lunedì 20 febbraio 2012

Il servizio su Fiat era denigratorio" Rai condannata a risarcire il Lingotto

La Stampa

Il danno patrimoniale è stato calcolato in 1 milione 750 mila euro, quello non patrimoniale in 5 milioni e 250 mila euro




La sentenza si riferisce a un servizio trasmesso da «Annozero» il 2 dicembre 2010 in cui era stata criticata una vettura prodotta dalla casa torinese, la Alfa Mito


torino

Un’informazione «non veritiera e denigratoria», «incompleta e parziale» ha cagionato alla Fiat, e in particolare al sub-brand Alfa Romeo Mito, un danno patrimoniale e non patrimoniale che è stato quantificato in 7 milioni di euro. È la motivazione con la quale il giudice Maura Sabbione della 4/A sezione del Tribunale Civile di Torino ha condannato il giornalista Corrado Formigli e la Rai per il filmato, trasmesso nella puntata del 2 dicembre 2010 di “Annozero”, nel quale la vettura del gruppo torinese veniva messa confronto in un test con auto di altre marche automobilistiche. È stato invece assolto il conduttore Michele Santoro, ritenuto «estraneo alla organizzazione della gara».

Il comportamento di Formigli è stato giudicato «denigratorio perchè - si legge nella sentenza - scredita il valore di un’auto che è il simbolo di una casa automobilistica produttrice e difforme dal vero, in quanto atto a rappresentare una falsa realtà».

Quanto alla Rai, è stata ritenuta corresponsabile «per il solo fatto di avere messo a disposizione i suoi mezzi di organizzazione e diffusione, conservando, quale datrice di lavoro, la potestà di dettare regole di comportamento e di adottare le concrete decisioni circa i modi di svolgimento della prestazione».

Il danno patrimoniale è stato calcolato in 1 milione 750 mila euro, quello non patrimoniale in 5 milioni e 250 mila. Due milioni potranno essere riconosciuti alla Fiat attraverso la pubblicazione a spese dei condannati della sentenza, entro 15 giorni, sui quotidiani La Stampa, La Repubblica e Il Corriere della Sera, e, entro 45 giorni, sul periodico Quattroruote. Il giudice, infine, ha disposto la rimozione immediata del filmato dal sito di Annozero.




Powered by ScribeFire.

Ecco come cambia Equitalia Non pignorerà tutti i beni

Libero

Sequestri 'soft' per aziende e contribuenti privati. In arrivo pene più severe per chi sgarra sugli studi di settore. Monti: "Premiare gli onesti"




Ha parlato di riforma del lavoro, di Borsa, di manovra ma anche di evasione Mario Monti all'incontro con la comunità finanziaria che si è svolto oggi, 20 febbraio, a Piazza Affari. Dal punto di vista fiscale il governo Monti ha "anche l’obiettivo di far affluire ai contribuenti onesti, in forma di minore aggravio fiscale, il gettito della lotta accresciuta contro l’evasione. Vogliamo rendere ai contribuenti onesti la vita più semplice dal punto di vista fiscale e ci saranno molti provvedimenti in questo senso".  Venerdì arriverà il decreto sulla semplificazione fiscale, che conterrà anche alcune norme per allentare la morsa di Equitalia nella riscossione dei debiti tributari.

Le norme serviranno ad aiutare le imprese morose, evitando il blocco delle attività. Norme anche a favore dei contribuenti che hanno forti debiti fiscali e un solo stipendio. I due articoletti sono stati suggeriti direttamente da Equitalia, che vuole migliorare il rapporto con i contribuenti dopo le recenti tensioni, l'incremento della pressione fiscale e in blitz in tutta Italia. In particolare imprese e contribuenti pizzicati dal fisco in passato e che stanno onorando il debito tributario, potranno consolarsi con pignoramenti più leggeri. Nel caso delle aziende o di società di artigiani, il decreto stabilirà che se Equitalia dovesse procedere al pignoramento di beni strumentali, il titolare ne venga nominato custode giudiziario.

Semplici contribuenti - Simile l'altra norma che aiuta i semplici contribuenti. Per tutelare il suo credito, Equitalia potrà procedere al pignoramento di una parte dello stipendio del contribuente se quest'ultimo non ha altri beni che possano garantire l'amministrazione fiscale. La norma prevede che possa essere pignorato un quinto dello stipendio, ma il nuovo decreto prevede una boccata  d'ossigeno: il prelievo potrà essere inferiore, fino al decimo dello stipendio. La quota che potrà essere congelata dal fisco dipenderà dall'entità dell'assegno mensile: minore è lo stipendio, minore sarà il prelievo.

Studi di settore - In parallelo, però, nel decreto verranno aggiunte altre rigide norme per contrastare l'evasione fiscale. Per esempio i contribuenti soggetti agli studi di settore che non risponderanno ai questionari del fisco o che dichiareranno dati falsi saranno sottoposti a un accertamento analitico-induttivo. Fino ai ieri, ignorando i questionari, si rischiava solo una sanzione pecuniaria. D'ora in poi si correranno rischi pesanti
20/02/2012




Powered by ScribeFire.

Napolitano risponde a chi lo critica «Non sono il presidente delle banche»

Corriere della sera

Battuta del presidente dopo le contestazioni in Sardegna. «Sarò accanto a chiunque darà apporto al rilancio dell'Italia»


MILANO - Non rappresento le banche, né il capitale finanziario: Giorgio Napolitano risponde piccato alle contestazioni che lo dipingono come uomo legato al capitale, insensibile alle problematiche sociali. Intervenendo al Teatro Lirico di Cagliari, dove si stava svolgendo un convegno sul contributo della Sardegna all'unificazione nazionale, Giorgio Napolitano ha auspicato l'avvio di una stagione di interventi per il rilancio dello sviluppo economico. «Sento la responsabilità» di dare il mio contributo a questo, ha detto chiudendo l'intervento, «visto che non rappresento né le banche, né il capitale finanziario, come qualcuno umoristicamente crede e grida».




I CONTESTATORI - Da lunedì mattina il Capo dello Stato ha avuto modo di ascoltare una serie di contestazioni nel corso delle tappe della sua visita a Cagliari. Prima alla stazione marittima, poi al Comune, infine al Teatro Lirico per il convegno «Il contributo della Sardegna all'Unità d'Italia». Fra i contestatori: disoccupati, gruppi organizzati contro Equitalia, indipendentisti, pastori sardi, il «Movimento della partite Iva» e i «Liberi artigiani e Commercianti» e da ultimo il movimento del sindaci del Sulcis. Proprio quest'ultimi sembrano essere gli autori della definizione che Napolitano ha descritto, non senza fastidio, come umoristica. Il cerimoniale non prevede però alcun incontro con i rappresentanti dei movimenti, che esprimono delusione e rabbia. «Io sarò accanto a chiunque darà il suo apporto a questo sforzo collettivo di rilancio dell'Italia e della costruzione di una nuova Europa», spiega il capo dello Stato.

RIFORME - «Io credo che si debba fare un tratto di strada ora, in questa fase politica e istituzionale, a un anno di distanza dalle prossime politiche». Il presidente della Repubblica torna a esortare i partiti sulle riforme istituzionali. «Resta ancora molto da fare per ridisegnare l'architettura istituzionale del nostro Stato». E «in un tratto di strada significativo», come quello che l'Italia sta attraversando con il governo Monti, «tocca farlo alle forze politiche, ai partiti in Parlamento, alle istituzioni regionali, al di là della caratterizzazione fuori dai binari ordinari com'è stato necessario per il governo attuale chiamato ad affrontare la crisi economica». «Anche in questo anno di tempo - ha insistito - bisogna cercare di costruire qualcosa che non è stato possibile realizzare sul piano delle riforme istituzionali per via della passata fase di conflittualità distruttiva e incomunicabilità», dalla quale «è risultato paralizzato ogni possibile sviluppo anche sul piano delle riforme istituzionali e costituzionali. Abbiamo bisogno in questa fase di far funzionare questo cantiere in Parlamento».

NORD-SUD - Il presidente della Repubblica parla poi di Unità del Paese. «L'Unità nazionale e la sua pienezza non si è fatta una volta per tutte» ma va conquistata giorno per giorno. «Rimaniamo lontani da un suo compimento: la maggiore incompiutezza è stata e resta il divario tra Nord e Sud: rimane il punto debole» del processo di unificazione dell'Italia. «Se vogliamo rafforzare la nostra compagine dobbiamo affrontare questo nodo storico del divario tra Nord e Sud», spiega il capo dello Stato.

Redazione Online
20 febbraio 2012 | 15:44

I terroristi di Ahmadinejad vanno a puttane in Thailandia

Libero

Tre dei cinque presunti 007 iraniani di Bamgkok traditi dalle prostitute che hanno frequentato prima del fallito attentato




Sputtanati, letteralmente. Non ci sono più i terroristi di una volta. E ora a Teheran dovranno  rivedere i loro programmi, dopo che i membri del commando a cui era stato ordinato di colpire obiettivi israeliani a Bangkok hanno mandato a monte il piano, spassandosela in compagnia di prostitute thailandesi.

In barba alla segretezza del loro compito, tre iraniani, arrivati in aereo a Phuket l’8 febbraio, si lasciano allegramente fotografare durante i bagordi, in compagnia di altrettante donne di malaffare, sui divanetti di un bar della spiaggia di Pattaya. E proprio la collaborazione di una delle “lucciole”, che aveva immortalato la scena con il telefonino, si dimostra decisiva nelle indagini, aiutando la polizia a identificare i sicari. Uno di loro, Masoud Sedaghat Zadeh, si lascia cogliere soltanto di profilo, nell’atto di abbracciare e baciare sulla guancia la signorina seduta al suo fianco.

Gli altri due, Mohammad Khazaei e Saied Moradi, sorridono un po’ a denti stretti, davanti a un tavolino pieno di cocktail esotici e narghilé sparsi intorno. Forse è l’attimo più emozionante della loro missione in nome di Allah: il brivido del peccato. Infrangere la legge islamica, in patria, sarebbe costato loro l’impiccagione o la lapidazione. In Thailandia, la fornicazione si fa a spese del governo iraniano. Ora non vengano a dire che, per non dare nell’occhio, fingevano di essere turisti scopaioli, perché le meretrici hanno provveduto a riferire alla polizia di essere entrate nella camera d’albergo del trio.

Ovvio che poi mancassero le energie per la guerra santa. Infatti, martedì 14 uno dei tre, Saeid Moradi, ancora obnubilato dalle orge, innesca inavvertitamente una carica esplosiva e la fa saltare in aria. Lui stesso ci rimette le gambe, maciullate, e rimane immobile sul marciapiede davanti al covo.  L’attacco così sfuma. Non c’è un piano B. Ci si arrangia al grido di “si salvi chi può” e si scopre che la minaccia arrivava dagli emissari di Mahmoud Ahmadinejad, inviati in Estremo Oriente per eliminare alcuni diplomatici israeliani. Vengono fuori tutti i nomi degli attentatori mancati, compresa una donna iraniana, Leila Rohani e un quinto connazionale, che fonti di stampa indicano nel 52enne Nikkhahfard Java.


Entrambi sono sfuggiti. Il capo della polizia, il generale Priewpan Dhamapong, sostiene che l’uomo, ripreso dalle telecamere di sorveglianza nei pressi dell’appartamento dove è esplosa la bomba, avrebbe già lasciato il Paese.Ne hanno catturati tre, per ora. E si tratta proprio del gruppetto dei gaudenti che giocavano a fare i playboy, dopo aver visto troppi film di 007. Il primo, il 28enne Moradi, evidentemente non poteva più scappare.

L’altro è il 42enne Khazaei, arrestato all’aeroporto di Bangkok mentre tentava di imbarcarsi su un volo per la Malaysia. Sedaghatzadeh, il più intraprendente con le professioniste del sesso, è finito in manette mercoledì a Kuala Lumpur ed è in attesa di essere estradato in Thailandia. Quanto alla Rohani, affittuaria dell’appartamento che serviva da base per la cellula, il capo dell’Ufficio immigrazione thailandese, generale Wiboon Bangthamai, ritiene che sia già a Teheran.

Ma adesso la signora e il complice che si è salvato dovranno fare rapporto a Qasem Soleimani, il comandante delle brigate al-Quds. Del resto anche le altre operazioni dei corpi speciali iraniani non hanno colpito il bersaglio. Lunedì scorso in India, a Nuova Delhi, sono riusciti appena a ferire due diplomatici israeliani, mentre anche a Tbilisi, in Georgia, hanno fatto flop. Mai però i pasdaran iraniani avevano combinato un bordello di quelle proporzioni.


di Andrea Morigi
20/02/2012




Powered by ScribeFire.

E' morto il premio Nobel Dulbecco

La Stampa

Lo scienziato fu premiato nel 1975 per la scoperta del meccanismo d’azione dei virus tumorali nelle cellule animali



Renato Dulbecco presentò il Festival di Sanremo del 1999 insieme a Fabio Fazio e Letizia Casta


Il premio Nobel della medicina (1975) Renato Dulbecco è morto. Lo ha confermato il presidente del Cnr Luigi Nicolais.

Nonostante avesse la cittadinanza americana dal 1953, Dulbecco ha sempre mantenuto un forte legame con l’Italia, tanto da essere considerato il padre delle ricerche italiane sulla mappa del Dna, condotte presso l’Istituto di Tecnologie Biomediche del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr) a Milano.

Solo l’età avanzata e le condizioni di salute precarie hanno interrotto la spola tra Milano e La Jolla, in California, dove viveva e lavorava presso l’istituto Salk. Tuttavia la sua presenza in Italia ha lasciato tracce significative, sia nei risultati scientifici sia nella difesa del valore della ricerca. Al punto che nel 1999 non ha esitato ad accettare l’invito a condurre il Festival di Sanremo insieme a Fabio Fazio, devolvendo il compenso a favore del rientro in Italia di cervelli fuggiti all’estero. Un’iniziativa simbolica che ancora oggi prosegue nel Progetto Carriere Dulbecco promosso da Telethon.

Non è stato solo il palco di Sanremo a favorire la popolarità di Dulbecco: il suo sorriso spontaneo, la cortesia innata e il grande entusiasmo per la ricerca hanno fatto di lui uno «scienziato gentiluomo», schierato in prima fila nelle battaglie a favore della ricerca sulle cellule staminali e per reintrodurre l’Evoluzionismo nei libri scolastici. Nato a Catanzaro il 22 febbraio 1914, Dulbecco si avvicina alla scienza spinto dalla passione per la fisica e arriva alla medicina dopo avere «assaporato» anche chimica e matematica. A 16 anni si iscrive alla facoltà di Medicina dell’università di Torino e segue i corsi dell’anatomista Giuseppe Levi insieme a Rita Levi Montalcini e Salvador Luria. Si laurea con lode nel 1934. Durante la seconda guerra mondiale è ufficiale medico sul fronte francese e poi su quello russo dove, nel 1942, rischia di morire.

Rientrato in Italia, nel dopoguerra torna a Torino. Nel 1947 la grande decisione di trasferirsi negli Stati Uniti per raggiungere Luria, che lavorava lì già dal 1940. Un viaggio che cominciò con una sorpresa: «senza saperlo, ci ritrovammo sulla stessa nave», raccontava mezzo secolo più tardi ancora divertito, ripensando all’incontro inatteso con Rita Levi Montalcini. «Facevamo lunghe passeggiate sul ponte parlando del futuro, delle cose che volevamo fare: lei alle sue idee sullo sviluppo embrionale e io alle cellule in vitro per fare un mucchio di cose in fisiologia e medicina». Sono le strade che entrambi seguono negli Usa e che portano Dulbecco nel California Institute of Technology (CalTech), dove ha una cattedra e comincia ad occuparsi di tumori.

Nel 1960 fa la scoperta che nel 1975 lo porterà al Nobel: osserva che i tumori sono indotti da una famiglia di virus che in seguito chiamerà «oncogeni». Nel 1972 lascia gli Usa per Londra, come vicedirettore dell’ Imperial Cancer Research Fund. Dopo il Nobel, condiviso con David Baltimore e Howard Temin, ritorna all’Istituto Salk per studiare i meccanismi genetici responsabili di alcuni tumori, in primo luogo quello del seno. Il suo rientro in Italia, nel 1987, coincide con l’avvio del Progetto internazionale Genoma Umano, del quale Dulbecco diventa coordinatore del ramo italiano. Un’esperienza che si arena nel 1995 per mancanza di fondi e che lo riporta negli Stati Uniti.




Powered by ScribeFire.

Cento anni fa nasceva Claretta Petacci La donna che fu l'amante di Mussolini

Il Messaggero


ROMA - Sulla sua tomba, alla cappella del Verano, a Roma, ci sono fiori freschi. «Per quanto possiamo sapere, visite ce ne sono e la tomba è tenuta in buon ordine», dice Vittorio B.Borghini, direttore Ama-Cimiteri Capitolini. Un secolo fa, il 28 febbraio 1912, nasceva Clara Petacci: una storia che resiste e, come dimostra il successo del carteggio con Benito Mussolini, continua a interessare gli italiani.



Di Claretta, vero nome Clarice, si è scritto tanto
. Sul grande schermo, invece, a darle volto voce fu Claudia Cardinale, interpretando nel 1984 il suo ruolo nel film "Claretta", diretto da Pasquale Squitieri. Per Francesco Perfetti, docente di Storia Contemporanea presso la Facoltà di Scienze Politiche della Luiss Guido Carli di Roma, quella di Claretta «in sé è soltanto la storia di un amore. La Petacci non era una grande personalità: forse l'attenzione degli italiani è dovuta a questa storia d'amore vera con Mussolini, che peraltro ha avuto un esito tragico. Tutto quello che si è detto intorno alla sua capacità di influenzare Mussolini, non sta in cielo né in terra. Anche perché Mussolini considerava le donne come un accessorio. E quello che emerge dai diari di Claretta sono in realtà esternazioni del Mussolini che vuole far colpo sulla sua amica».

«Donna di grande fascino e bellezza. La sua malattia si chiamava Mussolini, e le è stata fatale», spiega Giuseppe Parlato, professore ordinario di Storia Contemporanea presso la Luspio e presidente della Fondazione Ugo Spirito. «Forse -aggiunge lo storico- lei ha dato di più a Mussolini di quanto il suo Ben abbia dato a lei. Eppure di questo non si è mai pentita».

Domenica 19 Febbraio 2012
17:32    Ultimo aggiornamento: Lunedì 20 Febbraio - 15:47



Powered by ScribeFire.

La giornalista pro-regime è viva La prova in un video-messaggio

Corriere della sera

Hala Misrati, la pasionaria-conduttrice pro-Gheddafi, era stata data per morta: «Sono sorpresa da queste voci»


MILANO - La nota giornalista tivù libica, pro-regime, Hala Misrati, si è fatta viva domenica sera con un video-messaggio pubblicato sul web dai membri di una delle cosiddette brigate rivoluzionarie che la tengono prigioniera. La donna ha smentito le voci sulla sua morte: «Mi hanno molto sorpreso».


GIALLO DELLA MORTE - La notizia sulla presunta morte in una prigione di Tripoli della conduttrice tv che lo scorso agosto si presentò davanti alle telecamere tenendo in mano una pistola e minacciando i ribelli anti Gheddafi, era circolata nella mattinata di domenica, lanciata per prima dall’emittente all-news al-Arabiya. Subito ripresa dagli organi d’informazione, dopo qualche ora era arrivata una smentita dai suoi familiari. Ciononostante, il «giallo» è continuato per tutta la giornata fino a quando su YouTube è spuntato un filmato della donna, un tempo tra le voci più forti della propaganda del Raís. Coperta stavolta con vestito nero e un hijab la giornalista si congratula con tutti i libici in occasione «del primo anniversario della rivoluzione del 17 febbraio». Ciononostante, non è chiaro quanto volontarie siano queste «felicitazioni», visto che Hala Misrati dice di essere «circondata da mesi da rivoluzionari di diverse brigate».

Ecco il video in cui comparse con una pistola e difese il Raìs
VIDEO MESSAGGIO


«È il 19 febbraio 2012 e sono ancora viva», esordisce la ex giornalista di Gheddafi. Che sottolinea di «non essere stata maltrattata», anzi, spiega che i rivoluzionari che la tengono prigioniera l’hanno trattata «come una loro sorella». In un'intervista rilasciata domenica alla tv araba Al-Jazeera il procuratore generale della Libia, Abdulaziz al-Hasadi, ha spiegato di non sapere chi abbia messo in giro le voci della morte di Misrati. La giornalista, sottolinea, verrebbe ancora interrogata. «L'inchiesta, se Dio vuole, sarà presto conclusa», ha aggiunto.

Elmar Burchia
20 febbraio 2012 | 15:33

Monaco tibetano si dà fuoco e muore È il ventesimo caso in pochi mesi

Il Mattino


PECHINO - Un monaco tibetano di 18 anni è rimasto ucciso dopo essersi dato fuoco in una protesta nella provincia del Sichuan. Sono oltre 20 i monaci buddisti che negli ultimi mesi hanno scelto la forma estrema dell'immolazione per protestare contro il dominio cinese nel Tibet.




Secondo quanto ha riportato l'International Campaign for Tibet il giovane monaco, identificato con il nome di Nangdrol, si è immolato domenica nella contea di Rangtang, in tibetano di Dzamthang, e centinaia di altri monaci hanno impedito alle forze di polizia di requisire il suo corpo.

Lunedì 20 Febbraio 2012 - 11:38    Ultimo aggiornamento: 12:09



Powered by ScribeFire.

Assolti i Marines in posa con bandiera nazista: «Hanno agito per ignoranza»

Il Mattino


WASHINGTON - «Hanno agito per ignoranza e senza malizia»: con queste parole il corpo dei Marines ha assolto il gruppo di tiratori scelti che si erano fatti una foto ricordo in Afghanistan con una grande bandiera americana con iscritto il simbolo nazista delle 'SS' a fare da sfondo. L'immagine, circolata su Internet, aveva fatto scandalo e suscitato le ire della Fondazione Usa per la libertà religiosa, che aveva chiesto una indagine del Pentagono sull'accaduto. Il comandante dei 10 marines ritratti nella foto-scandalo ha deciso di non punire i suoi ragazzi, ma - ha spiegato un portavoce del Corpo - di «utilizzare l'occasione per insegnare la storia del Nazismo ed il potere dei simboli».




In una nota i marines definiscono l'utilizzo del simbolo delle 'SS' «inaccettabile» e promettono che «comportamenti simili non verranno tollerati in futuro e se ripetuti saranno soggetti a punizione». Ma la foto, scattata nel settembre 2010 nella città di Sangin, nell'Afghanistan del Sud, sarebbe stata un puro errore: i giovani Marines avrebbero scambiato il simbolo 'SS' per 'Scout Sniper', ossia la sigla che indica i tiratori scelti della loro squadra. La vicenda sta però disturbando l'opinione pubblica Usa, già scioccata lo scorso mese dal video dei marines che urinavano sui corpi di talebani morti.

Lunedì 20 Febbraio 2012 - 12:39    Ultimo aggiornamento: 12:40



Powered by ScribeFire.

Monti : «Entro marzo riforma del mercato del lavoro con o senza accordo dei sindacati»

Corriere della sera

L'Italia fuori dalla lista dei problemi, non ci sarà altra manovra e il governo vuol premiare i contribuenti onesti


Il premier Mario MontiIl premier Mario Monti

MILANO - Dal punto di vista della governance europea, «abbiamo cercato di togliere l'Italia dalla lista dei problemi per passare alla lista di coloro che contribuiscono a trovare soluzioni». Così il premier Mario Monti, incontrando la comunità finanziaria a Piazza Affari. Quindi ha ribadito che non è all'orizzonte una nuova manovra. «Quando si dice se la recessione dura, se situazione dell'economia reale non migliora ci sarà bisogno di una nuova manovra? Replico: no, non ci sarà bisogno di una nuova manovra perché ci sono margini di prudenza». Ad avvio dell'incontro aveva rilevato che una Borsa «con un numero elevato di società quotate può dare un contributo fondamentale per la crescita economica del Paese».

PACCHETTO LAVORO - Sul tema scottante della riforma del lavoro il Governo è «fiducioso» che si possa arrivare ad un accordo con le parti sociali, ma punta a presentarla in Parlamento entro i tempi previsti cioè «entro fine marzo», anche senza tale accordo. «Noi speriamo con, ma non possiamo consentire poteri di blocco troppo paralizzanti». Dal punto di vista fiscale ha ribadito «l'obiettivo di far affluire ai contribuenti onesti, in forma di minore aggravio fiscale, il gettito della lotta accresciuta contro l'evasione». «Intanto - ha aggiunto - vogliamo rendere ai contribuenti onesti la vita più semplice dal punto di vista fiscale e ci saranno molti provvedimenti in questo senso». E a scanso di equivoci ha ribadito che il governo «è sensibile sul piano intellettuale alle argomentazioni, ma è insensibile alle pressioni. Per noi è un punto di forza agire in condizioni quasi disperate. Guardiamo bene in faccia a tutti, ma non guardiamo in faccia a nessuno». Più o meno in contemporanea sul tema è intervenuto da Cagliari anche il Presidente della repubblica Napolitano. «La coesione sociale .a ammonito- non significa immobilismo, nè mantenere in piedi il welfare come è stato nei decenni passati perchè questo lascia scoperte alcune sacche di povertà mentre noi dobbiamo occuparci di chi non ha».


I POTERI FORTI - In un altro passaggio Mario Monti ha voluto sottolineare che il suo governo non è «particolarmente deferente» verso i poteri forti. «Noi dalla cronaca veloce siamo stati qualificati come vicini ai poteri forti. Mi fa piacere dire qui che abbiamo ritenuto fosse opportuno, per la vivacità e il tono competitivo del sistema italiano, che non ci fossero più molte presenze simultanee in consigli di amministrazione in concorrenza, soprattutto in banche e assicurazioni. Spiace - ha proseguito - andare contro la nozione elegante e piacevole di salotto buono, ma pensiamo che questo concetto abbia qualche volta in passato tutelato bene l'esistente ma abbia consentito la sopravvivenza in qualche occasione un po' forzata dell'italianità di alcune aziende. Cito questo provvedimento per dire a coloro che, fuori di qui, pensano che i professori siano particolarmente deferenti verso banche e finanza che non è così: c'è rispetto come verso tutti, ma se vediamo la necessità di qualche provvedimento lo prendiamo».

LETTERA CONGIUNTA - Ha poi annunciato un'iniziativa comune in ambito europeo. «Sarà resa nota oggi, se già non lo è, una lettera che sette o otto capi di governo di Paesi membri dell'Unione Europea hanno inviato al presidente del consiglio europeo e alla Commissione per dare un forte stimolo alla crescita economica europea». E poi ha specificato «tranne modifiche dell'ultimo minuto, né Francia né Germania l'hanno firmata».

LA CASTA - In chiusura ha confermato che da domani saranno pubblicati su internet i patrimoni dei ministri ed ha punzecchiato sulla stampa che batte molto sui temi della casta. È «molto bello» che vi siano le crociate contro i privilegi delle caste -ha detto Monti- ma «esorterei la stampa che sta cavalcando molto i temi della casta, di stabilire una barra, una soglia, oltrepassata la quale quei giornalisti potranno dire: beh, non è malaccio, qualcosa è stato fatto». E poi ha ricordato quello che ha fatto il suo esecutivo col tetto di 305 mila euro agli stipendi dei manager pubblici («Faremo fatica a trovare professionalità di alto livello....») e la riduzione delle auto blu («di cui comunque resta un numero sconfinato»).

Redazione Online
20 febbraio 2012 | 12:02

Basta separazioni per colpa, nozze finite anche se il partner è tollerante

La Stampa


Il matrimonio finisce anche se nella coppia uno dei due è disposto a tollerare tradimenti o comportamenti che denotano l'assenza di progetti in comune. Lo afferma la Cassazione (sentenza 2274/12) osservando che oggi anche la giurisprudenza si è evoluta in fatto di separazioni per cui il giudice è sempre meno disposto ad assegnare colpe per il fallimento delle nozze. In base «alla condizione dell’uomo medio» il matrimonio finisce quando anche uno solo dei due si «disaffeziona». Anche oltre la «violazione dei doveri coniugali» visto che non tutte le «violazioni» sono causa di fine nozze.


Il Caso

La Suprema Corte ha convalidato la separazione giudiziale sancita dal Tribunale di Catania nei confronti di una coppia (con obbligo di mantenimento e casa coniugale a favore della moglie) nonostante la resistenza della consorte, abbandonata da diversi anni dal marito che era andato a convivere con un’altra donna dalla quale aveva avuto un figlio. Nonostante il tradimento e la nuova vita, la donna, in Cassazione, ha sostenuto che mancavano i presupposti per dichiarare l’intollerabilità della convivenza e la conseguente separazione giudiziale: «appare immune da censure il convincimento della Corte d’appello secondo il quale la disponibilità unilaterale della moglie a sopportare tale situazione non può valere ad impedire la sussistenza della intollerabilità della convivenza tra i coniugi, che costituisce il presupposto della pronuncia di separazione giudiziale, intollerabilità strettamente collegata all’esistenza di una nuova famiglia.

Nella nuova disciplina» in materia di separazioni «nessuna differenza è posta tra coniuge colpevole o incolpevole, se di "colpa" si deve ancora parlare, e pertanto anche il coniuge colpevole può chiedere la separazione, affermando che proprio il suo comportamento ha condotto all’intollerabilità della convivenza». Non «è più necessaria la sussistenza di una situazione di conflitto riconducibile alla volontà di entrambi i coniugi, ben potendo la frattura dipendere dalla condizione di disaffezione e distacco spirituale di una delle parti, tale da rendere per lei intollerabile la convivenza verificabile in base a fatti obiettivi emersi, compreso il comportamento processuale con particolare riferimento al tentativo di conciliazione». Nel caso, inoltre, l’uomo aveva dimostrato «disaffezione alla convivenza matrimoniale».


Powered by ScribeFire.

Denutrita e al freddo tra escrementi e urina: anziana dimenticata dalla figlia

Il Mattino


Era incosciente fra escrementi e urina, ora sta meglio. L'unica parente non la visita e chiede se ha diritto all'accompagnatoria


TREVISO - L’hanno trovata all'interno del suo appartamento ormai in fin di vita: incosciente, disidratata, denutrita, distesa sul pavimento della camera da letto tra escrementi e urina. La protagonista di questa angosciante vicenda è un’anziana di 71 anni, dimenticata dai suoi cari, dai vicini, da tutti. Per più di tre giorni è rimasta in coma nel reparto di terapia intensiva del Ca’ Foncello. Poi la lenta ripresa.



L'anziana è stata soccorsa una settimana fa nella sua abitazione di viale Nazioni Unite, in una palazzina al civico 95: è uno dei tanti condomini Ater che col tempo sono diventati di fatto ospizi per anziani soli, spesso abbandonati a sé stessi, dimenticati perfino dai parenti. L'anziana vedova abita nel quartiere di San Paolo da circa sette anni: da quattro non esce più di casa. Non è autosufficiente. Vive in un appartamento al terzo piano, senza riscaldamento e - sostiene qualcuno degli altri inquilini - senza luce e televisore. Di certo il campanello è inservibile da anni: sarebbero bastati 20 euro per aggiustarlo, ma nessuno se n'è mai curato.

A dare l'allarme sono stati i residenti della palazzina che hanno notato come nei primi giorni della scorsa settimana le tapparelle dell'appartamento in cui vive la donna fossero rimaste chiuse per 48 ore filate. Strano. Il 10 febbraio qualcuno degli inquilini ha avvertito l'unica figlia della donna, una 39enne che vive a Quinto: sul posto, oltre a lei, sono arrivati i vigili del fuoco, un'ambulanza del Suem e la polizia. Con l'autoscala, rompendo una finestra del condominio, medici e pompieri hanno soccorso l'anziana, strappandola a una situazione di terrificante degrado.

Ancora viva, certo, ma incosciente, la 71enne è rimasta accasciata al suolo per due giorni, sopraffatta dal freddo e dalla fame. Una volta la settimana -dicono i vicini di casa - la figlia inviava una badante a portarle un po’ di spesa: poche cose, l'essenziale. Ma anche questo rifornimento sarebbe poi venuto meno con effetti devastanti. L’anziana, trasportata d’urgenza al Ca’ Foncello, è rimasta in coma per più di tre giorni e solo l'altro ieri è uscita dalla terapia intensiva.

La figlia - raccontano ancora i condòmini - non sarebbe mai andata a farle visita. Quando è stata contattata dall'ospedale per conoscere quali farmaci era solita prendere la madre, lei avrebbe replicato chiedendo se era possibile «avere diritto all'accompagnatoria». Poi più nulla.

Domenica 19 Febbraio 2012 - 17:43    Ultimo aggiornamento: Lunedì 20 Febbraio - 08:16



Powered by ScribeFire.

Hai uno smartphone, un tablet o un pc? Devi pagare il canone: «Vergogna»

Il Mattino


NAPOLI - Nel mirino ci sono tutti, dal casaro all'autotrasportatore. Stanno fioccano su milioni di imprenditori e lavoratori autonomi - segnala Rete Imprese Italia - le richieste della Rai che esigono il pagamento del canone per il possesso di apparecchi come pc e simili, persino smartphone, normalmente non finalizzati alla ricezione di programmi tv. Si tratta di un canone speciale dovuto in virtù di un Regio Decreto del 1938. «Un balzello assurdo - dice Rete Imprese - le aziende che dovranno sborsare 980 milioni».



«È l'ennesima vergogna, l'ennesimo tentativo di scippo con destrezza che deve essere respinto al mittente, da parte del ministro dello Sviluppo Economico Corrado Passera per evitare l'ennesimo salasso». Ad affermarlo in una nota sono Adusbef e Federconsumatori in merito alle richieste di pagamento del canone Rai su strumenti di lavoro come computer o cellulari.

«La Rai, un'azienda lottizzata che sempre di più sforna cattiva informazione e servizi spesso taroccati e strappalacrime per inseguire il feticcio dell'audience -sottolineano le due associazioni dei consumatori-, ha sfornato l'ennesimo balzello, a carico di imprese, studi professionali ed uffici, per imporre un pesante tributo sul possesso non solo degli apparecchi Tv, ma anche di qualsiasi dispositivo atto o adattabile a ricevere il segnale tv, inclusi monitor per il Pc, videofonini, videoregistratori, Ipad, addirittura sistemi di videosorveglianza, telefonini che si collegano ad internet con una somma che, a seconda della tipologia di impresa, va da un minimo di 200 euro fino a 6.000 euro l'anno a carico di oltre 5 milioni di utenti per un controvalore di 1 miliardo di euro l'anno».

«Perché la Rai chiede anche alle aziende che posseggono un pc di pagare il canone?». A chiederlo è il senatore del Pd Giancarlo Sangalli che su questo annuncia la presentazione di un'interrogazione a Monti, in qualità di ministro dell'Economia. «Si sta veramente esagerando -spiega il parlamentare - negli ultimi mesi moltissime aziende e altrettanti lavoratori autonomi si son visti recapitare i bollettini per il pagamento del canone Rai perchè possessori di un pc».

Lunedì 20 Febbraio 2012 - 10:32    Ultimo aggiornamento: 10:57



Powered by ScribeFire.

Odiare Amazon non è una strategia

La Stampa
Giuseppe Granieri


Una parte dell'editoria americana muove accuse pesanti contro il «nemico più forte». Ma forse c'è una lezione da imparare.
Quando l'attenzione non è catalizzata da notizie importanti o fatti nuovi, emergono i fantasmi. Così, questa settimana di apparente tranquillità ha visto dominare nei titoli lo «spettro del nemico».

Ha cominciato l'Author's Guild, con un lungo saggio che accusa Amazon di essere un «predatore anticompetitivo». E se il titolo conserva un'apparenza neutra (Amazon, Innovation, and the Rewards of the Free Market), la conclusione suona un po' allarme e un po' rassegnazione: «Se Amazon continua così, il mercato libero non potrà farci nulla».

Tra le tante risposte Joe Konrath, che da evangelista del self-publishing e delle nuove tendenze non poteva non cogliere al volo l'occasione, ha pubblicato un post che si intitola Amazon Will Destroy You. Nelle prime righe elenca una parte dei luoghi comuni che circondano la libreria di Seattle. Amazon metterà «fuori dal business i grandi editori», Amazon ucciderà le librerie. Amazon è il diavolo. ecctera. Le abbiamo sentite tutte in questi ultimi anni. Ma, come commenta Nathan Bransford, si può non essere sempre d'accordo con Konrath però bisogna comprendere che le domande che pone all'industria editoriale sono sensate. «L'editoria», chiede Bransford, «sta cercando di proteggere il passato o vuole innovare per il futuro?»

Nel clima di tifo (pro o contro), Teleread imbrocca il titolo adatto per scatenare i social network. La domanda che pone è semplice ma porta a considerare una di quelle verità che non sono comode da vedere, soprattutto se hai bisogno di un nemico. Così, specialmente su Twitter, ha circolato abbastanza la questione: Is Amazon evil, or are they just really good at business?.

Sempre Teleread, poi, propone un breve riepilogo delle opinioni messe in circolo. Cui va aggiunta, per la sua lungimiranza, quella di David Gaughran: «Per l'ennesima volta», scrive David, «il Grande Tema sembra essere la questione del monopolio di Amazon». E fa delle considerazioni che sono facilmente condivisibili: «Quando i competitor di un marchio hanno nomi come Apple e Google -due delle aziende più potenti nel mondo- e quando chiunque può lanciare una nuova libreria più competitiva, semplicemente non puoi parlare di "monopolio" e sperare di essere preso sul serio». La conclusione è ugualmente lucida: «Io non vedo Amazon come una minaccia all'apertura del mercato e alla competizione. Piuttosto, il contrario. Amazon ha fatto scelte che aprono alla competizione molto più di tutti gli altri». Per farti la tua idea, leggi il pezzo oltre la banalizzazione della mia sintesi: Amazon Is Creating Competition, Not Killing It.

Certo, è materia difficile. Amazon ha cambiato in poco più di quattro anni il modo in cui funziona l'editoria. Ha accreditato gli ebook con il Kindle, ha sdoganato e abilitato il self-publishing come fenomeno di massa e di successo, ha «saltato alla torera» gli editori tradizionali stringendo contratti direttamente con gli autori. Ha invecchiato all'improvviso un modo di lavorare e di immaginare l'editoria. Ha una quota di mercato e una capacità di innovazione continua che -non a torto- spaventano chi ha una comprensione meno profonda del cambiamento. E che terrorizzano chi non è in grado di reagire con i nuovi tempi accelerati del digitale.

E forse anche la questione dell'essere evil o meno -per quanto non indifferente sul piano etico- è una questione non centrale se si guarda al futuro dell'editoria. E se si vuole comprenderlo. Amazon, alla fine, sta semplicemente eseguendo al meglio la grande lezione del digitale. I prodotti e i servizi di successo sono quelli che costruiscono giochi a somma non-zero. Che funzionano dando vantaggi a tutti i partecipanti: ai lettori, che trovano la migliore esperienza di acquisto, agli autori (che trovano le migliori condizioni), agli editori che hanno a disposizioni i migliori strumenti per la discoverability dei propri libri. Se c'è una cosa che non funziona, nel mondo che stiamo vedendo nascere, è la difesa del giardinetto.

Non a caso Amazon è considerata l'azienda più innovativa del panorama mondiale e, come riporta l'Huffington Post, è la prima in classifica tra quelle in grado di suscitare «appeal emozionale» tra i suoi clienti. «L'appeal emozionale di Amazon», scrive l'HP, «potrebbe stupire sia le librerie sia l'Author's Guild». E conclude: «Sembra che i detrattori debbano percorrere ancora un lungo cammino prima che il loro messaggio possa essere popolare tra i consumatori». Il post è qui: Amazon Achieves High Consumer Ratings, Ranks First In Emotional Appeal.

A me, personalmente, torna sempre in mente una frase molto efficace che circola negli ambienti più innovativi: Hating Amazon Is Not a Strategy. Così, come lettura bonus, forse è interessante un post di Rachelle Gardner, agente letterario, che si chiede (ci chiede) se siamo davvero pronti al cambiamento.

«È arrivato il momento», scrive Rachelle, «di cominciare a cambiare. E di esere pronti a nuovi cambiamenti che arriveranno in fretta come cataclismi». E poi: «Se non cambiamo in fretta il nostro business sarà invecchiato da nuovi arrivati più innovativi». O, ancora: «È cruciale cominciare a capire a fondo le tendenze delle tecnologia e del mercato. E quindi sviluppare strategie che posaano effettivamente rispondere a questo mondo destinato a cambiare continuamente».


Rachelle Gardner, Are We Ready For Change?





Powered by ScribeFire.

Cane prova a salvare la padrona dall'incendio, ma muoiono entrambi

La Stampa
La zampa.it


Resosi conto delle fiamme, il fido quattrozampe ha cercato di svegliare l'anziana signora, ma era troppo tardi




Un esemplare di Chow Chow in una immagine d'archivio


san gimignano di crotone (Lucca)

Non l’ha mai abbandonata, neanche nel destino più crudele. E quando le fiamme hanno iniziato a prendersi i mobili, le tende, i tappeti, si è accasciato accanto alla sua padrona ed è morto con lei. Erasmo, un Chow Chow si otto anni, accortosi dell’incendio divampato nella notte tra venerdì e sabato a San Gimignano di Controne, vicino a Bagni di Lucca, nell’abitazione di Maria Rosa Ursella, una anziana signora di 79 anni, ha provato a svegliarla. Ma prima che la donna si rendesse conto di quanto stava accadendo, il fuoco aveva già bloccato ogni uscita e l’aria era diventata irrespirabile.

Maria Rosa, appassionata di musica, quella sera aveva acceso la tv per seguire il festival di Sanremo. Secondo il Tirreno, sono la spia del digitale terrestre e quella del televisore, rimaste accese da giorni, a provocare il surriscaldamento di un cavo e a causare il principio d’incendio.

Quando la figlia e il genero rientrano a casa, vedono il fumo uscire dalle finestre: provano in ogni modo a salvare la donna, ma è tutto inutile. Il fumo ha completamente invaso l’appartamento e la temperatura è altissima.

I vigili del fuoco, qualche ora dopo, troveranno Maria Rosa e Erasmo, accasciati per terra uno accanto all’altra. «Qualche giorno fa – ha detto il genero - è arrivato in casa un assicuratore. Per poco il cane non lo ha sbranato. Erasmo era pronto a difendere la nonna sino all’ultimo respiro». E così è stato.



Powered by ScribeFire.

Servizi prêt-à-porter e privacy Ecco la rivoluzione di Google

La Stampa


Dal 1˚marzo verrà unificata la gestione delle informazioni fornite dagli utenti. Il gigante californiano: vogliamo solo semplificare l'utilizzo dei nostri prodotti
GIANLUCA NICOLETTI
ROMA


In Rete già comincia a serpeggiare qualche segno d’inquietudine per quello che accadrà dal primo marzo. Tutto nasce da una piccola riga di testo, appena evidenziata in giallo canarino sbiadito, che, da una pagina di servizio di Google, dice: «Le presenti norme saranno sostituite dalle nostre nuove norme sulla privacy che entreranno in vigore il 1˚ marzo 2012. Per ulteriori dettagli consulta la pagina riepilogativa».

La realtà è che ogni essere umano cyber navigatore è oramai abituato a considerare Google come un familiare di lunga frequentazione, la nota sui prossimi cambiamenti fino ad ora sarà stata oggetto d’attenzione solamente per gli utenti più digitalmente avanzati e di conseguenza molto sospettosi. I meno attrezzati l’avranno giudicato uno dei tanti avvisi di servizio, magari riguardo l’upgrade dell’interfaccia.

Pochi saranno quindi andati a vedere la suddetta pagina di riepilogo, chi l’abbia finora fatto ha compreso che gli uomini di Google stanno «eliminando oltre 70 diverse norme sulla privacy in tutti i servizi, per sostituirle con una normativa unica, che dovrebbe essere più breve e di più facile comprensione». Temendo forse gli ipocondriaci da sindrome del «Grande Fratello», aggiungono che il loro unico obiettivo è di «creare un’esperienza d’uso che sia meravigliosamente semplice e intuitiva per tutti i servizi Google».

Quelli di Google sono, in effetti, tutti gadget cui nel tempo ci siamo piacevolmente assuefatti, anche perché molti sono veramente utili anche a condividere documenti, lavorare in gruppo a distanza, video chattare, avere una mailbox capiente e duttile nelle sue estensioni, farsi un blog velocemente, collegarlo alle proprie gallerie di foto, ai propri video autoprodotti e pubblicati su YouTube, al proprio profilo di social network e anche molto altro che, giorno dopo giorno, sembrava arrivarci facile e gratuito, forse per la sola ragione che a Mountain View qualcuno volesse a tutti noi tanto bene.

È invece evidente che questo passo verso la «semplificazione» dovrà necessariamente corrispondere anche a una più consistente possibilità di profitto, soprattutto per chi per tanto tempo pensavamo ci offrisse solo regali. Non è però un mistero che ogni utente rappresenti un valore, proprio in ragione della mole di dati personali che può fornire attraverso il suo movimento in rete.

Ogni nostro passaggio localizzato, ogni transazione, ogni visita a pagine, ogni tempo di permanenza, ogni pubblicazione di foto, video, ogni parola chiave deducibile da uno status su Facebook, un commento a un tag su una foto, una battuta su Twitter… A noi sembrano facezie da perditempo, ma per l’affamatissimo mercato degli umani «profilati» tutto questo è oro.

Google rassicura che: «La protezione della tua privacy non è cambiata. Non venderemo mai le tue informazioni personali e non le condivideremo senza la tua autorizzazione».

Resta il punto che le nuove norme di Google sulla privacy tendono sicuramente all’hard rispetto al passato, soprattutto in quell’«interoperabilità tra i servizi» che è proposta come un nuovo beneficio: «Memorizzando le informazioni di contatto delle persone con cui desideri condividere contenuti, ti aiutiamo a condividere materiale in qualsiasi prodotto o servizio».

È sicuramente così, tutto si condividerà meglio, ma questo sicuramente avrà per noi un prezzo e per Google un guadagno. Mentre prima servizi come Gmail, Google doc e YouTube funzionavano come compartimenti stagni, dal primo marzo potranno dialogare e di conseguenza scambiarsi informazioni sulle nostre preferenze. Chiaramente così cambierà molto l’idea di riservatezza, soprattutto nell’accezione cui finora eravamo abituati, ma il parametro per cui si attribuisce il valore di «riservato» è in continua e veloce evoluzione e segue il passo della tecnologia.

Si pensi quanto sia stato immediato e drastico il passaggio da una telefonata privata; prima sigillati in cabine bunker, ora con il cellulare alla bocca anche in autobus o in uno scompartimento ferroviario.

Può anche non piacerci, ma la sintesi è che Google è una «private company» che ha avvisato gli utenti che, dopo dieci anni di servizi gratuiti, vuole cambiare e adeguarsi a un futuro in cui il motore di ricerca, almeno come lo conoscevamo, potrebbe non esserci più.

Sta a noi decidere se entrare in un tempo in cui comunicando saremo tutti molto, ma molto più «visibili» di quanto lo siamo stati finora, o tagliare i fili e tornare alla carta e penna e ai piccioni viaggiatori.



Powered by ScribeFire.

Tagli ai manager pubblici ecco l’elenco dei 900 nomi

Il Messaggero

Mastrapasqua, Inps, 1,2 milioni. Il Ragioniere generale Canzio 516 mila euro




di Diodato Pirone


ROMA - Reggerà il tetto di 305 mila euro lordi annui alle retribuzioni dei superburocrati deciso con il decreto Salva Italia? Lo si capirà domani quando si aprirà un nuovo round del braccio di ferro in atto fra governo e (parte del) Parlamento su possibili salvataggi.

Il governo, su richiesta dei parlamentari delle commissioni Affari Costituzionali e Lavoro della Camera, consegnerà l’elenco aggiornato delle retribuzioni dei manager pubblici. Un elenco di circa 700 nomi che in sostanza sarà un aggiornamento di quello che il Parlamento già possiede dalla scorsa estate (trattasi del Bollettino sulla situazione patrimoniale dei titolari di cariche elettive degli enti che viene stilato annualmente dai Prefetti).

La fase, dunque, è quella della melina. Di fronte alla quale la posizione del premier Mario Monti e del ministro della Funzione Pubblica Filippo Patroni Griffi resta netta: il tetto deve essere valido per tutti. Ma il Parlamento deve dare un parere e fra i politici, vuoi per convinzione, vuoi per amicizie consolidate con alcuni superburocrati, le opinioni sono discordi.

In ballo ci sono bei gruzzoli di denaro sonante, in parecchi casi a cinque zeri, ma anche la riscrittura del patto fra gli italiani e l’alta burocrazia, chiamata negli ultimi anni a rendere più efficiente la macchina dello Stato con risultati altalenanti. Il tetto poi non va a toccare solo gli alti papaveri. Ne vengono colpiti anche molti dirigenti pubblici non di primissima fila che hanno un doppio incarico (ad esempio i magistrati che fanno anche i capi di gabinetto) ma che d’ora in avanti potranno sommare al primo stipendio solo il 25% della retribuzione del secondo incarico e comunque in nessun caso potranno superare i 305 mila euro complessivi, equivalenti alla retribuzione lorda del primo presidente della Corte di Cassazione.

Comprensibile dunque l’irritazione che si respira negli uffici più importanti di ministeri, Authority (ad eccezione di Bankitalia), Agenzie, enti pubblici di vario genere. Nei corridoi c’è chi si spinge ad ipotizzare ricorsi giudiziari visto che il tetto potrebbe equivalere ad una violazione di contratti in essere. Il fatto è che fra i supermanager pubblici gli stipendi superiori ai 300 mila euro sono tutt’altro che rari.

Forse il caso più noto al grande pubblico è quello di Attilio Befera, l’uomo del fisco, che fra la carica di direttore dell’Agenzia delle Entrate e di presidente di Equitalia arriva a 620 mila euro lordi. Oltre il tetto è anche il neopresidente dell’Antitrust, l’avvocato Giovanni Pitruzzella, il cui compenso ammonta a 475 mila euro circa. Ma anche personaggi insediati in posizioni strategiche come Mario Canzio (516 mila) che dirige la Ragioneria Generale dello Stato; Giampiero Massolo (390mila),segretario generale del ministero degli Esteri o Raffaele Ferrara (390 mila), direttore dei Monopoli andrebbero a perderci quancosa in più di qualche spicciolo. Sfora il tetto anche il presidente del Coni Giani Petrucci (400 mila).

Fuori anche il presidente della Consob Giuseppe Vegas che nell’elenco in possesso del Parlamento dichiara redditi 2009 per 507 mila euro anche se per la sua carica dovrebbe ricevere poco meno di 390 mila euro. C’è poi il caso di Vincenzo Fortunato, capo di gabinetto del Tesoro che somma vari incarichi e il cui reddito, diffuso dall’Agenzia delle Entrate nel 2008 ammontava all’epoca a 788 mila euro.

Nell’elenco che il governo si appresta a presentare al Parlamento ci sarà anche il nome di Antonio Mastrapasqua, presidente Inps, che nel 2009 ha dichiarato oltre 1,2 milioni di euro ovviamente non derivante per intero dall’Istituto di previdenza. E’ noto, infatti, che Mastrapasqua siede in una ventina di consigli di amministrazione di enti e società. E non è nemmeno ancora chiaro se anche l’Inps è compreso fra le società e gli enti che dovranno sottostare al tetto così come non è chiaro il destino dei supermanager delle Poste che sono una Spa del Tesoro ma non quotata. Decine poi i nomi di personaggi poco noti alle cronache ma che nell’elenco già in possesso del parlamento vantano redditi molto alti. Pietro Abate, ad esempio, segretario generale delle Camere di Commercio vanta quasi 497 mila euro. Ma ci sono anche moltissimi manager pubblici con redditi bassissimi. Marco Picchetto, presidente dell’agenzia di promozione di Biella, nel 2009 ha guadagnato solo 5.515 euro.

Da domani, comunque, la parola passa alla Camera che avrà tempo fino al primo marzo per esprimere il proprio parere sull’eventuale sforamento del tetto. In passato ci sono già stati due tentativi di imporre un freno all’espansione dei compensi per i supermanager pubblici entrambi finiti nel nulla.

Domenica 19 Febbraio 2012 - 21:56    Ultimo aggiornamento: Lunedì 20 Febbraio - 08:43



Powered by ScribeFire.

Amori, viaggi, amici, lacrime Walter Chiari visto dal figlio

di -

Dai ricordi di Simone Annicchiarico emerge il volto autentico (e sorprendente) del più grande talento dello spettacolo italiano

Perdonatemi l’uso della prima persona. Ma sapete com’è... Non capita tutti i giorni di correre al capezzale di Walter Chiari. Andò così. Domenica 3 marzo 1991, primo pomeriggio di quasi primavera.


Sto bighellonando in tipografia, qui al Giornale, in via Gaetano Negri, e vedo accorrere il caporedattore centrale con gli occhi sbarrati. «Che stai facendo? Roba urgente? Abbiamo un guaio», mi dice. «Che guaio?». «Walter Chiari è gravissimo in ospedale. Agli spettacoli siamo scoperti... Fiondati là e vedi un po’ com’è la situazione, non vorrei che...». Corro là, al San Carlo. Dribblo, in ordine di apparizione: un custode sospettoso, un paio di suore con la faccia da funerale, una decina di infermieri allarmati dal mio aspetto da invasato (era il primo «servizio» importante, dovete capirmi). Chiedi di qui, intrufolati di là, alla fine trovo la stanza giusta. Entro in punta di piedi, lo vedo di spalle armeggiare intorno a un televisore. «Mi scusi, signor Chiari... Io sarei un giornalista e mi hanno detto che... Insomma... mi hanno mandato qui...».

Si volta. Ha la faccia del pugile che fu, da ragazzo. Ma non sembra per niente suonato, diciamo un pugile dopo un paio di round equilibrati. Certo, era meglio in giacca e farfallino a Studio Uno, quasi trent’anni prima. Il pigiama celeste da pensionato, indossato da lui, è una stonatura. «Vieni, vieni caro. Questa tv mi sta facendo dannare. Sta per iniziare 90º minuto e non vorrei perdere i gol del Milan... Abbiamo vinto quattro a uno, lo sai no?». Infatti, avevamo vinto quattro a uno a San Siro contro il Napoli. Ma come faceva a sapere che anch’io ero rossonero?

Ah già, lui era Walter Chiari, il mattatore sensitivo, il mago della risata che parte dalle budella e arriva alla testa, il cavaliere senza macchia e senza paura dei palcoscenici, dei set, degli studi di mamma Rai. Lui le cose le percepiva in maniera animalesca, e raramente sbagliava. «Macché grave! Sono qui per un controllino, più che altro per far compagnia a un mio amico ricoverato». Lui, il Walter, non era «ricoverato». Come si sarebbe potuto ricoverare Walter Chiari?

La mia memorabile giornata proseguì fra signore e dottoresse tutte eccitate a squittirgli intorno, discussioni calcistiche, barzellette e un annuncio: la seconda notizia che portai a casa, dopo quella che il Maestro stava molto meglio di me e del caporedattore messi insieme. «Quando esco mi metto a lavorare a un musical, una roba piena di ballerine con le gambe lunghe». Quel musical non ebbe il tempo di farlo. Morì nove mesi dopo, il 20 dicembre.

Anzi, secondo il suo «Simoncino», cioè Simone Annicchiarico, l’unico figlio, avuto con Alida Chelli, il Walter incominciò a morire in primavera, durante l’ultimo dei suoi abituali viaggi esotici, nel paradiso della Costa Rica. Simoncino lo spiega fra le righe della doppia biografia Walter e io (Baldini & Castoldi, da domani nelle librerie). Ecco, a pagina 165 c’è il Walter in piedi in riva al mare, immobile e con le braccia conserte. Simone gli si avvicina e s’accorge che il babbo sta piangendo. Walter Chiari in lacrime, questo sì che è uno scoop da prima pagina. Gli era giunta la notizia della tragica morte del piccolo Conor, quattro anni, il pargolo di Eric Clapton e Lory Del Santo, caduto dal 53º piano di un grattacielo a New York. Ascoltate Simone: «Quando mi telefonava dalle tournée con Lory, mi raccontava puntualmente le sue giornate con Conor: “Simone, non hai idea di come ti assomiglia...

A tavola gli faccio tutti i giochi che facevamo assieme, dai bicchieri allo stuzzicadenti fino al classico della tovaglia da sfilare di scatto da sotto i piatti... È sempre sulle mie spalle, proprio come te!». Era un’ingiustizia, e il Walter le ingiustizie non le poteva sopportare. Soprattutto, quelle subite dagli altri, perché i suoi tre mesi di galera per un grammo di cocaina, anno di disgrazia 1970, gli scivolarono sulla schiena da atleta come pioggerella sull’impermeabile.O no? Simoncino, inanellando ricordi come vengono vengono (è un simpatico cazzone - chissà da chi ha preso? - non un rigoroso filologo) cova il dubbio di aver conosciuto un Walter «di seconda mano», come gli disse qualcuno.

Un Walter leggermente lobotomizzato come l’altrettanto mitico R.P. McMurphy alias Jack Nicholson in Qualcuno volò sul nido del cuculo. Le storie e la storia del più grande e onnivoro talento spettacolare dell’Italia intera, fra donne stupende magari mollate alla fermata di un treno, magari raggiunte con voli intercontinentali soltanto per consegnare un mazzo di rose, fra tavolate goliardiche, elargizioni milionarie a fondo perduto, esplosioni di entusiasmi, buchi neri illuminati dal puntuale colpo di genio, è tutta qui ma anche altrove. Si perde nei rivoli della memoria di cento amici, colleghi, compagni e camerati (fa lo stesso - la politica, in fondo, è un accidente) occasionali.

Occhieggia persino dallo spottone sanremese di sabato sera dedicato alla fiction Walter Chiari. Fino all’ultima risata (26 e 27 prossimi, Raiuno), con Alessio Boni a fare «il Walter». Cari telespettatori, siate indulgenti, mettetevi una mano sul cuore. Ne abbiamo tutti bisogno.



Powered by ScribeFire.

Ospita solo la Camusso" Cisl contro Fazio e Rai vuol boicottare il canone

di -

Infuriato il sindacato di Bonanni: "Il conduttore strapagato e settario. Esclude dalla sua trasmissione tutte le altre sigle"



Roma - Michele Santoro lo perdonano. Il suo Servizio pubblico va in onda su reti private e quindi «in casa sua» può fare quello che vuole, Fabio Fazio invece no. Lui lavora in Rai, dovrebbe garantire servizio pubblico in senso proprio, ma non ci si avvicina nemmeno un po’.

Fabio Fazio e Susanna Camusso


Secondo la Cisl Che tempo che fa, applica una esclusione «scientifica e reiterata» dei sindacati che non hanno sede in Corso d’Italia. Si parla di politica economica? Arriva il leader della Cgil Susanna Camusso (e prima di lei Guglielmo Epifani). Il tema è la Fiat? Per il conduttore genovese non c’è che la Fiom-Cgil di Maurizio Landini. Si torna a parlare di economia? Rispunta il segretario generale della Cgil.

Una tassa fissa, tipo Celentano a Sanremo. Con la differenza che il Molleggiato divide il palco con altri, mentre la Cgil ha l’esclusiva: gli altri sindacati da Fazio non hanno mai messo piede. «Ignorano le posizioni di altri soggetti sociali che sul piano della rappresentatività sono quantomeno pari ed in molti settori superiori alla Cgil. Si tratta di un uso privatistico del servizio pubblico sul quale la direzione della Rai, i consigli di amministrazione e di sorveglianza dovrebbero fornire una risposta», protesta il secondo sindacato del Paese.

Sembra una bega condominiale, ma è qualcosa di più grave e le conseguenze non sono prevedibili. Di certo sta maturando un «caso Rai» per i sindacati. Il malcontento da Fazio si allarga ad altre trasmissioni meno sospette di partigianeria, ad esempio Ballarò. E tra le confederazioni escluse si comincia a parlare di iniziative ad hoc. Segnalazioni alla commissione di Vigilanza. Manifestazioni e persino di «decisioni clamorose sul canone». Magari uno sciopero.

Contro il conduttore più amato dalla sinistra (o almeno da quella che preferisce toni lievi e democratici alle accettate di Santoro o Formigli) la Cisl ha usato parole durissime. «È emblematico che il signor Fabio Fazio sia il più pagato ed il più settario tra tutti i conduttori televisivi. Che cosa risponde la Rai?», si legge in un tweet della segreteria generale arrivato quando né Fazio né l’azienda hanno risposto alle prime sollecitazioni.

Gli unici a rispondere sono stati quelli della Cgil, in difesa di Che tempo che fa. «La trasmissione - per Augustin Breda - è tra le più pluraliste mai fatte dalla Rai, più pluralista dei programmi di Vespa e del Tg1, sui quali la Cisl non ha mai avuto da ridire per l’esclusione degli altri soggetti». La controreplica non è arrivata dalla Cisl, ma direttamente da Bruno Vespa, che ha rivelato: la leader della Cgil, Susanna Camusso, è stata più volte invitata, «ma gli inviti sono stati respinti. C’è un limite anche all’impudenza». La scintilla che ha fatto infuriare la Cisl è la partecipazione di Camusso alla puntata di Che tempo che fa di ieri. L’ultima di una lunga serie, peraltro a spiegare una trattativa che vede la Cgil un po’ defilata. Un po’ come successe quando sulla Fiat Fazio invitò il segretario delle tute blu della Cgil, che rappresentava una posizione di minoranza.

A Che tempo che fa, in realtà, il segretario generale della Cgil non ha detto niente di nuovo e poco di diverso rispetto alle altre confederazioni. No alla cancellazione dell’articolo 18 e della cassa integrazione straordinaria. Poi, l’intesa entro fine marzo, cioè entro la scadenza che si è data il governo, è prematura. «Dire che siamo vicini è un po’ presto». Il segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni (nel tondo) ha parlato a SkyTg24, sempre per scongiurare una riforma degli ammortizzatori troppo radicale. «Parlare di rimuovere i sostegni vuol dire gettare un cerino su un bidone di benzina». Trattativa delicata, insomma. Ci mancava solo la Rai.



Powered by ScribeFire.

I sindacati e l'abbuffata dei corsi di formazione

di -

Ecco il "grande" business dei corsi: sindacati e Regioni si mangiano 1,6 miliardi di euro. E i lavoratori restano disoccupati


Dovrebbe essere il grimaldello per riprendere tanti posti di lavoro, l’arma anti-precari, l’alternativa alla cassa integrazione. Invece è uno scandalo nazionale. La formazione professionale è un business che procura una montagna di soldi ai professionisti dei corsi e una valanga di delusioni ai disoccupati.




Assenza di controlli, truffe, avidità degli organizzatori - tra cui primeggiano i sindacati e le associazioni di categoria, difensori più di se stessi che dei lavoratori – spesso vanificano l’utilità dei corsi.


UN FIUME DI DENARO
Il denaro arriva soprattutto dal Fondo sociale europeo. Secondo l’Isfol (Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori) le risorse complessive disponibili ammontano a 1,6 miliardi di euro l’anno: ai finanziamenti Fse si aggiungono stanziamenti ministeriali (Welfare e Istruzione), regionali e dei Fondi interprofessionali alimentati dal prelievo obbligatorio dello 0,30 per cento sui salari.

È una delle spese più basse d’Europa: la Germania investe quattro volte di più, la Spagna tre. La torta potrebbe però presto aumentare con circa 8 miliardi di euro oggi usati per la cassa integrazione. Nella riforma dell’articolo 18, infatti, il ministro Elsa Fornero ipotizza di ridurre gli ammortizzatori sociali a favore della riqualificazione professionale. È la filosofia della «flexsecurity»: ti licenzio ma ti aiuto a trovare un diverso impiego.

IL LAVORO CHE C’È
I corsi di formazione dovrebbero dunque adeguare i disoccupati alle nuove esigenze del mercato del lavoro. Le forme sono molteplici: orientamento, tirocinio, apprendistato, consulenza, borse di lavoro. Una ricerca dell’Isfol presentata lo scorso novembre mostra la crescita delle professioni elementari e la stagnazione di quelle molto specializzate. Il lavoro non mancherebbe, secondo le statistiche. Unioncamere calcola che nel 2011 sono rimasti vacanti quasi 120mila posti per la mancanza di professionalità adeguate: commessi, camerieri, operatori informatici, contabili, elettricisti, ma anche operai specializzati, infermieri, autisti di pullman, fornai.




Tra gennaio 2010 e giugno 2011 (dati Isfol) sono state erogate 95mila ore di formazione continua con il coinvolgimento di 61mila imprese e quasi due milioni di frequentanti. Nell’ambito dell’istruzione professionale scolastica, secondo il Rapporto 2010 elaborato dalla Fondazione per la Sussidiarietà, il 30 per cento di chi ha conseguito una qualifica trova lavoro entro un mese, il 31 per cento entro sei mesi mentre un quinto resta disoccupato.


IL CAOS NELLE REGIONI
Ma i dati nazionali rappresentano una media che non trova riscontro effettivo nella realtà. La formazione professionale compete alle regioni. E sono elevatissime le disparità. A cominciare dalla quantità di soldi spesi: in testa si trova l’Emilia Romagna con 395,5 milioni di euro; in coda soltanto regioni del Sud. Nel triangolo Lombardia-Veneto-Emilia molte realtà formative funzionano, altrove è una giungla.

Prendiamo il caso Sicilia, regione con un tasso di disoccupazione doppio rispetto alla media nazionale. La Corte dei conti ha quantificato in 1,9 miliardi di euro i fondi Fse riversati nell’isola dal 2003 al 2010, cui si aggiungono altre decine di milioni per finanziare gli uffici pubblici per l’impiego. Soldi che sono andati a sovvenzionare l’esercito di 400 enti accreditati e i loro 7.300 stipendiati. Per ogni corso di formazione ha infatti trovato un posto soltanto un disoccupato e mezzo.

«L’effettivo avviamento al lavoro di un giovane siciliano costa ai contribuenti 72mila euro», ha detto il procuratore della Corte dei conti. I formatori non risolvono i problemi di occupazione altrui, ma i propri sì. E il 60 per cento delle assunzioni come addetti alla formazione (metà docenti, metà impiegati) è avvenuto dal 2000 in poi, con picchi nel 2006 e 2008, alla vigilia delle elezioni.

UN BUSINESS PER I SINDACATI
Le lezioni sono organizzate da una miriade di realtà: in primo luogo i sindacati e le associazioni di categoria, e poi enti locali, professionisti, consulenti, enti legati a partiti politici. Non c’è un programma preciso né uno svolgimento standard; possono durare da 10-20 ore fino a 300-400. A volte i corsi prevedono sussidi mensili per gli iscritti, trasformandosi così in potenti macchine di consenso, e non garantiscono sbocchi.

Non c’è un dato sintetico nazionale che indichi quanti corsisti riconquistino effettivamente un posto. In Veneto, una delle regioni più efficienti, trova lavoro subito soltanto un quarto dei neolaureati che hanno frequentato i master di Confindustria Venezia (il 47 per cento entro un anno). Sarà per questa sfiducia che a Treviso vanno deserti 40 posti su 100 per l’aggiornamento professionale offerti gratis da Unindustria ai lavoratori in mobilità.

Verifiche e rendiconti spesso sono obblighi non rispettati. Molte regioni non sono nemmeno in grado di valutare la qualità dei training e stabilire se i corsi si siano davvero svolti; ma i professionisti della formazione sono comunque abilissimi nell’accaparrarsi i fondi. Nel marzo 2010 la provincia di Firenze lanciò una gara da tre milioni e mezzo di euro per erogare circa tremila «voucher lavorativi».

Di colpo in ognuna delle nove zone in cui era stato suddiviso il territorio nacque una cordata condotta da agenzie di formazione riconducibili a sindacati e categorie: a Firenze centro la Confesercenti, a Firenze nord la Cna, nel Mugello la Cgil, nel Chianti la Uil, eccetera. Nessuna sovrapposizione, nessuna concorrenza, secondo una regìa collaudata che tiene lontani i privati. Gli organizzatori avrebbero incamerato fino al 50 per cento delle somme disponibili, come rivelò l’assessore alla Formazione, Rosa Maria Di Giorgi. La Cna fiorentina specificò di trattenere «solo» il 25 per cento.

I tribunali di tutta Italia sono pieni di fascicoli su truffe, vere o presunte, sulla formazione professionale. Centinaia di migliaia di euro pubblici arraffati per istituire fantomatici corsi che non si sono svolti o non hanno prodotto lavoro. Tangenti per dimenticare «stage» inesistenti ma regolarmente finanziati. Amministratori pubblici, funzionari, imprenditori che intascano i fondi per il collocamento dei disabili. Nel 2011 la Guardia di finanza ha denunciato frodi con finanziamenti comunitari per 250 milioni di euro.

Negli ultimi mesi le cose stanno cambiando. La scure dei tagli falcidia anche la formazione professionale e le regioni sono in grave ritardo nei pagamenti. Diminuiscono i fondi strutturali e quindi anche i bandi. A breve arriverà in Italia un’altra task force di Bruxelles per scongelare le risorse del Fse 2007-13 non ancora spese. Ed entro aprile bisognerà definire la riforma dell’apprendistato con le intese collettive per ciascun settore. Tagli, lentezze e incertezze minano l’intero sistema della formazione: gli sprechi ma anche i casi di sostegno reale a chi cerca lavoro.


Powered by ScribeFire.

Le raffiche, gli orari, la rotta I punti oscuri della vicenda

Corriere della sera

La conferma del satellite: erano in acque internazionali. La Marina aveva ordinato di non assecondare le richieste delle autorità locali e di non far scendere a terra i militari


ROMA - La terza raffica di avvertimento «è stata sparata in acqua, a prua del peschereccio che non è stato colpito, tanto che ha invertito la rotta e si è allontanato». Così, nella relazione trasmessa due giorni fa ai carabinieri del Ros e alla Procura di Roma, Massimiliano Latorre ricostruisce i momenti cruciali del conflitto a fuoco avvenuto al largo delle coste indiane, relazione che indica gli autori della sparatoria. E nega che l'azione abbia potuto provocare feriti, tanto meno vittime. Era lui il capo del «nucleo di protezione» imbarcato sulla petroliera Enrica Lexie per contrastare gli atti di pirateria. E proprio lui - adesso accusato insieme con Salvatore Girone dell'omicidio di due pescatori che erano a bordo del St. Antony - firma il rapporto con foto allegate, che servirà al pubblico ministero Francesco Scavo Lombardo a verificare quanto accaduto. Nel fascicolo sono contenute le testimonianze degli altri cinque soldati presenti a bordo e le conclusioni del responsabile del team. Sono ancora numerosi i dubbi che avvolgono la vicenda, le incongruenze tra la versione fornita dai militari italiani e quella delle autorità di New Delhi. E ruotano attorno a tre misteri: l'orario dell'azione, il luogo esatto dove è avvenuta, l'imbarcazione che ha attaccato la petroliera. Ma c'è pure un altro interrogativo: perché, nonostante gli italiani abbiano comunicato di essere in acque internazionali, sono poi entrati nell'area controllata dagli indiani così consentendo il fermo dei due marò. E lo hanno fatto dopo il parere contrario espresso dalla Marina Militare.


Gli orari diversi
Secondo il report trasmesso a Roma l'allarme scatta alle 11.30 del 15 febbraio mentre la Enrica Lexie si trova a «33 miglia dalla costa sudovest dell'India». La posizione della nave è confermata dai dati forniti dal satellite, attivato da chi era a bordo ma viene contestato dalle autorità locali. Anche gli orari non coincidono, visto che la polizia indiana colloca gli spari almeno due ore dopo. E questo ha fatto nascere l'ipotesi che i due pescatori siano stati uccisi in un diverso conflitto, anche tenendo conto che quella stessa sera risulta avvenuto un altro attacco di pirateria in un tratto di mare poco distante. Alla relazione Latorre allega tre fotografie che dovrebbero servire a dimostrare proprio questa divergenza: il peschereccio sarebbe infatti diverso dal St. Antony dei marittimi uccisi. Le immagini risultano però sfuocate, poco chiare e dunque non possono bastare a chiarire il dubbio. Né a confermare il fatto - sottolineato dal marò - che a bordo di quel natante non ci fossero pescatori, ma cinque uomini armati.


Le tre raffiche
Per cercare di accertare la verità si torna dunque ai momenti dell'avvicinamento. Secondo quanto riferisce il rapporto «è il radar a segnalare la barca che viaggia in rotta di collisione e i militari presenti a bordo si dispongono per reagire. Vengono messe in atto le procedure previste in questi casi. Quando il natante è a 500 metri di distanza vengono sparati i primi «warning shots», ripetuti quando si trova a 300 metri e infine a cento». Latorre specifica che gli ultimi vengono rivolti verso lo specchio d'acqua «senza colpire l'imbarcazione». Completamente diversa la ricostruzione fatta dalle autorità indiane secondo le quali «sul peschereccio ci sono i segni di 16 proiettili, mentre quattro sono andati a segno e hanno ucciso i due marittimi». Una tesi ritenuta incredibile dalle autorità diplomatiche e investigative italiane perché significherebbe che tutti i colpi a disposizione sono stati sparati ad altezza d'uomo.

L'ordine non rispettato
In queste ore la magistratura sta valutando l'ipotesi di inviare una squadra investigativa in India, che lavori in stretto contatto con la diplomazia italiana. Le indagini sono affidate al colonnello del Ros Massimiliano Macilenti che sta già acquisendo la documentazione presso i comandi militari e presso la società armatrice anche per verificare se siano stati loro a decidere di far entrare nel porto di Kochi la Enrica Lexie . La Marina aveva espresso parere contrario, così come aveva raccomandato di non far scendere a terra i militari. E invece si è deciso di assecondare le richieste indiane. La procedura prevede che le decisioni a bordo siano prese dal comandante d'accordo con la Compagnia, ma generalmente in situazioni di emergenza ci si muove in accordo con le autorità militari e con il governo italiano. Adesso bisognerà dunque verificare se davvero sia stato l'armatore a ordinare di abbandonare le acque internazionali e con chi sia stata condotta la trattativa. Un negoziato che, al momento, si è concluso nel peggiore dei modi.

Fiorenza Sarzanini
fsarzanini@corriere.it20 febbraio 2012 | 8:26