chiesa? C’è un disegno dietro il lascito? I frammenti sono effettivamente ciò che si dice resti dei Santi, come scritto nelle scatole o qualcuno sta abusando della religiosità popolare?

I dettagli potrebbero aiutare a capire. I contenitori sono stati trovati in una busta di carta di quelle usate per il pane. C’erano ancora alcune briciole. «L’involucro racconta padre Masetto era nella cappella dove c’è il ritratto di San Gerolamo Emiliano, fondatore del nostro ordine, i somaschi. Mi sono detto: ma cos’è? L’ho preso in mano. Ho visto le scatole. Ma che saranno: biscotti? Quando le ho aperte, sono rimasto esterrefatto». All’interno ventiquattro piccole ossa, ognuna con una targhetta in latino: «Ex ossibus Prudentia, ex ossibus Marcellinus...».

La compagnia Roma centro dell’Arma, guidata dal colonnello Angelo Pitocco, ha preso la cosa molto seriamente. «Stiamo indagando dicono gli investigatori per capire se ci sia stato un furto da qualche parte. A Roma, nell’ultimo anno, non ne risultano. Ma il Paese è grande. Non escludiamo di chiedere un’analisi al Ris per stabilire o escludere la natura umana dei frammenti. L’ipotesi è che siano reliquie. Ma ovviamente è tutto da accertare».

Nella basilica, naturalmente, certi dubbi non albergano. Il posto, d’altronde, vive di leggende che i secoli hanno trasformato in certezze. La chiesa, stando alla tradizione, fu costruita attorno al IV secolo sulle fondamenta della casa del santo, Alessio, figlio di un senatore, che tornò in incognito dal padre coperto di stracci dopo anni di penitenza. Nel 2003 padre Masetto ripescò nel pozzo del convento sarebbe lo stesso pozzo al quale si abbeverava Alessio un’ampolla con altre reliquie, attribuite in quel caso a San Giacomo e Santa Orsola. Un altro mistero non risolto. «Sono fatti enormi dice il sacerdote perché qualcuno, in un tempo di edonismo, ci ricorda che tanti morirono per Cristo il Signore».

Sabato 18 Febbraio 2012 - 10:26    Ultimo aggiornamento: 10:28



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Laureati da 110 e lode che si sporcano le mani

di -

In Abruzzo giovani di belle speranze e col "pezzo di carta" scommettono sull’Ikea. Altri puntano sulla web-creatività

San Giovanni Teatino è a un passo da uno svincolo della A14, in Abruzzo, provincia di Chieti, dodicimila e seicento abitanti, viaggiando verso est si arriva sull’Adriatico, direzione Francavilla al Mare.

Ikea


È qui che l’Ikea sta piazzando uno dei suoi mega negozi. Dovrebbe aprire questa estate. In ballo ci sono 200 posti. Niente dirigenti. Questi arriveranno da altri punti vendita Ikea. Serve chi vende, chi sta alla cassa, magazzinieri, falegnami, facchini. Quanti sono i candidati? Più di trentamila. Tanti laureati.

Più di qualcuno si è stupito, soprattutto per i laureati. È come se questa fosse una brutta fotografia dell’Italia. C’è la crisi. C’è bisogno di lavoro e perfino chi ha un titolo di studio alto si accontenta di un posto da commessa o magazziniere (e viceversa). La conclusione è che non stiamo dando un futuro a quella che dovrebbe essere la classe dirigente del futuro. Li teniamo nel sottoscala a montare mobili. È uno spreco di risorse, di cultura, di soldi pubblici (il costo delle università) e risparmi privati, quelli dei genitori che magari s’indebitano per far laureare i figli. Tutto questo è vero, ma non ha nulla a che fare con l’Ikea e con i trentamila curricula spediti.

È vero perché in Italia da vent’anni i giovani, alcuni dei quali ormai maturi quarantenni, soffrono a trovare spazio nel mercato del lavoro. La responsabilità è di un sistema paludoso che frena chi sta fuori e rende la mobilità sociale faticosa. L’università assomiglia sempre più spesso a una fabbrica di disoccupati, precari e outsiders. Tutte le riforme che sperano di legare studio e lavoro sono naufragate per timori ideologici e interessi baronali. Ma anche questo non ha nulla a che fare con l’Ikea.

Quello che il caso Ikea racconta è un’altra cosa. Quando l’anno scorso gli svedesi hanno aperto a Catania le domande erano 47.312, età media 30 anni e il 22 per cento erano laureati. Non è vero quindi che i presunti bamboccioni preferiscano stare a casa ad aspettare che il dio delle raccomandazioni li strappi dalla cameretta dove sono cresciuti. Non sono infatti bamboccioni. Non si aspettano neppure troppo dallo Stato. Un tempo l’unico rifugio dei «dottori» disoccupati era il concorso pubblico. Le grandi infornate, quasi sempre clientelari, tipiche degli anni ’70 e ’80. Tutti assunti in comuni, province, regioni, ministeri e così la politica non solo comprava voti ma conteneva le proteste sociali. L’aria grigia intorno al terrorismo è stata sconfitta anche così: lavoro in cambio di pace. E il posto statale come (ricco) salario di cittadinanza. È da tempo che tutto questo, per fortuna, non è più possibile. Tutto quello che c’era da sprecare è stato sprecato.

L’Ikea non è un posto per tutta la vita. Chi manda il curriculum è senza lavoro e vuole guadagnare. Anche se è laureato. Questo non significa restare prigioniero lì, nella casa smontabile. Non è una resa, ma un modo per andare avanti. Non c’è vergogna. Non c’è ingiustizia. C’è solo l’intelligenza di capire che una laurea non ti assicura nulla, che non serve chiudere le porte e il futuro non è ancora scritto. Mandare un curriculum all’Ikea è una scelta di responsabilità. Intanto ci provo, senza rinunciare a cercare qualcosa di meglio. Lo stipendio normale al mobilificio non arriva a mille euro se è a tempo pieno.

È di quasi cinquecento se lavori part time. Per quale motivo, allora, un laureato non dovrebbe lavorare mezza giornata all’Ikea? È un ragionamento di buon senso, ma a quanto pare sembra scandaloso. I lavori si cercano, si trovano e si inventano. Non conta il pezzo di carta, ma quello che sai fare. Qui, in questa pagina, si racconta anche la storia di Marika De Chiara, che a 24 anni, laureata in lettere, attrice professionista certo, ma che ha sbancato il web con Ostia beach, la sabbia brucia. Precaria. Ma ha capito che si può attaccare il mercato fuori dagli schemi tradizionali. È un caso, un’eccezione. Non fa regola. Ma indica una possibilità. A cosa serve la laurea? A essere più bravi. E questo non te lo toglie neppure l’Ikea.




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M'illumino di meno: diventiamo tutti "badanti dell'impatto ambientale"

La Stampa



ANDREA MARCHETTI
Oggi torna "M'illumino di meno", l'iniziativa per il risparmio energetico lanciata dai microfoni della popolare trasmissione Caterpillar di Radio 2 Rai, condotta da Massimo Cirri e Filippo Solibello. Anche quest’anno gli aderenti dovranno spegnere o abbassare le luci in contemporanea, ad un’ora concordata. Lo scopo è  fare massa critica, sensibilizzando e spingendo alla riflessione sulla concreta possibilità di risparmiare risorse ed inquinare meno adottando comportamenti virtuosi.  


«Con "M'illumino di meno" - dice Massimo Cirri - abbiamo creato un luogo sociale, un appuntamento fisso nell'agenda di persone, enti, e istituzioni. Quest'anno daremo conto delle buone pratiche per tutta la giornata, dalle 6 di mattina, con Caterpillar AM, fino al consueto  spegnimento simbolico delle ore 18. Il successo di questi anni ci ha fatto capire che, più di quanto i media riescano a darne conto, la sensibilità ambientale è molto diffusa tra le persone».

In effetti, la manifestazione, nata ufficialmente nel 2005 (dopo il black out che nel 2004 rovinò la notte bianca di Walter Veltroni a Roma), è arrivata in ottima forma alla ottava edizione e i cittadini aderiscono in maniera spontanea, anche senza avvertire gli organizzatori. Quest’anno si potrà dare conto della propria attività con un post su Facebook, personalizzando anche l’immagine del proprio profilo con il logo di “M’illumino di meno”, scaricabile dal sito dell’evento. I conduttori di Caterpillar inviteranno gli ascoltatori a concentrare in un giorno intero tutte le azioni virtuose di razionalizzazione dei consumi, non solo quelle legate all’illuminazione, sperimentando in prima persona le buone pratiche di riduzione degli sprechi, la produzione di energia pulita, la mobilità sostenibile e la riduzione dei rifiuti. Gli ascoltatori potranno anche diventare ambasciatori del risparmio energetico presso gli amministratori del proprio Comune, mettendosi per tutto il giorno alle loro calcagna, documentandone gli sforzi con foto e video in veste di “badanti dell’impatto ambientale”.

Quest’anno, per altro, l’iniziativa appare quanto mai pertinente, visti i tempi di crisi economica in cui il risparmio di risorse energetiche diventa una necessità e non solo un “vezzo da ecologisti alla moda”. Entro fine anno, è bene ricordarlo, saranno messe al bando le tradizionali lampadine ad incandescenza e, entro il 2016, non saranno più vendute neanche quelle alogene. Entrambe saranno sostituite dalle lampade a Led che garantiscono ottime prestazioni e molta più efficienza. Dall’azienda Megaman, una delle maggiori realtà mondiali nella produzione di lampade a basso consumo energetico, fanno sapere che il modello Led AR111 ha una durata di vita di 40 mila ore, contro le 2-4 mila di un analogo modello alogeno, con un risparmio energetico di circa il 78% (funziona con 11 Watt anziché con i 50 della alogena) corrispondenti alla emissione di soli 271 kg di anidride carbonica rispetto ai 1.232 kg del modello alogeno equivalente.

Ma quanto incide il costo dell’illuminazione nei bilanci di una grande impresa? Lo abbiamo chiesto a un’azienda della grande distribuzione, proprio in un momento in cui si parla di prolungamento e liberalizzazione degli orari di apertura, con possibilità di maggiori entrate ma anche con maggiori costi, tra cui quelli per l’illuminazione. «Per quanto riguarda le luci», diceFortunato Della Guerra di Inres, società di progettazione del sistema Coop, «molte aspettative future sono legate alla tecnologia Led, per la durata superiore e per la necessità , quindi, di minori costi di manutenzione. Tra l’altro, la luce dei Led si è rivelata molto utile per quella che, in gergo tecnico, viene chiamatailluminazione d’accento, utilizzata per il gioco dei chiaroscuri soprattutto nei reparti del fresco e dell’ortofrutta. Abbiamo fatto interventi anche con il fotovoltaico, che abbiamo installato sui tetti di un centinaio di punti vendita,  i primi a Firenze nel 2003. Nel 2009, con 24 mila pannelli e un investimento di 11 milioni di euro, abbiamo reso totalmente indipendente il magazzino di Prato».

Sempre dalla Toscana Maurizio Baldi, responsabile delle risorse ambientali di Unicoop Firenze, fa eco a Della Guerra: «Sono venti i grandi impianti installati su altrettanti punti vendita, con i quali produciamo l'energia elettrica per il nostro consumo, così ci mettiamo al riparo dagli aumenti di prezzo dell'elettricità e, quindi, non graviamo sui bilanci, mantenendo costante la politica sui prezzi di vendita dei nostri prodotti, a vantaggio di soci e clienti, visto che nel 2012 i costi per l’energia elettrica saranno più alti del 10%». «In linea con le regole del protocollo europeo Green Light - spiega ancora Baldi - e con la  consulenza di Inresnei nuovi punti vendita di Unicoop Firenze abbiamo plafoniere con sensori di accensione e spegnimento automatico, lucernai e vetrate laterali che, con la bella stagione, grazie alla luce naturale, ci consentono di risparmiare fino al 25-30% di luce artificiale. Inoltre, usiamo sempre di più faretti e lampade a led in tutti i punti vendita, dalle insegne all’illuminazione dei banchi frigo.»

«L'illuminazione – conclude Baldi - incide per circa il 15-20%, sui consumi energetici di un punto vendita. Una porzione rilevante per la cooperativa che nei costi energetici ha la seconda voce di spesa in ordine di grandezza.» Anche Unicoop Firenze aderisce dunque (dal 2008) a “M’illumino di meno”, riducendo di circa un terzo l’intensità dei punti luce dei negozi dalle 18 alle 20. Non è un’iniziativa solo simbolica. Baldi conferma che, soltanto nei sei ipermercati della cooperativa, si avrà un risparmio totale di circa 1.000 kW, pari al consumo giornaliero di 120 famiglie, con una riduzione delle emissioni di anidride carbonica di circa 500 chilogrammi.