domenica 19 febbraio 2012

Il medico pauroso fa lievitare i conti della Sanità

La Stampa

Medicina difensiva è il nome di un nuovo spreco. A volte il dottore fa fare esami inutili per proteggersi da future cause. Oppure rinuncia a operazioni per evitare rischi. Conto finale: 12,6 miliardi extra




A 8 chirurghi su 10 capita di evitare interventi andando oltre la normale prudenza



Paolo RUSSO
roma


Ogni anno milioni di visite, analisi e accertamenti diagnostici inutili se non dannosi per prevenire i contenziosi legali con i pazienti se il decorso di una malattia non prende la piega giusta. Una consuetudine oramai dilagante che ha anche un rovescio della medaglia ancora più insidioso per la nostra salute: quello dei medici che non mettono mano al bisturi o non sottopongono i propri pazienti ad esami invasivi quando il rischio c’è ma vale la pena correrlo.

Gli addetti ai lavori la chiamano «medicina difensiva» e in media tre camici bianchi su quattro ammettono di averla praticata più di una volta l’anno, per difendersi appunto dall’ondata di contenziosi legali che sta sommergendo la nostra sanità, pubblica e privata. Un nuovo business per associazioni e studi legali specializzati nella causa sanitaria, che oramai acquistano persino spazi pubblicitari su stampa e tv pur di arruolare sempre più pazienti «impazienti» di ottenere il risarcimento di danni veri o presunti.

«Credo sia venuto il momento di disincentivare comportamenti opportunistici come la medicina difensiva mettendo qualche punto fermo» annuncia a «La Stampa» il ministro della Salute, Renato Balduzzi, che sul «come» non si sbilancia, anche se da tempo nel suo dicastero si sta cercando di mettere a punto un nuovo sistema di ticket che disincentivino il ricorso a prestazioni in appropriate.

«La medicina difensiva, passiva, ma soprattutto quella attiva - chiarisce il ministro - influisce sul sistema dell’equilibrio economico-finanziario ed entrambe hanno un impatto pesante in termini di tutela della salute, influenzando, soprattutto quella attiva, anche la programmazione del sistema».

Il problema, come puntualizza Balduzzi, non è solo di tutela della salute ma anche di costi per Stato e famiglie. L’iper-prescrizione di farmaci, visite e analisi costa infatti 12,6 miliardi l’anno, ben l’11,8 per cento dell’intera spesa sanitaria complessiva, secondouna recente indagine commissionata dall’Ordine dei medici di Roma all’Università Federico II di Napoli.

Un mare di denaro sprecato al quale andrebbe sommato quello delle circa 35 mila cause «sanitarie» l’anno, che nella quasi totalità dei casi si concludono con l’archiviazione ma che mettono sulla difensiva buona parte dei dottori d’Italia.

La stessa indagine dell’Ordine rivela che oltre il 60 per cento dei medici ha prescritto in una o più occasioni farmaci non necessari in un’ottica di medicina difensiva, mentre il 75 per cento lo ha fatto per le visite specialistiche e quasi il 90 per cento per gli accertamenti diagnostici. Una «ansia da esame» che finisce per allungare le liste d’attesa ritardando così anche le diagnosi di chi ha problemi di salute seri.

L’aspetto più inquietante resta però quello dei chirurghi che non mettono mano al bisturi quando l’intervento è a rischio ma necessario: ben 8 su 10 andrebbe «oltre le normali regole di prudenza» secondo un’altra recente indagine, quella del Centro studi Federico Stella che fa capo all’Università Cattolica di Milano.

Ma «anche la tendenza a voler fare tutto a tutti per non incappare in contenziosi - spiega Carlo Nozzoli, presidente della Federazione dei medici internisti (Fadoi) - può avere ripercussioni negative sul quadro clinico dei pazienti, soprattutto su quelli anziani soggetti a più patologie».

«A una certa età una Tac eseguita con mezzi di contrasto - cita a mo’ di esempio - può generare danni anche gravi in chi ha una funzionalità renale già compromessa».

Ma per arginare il fenomeno «i medici hanno un’arma ed è quella del dialogo con il paziente e i suoi familiari per la condivisione dei rischi e dell’approccio terapeutico» spiega il professor Vincenzo Denaro, ortopedico di fama internazionale e preside della Facoltà di Medicina dell’Università Campus Bio Medico di Roma. «Qui al Policlinico del Campus parliamo molto con i malati e il problema praticamente non esiste ma è anche vero che troppi avvocati spregiudicati oramai speculano sui malati vessando i medici», denuncia il professor Denaro.

Che lancia anche una proposta: «Quando si innesta un’azione legale la magistratura deve farsi affiancare da medici affermati nel proprio campo e non da chi lo fa solo per arrotondare». Un mezzo per scoraggiare quel fenomeno della «frivolous lawsuit», la denuncia senza reale fondamento, ben nota negli Stati Uniti e con la quale stanno facendo ora i conti sia i nostri dottori che i pazienti esposti ai rischi della «medicina difensiva».




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E' il Festival del buco: rosso di quattro milioni

Libero

Sanremo è costato circa 18 milioni. Con la pubblicità ne sono entrati 15, ma Celentano ne ha fatti perdere altri 700mila. Gran bell'affare per la Rai



Comunque sia andata ieri sera, il Festival di Sanremo è stato un insuccesso. Le cinque serate provocheranno alla Rai un buco economico di circa 4 milioni di euro, che come sempre dovrà essere pagato dalle tasche dei contribuenti italiani. Perché l’evento più celebrato della Rai, quello che viene messo come fiore all’occhiello perché fa impennare gli share, anche in questo 2012 è in perdita secca. Contrariamente a quel che molti pensano, non è per nulla un affare. Per un motivo molto semplice: costa troppo.

La prima ipotesi portata in consiglio di amministrazione prevedeva spese da 20 milioni di euro circa. Con qualche sforbiciata il costo è stato ridotto a qualcosa più di 18 milioni di euro: ribassato il costo della convenzione con il Comune di Sanremo, ridotte le spese per la classica invasione in loco di dirigenti Rai e dei loro cari. Gli incassi totali lordi sono stati però di 16 milioni di euro, che diventano meno di 15 milioni al netto delle commissioni. Lo sbilancio sarebbe dunque superiore ai 3 milioni di euro.


A questo si aggiunge l’incidente capitato la prima serata dominata dall’esibizione di Adriano Celentano: si è perso un treno di spot all’ora concordata, e secondo le prime stime si è provocato un danno da circa 700 mila euro. Il buco del Festival grazie a questo incidente ammonterebbe dunque a 4 milioni di euro.


Ed è proprio tutta colpa delle spese faraoniche sostenute dall’azienda per i cachet pagati non a quelli che dovrebbero essere i protagonisti (i cantanti), ma a conduttori, assistenti ed ospiti della trasmissione. Celentano è apparso due serate e da contratto avrà 700 mila euro dalla Rai. Adriano ha assicurato che li darà in beneficenza un po’ ad Emergency un po’ ad indigenti suggeriti dai sindaci di 7 città italiane. Sono affari suoi. Il costo per l’azienda e quindi per i contribuenti poi chiamati a pagarne le perdite commerciali attraverso il canone, è immutato.


Sul fronte delle entrate - incidente a parte - non si poteva invece fare molto di più: l’evento Festival (quest’anno preparato con grande ritardo), è uno dei pochi che non pone problemi agli agenti della Sipra, concessionaria di pubblicità della Rai. Ogni spot a disposizione viene venduto molto tempo prima. Quest’anno la crisi si è fatta sentire, e quindi i prezzi si sono dovuti ribassare (senza vendite sottocosto, ma non molto in più).


L’affollamento massimo concesso dalla legge (12% orario) era garantito prima ancora che la trasmissione andasse in onda. Il tetto pubblicitario ha creato problemi proprio per quel treno di post non andati in onda: non si è potuto riassorbire in altro orario o nelle serate successive, perché era già tutto pieno. Alle aziende così beffate verranno ovviamente offerti altri spazi a compensazione, ma non ci sarà modo di mitigare il danno economico ormai patito dalla Rai.


E dai contribuenti, in questa edizione già beffati dalla stangata sul televoto. Senza tanti complimenti Rai e compagnie telefoniche hanno infatti stangato di circa 1 milione di euro i telespettatori che hanno votato i loro cantanti preferiti, aumentando di un terzo il costo di telefonate e sms portati fino alla cifra record di 1,1 euro a televoto (con il risultato grottesco che costa di meno acquistare la singola canzone on line che votarla).


Se l’evento più squisitamente commerciale della tv di Stato, quello che dovrebbe essere la gallina dalle uova d’oro, è in perdita, ben si capisce come sia amministrata la tv di Stato. Lorenza Lei come i top manager della Rai la risolvono nel modo più semplice possibile: il Festival di Sanremo può permettersi di perdere soldi perché è una trasmissione da servizio pubblico. Nell’allegato A del contratto di servizio che elenca gli obblighi della Rai a fronte del canone pagato dai cittadini c’è anche quello della promozione della musica classica e della musica leggera italiana.


È evidente che se questo fosse il compito, a Sanremo dovremmo vedere solo canzonette e poco più. Non avrebbero senso i superospiti stranieri (che semmai fanno concorrenza alla musica leggera italiana), e tanto meno eventi super pagati che monopolizzano il Festival come il costosissimo e rovinoso Celentano show di questa edizione.


Siccome la Rai deve presentare per legge due bilanci separati, uno per le attività da servizio pubblico e uno per le attività pagate dal canone, si è resa conto che il terreno dopo l’edizione 2012 del Festival rischia di essere quanto mai scivoloso. Così l’azienda in extremis è corsa ai ripari, riportando direzione artistica e organizzazione del Festival all’interno dell’azienda, e affidandole a un manager di comprovata esperienza e di particolare sensibilità per il servizio pubblico come Giancarlo Leone. La macchina organizzativa del Festival 2013 si è già messa in moto, e punta a presentare con largo anticipo la prossima edizione già per la convention Sipra del giugno prossimo. Con una scelta obbligata: abbattere i costi e dimenticare Celentano.


di Franco Bechis
19/02/2012




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Mani Pulite vent'anni dopo: Tangentopoli? E' finita per coprire Tonino Di Pietro

Libero

Il leader Idv di dimise alla fine del 1994, spaventato dall’ispezione ministeriale: aveva troppe cose da nascondere


Sono in pochi ad avere il coraggio di dire la verità (tutta) circa la fine di Mani pulite: perché è una verità che non serve a nessuno. Non serve a quei manettari professionali che hanno sempre bisogno di prefigurare un'elite disonesta e vessatoria (in genere politica) che a loro dire lucra su una maggioranza onesta e vessata, ciò che un tempo avrebbero chiamato società civile.

Non serve ai partiti d'ampio respito che vorrebbero rappresentare grandi fasce di popolazione: troppo estese per poter rivedicare moralità e moralismi come precetti-cardine. Non conviene alla magistratura più militante, tantomeno conviene a quell'informazione che sullo sfondo della contrapposizione casta/cittadini si illude di raschiare eternamente copie e ascolti.

Sicché circolano scampoli di verità. 


Mani pulite finì perché Antonio Di Pietro si dimise alla fine del 1994: il neogoverno berlusconiano gli sventolò un'ispezione ministeriale davanti al naso e poi, un secondo dopo che si era dimesso, la richiuse; Di Pietro ammise pubblicamente di essere rimasto condizionato dall'ispezione - se non ricattato - talché si dimise dopo averne saputo la chiusura, e però intanto continuò a spiegare al mondo che non aveva niente da nascondere. 


Un sostanziale baratto, un affare in cui ciascuno pensava di fottere l'altro: da una parte perché Di Pietro da nascondere aveva un sacco di cose (tutte nero su bianco nella sentenza del Tribunale di Brescia n.65/1997 del 29.1.1997, dove si spiega che certi suoi comportamenti gli avrebbero fruttato perlomeno dei provvedimenti disciplinari) e dall'altra perché le sue ambizioni politiche erano stagliate da un pezzo, e lo si è visto. 


E perché? Perché «Mani pulite è finita, i tempi sono cambiati, non c’è più acqua nel mulino delle indagini, voglio scendere da cavallo prima di essere disarcionato»: così aveva confidato al gip Italo Ghitti nell'aprile precedente. Senza un certo clima, poi, Di Pietro valeva poco: e lo dimostra quando accadde al Pool dopo l'abbandono. 


Pm come Paolo Ielo ed Elio Ramondini tentarono di riesumare, concludere, archiviare o smistare procedimenti che erano stati l'architrave di Mani pulite: ma che erano rimasti un po' così, sospesi in quella fase preliminare dominata dagli interrogatori di Di Pietro, che in definitiva aveva portato sino in fondo solo il processo-vetrina a Sergio Cusani e il processo Enimont che ne era il clone: istruttorie semplici perché fondate perlopiù su confessioni. Ramondini e Ielo ebbero l'ingrato compito di raccappezzarsi nelle montagne di faldoni di cui soltanto Di Pietro conosceva una logica che spesso non c'era. 


Ramondini scoprì che montagne di atti sulla Fiat erano preclusi alle procure di mezz'Italia. Ielo perdette mesi per riordinare le carte dei filoni Pci-Pds, e quei pochi processi che si sono conclusi si devono a lui. La vecchia guardia del Pool, invece, puntava su Berlusconi: e questo convinceva pochissimo una larghissima fetta di Paese. Lo scenario era stava cambiando. 


Prima c'era Di Pietro che martellava, mentre agli altri pm, come dirà Francesco Greco, «competeva un lavoro di ricostruzione successivo agli interrogatori... ma la situazione si è modificata nel corso del 1994 quando le collaborazioni diminuirono fino a cessare. Fu lo stesso Di Pietro a dire che non arrivava più acqua al suo mulino, la tecnica investigativa cambiò».
L'acqua, a dirla tutta, arrivava al mulino direttamente dal carcere. Era il carcere, irrogato o temuto, che stimolava le collaborazioni. 


Era il carcere, coi suoi effetti, che era venuto a mancare durante quel cambio di stagione che Tonino aveva subodorato. E' quasi divertente come i colleghi Barbacetto e Gomez e Travaglio, nel loro tomo «Mani pulite», appena rinfrescato, cerchino di dissimulare questa verità elementare: «Fin dai primi interrogatori, per una fortunata e forse irripetibile somma di abilità investigative, situazioni psicologiche e condizioni politiche, economiche e ambientali, i magistrati si trovano davanti persone che presto o tardi finiscono per confessare». 


Cioè: confessavano perché erano in galera e volevano uscire. Confessavano perché non volevano finirci, bene che andasse. Erano quelle le «situazioni psicologiche»: le altre, «politiche, economiche e ambientali», fecero parte del contesto «irripetibile» che permise un uso spropositato delle manette. 


La prassi di Mani pulite, sin dall'inizio, aveva ipotizzato reati i più gravi possibili così da giustificare ogni volta la carcerazione preventiva: questo anche per violazioni di tipo amministrativo come il noto finanziamento illecito dei partiti. Per capirlo, in fondo, è sufficiente guardare quanti dei 1230 condannati di Mani pulite abbiano subito delle carcerazioni preventive a dispetto di pene poi risultate inferiori ai due anni, condanne ossia a cosiddette pene sospese, con la condizionale: quasi tutti. 


E' noto: effettive condanne al carcere, alla fine di Mani pulite, praticamente non ce ne sono state. Eppure la regola è sempre stata chiara: tizio, se è presumibile che sarà condannato a meno di due anni, in carcere preventivo, non ce lo dovresti mettere; certo, la regola implica una capacità «prognostica» - direbbe un tecnico - di prevedere a quanti anni Tizio sarà probabilmente condannato: tra i compiti del magistrato c'è anche il cercare di presumerlo. Diciamo che il Pool ha sempre presunto molto male. Di Pietro ne era maestro da sempre: sparare reati incredibili e sbattere dentro perché tanto, per derubricare un reato, c'era sempre tempo.


Il clima manettaro che aveva permesso ogni cosa, dalla fine del 1994 e con le dimissioni di Di Pietro, scomparve. Dall'altra parte, bene o male, c'era una classe politica rinnovata e legittimata, non è che il Pool avrebbe potuto respingere a vita tutte le norme del Parlamento. Dall'estate 1994, oltretutto, molti indagati dell'inchiesta sulle Fiamme Gialle (e su Berlusconi) non avevano collaborato neppure se carcerati: perché erano militari, forse, o perché non vollero e basta. Capitò anche con la Fininvest: del resto collaborare, assecondare l'accusa, non è obbligatorio. 


Dirsi innocenti, o crederlo, o addirittura esserlo, è ancora possibile, è lecito: e non per questo si marcisce dentro, nei paesi civili. Nei paesi civili si va in galera dopo una condanna, non prima. E si attende il processo con la prospettiva di finirci, non di uscirne. Da qui la svolta spiegata dal pm Francesco Greco: «Dopo le dimissioni di Di Pietro cominciammo a lavorare prevalentemente su documenti e con altre tecniche, quali intercettazioni telefoniche ed ambientali, in precedenza trascurate in quanto non necessarie».  Non necessarie perché c'era il carcere. Ora, invece, potevano e dovevano ricominciare a lavorare come dei magistrati normali.


Ma questi sono scampoli di verità, come detto. La verità tutta, per dirla male, anzi malissimo, è che troppa gente rimase insospettita dal mancato coinvolgimento dei vertici del Pci e viceversa dalla pervicacia con cui si puntava su Berlusconi. Ma detta un po' meglio, il vero problema non fu la serpeggiante impressione che Mani pulite fosse ormai agli sgoccioli: stanca, talvolta astratta, con tutti quei cronisti che ciondolavano per i corridoi facendosi domande sul proprio futuro. 


Altri colpi di scena, del resto, non sarebbero mancati. Il problema, come il Pool non comprese per forma mentis, fu che l’inesorabile fine di una stagione non potè non coincidere con l'indagine sulla Guardia di Finanza. Quegli imprenditori che cominciarono a confessare d’aver pagato anche i finanzieri, perché chiudessero un occhio, fu l'inizio di una voragine che in potenza non avrebbe mai avuto fine. Un reparto accusò l’altro, un reparto arrestò l’altro. Intere legioni di militari finirono in carcere e alcuni erano collaboratori del Pool: qualcuno arrestato, qualcuno suicidato. 


Quell’immagine di finanzieri che iniziavano ad arrestarsi tra di loro divenne la metafora di un Paese che si stava divorando. Onesti e disonesti, concussi e concussori, taglieggiatori e vittime: parole sempre più svuotate di significato, termini utili per delimitare, secondo fazione, le proprie simpatie e i propri interessi.


Nel Paese in cui tutti pagavano tutti si scoprì che, poveretti, gli agenti della Guardia di Finanza incassavano mazzette perché avevano stipendi da fame, e trescavano con l’esercente che, poveretto, senza fatture false avrebbe chiuso bottega, e trescavano col grande stilista che, poveretto, senza fatture false la bottega non l’avrebbe neanche aperta. 


La famosa dazione ambientale, che da lontano e sui giornali pareva solo un’associazione per delinquere, era vicina, vicinissima: dal fiscalista, dal commercialista, dal certificatore di bilanci, dall’impiegato comunale e regionale e statale, dall’avvocato, dal notaio, in negozio, al bar, nelle famiglie, con la domestica, nel 740, nello scontrino che non ti hanno dato, ma che tu non hai preteso. 


La cosiddetta inchiesta «Fiamme sporche» contò centinaia e centinaia di indagati ma comincerà a trasfigurare lo spettacolo di Mani pulite agli occhi del suo pubblico, a confondere proscenio e platea, a disamorare progressivamente da un'ubriacatura legalitaria ormai triennale e che dapprima era parsa tuttavia così liberatoria, espiatoria, deresponsabilizzante. Poi non più.


Dirà anni dopo Francesco Saverio Borrelli: «L’atteggiamento dell’opinione pubblica cominciò a cambiare più o meno in coincidenza con l’indagine sulla Guardia di finanza... finché si trattò di colpire l’alta politica e i suoi rappresentanti, i grandi personaggi dei partiti che stavano sullo stomaco a tutti, non ci furono grandi reazioni contrarie. 


Anzi. Ma, quando si andò oltre, apparve chiaro che il problema della corruzione non riguardava solo la politica, ma larghe fasce della società, insomma che investiva gli alti livelli proprio in quanto partiva dal basso». Dirà pure Piercamillo Davigo: «Le vicende che mi hanno più depresso sono le piccole vicende. Mi sono capitati processi dove centinaia di persone hanno pagato somme di qualche milione per non fare il servizio militare. Centinaia di persone... 


Eppure tutti i giovani venivano da buone famiglie che li finanziavano, perché a diciannove anni non si hanno dei milioni cash nel portafogli. Questo la dice molto lunga sulla diffusione di certi comportamenti e sulla valutazione che di essi viene data nel complesso della società». La ciliegina finale è a cura di Enzo Carra, ex portavoce democristiano (ora all'Udc) che proprio Davigo aveva fatto condannare: 


«Mani pulite fu un piccolo squarcio nei nostri vizi pubblici e privati; poteva essere una grande occasione per metterli sotto accusa, questi vizi, insieme ai corrotti e ai corruttori. E’ stata una grande occasione mancata per cambiare le regole e i comportamenti nella nostra società... Con un’eccezionale prova dell’italianissima arte di arrangiarsi il cammino è ripreso come prima, o quasi... Invece di cambiare sistema si è cambiato discorso». Non c'è molto altro da aggiungere.



di Filippo Facci
19/02/2012




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Libia, muore in carcere la giornalista del Raìs In guerra andò in televisione con la pistola

Corriere della sera

Hala Misrati si era schierata contro i ribelli, poi a loro favore. Secondo alcune fonti le sarebbe stata tagliata la lingua


Libia, morta in carcere la reporter ultrà di Gheddafi

MILANO - La nota presentatrice libica pro-regime, Hala Misrati, sarebbe stata trovata morta in un carcere della capitale libica, uccisa dai membri di una delle cosidette brigate rivoluzionarie, riferisce un'emittente degli Emirati Arabi. Prima della caduta di Gheddafi la giornalista era apparsa in tv armata di pistola e poi, arrestata dai ribelli, era passata dalla loro parte.


UCCISA NEL GIORNO DELL’ANNIVERSARIO - Come riporta domenica il canale al-Arabiya, le notizie dell’uccisione della presentatrice dell’allora televisione di stato libica Jamahiriya, erano circolate nel Paese già nella giornata di sabato. Misrati sarebbe stata ammazzata il 17 febbraio, proprio in occasione del primo anniversario dell'avvio della liberazione della Libia dal regime di Gheddafi. Dalle autorità della capitale non è arrivata al momento nessuna presa di posizione ufficiale sulla morte della giornalista. Per il canale Algeria ISP si tratta invece solo di «voci prive di conferma».


STAR DELLA TV DEL RAÌS - Hala Misrati, un tempo tra le voci più forti della propaganda di Gheddafi, era apparsa in video nell’agosto scorso con una pistola in pugno e l’espressione eroica. In diretta tv aveva minacciato di usarla per difendere il regime dai «cani» di Bengasi, ovvero i ribelli alleati degli occidentali. «Ucciderò o morirò oggi con quest'arma», aveva detto Misrati davanti alle telecamere proprio mentre i ribelli stavano avanzando su Tripoli. «Non prenderete le nostre televisioni. Qui siamo tutti armati, siamo disposti a diventare dei martiri», aveva concluso. Catturata e arrestata dagli insorti la fervente seguace del Colonnello chiese scusa ai rivoluzionari del 17 febbraio, cambiò casacca e passò dalla loro parte. L’ultima volta di Hala Misrati in tv risale al 30 dicembre scorso. Era apparsa in video restando in silenzio, sventolando un foglio sui cui erano annotati solamente il giorno, il mese, l’anno. Riportava però visibili segni di percosse sul volto e secondo alcuni c'era il sospetto che alla donna fosse barbaricamente stata tagliata la lingua.


APPELLO AI RIVOLUZIONARI - In un discorso televisivo di qualche sera fa, in occasione del primo anniversario della rivolta, il premier del governo di transizione, Adbel Rahim al Kib, si è nuovamente appellato a tutti i rivoluzionari armati, perchè aderiscano al più presto all’esercito o prestino servizio presso il ministero dell’Interno del Paese: «Se non occupate voi le importanti cariche nella polizia e nell'esercito, queste resteranno libere per elementi che sono meno fedeli alla nazione». Fino ad oggi sono circa 5000 i rivoluzionari che si sono fatti avanti per prestare servizio in polizia. Altrettanti avrebbero deciso di arruolarsi nell’esercito.
Elmar Burchia

19 febbraio 2012 | 14:07

Celentano attacca di nuovo stampa e vescovi Ma la sala contesta: «Basta» . E lui si ferma

Corriere della sera

Il Molleggiato: «Si sono coalizzati contro di me e mi hanno manipolato». Prima una gara velocissima



MILANO- Tutti in attesa di Celentano. Per poter poi dire «Molto rumore per nulla». L'intervento del Molleggiato è stato molto contenuto. Non si è scusato, ma non ha nemmeno rilanciato. Anche perchè parte del pubblico ha fatto capire di non volerne sapere più: «Basta», «Predicatore» si è sentito in sala. E alla fine, in un intervento durato la metà del primo round, Celentano ha cantato più che parlato. Un intervento arrivato al culmine di una gara velocissima. I dieci big si erano esibiti in meno di un'ora e mezzo. Record di brevità probabilmente per le finalissime.

NINA-AMY - Si è partiti con una coreografia, sempre firmata Daniel Ezralow, molto peace and love , con decine di coppie che si baciavano alla francese. Gianni Morandi si è palesato, alla destra Papaleo con il consueto cappotto Montiano. E alla sinistra una Ivana Mrazova (appena) vestita. Per presentare il primo in big in gara, Nina Zilli, smaccatamente ispirata, vedi la gigantesca cofana, alla compianta Amy Winehouse (che peraltro non ha mai nascosto di ammirare). Seguono i «salvati» D'Alessio-Berté (e criticati perché Loredana avrebbe cantato in playback): l'affiatamento è leggermente migliorato col passare dei giorni, ma i due ancora incarnano due stili, due registri, due mondi diversi.

LE DONNE DI MORANDI - Gianni risponde alle critiche secondo cui sarebbe un festival troppo maschilista: «Ma come abbiamo invitato Elisabetta, Belen, Sabrina Ferilli?» E introduce un'altra comica di nuova generazione, dopo i Soliti Idioti e Alessandro Siani, la sarda Geppy Cucciari. Sveglia, col senso del ritmo, e divertente mentre legge il contratto infinito del Molleggiato («prima nessuno deve capire cosa dirò, dopo nessuno deve capire cosa ho detto»): non si fa intimidire dall'Ariston né appare spaesata come capitato agli Idioti.


EMMA PIANGE - E tocca a Emma, una delle papabili vincitrici del Festival. Col suo piccolo (e un poco retorico) inno alla crisi. Performance intensa, tant'é che a fine brano la pugliese ex regina di amici quasi piange. E quindi è Samuele Bersani, con la sua filastrocca surreale, non coadiuvata dagli ospiti nelle scorse serate (pooc memorabili gli interventi di Goran Bregovic e Paolo Rossi) . Mentre, all black, Dolcenera urla la sua «Ci vediamo a casa» e omaggia De André nel giorno della sua nascita (speriamo non furbescamente).


SUPERRAPIDO - La gara procede veloccissima, forse perché bisogna lasciar spazio al sermone numero due del Molleggiato: in un'ora han già cantato in sei, mai successo probabilmente in nessun altra finale del passato. Ivanka nel frattempo ha abbandonato la mise nude look per rifugiarsi in un più sobrio abito similsposa. Dalla-Carone, l'altra coppia «ripescata», pare più efficace questa sera, meglio sicuramente del duo D'Alessio-Berté- E Noemi poi. Che ha preso coraggio, sera dopo sera, e probabilmente tallonerà Emma per l'alloro finale. Papaleo riaccenna il ballo della foca, altro tormentone delle cinque giornate. Avanti un altro, ecco l'Arisa matura del 2012: brava e consapevole, forse è meglio ritorni a cantare, piuttosto che dedicarsi all'avanspettacolo come troppe volte ha fatto negli ultimi anni. Già, è meglio lo faccia Geppy. Che ricompare e scherza sul nomignolo che Morandi ha affibbiato alla Mrazova, Ivanka. E più in generale sulla modella ceca. Presenta Eugenio Finardi, il vecchio Finardi con la sua canzone poco sanremese, assai filosofeggiante. Un'ora e mezza di spettacolo, la gara è già finita: Renga ha sfoggiato le sue doti canori superiori sicuramente al brano invero non originalissimo e ha chiuso la passerella dei big.

Il Molleggiato: «Si sono coalizzati contro di me e mi hanno manipolato». Prima una gara velocissima


MILANO - Tutti in attesa di Celentano. Per poter poi dire «Molto rumore per nulla». L'intervento del Molleggiato è stato molto contenuto. Non si è scusato, ma non ha nemmeno rilanciato. Anche perchè parte del pubblico ha fatto capire di non volerne sapere più: «Basta», «Predicatore» si è sentito in sala. E alla fine, in un (mini)sermone durato la metà del primo round, Celentano ha cantato più che parlato.

MOLTO RUMORE PER NULLA? - Adriano si è materializzato mentre Morandi accennava «C'era un ragazzo», ma si è dovuto fermare. Stavolta niente fuoco e fiamme parabellico o altre diavolerie, Adriano entra facendo quello che sa fare meglio: canta un vecchio rock'n'roll. Ma dura poco: l'attacco è subito, di nuovo, contro la stampa, nessuno escluso. Niente scuse, niente passi indietro. «Tutta la corporazione dei media si è coalizzata contro di me. Neanche avessi fatto un attentatoalo Stato. Mi hanno frainteso, cambiano i tempi dei verbi, estrapolano le frasi per attaccarmi». E riattacca Famiglia Cristiana e Avvenire: «Un giornale che ha la presunzione di chiamarsi Famiglia Cristiana dovrebbe parlare di Dio». Ma non vuole tirar giù la serranda lui: «Ho detto andrebbero, non vanno chiusi».

«BASTA» - Qualcuno contesta in sala: «Basta» «Predicatore». Qualcun altro lo sostiene:lLui si stizzisce «Dovreste avere la cortesia di farmi finire». E continua la sua tirata: «I giornali cattolici dovrebbero occuparsi del significato della vita e della morte e soprattutto di cosa viene dopo e la fortuna di essere nati». Ma poi puntualizza:«Io non ho il potere di chiudere un giornale. Siamo in democrazia - ha concluso - e ho espresso un mio desiderio». E chiude: «Ora potete fischiarmi». E vai con la «Cumbia di chi cambia», affresco contemporaneo che gli ha scritto Jovanotti e che non si preoccupa troppo della metrica, tratto dall'ultimo album uscito a novembre . Poi duetta con Morandi («tT penso e cambia il mondo») sempre pescando dal nuovo disco.

«UNA BUFFONATA ORGANIZZATA» -Insomma molto rumore per nulla sembrerebbe: Adriano è semplicemente tornato sulle polemiche di lunedì e nulla ha aggiunto. Infastidito forse per il rumoreggiare della platea? Di sicuro non l'ha presa bene Claudia Mori: «Complimenti per la buffonata che avete organizzato». Così la moglie di Adriano si è rivolta al consigliere d'amministrazione della Rai Antonio Verro, uscendo dall'Ariston. Garimberti, il Presidente della Rai, contrattacca: giudicando «di cattivo gusto il fatto che Celentano sia tornato ad attaccare i giornali cattolici, totalmente fuori contesto le teleprediche e il modo in cui sono stati toccati argomenti alti che andrebbero toccati in diverso contesto e con ben altro livello intellettuale».

Matteo Cruccu
twitter@ilcruccu19 febbraio 2012 | 0:16

Caso Klinger, 20 anni di giallo Delitto resta un mistero

Quotidiano.net

Il professore fu freddato con tre colpi di pistola. L'assassino non è mai stato trovato. Il sostituto procuratore Claudio Gittardi:  "Resta il cruccio della mia vita"




Milano, 19 febbraio 2012 - Nemmeno il tempo di riuscire a leggere sul giornale che l’ingegner Mario Chiesa era finito in manette poche ore prima. La mattina dopo, giusto vent’anni fa, il professor Roberto Klinger uscì di casa e venne freddato da tre colpi di pistola.


Un delitto inspiegabile, un giallo senza soluzione: l’assassino non è mai stato trovato. «Resta il cruccio della mia vita», ammette oggi il sostituto procuratore Claudio Gittardi, che quella mattina era di turno. Sessantotto anni, diabetologo e internista di fama, medico sociale dell’Inter fino agli anni ’70 e capo dello staff medico della Pallacanestro Cantù.

Erano le 7.25 quando Klinger uscì di casa al 29 di via Muratori, zona Porta Romana. Come sempre aveva portato a spasso il cane, era rincasato, era uscito di nuovo per avviarsi alla clinica. Percorse a piedi un’ottantina di metri. Salì sulla sua Panda celeste parcheggiata fra via Muratori e via Friuli. Il killer a viso scoperto non gli lasciò nemmeno il tempo di richiudere la portiera. Tre colpi sparati a bruciapelo alla testa e al torace. L’assassino fuggì di corsa, Klinger morì subito. Trascorse poco tempo e il colpevole parve uscire dal mazzo. Tutto era contro di lui: il movente, la personalità, la fama di persona non proprio tranquilla.Alessandro Luca Pieretti aveva 51 anni e una grande cultura (cinque specializzazioni tutte col massimo dei voti).

Era stato viceprimario traumatologo nella stessa clinica di Klinger e da mesi tallonava il diabetologo, tempestandolo di telefonate, perché pretendeva una testimonianza a suo favore in una causa civile che aveva intentato alla clinica San Pio X. Venne indiziato di omicidio volontario e il pm Gittardi chiese il suo arresto. Ma in carcere Pieretti non finì mai: indizi molti, prove nessuna.

A salvarlo provvide l’avvocato Armando Cillario: «Fu una grande vittoria in Cassazione. Il procuratore generale aveva chiesto l’arresto, ma dopo la mia arringa mi venne incontro spalancando le braccia e dicendo “lei ha ragione, io ho cambiato idea”. Per me fu la prima e unica volta in mezzo secolo di carriera». Cillario si convinse, fra l’altro, che l’assassino avesse sbagliato bersaglio perché nello stesso palazzo di via Muratori viveva un altro inquilino somigliante al professore.

Ma certezze non ne sono mai arrivate, nemmeno qualche anno fa quando alla Squadra omicidi ripresero in mano quello e altri vecchi fascicoli per riesaminare i reperti con l’aiuto dei nuovi strumenti scientifici. Non servì a nulla. «Per il delitto Klinger non c’era proprio niente da analizzare — spiega desolato il pm Gittardi — non una traccia biologica, non una traccia qualunque».

di Mario Consani



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Il compagno G: "Viva Mani pulite, abusi a parte"

Quotidiano.net

Primo Greganti: "Volevano tirarci dentro, ma il Pci era diverso"

Per lui l'inchiesta Mani pulite è stata 'un'occasione sprecata' e il suo arresto quasi un effetto collaterale. Vent'anni dopo Primo Greganti è un signore di 68 anni e ha la tessera del Pd in tasca. "Il patteggiamento? L'ho fatto per tornare a vivere e lavorare, io ero innocente"


Nicola Palma



MILANO, 19 febbraio 2012 - Parla LA da politico consumato, «ma non mi candiderò mai: non sono al di sopra di ogni sospetto». Difende la stagione di Mani Pulite, perché, «seppur con errori ed eccessi, senza quell’inchiesta saremmo finiti come l’Argentina». Si professa innocente, «anche se ho scelto di pagare la mia pena fino all’ultimo giorno».

E rivendica con forza la diversità morale del Pci, «quella ereditata da Berlinguer». Primo Greganti vent’anni dopo Tangentopoli. Per chi ha la memoria corta, ecco un breve curriculum: prima operaio della Fiat, poi membro del Pci a vari livelli, dalla federazione di Torino alla direzione nazionale, senza dimenticare l’organizzazione delle feste dell’Unità. Passato alla storia come Compagno G. o «uomo di marmo».

Fuor di metafora, il dirigente che non tirò mai in ballo il partito nel vortice delle mazzette, nonostante cinque mesi di carcere preventivo e tre anni patteggiati per corruzione e finanziamento illecito al Pci-Pds: «Niente di strano — sorride lui — semplicemente non c’era niente da dire: quei soldi erano miei». Oggi Greganti ha 68 anni, la tessera del Pd in tasca e si dedica al volontariato: «In tanti mi chiedono una mano: dicono che il mio nome fa da aggregatore di persone».

Quale nome? Primo Greganti o Compagno G., un eroe per un’intera generazione di ‘compagni’?
«Non mi sono mai sentito un eroe, perché non ho difeso nessuno. E poi, non è vero che Greganti non ha mai parlato: io ai giudici ho raccontato tutto».

E cioè?
«Che quei soldi erano miei, e li avevo sul conto perché lavoravo molto con la Cina. Mai una lira è transitata tra me e il Pci-Pds in maniera irregolare».

E in maniera regolare?
«I soldi per la pubblicità».

Quale pubblicità?
«Quella per le feste, per il giornale, per la radio. Tutto limpido».

E i 621 milioni dei Ferruzzi? Singolare che fosse esattamente la stessa cifra della tangente realmente pagata a Dc e Psi per favorire un appalto Enel?
«Erano soldi per le mie consulenze. E l’ho anche dimostrato con un memoriale inviato alla Procura».

Il caso Itinera e il miliardo nella valigetta?
«Era la caparra per l’acquisto di un immobile del partito».

Innocente su tutta la linea. E allora, perché ha patteggiato invece di difendersi fino in fondo?
«Avevo i conti in rosso e un’azienda distrutta: pensi che portai a vivere a casa mia anche due dipendenti cinesi che non sapevano dove andare. Dovevo ricominciare a vivere, anche se feci scrivere nero su bianco che patteggiavo per tornare a lavorare e non perché avevo ammesso la colpa».

Tornasse indietro, lo rifarebbe?
«Sì. La verità è la verità, e va difesa costi quel che costi».

In tanti dicono che il Pci-Pds fu risparmiato da Mani Pulite.
«Neanche per sogno. Oltre a me, finirono in cella dirigenti nazionali come Vittorio Brilli e Renato Pollini. La verità è che a un certo punto cercarono di tirar dentro anche i comunisti per poter dire: ‘Tutti ladri, nessun ladro’. Ma noi eravamo diversi».

Diversi come?
«Innanzitutto, siamo sempre stati all’opposizione, quindi non potevamo fare leggi che favorissero questo o quello. E poi, il Pci aveva la storia di Enrico Berlinguer: ricordo che gli altri partiti ci accusavano di essere eccessivamente moralisti perché i nostri consiglieri comunali chiedevano di inviare in Procura le delibere sospette».

Ma anche il Pci aveva bisogno di soldi, o no?
«Aveva altri canali».

Quali?
«Le feste dell’Unità, ad esempio. E poi, sottoscrizioni e tesseramenti».

E le cooperative rosse?
«Guardi che c’erano anche quelle legate ai repubblicani, ai socialisti e al mondo cattolico. E poi, mi spiega cosa c’è di male se il socio di una cooperativa decide di sostenere il suo partito o di regalargli tante ore di volontariato?».

Ma poi le cooperative non volevano qualcosa in cambio?
«Se parliamo di appalti, le dico che negli anni Ottanta due delle prime tre aziende edilizie in Italia erano cooperative».

Quindi era giusto che non fossero discriminate?
«Era lodevole che il partito sostenesse enti senza scopo di lucro».

Vent’anni dopo, come giudica Tangentopoli?
«Fu un’inchiesta giusta, perché ci evitò di finire come l’Argentina. Dall’altro lato, furono commessi errori come il mio e si abusò troppo del carcere: in tanti dissero cose false pur di uscire».

Lei no.
«Non quello che volevano dicessi».

L’Italia ha imparato qualcosa da quella stagione?
«Non mi sembra. È necessario tornare a valori forti».



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India, militari italiani consegnati alla polizia Farnesina: «Nessun accordo con l'India»

Corriere della sera

I marò della San Marco a terra dopo un interrogatorio. Inviata una squadra sul posto, Monti costantemente informato


MILANO- Sono stati consegnati alle autorità indiane i due militari italiani imbarcati sulla petroliera «Enrica Lexie». «Al momento si trovano in un procedimento che potrebbe portare presto al loro arresto» ha detto all'Ansa il console italiano a Mumbai, Giampaolo Cutillo.

«NESSUN ACCORDO, HANNO L'IMMUNITÀ» - Non c'è accordo con l'India sulla gestione della vicenda della vicenda, e i ministri italiani degli Esteri, della Difesa e della Giustizia stanno seguendo gli sviluppi del caso, «tenendone informato costantemente il presidente del Consiglio Monti». Lo comunica la Farnesina in una nota, nella quale precisa anche i due soldati «sono organi dello Stato italiano e pertanto godono dell'immunità dalla giurisdizione rispetto agli Stati stranieri» perché si trovano sulla Enrica Lexie in base ad una legge italiana e alle risoluzioni Onu sulla lotta alla pirateria. Pertanto, vengono definiti «atti unilaterali» quelli «che sono in corso da parte delle autoritá di polizia».




I NOMI - L'Hindustan Times, intanto, parla di arresto immediato rivelando anche i nomi dei due marinai: Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. La polizia di Kochi sta facendo luce sull'intricato caso dei marò del battaglione San Marco ritenuti coinvolti nell'uccisione di due pescatori indiani al largo della costa del Kerala, in acque internazionali.

«SOLO UNA DEPOSIZIONE» - I due marò non sono stati arrestati dalla polizia indiana, ma vengono «interrogati al circolo ufficiali della polizia di Kochi e stanno deponendo, ribadendo la loro assoluta estraneità ai fatti. Non abbiamo ricevuto nessun atto formale d'arresto», ha voluto precisare una fonte qualificata della Marina militare italiana. Sono presenti anche il console Cutillo e l'addetto navale dell'ambasciata.

SCAMBIATI PER PIRATI- L'episoodio è avvenuto lo scorso 15 febbraio, quando dal mercantile italiano sono partiti alcuni colpi di arma da fuoco contro un'imbarcazione da pesca. Un tragico equivoco nato dalla minaccia costante dei pirati che infestano le acque dell'Oceano indiano. Dopo un primo interrogatorio avvenuto alla presenza del console Cutillo, i due militari sono stati affidati alla polizia locale che ha aperto un'indagine per omicidio. Ma la questione è ancora tutta da risolvere: dall'Italia è partita una delegazione composta da rappresentanti dei ministeri degli Esteri, della Difesa e della Giustizia per tentare una mediazione. La tesi italiana è che l'episodio, essendo avvenuto in acque internazionali, risponde alle norme della giurisdizione del paese di origine della nave, cioè quella italiana.

Redazione Online
19 febbraio 2012 | 14:07

Le vite degli altri e gli eccessi dei new Google

La Stampa

GIANNI RIOTTA


Il Minatore di Dati non scende sottoterra, scopre le sue pepite d’oro nei motori di ricerca Internet, non ha l’elmetto con la lampadina ma computer e software sofisticati, non rischia di esplodere con il grisou ma su una legge a tutela della privacy online. Il presidente Obama affida le speranze di rielezione al Capo Minatore Dati Democratico Rayid Ghani; Google e Facebook contano di sbancare il mercato con i loro Giacimenti di Dati; aziende, grandi e piccole, vogliono cavarsela nel 2012 di recessione grazie ad abili Minatori di Dati.

Tra i dati scavano intelligence e terroristi, pirati informatici e sociologi, predicatori e commessi viaggiatori del web. Tutti a caccia del prezioso metallo virtuale che sono le nostre professioni, la nostra vita, le foto, gli affetti, i consumi, le mail personali e di lavoro. Chi meglio connetterà via «data mining», lo scavo dei dati, la massa di materiale che ogni giorno immettiamo online diventerà leader politico o monopolista del web. La partita per accedere, controllare, lanciare sul mercato, svendere oppure proteggere e custodire i nostri dati - oggi nei singoli computer, domani nei megadepositi collettivi chiamati «clouds», nuvole - sarà decisiva per definire natura e qualità di mercato, società, democrazie.

Quando vi collegate con il possente motore di ricerca Google è possibile notiate, in basso sul vostro schermo, una riga color grigio perla con tocco di rosso che vi avvisa di «Nuove norme sulla privacy e termini di servizio». Si vede appena, chi di voi ha cliccato sulle burocratiche informazioni che scatteranno dal 1 marzo alzi la mano. Eppure fareste bene a leggere, perché le «nuove norme» specificano che i vostri dati resteranno «per sempre» nel sistema, saranno condivisi da tutti i servizi del motore di ricerca, anche da quelli che mai voi avete usato o magari neppure conoscete, la posta Gmail, i video di YouTube, le mappe di Earth, il nuovissimo sistema operativo Android, Voice, Chrome, Wallet.

Se pensate che la novità e i Minatori di Dati non vi riguardino ascoltate Richard Falkenrath, numero due dell’Antiterrorismo americano dopo l’11 settembre e oggi studioso al Council on Foreign Relations: Falkenrath auspica, negli Usa e in Europa, leggi di difesa della privacy online perché, «pur se renderà meno facile l’antiterrorismo», il «diritto all’oblio» è indispensabile a individui e democrazie contro i dati custoditi e negoziati online per sempre. Falkenrath cita il caso della scuola dei suoi figli dove - come in tante medie e licei Usa - in cambio di email gratuite, e-books e altri sussidi didattici del programma Apps for Education, Google ottiene accesso ai dati degli studenti «in Aeternum», per sempre.

Il guru antiterrorismo Falkenrath scopre, con amarezza, che le tecniche da Minatore di Dati da lui usate inseguendo al Qaeda sono impiegate per analizzare i gusti dei suoi figli e far affluire loro, via computer, le pubblicità più gradite, abbigliamenti, elettronica, sport. La posta Gmail - che ha trasmesso questo articolo a La Stampa - può connettersi con Picasa, software gratuito per le fotografie. Picasa riconosce i volti delle foto che i ragazzi mettono online, risale al luogo e alla data in cui sono state scattate, scheda chi c’era e quando. Strumenti utili alla polizia, ma anche al marketing per seguire i teen ager dalla discoteca, al centro commerciale, allo shopping online, confrontando i loro dati con quelli degli amici.

Google è già andata sotto accusa per avere infranto le - pur esigue - leggi sulla privacy. Due anni fa raccolse dati WiFi senza permesso per il programma Street View, e di recente un ricercatore dell’Università di Stanford ha scoperto che l’azienda permetteva accessi illegali alle agenzie turistiche per spiare i clienti sul browser Apple Safari. Neutralizzati i «cookies» di Safari, semafori d’ingresso informatici, i Minatori di Dati entrano a casa vostra, in segreto.

Ora l’Unione europea vorrebbe leggi più efficaci, ma lo sbarco in Borsa di Facebook che mira a 75 miliardi di euro in valore, il boom di Google, la guerra sotterranea contro Twitter, si basano sull’accessibilità delle Miniere di Dati alle vostre vite, idee, opinioni, gusti e consumi. Se è facile ottenerli, studiarli, venderli e scambiarli, il valore delle aziende sale. Se Congresso Usa e Unione Europea difendono la privacy, scende.

Non pensate solo a blue jeans o alla settimana bianca. Il professor Ghani fa per la campagna di Obama lo stesso lavoro, scava «Metadati» - segnatevi questa parola perché deciderà del vostro futuro - analizza cioè dove sono gli elettori, di che cosa si interessano, frulla le opinioni su aborto, economia, Wall Street, lavoro, conduce mini sondaggi e, se le mail che analizza, le foto che osserva da Facebook, i tweet che raccoglie, lo segnalano, suggerisce al presidente slogan, idee, progetti adatti all’umore americano del giorno.

La battaglia sulla privacy online durerà a lungo, con due bizzarrie. La privacy che, a parole, ci sta a cuore, la «autovioliamo» noi stessi ogni giorno, con il «post» di foto e storie che crediamo «riservate» e che finiscono ai Minatori di Dati, commerciali e politici. E davanti a regole contro l’arbitrio dei Minatori, Google, Facebook, Youtube, Amazon, Twitter, si muteranno in Robin Hood della «libertà sul web», i gonzi abboccheranno, i furbi scaveranno con vanghe informatiche quei Dati preziosissimi che nulla sono se non le nostre vite.


twitter @riotta



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La tazzina di caffè del bar può trasmettere malattie infettive?

La Stampa

Questa è una domanda a cui molte volte mi è capitato di rispondere nella mia pratica di dermatologo venereologo.


La tazzina di caffè può trasmettere malattie infettive?
E' possibile contagiarsi con Virus erpetici (hepes simplex virus, epstein barr virus in primis), forme batteriche o micotiche e quindi contrarre manifestazioni come herpes labialis o mononucleosi infettiva?
O ancora, micosi, e infezioni batteriche?

Diciamo subito che i parametri ad oggi imposti negli esercenti che offrono servizi BAR sono molto rigidi e rispondono a normative europee (ISO) basate sulla salubrità dei prodotti e sulla sicurezza degli utensili ad uso promiscuo umano intesi a contatto con la pelle e le mucose.

Quindi in un BAR che osserva tali normative non si rischia nulla.
Le nostre osservazioni sono quindi intese a caratterizzare un evento avverso nel quale accadano 2 incidenti:
- la stoviglia non sia regolarmente detersa
- la medesima stoviglia sia stata a contatto con un cliente precedente portatore di una infezione facilmente trasmissibile con la saliva


Vediamo pertanto, quali sono le infezioni trasmissibili [potenzialmente] per contatto indiretto:
in primis (parliamo sempre e solo di teoria)
- Epstein Barr Virus, causa della cosiddetta mononucleosi o "malattia del bacio"
-  Herpes simplex virus tipo I, causa di un herpes labialis; entrambi in fase attiva
- infezioni batteriche
- infezioni micotiche dermatofitiche


ho citato solo queste 2 eslcudendo altre forme infettive trasmissibili con il contatto diretto fra mucose e secrezioni orali quali (ed in primis)
- sifilide
- condilomatosi
- gonorrea


per la altissima labilità del microrganismo competente con le medesime infezioni
Quindi la tazzina incriminata, potrebbe - solo teoricamente ma potenzialmente- trasportare sulla bocca del secondo cliente dei microrganismi che potrebbero - se il soggetto ospite è nelle condizioni riceverle (permissivismo immunologico, microtraumi e soluzioni di continuo della mucosa orale) far sviluppare malattie infettive.

Fidatevi sempre del Vostro barista di fiducia e in caso di dubbi, basta chiedere le certificazioni e/o le modalità di detersione che Egli attua per preservare la vostra salute anche durante il caffè o la colazione del mattino.



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Di Pietro pianga, ma per le vittime di Tangentopoli

di -

Di Pietro piange. È vivo. È ricco. È potente. Ha preso il posto, con grande abilità, di quelli che ha inquisito e fatto condannare


Di Pietro piange. È vivo. È ricco. È potente. Ha preso il posto, con grande abilità, di quelli che ha inquisito e fatto condannare. Tra tante leggi inutili, nel nostro codice, manca quella, evocata dal celebre Gip dei tempi di Di Pietro, che con lui si trovò a lavorare e parla per esperienza: Italo Ghitti.



Antonio Di Pietro


Me lo disse un giorno per integrare i miei rilievi sui metodi minacciosi e polizieschi dei magistrati alla Di Pietro: «Lei, caro Sgarbi, ha dimenticato che il vero reato compiuto da Di Pietro è quello di corruzione di immagine. Intendo di avere, con le sue inchieste, messo in luce il suo ruolo di giustiziere, non solo per protagonismo, ma per ottenere consenso, per incassare sul piano elettorale, il massimo profitto dalle sue azioni giudiziarie».
Lucidissima interpretazione.

L'inutile impresa di Tangentopoli, è servita infatti, a legalizzare le tangenti senza eliminare la corruzione, come ha dimostrato la Corte dei Conti. Il «Caso Lusi» è la perfetta sintesi dei due sistemi, con il prodigio di trasformare in legali anche i fondi illegali. Ma Di Pietro, vivo e ricco, piange. E chissà come ridono tutti gli innocenti che ha fatto arrestare, e i parenti dei suicidi che hanno reagito in modo disperato a inchieste spesso ingiuste e violente, o, ancor peggio, alla loro minaccia. Penso a Moroni, a Gardini, a Cagliari, a Taneschi, a Nobili, a Darida, e a mille altri scagionati dopo anni di umiliazioni. Forse per questo Di Pietro, ricco e vivo, piange.


Vedo Bruno Tabacci, locupletato parlamentare, assessore al Bilancio del Comune di Milano (che dovetti difendere, in parlamento, dalle accuse di Antonio Di Pietro) oggi sul palcoscenico del teatro Puccini di Milano assieme all'ex Pm di Mani Pulite, a Giuliano Pisapia e Leoluca Orlando. Qualche democristiano di antico conio ha sicuramente pensato: che tristezza! In realtà Tabacci mette allegria perché si vede in lui la soddisfazione di chi si è salvato pur avendo goduto di tutti i privilegi garantiti nella Prima Repubblica. Soprattutto la Dc, ovviamente. E fatti pagare per tutti, e anche per lui, al solo Severino Citaristi, il più onesto dei democristiani. Come Tabacci, io difesi anche Citaristi. Tabacci non aprì bocca. E per molti anni pensò tutto il male possibile di Di Pietro. Adesso lo pensa Berlusconi che lo ha salvato dal naufragio della Prima Repubblica, introducendolo nella Seconda e consentendogli di avviarsi alla Terza, facendo finta di nulla. Eppure lui sa che tanti suoi compagni di partito sommersi, travolti, scomparsi, non erano diversi da lui.


Il primo dicembre del 2008 incontrai il ministro Bondi che mi comunicò con entusiasmo di avere firmato un decreto di acquisto di un crocifisso attribuito a Michelangelo, che io conoscevo da 20 anni. Contestualmente mi propose la direzione del Maxxi. La seconda cosa non avvenne, come si è visto, e il Maxxi fu affidato a mani che l'hanno condotto ad arenarsi come il Concordia.

La prima, purtroppo, era già avvenuta, da qualche ora. Dissi al ministro che se mi avesse chiamato una settimana prima, gli avrei dato ogni elemento per evitare l'acquisto dell'opera interessante, ma senza alcun fondamento documentario che ne avvalorasse l'attribuzione. Un'opera bella, ma non certa, non si compra. Neanche a un prezzo considerato vantaggioso, che doveva insospettire.

Il crocefisso era stato offerto a 18 milioni di euro al ministero, a banche, a privati, per poi essere ceduto a 3,2 milioni. Nel suo candore, e lo comprendo, a Bondi la cifra sembrava conveniente. Era stato d'altra parte orientato dall'autorevolezza degli esperti, ma era stato mal consigliato dal Comitato di settore che ha l'esclusiva responsabilità dell'incauto acquisto. Dovere dell'attuale ministro è destituire quel comitato. L'attuale sottosegretario Cecchi, allora Direttore Generale, non ne faceva parte e, come l'allora ministro Bondi, non può essere ritenuto direttamente responsabile.

L'attuale inchiesta della Corte dei Conti, incriminando Cecchi, ha sbagliato obiettivo.


Il "Caso Ruby" è chiuso. Parola di suora (o quasi). La Direttrice di una comunità che ospitò Ruby ha dichiarato: "E' molto sessualizzata, bella intelligente, seducente e scaltra. Ma c'era il nome di Berlusconi, lo chiamava "Papi", diceva di essere stata a casa sua una volta e di non aver mai avuto rapporti sessuali con lui. Aveva bisogno di affetti veri, persone che si occupassero di lei senza interessi". Così ha fatto Berlusconi, ad evidenza. Dandole danari per consentirle di lavorare fuori dalla strada: cifre impensabili per una escort. Ma ottenute con la seduzione e la scaltrezza. Come ha scritto Giovanna Maria Maglie, il vero reato è: "Circonvenzione di attempato"




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Dall'Australia alla Russia è caccia alle "Moby Ducks"

La Stampa

Le paperelle galleggianti "naufragate" nel 1992 adesso valgono oro




Il giornalista americano Donovan Hohn ha pubblicato il libro "Moby Duck" che racconta la storia delle paperelle naufragate nel pacifico


Andrea Malaguti
corrispondente da londra


Comincia tutto con una tempesta. Violenta. È il gennaio del 1992, esattamente vent’anni fa, e il mare si gonfia con furia. Le onde sono alte dieci metri, il vento è cattivo, e l’Ever Laurel balla fuori controllo in mezzo all’Oceano Pacifico. È un cargo partito da Hong Kong che deve consegnare la propria merce a Tacoma, negli Stati Uniti, a una azienda che vende giocattoli per bambini e si chiama «The First Years». Il capitano è spaventato perché la nave si piega paurosamente su un lato e i marinai sembrano non ascoltare i suoi ordini. Dicono di sì ma fanno altro, come se avessero la testa piena di paglia. I container scivolano sul ponte, le corde cedono, due finiscono in acqua, uno si apre come un guscio di noce. È in quel momento che trentamila papere per vasca da bagno, di quelle gialle, con gli occhi tondi, neri, e il becco arancione che ride, finiscono in mare.

L’incredibile avventura dell’Amichevole Flottiglia, comincia così, come in un cartone animato, o in una favola per bambini, di quelle cattive Coraline e la porta magica, se uno ha presente, oppure Fedro, però più aggressivo - con una morale per adulti che a distanza di due decenni è diventata il surreale emblema di quanto la plastica sia in grado di resistere al mare. E soprattutto di minacciarlo. Gli oceanografi di ogni angolo del pianeta hanno cominciato a seguire ossessivamente la saga, perché tracciando le papere è facile capire come si muovono le correnti e come si avvelenano i fondali. Hanno trasformato la loro odissea in una specie di globalizzato gioco di società - una sindrome da nani da giardino - con avvisi ai turisti di tutto il mondo: «Diteci dove e quando le avete avvistate». E poche settimane fa il giornalista americano Donovan Hohn ha pubblicato un libro che racconta questo viaggio senza fine. Lo ha chiamato «Moby Duck». Un successo planetario. Sul carico finito in acqua - papere sì, ma anche rane verdi, castori rossi e tartarughe blu - la «The First Years» ha messo una taglia. Cento dollari a chi riconsegna un originale. In fondo sono un gigantesco spot pubblicitario. Ma il giro su internet è molto più ricco. Il dicembre una tartaruga ritrovata alle Hawaii è stata ceduta per settecento sterline.

Donovan Hohn è convinto che questa vicenda catturi l’attenzione proprio per la sua incongruità, mettendo insieme il sogno e l’ambiente, l’avventura e la paura. «Le papere sono carine, apparentemente indifese, amichevoli. Il simbolo dell’infanzia. Eppure resistono ad ogni tipo di avversità. Ti ci affezioni, ma non puoi trascurare che sono piccole assassine del mare». Ha uno sguardo rilassato, non felice, come se qualcuno gli avesse detto che non si può lamentare, anche lui in bilico sullo strano filo di questa curiosa parabola moderna. «Ho fatto molte ricerche sul quantitativo di plastica che finisce in mare ogni anno e sulle sue conseguenze. I risultati sono choccanti».

Secondo i calcoli degli scienziati le Moby Ducks hanno percorso oltre 25 mila chilometri. E almeno ventimila di loro sono ancora in mare. L’oceanografo americano Curtis Ebbesmeyer - che nel suo sito ha una sezione dedicata all’Amichevole Flottiglia - spiega che due terzi delle papere hanno puntato verso Sud. Sono state viste in Australia e a Honolulu. Ma che molte sono scivolate verso lo Stretto di Bering, tra la Russia e l’Alaska. Hanno affrontato il gelo e gli iceberg. «Possono resistere molto più di cent’anni. Sono incredibili», commenta ridendo. Ma poi diventa serio talmente in fretta da far pensare che abbia avuto un vuoto di memoria. «Sono armi improprie puntate sulla fauna marina». Una Moby Duck è stata trovata a Newfoundland, dove è affondato il Titanic. Lei no. Era solo diventata bianca. Aveva perso il colore. Pulviscolo chimico che è precipitato sul fondale diventando cibo tossico.

Secondo l’Environment Programme delle Nazioni Uniti la plastica - che costituisce il novanta per cento dei rifiuti nell’oceano - ha causato la morte di un milione di uccelli marini e di oltre centomila pesci. «Ci sono quarantaseimila rifiuti di plastica ogni miglio quadrato e nella pancia degli animali è molto facile trovare accendini, sigarette o spazzolini. Li scambiano per cibo, li mangiano, muoiono». Borse per la spesa, scarpe da ginnastica, sandali, ogni giorno l’oceano si riempie di veleno, idrocarburi, pesticidi, Ddt. Schifezze destinate a soddisfare la voracità dei pesci prima e a finire nei nostri piatti poi. L’ultima Moby Duck del ‘92 riconsegnata alla fabbrica di Tacoma è stata trovata la scorsa settimana nella pancia di una balena spiaggiata in Australia. Intatta. Gialla. Perfetta. Amichevole. Letale.



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